giovedì 7 gennaio 2016

FRAME - Nuovo progetto europeo per il riutilizzo delle acque reflue



L'Istituto Superiore di Sanità e l'Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR insieme in uno dei progetti pilota della UE, nati nell’ambito della Water Joint Programming Initiative

Il progetto europeo FRAME, “A novel FRamework to Assess and Manage contaminants of Emerging concern in indirect potable reuse”, nato nell’ambito della Water Joint Programming Initiative - Water challenges for a changing world - rappresenta il riferimento per gestire nuove strategie di riduzione dell'impatto di inquinanti emergenti e agenti patogeni che deriva dal riutilizzo di acque reflue trattate di origine domestica.

Gli inquinanti emergenti sono rappresentati, ad esempio, da residui di antibiotici, farmaci, cosmetici, prodotti chimici utilizzati per l’igiene personale che, insieme ad agenti patogeni quali batteri resistenti agli antibiotici o virus, vengono solo parzialmente rimossi dagli impianti convenzionali di trattamento delle acque reflue.

L’obiettivo del progetto, a cui lavorano ricercatori sostenuti finanziariamente dagli Istituti di ricerca di 4 Paesi europei (Germania, Italia, Francia e Norvegia), è quello di garantire una quantità sufficiente di acqua potabile sicura, migliorando così il livello di protezione della salute dell’uomo e dell’ambiente.

Il progetto si propone di aumentare le risorse di acqua potabile attraverso “ravvenamento” di falde (deviando cioè artificialmente le acque di un fiume sul terreno sopra la falda), una metodologia emergente in Europa definita anche come "riutilizzo potabile indiretto".

Molti i punti presi in considerazione dagli esperti in materia di riuso di acque reflue trattate, e tra questi l’efficienza dei diversi processi di trattamento nella rimozione di contaminanti emergenti; l’inattivazione dei virus e altri agenti patogeni; la rimozione di batteri resistenti agli antibiotici; la rilevazione degli effetti causati da specifici agenti inquinanti e da miscele di sostanze inquinanti; la stima della riduzione dei rischi ambientali e per la salute umana; l’analisi dei costi e dei benefici non monetari e i potenziali svantaggi delle diverse strategie di trattamento.

Nell’ambito del progetto si stanno sperimentando diverse combinazioni di trattamenti, la cui efficacia globale, che verrà testata e validata in impianti reali di trattamento e ravvenamento in Germania e in Spagna, andrà a influenzare lo sviluppo delle normative europee e nazionali in materia.


(Fonte: Arpat)

mercoledì 6 gennaio 2016

Le piante fonte di vita sul pianeta...


Credo sia importante rendersi conto che oggi in Europa dovremmo considerare l'agricoltura assolutamente morta. Finita. Nel giro di un paio di generazioni abbiamo assistito ad un'autentica "deportazione'' di massa: la popolazione agricola in Italia, per esempio, è passata dal 70% degli anni del dopoguerra al 3% di oggi e la popolazione rurale dal 90% allo 0%. 
Oggi, infatti, non si può più parlare di vita né di società né di cultura rurale. Chi vive in campagna non è ''rurale" ma dipende completamente dalla cultura urbana e metropolitana. 
La megamacchina della megalopoli divora e controlla tutto diffusamente. E dall'altra parte chi ancora lavora nei campi non è più certamente un contadino ma un "addetto agricolo”, una sorta di operaio ibrido e sottopagato generalmente ignorante ed ottuso alle totali dipendenze dell'industria chimica e meccanica che applica nei suoi campi dei protocolli demenziali decisi a migliaia di chilometri dai suoi lunghi senza capirli né discuterli e che serviranno a produrre tonnellate di ''merce" di cui non conosce né lo scopo né l'utilizzo né la destinazione. E nemmeno se saranno distrutte o diventeranno cibo o cos'altro. E' quindi un alienato che né ama né conosce quello che produce. 
La valle degli orti o il mulino bianco sopravvivono solo sullo schermo televisivo o nel nostro immaginario. Non esistono luoghi reali neanche vagamente simili. Questa è oggi la situazione con quel che ne consegue, lasciando le evidenti considerazioni sulle lacerazioni sociali che un tale drastico cambiamento ha portato, vorrei concentrarmi di più sull’aspetto indissolubilmente collegato che riguarda la pianta, il cibo e il nutrimento.
Oggi i pochissimi contadini rimasti sono contadini per scelta chiara e determinata, direi quasi militante. Siano contadini di ritorno o lo siano perché nati sul luogo. Nel mio caso sono un contadino di ritorno. Non sono nato in campagna e non sono figlio di contadini. La genesi della mia scelta si perde però molto indietro, nelle nebbie dell'infanzia o forse ancora prima, chissà. 
Sto parlando quindi di motivazioni che non sono né intellettuali né razionali ma intuitive. L'uomo non può trovare la sua profonda essenza intrappolato fra muri, mattoni, cemento e asfalto. Quello che troverà lì saranno soltanto logoranti palliativi. 
L'uomo ha invece bisogno di cielo, di vento, di neve, di sole, di profumi, terra e piante. Ha bisogno di rapportarsi con la pianta.
La pianta è grande maestra al cui insegnamento l'uomo accede con la sua volontà. Sulla terra è la pianta che sa raccogliere la luce. L'animo umano anela alla luce racchiusa in un involucro di tenebra. Il corpo animale non è ricettivo nei confronti della luce. L'anima e il corpo accedono alla luce grazie alla pianta e questa è la vera essenza del nutrimento. Abbiamo un profondo bisogno di immergerci negli elementi di cui la pianta è interprete e conseguenza per capire noi stessi, prendere coscienza di noi stessi e riconoscere l'amore universale di cui siamo figli. 
La pianta è il ricettore per eccellenza della matrice universale della vita; è lo specchio e l'interprete del macrocosmo che si riproduce nel microcosmo senza soluzione di continuità; è il mezzo per cui ciò che è sopra diventa uguale a ciò che è sotto e che rende uguale e unico il miracolo della vita biologica al miracolo della vita universale. 
Le piante coltivate con il metodo chimico-industriale possono perdere fino all'80% della loro capacità fotosintetica, ossia la loro capacità di catturare la luce e di conseguenza di fissare carbonio e azoto. Di cosa ci nutriamo allora? Cibandoci dei frutti di queste piante perdiamo il gusto e col gusto la gioia di vivere ma soprattutto interrompiamo il flusso che ci lega e ci rende partecipi della vita cosmica e del divino. 
L'uomo non può pensare al proprio futuro, alla propria evoluzione e a quella del pianeta intesa come un essere senziente senza passare dall’Agricoltura. l frutti dell'Agricoltura sono frutti della natura che ha accettato di dialogare con la creatività e il lavoro umano. Ci nutrono materialmente ma soprattutto spiritualmente e senza che i due aspetti si scindano. Alla sostanza fatta di elementi e di luce si unisce il piacere del gusto e della convivialità e la gioia di collegare tutto questo a un paesaggio agrario a cui di buon grado la terra ha accettato di farsi modellare. La terra accetta, anzi desidera l'Agricoltura perché ne esce anch'essa spiritualmente migliorata. 
La natura selvaggia ha i suoi tempi e i suoi modi che appartengono ad un'epoca evolutiva che non è più quella di oggi. La collaborazione e il dialogo tra la natura e la creatività, il cuore umano mediato anche dall'intelligenza, migliora e ingentilisce la terra che non può che gioirne. Una buona Agricoltura è come una musica portatrice di armonia, melodia e acustica. Non può che essere una buona alleanza fra la natura e l'uomo tra l'uomo c il suo pianeta. Un'alleanza d'amore vicendevole e profondo. L'abbandono del territorio che abbiamo sono gli occhi in tutte le zone cosiddette "marginali" o la sua devastazione e cementificazione nelle zone cosiddette sviluppate creano invece squallore, disarmonia e cacofonia di cui risente la terra e pure la nostra salute fisica e psichica.
Tutto questo ha a che fare con la libertà. Questo grandioso incontro tra l'uomo c il suo pianeta, che si chiama Agricoltura deve essere un incontro tra liberi. Non si può imbrigliare la terra con un'agricoltura arrogante, come non si può con l'arroganza imbrigliare l'uomo. 
E qui è "cascato l'asino": arroganza figlia della supponenza, figlia a mio parere di un disastro iniziato l0.000 anni fa chiamato patriarcato. In natura contrariamente a ciò che ci hanno insegnato, non c'è prevaricazione. 
Non c'è la lotta in cui vince il più forte e soccombe il più debole. È un flusso unico di collaborazione e cooperazione. Tutto si aiuta a crescere in un unico canto di gioia di vivere. Da bambini lo sappiamo molto bene, poi gli insegnanti intellettuali ci fanno scordare tutto e facciamo una fatica improba a riappropriarci di quella coscienza e consapevolezza dell'amore e della collaborazione universale. 
Questa è altresì la coscienza della libertà. 
Ci si sente liberi se si è fedeli a quello si è e al luogo (Terra) dove viviamo. Non siamo liberi nella  sopraffazione né del prossimo né della vita della terra, né dell'acqua o dell'aria. Quando inquiniamo un fiume inquiniamo noi stessi, quando uccidiamo la terra coi veleni o col cemento sono semi di morte che introduciamo nel nostro essere totale. 
Ogni atteggiamento arrogante è cattiveria che acquisiamo e che non è la nostra, che ci logora, ci fa soffrire, ci toglie libertà. 
Siamo liberi quando ci riconosciamo. Nasciamo come esseri di amore. Il vero seme che è nel cuore umano è quello. Soverchiati di idee, di bugie, di paure, ci dimentichiamo e diventiamo a ciò che ci dice il cuore e finiamo per rinnegarlo, generando sofferenza; prima su noi stessi e inevitabilmente sugli altri. Siamo vittime di migliaia di anni di pregiudizi di violenza di paure, che ci fanno corrosi e bacati. 
Credo che siamo di fronte a un momento positivamente critico dell’evoluzione umana in cui esistono le condizioni per liberarci via via di queste assurde catene di violenza e umiliazione. Siamo pronti a riconoscere con semplicità la nostra luce interiore, il nostro dio interiore, che partecipa, anzi cosa unica con il Dio universale e lasciarsi finalmente andare a questa nostra natura dolce e amorevole. 
Una liberazione dell’Agricoltura, una nuova Agricoltura è senz’altro lo strumento fondamentale di questo passaggio nel quale concepire il lavoro dell'uomo come servizio al prossimo e nel contempo alla natura e alla terra. Il lavoro umano non è merce è amorevole servizio. 
La terra non è nemico a cui strappare i frutti con arroganza e violenza ma è madre generosa e amica da accudire e rispettare. Un gesto agricolo scellerato può distruggere in breve ciò che la terra/natura ha creato in migliaia di anni. Un gesto agricolo sano può creare un suolo vivo e unico in pochi anni, far entrare molta più luce nel cuore della terra, può moltiplicare infinite volte la sua fertilità e la sua forza vitale. Questo è il vero libero rapporto d'amore; quello in cui ci si migliora reciprocamente e non ci si usa o ci si sfrutta. Senza calcolo ma come dono gratuito. Come una quercia che lascia cadere migliaia e migliaia di ghiande di cui solo alcune saranno semi.
Sappiamo tutti che una pianta per stare bene ha bisogno di un terreno umico e vitale. 
Nessuna persona di buon senso seminerebbe sul cemento, però i nostri campi sono ridotti a forza di pratiche agricole scellerate, in condizioni di vitalità non molto differenti da quelle di una spianata di cemento. 
La pianta non si nutre dalla terra ma dal cielo. Gli elementi costitutivi della pianta sono al 95% costruiti a partire dall'energia solare e dall'atmosfera. 
Grazie all'energia solare, planetaria e astrale la pianta costruisce e produce amminoacidi e proteine per costruire se stessa e il suolo: dona al suolo l'enorme surplus che produce. Di questo surplus gode tutta l'incredibile massa della vita ipogea (si calcola sia 10 volte superiore a quella della vita epigea) e questo mondo vitale perfettamente organizzato e intelligentemente coordinato collabora con le piante diventando indispensabile alleato del suo sviluppo e del suo metabolismo. 
Sono i micro-organismi che guidano le radici nella profondità della terra a trovare i minerali di cui 
necessitano, a renderli solubili e compatibili con la linfa e infine a introdurli nel sistema ricettivo della radice e quindi nella linfa. Una pianta che si trovasse in un suolo con scarsa vitalità è una pianta disorientata che non su più trovare ciò di cui ha bisogno e che per forza dovrà essere dopata e sostenuta da bombe chimiche. 
Non sarà più una pianta ma un simulacro di pianta. Pensiamo che una pianta di grano coltivata in agricoltura sana e pulita in un suolo vivo può penetrare fino a 10 metri nel suolo producendo 5 km di filamenti radicali. Una pianta di grano chimico-industriale non supera i 5-10 centimetri di penetrazione radicale con poche centinaia di metri di filamenti radicali. 
La sua maturazione, al contrario di come dovrebbe fare una pianta di grano, inizia dalla spiga che quando sarà matura avrà ancora la parte basale verde. Il frumento, pianta solare per eccellenza, deve maturare esattamente al contrario; non in modo discendente ma ascendente, come sarebbe nella sua natura. 

E' ovvio che non potremo essere né sani né equilibrati né tantomeno liberi se ci nutriamo dì un tal genere di piante: quale rapporto col mondo minerale? Giocoforza dovremo ricorrere a integratori alimentari. Quale rapporto col mondo della luce? Giocoforza avremo costantemente tendenza depressive, castrazione creativa e così via.
La Biodinamica è senza dubbio un metodo agronomico geniale e “funziona” molto bene. Con  estrema semplicità riesce a far confluire e catalizzare sulla terra e nella pianta tutto il mondo energetico che riguarda l'agricoltura e il rapporto tra uomo e piante e viceversa. I risultati sono spesso mirabili, entusiasmanti e buoni, ma tutto questo non ci può portare granché lontano senza rivedere nel suo complesso il rapporto dell'uomo con la terra, con la pianta, e tra uomo e uomo.
Nel passato vi erano saperi spirituali e profondi di tipo istintivo che abbiamo perso quasi completamente. 
Tuttavia un atteggiamento nostalgico non serve a nulla. Dovremmo avere il coraggio di ricostruire quei saperi con la coscienza, ma in una dimensione del tutto nuova. Il passato è andato e non è riproponibile e oserei dire "grazie a dio" perché insieme a quei saperi c'era anche un tal carico di orrori di cui personalmente faccio a meno volentieri. 
La crescita armonica e fluida non può che essere garantita dal giusto equilibrio tra il principio femminino creativo-ricettivo che dovrebbe essere leggermente preponderante, da logica, su quello mascolino attivo-esecutivo. Dovremmo guardare all'Agricoltura del futuro nonché all'uomo del futuro in quest'ottica e sarà una grande fatica perché questo equilibrio è stato rotto più di diecimila anni or sono e li portiamo tutti sulle spalle. Fatica merita e ritengo indispensabile per ritrovare appieno quella gioia di vivere che è intrinseca alla vita stessa. Basta guardare un bambino.
 Stefano Bellotti

martedì 5 gennaio 2016

Benessere collettivo ecologico ed equo (Marche, Calabria e Sicilia fanalini di coda)


Dal 2014 il benessere collettivo sembra ricominciare a salire, anche se a fronte di grandi e crescenti differenze nella qualità della vita tra Nord e Sud: questa la fotografia tracciata dalla terza edizione del rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile in Italia (BES 2015).
Il BES è composto da 12 domini del benessere: Salute, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione tempi di vita, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi.
In miglioramento non sono solo gli indici economici, ma anche la partecipazione culturale, la vita media, l'investimento in ricerca e sviluppo, la qualità dell'ambiente e la percezione della sicurezza da parte dei cittadini. Tuttavia, come già detto, emergono ancora forti disuguaglianze e contrapposizioni, non solo tra Nord e Sud, ma anche ricchi e poveri, uomini e donne, anziani e giovani.
Per quanto riguarda il dominio Ambiente, aumenta la disponibilità di aree verdi urbane a disposizione dei cittadini, si riduce l’inquinamento dell’aria in diverse città, cresce l’energia prodotta da fonti rinnovabili, diminuiscono le emissioni di gas serra e il consumo di materiale interno, questi ultimi anche come conseguenza della crisi economica. Dal canto loro i cittadini sono più consapevoli relativamente alle problematiche ambientali, sono maggiormente partecipi nelle scelte che impattano sull’ambiente e fanno migliori scelte di spesa.
Risultano però ancora necessari interventi in termini di tutela e gestione dell’ambiente: l’Italia rimane in netto ritardo rispetto agli altri paesi europei per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti urbani in discarica (anche se la quota si è ridotta); ancora grave, soprattutto in alcune regioni del Sud e del Centro, la dispersione di acqua potabile dalle reti di distribuzione comunale, così come la depurazione delle acque reflue urbane. Ugualmente grave la presenza di diversi siti inquinanti da bonificare diffusi sul territorio nazionale. Permane la presenza di diverse aree del territorio con problemi di dissesto idrogeologico e alluvioni accentuati dall’incremento di eventi climatici estremi.
Una delle novità dell’edizione 2015 del BES è rappresentata dagli indici compositi, calcolati per la prima volta, che danno un quadro di sintesi dell’andamento in un determinato settore. L’obiettivo dell’indice composito per il dominio Ambiente è di dare una valutazione sintetica dell’andamento dell’Ambiente in Italia.
Indicatori selezionati per il composito di ambiente
Nel dominio ambiente, data la sua complessità, sono stati individuati diversi sotto-domini (acqua,biodiversità, energia, ecc.) per ognuno dei quali è stata effettuata una selezione di indicatori. In questa edizione è stato considerato un indicatore relativo al trattamento delle acque reflue senz’altro rilevante per il benessere dei cittadini; per la stessa ragione, l’indicatore relativo al conferimento dei rifiuti urbani in discarica, precedentemente presente nel dominio Qualità dei servizi, è stato inserito nel dominio Ambiente (aria, acqua, rumore).
Il composito del dominio ambiente tra il 2008 e il 2012 passa dal valore 100 al valore 104,1, registrando un aumento significativo, attribuibile soprattutto alla riduzione di rifiuti urbani smaltiti in discarica e all’aumento del consumo di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili.
Dal 2008 quasi tutte le regioni hanno registrato un miglioramento degli indicatori presi in esame. Nel 2012 i territori che hanno la situazione complessiva migliore sono la provincia di Bolzano, la Valle d’Aosta e l’Abruzzo seguite dalla provincia di Trento, dalla Sardegna e dal Veneto. Le regioni con il valore più basso del composito sono invece la Calabria (l’unica che presenta un valore in lieve diminuzione nei due anni considerati), la Sicilia e le Marche.

(Fonte: Arpat)

lunedì 4 gennaio 2016

Lombrichi... per salvare la Terra



Tutti i giardinieri e gli agricoltori sanno che i lombrichi fanno bene al terreno. L'humus di lombrico, o vermicompost, è infatti considerato dai coltivatori esperti, come la “crème de la crème” del compost. Ma per i coltivatori della cooperativa di caffè Nahualà, dei villaggi di Pasac e Xejuyup, tra le montagne del dipartimento di Sololà, in America centrale, i lombrichi sono divenuti anche un alleato insperato per la lotta ai cambiamenti climatici.

Attualmente, la cooperativa, certificata Fairtrade, conta 125 famiglie, che coltivano i pendii montuosi tra i 1200 e i 1800 metri sul livello del mare, dove crescono gli alberi di caffè Arabica, varietà Bourbon, che producono fino al 30 per cento in più, rispetto alle altre varietà, ciò che ha contribuito a portare stabilità e sviluppo economico a tutta la comunità.

Ma il cambiamento climatico sta rappresentando una sfida sempre più grande, anche per loro. Nel 2012 c’è stata una disastrosa epidemia provocata dalla ruggine del caffè, l’Hemileia vastatrix, o roya, che si è diffusa in tutta l'America Latina e nei Caraibi, causando grandi perdite di raccolto. All'inizio del 2013, il Guatemala ha dichiarato lo stato di emergenza agricola, dato che quasi i 3/4 del raccolto di caffè nel Paese, sono stati rovinati da questo fungo ed è ormai  noto che c'è un legame molto stretto tra la malattia, il cambiamento climatico e la scarsa qualità del suolo. “Il suolo è vulnerabile sia all'erosione che alla siccità. I nostri nonni raccontano che cinquant'anni fa la terra era molto fertile e i raccolti erano ricchi – dice il coltivatore Juan – ma ora la produzione non è più così buona.”

Fortunatamente la roya non sopravvive a temperature inferiori ai 10 gradi e per questo le coltivazioni vengono spostate sempre più in alto sulle montagne, dove un clima più freddo e secco permette di controllare la malattia, ma bastano minime variazioni della temperatura, delle piogge e dell'umidità per danneggiare i raccolti. Ecco che allora sono entrati in azione i lombrichi: “Usiamo la polpa o la buccia delle bacche del caffè, o quando non è disponibile, le erbacce e i resti organici della cucina, per nutrire i vermi. Gli agricoltori si caricano in spalla un sacco con cinquanta chili di fertilizzante organico e lo portano nei campi. È un grosso lavoro per la comunità, ma vogliamo recuperare quello che abbiamo perso e lasciarlo in eredità ai nostri figli” racconta Juan..

I lombrichi, in un giorno, possono mangiare una quantità di cibo pari al loro peso corporeo, restituendo, poi, molte sostanze nutritive utili alle piante (azoto, potassio, fosforo, calcio e manganese), e micro-organismi, che migliorano il terreno, così, il vermicompost, che contiene anche molto acido umico, ne migliora  la struttura. Risultato: un suolo di buona qualità, ricco di nutrienti, che può respirare, trattenere l'acqua e che si drena bene, significa piante di caffè che crescono forti, sane, produttive e più resistenti alla temuta ruggine.

Arricchire il terreno delle piantagioni con il vermicompost non è però l'unica arma degli agricoltori, perché il caffè possa crescere all'ombra di una natura lussureggiante, hanno piantato alberi ad alto fusto ed hanno diversificato le colture inserendo le banane e il maxàn (le cui foglie si avvolgono attorno ai tamales), che rispondono meglio alle mutevoli condizioni climatiche, o i fagioli che aiutano a fissare l'azoto nel terreno.

Juan e i suoi colleghi agricoltori sanno che, probabilmente, i lombrichi non risolveranno totalmente i problemi legati al cambiamento climatico, ma ormai sono certi che possono contribuire a proteggere le loro coltivazioni: "Come i bambini malnutriti sono più vulnerabili alle malattie - spiega Juan - così sono le piante che non hanno accesso ai nutrienti nel terreno, ma se vengono nutrite con quello di cui hanno bisogno e sono sane, possono resistere anche alla ruggine del caffè".


(Fonte: A.K.)

domenica 3 gennaio 2016

Inquinamento - Se al governo piace lo smog....




Ci dispiace constatare che i provvedimenti presentati il 30 dicembre dal Governo Renzi non miglioreranno la qualità dell’aria dentro le nostre città più di tanto. Ci vorrebbe ben altro! Non comprendiamo, ad esempio, la decisione di ridurre la velocità delle auto private dentro le città a 30 Km/h.  Solo se fosse una questione di sicurezza per i cittadini,  forse potremmo essere d’accordo. Ci chiediamo a questo punto come i consiglieri del nostro Ministro Galletti non abbiano capito che tale decisione non può cambiare i parametri dell’inquinamento atmosferico, ma in alcuni casi li peggiora. Ci sono motori che a basso regime non riescono a completare il ciclo della combustione, per cui viene immesso dai tubi di scarico materiale incombusto (particolato e sostanze aromatiche tossiche). 

Risultati immagini per al governo piace lo smog....

Oltre a ciò se da casa per andare in ufficio impieghiamo, a 50 Km/h mezz’ora, a 30 Km/h  impiegheremmo 40/ 45 minuti. Per cui il motore resterà attivo 10 o 15 minuti in più con un maggiore consumo di ossigeno e maggiori scarichi inquinanti. Le altre soluzioni, a parte quella del riscaldamento domestico che ci potrebbe trovar d’accordo, rappresentano solo palliativi che nel caso del riproporsi di situazioni climatiche come queste di novembre e dicembre e nel caso del fenomeno dell’inversione termica  non risolveranno il problema.

A allora? Qualcuno di voi giustamente potrebbe chiederci e aggiungere: "è facile criticare, ma è difficile proporre !" Ed è qui che invece “cade l’asino!” Le proposte ci sono e come!




Accademia Kronos già 10 anni fa in un suo documento inviato al Ministero dell’Ambiente dava alcune soluzioni, le quali proviamo a riproporle, ovviamente aggiornandole:

-         Sistema Los Angeles: realizzare corsie preferenziali per le automobili che viaggiano con 4 o 3 passeggeri, mentre obbligare chi viaggia  da solo a percorrere corsie lente.

-         Fare un accordo con tutti i garage delle grandi città perché possano dotarsi di colonnine ENEL per ricaricare le batterie delle auto elettriche; nel contempo far si che chi posteggia la propria auto elettrica o ibrida nei garage possa usufruire di tariffe agevolate.

-         Dotare tutte le auto elettriche di un sensore capace di non far scattare l’allarme sulle colonnine ENEL esterne. Allarme che invece dovrebbe suonare in caso lo spazio destinato alle auto elettriche fosse occupato da auto tradizionali.

-         Optare per  mezzi pubblici elettrici, a celle a idrogeno, ibridi e comunque a bassissimo impatto atmosferico.

-         Consentire ai lavoratori che usano i mezzi pubblici al posto della propria auto di ottenere un beneficio economico sullo stipendio, pari al costo dell’abbonamento mensile del trasporto.

-         Obbligare tutti i condomini pubblici e privati, sia al centro che alla periferia delle città, ad istallare sui comignoli di scarico filtri capaci di trattenere polveri e fuliggine.

-         Incentivare, con riduzione di tasse comunali ed altre formule, la “forestazione cittadina”, ossia dotare terrazzi e balconi di vegetazione capace di assorbire la CO2 e catturare il pulviscolo.

-         Chiudere tutti i termovalorizzatori e sostituirli con dissociatori e sublimatori molecolari che non producono particolato, né diossina e non hanno ciminiere, ma solo grandi marmitte catalitiche come le auto ( su richiesta possiamo inviare la documentazione ).

-         Riconvertire le inquinanti centrali termoelettriche che in Italia usano ancora il carbone, con centrali a gas o altro combustibile a basso impatto atmosferico.

-         Avviare una politica di comunicazione nazionale capace di disincentivare i cittadini sull’uso della propria vettura per distanze brevi. Nei vari spot televisivi e radiofonici illustrare i benefici alla salute che può portare il camminare a piedi per 40/ 60 minuti al giorno. Benefici contro l’obesità, l’ipertensione, il metabolismo lento, il diabete e, comunque, per la prevenzione di tante altre patologie.

-         Abbiamo altre proposte, anche sperimentate all’estero, ma già queste potrebbero bastare.

Potremmo in seguito entrare ancora nel merito e parlare delle navi che non scherzano con i loro fumi e così degli aerei, ecc. ecc. – 


Accademia Kronos ha le idee chiare in merito al miglioramento dell’aria  sia nelle grandi città che nelle campagne italiane, peccato che le nostre massime autorità preferiscano chiedere lumi a personaggi dell’ultima ora o amici degli amici che il vero problema alla fine non lo conoscono bene e, quindi, producono soluzioni inutili come quelle appena presentate dal nostro Governo.

Filippo Mariani 


sabato 2 gennaio 2016

Bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica... alla portata di tutti!



Chiunque può essere bioregionalista indipendentemente dalla provenienza di origine se segue la pratica dell’ecologia profonda, del vivere cercando di essere in sintonia il più possibile col mondo che ci circonda, in un modo in cui, pur sentendosi liberi di manifestare se stessi nelle proprie caratteristiche peculiari, non si ha bisogno di provocare danni all’ambiente od alla società in funzione di un personale esclusivo vantaggio. Nel bioregionalismo si cerca quindi di riportare un equilibrio fra l’uomo, l’ambiente e gli altri esseri viventi e non. E’ molto importante che si tenga sempre presente questo “spirito” in cui  l’ecologia “profonda” diventa una pratica costante della vita, come un sottofondo profumato.

L’approccio bioregionale comprende infatti la visione dell’ecologia profonda e della spiritualità della natura (o laica). Questi tre aspetti sono inseparabili.

L’ecologia profonda è il riconoscimento dell’inscindibilità della vita ed il bioregionalismo non è altro che la descrizione dei vari processi vitali e delle forme visibili della vita e della materia nella consapevolezza di tale inscindibilità. Nell’individuazione di un ambito “bioregionale” non si tiene conto esclusivamente del vivente bensì dell’insieme inorganico, morfologico, geografico, geologico del territorio prescelto, ivi compresi -ovviamente- gli elementi botanici e zoologici che vi prosperano. Senza trascurare gli aspetti sociologici e culturali  della  società che ivi risiede.   Insomma si esamina l’omogeneità dell’area esaminata definita “bioregione” e lì si traccia una leggera linea di demarcazione (non divisione) per individuarne i “confini”. Va da sé che questi confini sono semplicemente teorici, poiché l’organismo bioregionale della Terra è in verità un tutt’uno indivisibile.

Potremmo per analogia definire le bioregioni gli organi dell’organismo Terra.

Nel significato originale della parola “ecologia”, rispetto alla sua consimile “ambientalismo” è già delineata una differenza d’intendimento, pur che l’esatta traduzione di “ecologia” è “studio dell’ambiente”. Mentre in “ambientalismo” si presume il criterio della semplice conservazione.

Allorché si aggiunge al termine “ecologia” l’aggettivo “profonda” ecco che si tende ad ampliarne il significato originario integrandovi il concetto di ulteriore ricerca all’interno della struttura ambientale. Insomma si va a scoprire il substrato e non si osserva solo la superficie, la pelle dell’ambiente.

Lo stesso dicasi per la parola spiritualità e la sua qualificazione “laica”. In questo caso si cerca di dare una connotazione “libera” alla spiritualità comunemente intesa come espressione della religione. La spiritualità è l’intelligenza/coscienza che pervade la vita, è il suo profumo e non è assolutamente un risultato della religione, anzi spesso la religione tende a tarpare ed a nascondere questa “naturale” spiritualità presente in tutte le cose.

Questa spiritualità -o senso di presenza-  è un fatto, una realtà, e non può essere descritta in termini filosofici se non astraendoci dal contesto dell’ecologia stessa. La spiritualità laica quindi non è una base per esprimere le norme di una “nuova religione” con tanto di sacerdoti titolati all’interpretazione e con tanto di bibbia decisa a tavolino dai sapienti. Questa spiritualità  è  la consapevole pratica sincera ed onesta del condurre la nostra esistenza considerando che noi tutti siamo presenti in ogni aspetto del processo vitale e della coscienza che lo anima.

L’ecologia profonda, il bioregionalismo, la spiritualità naturale (o laica) sono espressioni del vivere armonico, amorevole gentile e solidale sulla Terra.

La Rete Bioregionale Italiana non è un movimento compatto, esistono varie realtà anche disgiunte. Alcune di queste realtà sono più  teoriche o divulgative ed operano attraverso l’editoria di settore. Altre si occupano essenzialmente di aspetti pratici e di vivere in prima persona l’esperienza bioregionale e dell’ecologia profonda. La Rete Bioregionale Italiana è stata fondata nel 1996 come incontro di varie realtà che si riconoscono nella visione dell’ecologia profonda e del bioregionalsimo. La rete consente libertà di azione locale e il perseguimento di fini comuni, collegati e coniugati ai diversi territori e tematiche bioregionali.

Da alcuni anni la Rete ha leggermente cambiato strutturazione, passando da nodi territoriali a nodi tematici. L’appartenenza al Movimento/Rete avviene per semplice condivisione dello stile di vita e delle tematiche, lasciando ad ognuno la propria libertà di occuparsi degli argomenti che di volta in volta emergono, per dare risposte necessarie contingenziali ai problemi e per proporre iniziative che possano aiutare le comunità.

Ogni anno i membri della Rete Bioregionale Italiana si incontrano per scambiarsi le esperienze su questi temi e le riunioni avvengono in contesti naturali e si tengono in occasione del Solstizio Estivo, sono occasioni di condivisione collegiale del sentire e della pratica quotidiana, nello spirito conviviale e dell’avvicinamento fra amici e fratelli. Solitamente vi partecipano diversi membri della grande famiglia ecologista,  nuovi e vecchi agricoltori, abitanti di ecovillaggi e di comuni agricole o spirituali, etc.

Gli incontri si svolgono con le modalità di suddividere momenti di dialogo a giro (con il bastone della parola) e momenti culturali e di aiuto nel menage generale. Oltre alle sessioni di sharing delle esperienze vissute nelle proprie bioregioni di provenienza sono previste anche varie cerimonie naturalistiche in omaggio ai cinque elementi: camminare a piedi nudi nei campi per la raccolta di erbe selvatiche (Terra), accensione e salto del fuoco al suono di tamburi sciamanici (Fuoco), controllo della inalazione ed espirazione pranayama (Aria), lavacro al fiume od al lago  e preparazione dell’acqua di San Giovanni (Acqua), osservazione notturna degli astri e silenzio meditativo (Etere).

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana

bioregionalismo.treia@gmail.com




Il prossimo incontro collettivo ecologista si tiene a Ronciglione (Vt) il 25 e 26 giugno 2016:

venerdì 1 gennaio 2016

...sui "porcellini di Sant'Antonio", i più antichi abitanti di Treia



Questa che segue è la descrizione scientifica del più antico abitante di Treia, volgarmente chiamato "porcellino di Sant'Antonio", un animaletto che viene dal lontano passato e che ha colonizzato la terra rendendola quella che noi oggi la conosciamo. Che Treia sia piena di porcellini di Sant’Antonio (anche detti “di terra”) è un buon segno, significa che l’ambiente è per loro ancora favorevole.  Essi non sono insetti ma appartengono alla famiglia dei gasteropodi,  e sono  stati fra i primi organismi a popolare la terra, anzi con il loro lento rosicchiare le rocce avevano contribuito a rendere la terra come noi oggi la conosciamo, un terreno fertile e ricco di humus.  Spero che questi animaletti possano continuare ad esistere qui a Treia e che non vengano cambiate le condizioni ambientali che consentono la loro sopravvivenza e la nostra... 


Alcune informazioni  su questi simpatici animaletti: 



L'Armadillidium vulgare, comunemente noto come porcellino di terra o onisco, è un piccolo crostaceo terrestre molto comune nelle zone costiere dell’Europa, in particolare nelle regioni mediterranee.

Esso appartiene al sottordine degli oniscidi (da qui il nome comune “onisco”), che rappresenta il gruppo di crostacei meglio adattato alla vita al di fuori dell’acqua (gli oniscidi, ad eccezione di alcune specie come la “Ligia oceanica”, sono tutti animali terrestri).

Il più evidente adeguamento alla vita sulla terra ferma è costituito dalla “conversione” delle branchie, presenti sui pleopodi (gli arti della regione addominale), in pseudotrachee, anche se l'Armadillidium vulgare (come in generale tutti gli oniscidi) necessità di un ambiente piuttosto umido per la sopravvivenza. Durante il giorno si ripara sotto le pietre o all’interno dei tronchi degli alberi, di notte, quando l’umidità ambientale è superiore, esce alla ricerca di cibo, costituito da materia organica vegetale e animale morta (detritivoria).

Il porcellino di terra è un animale gonocorico (a sessi separati) con riproduzione di tipo sessuale. Per garantire l’umidità necessaria allo sviluppo delle uova (risultato di un accoppiamento) la femmina le trasporta in una sacca sotto l’addome fino alla loro schiusa.
I piccoli di Armadillidium vulgare nascono già con le fattezze degli adulti, colore del tegumento e dimensioni a parte; le fasi larvali, tipiche di molti crostacei, si completano a livello embrionale.

Variando il proprio comportamento giornaliero può resistere a condizioni ambientali relativamente mutevoli. In ogni caso temperature inferiori a -2° C e superiori a 36° C non sono tollerate e determinano la morte dell’animale.

Durante il periodo invernale, per cercare di sopravvivere alle basse temperature, gli onischi cercano un rifugio protetto ed entrano in uno stato di quiescenza (sospensione temporanea e reversibile di molti processi metabolici).

Quando riposa o si sente in pericolo ritira in dentro le zampette e si piega su se stesso formando una “pseudo-sfera”, lasciando esposta solo la parte dorsale, più resistente e coriacea, e occultando, invece, quella ventrale più vulnerabile.

Come per tutti gli organismi dotati di esoscheletro, ogni volta che l’animale cresce troppo rispetto al suo tegumento esterno effettua una muta. Tuttavia, differentemente dalla maggior parte degli artropodi, la muta avviene in due fasi distinte (caratteristica comune a tutti gli oniscidi), la metà posteriore è sostituita per prima, la metà anteriore segue a distanza di due/tre giorni. In genere i resti del vecchio esoscheletro non vengono abbandonati, ma usati come cibo.


L'Armadillidium vulgare è dotato di 7 paia di zampette uguali (ordine Isopodi) con le quali si riesce a muovere agevolmente sul terreno. La lunghezza dell’animale (adulto) varia tra 1 e 2 cm.
(Fonte: A.K.)