domenica 8 dicembre 2024

Anche le pietre hanno un'anima...?

 


"Siamo in costante ricerca di quel punto di equilibrio, fertile inseminazione di serenità, centro dal quale la vita non fa paura, le relazioni sono gioia, i malesseri ne risentono e ne sono alleggeriti o scompaiono, mentre tutto resta vissuto senza sperpero di energie avvitate intorno all’ego,  anzi, trovando ed esprimendo bellezza e salute..."

Nelle relazioni con qualsiasi oggetto, come un pensiero, una persona o

anche una pietra, frustrazione e sofferenza possono essere presenti, in

quanto implicite nelle inconsapevoli pretese che riempiono il nostro sguardo

sul mondo, sul prossimo, su noi. Pretendendo che le pietre stiano come noi

le poniamo e gli uomini sottostiano al nostro volere, nessun contatto,

adeguato all’equilibrio, alla relazione soddisfacente, può realizzarsi.

Parimenti, nessuna scuola si sprigiona da una relazione sbilenca. E tutto,

costretto dal vincolo del nostro egocentrismo e importanza personale, trova

il modo per ripetersi, per procuraci nuovamente pena. Significa che, liberi

dal laccio, possiamo accedere a un mondo sconosciuto, sebbene

formalmente identico a quello dal quale ci siamo emancipati. Un mondo in

cui vediamo i guinzagli del prossimo, l’alfabeto con il quale descrive

l’universo, la sua determinazione a crederlo il solo e, infine, la sua

inidoneità a riconoscere l’universo altrui.

Impilare le pietre, trovare quello stabile ma precario punto di equilibrio

dà soddisfazione. Ogni sasso che si vuole aggiungere al delicato edificio

corrisponde a una ricerca di un punto di scambio con la precedente.

L’universo di una pietra dai profili irregolari, al pari di quello di una

persona, non può essere conosciuto a priori, esaustivamente,

definitivamente. Rocce e uomini richiedono la medesima attenzione, il

medesimo ascolto, lo stesso mettersi in discussione affinché la ricerca del

punto di contatto sia soddisfatta, affinché, attraverso quel punto si possa

avvertire l’avvento di una relazione autentica, di uno scambio

reciprocamente vero, cioè della bellezza compiuta, di quell'istante in cui si

crea un contatto, in cui l’equilibrio avviene, dove la relazione ha il carattere

della sintonia, della complicità e dove scaturisce l’emozione dell’unione e

del suo sentimento.

Tutto ciò non accade a mezzo di una legge statale o morale, non basta

comprenderlo cognitivamente. Richiede invece una pratica corporea,

affinché sia un’emozione a fornirci la sensazione d’aver fatto giusto o

sbagliato, affinché, attraverso quella sensazione ci torni facile – e non

orgogliosamente faticoso – rivedere noi stessi, il nostro fare.

Ciò che in psicoterapia, pedagogia, psicomotricità e in generale in certe

pratiche didattiche è tecnicamente detto feed-back, di nient’altro si tratta che

di ascolto. Se l’ascolto è una pratica e non una tecnica, significa che esso è

incarnato e non solo capito. E, se è incarnato, esso sarà il ponte non solo per

raggiungere la relazione con l’altro, ma anche per trovare noi stessi, per

ampliare lo spettro di intelligenza creativa, pozzo senza fondo, con il quale

comprendere le ragioni del mondo, fino a quelle a noi più oscure e lontane,


fino a trovare la ragione morale, egoica e autoreferenziale che le aveva

confinate nel buio, il più distante da noi possibile. Esso parifica noi e l’altro,

implica pari dignità e reciproco rispetto, annulla la prevaricazione del

giudizio, ci rende attori protagonisti degli eventi, esplora l’universo altrui e,

contemporaneamente, il nostro, ci mostra l’inevitabilità di ciò che ci accade

in funzione di come ci poniamo.

Pretese nascoste, assunzione di responsabilità, benessere, bellezza sono i

frutti di un modo di guardare la realtà non più egocentrico ma relazionale, in

cui l’altro viene scoperto e conosciuto. In cui questi ci apre le porte

altrimenti ben serrate in quanto, senza più timori, può accreditarci

d’interlocuzione. Allora, le reali ragioni delle affermazioni altrui ci offrono

il percorso che le ha obbligate. Ma c’è di più nell’ascolto, c’è

contemplazione. Con essa diviene evidente quanto e in che termini, l’altro è

specchio di noi stessi, identico a noi nelle dinamiche che lo muovono, e

perciò, ignaro rivelatore dei punti oscuri a noi stessi.

La modalità ricca ed evolutiva è quella esplorativa, già impiegata in tante

occasioni quando eravamo bambini. Nell’esplorazione tendiamo ad essere

disponibili a ciò che accade, ad essere delicati, consapevoli del nostro

intento di scoperta. Siamo creativi, cioè capaci di rimodularci, di riproporci

in altro modo, di sentire che ogni nostro atto ci vede assolutamente

responsabili del risultato che esso tende a generare. Nella modalità

evolutiva non c’è errore, in quanto in essa, nuovamente, c’è ascolto, così la

caduta diviene scuola. E c’è osservazione disinteressata, la sola capace di

dimostrare la nostra perenne responsabilità della condizione d’animo in cui

versiamo.

Quando la modalità evolutiva è incarnata, cioè non è più solo

intellettualmente capita, ma è stata ricreata, il fallimento, prima sorgente di

frustrazione, ora lo è di informazione. La responsabilità prima attribuita, ora

diviene nostra. La creatività prima latente, occasionale o inesistente, ora

assume un carattere centrale di cui abbiamo consapevolezza e, soprattutto

abbiamo i mezzi per riconoscere quanto l’inquinamento egoico tende a

soffocarla e quanto invece la purezza disinteressata – figlia

dell’emancipazione dal nostro giudizio – la lascia emergere.

Quando si gioca a mettere in equilibrio le pietre si sta meditando. Quel

contesto, da materia diviene simbolo e metafora. Nella relazione tra i sassi,

si evidenzia quella tra gli uomini. Il fastidio, l’ira, il rancore, l’uso della

violenza, il desiderio di vendetta e quello dell’invidia di fronte a qualcosa

che non va come sperato, la sofferenza per il mancato successo delle nostre

spesso inconsapevoli aspettative, ma meglio sarebbe chiamarle subdole

pretese, ci fanno vivere la vita nel medesimo modo penoso e avviene per la

medesima ragione. Cioè quella egocentrica modalità di intellegere il mondo,

totalmente sconveniente alla conoscenza, all’abbattimento della sofferenza.

La meditazione, utile a dare un significato diverso al fallimento e ad

allenarci a non identificarci con le emozioni e con i pensieri permette di

alleviare la dipendenza dagli introietti tossici con cui siamo stati allevati e

siamo circondati.


Sebbene la sola permanenza della vita sia l’oscillazione è altrettanto vero

che tutte le pratiche sono allenabili. Significa che, indipendentemente dal

contesto in cui ci troviamo, una volta trovata in noi la sorgente della

sofferenza, possiamo scoprire come impilare le pietre, ovvero come trovare

la via della bellezza, della pazienza, della tolleranza, della pace.

Non possiamo eliminare l’oscillazione ma possiamo imparare a

navigarla.

Lorenzo Merlo



sabato 7 dicembre 2024

EireneFest 2025 – Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza...

 


Dopo tre edizioni nazionali a Roma e tre edizioni locali durante il 2024, il Comitato promotore, visto il proliferare di proposte e richieste di edizioni locali, ha deciso di sperimentare, per il 2025, una rete di festival locali.

 

L’intenzione è riuscire a parlare di pace e nonviolenza tutto l’anno e in più luoghi possibili. Sentiamo l’urgenza di farlo in questo mondo sempre più orientato dai disvalori della violenza, della discriminazione, della guerra come unica soluzione.


Già in questo momento è possibile confermare che si terranno edizioni di EireneFest a Bergamo, Bisceglie, Firenze, Monteleone, Roma, Valdarno, Verona, mentre sta prendendo corpo l’idea di tenere un’edizione anche a Napoli.


In quest’ottica, il Comitato promotore, aperto a tutte le realtà locali grandi o piccole, impegnate per la pace, i diritti e la nonviolenza, invita tutti gli/le interessati/e a mettersi in contatto per proporre il proprio festival locale. 

 

I punti di riferimento ideali e pratici per organizzare un’edizione di EireneFest, Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza, sono racchiusi nella Carta etica (https://www.eirenefest.it/carta-etica-di-eirenefest) e nel Regolamento (https://www.eirenefest.it/regolamento), che costituiscono l’unico quadro di riferimento al quale attenersi nella proposta, nella organizzazione e nella realizzazione del Festival.  

 

Aderendo a quei documenti, si può organizzare liberamente il festival, contando in ogni caso sul supporto dei gruppi di lavoro del Comitato promotore.

Chi fosse interessato a organizzare un’edizione di EireneFest, Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza, può mettersi in contatto con la Segreteria all’indirizzo: info@eirenefest.it.


Olivier Turquet




giovedì 5 dicembre 2024

Autonomia differenziata illegittima secondo la Corte Costituzionale...

 



"La Corte Costituzionale ha comunicato la decisione relativa alla questione di costituzionalità della legge n. 86/2024 (Autonomia differenziata), posta da Puglia, Toscana, Sardegna e Campania. Pur non ritenendo incostituzionale l’intera legge, considera illegittime specifiche disposizioni, rovesciando l’impostazione del testo e riportando il regionalismo ad alcuni principi guida come l’unità della Repubblica, la solidarietà, l’eguaglianza dei cittadini e la garanzia dei loro diritti costituzionali". (Salviamo il Paesaggio - )

La Corte costituzionale ha esaminato i ricorsi di quattro Regioni che hanno richiesto la dichiarazione di incostituzionalità della legge Calderoli e – mentre ha ritenuto non fondata la questione di costituzionalità dell’intera legge sull’autonomia differenziata delle regioni ordinarie (n. 86 del 2024)’ – ha considerato, invece,‘illegittime specifiche disposizioni dello stesso testo legislativo’, come afferma il comunicato emanato dal Palazzo della Consulta.

Naturalmente andrà letta la sentenza con le sue motivazioni; di certo possiamo affermare, come Comitati contro ogni autonomia differenziata, che il Governo, il ministro Calderoli e la maggioranza parlamentare di destra escono malconci dalle dichiarazioni di illegittimità di punti significativi della legge. Basta richiamare alcune disposizioni della legge Calderoli dichiarate incostituzionali per coglierne la portata:

— la possibilità che l’intesa tra lo Stato e la regione e la successiva legge di differenziazione trasferiscano materie o ambiti di materie, e non solo specifiche funzioni;

— la mancata prescrizione di una legge delega che stabilisca i criteri direttivi per emanare i successivi decreti; infatti, la legge Calderoli li indica nella legge di bilancio 197/2022, fatto che la Corte giudica incostituzionale, ravvisando in questo una lesione delle competenze del Parlamento;

— la possibilità di modificare, con decreto interministeriale, le aliquote della compartecipazione al gettito dei tributi erariali prevista per finanziare le funzioni trasferite, in caso di scostamento tra il fabbisogno di spesa e l’andamento dello stesso gettito;

–- l’estensione della legge n. 86 del 2024, e dunque dell’art. 116, comma 3 della Costituzione, alle regioni a statuto speciale che, invece, per ottenere maggiori forme di autonomia, possono ricorrere alle procedure previste dai loro statuti speciali.

Inoltre, la Corte afferma che il Parlamento non può essere spogliato delle sue prerogative di emendare le Intese; che la distinzione tra materie LEP [Livelli Essenziali delle Prestazioni] e non-LEP non può pregiudicare la garanzia dei diritti civili e sociali; che la clausola di invarianza deve collocarsi in un quadro di valutazione complessiva della finanza pubblica, e dunque vanno definiti i fabbisogni per i LEP e, su questa base, decidere le poste finanziarie.

La Corte infine pone al Parlamento il compito indefettibile di intervenire per colmare i vuoti creati con la dichiarazione di incostituzionalità di disposizioni-chiave della legge 86/2024.

Certo, la Corte afferma che la legge Calderoli non è illegittima nel suo complesso, perché tale legge è volta a disciplinare l’attuazione del comma 3 dell’art 116 della Costituzione, frutto della sciagurata riforma del Titolo V del 2001.

Comitati contro l’AD – insieme a sindacati, associazioni e partiti che fanno parte del comitato referendario – attraverso il referendum abrogativo totale, chiedono invece che siano cittadine e cittadini a decidere se la legge Calderoli violi o no gli articoli 2, 3, 5 della Costituzione. Secondo i Comitati la legge Calderoli viola quegli articoli perché frantuma l’unità e indivisibilità della Repubblica, lede il principio di solidarietà e di uguaglianza dei cittadini, che verrebbero a godere di diritti differenziati secondo il luogo di residenza. Per questo i Comitati sono certi che, anche qualora il Parlamento intervenisse per sanare le illegittimità costituzionali, come richiede la Consulta, il referendum di abrogazione totale sarà ammesso e la legge Calderoli, attraverso il voto referendario,sarà cancellata.

Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, lunità della Repubblica e luguaglianza dei diritti



mercoledì 4 dicembre 2024

La ricerca del primo colpo nucleare...

 


Il passaggio dalla MAD alla risposta flessibile rappresenta un tentativo di adattare la strategia nucleare al gioco della ricerca del primo colpo, favorito da un mondo in continua evoluzione, che ha moltiplicato gli attori nucleari e reso tecnologicamente precario il cosiddetto “equilibrio del terrore”. Tuttavia, questa nuova dottrina ignora il punto fondamentale che guerra nucleare rimane una minaccia esistenziale per l'umanità, e la prevenzione di un conflitto nucleare deve rimanere, come sostiene ICAN e tutto il percorso che ha portato al Trattato di proibizione delle armi nucleari (adottato nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021) la priorità assoluta della politica internazionale.

Anche come preparazione al terzo meeting degli Stati parte del Trattato di proibizione delle armi nucleari (New York, marzo 2025), ne intendiamo parlare all’incontro online organizzato per l’8 dicembre del 2024, dalle ore 18:00 alle ore 20:00.

La discussione, introdotta da varie relazioni, l’abbiamo intitolata: “TORNANO GLI EUROMISSILI: TORNA L’INCUBO DELLA GUERRA NUCLEARE LIMITATA AL TEATRO EUROPEO?”

LA SCOMODA VERITA’ ALLA BASE DEL MIRAGGIO DELLA "DETERRENZA" VA SPIEGATA ALLA GENTE COMUNE!

LA DIFESA  DAL (E QUINDI LA RICERCA DEL) PRIMO COLPO NUCLEARE - È LA REGOLA FONDAMENTALE DELLA COMPETIZIONE ATOMICA.

LA MUTUA DISTRUZIONE ASSICURATA NON REGGE SE POSSIAMO SPARARE MISSILI “ATOMICI” NON INDIVIDUABILI O SE POSSIAMO DISTRUGGERE IN VOLO I MISSILI DELLA POTENZA AVVERSARIA.

NE DISCUTIAMO ONLINE L’8 DICEMBRE NELL’ANNIVERSARIO DEL TRATTATO DEL 1987 DI ELIMINAZIONE DEGLI EUROMISSILI, CHE OGGI RITORNANO IN CAMPO

Alfonso Navarra


Sunday December 8, 18:00 – 20:00
https://us06web.zoom.us/j/83966819853?pwd=78mudVUWUw2NaN8EmbyI3WJ3HC6tEp.1

martedì 3 dicembre 2024

La guerra è un'azione politica...?

 


"Ma a che serve separare concettualmente politica e guerra? In termini pratici, a nulla: questo non porrà termine alla guerra. Serve a un’igiene del pensiero, a non scambiare il disordine con l’ordine, l’abnorme con il normale, la morte con la vita"

Il nesso forte, sostanziale, tra guerra e politica è uno dei (pochi) punti fermi del pensiero politico contemporaneo. Non esiste o quasi, oggi, filosofo o politologo che non dia per ovvio che la guerra sia un atto politico, se non l’atto politico per eccellenza, uno dei poteri che per antica tradizione definiscono il sovrano, cioè, oggi, lo Stato: lo ius gladii, il diritto di spada. Che non è solo il diritto sovrano di fare la guerra, ma il diritto sovrano di disporre della vita dei sudditi; tanto di mandarli a rischiare la vita in guerra, quanto di condannarli a morte. E ne risulta, anche nelle attuali forme democratiche dello Stato, il correlativo dovere dei cittadini di mettere la propria vita a disposizione dello Stato, o meglio, come più spesso si dice quando è questione di sacrificare la vita, a disposizione della Patria. Come fa anche la nostra Costituzione all’art. 52, parlando, in quest’unico caso, di “sacro dovere”.

Ripercorrere la teorizzazione di questo nesso, tanto dell’essere sovrano quanto dell’essere cittadini, con la guerra sarebbe contemporaneamente facilissimo e impossibile. Facilissimo perché basterebbe un poco di pazienza per accumulare una quantità indefinita di citazioni, a partire dalla Grecia antica, senza affatto escludere il cristianesimo; impossibile perché la sovrabbondanza sarebbe tale da impedire comunque di tracciare un quadro completo. Mi limiterò a tre rapidi sondaggi nel pensiero contemporaneo: ulteriori approfondimenti sarebbero tipici sfondamenti di porte aperte.

Hegel, Schmitt. La politica è guerra, la guerra è politica

Comincio da quello che è il massimo teorico dello Stato nel pensiero classico tedesco: Hegel. Nel § 324 dei Lineamenti di filosofia del diritto, citando una sua opera precedente, Hegel sostiene che la guerra è il momento di suprema unificazione etica dello Stato, perché è il momento in cui i diritti individuali dei cittadini, compresi quelli alla vita e alla proprietà, rivelano la propria accidentalità e vengono giustamente sacrificati al superiore bene dello Stato, che è l’universale oggettivo.

Luigi Alfieri


lunedì 2 dicembre 2024

Negare noi stessi non ha senso...

 


 “La mente (ego) tende ad appropriarsi delle esperienze vissute. Naturalmente non è necessario, al fine di realizzare la nostra vera natura, “negare” l’identità fisiologica (nome-forma) ma dobbiamo integrarla con il Tutto, anche perché ne facciamo parte ed il Tutto è inscindibile. Vedi il concetto di “ologramma”, in cui ogni parte che compone l’immagine è costituita dalla totalità dell’immagine stessa. Illudersi di essere separati dal Tutto significa cadere nel dualismo separativo. Il nome-forma è come un’onda che sorge sul mare dell’Assoluto, il quale è appunto il substrato necessario all’esistenza dell’io. Realizzare che l’io è solo il Sé riflesso nello specchio della mente è la chiave della Conoscenza”  (Saul Arpino)
 
Il  “riconoscimento” della nostra vera natura avviene come nel passaggio dal sogno alla veglia, è naturale ed  intrinseco in ognuno di noi. Quando sogniamo siamo immersi nel sogno e quella è per noi la sola realtà… Quando giunge il momento del risveglio ci sono delle avvisaglie che ci fanno percepire l’imminente cambiamento di stato. Come dire, abbiamo sentore dell’imminente uscita dall’illusione del sogno. Certo questa è semplice analogia poiché nel sogno e nella veglia, che sono condizioni mentali, non vi è vera illuminazione e realizzazione. Quel “risveglio” di cui parlo è l’intima essenza indivisibile, inavvicinabile dalla mente, ma la sua realtà è intuibile e sperimentabile nello stato di pura consapevolezza.
 
Nel processo di ritorno che sospinge ogni singolo essere verso quella pura consapevolezza avvengono vari miracoli e misteriosi cambiamenti. L’adattamento ai nuovi stati di coscienza coinvolge sempre e comunque tutto il corpo massa della specie, ma nella nostra dimensione umana noi siamo abituati al funzionamento a locomotiva, ovvero due passi avanti ed uno indietro, anche definito crescita per tentativi ed errori. Per questa ragione sembra che l’evoluzione manchi di linearità e continuità. Nella nostra civiltà abbiamo vissuto vari momenti che sembravano paradisiaci, che mancavano però di una comprensione olistica. Un po’ come avviene nel mondo animale in cui la spontaneità  regna sovrana ma la coscienza è carente nella auto-consapevolezza e nella ragione.
 
Insomma dobbiamo poter integrare l’intuizione e la ragione  nel nostro funzionamento e ciò fatto possiamo procedere a dimenticare il processo sperimentale per poter vivere integralmente l’esperienza in se stessa. Osservatore ed osservato non possono essere separati.
 
Per ottenere questo risultato le religioni consigliano la via “dell’amare il prossimo tuo come te stesso” mentre le filosofie gnostiche indirizzano verso l’auto-conoscenza.
 
Non scindiamo queste due vie, teniamole strette come due remi della nostra barca che ci aiutano ad uscir fuori dal pantano del “dualismo”.
  
In fondo, come possiamo considerare che qualcosa sia al di fuori di noi stessi? 

Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica

Passo di Treia. Alla Fierucola delle eccellenze bioregionali


domenica 1 dicembre 2024

Se lo sport diventa fonte di inquinamento e di sperequazione sociale...



Se non ci svegliamo, se non escogitiamo qualcosa che interrompa la discesa verso la completa risibilità del potere popolare, siamo destinati ad una condizione di caleidoscopiche precarietà.

Questo articolo, dedicato alla situazione dei lavoratori impiegati per la costruzione del nuovo stadio di calcio di Riyadh, in vista dei mondiali del 2034, apparso su ilfattoquotidiano.it, illumina sulla deriva delle società capitaliste. Ma è una luce sconsolatamente proiettata sul giorno, nel senso che la condizione in cui versano i lavoratori di cui si parla nel pezzo, non è una novità anzi, gode e da molto di lunga vita.

Lo sfruttamento dei lavoratori – come diremmo noi civili e paladini dei fu diritti sociali, ora abbandonati per quelli individuali – che avviene in Arabia Saudita, e che è avvenuto in Qatar e in tanti altri Paesi, riferito nell’articolo de ilFatto, non ha di che scomporre la nostra società civile e, tantomeno, la relativa classe politica che, infatti, ha voluto e sostiene, ciò che avviene tra le dune e sopra il petrolio. Anche le rispettive Federazioni Nazionali di calcio, che potrebbero e dovrebbero disertare la rassegna del campionato mondiale, e la Federazione Internazionale (Fifa) che dovrebbe e potrebbe imporre norme nei confronti dei lavoratori, nonché sanzioni amministrative e squalifiche tecniche per chi non le rispetta, certamente non faranno niente in nome degli ultimi. E così anche la Federazione Europea (Uefa), che dovrebbe esprimere il proprio dissenso.

In una cultura dove l’interesse economico ha piegato il resto dei pensieri, delle forze, delle passioni, dei credo, semplicemente non può accadere: gli affari sono affari. Formula espiativa per qualunque peccato comportino. Una specie di ragion di stato in seno ai bottegai del commercio e della politica, agli usurai delle banche e agli occulti poteri.

Anche se tutto ciò è alla luce del giorno da tempo immemore, l’articolo resta illuminante, almeno per coloro che sono contenti di poter fare la settimana bianca, di comprare la bmw, di ritirarsi in campagna nel fine settimana. Cioè, nei confronti di quel ceto un tempo detto borghese e qualunquista, ora anche individualista, edonista, opulente, consumista, materialista, divanista e, anche se qui non c’entra, scientista.

Un popolo che guarda la tv credendo di informarsi, parla a frasi fatte e luoghi comuni per via di quanto imparato da esperti e giornalisti, ama la satira che, a sua insaputa gli fa digerire le menzogne della comunicazione e del degrado a tutto tondo. Un popolo che ride soddisfatto e applaude, credendo basti per far sentire il suo dissenso, per sentirsi dalla parte della rivoluzione, ma che, ignaro di mostrare la sua nulla consapevolezza puntellata di buon senso – il massimo del suo orizzonte – seguita a votare e a raccontare agli amici e ai figli che, se Putin vince arriva a Lisbona.

La speranza è che questa fascia enorme, maggioritaria e latrice della cultura progressista trasversale, diagonale, bisettrice, perimetrale, circolare e sferica della scheda elettorale, possa essere toccata dal faro dell’articolo. Più esattamente, possa riconoscere che una politica senza sovranità popolare, venduta all’economia, non possa che proseguire il suo corso verso il basso, cioè verso quel punto creduto lontano, ma al quale siamo tutti esposti in forma varia, illuminato dall’articolo. Che possa scuotere, oltre che le mani, anche il proprio potere, risvegliarlo dall’incantesimo, disseppellirlo dal tumulo di futilità – comprate risparmiando, naturalmente – con le quali aveva creduto di poterlo esercitare.

Un’economia finanziaria slegata dal lavoro e un capitalismo troppo costoso rispetto a quello orientale non possono che essere ingredienti di ricette dal costo al ribasso, da molto tempo garantito da una politica d’immigrazione travestita d’umanitarismo, ma voluta e promossa con strategia, per questioni squisitamente economiche ed egemoniche.

Di questo la classe media dovrebbe prendere coscienza e, finalmente, sentire che dal piano di sopra non cadono più le briciole che erano sufficienti a tenerla per il naso, nonché di accorgersi di essere appoggiata ed eretta su un terreno umido e senza più vespaio, senza più separazioni impermeabili rispetto alla classe che le sta sotto, composta da disgraziati, immigrati, reietti, lavoratori, disoccupati, pensionati, nullatenenti. Classe dei poveri che si sta infoltendo dal tempo della globalizzazione e della delocalizzazione, penultimi e pressoché congiunti espedienti per dare ossigeno al capitalismo occidentale. Una classe che, suo malgrado non può per cultura che esser anch’essa avida, in questo caso legittimamente di dignità e decoro minimo e sopravvivenza fisica. Che perciò non potrà fare sconti allo strato che le sta sopra. Gli affari sono affari, no? La competizione lo vuole. Il profitto lo impone. E una guerra tra poveri è sempre un fumogeno, dentro il quale, mentre nessuno vede, si ratificano leggi come quelle di Riyadh e ben oltre.

C’è da chiedersi quanto la luce gettata dall’articolo citato, e di mille altri già esistenti, possa essere vista dai ciechi o udita dai sordi, prima che l’espediente della rana bollita non ci faccia sentire, con troppo ritardo, cosa significhi esistere e lavorare nella multiforme precarietà, in questo caso, in nome del gioco più bello del mondo.

Lorenzo Merlo