giovedì 21 febbraio 2013

Roberto Anastagi: "Diario del primo mio viaggio in India"




Premessa: 
Buon giorno amici.  Finalmente ho terminato di rileggere il mio diario del primo viaggio in India, ho cercato di correggerlo il più possibile,  spero che cosi sia accettabile.
Se siete interessati a questo libro di viaggio, ve lo posso inviare come allegato di una e-mail, voi poi provvedete a farlo stampare e unire con la spirale di plastica. (R.A.) omroopa23@gmail.com



INTRODUZIONE

A 55 anni presi la decisione che dovevo assolutamente cambiare vita; già da diversi anni le cose erano andate sempre peggiorando e la mia vita era diventata una continua fonte di sofferenza.
Quindi chiusi tutti i miei rapporti personali e liquidai buona parte di quello che possedevo salvo un negozio commerciale che mi dava un discreto reddito.
Negli anni sessanta ero stato in India e avevo captato che quel miliardo e più di persone avevano una filosofia di vita che mi aveva attirato moltissimo, quindi da allora avevo sperato che ritornando li, non per pochi giorni, avrei potuto trovare le risposte di cui avevo assolutamente bisogno.
Così mi feci appositivamente costruire un camper 4X4 Iveco, che poi si dimostrò assolutamente inadeguato, per cui dopo tre anni me ne feci costruire, su mio disegno, uno molto più grosso, Mercedes 917 - 4X4.
Dal 1990 la mia sola casa diventò il camper e da allora per 17 anni ho vissuto in camper andando in tutti i continenti.
Per i primi sette anni ho viaggiato da solo poi mentre ero in Sud Africa ho conosciuto Reinette che è diventata mia moglie, dopo di che abbiamo viaggiato insieme per dieci anni.
Durante i primi cinque anni di questa nuova vita sono andato tre volte in India, dove sono rimasto complessivamente per più di due anni.
Sono stati dei viaggi alla scoperta della filosofia orientale che è nata circa 5000/7000 anni fa in India, ma soprattutto è stato un continuo viaggio dentro me stesso.

Il primo viaggio in India è stato molto duro, per la totale non conoscenza del percorso che dovevo fare dopo la Turchia, per le strade terribili, per le difficoltà di tutti generi, per le continue rotture del veicolo che non avevo ancora imparato come si dovevano riparare, per una popolazione sterminata che non mi dava un momento di tregua con la loro curiosità infantile, per un caldo spesso difficile da sopportare, per la tanta terribile povertà, per i lunghi periodi di vari mesi senza avere nessuno con cui parlare.
Ho dovuto imparare ad accettare persone molto diverse da me, che avevano abitudini che all’inizio mi sembravano inaccettabili, mi sono ritrovato immerso nella società indiana così diversa da quella europea.
Sono però state esperienze che sono tutte servite a farmi iniziare a scoprire ed accettare una realtà nuova che mi era sconosciuta.
Ho iniziato a capire che tutto quello che mi era stato insegnato, tutto quello in cui credevo, tutto quello che sapevo, doveva essere rivisto in prima persona.
Dovevo anche imparare a liberarmi dai condizionamenti, dovevo essere libero di scelta, dovevo imparare ad usare l’intelligenza intuitiva.
Tutto questo, poco alla volta mi ha fatto, diventare una persona diversa e anche grazie a Reinette ho finalmente conosciuto l’amore e la gratitudine di essere vivo.  

Questo diario è stato, a suo tempo, scritto a mano su due libroni (i lap top ancora non esistevano).
Quando mi fermavo per la notte, scrivevo ascoltando il mio piccolo registratore che tenevo accanto a me mentre guidavo e nel quale, momento per momento, avevo registrato durante la giornata, tutto quello che avevo fatto, visto di interessante, quello che avevo pensato e provato, descrivendo le persone che avevo incontrato, quello che avevo speso e i km. che avevo percorso.

Roberto Anastagi

mercoledì 20 febbraio 2013

Ultima cena a Treia...... prima della partenza per Spilamberto


Caterina Regazzi e Paolo D'Arpini a Treia


Oggi è mercoledì 20 febbraio, è già arrivato il momento del mio ritorno a Spilamberto, le giornate passano comunque sempre velocemente e manco a dirlo, se sei serena e stai bene, passano ancora più in fretta. Siamo arrivati a Treia con Paolo sabato all'ora di pranzo e domani (giovedì) riparto.

Quest'ultima giornata, è stata a dir poco frenetica, soprattutto se confrontata con le giornate che solitamente passiamo qui a Treia. Per me, che non devo, come Paolo, fare il Giornaletto di Saul, qui a Treia, ci sono anche parecchi momenti di noia, ma ben vengano!
Per me: sveglia alle 7, quando Paolo si è alzato per andare a spedire il Giornaletto, poltronimento fino alle 8, poi giù dal letto, mi sono vestita e siamo andati alla colazione di rito nel bar della porta perchè per il Grottino il mercoledì è giorno di chiusura.

Poi di corsa a casa: ieri sera, presa dallo sconforto per la luce che saltava in continuazione (il "salvavita"), ho chiamato l'elettricista che già aveva fatto un lavoro per noi e avevamo preso appuntamento per stamattina alle 9-9 e mezza ed infatti alle 9 e mezza si sono presentati due baldi giovani a cui abbiamo raccontato l'accaduto e dopo un po' di "pensa che ti ripensa", abbiamo provato a staccare la presa della lavastoviglie, che da mesi, forse anni, non viene più usata. Vorrei non dire niente, ma da quel momento, la corrente non se n'è più andata. Sembra incredibile quanto possiamo essere dipendenti da un servizio che fino a un secolo fa non esisteva: niente illuminazione, niente computer, niente riscaldamento, niente lavatrice e, per chi la usa, niente televisione .... 

Paolo comunque, si sta già attrezzando per la sopravvivenza bruta, oggi pomeriggio abbiamo comprato al supermercatino di Passo di Treia due scatole di candele, di legna ne abbiamo fatta una bella scorta lo scorso anno e così.... ma speriamo che l'elettricità continui a funzionare!

Poi c'era (e c'è ancora) un problema ad un occhio di Paolo. Da un paio di giorni aveva cominciato a dargli fastidio e la cosa andava sempre peggiorando. Ieri sera ci siamo decisi ad andare dal medico di base che ha prescritto un collirio consigliando, se non avesse fatto effetto, di andare al pronto soccorso dell'Ospedale di San Severino. Neanche a farlo apposta, proprio oggi eravamo invitati a pranzo dalla nostra cara amica Lucilla, che abita ad Ugliano, due passi dopo San Severino.
E così, dopo che se ne erano andati gli elettricisti, siamo partiti alla volta dell'ospedale, fermandoci però a Borgo a fare acquisti di granaglie per le galline Ciccì e Coccò e di un telo di plastica per approntare per loro, un piccolo riparo.

All'Ospedale tutto si è svolto abbastanza velocemente (soprattutto la visita!), ma è incredibile la burocrazia che impera sovrana, facendo perdere un mucchio di tempo sia ai pazienti, che al personale (va beh che loro son pagati per quello): Attesa - Accettazione - spedizione al secondo piano reparto oculistico - ricerca di qualcuno a cui dare la carta - sala d'attesa - visita (circa 4 minuti) - prescrizione di una pomata con antibiotico e cortisone - di nuovo accettazione - foglio per il pagamento dell'eventuale ticket - cassa - numerino e attesa di quelle che non sai quanto possano durare. Fortunatamente dopo un po' arriva il turno di Paolo, che essendo un pensionato con la minima, è esente dal ticket, ma bisognava avere dietro la carta, e Paolo la carta non ce l'aveva. Per fortuna un'impiegata gentile ha fatto una ricerca in rete ed ha verificato che l'esenzione c'era veramente e gliene ha cortesemente stampata anche una copia. Meno male!
Lucilla ci aspettava preoccupata dalla notizia per sms che eravamo al P.S., ma prima delle 13 eravamo a casa sua dove ci ha accolto con la sua solita generosità, sorrisi, abbracci e calore. Un ottimo e abbondante pranzetto, condito da chiacchiere, racconti, programmi per il futuro, dubbi sul da farsi. L'abbiamo invitata alla Festa dei Precursori a Treia dal 25 al 28 aprile e all'Incontro Collettivo Ecologista di Vignola del 22 e 23 giugno. Sarà sicuramente dei nostri!
Siamo rientrati presto, avevamo ancora tante cose da fare. Sulla strada ci siamo fermati a fare un po' di spesette: oltre alle già citate candele, un bel pezzo di formaggio pecorino, fichi secchi e noccioline tostate e salate per alleviare un po' la solitudine del mio Paoletto che domani resterà qui senza di me.
Arrivati a casa siamo subito andati nell'orto col telo di nylon pesante, forbici e cordicelle e, utilizzando anche delle vecchie canne, abbiamo preparato un bel riparo contro la pioggia per le galline, ci abbiamo messo sopra delle frasche e vecchie potature di ulivo per abbellire il tutto e sotto delle cassette, di cui una con dentro dell'erba secca e un uovo che Paolo aveva trovato girando per l'orto. Sarà stato deposto ieri od oggi, ma glielo abbiamo lasciato lì, forse così adotteranno la cassetta come loro nido. 

Beh, il più, almeno per oggi è fatto, domani si vedrà!
Stasera, per finire in bellezza, ultima cena con pizza al taglio e pane e marmellata. Il finale di serata è riservato......
Caterina Regazzi

I Ching - Esagramma Thai (La Pace) - Stagione della Lepre dal 20 febbraio al 20 marzo - Il 10 marzo è Shivaratri







Shivaratri - In India nel mese di Phalguna (febbraio – marzo), da 5112 anni, inizio della presente era Kali Yuga ma forse anche nelle ere e tempi precedenti, si celebra lo Shivaratri, letteralmente la notte di Shiva, nei giorni immediatamente antecedenti la luna nuova. Questa notte sacra è dedicata all’unione mistica fra Shiva e Parvati, il maschile e il femminile, la coscienza intelligenza e l’energia manifestativa della vita. Questo è perciò un momento estremamente auspicioso in India, in Nepal, in Tibet e parecchi altri luoghi della terra. Quest’anno la celebrazione della ricorrenza è riportata al 10 marzo 2013...  Siamo nel pieno del mese dei Pesci!

Ecco le indicazioni dell’I Ching, per l’esagramma corrispondente a questo momento (Thai): 

Sotto vi è il trigramma Il Creativo, che ascende, Il Cielo. Sopra il trigramma Il Ricettivo, che discende, la Terra. Quindi i loro influssi s’incontrano e stanno in armonia. 

La Sentenza: La Pace. Il Piccolo se ne va, il Grande viene. Salute. Riuscita. Significato: il segno si riferisce ad una stagione in cui, per così dire, il cielo è in terra. Il cielo si è posto sotto la terra così le loro energie si uniscono in intima armonia, e nascono pace e serenità per tutti gli esseri. Nel mondo degli uomini è un moment di concordia sociale. I superiori si inchinano verso gli inferiori, i quali, insieme agli umili. Sono ben disposti verso i superiori; così che cessa ogni ostilità. 

L’Immagine: Cielo e Terra si congiungono, l’immagine della Pace. Così il sovrano divide e porta a termine il corso del cielo e della terra, e così assiste il popolo. Significato: Cielo e Terra sono in comunicazione, ciò produce un tempo di generale fioritura e prosperità. Questo flusso di forze deve essere regolato dal sovrano degli uomini. Ciò avviene per suddivisione, così il tempo indistinto viene suddiviso dall’uomo in stagioni, secondo la successione dei fenomeni, mentre lo spazio infinito viene ripartito, per convenzione umana, secondo i punti cardinali. Questa attività che controlla ed aiuta la natura è quel lavoro sulla natura del quale l’uomo si avvantaggia. 

Versi di Goethe da Dio e Mondo: “Per orientarsi nell’Infinito / distinguer devi e poscia unire”. 

La mente dell’uomo capace, in tempi simili, anela ad uscire dalla solitudine ed a produrre risultati positivi. Ma in tempi fiorenti è altresì importante avere la grandezza interiore che consente di sopportare anche le persone imperfette. Se si tentasse di opporsi al male con i mezzi abituali il crollo che ne risulterebbe sarebbe rovinoso con conseguente umiliazione. 

Il Momento. 

Sembra di far un passo indietro nell’inverno. Il freddo talvolta fa battere i denti. La cosa funziona così, come la locomotiva che si muove a tre tempi, due avanti ed uno indietro. Nel medioevo (seguendo una tradizione anteriore) in questo periodo si esibiva il “Risus Paschalis” ovvero scherzi e lazzi osceni -lo sfogo, diremmo oggi- di una società che voleva uscire dall’inverno ed invocava la primavera “pazziando”. Persino nelle chiese si compivano oscenità pubblicamente, questa usanza è ora rimasta sotto forma di Carnevale. Dal punto di vista zodiacale questo è il periodo dei Pesci. Oppure della Lepre che rappresenta il legno giovane che cresce, si espone al vento alla pioggia al sole, nascono i primi fiori e abbelliscono con innocenza la natura. 


Muoversi con la luna. 

In agricoltura questi son giorni della foglia ascendente e quanto si raccoglie è destinato ad un consumo immediato. Favorevoli il trapianto e la semina di verdure a foglia e la concimazione dei fiori. In luna calante si consiglia il trapianto delle patate evitando invece la potatura di alberi. 

Cura del mese. 

Mal d’orecchi. Scaldare un cucchiaino sulla fiamma quindi versarvi olio puro d’oliva con goccioline di aglio fresco, mescolate bene e versate il composto nell’orecchio dolorante, restando sdraiati su un fianco finchè il liquido non è stato ben assorbito, prima di alzarsi infilare un piccolo batuffolo di cotone nel condotto auricolare esterno. 

Una ricetta facile facile. 

Gomasio. Far arrostire dei semi di sesamo in una padella di ferro, poi passare al mortaio aggiungendo una piccola quantità di sale marino integrale. Et voilà, un ottimo e saporito condimento da aggiungere alle verdure crude, che ci mantengono di buon umore ed in salute. 

Pensiero Edificante. 

“Due cose sono necessarie per salvare il mondo: accettare l’incoscienza degli altri e risparmiar loro la nostra”. 

Paolo D'Arpini

martedì 19 febbraio 2013

Terremoti, alluvioni, erosione del suolo e loro impatto sull'economia mondiale


Smottamenti lungo il fiume Panaro
I disastri naturali stanno diventando meno mortali, nel mondo, ma più costosi per l’economia. Secondo l’Economist, cinque dei dieci disastri naturali che hanno avuto il maggior costo economico negli ultimi trent’anni sono avvenuti tra il 2008 e oggi. Questo cambiamento, spiega il settimanale britannico, ci dice qualcosa sull’organizzazione dell’economia mondiale, sempre più concentrata e interconnessa, sugli spostamenti della popolazione, dalle campagne ai centri urbani, e sui modi con cui è stata gestita la prevenzione dei disastri naturali.
Il 2011 è stato l’anno peggiore dopo il 2004 a causa delle alluvioni in Thailandia, Cina e Australia, dello tsunami in Giappone e dei terremoti in Nuova Zelanda. Il collegamento tra il cambiamento climatico indotto dall’uomo e la frequenza di alcuni disastri, in particolare le tempeste tropicali, è ancora oggetto di discussione (l’Economist cita uno studio dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, che si è detto poco convinto della connessione tra il cambiamento climatico e la frequenza dei cicloni tropicali), ma di sicuro le comunità umane stanno ottenendo alcuni successi nel rendere le catastrofi naturali meno mortali. Ci sono stati miglioramenti sensibili nei sistemi di previsione anticipata e di allarme per gli tsunami, nell’informazione sui piani di evacuazione, nella costruzione di edifici antisismici.
I paesi dove i disastri naturali hanno ucciso più persone sono anche quelli più arretrati e isolati, che non hanno fatto nulla o quasi per la prevenzione: tra questi, il devastante terremoto di Haiti del 2010, i cui numeri non sono stati definiti con chiarezza due anni dopo il disastro ma che ha sicuramente ucciso diverse decine di migliaia di persone. Ma vista anche la crescita demografica della popolazione terrestre, che ha superato da poco i sette miliardi, il numero dei morti a causa delle calamità naturali è sicuramente in calo.
I costi economici, al contrario, sono in crescita. Questo è dovuto, scrive l’Economist, al fatto che «una parte crescente della popolazione mondiale e dell’attività economica si va concentrando in luoghi a rischio di calamità naturali: coste tropicali e delta dei fiumi, vicino alle foreste e lungo faglie a rischio sismico». Un esempio esaminato dal settimanale è quello della Thailandia.
Dopo le ultime alluvioni molto serie, nel 1983 e nel 1995, i distretti industriali più orientati all’esportazione si sono concentrati intorno a Bangkok e nelle pianure alluvionali più a nord, lungo il fiume Chao Phraya, che fino ad allora erano coltivate a risaia proprio perché erano regolarmente esposte ad alluvioni. Nelle ultime alluvioni, le acque hanno superato le dighe di sei metri intorno al distretto industriale di Rojana, allagando le fabbriche di importanti produttori di automobili e materiale tecnologico, tra cui Honda e Western Digital, un’azienda di dischi rigidi. I prezzi dei dischi rigidi hanno subito un aumento in tutto il mondo, mentre le alluvioni hanno causato complessivamente una diminuzione della produzione industriale stimata da J.P. Morgan in un 2,5 per cento, con un costo per il paese di circa 40 miliardi di dollari, il più costoso della storia della Thailandia.
L’evoluzione urbanistica e la crescita economica nei paesi in via di sviluppo rendono più probabili disastri con un grande impatto economico: secondo uno studio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico pubblicato nel 2007, nel 2070 sette dei dieci maggiori centri urbani del mondo esposti al rischio di inondazioni si troveranno nei paesi in via di sviluppo, mentre nel 2005 non ce n’era nessuno. Il processo sembra inevitabile, dice l’Economist, e i paesi del mondo dovranno prendere le contromisure adeguate:
Da una parte, l’urbanizzazione toglie alle città le difese naturali contro i disastri ed espone più persone alla perdita della vita o delle proprietà in caso di terremoto o di ciclone. Dall’altra parte, l’urbanizzazione arricchisce le persone povere. La densità e le infrastrutture delle città rendono le persone più produttive e più capaci di permettersi le misure per mantenersi sicure. Le misure per mitigare l’impatto dei disastri non devono scoraggiare la gente dall’ammassarsi nelle vulnerabili città, ma piuttosto devono essere un incentivo per le città e i loro abitanti a proteggersi ancora meglio.

Caterina Regazzi: “La storia di Ciccì e Coccò, due galline salvate dal macello ed ospitate a Treia…”


Caterina Regazzi da bambina che piange vicino ad una gallina che deve essere uccisa per il pranzo


Qualche mese fa ho coronato un piccolo sogno: acquistare la parte di orto di Treia che era dei vicini e così oggi possiamo pensare di utilizzarlo liberamente ed integralmente.
Un piccolo grande problema di questo orto è la massiccia infestazione da lumache. Dico “infestazione”, ma le lumache lì sono a casa loro, dove sono sempre state e quindi….diciamo allora, “presenza”.
Mia nonna e mia madre, le lumache, anche se solo occasionalmente, le mangiavano; ricordo di una volta che io ero in vacanza a Treia e le andammo anche a cercare nei campi, poi le facemmo “spurgare” per un paio di giorni nella farina e poi saranno state cucinate… Spero di non far inorridire i vegetariani stretti o i vegani, ma l’equilibrio dell’ambiente naturale si basa anche su questi sistemi e sicuramente i nostri progenitori si cibavano abbondantemente di piccoli animali come questi, così come fanno ricci, galline ed altri animali frugiviri od onnivori.
E proprio pensando a che tipo di “lotta biologica” si poteva mettere in atto contro le nostre lumache, pena l’impossibilità di coltivare alcunchè, senza veder bucherellate tutte le foglie commestibili come è stato finora nel nostro pezzetto, a Paolo è venuto in mente che potevamo ospitare, magari temporaneamente, nel nostro orto una o due galline. Mi sarebbe piaciuto anche avere dei ricci, li ho già avuti tempo fa, in gabbia, e sono animali molto simpatici ed estremamente vitali e ghiotti di lumache, che mangiano sgranocchiandole con tutto il guscio, ma i ricci non si trovano comunemente e facilmente, escono di notte e non è semplicissimo catturarli.
E così abbiamo deciso: che galline siano! Inizialmente avevamo pensato ad una singola gallina, ma la signora Adele dell’allevamento di ovaiole in batteria (con gabbie modificate) che conosco, mi aveva consigliato di prenderne due, perché, mi aveva detto “una da sola si intristisce e potrebbe anche morire!” E abbiamo anche pensato (veramente io non ero tanto d’accordo) di prendere proprio due galline di batteria, magari a fine carriera per ridare la libertà a due esserini destinati di lì a poco, ad essere macellati e a vivere fino alla fine del periodo di allevamento, in gabbia. Ma, per una gallina, vissuta sempre per la sua pur breve vita, in gabbia, si, ma con la pappa pronta ed al calduccio, la libertà è una cosa che vale la pena sperimentare e vivere?
L’orto è abbastanza grande, praticamente incolto, pieno di erbe commestibili, lumache, terra e tericcio, sassolini, con una piccola integrazione di pane secco sbriciolato, farine raccattate qua e là e magari un po’ di granturco spezzato non dovrebbero aver problemi. Un problema potrebbe esserlo la temperatura esterna: siamo a metà febbraio, la primavera è ancora lontana, lo sbalzo di temperatura è notevole. Strada facendo, mentre arrivavamo a Treia guardavo gli orti lungo la strada e ho visto diverse galline e altro pollame all’aperto, ma quelle sono galline ruspanti, abituate a vivere all’aperto, e ben felici di questa situazione. Chissà se le nostre galline saranno contente e riusciranno ad adattarsi…. ho pensato.
Sabato mattina, io e Paolo, prima di prendere l’autostrada siamo passati all’allevamento, la signora Adele ci ha portato nel capannone e con fare lesto e svelto ha alzato uno dei lati della prima gabbia e ha afferrato per le zampe le due galline più vicine. Ce le ha messe in una scatola, ben chiusa, ma con alcune aperture per lasciar passare aria a sufficienza, perché non si liberassero a svolazzare per la macchina. Tre ore e mezza di viaggio non sono poche ed ero anche un po’ preoccupata…. Non soffriranno il mal d’auto? Non avranno paura di questa nuova esperienza?
Arrivati a Treia un po’ stanchi ed affamati abbiamo lasciato le nostre cocche dentro la scatola in una stanza tranquilla e silenziosa ed abbiamo velocemente pranzato.
Poi abbiamo “assemblato” un piccolo riparo con alcune cassette da frutta, da posizionare nell’orto dove ci sembrava più opportuno, l’abbiamo sistemato sul posto e siamo andati a prendere le galline. Abbiamo dovuto tagliar loro un po’ di penne delle ali per evitare che oltrepassino la recinzione che non è molto alta. Insomma, per farla breve, le abbiamo messe dentro al riparo e abbiamo aspettato per vedere il loro comportamento. Sono rimaste per un po’ dentro, un po’ indecise sul da farsi, guardandosi intorno come fanno le galline, muovendo la testa e girando lo sguardo qua e là. Poi, piano piano, prima una e poi l’altra, sono uscite ed hanno cominciato ad esplorare una piccolissima zona circostante e a dare qualche beccata qua e là, sul terreno. Avevamo anche predisposto una pentolaccia vecchia con l’acqua e un po’ di cibo in una vaschetta di alluminio, ma non sembravano affatto interessate. Le abbiamo momentaneamente abbandonate augurando loro e a noi stessi che si trovassero a loro agio in questo ambiente nuovo per loro.
Al mattino seguente mi sono alzata di soprassalto dal letto avendo sentito un co-co-co-co!!!!!! inusuale, mi sono affacciata alla finestra ed ho visto un gatto scuro e ben nutrito che correva a tutta velocità su per la scala che porta giù nell’orto e poi per il vicolo ed ho pensato “speriamo bene!”, poi mi sono alzata, vestita e scesa giù a controllare, con molta apprensione, la situazione.
Vicino, ma non dentro al riparo c’era una delle due sorelle, ma nessuna traccia dell’altra…. sigh! Ma non c’erano penne in giro ed ho pensato che un gatto non poteva aver fatto fuori e portata via una gallina… forse qualcuno le aveva viste ed era venuto a “fare spesa”. Pazienza, ma non sembrava proprio un buon inizio. Poi……. mi volto dalla parte opposta verso l’altra estremità dell’orto e vedo spuntare tra gli arbusti… il piumaggio arancione dell’altra….. Che felicità! Sono andata subito ad vedere cosa stesse facendo e stava raspando una zona con delle frasche che sembrava già un nido e in mezzo alle frasche cosa ti vedo? Un meraviglioso uovo, grande, pulito e con un bel guscio sano, che naturalmente ho preso ringraziandone l’autrice, piena di commozione.
Insomma per il momento sembra che tutto vada per il meglio, la libertà acquisita, inaspettatamente, forse neanche immaginata e per questo non desiderata, se la sono trovata così fra capo e collo; speriamo che la sappiano apprezzare e riescano ad adattarsi alle nuove condizioni. Del resto, come giustamente dice Paolo, gli uccelli vivono anche sempre all’aperto, in natura, non hanno né riparo né pappa pronta.
La libertà è un valore tanto sbandierato, ma questa esperienza insegna, nel suo piccolo, che a volte per vivere a pieno la libertà bisogna rinunciare a qualche sicurezza e bisogna guadagnarsela con spirito di adattamento a situazioni inusuali, per noi cresciuti in un periodo di benessere che ci è stato concesso senza alcuna fatica.
Avendo superato la prima notte abbiamo così provveduto a “battezzarle”: Ciccì e Coccò, Ciccì è quella più smilza e meno intraprendente, Coccò più grossa e più “esploratrice”.
Benvenute, Ciccì e Coccò!
Caterina Regazzi

lunedì 18 febbraio 2013

"Stanotte a Treia mi sono svegliata..." - Memorie sul rapporto uomo animali di Caterina Regazzi

Caterina Regazzi

Stanotte a Treia mi sono svegliata e tra le varie cose mi sono messa a pensare a quei cani oggetto del mio sopralluogo di qualche giorno fa nel modenese che, secondo il punto di vista di diverse persone, erano tenuti in condizioni non idonee fino quasi a rasentare il maltrattamento. 

Ho pensato così anche agli animali che teniamo nei nostri allevamenti. Una delle problematiche che veniva sottolineata dall'animalista che mi accompagnava al sopralluogo era "la presenza di numerose feci" nel recinto in cui erano custoditi i cani.

Il giorno successivo sono stata chiamata in un allevamento di bovini da latte ed ho approfittato per controllare, almeno in parte,  la situazione del benessere animale. Si tratta di un allevamento a stabulazione libera (cioè non alla catena) con lettiera permanente. Il fondo dell'allevamento "dovrebbe" essere costituito da uno strato di paglia su cui gli animali riposano, si muovono, ma anche defecano e urinano e quindi l'allevatore, ad intervalli regolari, deve aggiungere nuova paglia in modo da mantenere la lettiera asciutta e pulita anche per avere, al momento della mungitura, le mammelle abbastanza pulite. Ho detto volutamente "dovrebbe" perché in realtà quelle vacche riposavano su letame (ah! che spirito di adattamento hanno gli animali!).

Ho pensato poi, sempre stanotte, all'allevamento "moderno" del suino. Dico "moderno" perché non importa se i suini siano 100 o 1000 o 10000, i suini stanno sempre sul cemento, intero o fessurato (formato da travetti di cemento), in diverse proporzioni. La normativa sul benessere dei suini prevede che ci debba essere una percentuale massima di parte fessurata e non di più, i suini infatti camminano praticamente in punta di piedi e sul fessurato, specie se lo spazio fra i travetti fosse troppo ampio, gli unghielli si potrebbero infilare nelle fessure creando traumatismi. 

Avendo lavorato anche occasionalmente in macelli suini, non mi pare che questo sia un problema frequente. Il suino è un animale che, per la sua natura, è dotato di un  grugno, con cui in natura scava per cercare tuberi e radici di cui è ghiotto. Lo scavare è per lui anche un passatempo.  E questa caratteristica si scontra con la tipologia dell'allevamento intensivo, che prevede appunto il pavimento compatto in cemento, una volta, nei vecchi allevamenti con pavimento in mattoni, i suini arrivavano a scavare fino a divellere i mattoni. Negli allevamenti moderni il suino si deve accontentare di mangime sfarinato o in pellet o, nel migliore dei casi, della broda, sicuramente bilanciato dal punto di vista della composizione nutrizionale, ma poco divertente da consumare. E così visto che il maiale è un animale intelligente e gregario, credo almeno come il cane, si annoia ed allora possono insorgere problemi comportamentali nel gruppo, con morsicature a code ed orecchie, graffi, liti, morte per infarto. 

Una delle prime cose che imparai all'Università e che mi colpì, fu che il suino ha un rapporto tra il volume del cuore e la massa corporea sfavorevole (ma forse non era così nel suo progenitore selvatico) per cui sono frequenti, sotto stress, collasso cardio circolatorio ed infarti. L'alimento che viene somministrato al suino comunque, almeno in parte, compensa la noia dell'animale: anche l'uomo, si sa, con la panza piena si arrabbia di meno di quello con la panza vuota (vedi varie situazioni nel mondo) e dorme di più. Anche qui lo spirito di adattamento e di rassegnazione aiuta.
Poi mi sono chiesta come fosse stato l'allevamento suinicolo "una volta", all'interno del sistema agricolo in vigore fino ai primi anni '50. La stessa mia nonna materna, pur vivendo a Treia, in paese, allevava ogni anno un maiale, tenendolo in uno scantinato. Gli portava da mangiare dei pastoni ed in più gli avanzi della cucina e quando scendeva le scale chiamandolo per nome (chissà qual'era non c'è più nessuno al mondo che se lo può ricordare), lui grugniva di piacere. Lo stesso accadeva con le galline, tenute in un'altra stanza che poi fu ristrutturata dai miei genitori e che oggi è la camera da letto mia e di Paolo.

Intanto, come era composta la famiglia di un agricoltore? Nonni, padre, madre, eventuali fratelli e/o sorelle scapoli o nubili, figli che poi, a loro volta, finché c'era posto in casa, restavano con la famiglia di origine e si stava quindi stretti stretti. Magari i bambini piccoli dormivano nella stessa stanza dei genitori. 

Il podere, più o meno grande,  di solito  comprendeva una piccola stalla di bovini (buoi, vacche da latte, vitelli), 10-12 o anche meno, il porcile con una scrofa e i piccoli (siccome non tutti avevano il verro, la scrofa si portava a far coprire dal vicino e poi  non partoriva mica i 10 -12 suinetti come le scrofe di oggi), c'era anche il pollaio o semplicemente un'aia dove gli avicoli razzolavano, tenendola così libera dalle erbacce (ma sporca di qualcos'altro), c'erano inoltre piccioni, conigli, arnie di api. Non si buttava via niente, tutti gli scarti venivano utilizzati, gli scarti di cibo per gli animali, la paglia dei cereali coltivati per lettiera prima e come concime poi, legna secca e non, carta ecc. come combustibile per la stufa. Il porcile era in muratura, col pavimento in mattoni, con un po' di paglia o i tutoli del granturco all'interno, che facevano da giaciglio, passatempo, alimento. Quando il maiale veniva macellato tutto veniva usato, si dice che del maiale non si butta via niente e da questa tradizione  sono nati tutti i prodotti della salumeria nazionale, ed emiliana in particolare, e i prodotti ricavati da uno o due maiali bastavano per una famiglia per tutto l'anno. 

I bovini da cui si ottenevano principalmente latte e letame e lavoro, si macellavano a fine carriera, anche a 15-20 anni,  da questa necessità nacquero i macelli pubblici, per venire incontro all'esigenza di dare un servizio alla collettività, smaltendo in ambito locale le parti dell'animale. Non c'erano frigoriferi e congelatori come ora.
Quasi tutti gli alimenti  erano prodotti nella fattoria per la sua sussistenza, il surplus portato al mercato. Il ricavato serviva per acquistare quello che non si produceva nell'azienda e poco altro: tele di tessuto o vestiti confezionati dal sarto locale, qualche paio di scarpe (mio padre, classe 1928, raccontava sempre che da bambino, all'arrivo della primavera, si "buttavano" via le scarpe nel senso che si andava in giro scalzi), qualche quaderno, penne, pennini e inchiostro per i bambini che andavano a scuola, pentole e stoviglie, lampade e lampadine, qualche mobile costruito dall'artigiano locale.

Nella casa di campagna tutti avevano qualcosa da fare: coltivare la terra e accudire gli animali, cucinare, pulire, lavare, fare la maglia, cucire e rammendare, accudire gli anziani, crescere ed educare i bambini, fare piccole riparazioni, andare al mercato a scambiare prodotti. Credo che il lavoro potesse anche essere faticoso, ma il clima in cui si viveva era di affetto e rispetto reciproco, per tutti.

Ho preso in considerazione la famiglia di agricoltori proprietaria del suo fondo. Ovviamente la situazione, per molti non era così. C'era la mezzadria o il lavoro come bracciante agricolo, nel terreno altrui. I grossi proprietari terrieri avevano nei loro fondi diverse abitazioni per le famiglie degli operai, magari ognuna con la sua piccola stalla e la possibilità di tenere altri animali. Credo che per molti di quegli operai stipendiati o braccianti a ore o a giornata o per i mezzadri, lavorare una terra che non è la tua non potendo godere pienamente dei suoi frutti, non porti ad amare il lavoro della terra, ma poteva essere addirittura anche umiliante.
Forse nel primo caso che ho descritto, ho disegnato un quadretto idilliaco, probabilmente molti agricoltori hanno desiderato di lasciare questa attività faticosa e troppo incerta a quei tempi: bastava un anno di magra, siccità, tempeste e altre avversità atmosferiche per portare la carestia e miseria. Ma anche qualora le cose fossero andate  bene di certo l'uomo coltivava anche il suo egoismo, l'avidità e la spinta ad avere sempre di più facendo la minore fatica possibile, senza vedere le conseguenze per il genere umano e per il pianeta di quello che di lì a pochi decenni sarebbe successo.

Lo sviluppo della tecnologia e la scoperta ed il sempre maggior utilizzo di nuove fonti energetiche ha contribuito all'opera. Le macchine in campagna hanno sostituito quasi completamente l'uomo. Non c'era allora più bisogno di manodopera in campagna con conseguente trasferimento in massa in città di parecchi contadini  e, tra l'altro,  questo è stato vissuto come un affrancamento dell'uomo dalla fatica. Ad esempio i
 miei nonni emiliani erano braccianti, avevano tre figli, di cui i due maschi, tra cui mio padre, si trasferirono a vivere e lavorare in città, mentre la femmina rimase in campagna, sposa di un agricoltore con un bel podere che, nel tempo, acquistò anche le macchine per lavorarlo.

E allora via allo spopolamento delle campagne!

Andare a vivere in città sembrava un elevamento del proprio stato sociale: non più mani screpolate, arrossate ed indurite dal freddo, dal bagnato, dall'uso di utensili pesanti, non più visi arrossati o rugosi per il troppo sole o il troppo vento, non più schiene doloranti per aver trasportato carichi pesanti (mio padre, giovane operaio bracciante prima di trasferirsi a Roma, raccontava dei sacchi di grano o farina da 50 chili che gli avevano ridotto la schiena come quella di un vecchio), in cambio si ottenevano  pelli lisce, vestiti eleganti, creme e profumi, scarpe strette, mica come quelle del contadino (scarpe grosse e cervello fino)! Mi ricordo che mio padre e mia madre, novelli cittadini, nei primi anni '50, dopo 10 anni in città  soffrivano entrambi di dolorosi calli ai piedi per cui usavano mettervi sopra delle gommmine bucate per distanziarli dalle scarpe.

Però c'era la lavatrice, per lavare le lenzuola tutte le settimane (chissà ogni quanto venivano lavate in genere quando l'operazione doveva essere fatta al lavatoio o al fiume), il frigorifero dove si poteva conservare tutto quel "ben di Dio" che cominciava ad apparire nei negozi (magari un formaggio francese o un salame calabrese), l'automobile nel garage per andare al lavoro, ai giardini alla domenica, in trattoria, alla scampagnata fuori porta, o, nel mese di ferie per  magari tornare in quel paese tanto bello che si era lasciato con tante aspettative per il futuro.


Non sarebbe il caso, con il senno di poi ed avendo presenti pregi e difetti di un progresso incontrollato, che si è verificato senza ritegno, senza considerare le conseguenze per l'ambiente e per il tessuto sociale (famiglie sempre più piccole, abbandono degli anziani, delega alla crescita dei nostri propri figli, isolamento di chi non riesce a trovare una collocazione familiare), di fare un po' marcia indietro, ridando valore a ciò che lo ha veramente?


Caterina Regazzi - Medico Veterinario


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Di questo e simili temi se ne parlerà durante la Festa dei Precursori 2013 che si tiene al Circolo Vegetariano VV.TT. di Treia dal 25 al 28 aprile 2013 - Programma di massima: 

domenica 17 febbraio 2013

Vignola (Mo) - Preparazione Incontro Collettivo Ecologista 2013


Madre Terra di Carlo Monopoli

Cari amici, stiamo preparando il programma della Tavola Rotonda su bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità della natura che si terrà il 22 giugno 2013 pomeriggio nella città di Vignola (Mo), in collaborazione di Agribio E.R. e con il patrocinio morale del comune, in una sede istituzionale. La T.R. sancisce l'inizio dell'Incontro Collettivo Ecologista di quest'anno che si svolgerà  sempre a Vignola anche il giorno seguente (23 giugno) nell'azienda agricola di Maria Miani (La Bifolca). Per poter sottoporre al comune di Vignola un programma un po' definito siamo qui a chiedervi se possiamo prevedere la vostra partecipazione alla tavola rotonda con una testimonianza sul tema trattato. Gli interventi previsti sono brevi, ci sarà anche l'accompagnamento di poesie e musiche bioregionali... la sera è prevista una cenetta all'aperto con pizze e pizzette cotte al forno al legna. Insomma l'atmosfera è conviviale. Chi vorrà pernottare nel terreno di Maria sarà meglio che venga munito di tenda. 

Paolo D'Arpini - Referente P.R. Rete Bioregionale Italiana
bioregionalismo.treia@gmail.com 


Bozza di programma dell'incontro (esclusa la Tavola Rotonda che è ancora in preparazione): http://www.circolovegetarianocalcata.it/2013/01/07/premesse-per-l%E2%80%99incontro-collettivo-ecologista-del-22-e-23-giugno-2013/