mercoledì 10 aprile 2019

Il bioregionalismo della concittadinanza per un nuovo mondo - di Giovanni Tomei

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Caro Paolo D'Arpini,  non ci conosciamo di persona, ma il bioregionalismo della concittadinanza tra cuore e intelletto va più che bene, perché così è tra consimili umani. E questo offre una speranza al catastrofismo atteso nella transizione senza speranza di cui parli prima della speranzosa conclusione.
Poi, tutte le guerre, dalle religioni, alla fame, al calcio, al colore della pelle, hanno due componenti essenziali: il benessere e le culture, accentuate dal tasso d'ignoranza, nel senso d'ignorare le tante prospettive con cui si possono misurare "le cose", se predisposti. E qui metto prima il benessere, perché le mancanze sono così insopportabili per mancanza di denaro, il centro che permette il recupero della ridondanza cuore - cervello per essere tutti empatici. Nel senso che, poi, sul benessere, tutto si può comporre (più o meno).

Quando non avevo i miei 78 anni di oggi, all'incirca in tempo di lavoro, la mia attitudine culturale e professionale era rivolta all'analisi di sistemi complessi, da risolvere con i nascenti sistemi e tecnologie digitali. Attitudine rimasta, a maggior ragione quando il tempo si accorcia e pensi a chi verrà dopo di te, a cominciare da coloro che ami. 

Così, so per certo e provo a lavorarci nel tentativo di comprenderle e misurarle, che se fossimo fatti di solidarietà umana mutualistica, se si consolidassero abitudini convenzionali, in cui le regole generali servissero solo a codificare le modalità con cui nutrire le abitudini consolidate, nelle relazioni locali di comunità in cui viviamo, potremmo (forse) affrontarle con semplicità e senza porci troppe domande, anche nella globalizzazione. Giusto per racchiudere aspetti culturali e di saperi diversi, si potrebbe pensare alla signora Maria, anziana, che va al mercato vicino casa, oppure al supermercato, pagando al massimo con il bancomat, se ce l'ha. Tutto questo, mentre suo nipote compra online qualcosa, pagando con carta di credito e scegliendo tra varie opzioni, chi dovrà consegnargli a casa in un certo giorno, il pacco contenente l'acquisto effettuato. Circostanze uguali certamente dappertutto in Europa e dove vige il modello dell'economia di mercato, ovunque nella transizione verso il Nuovo Mondo.

Per dire che le capacità sono diverse e se c'è un'infrastruttura generalista che le permette più o meno tutte, significa aver costruito un modello generale che permette di concludere una relazione nella comunità, appunto, senza modificare le proprie abitudini. Questo propone che le situazioni generali che sono utili per tutti, possono essere relegate e regolate dal modello generalista, a maggior ragione perché uguali e sentite come utili ovunque. Per esempio, il controllo sugli alimenti che non siano nocivi alla salute umana, è un ambito d'intervento generale che il singolo non potrà mai assolvere e risolvere; così come il controllo sull'impatto ambientale dei prodotti e il loro effetto sul ciclo dei rifiuti. E se è accettato il principio, quante sono le cose generaliste su cui il singolo non incide e come comunità solidale e mutualistica, si?

Ora, se pensassimo che il centro del problema in ogni mercato domestico, è il medesimo, perché non pensare alla possibilità di costituire una comunità coesa che assuma la rappresentanza dei singoli per infrastrutturare quel che è affrontabile come comunità? In questo caso le tecnologie digitali e le reti sono un ottimo mezzo per generalizzare funzionamenti che possono prescindere dal tempo e dallo spazio, perché sempre e ovunque validi. Ma quel che è più interessante è che per rendere produttivo un sistema del genere, a cominciare dagli scambi sui consumi, sia delle famiglie, che delle 8prese tra loro, significa  coinvolgere per forza tutta la comunità, privati e imprese, e lasciare che lo Stato, che ricava sostanza giuridica dalla Comunità, concepisca che l'insieme è anche sua responsabilità, dalla sussidiarietà, alla ricerca di equilibrio tra democrazia rappresentativa e partecipativa. 

Del resto ne parla anche l'Europa Unita, nel Trattato di Lisbona, parlando di cittadini europei e di democrazia partecipativa come strumento di equilibrio per l'unità europea dei popoli. Per dire, che se c'è la possibilità di superare le mancanze, col benessere diffusivo, anche le guerre parziali, perderebbero di ragionevolezza da potere,  non avrebbero senso, nonostante il neoliberismo perfetto della finanza che ha saltato l'impatto sull'economia reale, con la speculazione per tutti, nell'irrealtà dell'oggi.
Che la buona vita sia con te e con la tua compagna Caterina. 

Giovanni Tomei -  gtomei@sovranitapopolare.it
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Post Scriptum

Permettimi di dire ancora qualcosa, sul piano dei principi etici che governano la reciprocità tra esseri umani e la percezione che hanno di essere la parte costituente del bene possibile, e in qualunque settore, perché sebbene sia importante battersi per ciò in cui si crede, nel senso che aver trovato un proprio centro è essenziale e, in quell'ambito, l'armonia è effetto e godimento reciproco, e più si è, meglio si sta insieme.

Ma armonizzare le disarmonie nella diversità e nella transizione che si vive, tra mille mancanze e improprietà, fino a far ritenere a molti (statistiche OXFAM, giusto per dare un'indicazione) che nell'orizzonte degli esseri umani debba per forza esserci sofferenza e mancanza di direzione, come se fosse venuta meno e in via definitiva, la speranza di una Entità soccorritrice, propone di lavorare insieme, e su molteplici fronti, per arrivare all'armonia possibile, inclusiva e responsabile.

A breve, avrò completato un piccolo lavoro attorno ad un piccolo manuale di ecologia economica, riflettuta dal lato delle "mancanze". Un insieme fatto di due parti: Stato e Debito Pubblico e Comunità e Consumi nel Mercato domestico, prospettando che per arrivare al cuore e alla ragione delle persone, miei e tuoi concittadini,  occorra offrire loro una prospettiva economica, in cui i vantaggi dipendano dalla loro comprensione, attitudine e responsabilità a ritenersi cittadini appartenenti a una comunità solidale e mutualistica, nella comprensione che non hanno necessità d'intermediari di nessun tipo, perché tutto dipende da loro e dal loro modi di essere comunità. Il testo è finito ed è in fase di correzione di bozza  che, con tutta l'umiltà del caso, ti invierò nella speranza che insieme, come è naturale, si arrivi a "contarci per contare", per arrivare... a Treia.  Buona vita.    
Giovanni


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Salvare l’ambiente con il buon esempio – Scrive MAA: “Può esistere una società incentrata sull’armonia tra Uomo e Natura? Il  Manifesto bioregionale  intende dimostrare di sì. Le istruzioni in esso riportate si rivolgono anzitutto all’individuo. Perché, riprendendo un’affermazione del grande psicanoalista Carl Gustav Jung, un insieme d’individui immaturi non potrà mai dare una società matura. Tuttavia, anche le regole giuste e correttamente integrate aiutano l’individuo a sviluppare il suo senso morale e a crescere interiormente. Occorre quindi giocare su entrambi i fronti. E la via più efficace che permette di incidere sia a livello individuale, sia a livello collettivo è… il buon esempio…”

Nuovi paradigmi bioregionali. La convivenza pacifica è possibile?


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Le varie nazioni europee hanno dimostrato la loro totale incapacità di affrontare l’emergenza terroristica che si profila all’orizzonte, mancando completamente di “intelligence” e di forze idonee a contrastare le violenze ed i rovesciamenti delle strutture democratiche istituzionali.
Mentre l’immigrazione di giovani profughi “economici”,  provenienti  dall'Africa verso l’Italia, prosegue seguendo una escalation matematica, i vertici politici e  le forze interne di pubblica sicurezza risultano inidonee ad affrontare una crescente “emergenza” sociale.
Tempo fa predissi che l’Italia è destinata alla frammentazione, né più né meno come all’inizio del basso medio evo. Piccoli poteri regionali sostituiranno lo Stato. Poteri che non sempre saranno rappresentativi del popolo italiano. A macchia di leopardo si costituiranno  “ducati” indipendenti come sta già avvenendo, ad esempio, in quelle regioni dominate da mafia, ndrangheta, camorra ed altre associazioni malavitose. Alcune città saranno islamizzate, altre si circonderanno di nuove mura difensive per ostacolare l’invasione, le basi NATO si attrezzeranno a proteggere i proprio territori, etc. etc. insomma l’Italia scomparirà in quanto tale divenendo una sorta di terra di nessuno a fare da cuscinetto fra l’Europa del nord e il mondo islamico.
Certo anche i paesi nordici avranno di che pentirsi della loro politica aggressiva, da un lato, nei confronti dei paesi islamici sconvolti da guerre finalizzate alla rapina coloniale (Libia, Siria, Iraq, etc.) e dall’altro dalla totale impossibilità di attuare politiche “integrative” (non accettate da chi dovrebbe essere integrato). Alcuni stati europei dell'Est si stanno attrezzando chiudendo le frontiere all’immigrazione incontrollata in modo tale che la principale “vittima” dei flussi migratori resta  l’Italia.
Eppure non è detto che sia impossibile creare una “integrazione” ed una collaborazione anche fra membri di culture e razze diverse. Siamo tutti esseri umani e non c’è alcuna differenza fra un nero, un bianco ed un giallo. Il problema subentra quando una certa comunità vuole far prevalere la sua “cultura” o “religione” o “idea politica” e cerca di imporla in un modo o nell’altro agli altri. 
Ricordo, durante i miei viaggi in Africa od in vari paesi dell’Asia, che se ci si relazionava su un piano esclusivamente umano con gli altri non c’era nessuna difficoltà a dialogare e condividere emozioni e bisogni. L’amore è possibile quando ci si apre, se ci si chiude vince l’egoismo e l’ignoranza. Può definirsi egoismo o ignoranza “cristiana” o “maomettana”, della squadra di calcio o del colore della pelle…
Ma cosa possiamo fare se l’opponente che manifesta quell’egoismo, che sia un banchiere ricchissimo, un industriale, un re, un papa, un mullah, od un “poveretto” che cerca di farsi largo nella società, arraffando quel che può, pur di ottenere almeno i galloni da “caporale”? 
Possiamo difenderci o dobbiamo semplicemente soccombere, dobbiamo porgere l’altra guancia o dobbiamo ribattere ad armi pari? Sinceramente non lo so, non ho una ricetta precisa, forse dipende dalle situazioni e dalle condizioni in cui ci si viene a trovare.
Parlavo oggi con Caterina, la mia compagna, della necessità di mantenere una rete di relazioni simbiotiche con i nostri affini, con le persone con le quali condividiamo valori e intelligenza. Di fatto è esattamente quel che sta avvenendo in tutti gli ambiti della nostra comunità umana: i delinquenti e gli arroganti si uniscono per fini di potere e prevaricazione e gli umili ed i consapevoli incontrano i loro simili, al fine di non disperdersi e di mantenere una civiltà “bioregionale e spirituale” (una civiltà della Vita in comune).

Paolo D’Arpini 

bioregionalismo.treia@gmail.com

martedì 9 aprile 2019

La dieta bioregionale nella preistoria - I nostri antenati erano vegetariani e vivevano di erbe spontanee

I riflettori della scienza si accendono sulla paleodieta. Un
team di scienziati aggiunge nuove verità sui pasti consumati dai nostri
antenati. E se il ritorno alla preistoria, riportato in auge da diversi
studiosi del passato e nutrizionisti, è diventato un trend molto stimato
dai salutisti, uno studio condotto in Israele getta una nuova luce
sull’alimentazione paleolitica, molto più varia e ricca rispetto a
quella riportata nei libri di oggi, ai quali potrebbero mancare diverse
pagine di ingredienti.
Primo dato da sfatare: la tavola preistorica non era così sbilanciata
verso le proteine come si crede. Anzi, gli scienziati che hanno mappato
gli ‘avanzi nel piatto’ dei nostri antenati parlano di un tripudio
vegetariano. Il sito israeliano ha invece rivelato appieno la vera dieta
preistorica, con un’abbondanza di informazioni sul suo lato ‘vegano’,
che sono state preservate dagli allagamenti.
Yoel Melamed e Naama Goren-Inbar della Bar-Ilan University di Ramat Gan
(Israele), con i loro team hanno compilato dati sulla diversità e
abbondanza di resti vegetali nei periodi in cui vi è evidenza di
attività umana. Hanno inoltre esaminato i resti di piante nei lassi
temporali in cui non risultava presenza umana. Confrontando le due serie
di dati, sono arrivati a farsi una ragionevole idea dei vegetali che
deliberatamente gli uomini del passato avevano radunato dal loro
ambiente.
Nonostante le diverse varietà di piante raccolte a Gesher Benot Yàaqov,
aggiunge però Henry, è molto improbabile che le persone che vivevano lì
avrebbero potuto rimanere in buona salute con un’alimentazione
rigorosamente vegetariana. Ma forse era loro necessaria “solo una
quantità molto piccola di proteine animali e grassi per integrare una
dieta prevalentemente a base vegetale”.
Qualunque sia la verità, la squadra di esperti ora suggerisce che una
grande varietà di piante sarebbe stata una caratteristica importante
dell’alimentazione molto prima dagli albori dell’agricoltura. Il sito di
Gesher Benot Yàaqov conserva anche alcune delle prime prove di un
utilizzo del fuoco controllato, e di strumenti che avrebbero permesso di
trattare gli alimenti prima di cuocerli. La conoscenza dell’ambiente ha
permesso agli ominidi di sfruttare le piante stagionali, permettendo
potenzialmente loro di abitare nella stessa posizione durante l’anno.
Gli esperti hanno così scoperto che avevano un gusto straordinariamente
ampio e spaziavano su un vasto range di sapori. Sul fronte ‘green’ è
emerso che avevano raccolto non meno di 55 diversi tipi di piante –
noci, frutta, semi e gambi sotterranei – che mangiavano come verdure.
“La dieta umana moderna è chiaramente limitata rispetto a quella.
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(Fonte: http://www.repubblica.it/scienze/2016/12/11/news/0626/)

Commento di Maurizio Di Gregorio: “…penso che la memoria ancestrale sia onnivora, con una netta prevalenza vegetariana. Nei tempi antichi si mangiava quel che c’era e la scelta era sia limitata che relativa. L’apporto proteico è legato al concetto di surplus, sia alimentare che patrimoniale, non per niente era considerato benedetto e sacrificale e riservato alle occasioni festive. I dati dell’antropologia materiale rivelano concordi questo dato attraverso innumerevoli culture. Dopo tanti anni sono arrivato a pensare che la netta contrapposizione onnivorismo/ vegetarianesimo sia figlio dell’epoca odierna troppo e insanamente sbilanciata in senso carnivoro. Ed abbia un valore rieducativo piuttosto che essenziale…”

sabato 6 aprile 2019

Bioregionalismo: "La terra racconta" - Conoscere il luogo in cui si è...

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"La Terra racconta" è un manuale, il primo a cura della rete bioregionale italiana, che vuole fare conoscere il bioregionalismo e fornire le basi per la realizzazione di mappe locali, strumento utile per farci ritornare ad essere seri e consapevoli abitanti della terra. E' dedicato agli adulti e ai bambini, agli insegnanti delle scuole che potranno trarne spunto per una attività interdisciplinare, agli ecologisti e ai tecnici delle aree protette ed infine a tutti coloro che vivono amore per la Madre terra.   
Il termine “Bioregione” deriva dal greco bios (vita) e dal latino regere (governare). Si tratta, quindi, di un luogo/territorio geografico omogeneo in cui dovrebbero essere predominanti le regole dettate dalla natura e non le leggi che, troppo spesso, l'uomo ha definito artificialmente a proprio uso e consumo. Ognuno di noi vive all'interno di una Bioregione e ciò che dovremmo imparare a fare è di riconoscerla, ritrovarsi in essa come nella propria casa e conoscerne tutte le potenzialità e le risorse naturali, sociali e culturali, alla ricerca di un modo di vivere sostenibile e locale in armonia con le leggi della natura e con tutti gli esseri, viventi e non viventi.
Vi proponiamo un “test” per imparare a riconoscere il “vostro” territorio …
Tratto da “ La Terra racconta” a cura della Rete Bioregionale Italiana (edizioni AAM Terra Nuova) e da uno scritto di Peter Berg.
Un modo efficace per cominciare ad acquisire il senso della tua Bioregione è quello di costruirti una semplice mappa che indichi alcune caratteristiche naturali del luogo dove vivi. 
Il processo di realizzazione della mappa costituirà un’esplorazione avvincente, ma sarà anche un arricchimento personale, poiché esso descrive una zona vicina dove mettere in pratica il concetto del ri-abitare ed il divenire nativo nel tuo posto vita. 
Questa mappa mostrerà un territorio mai disegnato prima con simili caratteristiche, dato che essa rappresenta il tuo punto di vista personale.

Hai solo bisogno di un foglio di carta bianco abbastanza grande e di penne o matite di almeno 6 colori diversi
Fai una X in mezzo al foglio, per rappresentare la tua residenza attuale, che potrà essere: una città, una casa o un appartamento, a seconda della scala di grandezza che avrai scelto per la mappa. 
In alto a destra, nell’angolo del foglio, scrivi la lettera “N” che simboleggia la direzione del nord. Se non sai quale sia la direzione del nord, prova a ricordare dove nasce il sole (est) e da quel punto visualizza ciò che si trova a 90 gradi, oppure gira la testa di un quarto, verso sinistra. 
Puoi rintracciare il nord anche pensando a dove tramonta il sole (ovest) e da quella direzione sposta poi lo sguardo di 90 gradi verso destra. 
Conoscere i punti cardinali è importante per la determinazione delle caratteristiche principali del posto in cui vivi. Per esempio, vorrai sapere quale direzione è più esposta al sole, perciò più calda, poiché le piante e gli animali reagiscono in modi diversi a questo fenomeno. 
Essa sarà anche un’informazione essenziale per posizionare una nuova casa, affinché quest’ultima possa assorbire maggior calore durante i brevi giorni invernali, quando l’arco del sole si abbassa sempre più sull’orizzonte, a seconda della tua distanza rispetto all’equatore. 
I punti cardinali sono necessari anche per costruirti un fedele archivio di informazioni sul tuo luogo di vita. 
Usando la lettera “N” come orientamento, disegna qualche freccia sul foglio per indicare le direzioni da cui provengono, di solito, il vento e la pioggia
Potrebbe trattarsi di più luoghi a seconda del periodo dell’anno o di un luogo determinato per ogni stagione. Suggerimento: se in precedenza non hai mai fatto caso a questi fenomeni e non conosci tali direzioni, prova a ricordare quale soglia di casa si bagna di più quando c’è un temporale, quale davanzale interno diventa umido o quali finestre sbattono quando soffia il vento. 
Poi disegna il corpo idrico più vicino alla X che simboleggia il posto dove vivi. Può essere un torrente, un fiume, un lago, uno stagno o persino una palude o un acquitrino. In certi casi può essere il mare. 
A questo punto diventerà evidente la scala della tua mappa: se hai una conoscenza discreta di un’area ampia attorno al posto che hai segnato con la X, avrai rappresentato un grosso corpo idrico, come un fiume principale, un grande lago o una baia marina; se invece non hai dimestichezza con una scala tanto grande, potrai cominciare con un torrente o uno stagno vicino che conosci. Se è possibile, mostra come si collega ad un fiume o ad una palude. 
Nelle città, la maggior parte del terreno è stata coperta con strade e costruzioni così, se sei un cittadino, indica il fiume, il lago o il ruscello che si trova in un parco vicino. 
Indizio: la direzione che segue la pioggia nei fossi può indicarti dove si trova un corpo idrico. Utilizza per questo un colore particolare come il blu, così che risalti chiaramente il sistema d’acqua ed usa altri colori perle parti della mappa ancora da disegnare.

Il corpo d’acqua che hai tracciato è circondato da territori più alti che, con la forza di gravità, vi fanno fluire l’acqua piovana o di sorgente. Queste terre più alte possono essere colline, se la tua mappa è fatta in piccola scala, oppure catene montuose se la scala è molto grande.
Da quelle alture l’acqua si riversa a valle, per questo si usa il termine di bacino idrografico” per descrivere tutto il territorio che circonda un particolare corpo idrico, disegna le colline o le montagne che creano il bacino idrografico in cui vivi. 
Indizio: i bacini idrografici possono essere estesi come quello del fiume Mississippi con le Montagne Rocciose da una parte ed i Monti Appalachi/Allegheni dall’altra (in Italia si può citare il bacino del fiume Po, con le Alpi da una parte e gli Appennini dall’altra) o piccoli come un’altura che separa due torrenti o le collinette attorno ad uno stagno in un parco cittadino. Usa un colore diverso dal precedente che rappresentava l’acqua.

L’elemento successivo da inserire nella mappa è il suolo. Prova a pensare alle escursioni che hai fatto nelle diverse zone della tua Bioregione, così da riuscire a disegnare i tipi di suolo: sabbioso, argilloso, roccioso, ecc.; in genere i territori d’altitudine sono più rocciosi di quelli situati in basso, poiché il terreno più soffice viene dilavato dalle piogge o asportato dal vento. Se ricordi di aver notato affioramenti rocciosi in cima alle colline, disegnali. 
Il terreno più soffice (dilavato o trasportato dal vento) si deposita nelle valli o in luoghi meno elevati, che si trovano solitamente vicino a corpi idrici. Prova a pensare a dove può essersi depositato questo tipo di terreno ed evidenzialo sulla mappa. 
Indizio: potrai trovare questo suolo laddove hai osservato campi e fattorie, dato che gli agricoltori preferiscono un substrato ricco di sostanze nutritive. 
C’è del terreno sabbioso, oppure argilloso dove vivi ? Per disegnare questi suoli usa uno o più colori diversi. Vedi poi di aggiungere ogni altra caratteristica geologica peculiare della tua Bioregione, come lave, pareti di granito, grotte, depositi salini.

Ora raffigura alcuni esempi di piante ed animali nativi del luogo in cui vivi. “Nativi” significa animali selvatici, anziché domestici come cani, gatti o cavalli e vacche. 
Significa anche piante indigene, piuttosto che le piante coltivate per scopi alimentari o che sono state introdotte da altri luoghi per altri motivi. Ad esempio. le querce sono native del Nord America ma non lo sono gli alberi di mele (in Italia si possono sostituire gli alberi di mele, da noi nativi, con piante esotiche come il kiwi). 
Suggerimento: gli esempi di animali vanno dagli insetti ai pesci, dagli uccelli ai mammiferi. Le piante comprendono le graminacee, le erbe officinali, gli arbusti, gli alberi.

Finora, in questa mappa non vi sono segni relativi all’uomo. Di solito, questi segni sono così numerosi nei luoghi abitati che quasi non sarebbero appropriati per la mappa. 
Per intonare la mappa alla situazione attuale, traccia due aspetti opposti al rapporto che l’uomo ha con le caratteristiche che hai già descritto. Il primo sarà la rappresentazione delle cose peggiori che sta facendo la gente. 
Suggerimento: per esempio la produzione di rifiuti che minacciano di inquinare l’acqua, oppure le pratiche agricole non corrette che erodono il terreno, le attività di estrazione mineraria che creano pericolose scariche o le dighe che impediscono la risalita dei pesci in un fiume.

Come secondo aspetto, cerca di raffigurare le cose migliori che sta facendo l’uomo per vivere in armonia con gli elementi naturali della mappa. 
Suggerimento: fattorie a produzioni biologiche o che attuano la permacultura e perciò mantengono il terreno in salute, oppure progetti di riciclaggio che riducono i rifiuti. Altre attività che apportano benefici potrebbero essere: progetti di energia rinnovabile, il ripristino di fiumi o foreste ed altri tentativi per migliorare l’equilibrio fra le necessità umane e quelle dei sistemi naturali, gruppi di acquisto locale, mercatini biologici e artigianali, associazioni, incontri ecc. Naturalmente, questo dipenderà dalla tua opinione personale del momento, ma sarà un passo importante per conoscere come percepisci il posto in cui vivi.

La mappa che hai fatto è un prospetto della tua Bioregione ed anche una sorta di bandiera del posto. Essa mostra la tua dimora, per mezzo degli elementi naturali che localmente sostengono la vita. Questi elementi hanno bisogno di essere ripristinati laddove sono stati danneggiati e preservati dove sono ancora intatti. Alcuni di essi sono vere sorgenti per i basilari bisogni umani come cibo, acqua, energia e materiali, e questo sarà possibile finché vi saranno metodi sostenibili, sia per la gente, che per le altre forme di vita.
Un senso del posto Bioregionale può diventare la base per la tua idea di comunità. E’ facile intuire che molti problemi della tua comunità ne trarrebbero beneficio. Tra questi, l’uso della terra e le scelte di sviluppo, l’approvvigionamento idrico ed il trattamento delle acque di fogna, l’educazione e la sanità e persino la messa in scena di celebrazioni locali, per salutare eventi naturali unici: fioriture di stagione, la fruttificazione di piante native e la comparsa di animali selvatici.
Anche i problemi locali hanno un aspetto Bioregionale: dalla disoccupazione ed indigenza, ai trasporti e servizi pubblici. In parte, essi possono essere risolti con progetti di conversione energetica, affinché veicoli ed abitazioni usino fonti di energia rinnovabile, con progetti che promuovano una certa autoproduzione di cibo, che riciclino materiali ed acqua o ripristinino ecosistemi danneggiati. 
Con una prospettiva Bioregionale avrai un quadro ecologico più completo del posto in cui vivi, ma essa può anche aiutare a giungere a mestieri utili e ad una professione futura. 
Le località rurali e suburbane possono avviarsi verso un determinato ripristino ecologico, sia con i rimboschimenti, il recupero delle popolazioni faunistiche, la ricostituzione del suolo, il miglioramento dei corsi d’acqua danneggiati, che con altri progetti in grande e piccola scala. Attualmente, gli ambienti delle città non sono ecologicamente sostenibili e sarà necessario un arduo lavoro per arrivare a ciò. 
Ci sono molte opportunità per giungere a tale traguardo: ricostruzione di edifici, sviluppo di alternative al trasporto automobilistico privato, orticoltura comunitaria, ricostituzione dell’habitat selvatico urbano, riciclaggio, rivitalizzazione dei quartieri e programmi sociali, come l’impiego dei giovani nei vari aspetti della sostenibilità. Chi pratica il vivere nel posto, possiede una qualità personale non raggiungibile altrimenti !

Diventare ri-abitatore ti renderà un membro autentico della tua comunità di vita. La tua mappa mostra un territorio che ha bisogno di sostegno e di difesa. 
Eventualmente, puoi unirti ad altra gente che vive nella Bioregione, per scoprire altre cose su di essa ed esplorare modi di viverci che saranno appropriati per conservare una parte unica della terra.

Come consiglio, prima di iniziare a cimentarsi nella progettazione di una mappa Bioregionale, date una lettura di questo semplice questionario, libera interpretazione di quello scritto da Wendel Berry (contadino, ecologista, pioniere).
  1. Potete citare la specie dell’albero più vicino alla vostra abitazione? 
  2.  E’ una specie indigena? 
  3. A che distanza si trova l’antenna per cellulari più vicina? 
  4. Quanti degli oggetti che avete potete fabbricare da voi? 
  5. Dove si trova la fonte di energia elettrica più vicina? 
  6. Sapete a che ora sorge il sole ? 
  7. Tra quanti giorni c’è la luna piena? 
  8. Quanti sono le verdure, i frutti nel vostro frigo che provengono da meno di 50 Km di distanza? 
  9. Sapete dov’è il nord?  
  10. Potete citare cinque tipi di uccelli non migratori del vostro vicinato? 
  11. E cinque tipi di uccelli migratori? 
  12. Pensate all’oggetto di casa vostra che ha il maggior valore monetario. Sapete dove e come è stato fabbricato, in che condizioni lavorano quegli operai e se sono rispettati i loro diritti? 
  13. Sapete quando è stata costruita la vostra casa, chi l’ha costruita e da dove provengono i materiali da costruzione? 
  14. Che cosa si trovava prima in quell’area? 
  15. Per quante generazioni conoscete l’origine dei vostri antenati? 
  16. Sapete l’origine del nome della città/borgo/villaggio dove abitate? 
  17. Dove vanno a finire i vostri escrementi? 
  18. Conoscete la sorgente che alimenta il vostro rubinetto? 
  19. Quanta acqua consumate in un anno? 
  20. Quando avete prestato l’ultima volta un oggetto ad un vicino di casa? Che cos’era? 
  21. Quanti sacchi di rifiuti gettate via ogni anno? 
  22. Dove finiscono i vostri rifiuti? 
  23. Conoscete il nome della persona che li raccoglie? 
  24. Qual’è la percentuale di rifiuti che viene compostato? 
  25. Conoscete la natura del suolo dove abitate? 
  26. Potete citare cinque piante commestibili che crescono nella vostra regione? 
  27. Sapete in quale stagione consumare queste piante? 
  28. Da quale regione provengono abitualmente le vostre arance? 
  29. Qual’è il livello di precipitazioni dove abitate? 
  30. Sapete dove si trova la fermata dell’autobus più vicina? 
  31. In primavera, quale è il fiore selvatico che fiorisce vicino a voi? 
  32. Sapete più precisamente quando inizia la sua fioritura? 
  33. Quale è la distanza massima che avete percorso a piedi partendo da casa vostra? 
  34. A quando risale la vostra ultima conversazione con un agricoltore locale? Conoscete il suo nome? 
  35. Dove si trova la centrale elettrica più vicina a voi? 
  36. Se il livello del mare si innalza di un metro nei prossimi 50 anni, la vostra casa rischia di essere sommersa? 
  37. A quale distanza si trova la zona selvatica più vicina voi? 
  38. Quante delle persone che vivono a meno di 500 metri conoscete personalmente? 
  39. Quando tirate lo sciacquone, sapete dove va a finire quell’acqua? 
  40. Sapete come sono spese le imposte locali? 
  41. Qual è stata l’attività principale del vostro settore lavorativo negli ultimi 100 anni? 500 anni? 1.000 anni? 
  42. Sapete dove si trova il mercato biologico più vicino e quale è il giorno della settimana in cui ha luogo? 
  43. Se all’improvviso il denaro perdesse tutto il suo valore, quanti giorni potreste sopravvivere nel luogo dove abitate? 
  44. Quante costellazioni potete distinguere dalla vostra camera da letto? Quand’è l’ultima volta che avete guardato il cielo? 

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 Fonte telematica: 

venerdì 5 aprile 2019

Il bioregionalismo secondo Peter Berg e Raymond Dasmann


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Il concetto di “Bioregione” è stato formulato negli anni ’70

nell’ambito di una ricerca, volta all’individuazione di un approccio
sostenibile alle risorse naturali, condotta da Peter Berg, esponente
delle avanguardie culturali nord-americane, e dall’ecologista
statunitense Raymond Dasmann. Il lavoro prodotto da queste due
personalità singolari venne pubblicato, nel dicembre del 1977, in un
articolo della rivista americana The Ecologist in cui, per la prima
volta, vennero impiegati i termini “Bioregione” e “Bioregionalismo”.

Negli stessi anni, Peter Berg fondò il movimento noto come Plunet Drum
(Il tamburo planetario), allo scopo di diffondere nel mondo il
concetto di bioregione come punto di partenza per la sostenibilità,
nonché le implicazioni culturali, ideologiche e di vita quotidiana che
da esso derivano.

Da allora la teoria bioregionale ha destato l’interesse di scienziati,
ecologisti, agronomi, ed economisti di tutto il mondo, è stata oggetto
di critiche e confutazioni, dovute soprattutto “alla difficoltà di
identificare dei criteri univoci per la delimitazione delle
bioregioni”, ha ottenuto consensi e pareri favorevoli e, in tutti i
casi, ha collezionato innumerevoli pagine nella letteratura
specializzata di tutto il mondo.

Ad oggi, è possibile attingere a numerose definizioni di “Bioregione”
e “Bioregionalismo”, fornite dalle più varie personalità mondiali e
sulla base di approcci eterogenei. Nel complesso, si può affermare che
tutti concordano nel sostenere che per “bioregione” si intende “un
territorio non delimitato da confini politici o amministrativi ma da
confini ‘oggettivi’ (ecosistemi naturali) e ‘soggettivi’ (identità
sociali); quindi un’area geografica circoscritta da limiti fisici
(bacino fluviale, catena montuosa) e da un’omogeneità ambientale e
naturale degli ecosistemi (clima, suolo, flora, fauna) e delle
caratteristiche sociali delle comunità locali (costumi,tradizioni,
identità collettiva, senso di appartenenza al territorio)”.

Per quanto riguarda la definizione di “bioregionalismo”, la questione
è più complessa: nelle intenzioni dei suoi fondatori, il
bioregionalismo è una scelta di vita prettamente ideologica e radicale
che comporta, in primo luogo, l’esperienza dell’ecologia profonda,
dell’auto sostentamento e dell’autosufficienza, è la capacità degli
abitanti di una bioregione di organizzarsi autonomamente e di reperire
tutte le risorse di cui necessitano entro i confini della propria
regione, annullando la pratica del trasferimento di risorse nello
spazio e nel tempo ed estendendo, dunque, il concetto di sostenibilità
all’intero ecosistema e non soltanto in riferimento all’ambiente
naturale e alle sue risorse.

Un simile approccio appare, per certi versi, estremamente utopico e
poco realizzabile in un mondo ormai globalizzato, ciò ha condotto
alcuni studiosi a riformulare la definizione di bioregionalismo per
mezzo di un approccio più pragmatico e meno radicale che vede “la
sostenibilità globale del sistema planetario come sommatoria di una
gestione sostenibile delle risorse naturali di un territorio da parte
delle comunità locali”. Nell’ambito di una simile idea di
sostenibilità, la scelta bioregionale non nega la prospettiva di uno
sviluppo, purché sostenibile e che parta dalle scelte delle
popolazioni locali, né preclude la possibilità di interazione con
operatori economici esterni alla bioregione, purché avvenga secondo
criteri di “buonsenso ecologico” fissati dalle popolazioni locali.

In entrambi i casi, comunque, il bioregionalismo prevede una scelta di
vita che evita l’inquinamento e lo speco, che promuove la
conservazione e il riciclaggio, che valorizza i prodotti tipici della
regione, che adatta i sistemi produttivi ai caratteri ambientali del
luogo e che, soprattutto, implica un ridimensionamento al livello
locale della gestione delle risorse naturali, come punto di partenza
imprescindibile per un qualsivoglia tentativo di sostenibilità
ambientale.

In Italia il “movimento bioregionale” si è andato affermando agli
inizi degli anni ’80 coordinato da un gruppo di attivisti
riconducibili al giornale AAM Terra Nuova. Dopo un primo periodo di
entusiasmo e di attività febbrile, l’interesse verso l’argomento
cominciò a scemare per tornare alla ribalta dopo circa 10 anni grazie
al lavoro di divulgazione operato da un’altra rivista, Lato selvatico,
particolarmente devota alla filosofia del bioregionalismo.

Nel 1996 nasce la Rete Bioregionale Italiana, “un insieme di gruppi,
associazioni, comunità e singole persone che condividono l’idea
bioregionale e in prima persona, nel proprio luogo, si danno da fare
per praticarla”. In breve tempo, la Rete, attraverso incontri
periodici, diffusione di newsletter, pubblicazioni a vario titolo e
contributi all’interno di riviste specializzate, diventerà il
principale punto di riferimento nazionale per tutti coloro che, in un
modo o nell’altro, intendono intraprendere una scelta di vita
bioregionalista.

Coerentemente con il carattere prettamente locale della pratica
bioregionalista e, considerando che “l’idea bioregionale è ispirata
dai sistemi naturali selvatici”, anche la struttura organizzativa
interna della rete mira al decentramento della “gestione” eliminando
figure che rivestano ruoli di coordinamento nazionale, ritenute poco
utili, e limitandosi a costituire un Consiglio di referenti tematici
formato da soggetti con qualifiche diverse, ognuno dei quali, secondo
le proprie competenze, porta avanti le specifiche attuazioni del
bioregionalismo. 

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lunedì 1 aprile 2019

Religione della Natura - Materia e spirito sono espressioni della "Divinità"...



Ai primordi della cultura umana la differenza fra Natura e “divinità” era impercettibile, la speculazione filosofica non era arrivata a presupporre un creatore separato, in quanto autore della creazione. Infatti nella antica tradizione matristica e panteistica la Natura coincideva con la Madre Universale, la quale da se stessa ed in se stessa produce tutti i fenomeni, manifestando tutte le forme. In questa visione non vi è alcuna separazione o differenza fra la Matrice e le sue emanazioni, viventi o amorfe che siano. Animali, piante, montagne, corsi d’acqua, mari, cielo stellato, luna, esseri umani… tutto compartecipa ed è espressione dell’atto creativo, parte indivisibile di un Unicum. La creazione in questa ottica è vista come qualcosa di spontaneo e naturale, una ricorrenza ciclica che sorge dalla terra, sulla terra insiste ed alla terra ritorna, in un continuo ripetersi senza un “oltre”. Questa è anche la visione della Religione della Natura. 

Tutto è presente nel Tutto, nell’eterno qui ed ora. 

Questa beata visione non si è esaurita con il trascorrere delle generazioni, essa è durata a lungo, ed ancora permane nelle menti illuminate. Il suo procedere ellittico conserva il sapore dell’eternità.

Eppure qualcosa nel corso del tempo è cambiato, l’eterno è stato virtualizzato e trasferito in un ipotetico aldilà. Un aldilà per il quale occorre guadagnarsi il passaggio, pena l’estinzione o la dannazione.
La beatitudine dell’appartenere al Tutto si offuscò nel momento in cui l’uomo cominciò a separare se stesso dal Tutto, allorché in lui nacque il senso dell’io e del mio. Forse corrisponde al momento in cui egli scoprì la sua funzione “seminativa” nella riproduzione. Questo fatto lo rese arrogante, alimentò il concetto della sua “autorità”, nel senso che prese a considerarsi egli stesso “autore” individuale della vita. E per trasposizione virtuale immaginò un ipotetico dio creatore, a sua immagine e somiglianza. 

La Natura, in quanto femmina, divenne materia passiva, mentre il creatore, sia in veste di dio che di uomo, fu interpretato come “alito” fecondatore e creatore (afferma la bibbia). Avvenuta questa separazione ecco che nella religione apparve il senso del peccato, legato alla vergogna per la promiscuità ed alla opposizione verso la “materia” contrapposta all’astrazione “spirituale”, con il risultato di condurre l’uomo “religioso” a distanziarsi dalle cose del mondo, ivi compresa la sessualità.
Ma come è possibile separare la vita dalla vita? Come può sopravvivere un essere vivente senza cibo e senza calore, senza amore? Non può…

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Da ciò se ne deduce che, malgrado la caparbia affermazione di un’entità spuria, definita “spirituale”, il processo di separazione dell’io dalla Natura non potrà mai avere compimento, resta solo una pia illusione dettata da una religione. Che prima divide e poi si arroga il diritto di “ri-unire” (religere) . La separazione fra spirito e materia, fra Natura e dio è una falsità, un’inversione nei valori naturali ed è causa di tristezza e di un insoddisfatto desiderio di compensazione. Insomma si rinuncia alla tetta materna per attaccarsi al ciucciotto.

Migliaia di anni son trascorsi, varie civiltà sono sorte e crollate, diverse religioni teiste hanno pervicacemente tentato di separare l’uomo dalla Natura, inculcandogli l’idea del “peccato originale”, della necessità di pentirsi, di ricorrere ad un salvatore, ad un messia, di volta in volta diverso, poiché ogni messia che separa l’uomo dal Tutto non può durare, come non può durare un incubo. Perciò la religione che trascura i modi della vita, ovvero la sua capacità di perpetuarsi, non potrà mai avere una definitiva attuazione, resterà un ibrido intellettualismo malato e sofferente. E perciò l’affermazione del modello religioso patriarcale che conosciamo non potrà mai affermarsi, poiché vive di promesse immaginarie, di dogmi reiterati, di continue riaffermazioni di fede. 

In un certo senso succede così non solo per i teismi ma anche per la scienza e le sue leggi che non durano a lungo ma vengono continuamente sostitute da nuove e più perfezionate “scoperte”. 

“Natura naturans” e “Natura naturata”. Entrambe coesistono, sono intercambiabili a seconda delle situazioni e dei momenti, pur -a volte- in apparente conflitto. Ma torniamo alla religiosità ed all’erotismo. E scopriamo che in verità queste due proiezioni non possono essere disgiunte, come nel cervello non può essere disgiunta la funzionalità dell’emisfero destro dal sinistro, la ragione dall’intuizione, la fase logica da quella analogica, la sincronicità dalla causa/effetto. La comprensione non è mai “univoca” ma richiede un “abbraccio”, l’intelligenza è una visione avvolgente e compenetrante.  Come avviene nel processo riproduttivo fra maschio e femmina.

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Allora, in tempi in cui la storia non era stata ancora confermata come modello lineare di memoria, la donna e l’uomo, uniti nella consapevole reciproca appartenenza e partecipazione all’evento vitale, vissero la religiosità attraverso l’unione sessuale.

Non posso però narravi ora l’intero excursus, passando da un popolo ad un altro popolo, civiltà dopo civiltà. Non ne ho la forza, né il tempo e nemmeno la voglia. Non posso parlare della sacra prostituzione nei templi dedicati alla Dea, delle iniziazioni sessuali nelle comunità dell’Europa antica, delle tendenze promiscue e poliamorose, dei riti pagani della fertilità, del Cantico dei cantici o delle strofe volgari del Risus Paschalis….
Almeno per cominciare, posso aprire una fessura, uno spiraglio minuto su alcuni aspetti dell’induismo, una religione che ha conservato a tutt’oggi molte forme di religiosità erotica. Gli episodi sono tanti, non basterebbe un’intera biblioteca a narrarli tutti. Mi limiterò quindi a descriverne alcune pagine, aperte quasi alla rinfusa. Voglio partire da un racconto mitologico in cui aneddoticamente si lascia intravvedere in che modo erotismo e religione abbiano trovato un punto d’incontro.

Si narra che in un tempo lontano in una foresta viveva una comunità di dotti rishi. Questi bramani era adepti in riti sacrificali, attraverso i quali avevano ottenuto grandi poteri psichici. Tutto il giorno essi offrivano sacrifici ed abluzioni agli dei ripetendo mantra vedici, mentre le loro mogli si occupavano delle faccende domestiche. I poteri occulti così ottenuti aveva fatto crescere la loro supponenza ed arroganza facendoli sentire superiori alla natura stessa. A quel punto il signore Shiva (spesso individuato con il nostro Dioniso), in qualità di compensatore e detentore dell’energia naturale, volle impartir loro un insegnamento. In compagnia di Vishnu, conservatore e rifugio di ogni creatura, che prese la forma di una irresistibile donna, Shiva apparve nella foresta in costume adamitico e con attributi sessuali notevoli bene in vista. Egli con la sua prestanza e fascino tentò e sconvolse le spose dei bramani che lo seguirono abbandonando i loro doveri familiari. Allo stesso tempo i bramani furono distratti dai loro riti dalla concupiscente Mohini (Vishnu), che con la sua andatura lasciva li aveva attirati a sé. Così la comunità dei rishi perse la sua determinazione nel perseguire “tapasya” a fini di potere.  Ad un certo punto, sempre così va a finire, alcuni di quei sacerdoti si avvidero della “caduta nel peccato” e richiamarono all’ordine i colleghi, accusando Shiva di aver ordito un complotto ai loro danni. Essi decisero quindi di vendicarsi e avendo attizzato un grande fuoco sacrificale si posero attorno ad esso declamando mantra e formule magiche, e riuscirono così a materializzare una feroce e possente tigre che immediatamente fu scatenata contro Shiva. Ma egli, per nulla turbato, la uccise senza fatica con il suo tridente e della pelle ne fece una veste che pose attorno ai fianchi. I bramani inviperiti pomparono ancora più ghee (burro fuso) e mantra attorno al fuoco dal quale si levò un nugolo di serpenti velenosi che furono lanciati come frecce contro Shiva.  Al contatto con il suo santo corpo i serpenti non lo scalfirono affatto, anzi benevolmente gli leccarono la pelle e si disposero come ornamenti e come cinture sul suo collo e sulla veste. I bramani sentendosi umiliati nel loro orgoglio decisero di concentrare tutte le loro facoltà ed evocarono il demone del loro stesso ego, che sorse dal fuoco nella forma di un mostruoso nano nero, dotato di forza diabolica. L’immondo essere si avventò contro Shiva con l’intento di distruggerlo ma egli con un semplice gesto del piede lo atterrò e lo tenne immobile per terra. A quel punto i bramani capirono di aver a che fare con un potere più grande e sentendosi confusi, con l’ego piegato dalla grazia di Shiva, si gettarono ai suoi piedi e l’implorarono di accettarli come suoi devoti e parte di sé. E così, da allora, l’erotismo entrò a far parte integrante della religione.

Infatti bisogna tener presente che l’induismo non separa spirito e materia, che sono ritenuti indivisibili, e chiede ai praticanti che tutti i precetti siano presi seriamente anche quando si tratta di rapporti sessuali, come descritti nel Tantra. Così vediamo che alcune celebrazioni si risolvono in orge vere e proprie in cui vengono cantate canzoni ed effettuate danze di grande suggestione erotica.

Nel culto shivaita ed in quello della Dea Parvati, sua sposa, esistono numerosi racconti a sfondo religioso (purana) che narrano le loro avventure e piaceri sessuali, con descrizioni da far invidia ai manuali dell’amore (kamasutra). Tra l’altro nell’iconografia classica Shiva è raffigurato con una immagine inequivocabile. Trattasi del Linga-Yoni, una struttura in pietra, od altri materiali, che raffigura un fallo eretto fissato su una piattaforma che rappresenta la vagina della sua sposa Parvati. L’adorazione di questo simbolo è considerata una cosa normalissima. Anche le giovani ragazze venerano Shiva in quanto Linga. Egli rappresenta il maschio ideale, amante ardente ma tenero e premuroso verso la sua sposa, alla quale impartisce anche lezioni di religione, trattandola alla pari.

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Questa visione non è peculiare del solo shivaismo, è noto che nell’induismo sono contenuti molti elementi erotici. Anche nel Rig Veda vengono descritti particolari molto crudi. Ma è soprattutto nel culto tantrico della Dea Madre Kali o Durga che le relazioni sessuali fra uomini e donne son diventate parte integrante del rituale. La descrizione particolareggiata dei suoi rapporti amorosi avviene pure in alcuni purana dedicati a Krishna. Tra l’altra parecchie figure erotiche, altamente espressive, appaiono in numerosi templi. Queste sculture debbono essere considerate esattamente per quello che sono . Gli antichi indù, infatti, non avevano bisogno di ricorrere a sotterfugi. A dimostrare che l’adorazione della divinità non viene mai disgiunta da quelle che sono le forme normali della vita, in un qualsiasi tempio si seguiva (ed in parte ancora si segue) una routine giornaliera che molto somiglia alla routine di un monarca. La mattina bagno rituale, offerte di cibo, ricevimento dei devoti, e la sera intrattenimento con musica e danze eseguite da “etere” specializzate, chiamate devadasi, che all’occorrenza soddisfacevano anche sessualmente i devoti, come atto traslato dal dio.

Gli antichi poeti e narratori epici non hanno mai provato alcun imbarazzo nel combinare le descrizione erotiche con gli insegnamenti religiosi. In una iscrizione apposta in un tempio risalente al IV secolo d.C. Si dice che il tempio era stato costruito “..nella stagione in cui i giovani, ubbidendo al desiderio erotico, abbracciano le prosperose, dritte e lunghe cosce, i seni ed il ventre, delle loro amanti e non si curano del freddo e del gelo..” (L’Induismo – Nirad Caudhuri)

Forse questa propensione alla sessualità, come parte del rituale religioso, trova una sua esasperazione in una aspetto ossessivo del tantrismo definito della via sinistra, il cosiddetto Vamachara, che consiste nell’indulgere ritualisticamente ai 5 M., ovvero i Pancha Makara, e precisamente: madya (alcol), mamsa (carne), matsya (pesce), mudra (gesti con le mani) e maithun (coito). Ma basti sapere che gli stessi indù vedono di mal occhio queste attitudini combinate, tant’è che i praticanti, ipocritamente, fanno di tutto per nascondere le loro pratiche.

Alcuni studiosi si interrogano sulle origini dell’erotismo tantrico nell’induismo. Talvolta si vuole far risalire questa tendenza ai costumi libertini importati dai greci venuti al seguito di Alessandro Magno. In diverse parti tra l’attuale Afganistan e Pakistan sono state rinvenute antiche statue raffiguranti scene erotiche, come il ratto di Dafne, gli amplessi di Leda con il cigno, nudi di Venere, etc. ma questa opinione convince poco anche perché lo stesso Alessandro restò meravigliato da alcune abitudini osservate negli yogi erranti da lui incontrati in India. 

C’è poi l’ipotesi di una influenza taoista ma anche questa è difficilmente accettabile considerando che i taoisti avevano quattro norme per i rapporti sessuali: massimo contatto, minima emissione di seme, cambiare la donna di frequente, rapporto con vergini. Queste norme avevano una loro logica, infatti se l’uomo doveva acquistare vitalità nel rapporto sessuale, a discapito della donna, l’avere rapporti con donne esperte o con donne con le quali si era creata una familiarità, portava ad un lasciarsi andare che non era consono ai dettami. Essi dicevano: “Avvertendo prossimo l’orgasmo frenatevi. Risparmiate il vostro seme ed allungherete la vostra vita”. Ma questa attitudine non è certa consona agli indù, per i quali abbandonarsi a una donna durante il rapporto sessuale rappresenta il massimo della felicità. E dopo tutto gli indù sono indoeuropei e si rifiutano di ridurre la donna al ruolo di schiava sessuale, come spesso avviene sia in Cina che presso tutti i popoli semitici. 

Paolo D'Arpini - Rete bioregionale Italiana

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