venerdì 29 aprile 2016

Comunicazione in relazione ai conflitti ambientali


Torniamo ad affrontare la questione della comunicazione in relazione ai conflitti ambientali, lo facciamo con un'intervista  ad Alfonso Raus: esperto di progettazione partecipata, si occupa di promozione e gestione di processi di partecipazione pubblica svolgendo ruoli di facilitazione e di supporto all'azione trasformativa dei conflitti nell'ambito delle politiche ambientali, territoriali e di sviluppo locale; collabora con Arpa Umbria nella realizzazione del progetto Forum degli stakeholder economici e sociali.
Sempre di più si verificano contestazioni/conflitti ambientali in relazione alla realizzazione di nuovi impianti (gestione dei rifiuti, produzione energetica, ecc.) e/o infrastrutture di mobilità. Situazioni analoghe si hanno anche per situazioni già esistenti. Secondo lei come mai questi fenomeni sono sempre maggiormente diffusi nel nostro Paese?
Partiamo dalla constatazione che tali forme di mobilitazione vengono ancora liquidate frettolosamente e frequentemente come mera opposizione utilizzando quella stigmatizzante definizione di "sindrome Nimby", per cui nei fatti i proponenti di opere, infrastrutture, ma anche pianificazioni territoriali, instaurano relazioni con le comunità locali, gli oppositori locali, fondate proprio sul presupposto che essi siano ignoranti o egoisti, o comunque non in grado di capire e di fornire contributi.
Il sistema decisionale italiano che riguarda le scelte di rilevanza pubblica, pur essendo sostenuto da valutazioni e analisi anche preventive, è ancora, infatti, sostanzialmente caratterizzato dalla definizione a monte di indirizzi, preferenze e eventuali alternative che si formano intorno alla dimensione della democrazia rappresentativa (le autorità pubbliche elette) attraverso input di natura tecnico-scientifici.
  • Negli anni, per diversi ordini di motivi, si sono introdotte via via alcune modalità che portassero, ad esempio, il livello di decisione verso i territori, con la cosiddetta sussidiarietà istituzionale: le decisioni che possono essere assunte al livello istituzionale più vicino al cittadino devono essere riportate in quella sede.
  • Un'altra pratica che ha permesso, in parte, un coinvolgimento di altri attori, sono le concertazioni e l'apertura di tavoli di confronto tra amministrazioni e soggetti privati, in genere rappresentanti del mondo economico-sociale, professionale, sindacale, imprenditoriale anche di livello sovrannazionale come le multinazionali. Sono però attori portatori di preferenze “dense” (high demanders), che rischiano di spostare l'attenzione verso tematiche che toccano gli interessi di alcuni o di pochi soggetti.
Ecco, in Italia manca ancora, soprattutto a livello politico, istituzionale ma anche di scienza applicata, quella consapevolezza che fa prendere atto che è necessario favorire e valorizzare la possibilità di intervento dei cittadini comuni nella vita pubblica.
Le tematiche ambientali e di gestione del territorio, per l'appunto, assumono i tratti di “problemi comuni”, cioè, temi rispetto ai quali c'è un diffuso senso di coinvolgimento proprio per ciò che mettono in gioco: interessi, possibili impatti anche sulla propria salute, il come definiamo i problemi, le priorità, principi e valori, modi di intendere la realtà e lo sviluppo, ecc... e per questo è del tutto legittima la richiesta da parte delle varie comunità locali e del mondo dell'associazionismo di essere parte in causa nelle valutazioni e nelle scelte che vengono proposte o decise per i territori ai vari livelli.
Segnalo, inoltre, come soprattutto in Italia ancora ci sia una certa ritrosia ad attuare effettivamente e compiutamente indirizzi, norme, direttive, convenzioni che soprattutto a partire dagli anni '90 indicano di sviluppare pratiche partecipative e di trasparenza delle informazioni in campo ambientale e nella gestione del territorio. A titolo di esempio cito solo la Convenzione di Aarhus (1998) promossa dalla Commissione economica delle Nazioni Unite per l'Europa (UNECE), tesa a rafforzare la democrazia soprattutto nelle politiche ambientali. Tali orientamenti non manifestano tanto un auspicabile cambiamento, ma partono da presupposti di realismo sia perché può risultare rischioso adottare procedure dirigistiche su questioni molto spesso complesse e di rilevante interesse e impatto per le varie collettività coinvolte e sia perché si fondano sul riconoscimento di esperienze che hanno dimostrato che tutto questo è praticabile.
Lei quindi pone un problema più ampio di crisi della democrazia rappresentativa e quindi di necessità di attivare forme di democrazia partecipativa per assumere decisioni che hanno un importante impatto sui territori? Ma è una prospettiva praticabile?
Occorre, innanzitutto, trarre le conseguenze della ripetuta constatazione dell'insufficienza dei meccanismi della democrazia rappresentativa, anche alla luce dei molti fenomeni degenerativi nella gestione delle nostre istituzioni che fanno comprendere come il nostro sistema sia facilmente incline ad un uso improprio e anche a volte illegittimo. Detto questo, ripeto il fatto che non siamo pienamente coscienti dei processi di trasformazione in atto, che riguardano un percorso di diversi decenni in cui abbiamo e stiamo assistendo ad un significativo cambiamento sul come la partecipazione e la cittadinanza possono esprimersi anche al di là dei partiti e delle grandi associazioni.
Una partecipazione sociale e pratiche di intervento “dal basso” sollecitano e richiedono cambiamenti nei modi e nei criteri con cui si formano, si attuano e si valutano le politiche pubbliche e, parimenti, dimostrano come possa esserci un'effettiva assunzione di responsabilità da parte dei cittadini sui beni comuni, nel perseguire l'interesse generale e nell’attuazione dei diritti fondamentali nelle forme concrete in cui essi si presentano nella vita delle comunità locali.
Per tornare ai conflitti ambientali, l'approccio interpretativo standard che sottende la visione di mera opposizione ad una qualche opera caratterizzata dall'ignoranza e dall'irrazionalità utilizza tre tipologie di presupposti:
  • etico per il quale esiste un bene comune “superiore” che deve essere perseguito in ogni modo a scapito degli interessi particolaristici;
  • epistemologico: operando in maniera scientificamente corretta è possibile quantificare con esattezza e imparzialità i costi e i benefici derivanti dall'opera/infrastruttura;
  • tecnocratico che considera le popolazioni locali non sufficientemente in grado di maturare un'opinione razionale sull'opera da localizzare nel territorio in cui risiedono.
Questi presupposti sono molto poco solidi, in quanto è possibile dimostrare dubbi sul fatto che decisioni prese da esperti siano più utili all'interesse collettivo di quelle prese da persone tecnicamente meno esperte; non è scontato condurre un'analisi completamente “oggettiva” dei costi e dei benefici in quanto esperti e politici non sono sempre neutrali e sovente si muovono, al pari dei cittadini comuni, da valori, preferenze e punti di partenza parziali; anche gli esperti prendono decisioni ricorrendo sistematicamente a schemi e routine per selezionare opzioni tutt'altro che ottimali. Più in generale si può affermare che in ogni decisione politica non esiste un punto di vista "giusto" ed uno "sbagliato", ma una pluralità di valori ed interessi, che dovrebbero essere tutti analizzati.
Per esperienza anche diretta, frequentemente i partecipanti ai comitati nel corso del periodo di attività rappresentano una conoscenza dei luoghi e dei fenomeni difficilmente accessibile agli esperti e sviluppano quello che è stata chiamata “salita in generalità” (Boltanski, 1990), cioè un allargamento anche tematico e dei principi: rivendicazioni più orientate alla qualità della vita, un richiamo più esplicito alla tutela di diritti fondamentali, un diverso modo di concepire, ad esempio, la gestione del ciclo dei rifiuti, una diversa concezione dello sviluppo, la presentazione di possibili soluzioni alternative, un recupero e una riscoperta del significato e della rilevanza dei luoghi in cui si vive, ecc..
Ulteriori aspetti che vanno analizzati e gestiti dovrebbero essere, ad esempio:
  • l'influenza di altre situazioni di rischio,
  • il rapporto di fiducia con le autorità che sappiamo essere molto basso in Italia,
  • la credibilità anche di soggetti privati come le imprese, quando sono coinvolte in dinamiche di conflittualità.
Arpat

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