sabato 31 gennaio 2026

Campagna per un interspecismo maturo...



Tra le varie iniziative ecologiste portate avanti durante gli anni trascorsi, al fine di stabilire "pari dignità" con i nostri coinquilini del Pianeta, ovvero gli animali, lanciai una campagna animalista in cui chiedevo che fosse ampliata a tutti i mammiferi la protezione concessa agli  animali da compagnia (cani e gatti). Raccogliemmo al Circolo Vegetariano qualche migliaio di firme su una petizione ad hoc che poi inviai al Presidente della Repubblica, affinché aiutasse la causa con i suoi buoni auspici, senza esito positivo.  Ma non demordo a portare avanti questa iniziativa, cominciando  ovviamente  dall'estensione dei pari diritti ai nostri consanguinei scimmie, che condividono con noi il 99% del patrimonio genetico. Ritengo che questo sia un passo necessario  per l'interspecismo maturo da me  auspicato  e ritengo che la  “pietas” verso i nostri consimili  sia una necessità evolutiva e spirituale. 

La spinta a proseguire in questa campagna di sensibilizzazione è legata ad una esperienza da me vissuta in Africa tanti anni fa (1972/1973) in cui ebbi incontri ravvicinati con molti animali. Di seguito riporto una mia memoria...


Abidjan - La scimmia ed il Kalaò


Dopo un mese ad Abidjan mi sembrava di aver conosciuto tutto della città, perlomeno nell’ambito dei rapporti e dei luoghi che mi erano consentiti. Chiacchierate attorno alla piscina dell’hotel più “in” (quello dove andavano i turisti americani) per stare a contatto con i ricchi, puntate nelle taverne plus africaine (in compagnia di prostitute e gente di malaffare), nottate passate in terrazze della città vecchia fra i tamburi che ripetono senza sosta il loro richiamo verso l’istinto, qualche festa o cena nella villa di qualche annoiato patron francaise e soprattutto permanenze pomeridiane al famoso Kalaò, il bar riferimento dei viaggiatori e della scenografia, una specie di Harris Bar in Costa d’Avorio.


Ero ospite di una signora francese che aveva sposato un alto funzionario africano e poi si era separata e viveva un po’ allo sbando ed un po’ nel finto decoro in una casa normale di Cocodì, il quartiere elegante di Abidjan. Con me c’era anche una piccola banda di giovani avventurosi e di belle speranze, giunti anch’essi ognuno per proprio conto alle porte dell’Africa Nera. Uno svizzero, due francesi ed un altro italiano, oltre ad un meticcio che era anche l’amante della donna. Ripagavamo l’ospitalità con qualche poulet e qualche bottiglia di birra. A quel punto tutte le avventure che si potevano vivere ad Abidjan mi sembravano già vissute, le brochettes avec piment erano state tutte assaggiate, i ristoranti visitati, le ragazze frequentate, non mancava nulla e sentivo veramente di averne abbastanza della solita solfa e delle solite cose di un’apparentemente eterna “vacanza”. Sentivo la necessità di qualcosa di vero. 




Decisi un bel giorno di andarmene in brousse, di andare in qualche villaggio sulla costa, star da solo per scoprire nuovi agganci nuovi rapporti nuove situazioni. Salutai gli amici del Kalaò e partii, non ricordo come, forse su un pullman forse facendo autostop. Giunsi in un posto che era abbastanza lontano dalla città, dove non c’erano bouvettes né turisti, solo l’oceano e qualche rado cottage. Gironzolavo attorno cercando un posto per piazzarmi e trascorrere il tempo in isolamento e riflessione. Percorrevo a piedi una strada che costeggiava l’oceano, sentivo il rumore forte dei flutti e delle onde, attorno a me alberi maestosi che mi riparavano dai cocenti raggi del sole. Ad un certo punto vidi in distanza una specie di tukul disabitato che stava a poca distanza dal mare, proseguii in quella direzione e scorsi, nascosta dalla vegetazione, una grande villa colonica di cui forse il tukul era una dependance, mi avvicinai all’ingresso per capire che aria tirava e proprio allora mi avvidi di una grossa scimmia che mi guardava. Era uno scimpanzé molto grande, alto all’incirca come me, muscoloso e sveglio. Mi sentivo un po’ a disagio ma osservando meglio scoprii che lo scimpanzé era legato ad una catena e capii che era stato messo lì di guardia per spaventare i passanti. 


Mi avvicinai ma restai a due passi dalla bestia, non aveva un’aria minacciosa, anzi mi ispirava molta pena. Pensate un animale così nobile ed intelligente costretto alla catena, davanti alla vastità della foresta e dell’oceano, solo per accontentare le esigenze di qualche riccone egoista. Rimasi per un bel po’ a fissare la scimmia ed anche lei mi guardava, sembrava che leggesse il mio sguardo. Sentii l’impulso di avvicinarmi ancora e restai in silenzio davanti a lei con rispetto e compassione, non osavo avvicinarmi di più, la paura dell’animalità me lo impediva, allungai una mano come per salutarla ed in quel preciso istante la scimmia repentinamente si allungò al massimo della lunghezza consentita della catena e mi abbracciò. 

Si, mi prese fra le sue braccia muscolose e pelose e mi strinse al suo petto con forza. Pensai di svenire, immobilizzato in quell’abbraccio, ma non urlai, non tentai di scappare, ero esterrefatto, fermo, non volevo offenderla o creare una situazione reattiva in lei. Un momento indimenticabile in braccio a King Kong… Ad un certo punto, non so dopo quanto, la scimmia aprì le braccia e mi lasciò andare, indietreggiai di un passo, non fuggii, e continuai a guardarla per capire cosa mi avesse voluto dire. Mi accorsi allora che era una femmina.



Ormai era scesa la sera mi allontanai e mi sdraiai nella capanna, con il vento ed il mare che ululavano divertiti della mia angoscia, rimasi in un trepido ascolto. Ero così sconvolto, così stranito, che la notte non riuscii a chiudere occhio, quel tukul mi sembrava l’ingresso dell’ade, una voce inconscia mi diceva che dovevo lasciarmi andare alle forze oscure della natura, mi masturbai senza alcun piacere come se dovessi semplicemente compiere un dovere od un rito. L’indomani mattina presto ritornai sui miei passi, la scimmia non c’era più. Abbandonai ogni progetto di solitudine e riflessione e feci ritorno al Kalaò ed alla vita di Abidjan.

Ma non durò ancora a lungo….

Paolo D’Arpini

 


venerdì 30 gennaio 2026

Riconoscimento, Raccolta e Cucina di erbe spontanee...



La Farmacia Selvatica, il meraviglioso mondo delle piante selvatiche, alimentari e curative...

Sabato 7 e Domenica 8 marzo 2026 con Alberto Bucci de La Nuova Selvaiana  a Capezzano Pianore    (tra Viareggio e Camaiore LU)


Corso aperto a tutti, adatto anche alle famiglie
Si può partecipare alla singola giornata ma si consiglia la frequenza integrale


Sabato e domenica a pranzo, verranno servite gustose ricette a base di ERBE spontanee


ERBE alimurgia alimentariIl corso consiste in una passeggiata durante la quale si riconosceranno le erbe selvatiche ad uso alimentare e le piante officinali spontanee.

Verranno fornite informazioni sull'uso culinario e sulle proprietà erboristiche delle erbe e nozioni di etnobotanica, tradizioni alimentari, miti e leggende di alcune piante.

Gusteremo alcune preparazioni gastronomiche con le erbe raccolte.

Nel pomeriggio del sabato e della domenica realizzeremo un erbario personale con disamina degli usi attuali e tradizionali.

E' consigliato abbigliamento e scarpe comode, coltellino, borsa in tela o di altro materiale con fondo rigido per contenere le erbe o cestino.

Verrà rilasciato un attestato di partecipazione.
 

Informazioni ed iscrizioni: Gianna 349.4248355

Email: associazione@1virgola618.it

mercoledì 28 gennaio 2026

"Non vale una cicca..." si diceva un tempo!

 




Risultati immagini per treia paolo d'arpini raccoglie immondizie

martedì 27 gennaio 2026

...dripping dance...



dripping dancemillennio di semplicità minimalismo e ascolto un gesto zen sicuro veloce spontaneo cercatori di cuori rari naturali spinti da istinti ad amare gli istanti alla locanda dei semi officina culturale intervalli in movimento tra luce di fuochi lavori di terra danzando liberi tra i colori del giardino dove coltivare lo stupore e la meraviglia ad ampio respiro, colorati giardini pensati per poterci danzare e camminare all’interno a volte parola a volte sasso a volte nuvola bianca senza confine. errare è umano e se l’errore è bello è umano anche perseverare. mi accusano di scrivere troppo e hanno ragione immagino incontri senza storia fuori dalla storia senza portarci dietro storie personali e disagi esistenziali tu io noi un buon libro il cielo da guardare la terra da calpestare e l’aria da respirare. tra corpo e mente siamo quel che siamo, siamo riusciti da tempo a guardare l’universo come un tutt’uno e abbiamo capito chi siamo e dove siamo. frammenti in lento movimento l’infinito in un infinito finito. rumore magnificato acceleratore cosmico: chi più profondamente pensa più profondamente soffre più profondamente ama... 

Ferdinando Renzetti  (fiordifango)



Superare la cultura del nemico e affermare la nonviolenza...



I governi non  hanno cambiato rotta, no, non l'hanno fatto. Quindi il nostro messaggio è: non normalizzate la politica apocalittica. Manca un minutino al "Dooms Day"...

Melissa Parke: “L’orologio dell’apocalisse "Non è una previsione, è un avvertimento. Le armi nucleari, le guerre dall'Ucraina a Gaza, la crisi climatica e le tecnologie fuori controllo sono tutti parte del problema, ma sono tutti creati dall'umanità. Ciò significa che possiamo anche cambiare rotta. Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN) è un percorso chiaro per riportare indietro le lancette dell'orologio" , afferma Melissa Parke, Direttore Esecutivo dell'ICAN.

Potrebbe essere utile per la tua attività di sensibilizzazione e le tue risposte considerare quanto segue:

Esiste un modo per "riavvolgere" l'orologio!

Rimuovere le armi nucleari dall'Europa.

L'Europa ha già solide basi umanitarie, legali e di opinione pubblica per il disarmo; gli Stati europei dovrebbero guidare l'universalizzazione, la verifica e l'assistenza alle vittime del TPNW, non l'invenzione di un'Eurobomba. Invitiamo gli Stati ospitanti (Bielorussia, Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia, Regno Unito e qualsiasi futuro paese ospitante) a impegnarsi a rispettare le tempistiche per il ritiro delle armi nucleari straniere e a non accettare nuovi schieramenti. Il vero "progetto europeo" è diventare una potenza del TPNW. Per saperne di più sui paesi dotati di armi nucleari e su quelli con armi nucleari condivise: https://www.icanw.org/nuclear_arsenals

Aderisci e implementa il TPNW.

Sfruttate il momento dell'Orologio per sostenere che l'unico modo credibile per riportare indietro le lancette in modo permanente è stigmatizzare, proibire ed eliminare le armi nucleari attraverso il Trattato di messa al bando. Misure di riduzione del rischio a breve termine, che includano il rinnovo degli accordi di riduzione degli armamenti (inclusi gli accordi bilaterali), un ritorno alla trasparenza e la fine della retorica sulla proliferazione, possono anche creare slancio verso il TPAN. Per saperne di più sul trattato: https://www.icanw.org/the_treaty


Al centro l'opinione pubblica e la democrazia.

Sottolinea che in paesi come il Belgio, ampie maggioranze vogliono aderire al TPNW e rimuovere le armi nucleari statunitensi; mantenere le bombe contro la volontà del pubblico fa parte del deficit democratico di cui parla il Clock. Il 77% (2020) della popolazione belga sostiene l'adesione al TPNW. L'ultimo sondaggio ICAN dalla Svizzera (dicembre 2025) mostra che il 72% degli svizzeri desidera lo stesso.


Per maggiori informazioni sullo stato di firma e ratifica del TPNW: https://www.icanw.org/signature_and_ratification_status


Posto Scriptum: 

Il 30 gennaio 2026, anniversario del sacrificio di Mahatma Gandhi proponiamo una pausa di riflessione sul potere della nonviolenza. In questa giornata, istituita dall'UNESCO come momento di educazione alla pace, i Disarmisti esigenti propongono una considerazione audace: la pace non è un’aspirazione passiva, ma una scienza strategica. (Disarmisti Esigenti)

Ore 18:00 - 20:00 - Link per partecipare su piattaforma Zoom:

https://us06web.zoom.us/j/82708251701?pwd=8rUeQO3ogdDsUOeXf4EKihwBSNC5SJ.1


domenica 25 gennaio 2026

Avanti, senza bussola...

 


Il filo del discorso

Attratti dalla carota del vincere facile, abbiamo rinnegato la dimensione analogica per prostrarci a quella digitale. Un percorso strombazzato da progressisti e scientisti verso l’alto, ma che è, invece, gravemente verso il basso tanto da portarci dove siamo. Cioè, in una realtà che si sviluppa secondo dinamiche che hanno a che vedere con algoritmi, algida cinicità ad essi geneticamente collusa e verità formulate dalla falce (leggi intelligenza) artificiale. Ovvero, in uno stato senza più la concreta bussola analogica – la sola a dirci che dove si sta andando corrisponde alle nostre necessità autentiche – mai tanto lontano dal benessere degli uomini, mai tanto ridotti a ingranaggi, votati all’apparire e all’auto-mercificazione di se stessi. Si tratta di un passo ulteriore nella Babele tecnologica, insanabile ferita nel tessuto psico-umanistico. Un passo implicito nel geo-capitalismo finanziario. Un passo verso il vuoto esistenziale, destinato a generare valori adatti alla sottomissione informata, a devastare la bellezza e la creatività evolutiva. Di quale altro genitore poteva esse figlio il Board of Peace, il governo della pace e della guerra in mano privata, avvenuto senza la sollevazione immediata di nessuno? Una sorta di prova definitiva che tutti i nostri dati saranno impiegati per qualunque fine interessi le oligarchie che ne dispongono.

I morbi di tale prospettiva hanno già attecchito ed entro poche, forse pochissime generazioni, se ne vedranno i frutti: melting-popoli anazionali ubbidienti, uomini ulteriormente mortificati, portati ovunque con la carota depotenziante dei benefit, ai governi travestiti da democrazia al bromuro pop, in mano a potentati privati. Quelli del sostenibile, dell’impatto zero, del bio, del riscaldamento globale a causa antropica o del pagate voi quel che abbiamo fatto noi, (“Un’utilitaria per tutti” era lo slogan della Fiat nel Carosello, la stessa giostra dalla quale il sorriso rassicurante di Gino Bramieri riversava fiumi di Moplen nelle case di tutti e, soprattutto, abituava gli italiani al consumo della plastica, scavalcando l’istintiva diffidenza iniziale), dell’imposizione del politicamente corretto, della genealogia mortifera avviata con la pecora Dolly, della vita a punti, come la patente (se fai bene li mantieni, se infrangi le regole del nuovo paradigma coercitivo informato li perdi e, con essi, perdi i diritti, i servizi dello stato sociale o di quel che ne resterà, le libertà previste), della moneta elettronica, dell’imposizione dell’elettrico, del non possederai nulla e sarai felice (Ti forniamo noi quello che serve a te), dell’identità digitale, delle vaccinazioni sanzionatorie, del dissenso criminalizzato. Un insieme satanico detenuto dai potentati protopolitici, detto digitalizzazione dell’esistenza, imposto sotto il nome della democrazia. Insieme al quale fanno parte, a pieno titolo, la produzione di plastiche che riempiono gli oceani, di chimica che s’infiltra nelle falde, di campi elettromagnetici che ingolfano l’atmosfera. Espressioni esiziali di una concezione del mondo come oggetto e dell’uomo come ente separato da ciò che osserva. Ma anche quelli che, per stare in sella, invece delle guerre, utilizzano le pandemie o, più semplicemente, la comunicazione per epidemie di paura. 

 

Dura lex, sed lex

È vero la legge del più forte è sempre stata la più forte. Una legge cosiddetta naturale capace di saltare a piedi pari diritti e trattati internazionali. Necessaria ad un’arroganza di dominio mondiale, frutto della patologica idea d’essere i gendarmi del mondo, un ruolo che richiede energia, guerre, denaro. Una trinità che l’intero Occidente, per paura e interesse, ha preferito venerare piuttosto che denunciare. 

Ma c’è anche un’altra ragione, tutta pragmatica, per spingere gli statunitensi ad andare in giro per il mondo con la mentalità da Ranger di frontiera. Questa, è relativa alla consapevolezza d’essere un’isola, una terra per natura più facilmente a rischio di autarchia coatta. 

In nome del diritto divino (Destino manifesto) all’egemonia planetaria, la legge del più forte prepotente e pragmatica – solo a partire dalla Seconda guerra mondiale, con l’impennata del dopo Urss – è stata spesso camuffata in modi occulti, altri noti e perfino ridicoli se non fossero tragici, quali d’antracite (Iraq), altri subdoli come le primavere colorate (Medio Oriente e altrove) e colpi di stato sotto copertura (Guatemala, Cile, Nicaragua), altri ancora da confinamento del comunismo (Grecia, Filippine, Corea, Laos, Indonesia, Cuba, Vietnam, Jugoslavia) o dalla Russia (Ucraina, Georgia), da sostegno ai vessati (Kosovo), per risparmiare vite (Hiroshima e Nagasaki), da abbattimento dei dittatori (Libia, Siria Somalia, ecc), da caccia al terrorista (Iran, al Qaida, Isis), da esportazione della democrazia (Afghanistan), eccetera, eccetera, eccetera. 

Dunque, camuffata secondo protocolli collaudati o estri estemporanei, la legge del più forte avanzava nei mari, nei cieli e nelle terre del mondo, serena, a petto in fuori, con il plauso di molti Stati sudditi e, a volte, con l’indignazione di qualcuno di questi. Sdegni magari anche piccati, ma sostanzialmente fine a sé stessi, visto che nel corso degli ultimi 70 anni, di qualunque portata fossero, non hanno spostato di un solo punto la rotta delle portaerei, dei caccia e dei carri a stelle strisce per l’egemonia mondiale. Hanno però, in compenso, permesso di mantenere la poltrona a chi li pronunciava.

 


La sfera


Ma quella sfilza di prepotenze era composta da eventi che si svolgevano entro una sfera analogica, considerando che i circa ultimi trent’anni di presenza del digitale possono essere in buona misura un’infanzia inconsapevole di se stessa.

Spiritualmente parlando, la dimensione analogica ha quale solo tratto identitario l’unità di misura umana, quella che, emblematicamente, ci fa sentire perduti davanti un’immagine digitale incompiuta, con i bitmap impazziti. Uno sbigottimento profondo, che neppure l’eruzione esplosiva di un vulcano, il passaggio devastante di un ciclone e il più straordinario tramonto possono provocare. Lo può invece la cultura woke che, sebbene nata sana, dentro il frullatore della comunicazione digitale – baumaniamente liquefante all’ennesima potenza – è storpiata in arma aliena, con la quale i generali del momento hanno disseminato tutte le terre dell’uomo analogico. Strappare via il carattere mascolino e quello femminino è come spostare i poli geografici, posizionarli dove pare a qualcuno, vicini, lontani o a caso, secondo gusto di qualcuno, con la pistola alla tempia di chi si oppone e non vuole gettare via la geografia della terra. 

Una sfera che, all’interno della quale, nel bene e nel male, sussiste la condizione di poter commisurare ciò che vi accade, con criteri etico-morali condivisi – o in comprensibile dialettica, ma sempre riconoscibili – da entità detti popoli, nazioni, culture. E nelle occasioni in cui la commisurazione veniva a mancare alla maggioranza – vedi per esempio la pubblicazione di Playboy negli Stati Uniti – lo strappo comportava un lutto morale, la cui unità di misura era ancora l’uomo, la cui intensità e durata erano riconoscibili e concepibili da tutti gli altri uomini. 

Sull’onda del comune sentire perfino fatti come Hiroshima e Nagasaki, le persecuzioni naziste, quelle turche verso gli armeni e i curdi, quelle statunitensi contro i nativi, eccetera, dopo lo sbigottimento di qualcuno, prendevano posto nel grembo sentimentale e cognitivo delle persone, che semplicemente, giocoforza, si vedevano costrette ad allargare lo spettro delle potenzialità umane.

 


Fine corsa


Ora, marcato dal massacro al palestinese di Gaza, dal rapimento del Presidente del Venezuela e dalle prepotenze sulla Groenlandia, il tempo analogico, già sconvolto dalla guerra a controllo remoto, dall’invasione e dipendenza dei social (ritenuti innocui da chi li usa), ha terminato la sua parabola. L’ultima generazione che ha per lo più consumato la vita secondo modalità analogiche, nata con il quaderno a quadretti e il pallottoliere, è ai suoi ultimi anni di esistenza. L’ultima in grado di distinguere il concreto analogico dal virtuale. Mentre i suoi figli, educati dal mouse, non hanno già più a che fare con una realtà a misura d’uomo, di cui non faranno esperienza se non individualmente, per piccole faccende autobiografiche, mai più per quelle più grandi, comunitarie. Figli che non potranno distinguere tra la creazione umana e quella della falce artificiale. 

 


Fanfare per tutti


Il salto di livello, legato al pressoché immediato dominio dell’intelligenza artificiale, si è compiuto da pochi mesi, accolta da tappeti rossi, gran pavesi e coriandoli. Pochi, ma bastanti per dimostrare – chi lo aveva predetto non è stato ascoltato – la portata devastatrice della sua falce artificiale, nei confronti della quale il napalm e perfino la bomba all’idrogeno non sono che temperini di fianco all’ascia del boia algoritmico.

L’inconsapevolezza di tutti noi, cresciuti nel cortile della comunicazione analogica, delle assuefanti dinamiche digitali, ha edificato la base dell’altare su cui celebrare la venuta del messia liberatorio in forma di web, che ha permesso a tutti di scavalcare, con un click, la siepe dell’oratorio e trovarsi al cospetto del mondo intero, lasciando la prima fila alla meraviglia e nascondendo nella dabbenaggine lo spavento. Nel salto abbiamo abiurato alla nostra intelligenza, consegnandola al dominio della tecnologia, credendo nel guadagno promesso – la riduzione della fatica e dei tempi del lavoro – per poi invece trovarsi a dedicare tutte le energie necessarie alle loro pretese, senza la cui soddisfazione restiamo a piedi. Nel salto abbiamo gettato via le arti e i saperi, le mani e le abilità creative necessarie alla relazione con la terra, a favore di un’esistenza condotta da ignoti.

I vuoti innocenti che avevamo, si sono ora in grande misura riempiti di mature consapevolezze. Nel frattempo però, mentre prendevamo coscienza su dinamiche geo-politiche-finanziarie e non solo, prima insospettate o lasciate ai complottisti, non ci siamo avveduti che la flebo anti-ignoranza, gratuitamente elargita dai fuochisti della comunicazione, era stata farcita con il morbo dell’individualismo. Un destino che, anch’esso, ci era stato annunciato a partire dall’epoca non solo pre-digitale, ma anche pre-industriale. A Nietzsche infatti, era bastato osservare – per primo – l’entusiasmo post-illuminista nella ragione, per renderlo chiaroveggente e prevedere l’avvento del nichilismo. Un destino che la sfera digitale, rispetto a quella analogica, ancora fondata sulla dialettica umanistica, ha esponenzializzato, mandando fuori giri i tachimetri di controllo tradizionali. 

 


È qui la festa!


Con la falce artificiale, lo spirito analogico su cui si ergevano le gambe e si muovevano i pensieri degli uomini, come una testa sotto l’ascia del boia, è stato decapitato. 

Ma chi se ne è accorto? Il corpo che ne resta, come coda spezzata di lucertola, si dimena determinato in cerca del proprio piacere, del proprio diritto, della propria vittoria sempre e soltanto sotto l’egida mai discussa della vanità e dell’importanza personale. Non ha contezza che sta ballando in cerchio intorno al totem dell’effimero, all’insegna dell’apparenza, solo comandamento della nuova religione. Una devozione fondamentalista necessaria per sentirsi esistere, seppure senza più un cuore, quello che anche l’ultimo imbonitore porta a porta del secondo dopoguerra sentiva pulsare per limitare i subdoli trucchetti mercantili per vendere un’aspirapolvere alle ingenue massaie.

Nel mondo unificato, nell’unica realtà che gocciola dal crogiolo della tetta artificiale non è – e se ancora non lo è, lo sarà – più distinguibile il reale o l’analogico, dal virtuale o digitale. I cuccioli si spingono via l’un l’altro per ingollare il nettare del progresso e del futuro, ignari del collare che gli gira intorno al collo.


 


Senza bussola


I boati di protesta, tipicità dell’uomo analogico, sebbene pressoché sempre irrilevanti, sono pure venuti meno. È un sintomo della patologia individualista. La legge del più forte comunque non ne risentirebbe. Il suo avanzare non ha più a che vedere con ostacoli dal carattere morale, non ha più necessità di camuffare con parole diplomatiche il diritto al proprio piacere o proprio far west. I suoi interlocutori ed eventualmente prima sudditi genuflessi ora potenzialmente avversari occidentali, vuoti di spirito anch’essi, non sono in grado di erigere barricate di sorta. Per farlo ci voleva un senso di comune identità (come quello russo e cinese) – che il solo indice economico non è semplicemente in grado di realizzare – quello che in nome del progresso abbiamo tralasciato, se non buttato a mare insieme alla intelligenza ancestrale, pensando di poterne fare a meno. L’individualismo prima di ogni altro tratto che lo distingue, ne ha due preminenti: concepisce l’uomo come un essere superiore e indipendente dal cosmo; “sembra consideri la propria presenza qui per l’eterno”. (Gianbattista Parissenti).

 

Di fatto, da una cultura a sfondo analogico comunque sempre comprensibile. che poteva anche preoccupare e non era priva di fatiche, siamo passati a un abisso vuoto d’umanità, questo sì colmo di paura, infelicità profonda e nichilismo, il cui sinonimo è trovarsi in mare aperto e senza una bussola.


Lorenzo Merlo




sabato 24 gennaio 2026

L'antropocentrismo è presunzione...


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Una delle più grandi presunzioni umane sicuramente è quella di credere che la nostra specie sia al centro della creazione col diritto di disporre della vita degli altri otto milioni e settecento mila specie animali esistenti sul pianeta.

Allo stesso modo del bambino che ha i suoi sacrosanti diritti senza che abbia dei doveri,  gli universalisti credono sia doveroso accordare agli animali i diritti senza pretendere da loro dei doveri, per il fatto che l’umanità inevitabilmente interagisce con loro e che senza di loro la nostra stessa esistenza sarebbe possibile.

Nessuna specie vive isolata; ognuna interagisce in modo più o meno invadente nei confronti delle altre specie con cui viene in contatto. Il problema nasce quando una specie agisce in modo devastante nei confronti delle altre fino schiavizzarle, torturarle e, spesso, portarle all’estinzione.

            Il quesito è: se l’uomo è da considerare un animale come gli altri, perché non dovrebbe comportarsi come il leone che uccide la gazzella o come il lupo che mangia la pecora? Ma l’essere umano non può comportarsi come gli animali predatori e, nel contempo, considerarsi un essere evoluto col diritto di depredare e sterminare tutto ciò che non gli assomiglia fisicamente;  non può considerarsi un essere civile, dotato di etica e di raziocinio e comportarsi come gli uomini delle caverne. Il problema è che un’azione malvagia non può essere considerata esecrabile a seconda della vittima, benedetta e auspicata se le vittime sono gli animali, condannabile se comminata a danno degli umani.

            Se l’essere umano interagisce con le altre specie, il diritto al rispetto, alla libertà e alla vita non può limitarlo a se stesso. L’azione ingiustificata quanto dannosa verso un animale da parte dell’essere umano lo rende peggiore sul piano della sensibilità, della giustizia, della valorizzazione del diverso e lo inclina a convivere con l’idea della supremazia del forte sul debole: questo non succede tra gli altri animali.

            La storia umana gronda sangue. C’è qualcosa di mostruoso nell’indole dell’uomo che pur essendo sprovvisto anatomicamente di qualunque arma naturale atta all’offesa o alla difesa (artigli, zanne, zoccoli, corna, becco ecc.) compie da millenni azioni criminali rivolte all’annientamento dei suoi stessi simili; cosa che non avviene tra gli animali.

            Se per assurdo la terra fosse invasa da extraterrestri con facoltà superiori alle nostre, non sarebbe certo la loro superiorità tecnica, scientifica o cognitiva a decretare il loro diritto a privarci della libertà e della vita. Gli esseri umani, rispetto agli animali, hanno forse maggiori capacità organizzative, maggiore raziocinio, maggiore furbizia, ma non per questo gli umani possano arrogarsi il diritto di sterminarli.

            Esiste un antropocentrismo nero ed uno bianco. Quello nero è quello per cui l’essere umano, in virtù di migliori capacità organizzative, considera privi di valore gli altri esseri viventi e li utilizza a suo vantaggio. L’accusa imperdonabile del comportamento umano nasce quando una prerogativa diventa arma a danno del più debole, mentre la vera intelligenza, e la vera saggezza, vuole (come il fratello maggiore ha dei doveri verso il minore) che il più dotato aiuti, tuteli, protegga il più debole.

L’antropocentrismo bianco è quello dell’uomo finalmente responsabile dell’interdipendenza tra tutti gli esseri viventi; consapevole della benefica legge della compassione, del “non fare ad altri ciò che non si vorrebbe per se stessi” e pone le sue prerogative al servizio della vita, della vera civiltà e della giustizia, per aiutare gli altri esseri sulla via della loro evoluzione; questa è la condizione imprescindibile per la realizzazione per un mondo in pace tra gli umani e il resto della creazione.

            Sarebbe semplice dire che la violenza sugli animali da parte dell’uomo è un fatto semplicemente ingiusto e come tale deprecabile. Ma gli umani obiettano dicendo che ciò che è giusto per una persona, per un popolo o per una specie, può non esserlo per un’altra. Io dico che la violenza sugli animali è il maggiore impedimento alla edificazione di una società migliore dell’attuale, finalmente libera delle ingiustizie, dalla miseria, dalla malattia, dal dolore, dalla distruzione dell’ambiente, dallo spreco di risorse umane, economiche ed ambientali.

L’etica universale, del rispetto per ogni forma di vita, ed il superamento della visione antropocentrica, può portare solo vantaggi all’uomo e al suo contesto naturale. In sostanza, l’uccisione di un animale da parte dell’uomo equivale al disprezzo di ciò che l’animale è e rappresenta: semplicità, umiltà, bellezza, coraggio, potenza…

            Ma questa non è solo una visione utilitaristica come quella del filosofo australiano Peter Singer che auspica il rispetto per gli animali in virtù della loro capacità di soffrire, anche se questo sarebbe di gran lunga sufficiente. Il rispetto per l’animale da parte dell’uomo lo impone la legge della Vita, la parentela biologica che ci lega a loro e ci accomuna nelle stesse esigenze vitali. Gli animali non sono cose da utilizzare, o da mangiare, ma nostri fratelli, differenti da noi solo nella forma fisica, e non può essere la diversità anatomica ad autorizzare l’uomo a fare a pezzi un componente la famiglia solo perché diverso nella forma.

            Per quale assurdo motivo il cervello di un cane ha meno valore di quello di un uomo al punto da poterlo annientare? Per quale assurdo motivo gli occhi di un cavallo, di un maiale o di un coniglio hanno meno valore di quelli di un essere umano al punto da poterli estirpare? Per quale assurdo motivo il cuore, il fegato, i polmoni, la gamba di un essere umano hanno valore incommensurabile mentre il cuore, il fegato, i polmoni, la gamba di un animale sono privi di valore al punto che la massaia può farli a pezzi, cucinarli e mangiarli? Come può il corpo essere il tempio dello spirito se lo riempiamo di cadaveri? Ma questo sembra che i preti non riescano a capirlo.

            Non v’è orrore paragonabile all’uccidere e mangiare il cadavere di un animale, il cadavere di un agnellino, di un vitello, di un maialino, di un coniglio che magari è cresciuto e ha giocato con i nostri figli. Non v’è aberrazione peggiore dell’idea di far nascere in gabbia o in catene col solo scopo di uccidere, magari alla presenza dei loro sventurati compagni e fratelli, creature fatte come noi, negando loro la libertà, la luce del sole, l’erba dei prati, l’acqua dei ruscelli, il contatto con la loro madre. Un’umanità capace di concepire e convivere con il sistematico massacro di milioni di animali al giorno; un’umanità incapace di dar valore alla vita e alla sofferenza di esseri indifesi e in balia della forza tirannica dell’uomo, preclude a se stessa la redenzione e la possibilità di essere salvata.

            I nostri detrattori dicono: “L’animale è animale mentre noi siamo esseri umani”. Ma che cosa differenzia l’uomo dall’animale dal momento che non vi è qualità nell’uomo che non sia presente, a vari livelli, anche nell’animale? Ci dicono, “L’essere umano a differenza dell’animale ha un’anima”. Ma nessuno è in grado di dimostrare l’esistenza dell’anima: sarebbe come voler dimostrare l’esistenza del paradiso o dell’inferno. Noi diciamo che l’anima è una realtà comune a tutti gli esseri viventi, oppure a nessuno.

Franco Libero Manco -  Movimento Universalista