giovedì 21 agosto 2014

Miracolo vitale - Muschi ibernati da centinaia di anni tornano in vita e si riproducono




Muschi ibernati per 400 anni in Canada tornano in vita. Sarebbero rimasti sepolti per tutti questi secoli, ma sono rimasti in vita e si sono anche riprodotti. La stupefacente scoperta porta la firma di Catherine La Farge, esperta di botanica della Università di Alberta.

Non è una pianta qualunque, ma si tratta di alcune specie di briofite, in particolare tipo di muschio privo di tessuto vascolare, fra i primi gruppi di piante ad essersi adattato alla vita sulla terraferma. Durante la sua esplorazione della zona attorno al ghiacciaio Teardrop, nell'Artico canadese in prossimità dell'Isola Ellesmere, la ricercatrice Catherine La Farge ha notato le piante prima nascoste sotto al ghiaccio del Polo Nord. In totale le piante sono 7 e appartengono alle specie più disparate che vanno dai muschi alla famiglia delle epatiche. Sorprendentemente, queste ardite briofite sono state fatte rifiorire in laboratorio e non hanno avuto bisogno di cure speciali per rigenerarsi. Per questa loro grande resistenza, esse potrebbero essere candidate a colonizzare ambienti estremi, anche nello spazio.

RIROVAMENTO PER L'ARRETRAMENTO GHIACCI - Durante la piccola era glaciale, che si è verificata tra il 16° e 19° secolo, gli imponenti ghiacciai coprivano varie regioni nell'emisfero settentrionale. Essi hanno poi cominciato a ritirarsi lentamente durante tutto il 20° secolo, e il tasso di fusione del ghiaccio è bruscamente accelerato dal 2004. È accaduto così che quest'arretramento dei ghiacci sul Teardrop ha portato alla luce gli steli e le foglie di briofite. Ora, l'attento esame della ricercatrice ha rivelato un sorprendente risveglio delle piante a lungo sopite. La Farge ha così ribaltato un'ipotesi di lunga data secondo cui tutte le piante rimaste 'scoperte' a causa del ritiro dei ghiacciai polari erano morte. La sfida dei ricercatori era quella di testare la capacità delle piante di rinascere.

ESAME AL RADIOCARBONIO - Utilizzando la datazione al radiocarbonio, le piante in oggetto hanno reso nota la loro l'età. Esse sono rimaste ibernate nei ghiacci dai tempi della Piccola Era Glaciale che comprende un lasso di tempo che va dal 1550 al 1850. Questo particolare tipo di muschio è privo di tessuto vascolare e ha potuto così conservarsi per tanto tempo nascosti tra i ghiacci. In sostanza, le briofite possono rimanere dormienti per molti anni (per esempio, nei deserti) e poi vengono riattivate, ma nessuno si aspettava che fossero ancora giovani dopo quasi 400 anni sotto un ghiacciaio. Ogni cellula di briofita può riprogrammare se stessa per avviare lo sviluppo di una nuova pianta. Le briofite sono molto più resistenti del previsto e potrebbero interferire positivamente anche sulla conservazione degli ecosistemi polari.

Mauro Meloni  (Meteo Giornale)

mercoledì 20 agosto 2014

Treia - Perlustrazione ambientale e culturale del 19 agosto 2014



Treia - Martedì 19 agosto 2014 con Paolo abbiamo pensato di fare una passeggiata di "documentazione" di alcuni scorci di Treia interessanti. 

Infatti il giorno precedente volevamo aggiungere al resoconto una foto del monumento al Donatore di Sangue, ma anche su internet non ne avevamo trovata neppure una. Così abbiamo fatto uno dei nostri soliti percorsi, incontrando il monumento. 

Proseguendo  verso un bell'orto un po' selvaggio, una
deliziosa casetta che pare quasi sempre vuota, ma abbastanza ben tenuta, un bel panorama in mezzo ad alberi di fico che promettono solo modesti raccolti quest'anno, l'ex campo da bocce ormai completamente scomparso sotto alle erbe e senza più nessun accenno di bordo e neanche la panca o le sedie su cui gli eventuali spettatori si potevano sedere.  
Avevamo fatto una partita proprio lì un paio di anni fa; allora era ancora praticabile, anche se non perfettamente in piano. 

Poi, a seguire, un vecchio campo da tennis, ora utilizzato da
ragazzini per una specie di calcetto e finalmente, la strada. 


Stavamo ormai rientrando al centro del paese dentro alle mura quando abbiamo incontrato un amico e compagno di diatribe politiche dell'ultima campagna elettorale e anche compagno dell'Associazione, voluta e fondata da Alberto Meriggi, "Adesso Treia" (o "Treia adesso"? non me lo ricordo più). Anche lui si chiama Alberto, Spurio Pompili. Spurio è
un cognome molto diffuso qui a Treia, anche mia nonna Annetta si chiamava così e così pure ovviamente, i suoi fratelli e sorelle, di cui alcuni li ho conosciuti. Lui è mezzo marchigiano e mezzo toscano, la parlata decisamente toscana ed anche a me pare, il modo di fare. 


Ci ha raccontato che durante l'ultima Disfida del Bracciale ha allestito una mostra (oltre ad aver partecipato alla sfilata in costume del quartiere dell'Onglavina, vittoriosa per la quarta volta consecutiva).

In men che non si dica è corso a casa a prendere le chiavi del locale, la Rotonda, dove erano ancora disposti come in quei giorni, gli oggetti, anche se mancava l'illuminazione. 


Ci siamo ritrovati lì e ce l'ha fatta visitare. Leggiamo le parole che ha scritto per descriverla: "1994-2014 ex scenae artibus. OGGETTI e MANUFATTI CREATI in PROGETTI di FORMAZIONE PROFESSIONALE e PRODUZIONI TEATRALI e di EVENTI TRADIZIONALI STORICI. OMAGGIO A TREIA. L'allestimento è ospitato nella "Rotonda" del Valadier, nel mezzo di un percorso che dal Teatro,
attraversa la Chiesa del Suffragio, passa dalla chiesa di  San Francesco fino a giungere a quelle di  Santa Chiara e San Michele, attraversando tutta l'Onglavina."


Tutte queste tappe erano espresse e rappresentate da vari manufatti, realizzati con materiali diversi: statue di umani vivi o deceduti e leoni in polistirolo, scalinate in rami di acacia, un sole fatto con un pane e delle spighe piantate come raggi, casette in raku ed altre cose tutte molto particolari.

Mi ha fatto piacere sapere che in Treia si sta aprendo la possibilità di presentare nuove forme d'arte e l'arte in genere e che ci siano persone come Alberto che si impegnano e che donano il loro estro e la loro sensibilità a questo paese a me così caro.


Caterina Regazzi





Reportage fotografico in ordine cronologico:


Treia - Serbatoio dell'acqua potabile



Treia - Monumento al donatore di sangue



Treia - Paolo D'Arpini sotto ai giardinetti di San Marco



Treia - Porta Palestro




Treia - Casetta di campagna nei pressi di Porta Palestro



Treia - Orto urbano vicino al campo di bocce



Treia - Campo di bocce irriconoscibile



Treia - Campo da tennis o  da calcetto



Treia - Bottega di ricamo  all'Onglavina



Treia - Androne architettonico all'Onglavina



Treia - Chiesa di San Francesco




Treia - Cortile interno vicino alla Rotonda




Treia - Alberto Spurio Pompili  alla Rotonda



Treia - Particolare della mostra  alla Rotonda


martedì 19 agosto 2014

Treia, agosto 2014 - Cronache di una vacanzetta agostana



.... continua la vacanza treiese. Lunedì pomeriggio, dopo il riposino pomeridiano e un po' di lavoro al pc da parte di Paolo e un po' di bighellonare da parte mia e qualche lettura interessante (la Biologia delle Credenze di Bruce Lipton), siamo andati a fare il classico giro delle mura. Abbiamo controllato lo stato di maturazione dei frutti di alcune belle piante di capperi, di cui attendiamo che siano pronti i semi per provare a propagarli anche sul muro del nostro orto.  Ci vorrà ancora del tempo, forse un mesetto. 



Mentre eravamo seduti alla solita panchina vicino al piccolo monumento al donatore di sangue,  chiacchierando delle cose della vita, ci si è avvicinato un personaggio dall'aspetto per me familiare. Non mi sono dovuta lambiccare tanto il cervello, perché, molto gentilmente, si è presentato: 


Oriano Costantini, treiese doc, circa la mia età, col quale abbiamo ricordato un po' i tempi della nostra gioventù, le persone che frequentavamo, di cui, alcune si sono trasferite e non se ne è saputo più nulla, altre sono morte, altre ancora ci sono, come noi. Ci ha raccontato anche alcune cose della compagnia teatrale di Fabio
Macedoni, che aveva messo in scena la commedia dialettale "Basta che voti" (recensione qui: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2014/02/treia-basta-che-voti-ultima-replica.html), che Paolo aveva visto, al teatro comunale di Treia,



accompagnato da mia cugina Valeria. 

Ci ha raccontato anche di come era fatta l'arena per il gioco del pallone col bracciale, poi in parte demolita, per farne il grande parcheggio (anche se viene ancora usato per il gioco) che esiste attualmente. Andremo da Nazzareno Crispiani, il fotografo e "raccoglitore di vecchie foto d Treia e dintorni, per vedere se ha qualche scatto della vecchia arena.


Martedì, 19 agosto 2014,  mattina,  Paolo mi ha svegliato un po' tardi, quasi le 8 e mezza, così sono rimasta un po' imbambolata. Dopo la colazione, al solito baretto in piazza, un giro al mercato settimanale per qualche spesuccia: mutande per Paolo e una piastra di ghisa spargifiamma. Volevo prendere anche qualche pianta di cavolo da piantare nell'orto, ma al momento è talmente invaso da finocchio selvatico, 


che preferiamo aspettare l'arrivo di qualche amico volenteroso (Maria?) che ci dia una mano a fare un po' di largo oltre che a raccogliere i fiori  ed i semi del finocchio stesso, da seccare (per l'inverno).

Strada facendo abbiamo incontrato Valeria, la cara cugina, con cui ci siamo intrattenuti a parlare di salute, vacanze e altre amenità. Le abbiamo raccontato dell'incontro del giorno precedente così, lei e Paolo, hanno ricordato la serata trascorsa assieme al Teatro di Treia, alla rappresentazione della commedia. 
Abbiamo poi guardato con tristezza e preoccupazione il container allestito al posto dell'ufficio postale danneggiato da un tentativo di rapina occorso già da un paio di mesi e che ci pareva chiuso. 



Paolo si è di colpo rabbuiato, preoccupato dal fatto di dover andare chissà dove a ritirare la sua pensioncina; poi però ci siamo avvicinati e abbiamo chiesto ad una signora che sostava fuori del casotto (rivelatasi poi la direttrice), che ci ha assicurato che tutto funziona perfettamente (sia pur in un locale molto ridotto). Meno male!

Dopo ancora qualche parola e scambio di opinioni abbiamo lasciato Valeria davanti alla bottega del parrucchiere Maurizio (non posso non raccontare che era la mia passione quando avevo 10 anni, a quante sue partite di ping pong ho assistito al circolo dei preti qui vicino a casa, nella piazzetta).



Poco più avanti c'è il negozio della verduraia. La commessa, Nadia, oggi era di buon umore. Abbiamo comprato un po' di cicoria, banane, limoni e insalata e poi a casa a preparare! Ah! Abbiamo anche ricevuto un sms da Lorella, che venerdì ci raggiungerà per stare con noi un paio di giorni e venire con noi alla passeggiata di Santa Sperandia (vedi programma: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2014/05/treia-dal-22-al-24-agosto-2014-tre.html).
Bene!

Caterina Regazzi

 Caterina nell'orto di Treia

lunedì 18 agosto 2014

Treia, cronache di una vacanza agostana (che continua)



Il 18 agosto 2014, dopo la colazione di rito al baretto di Giovanna, le nostre amiche Ilaria, Luisa e Tania sono partite, con una piccola provvista di miele, dolcetti, mele, pesche...  e i nostri libri: 

Riciclaggio della memoria

Vita senza tempo


Ma andiamo per ordine, da dove eravamo rimasti nei racconti dei giorni scorsi..... 

Il 17 agosto, dopo la splendida caprese di Paolo, da tutti gustata, io e Luisa siamo andate a fare il riposino, Paolo al computer a fare il Giornaletto, Ilaria e Tania a chiacchierare. Avevamo già preso appuntamento con Renzo Giuliodori, il nostro fornitore di miele di Treia, già da anni, così verso le 18 e 30, ci siamo accalcati nella Golf e siamo partiti per le contrade di Piangiano e Bibbiano. Giù e su per le belle colline treiesi, fino alla stradina bianca, una delle poche sopravvissute, in cima alla quale c'è la casa e il laboratorio del signor Renzo, l'apicultore,  che è arrivato pochi minuti dopo di noi. 


Siamo entrati nel laboratorio, ci ha fatto assaggiare il miele appena prodotto e quindi ancora liquido e dopo alcune spiegazioni sulla cristallizzazione, abbiamo fatto provviste. Quest'anno purtroppo niente miele di acacia, ma solo millefiori e di melata.

La sera a casa, cena introdotta da una specialità inventata da Luisa: "aperitivo vegetale", un brodino fatto in pochi minuti bollendo carota, cipolla e pomodoro, con poco sale e, dopo averlo spento da alcuni minuti, tolte le verdure, una bella spruzzata di limone. Il resto della cena a basa di una bella insalatona fatta anche con le erbe dell'orto ed i pomodori di Tommaso, frittata alla cipolla e yogurth e per finire in bellezza, visto che non avevamo né dolcetti, né biscottini, un po' di pane e miele. C'era chi sognava di aggiungerci il burro, chi la panna, chi le mandorle tritate.....

Dopo cena abbiamo fatto arrivare le undici tra confidenze femminili, mentre Paolo completava il Giornaletto di Saul.

Lunedì mattina ultima colazione al bar tutti insieme. La giornata era splendida, neanche una nuvola in cielo e l'azzurro era intenso come raramente si vede. 
Spedizione al forno del corso per acquistare qualche dolcetto e qualche calcione (dolce locale a base di ricotta e pecorino).


Sosta in piazza dove abbiamo incontrato Dumì che è stato presentato alle ragazze. Paolo ha approfittato per comunicargli che ha intenzione di organizzare un incontro al Comune a fine ottobre, chiedendogli la sua disponibilità a partecipare con i suoi quadri. Lui come sempre, si è dimostrato disponibile. 

Scendendo verso casa ho approfittato poi per immortale con qualche scatto la bottega di Dumì, il circolo fotografico di Nazzareno e la bottega della nostra verduraia di fiducia.





I saluti con le amiche sono stati pieni di gioia e affetto, certi di averci reciprocamente nel cuore e speranzosi di rivederci quando si potrà.
La vacanza è cominciata nel migliore dei modi!

Caterina Regazzi

domenica 17 agosto 2014

“Vivere bene, entro i limiti del pianeta” - Un approccio sistemico nel rapporto Ambiente - Salute - Benessere



Una visione sistemica più ampia gioverebbe anche ai sistemi sanitari nell’attuazione delle politiche di prevenzione

Il rapporto “Environment, health and wellbeing: a systemic approach” (EHWB) raccoglie gli atti del seminario tenutosi presso l’Agenzia europea dell'ambiente (EEA) il 12 febbraio di quest'anno a Copenhagen, quando si sono riuniti studiosi, esperti e responsabili politici per indagare i nessi, appunto, fra ambiente, salute e benessere. Molti dei partecipanti si sono detti a favore di un nuovo modo di fare ricerca che favorisca una visione sistemica dei rapporti intercorrenti fra ambiente, salute e benessere poiché questi temi interagiscono in modo complesso con una serie di costi e benefici per la società.

Questo per superare definitivamente un certo tipo di concezione secondo cui le questioni ambientali dovevano essere affrontate come problemi isolati, con una chiara relazione causa ed effetto; per esempio, se un lago era inquinato, il problema era causato da una singola sorgente puntiforme di inquinamento, mentre oggi invece siamo sempre più coscienti che l'inquinamento nel lago è il risultato di complesse reazioni chimiche in atmosfera tra i diversi inquinanti e sostanze.

Parte della ragione per cui le cose sembrano più articolate risiede non solo nel fatto che si abbia una migliore comprensione dei sistemi complessi del mondo, ma anche nel fatto che la globalizzazione ha accelerato i problemi ambientali globali - il cambiamento climatico ne è un esempio lampante.

La politica comunque è sempre più attenta a questi legami, infatti l’Unione europea nel suo 7 ° programma d'azione ambientale,“Vivere bene, entro i limiti del pianeta”, che stabilisce le priorità fino a 2020, ha messo al centro del proprio interesse il miglioramento dello stato dell’ambiente al fine di trarne vantaggi per la salute e il benessere.

Dell’affermarsi di questa nuova visione interdisciplinare potrebbe anche avvantaggiarsi il sistema sanitario che potrebbe concentrarsi maggiormente sulla prevenzione primaria, agendo sugli stili di vita che possono aumentare il rischio di cancro (per es. ridurre l'esposizione a sostanze chimiche), piuttosto che sulla cura della malattia.

Un altro intervento in tema di politica sanitaria preventiva potrebbe essere quello di creare riserve naturali. Mentre i benefici per la biodiversità sono ben noti, vi è un crescente riconoscimento da parte del mondo scientifico del fatto che il poter godere dell’ambiente naturale sia in grado di migliorare sia la salute fisica che psicologica.

L'accesso allo spazio verde in città è stato collegato a vite più lunghe e più sane nelle persone anziane, e a significativi progressi nei primi anni di sviluppo. Tali benefici potrebbero anche innescare un ciclo virtuoso perché altri studi suggeriscono che chi è in buona salute ha maggiori possibilità di prendersi cura dell'ambiente.

venerdì 15 agosto 2014

Celebrazione bioregionale della natura e consapevolezza


Momenti di celebrazione durante un incontro collettivo ecologista

Concederci momenti di pausa e di celebrazione ci consente di notare tutti i piccoli passi, i piccoli successi che abbiamo ottenuto. Ci consente di notare anche gli insuccessi, importanti anche quelli per imparare dagli errori e per riprendere il cammino con maggiore consapevolezza.


In generale è molto importante avere momenti di apprezzamento reciproco indipendentemente dai risultati ottenuti, per mantenere la giusta dose di soddisfazione ed entusiasmo. 

Chris Johnstone paragona l’attivismo sostenibile all’agricoltura sostenibile. Per avere un agricoltura sostenibile dobbiamo nutrire il suolo in modo da avere un
buon raccolto senza utilizzare sostanze chimiche, nello stesso modo per avere un attivismo sostenibile dobbiamo continuamente nutrire l’entusiasmo delle persone per portare avanti i nostri progetti.


Possiamo celebrare anche da soli i passi compiuti, ma se lo facciamo in gruppo è molto meglio. L’energia, la gioia e l’entusiasmo si amplificano e si moltiplicano.

Sinergi Natura

giovedì 14 agosto 2014

Relazione ecologica bioregionale fra uomo ed animale




Anni fa, quando incontravo classi di alunni delle scuole elementari
per parlare di animali domestici ero solita incominciare
“classificando” gli animali domestici in animali da reddito ed animali
da affezione e sul diverso “uso” che si fa, noi umani, di queste due
categorie di animali, dato che sempre di “uso” si tratta.

Nei loro riguardi si può facilmente notare il diverso atteggiamento
dell’uomo di oggi: gli animali d'affezione o pets spesso sono
considerati e trattati come veri e propri membri della famiglia,
quando non sono sostituti di figli, amici o compagni non avuti o forse
non abbastanza amati. Vivono all'interno delle nostre case, sono
oggetto di cure, premure ed attenzioni come forse a volte non ce
l'hanno nemmeno i nostri anziani, rispettati ed amati nelle culture
arcaiche e spesso oggi dimenticati. A seguito di questa nuova
“sensibilità” collettiva sono state emanate disposizioni che tutelano
il loro benessere ed, in un clima di “animalismo” dirompente,
aumentano le segnalazioni di “maltrattamento”.

Al contrario, gli animali da reddito, vengono comunemente considerati
e trattati dai loro proprietari come delle macchine, che per produrre
hanno bisogno di un carburante, l’alimento, di strutture,
l’allevamento e che devono fornire un reddito adeguato, da cui la
diffusione dell’allevamento intensivo. .Il consumatore, spesso e
volentieri, è completamente indifferente a questo stato di cose, anche
per una scarsa conoscenza dei sistemi di vita di questi animali. Parlo
per la realtà in cui vivo ed opero, una zona ad ancora elevata
produzione di alimenti di origine animale.

Durante i miei studi universitari di veterinaria, parecchio tempo fa,
si cominciavano ad insegnare in zootecnia le tecniche dell’allevamento
intensivo, le strutture, le attrezzature, le condizioni, i tempi, le
diverse tipologie, a seconda della specie e dell’attitudine degli
animali allevati, come se l’unico sistema o almeno il migliore, fosse
questo: ho superato esami di zootecnia e di tecnica mangimistica in
cui l’allevamento rurale non era neanche contemplato (ed in effetti,
per questo sistema non c'è bisogno di particolare preparazione e
studio).

Gli animali negli allevamenti intensivi sono tenuti costantemente
confinati se non addirittura al chiuso per tutta la loro vita. Per
molti di essi (suini, pollame) l’unico momento in cui vedono la luce
del sole è l’uscita dall’allevamento per il macello.

Ma dall’altra parte, c’è ancora una moltitudine di operatori, che di
questo lavoro vivono, anche se con profitti molto più modesti degli
anni ’70-’80, quando ci fu il boom della fettina ogni giorno. Il
consumo di prodotti di origine animale ed in particolare della carne,
diventò una specie di status symbol prima e poi un’abitudine
inveterata, con conseguente maggiore richiesta e necessità di
aumentare le produzioni e la competitività tra le aziende. La
globalizzazione dei mercati poi ha coinvolto anche questo settore
produttivo ed il commercio degli animali vivi e dei prodotti di
origine animale si è allargato a paesi europei ed extra europei, sia
in entrata che in uscita e così quello di tutte le merci che ci
ruotano attorno, principalmente mangimi.

I prezzi dei prodotti non sono aumentati come quelli di altri beni di
consumo e quindi per mantenere le aziende in attivo si è dovuto
ricorrere ad un aumento dello sfruttamento degli animali. Sappiamo
ormai tutti che gran parte delle terre coltivate mondiali sono
occupate da coltivazioni di cereali e soia per l'alimentazione del
bestiame a scapito di colture che potrebbero alimentare direttamente
gli esseri umani , con la distruzione di foreste che potrebbero
contribuire a risanare l'atmosfera del globo.

Sembra che la riconversione di queste attività verso modelli più
sostenibili dal punto di vista ecologico e del benessere animale, sia
improponibile economicamente o forse solo culturalmente e si può anche
capire che persone che hanno investito tutte le loro risorse,
competenze, e aspettative per un futuro economicamente tranquillo per
loro e magari anche per i loro figli, non siano favorevoli a buttare
tutto al macero e ricominciare riavvicinandosi ai vecchi sistemi, con
una nuova consapevolezza.

Questa consapevolezza tarda a diffondersi in certi settori e strati
culturali . Inoltre ci sono tradizioni gastronomiche e culinarie che
sono il simbolo di certe regioni e che una gran parte della
popolazione tiene a mantenere ed anzi a consolidare e, nell'ambito
commerciale, ad esportare, se possibile. E quindi, se in Italia in
generale diminuisce il consumo degli alimenti di origine animale , si
cercano nuovi mercati e si cerca di “sfondare” in paesi come la
Russia, gli Stati Uniti e tanti altri. Con le difficoltà burocratiche
e le incertezze dei mercati che la cosa comporta.

A mio modesto avviso, fisiologicamente non abbiamo necessità di un
consumo di tante proteine di origine animale, eventualmente solo di
un'integrazione, anche a seconda dell'età e del tipo di attività
fisica lavorativa che si svolge.

Sono convinta che l’agricoltura ha solo da avvantaggiarsi del concime
animale, e della presenza fisica dell'animale sui terreni, magari a
rotazione, ma non della quantità di letame e liquami che attualmente
vengono prodotti, inquinando sempre più le falde acquifere e
l’atmosfera o, in alternativa, comportando un costo esorbitante per lo
smaltimento, con depuratori che raramente funzionano secondo le
ottimistiche previsioni con cui furono costruiti.

Da parte di alcune frange di consumatori, si sta creando attorno
all’allevamento intensivo un movimento di opinione, che punta il dito
sulla sofferenza che questo ingenera in esseri viventi che condividono
con noi questo passaggio sulla nostra bella e martoriata Madre Terra e
sui danni di natura ecologica da esso causati.

Si stanno infatti diffondendo un vegetarismo e un veganesimo per
motivi etici, per evitare in assoluto la sofferenza che deriva dal
cosiddetto “sfruttamento” che sarebbe insito nell'appropriarsi di
qualsiasi prodotto animale.

Io sono invece per un riequilibrio (ovvio che questo concetto è
soggettivo), sono per un ritorno ai consumi che c'erano fino agli anni
'50 del secolo scorso, prima dell’avvento dell’allevamento
industriale, in una simbiosi mutualistica fra uomo e animale: l'uomo
può offrire protezione e qualche piccola quantità di alimento
supplementare all'animale, prendendo in cambio una piccola quota di
prodotto e questo tipo di rapporto potrebbe valere anche per gli
animali da compagnia, che dovrebbero essere lasciati liberi di vivere
in maniera più naturale, ed, in questo sistema, potrebbero anche loro
svolgere ancora compiti di una qualche utilità e non solo stare seduti
sui nostri salotti come oggi avviene in massima parte.

Il tutto poi va visto in un'ottica di riduzione dei consumi e di
abolizione degli sprechi, imparando ad accontentarci di quel che ci è
necessario senza rincorrere beni superflui, riscoprendo la solidarietà
verso tutti gli esseri viventi, umani e non, e riappropriandoci delle
nostre innate ma dimenticate capacità di sopravvivenza, pensando al
futuro nostro e del pianeta.

Caterina Regazzi
Referente Rapporto Uomo Animali della Rete Bioregionale Italiana