giovedì 10 ottobre 2019

Il senso del bioregionalismo e dell'ecologia profonda: "Conservare la vita sul pianeta Terra"



Immagine correlata

Parecchi anni fa aiutai l'amico Peter Boom a rendere in italiano “2020
- Il nuovo Messia” un libricino di fanta-ecologia in cui si immagina
la fine del mondo in seguito ad una serie di catastrofi ecologiche
causate dall'uomo. A quel tempo, primi anni '90 del secolo scorso, già
facevo parte del nascente filone bioregionale e della “deep ecology”
(come allora si diceva), e trovai interessanti le tesi di Peter, che
immaginava un goffo tentativo da parte dei potenti di salvarsi dalla
distruzione planetaria per mezzo di “una nuova arca” (che accogliesse
loro stessi e le loro donne) e finì miseramente in un boato atomico
autodistruttivo. Insomma l'interrogativo era ed è se gli umani saranno
in grado di ereditare la terra..

I mondi dell'uomo sono molteplici ma tutti nel pensiero.. uno solo è
reale: questa Terra. Se non siamo in grado di conservare la nostra
vita onorevolmente sulla Terra come potremo sperare la salvezza
emigrando su altri pianeti? Come potremo sperare di essere accolti nel
consesso della vita universale extraterrestre se non siamo stati in
grado nemmeno di mantenere la vita sul nostro piccolo pianeta? Con ciò
ritengo che l'esperimento della nostra sopravvivenza deve potersi
avverare qui dove siamo... Inutile sperare in colonie sulla Luna, su
Marte o su Venere.. inutile cercare l'acqua su quei mondi desolati se
qui -dove ce ne è tanta- non siamo in grado di mantenerla pulita.

Eppure già ci furono diversi scienziati e spiritualisti illuminati che
sin dagli albori della società dei consumi avvertivano l'uomo del
rischio di uscir fuori dai binari dell'equilibrio scienza/vita. Oggi
il treno umano sta deragliando con scintillio di schegge impazzite:
OGM, avvelenamento chimico metodico della terra e dell'acqua, energia
atomica sporca, deperimento sociale e morale, urbanizzazione
selvaggia, distruzione delle risorse accumulate in millenni dalla
natura, etc.

L'uomo nel corso della sua breve storia ha enormemente trasformato la
faccia della Terra, perché egli può deliberatamente modificare quasi
tutto quel che costituisce il suo ambiente naturale e controllare quel
che cresce e vive in esso.

La trama della vita è però tanto delicata e tanto legati sono tra loro
il clima, il terreno, le piante e gli animali, che se una componente
di questo complesso viene violentemente modificato, se alcuni fili
vengono tagliati all'improvviso, l'intero complesso subisce una
modificazione. Questo è il significato intrinseco del Bioregionalismo
e dell'Ecologia Profonda.

Per centinaia di anni -e soprattutto nell'ultimo secolo- l'uomo è
stato la causa di deturpazioni, stermini ed alterazioni profonde... e
questo malgrado la sua contemporanea capacità di creare abbellimento
ed armonia. Il potere intellettivo che consente all'uomo di progettare
e costruire è lo stesso che gli consente di distruggere. Con l'aumento
smisurato della popolazione umana la capacità di procurare danni
materiali come pure l'affinamento del pensiero e della riflessione
sono cresciuti esponenzialmente.

Purtroppo questa nostra Terra non è un Paese di Bengodi od un corno
dell'eterna abbondanza... le risorse del pianeta, pazientemente
accumulate e risparmiate nel suo ventre, sono ora in fase di
esaurimento. La biodiversità e la purezza del genoma vitale sono
sempre più a rischio... molte specie animali resistono solo negli zoo
o nei giardini botanici. In tutto il mondo moderno ogni nuova impresa
economica e scientifica viene seguita da peste e malanni, lo sviluppo
continuo equivale al consumo accelerato dei beni, nella incapacità di
recupero ambientale e ripristino da parte della natura.

Occorre da subito e con la massima serietà e determinazione fermare la
caduta, preservando le risorse residue e quel che rimane della vita
selvatica, non solo per il mantenimento della bellezza naturalistica
ma soprattutto perché l'armonia complessiva, cioè la reale
sopravvivenza della comunità dei viventi (e dell'uomo stesso) dipende
da quelle componenti.

Il futuro dell'umanità, infatti, non sta nella sua colonizzazione di
altri pianeti del sistema solare bensì nella sua abilità di conservare
la vita sul pianeta Terra.

Per questa ragione la biologia, l'ecologia profonda, la spiritualità
della natura sono aspetti essenziali del nuovo paradigma coscienziale.
Uno dei più grandi misteri vitali, che abbiamo il dovere di affrontare
e risolvere, è quello relativo alla nostra vera natura. Ma le
religioni e la scienza non saranno mai in grado di darci una risposta
se non cominciamo a cercarla direttamente in noi ed attorno a noi.
Altrimenti non saremo in grado di uscire dal meccanismo ripetitivo
delle guerre, dello sfruttamento insensibile, dei conflitti razziali e
interspecisti.

Umanità non è solo simbolizzata da questi bipedi antropomorfi e non è
solo un agglomerato organico definito “corpo”. Possiamo dire che
Umanità è la capacità di riconoscersi con tutto ciò che vive e pulsa
energeticamente dentro e fuori di noi.

La Terra è la nostra casa, l'abbiamo avuta in eredità da un lento e
laborioso processo globale della vita, ma siamo sicuri di poterla
lasciare a nostra volta alle generazioni future nella stessa integrità
e opulenza nella quale noi l'abbiamo ricevuta? La dignità umana si
gioca anche in questo, accettiamo dunque la sfida posta alla nostra
intelligenza.

L'evoluzione ha una direzione univoca, la crescita della Coscienza,
restiamo in essa!


Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana


Risultati immagini per 2020 il nuovo messia
bioregionalismo.treia@gmail.com

martedì 8 ottobre 2019

Orti bioregionali urbani. Pro e contro


Risultati immagini per Orti urbani

Il boom dell’agricoltura urbana è uno dei processi in atto nella nostra società moderna. Il Brooklyn Grange di New York è l’orto urbano più grande del mondo con fattorie urbane sui tetti dei palazzi in un ex cantiere navale della marina militare, ma anche in Italia ci sono importanti casi di orto urbano. 

Da Bologna, considerata la prima città italiana in materia, a Palermo dove terreni coltivabili vengono affittati per allenarsi all’agricoltura biologica; da Venezia dove l’orto urbano è alla base di un progetto di rigenerazione del sito industriale di Marghera a Torino dove nel quartiere Mirafiori Sud, ex Fiat, si è creato uno spazio per chi voglia dedicarsi all’agricoltura urbana e nell’area industriale del Parco Mennea sono stati messi a dimora 300 alberi, un orto collettivo ed una vigna; da Milano che ha riqualificato gli spazi degli scali ferroviari dismessi fino a Roma. Quali gli stimoli a questa nuova tendenza? 

Innanzitutto il recupero di aree potenzialmente contaminate, ex siti industriali, poi la voglia di verde nelle nostre città dove questo colore spesso manca, ancora la convinzione che i processi naturali, come la crescita di vegetazione, siano correttivi dell’ambiente inquinato, infine la possibilità di disporre di matrici alimentari preziose e di qualità a portata di mano, a Km zero come oggi si dice, senza cioè i costi e l’inquinamento che il trasporto dai siti di produzione a quelli di consumo comporta. 

Diffusi ovunque dal centro alla periferia gli orti nascono in zone urbane e periurbane per consentire alle famiglie di dedicarsi ad essi in nome dell‘autoproduzione e dell’autosufficienza.

Ci sono però anche valutazioni negative rispetto a questo tipo di interventi, prima fra tutte quella che considera l’orto urbano un parassita competitore e predatore dell’ambiente rurale. C’è poi il problema dell’inquinamento urbano che può divenire un pericolo per la qualità delle produzioni da parte di orti urbani. Da qui deriva l’esigenza di scegliere il sito di collocamento dell’orto e soprattutto la sua gestione quanto più bio possibile. Una riflessione riguarda il ruolo dei politici: che non pensino di risolvere con gli orti urbani il problema della qualità dell’aria urbana! 

Se è vero che l’attività foto sintetica delle piante in luoghi inquinati migliora l’assorbimento di CO2 e che un albero può ridurre il particolato disperso nell’aria che lo circonda in una percentuale che va dal 7 al 24%,sarebbe però sbagliato demandare agli orti urbani l’intero problema, magari puntando sul fatto che camminare in città attraverso strade e piazze circondate da vegetazione lussureggiante modifichi il nostro umore in meglio, alzando il livello di criticità ed abbassando quello di criticismo.

Risultati immagini per Orti urbani

(Fonte: A.K. Informa N. 41)

domenica 6 ottobre 2019

Bioregionalismo Treia - Visualizzazioni e censure



Risultati immagini per bioregionalismo

Lettera ricevuta: "Caro Paolo D'Arpini, toglimi una curiosità. Linkando, il 5 ottobre 2019,  BIOREGIONALISMO - TREIA - BLOGSPOT, in fondo, sulla sinistra, si trova VISUALIZZAZIONI TOTALI. L'ultima lettura è 775583. Il giorno precedente era 775252. In un giorno 331 arrivi. Visto che gli americani sono - come hai sottolineato anche ultimamente - tuoi "entusiasti" lettori e c'è una grossa differenza, loro sono esclusi dal conteggio? Il numero che leggo a cosa si riferisce? Da tempo seguo e registro (passatempo di un pensionato) le visualizzazioni..."

Mia rispostina:  "Caro Luigi, i numeri che avevo riferito recentemente erano relativi al blog "Altra Calcata ... altro mondo" Sul blog "Bioegionalismo Treia" i numeri sono inferiori, qualche centinaio al giorno, soprattutto in seguito al bannamento di facebook che non accetta più i link provenienti da quel blog , non so bene per quale ragione (o forse so perché, dipende da certi articoli non "politicamente corretti" secondo il metro sionista). Sia Bioregionalismo Treia che Il Giornaletto di Saul sono stati bannati da facebook ed infatti da allora le letture sono calate. Se fino a qualche tempo addietro cercando su Google la voce "bioregionalismo" per primo compariva "Bioregionalismo Treia", da quando sia Facebook che Wikipedia lo hanno censurato il blog è passato ai terzi o quarti posti od anche più in giù... Wikipedia per ragioni differenti da facebook, cioè da quando hanno modificato la descrizione del percorso bioregionale in Italia privilegiando altri movimenti comparsi successivamente alla Rete Bioregionale Italiana,  questo per ragioni "ideologiche" e di convenienza politica, ovviamente. Più o meno la stessa cosa è avvenuta presso diversi media di sistema, come il Manifesto o La Repubblica ad esempio, o presso gruppi e blog "ecologisti" di parte,  inseriti nel meccanismo padronale e di controllo sociale." 

Ciao, Paolo D'Arpini

Immagine correlata

Bioregionalismo e l'Agricoltura del non fare...

Risultati immagini per bioregionalismo e agricoltura bioregionale

“L’agricoltura del non fare”: la vera agricoltura naturale e bioregionale che rispetta l’ambiente e permette di ottenere ottimi risultati con pochi sforzi-

Masanobu Fukuoka è un microbiologo giapponese che ha scoperto il classico “uovo di Colombo” dell’agricoltura naturale: se in natura la frutta ed i vegetali di cui ci nutriamo crescono spontaneamente, perché dovremmo lavorare sodo per arare, concimare, diserbare, potare?

Non sarebbe meglio copiare in tutto e per tutto la natura e ricreare nei nostri campi la correlazione tra le specie viventi, la simbiosi che già esiste in natura?

E così si è dedicato a studiare ed a realizzare in concreto questa sua idea, che una volta realizzata libera l’uomo dalla schiavitù del lavoro e permette di coltivare cibi genuini (irrorazioni clandestine a parte).

Dopo gli studi di microbiologia si è occupato dello studio del suolo e delle patologie delle piante, ma a 25 anni ha iniziato a dubitare di tutto ciò che aveva imparato fino ad allora, ha abbandonato il suo posto di ricercatore scientifico ed è tornato alle radici, alla terra dei suoi genitori. Lì ha sviluppato il suo sistema di “agricoltura del non fare”.

In che senso non fare? Nel senso che se si ricrea nel proprio terreno quella sinergia di piante che si rafforzano a vicenda, se si lascia il terreno parzialmente coperto da paglia, erba, finanche “erbaccia” c’è meno bisogno di irrigare, si può lasciare (specie dopo qualche anno in cui il terreno e tutto l’ecosistema che vi vive sopra si riassesta) che la natura faccia il suo corso producendo cereali, ortaggi, frutti, senza che l’uomo debba correre continuamente ad innaffiare, strappare, potare, regolare alcunché: è la natura che si regola da sola se la si mette nelle condizioni di farlo. Ciò che si produce, ovviamente, è biologico al cento per cento, ed è prodotto possibilmente senza consumare energia differenta da quella delle mani dell’uomo.

A qualcuno potrà sembrare impossibile ma, per fortuna anche in Italia, ci sono sempre più persone che si avvicinano a questi nuovi modi di “coltivare senza lavorare”, ovvero l’agricoltura del non fare, ed anche io ne conosco alcuni personalmente.

Queste poche righe forse non bastano a rendere l’idea di quanto essenziale possa essere la lettura di questo libro per comprendere la società in cui viviamo, e come ogni concetto di lavoro, di agricoltura, di produzione con cui ci siamo finora cimentati sia stato distorto da una prospettiva assurda, imposta dal potere, e che serve solo a renderci schiavi di un sistema in cui pochi tirano le fila e le moltitudini dei popoli sono alla loro mercé. Se infatti ogni persona coltivasse un piccolo pezzetto di terreno secondo le modalità descritte da questo microbiologo giapponese, che senso avrebbe la “ricerca del posto di lavoro”? Come potrebbe esistere la “disoccupazione”? Come potrebbe mai esserci l’accumulo di ricchezza, la povertà, la fame nel mondo, l’agricoltura intensiva coi suoi veleni chimici, la malattia?



Le idee di Fukuoka e la sua esperienza sono state raccolte nel libro La rivoluzione del filo di paglia (Libreria Editrice Fiorentina). Sul web sono presenti diversi articoli, interviste a Fukuoka, video sulla rivoluzione del filo di paglia, ma interessanti sono anche le questioni dell’orto sinergico e della permacultura, altri metodi di coltivazione ecologici ed in armonia con la natura.

Corrado Penna 


Risultati immagini per la rivoluzione del filo di paglia

Risultati immagini per agricoltura del non fare

venerdì 4 ottobre 2019

L’ambiente è malato ma il Gretinismo è un’altra cosa


Risultati immagini per  L'ambiente è malato ma il Gretinismo è un'altra cosa
Il problema dell’ambiente malato esiste realmente, ed è drammatico. Nel mio piccolo, nel mio piccolissimo, me ne sono accorto ben prima che uno pseudoambientalismo teleguidato diventasse un fenomeno di moda.
Anche io, perciò, sono seriamente preoccupato per la salute del pianeta. Ma ancor più preoccupato sono per le ricette dilettantistiche e approssimative che, sull’onda di un giulivo Gretinismo, vengono proposte come soluzione. Questo, ovviamente, prescindendo del tutto da ogni considerazione di carattere “dietrologico”.
Facciamo dunque finta, per un istante, che veramente i media del mondo intero, i capi di Stato e di Governo, l’ONU e tutto il resto del circo mediatico-politico si preoccupino di quello che dice una bimbotta di Stoccolma. Ecco, anche a voler credere a tutto questo, il guaio è che gli “esperti” ambientalisti di ámbito Gretino sembrano non avere capito nulla di ciò che realmente sta a monte del disastro climatico. Innanzitutto, è sbagliato  strillare che i governanti occidentali “ci hanno rubato il futuro”. Strepiti, versacci e crisi isteriche dovrebbero essere indirizzati ai paesi afro-asiatici, responsabili della stragrande maggioranza dei danni ambientali.
I paesi del “sud del mondo” sembrano aver dichiarato guerra all’ecologia: continuano con impegno ad immettere nell’atmosfera i gas che sono direttamente responsabili dell’effetto serra, oltre a scaricare in mare montagne di plastica (il 90% del totale). Ma, soprattutto, continuano a sfornare figli su figli. In Africa si avvicinano allegramente al miliardo e mezzo di abitanti, e procedono gagliardi verso il traguardo dei due miliardi (secondo alcuni, ci arriveranno già nel 2050). 
Il progetto dei potentati che plaudono a Greta e al Gretinismo è quello di scagliare una buona fetta di questi due miliardi contro i “muri” di una Europa i cui abitanti non arrivano a 500 milioni. Con il plauso, naturalmente, di quanti sostengono che abbiamo bisogno di immigrati “per pagare le nostre pensioni”.
Mi spaventa la assoluta ignoranza delle dinamiche demografiche da parte di una classe dirigente europea desolatamente sprovveduta, la stessa che incoraggia una immigrazione che può sommergerci, e la stessa – guarda caso – che accoglie a braccia aperte le nuove parole d’ordine di un Gretinismo da asilo infantile.
Mi spaventa tutto ciò, perché siamo in presenza di una catena i cui anelli sono indissolubilmente legati l’uno agli altri: «sovrappopolazione, inquinamento, mutamenti climatici, alterazione dell’ecosistema, catastrofi ambientali, malnutrizione di intere popolazioni e conseguenti spinte alle migrazioni (ma anche alle guerre per assicurarsi risorse idriche e/o alimentari).»
Il primo anello della catena è la sovrappopolazione. Perché l’uomo è la prima causa dell’inquinamento: sottrae materie prime per la propria sussistenza, produce scorie e rifiuti da smaltire, consuma energia, utilizza apparecchiature inquinanti per alimentarsi, per spostarsi, per riscaldarsi, per mille altri motivi. L’uomo – l’uomo moderno, almeno – inquina l’ambiente (e quindi determina mutamenti climatici) assai più di ogni altro fattore. E ciò sia nel mondo progredito che in quello “in via di sviluppo”, con esclusione soltanto delle sparute popolazioni tribali che ancora vivono in maniera primitiva nelle zone più interne di alcuni continenti: senza luce elettrica, senza automobili, senza altri consumi che non siano quelli di una alimentazione frugale.
Per fermare il disastro ambientale si deve necessariamente fermare il sovrappopolamento del pianeta, cresciuto a dismisura negli ultimi decenni. Eravamo 2 miliardi e mezzo nel 1950, siamo diventati ben 7 miliardi nel 2011, e fra soli trent’anni dovremmo toccare i 10 miliardi. Se non si inverte questa tendenza, le risorse del pianeta continueranno inesorabilmente a diminuire, e la produzione di scorie e rifiuti continuerà altrettanto inesorabilmente ad aumentare, con connesso aumento anche di inquinamento, mutamenti climatici e disastri ambientali.
Ora, fermare la crescita demografica nei paesi afro-asiatici (non nell’Europa della crescita zero) è praticamente impossibile, se non ci si rende conto che “siate fecondi e moltiplicatevi” non l’ha detto Dio, bensì qualcuno che  pretendeva di parlare in nome di Dio. Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano. Mi limito soltanto ad osservare che, quando qualche Gretino grida a noi di fare meno figli, non ha capito nulla, perché quella è una esortazione che andrebbe diretta a quello che una volta si chiamava “terzo mondo”.
Andiamo avanti. Oltre al fattore demografico ve n’è un altro da cui non si può assolutamente prescindere per ogni serio discorso ambientalista: quello delle risorse finanziarie. Per riconvertire e modificare significativamente i processi produttivi, occorrono cifre enormi. Ed è questo il motivo per cui tutti i mille summit internazionali, le varie conferenze sul clima e le altre festose occasioni conviviali non hanno prodotto un bel niente.
I soldi non ci sono. O, meglio, ci sarebbero. Basterebbe farseli prestare dai privati (banchieri, finanzieri, usurai) cui gli Stati hanno regalato l’esclusiva della creazione del danaro. Ma – piccolo particolare – per ottenere in prestito la necessaria montagna di miliardi, gli Stati dovrebbero far salire il loro debito pubblico fino alle stelle. Ergo, non se ne fa nulla, al di là dei soliti pannicelli caldi.
Anche qui la soluzione ci sarebbe. Ma la politica di oggi, almeno fino a questo momento, si limita a svolgere il ruolo di cameriera degli usurai (come direbbe Pound) e mai e poi mai violerebbe il primo comandamento del politicamente corretto: il denaro non appartiene agli Stati ma alle banche, che lo prestano agli Stati seguendo le regole del mercato.
Ecco, basterebbe restituire agli Stati e ai popoli la loro sovranità monetaria per risolvere il problema. E, se non si volesse arrivare a questa scelta “sovranista”, si potrebbe adottare una soluzione di compromesso: «Creare un’istituzione monetaria pubblica, con la partecipazione di tutti gli Stati del mondo in misura proporzionale al numero dei rispettivi abitanti, ed autorizzare tale istituzione a emettere titoli di credito (cioè denari) spendibili esclusivamente per gli interventi di salvaguardia ambientale: dallo sviluppo massiccio delle energie rinnovabili all’adeguamento delle strutture industriali di singoli Stati agli standard più ecologici, passando per le misure – anche “minori” – di risparmio energetico e per ogni altra iniziativa volta alla tutela del mondo in cui viviamo.»
Difficile? Assolutamente no. Ma, certo, soluzioni del genere non piacerebbero affatto a chi soffia sul fuoco del Gretinismo, al solo scopo di consentire che qualche neonata formazione “verde” rallenti l’avanzata di forze realmente pericolose per gli odierni assetti di potere.
Michele Rallo – ralmiche@gmail.com
…………………….
Commenti:
“Potreste anche leggere l’articolo di F. William Engdahl, studioso americano, docente di rischio strategico, laureato a Princeton, e autore di bestsellers di geopolitica ed economia: “Il clima e la via dei soldi”; oppure l’articolo della scrittrice colombiana Cecilia Zamundio: “il maquillage verde del capitalismo non cambia la sua essenza depredatrice: la favola di Greta e i suoi limiti”- Entrambi gli articoli li si può trovare su www.resistenze.org…” (V.B.)
“Annunciata l’agenda eco-fascista dei banchieri. Anche se tralasciato dai media occupati a celebrare la recita di Greta Thunberg, all’assemblea generale dell’ONU è stato svelato anche un complotto dei banchieri centrali, per un “cambio di regime nella finanza” globale, con l’intervento del governatore della Banca d’Inghilterra Mark Car subito dopo quello di Greta…” (G.V.)

Mio commentino:  Leggete anche: https://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2016/12/leonardo-boff-bioregionalismo-un-seme.html

martedì 1 ottobre 2019

Letame bioregionale, come gestirlo?

Risultati immagini per letame
Solo se correttamente gestite le materie fecali degli equini e bovini possono essere escluse dalla disciplina dei rifiuti speciali


A seguito di alcune segnalazioni riguardanti la gestione del letame di cavalli ed altri animali, i tecnici del Dipartimento ARPAT del Circondario Empolese hanno compiuto accertamenti presso due centri di equitazione ed un’azienda agricola del Comune di Montespertoli.
Dai controlli sono emerse alcune irregolarità nella gestione del letame dei cavalli dovute all’eccessivo accumulo o spandimento sul terreno e criticità legate ad una conduzione impropria della concimaia.
Il sopralluogo dei tecnici in un centro di equitazione ha evidenziato che:
  • non ricorrevano i presupposti previsti dalla norma poiché il letame depositato in concimaia era in quantità eccessiva e quindi fuoriusciva dal bacino di contenimento insudiciando il suolo anche con percolamenti. Risultava altresì distribuita sul terreno una quantità di letame fresco non sottoposto al previsto periodo di maturazione in concimaia;
  • le modalità di gestione del letame non risultavano lecite né apparivano finalizzate ad una corretta utilizzazione agronomica e quindi costituivano di fatto uno stoccaggio irregolare di rifiuti potenzialmente pregiudizievole per le matrici ambientali;
  • le eccessive percolazioni derivanti da scorrette modalità di gestione del letame con accumuli, stoccaggi e spandimenti non appropriati possono alterare le matrici suolo e acque sotterranee.

letame
In questo maneggio quindi il letame doveva essere identificato come rifiuto speciale non pericoloso, codice CER 02 01 06 “feci animali, urine e letame comprese le lettiere esauste”, rientrando nel campo di applicazione della normativa dei rifiuti e conformemente all’art. 183 del D.Lgs n. 152/2006 doveva essere temporaneamente depositato e correttamente allontanato e smaltito tramite ditta autorizzata.
L’altro centro ippico oggetto di sopralluogo era iscritto al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari, Forestali e del Turismo (MIPAAFT) come produttore di fertilizzanti ma l’utilizzazione agronomica del letame avveniva in difformità al Codice di Buona Pratica Agricola (CBPA) ed al Regolamento 8/9/2008 n. 46/R, in quanto lo spandimento era stato effettuato
  • nel periodo non consentito, tra il 1 dicembre ed i successivi 90 giorni,
  • in quantitativi superiori al reale fabbisogno delle colture agricole, con un eccessivo apporto di azoto ai terreni interessati.
Il terzo sopralluogo è stato effettuato presso un’azienda agricola a conduzione familiare, con un piccolo allevamento di ovini e di bovini (inferiori a 3 capi adulti) presso il quale non sono state rilevate irregolarità.
L’azienda non si era dotata di concimaia in quanto non prescritta dalla normativa dato il limitato numero di bovini detenuti ed il fatto che gli animali vivevano allo stato brado e semibrado. La superficie dei terreni a disposizione dell’azienda agricola sarebbe comunque stata sufficiente a rispettare la quantità di azoto totale apportata al terreno dall’utilizzazione agronomica degli effluenti del proprio bestiame.
L'esito di tutti gli accertamenti è stato riferito agli enti ed autorità competenti.
Come già indicato nella notizia Maneggi, attenzione a come vengono gestiti gli escrementi e/o urina dei cavalli, richiamiamo in sintesi la normativa che disciplina la materia.
L’art. 185 comma 1 lettera f) del D.Lgs n. 152/2006 esclude dalla disciplina dei rifiuti le materie fecali purché correttamente utilizzate in agricoltura, nella silvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa mediante processi o metodi che non danneggino l’ambiente né mettano in pericolo la salute umana.
In Toscana l’utilizzazione agronomica dei letami e dello stallatico derivanti da allevamenti sono diciplinati dal Regolamento 8/9/2008 n. 46/R nel quale, tra l’altro, si stabiliscono i criteri e le modalità di trattamento, stoccaggio, accumulo e trasporto di tali materiali.
Per commercializzare il letame occorre che il produttore si iscriva al registro dei fabbricanti fertilizzanti presso il MIPAAFT ai sensi del D.Lgs n. 75/2010 mettendo in atto un sistema che garantisca la tracciabilità del prodotto venduto.
I maneggi non sono equiparabili ad allevamenti ma in entrambi quelli controllati dai tecnici il letame dei cavalli era gestito con modalità non idonee per essere impiegato come fertilizzante dei terreni.

Risultati immagini per letame di cavalli
(Fonte: Arpat)