sabato 31 dicembre 2016

Leonardo Boff: "Bioregionalismo, un seme di speranza per salvare la terra"


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Oggi si fa strada una proposta politica ambientalista  più amica della natura e con la possibilità di tirarci fuori dall’attuale crisi: il bioregionalismo. 

La bio-regione si iscrive in un’area, normalmente definita dai fiumi, e da catene di monti. È ricoperta da un certo tipo di vegetazione, ha una sua geografia del terreno, con flora e fauna e mostra una cultura locale propria, con abitudini, tradizioni, valori, religione e storie nate e cresciute in loco.

In termini di scala il bioregionalismo è centrato nella regione e nella comunità; in economia, nella conservazione, adattamento, autosufficienza e cooperazione; in politica, nel decentramento e nella sussidiarietà, sulla partecipazione e sulla ricerca di consenso: nella cultura, favorisce la simbiosi, la diversità e la crescita qualitativa e inclusiva.

Il bioregionalismo non è cosa nuova, perché si ispira a stili di vita millenari, anteriori alla comparsa degli imperi e della loro burocrazia, gerarchie e eserciti, base degli Stati moderni.

Il compito-base del bioregionalismo e di far sì che gli abitanti capiscano l’importanza di valorizzare il luogo in cui vivono. Occorre far loro conoscere i tipi di suoli, di foreste, di animali, di sorgenti d’acqua, la direzione dei venti, climi e microclimi, i cicli delle stagioni, quello che la natura può offrirci in fatto di paesaggi, alimentazione, beni e servizi per noi e per tutta la comunità di vita. È necessario inserire le persone nella cultura locale, nelle strutture sociali, urbane e rurali, imparando dalle figure esemplari della storia locale. Insomma, sentirsi figlio e figlia della Terra.

È nella bioregione che la sostenibilità si fa reale e non retorica a servizio del mercato; si può trasformare in un processo dinamico che approfitta razionalmente delle capacità offerte dall’ecosistema locale, creando maggiore uguaglianza, diminuendo la povertà entro parametri ragionevoli, facilitando la partecipazione delle comunità quando si discute di progetti e priorità.

Pur rimanendo la comunità locale l’unità di base, questo non toglie importanza alle unità sistemiche maggiori (inter-regionali, nazionali, internazionali) che interessano tutti (per esempio, il riscaldamento globale). L’idea del GLOCAL, vale a dire pensare e agire localmente e globalmente, ci aiuta ad articolare le due dimensioni. Sarà sempre necessario informarsi sull’esperienza di altre regioni e sullo stato generale del pianeta Terra.

Il bioregionalismo rende possibile alle merci la circolazione locale, evitando le grandi distanze; favorisce il sorgere di cooperative comunitarie. L’economia di mercato persiste, ma è composta soprattutto, anche se non esclusivamente di imprese familiari, iniziative i cui proprietari sono i lavoratori stessi, e una cooperazione aperta tra villaggi e municipi, come avviene tra i vari Comuni della valle del fiume Itajai, nello Stato di S. Catarina e in altre regioni.

Il bioregionalismo permette di lasciare in second’ordine l’obiettivo di “vivere meglio” (Etica dell’accumulazione illimitata) per dare il posto “al ben vivere e al convivere” (Etica della sufficienza) degli Andini, che implica sempre il benessere di tutta la comunità e entrare in armonia con la Madre Terra, con i suoli, le acque e gli altri elementi che sono alla base della nostra vita, con tutti gli altri esseri vivi dell’ecosistema.

Questo sentiero è percorso in molte parti del mondo. Rappresenta per noi il seme della speranza in questa mancanza di prospettive dei giorni attuali.

Leonardo Boff, 


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scrittore, ecólogo, columnist del JB on line
Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato




(Fonte: http://www.cdbitalia.it/2015/12/31/il-bioregionalismo-come-alternativa-ecologica-di-l-boff/)

venerdì 30 dicembre 2016

Roma. Proposta l'erezione di un monumento per gli animali che hanno contribuito allo sviluppo della società umana


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Considerato che gli animali, specialmente quelli d’affezione e domestici
hanno dato un contributo determinante all’uomo nel corso del suo
cammino evolutivo, condividendo fatiche e sofferenze nel duro lavoro
dei campi, restando spesso uccisi nella battaglie per la libertà del
nostro paese durante i conflitti armati, patendo insieme all’uomo la
fame, le ferite, salvando da morte sicura molte persone in
innumerevoli circostanze con il trasporto, specialmente in località
montane ed inaccessibili, di medicinali e viveri, sfamando gli esseri
umani con il loro latte, coprendoli con la loro lana e difendendo la
sua proprietà ed il suo gregge.

Considerando il grande valore del loro silenzioso sacrificio a
vantaggio dell’essere umano, considerata la loro, spesso, abnegazione
e la loro fraterna affezione; considerato che l’animale al pari
dell’uomo è in grado di soffrire, di nutrire sentimenti e quindi di
avere diritto ad una giusta considerazione, si lancia il progetto per
realizzare una scultura/monumento da collocare, possibilmente nei
pressi di un luogo simbolo, come il mattatoio, per commemorare tutti
gli animali che sono stati utilizzati dall’uomo e che hanno
contribuito al progresso della società umana.

E’ giusto ricordare che l’esercito di Napoleone contava 180.000
cavalli prima di invadere la Russia; alla fine della disastrosa
ritirata ne restarono soltanto 60. Durante la prima guerra mondiale
sul fronte europeo si sono ritrovati 11 milioni di cavalli, 200 mila
tra piccioni e colombi, 100 mila cani e moltissimi altri come muli,
asini, maiali, buoi, oche e galline. Animali adibiti al trasporto di
armi, vettovaglie, fare la guardia, trovare feriti, segnalare la
presenza di gas, spedire messaggi, tenere compagnia ecc.

Si calcola che nella prima Guerra Mondiale siano morti otto milioni di
cavalli e innumerevoli muli ed asini. Il quotidiano inglese The
Guardian riferisce che nella prima Guerra Mondiale i soldati usassero
le lucciole per leggere le cartografie di notte. Un cane di nome Rob
fece oltre 20 lanci col paracadute nel Nord Africa e in Italia e un
piccione viaggiatore, denominato Cher Amì recapitò una dozzina di
messaggi senza mai fallire. Durante la prima Guerra Mondiale morirono
20.000 piccioni. In Vietnam 5000 cani affiancarono le truppe
americane; di questi solo 150 tornarono a casa, gli altri morirono
uccisi o abbandonati a se stessi in quel territorio. Da considerare
che gli animali d’allevamento e specialmente quelli da compagnia sono
sempre le prime vittime non sopravvivono mai durante una guerra.

Nel Central Park di New York vi è la statua dedicata al cane Balto,
capo muta della slitta che trasportò l’antitossina tifoide da Nemana
per 900 chilometri sopra il suolo ghiacciato, oltre corsi d’acqua
traditori, attraverso tormente artiche, sino a Nome, nell’Alaska
colpita dal flagello del tifo nell’inverno del 1925. la statua è
dedicata alla resistenza, alla fedeltà, allo spirito indomabile dei
cani da slitta. Anche nella maggiore stazione ferroviaria di Tokio c’è
un grazioso monumento ad un cane che attese invano in quella stazione
il ritorno del suo padrone fino alla fine dei suoi giorni. A Bologna,
alla finestra dell’attuale palazzo Bersano, in via Oberdan, vi è il
monumento dedicato al cane che dalla gioia di veder ritornare l’amato
padrone per abbreviare il tragitto si buttò da quella finestra
uccidendosi.

Nel centro di Londra è stato realizzato un monumento nazionale
dedicato agli animali che hanno combattuto, sofferto e sono morti
affianco delle forze britanniche e con gli Alleati in guerra. Il
monumento raffigura un cavallo, un cane e due muli carichi con intorno
un muro di pietra su cui sono scolpiti altri animali coinvolti nella
varie guerre.

Si cercano artisti disposti ad elaborare un modello/prototipo da far
approvare al Comune di Roma.


Sottoporre i bozzetti o modellini a: Franco Libero Manco, presidente AVA
francolibero.manco@fastwebnet.it

giovedì 29 dicembre 2016

La nuova moda eco-catastrofista - Tenersi pronti alla sopravvivenza estrema


... un amico ha scritto che sta cercando di creare un gruppo di persone che si preparano. Vi dico che nel momento in cui riuscirà a raggiungere questo scopo sarà arrivato al grado più alto della Preparedness...



"Se il rifugio è il cardine della mia visione, ancora più importante è creare il gruppo di persone con cui dividerò il lungo periodo di tempo all'interno del rifugio. Quanto tempo dovrò rimanerci dopo l'arrivo di una crisi conclamata ? Giorni, mesi, anni ? 


Immaginate quanto è importante la scelta delle persone a cui, di fatto , affiderete la vita vostra e della vostra famiglia.

Quante persone devo ospitare ? (There is strenght in numbers)

Le loro capacità tecniche. Chi sa cucinare, cacciare, saldare, curare, aggiustare pannelli solari...

Il loro addestramento para militare. Chi non sa sparare ?

Il loro aspetto psicologico. Chi mette tensione nel gruppo, chi è ansioso, chi è un aggregatore...

I gradi gerarchici. Chi è il capo ? Chi i suoi aiutanti ? Chi pulisce i bagni ?

La divisione familiare. Chi va a letto con chi ? Chi è parente di chi...

La loro salute. Chi sta male non lavora anzi occupa il tempo degli altri...

Questa è la cosa più difficile da fare per un fondatore del rifugio. Non è scegliere se è meglio il coltello x o quello y per lo zainetto survival.


Difficile pensare ad una gerarchia, visto che necessariamente deve essere condivisa non di tipo militare dove uno è il tuo capo e da ordini perché l'ordine costituito ha stabilito a priori così. Mi spiego meglio. 


Non è assolutamente detto che colui o coloro che emergerebbero come 'capi' sarebbero effettivamente i più indicati. Dico questo perché spesso chi diventa capo in un gruppo è per il suo carisma e per la sua capacità aggregativa, a volta per la sua simpatia, ma questo non significa assolutamente che sarebbe in grado di guidare e forse nemmeno avrebbe un equipaggiamento decente. 

Tra l'altro, se nelle forze armate il superiore va obbedito senza discutere, come la mettiamo di fronte ad uno che diventa capo perché magari è sicuro e rassicurante di fronte agli altri e gli altri lo vedono bene come guida, ma poi nei fatti non sa sparare, non ha capacità mediche, non ha neppure uno straccio di equipaggiamento? Il 'capo', dovrebbe essere il meglio armato ed equipaggiato e se non lo è in partenza lo diventa, magari abusando delle cose altrui. 

Se voi formate un gruppo e portate al suo interno tutte le vostre nozioni, le vostre attrezzature, ma finisce per emergere un capo con le pezze al culo questo poi tra i suoi ordini potrà dirvi di cedere a lui, o ad altri suoi fidati, parte delle vostre attrezzature pazientemente e costosamente raccolte. A quel punto che fate? Vi imponete con la forza sul capo riconosciuto dal gruppo, sapendo che poi un gruppo terrorizzato da voi cercherà di eliminarvi appena chiudete gli occhi, ve ne andate, sempre che vi lascino andare con tutta la vostra roba, o cedete e sperate che alla fine le cose si sistemino? 

Sono tutte domande molto complesse e che nella teoria difficilmente si possono prevedere in ogni dettaglio. Io personalmente sarei disposto a cedere parte delle mie attrezzature e dei miei oggetti, mettendoli in comune o se la cosa viene da pari a pari, nel senso do ut des, oppure se mantengo un controllo generale, visto che la roba è mia, ma a quel punto un gruppo di disperati e senza legge ti potrebbe dire, e con buone ragioni, che non è più il tempo di proprietà privata e di diritti individuali, tanto più che le circostanze necessariamente obbligherebbero voi in primis a violarla, esempio accedendo a case private abbandonate per avere un rifugio più o meno temporaneo."


Riflessione di Gabriele d'Ancona



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mercoledì 28 dicembre 2016

Previsioni prossime poco rassicuranti (se il sistema va avanti così...) - La soluzione? Cibo biologico bioregionale


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Previsioni poco rassicuranti se si prosegue con questo sistema... 

Agli inizi del secolo scorso c'era 1 malato di cancro su 100, oggi ce n'è 1 su 3. (prof. Umberto Veronesi).

In base alle statistiche degli ultimi 50 anni il prof. Reiss fa delle previsioni per coloro che nascono dopo l’anno 2000:

-          il 40% delle persone saranno affette da diabete;
-          nel 2050, a tutti gli uomini sarà diagnosticato un tumore alla prostata;
-          nel 2060-70 a 65 anni molte persone non avranno più speranza di vita;
-          una donna su 4 avrà il tumore al seno;
-          nel 2020 la concentrazione di spermatozoi sarà diminuita e 1 coppia su 7 sarà obbligata 
            a ricorrere alla procreazione assistita;
-          nel 2050 ci sarà un bambino autistico su 3;
-          nel 2085 sarà azzerata la fertilità maschile.


La soluzione?

I benefici del  cibo biologico bioregionale

Uno studio condotto in 57 paesi su 286 aziende agricole biologiche  ha evidenziato un aumento della resa media del 65% dei prodotti bio rispetto a quelli convenzionali.
Le colture bio richiedono 1/10 di calorie da carburanti fossili rispetto a quelle convenzionali e assorbono il 25%  in meno di energia.
Secondo la Coldiretti gli alimenti di un pasto medio italiano percorrono 1900 km prima di arrivare sulle nostre tavole e spesso si consuma più energia di quanta se ne ricavata in termini di nutrimento.
Gli alimenti bio sono molto più ricchi di sostanze nutritive rispetto ai prodotti convenzionali, specialmente di ferro, magnesio, fosforo, vitamina C, polifenoli e antiossidanti.


Tra le varie componenti che entrano a far parte del vivere in sintonia con l’ambiente naturale e sociale secondo il bioregionalismo il rapporto uomo-animali è l’argomento a me più “congeniale”.

Sono veterinaria e mi occupo principalmente di allevamenti, allevamenti di animali tenuti per la produzione di alimenti di origine animale.

L’alimentazione, nell’ambito della RBI è sempre stato un argomento molto dibattuto e con opinioni diverse, come è giusto che sia: su questa Terra è impensabile che tutti abbiamo lo stesso sentire nei riguardi delle diverse componenti.

L'Italia è una terra di tradizioni contadine e di ricchezza di prodotti sia di origine vegetale che  animale: le eccellenze agricole sono fonte di guadagni, ancora, e di ricerca di sempre nuovi mercati, dato che, a causa della crisi economica e della concorrenza c’è la necessità di nuovi sbocchi commerciali. Siamo infatti, in questo settore in una situazione quasi di sovrapproduzione, almeno per quel che riguarda i prodotti tipici, dovuta alla necessità di ammortizzare i costi con un' incentivazione della spinta produttiva, tramite la meccanizzazione, la selezione di razze sempre più produttive, a scapito però di altri valori, come la robustezza, la resistenza alle malattie e la longevità degli animali.

Nel bioregionalismo si ricerca invece un legame del cibo con il territorio, si suppone che il cibo prodotto localmente e che non ha subito conservazione e trasporto sia più in sintonia con l’organismo che lo deve ricevere. Ovviamente c’è anche un aspetto “ecologico” in questo: i trasporti e la conservazione degli alimenti sono attività di per sé antiecologiche, comportano consumo o spreco di risorse combustibili fossili sia per il funzionamento degli autoveicoli che delle apparecchiature di refrigerazione.

Alla base del disequilibrio che secondo me si è creato nel settore dell’allevamento, soprattutto nelle zone a diffusione dell’allevamento intensivo come qui da noi, ci sono fattori economici: una volta, fino a 60 anni fa circa, un’azienda agricola era costituita da un appezzamento di terra su cui venivano coltivati diversi prodotti (e la rotazione delle colture era sempre applicata) e che allevava animali più che altro come integrazione dell’attività, come risorsa di concime e come integrazione all’alimentazione della famiglia o delle famiglie che vivevano nell’azienda.

Mangiare un po’ di carne solo una volta alla settimana o anche meno era una cosa normale, qualche uovo o frittata entrava anche questo nella dieta con parsimonia e solo nel periodo di deposizione naturale delle uova da parte delle galline. Spesso era presente nella azienda anche un porcile con uno o pochi maiali che venivano macellati in pieno inverno per farne salumi da consumare nel resto dell’anno.

Poi la carne diventò uno status symbol: mangiare carne era segno di ricchezza o perlomeno di essere benestanti, e quindi, con la ripresa economica del dopo-guerra aumentò la richiesta di cibi di origine animale, in primis della carne. I piccoli allevamenti annessi alle aziende agricole non furono più sufficienti a soddisfare le richieste e questo fece intravedere la possibilità di guadagni insperati e allora dai con gli allevamenti costituiti da un numero sempre maggiore di capi, sempre più meccanizzati, sempre più disumani, con animali selezionati a produrre sempre di più fino ad arrivare ad esempio a polli sempre più pesanti tanto che gli arti non riescono a sostenere il corpo o vacche sempre più produttive in latte tanto che dopo due parti sono già distrutte o per un verso o per l’altro (mastiti, ipofecondità, lesioni podali), tanto che sono da scartare, quando non muoiono o devono essere macellate in stalla.

Il sistema poi implode su se stesso in quanto la speranza di maggiori guadagni, ha fatto moltiplicare queste realtà con un aumento della produzione che per un po’ è stata in equilibrio con i consumi, e, seguendo le leggi del mercato, queste attività hanno consentito lauti guadagni, ma la concorrenza poi ha avuto il sopravvento e i ricavi dalla produzione hanno continuato a mantenersi sugli stessi livelli, mentre i costi tutti i fattori di produzione aumentavano (mangimi, manodopera), lasciando ai produttori margini sempre più risicati.

Caso tipico in cui al peggioramento della qualità della vita degli animali, sempre più sfruttati, ha corrisposto un peggioramento della qualità della vita dell’allevatore, costretto a lavorare sempre di più e sempre con minori soddisfazioni.

Nella RBI si è molto parlato di regime alimentare, alcuni esponenti vegetariani o vegani per motivi etici si battono per un abbandono totale e immediato del consumo di alimenti di origine animale, altri ritengono che un consumo moderato di prodotti di animali allevati rispettando il loro benessere sia possibile e auspicabile.

Personalmente non ritengo ci sia un modus che debba andare bene per tutti, ma sicuramente ritengo che dobbiamo tutti prendere coscienza che l’allevamento intensivo non è etico ed è antiecologico: in un mondo dove miliardi di persone muoiono di fame, continuare ad allevare animali consumando risorse che potrebbero nutrire direttamente il genere umano, non è più possibile; inoltre la sofferenza ingenerata in questi esseri viventi che hanno avuta la fortuna- sfortuna (destino) di vivere la loro esistenza su questa Terra assieme a noi non può più essere ignorata: non possiamo più ignorare di esserne responsabili, anche indirettamente, così come non possiamo più ignorare di essere, come specie, responsabili, della rovina in cui stiamo mandando il nostro pianeta con tutte le nostre attività, non mi riferisco ovviamente solo all’alimentazione, ma a tutti i settori del nostro vivere.


Prendere coscienza delle conseguenze del nostro modo di vivere è il primo passo per poter dare alla Terra una speranza di sopravvivenza a lungo termine cercando di fare in modo per quelle che sono le possibilità di ognuno di noi, di lasciare ai nostri figli e nipoti un mondo meno inquinato e più in armonia di quello di oggi. Ritornare ad un sistema di vita semplice, in cui i rapporti umani e la vita nella natura, immersi nel mondo umano, animale e vegetale, ci può dare tutto quello di cui abbiamo bisogno senza necessità di consumi superflui e sprechi che comportino un ulteriore deterioramento di quel paradiso che ci era stato donato e che noi, esseri umani, abbiamo rovinato per il nostro sconfinato egoismo.

Caterina Regazzi 

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Referente Rapporto Uomo Animali della Rete Bioregionale Italiana

lunedì 26 dicembre 2016

Sprechi alimentari proibiti per "legge" - Quali saranno le conseguenze?


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E’ entrata in vigore il 14 settembre 2016  la legge sugli sprechi alimentari. (Legge 19 agosto 2016 n.166), approvata dal Senato il 2 agosto scorso, ora si attendono le risultanze di tale legge, in seguito alla sua attuazione.  L’Italia è il secondo Paese europeo a dotarsi di una normativa di questo tipo dopo la Francia. 

Fine del provvedimento: la riduzione degli sprechi nelle fasi di produzione, trasformazione, distribuzione e somministrazione dei prodotti attraverso la realizzazione di obiettivi prioritari,quali favorire il recupero e la donazione delle eccedenze alimentari, di prodotti farmaceutici e di altri prodotti a fini di solidarietà sociale,azioni volte a ridurre la produzione di rifiuti e a promuovere il riuso e il riciclo al fine di estendere il ciclo di vita dei prodotti,prevenzione dello spreco alimentare previsto dal medesimo Programma nazionale, nonché la riduzione della quantità dei rifiuti biodegradabili avviati allo smaltimento in discarica; infine, non da ultimo per importanza, contribuire ad attività di ricerca, informazione e sensibilizzazione dei consumatori e delle istituzioni sulle materie oggetto della legge, con particolare riferimento alle giovani generazioni. 

Sarà, senza dubbio, un riferimento per il settore agricolo, per quello della ristorazione, per il terzo settore e i soggetti che si occupano delle eccedenze alimentari ai fini caritativi. Non prevede sanzioni al contrario di quella francese, perché muove dall’intento sostanziale della valorizzazione delle buone pratiche, coinvolgendo quanti più soggetti a partecipare alla rete solidale costruita step by step negli ultimi anni.

Per chi possiede un’attività nel settore alimentare diventa più semplice donare le eccedenze a bisognosi ed organizzazioni no-profit e ricevere benefici a livello fiscale.

C’è la possibilità di avere sconti sulla tassa rifiuti, in misura proporzionale al cibo o al materiale che si è donato, a patto che la donazione sia tracciata e sia possibile fornirne prova. 

L’obiettivo per l’Italia è quello di dimezzare gli sprechi alimentari in dieci anni, superando i target definiti dall’Unione Europea per il 2020.

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(Fonte: Notiziario A.K. n. 52)

sabato 24 dicembre 2016

Alberi alieni invadono diverse bioregioni del pianeta... ma la colpa non è degli alberi!


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In tutto il mondo alberi “alieni” vengono piantati in grandi piantagioni commerciali per produrre materie prime industriali, causando danni irreparabili al suolo, all’ambiente e alle comunità locali. Per mano dell’industria, piante esotiche, o “aliene” strappate al proprio ambiente, scacciano gli ambienti naturali di un’altra bioregione. La colpa non è degli alberi, che sono essenziali nell’ambiente in cui sono nati e cresciuti, la colpa è di chi li pianta nel posto sbagliato, per profitto o per ignoranza.

Gli eucalipti vengono abbattuti in Australia, da cui provengono, e piantati a milioni come eserciti a ranghi serrati in Sudamerica e Sudafrica. L’africana acacia viene invece estirpata dalle proprie foreste native e viene mandata a distruggere e invadere le foreste pluviali del Sudest asiatico per produrre carta. L’americano douglas occupa il posto di piante autoctone in Scandinavia, in Europa centrale e perfino nelle nostre aree urbanizzate.
 
Mentre da decenni Legambiente e le altre associazioni ambientaliste onorano la festa dell’albero piantando decine di migliaia di alberi originari (nativi) in ciascuna regione, c’è chi sembra invece voler onorare la globalizzazione: Casapound ha organizzato un grande battage pubblicitario striscioni nel cemento "gli alberi sono le colonne della nazione", a firma dell’associazione collaterale “La Foreste che Aavanza" corredati da qualche sparuta pianta esotica: conifere a Bari, douglas a Ascoli Piceno, thuje a Pavia.
 
Cosa c’entrano le foreste con le nazioni non è dato saperlo, dato che dei confini nazionali ne farebbero volentieri a meno. Tanto meno è dato sapere cosa c’entrano foreste e nazione con i prodotti dell’industria forestale globale. Più che la "foresta che avanza", ad avanzare sembra l’industria delle piantagioni. Un migliore inno alla globalizzazione post-industriale della natura è difficile immaginarlo.


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Fonte: http://salvaleforeste.it/it/?option=com_content&view=article&id=4232&Itemid=999

venerdì 23 dicembre 2016

Il denaro è inutile se si condivide il cibo...


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Foodsharing è un’organizzazione non profit che combatte lo spreco del cibo dal 2012. Primo obiettivo è quello di aumentare la consapevolezza sull’enorme spreco di cibo in tutta la filiera alimentare. Attraverso presentazioni, eventi, campagne politiche e non, si vuole dimostrare come sia facilmente affrontabile la questione. 

Con la piattaforma online, i membri del Foodsharing possono recuperare dai negozi il cibo che altrimenti verrebbe buttato e lo mettono a disposizione a chi è interessato.

Lo scopo è creare conoscenza e consapevolezza sullo spreco alimentare in tutta la linea di produzione del cibo, partendo dal contadino ed arrivando al grande supermercato. Nel lungo termine, l’intento è quello di sensibilizzare le persone a un uso sostenibile delle risorse, cercando di ridurre sempre più l’emissione di anidride carbonica nell’aria. Secondo Raphael, uno degli aspetti che più di altri ha permesso al Foodsharing di funzionare è stata la condivisione delle responsabilità tra i partecipanti all’organizzazione. 

Il Foodsaver, questo il nome dato al volontario che raccoglie gli alimenti e ne organizza la distribuzione, è responsabile del cibo che ritira e che viene messo a disposizione dei partecipanti al movimento.

C.I.R. Info (cir.informa@gmail.com)


Fonte: https://shar.es/1Dq9lI

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Articolo in sintonia:  http://www.circolovegetarianocalcata.it/2008/01/03/ci-porti-a-calcutta/

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giovedì 22 dicembre 2016

La città ecologica - Sostenibilità urbana e salute pubblica

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Uno studio del WHO esamina come integrare la salute nella pianificazione urbana, negli investimenti e nelle decisioni politiche al fine di sostenere l'attuazione e il raggiungimento degli obiettivi della Nuova agenda urbana
215-16 La salute dei cittadini come indicatore di sostenibilità urbana
Quale è la risorsa più importante di una città? Secondo il report del WHO “Health as the Pulse of the New Urban Agenda” la risposta è sicura: la salute dei propri cittadini, che risulta essenziale per promuovere buone condizioni di vita, costruire una forza lavoro produttiva, creare una comunità resiliente e vitale, promuovere l'interazione sociale e proteggere le popolazioni più vulnerabili.
Lo studio, condotto a livello globale, esamina come integrare la salute nella pianificazione urbana, negli investimenti e nelle decisioni politiche al fine di sostenere l'attuazione e il raggiungimento degli obiettivi della Nuova agenda urbana adottata a conclusione della Conferenza delle Nazioni Unite Habitat III svoltasi dal 17 al 20 Ottobre 2016 a Quito, Ecuador.
Bike lines VancouverDue i temi centrali della relazione:
  • In primo luogo, per realizzare la visione globale di Habitat III di città sostenibili, vivibili ed economicamente vive, i decisori politici devono usare la “lente della salute” per valutare appieno i rischi e le opportunità dei loro programmi e misurarne gli effetti;
  • secondariamente il raggiungimento di uno sviluppo urbano veramente sostenibile richiederà un coordinamento intersettoriale molto maggiore per proteggere e migliorare la salute delle popolazioni vulnerabili in rapida crescita nelle aree urbane di tutto il mondo.
La buona salute di tutti i cittadini è uno degli indicatori più efficaci per quantificare quanto una città sia sostenibile. Città con aria pulita, infrastrutture ad alta efficienza energetica ed ampi spazi verdi accessibili possono attrarre maggiori investimenti, creare più posti di lavoro e offrire maggiori opportunità a tutti i ceti sociali. Le città sane sono socialmente inclusive perché sono luoghi dove la pianificazione e la politica amalgamano i punti di vista, le voci e le esigenze di tutte le comunità.
Garantire la salute dei residenti va ben oltre la fornitura di servizi sanitari, infatti, vi è oramai un’ampia evidenza che collega la qualità degli ambienti urbani con lo stile di vita e le abitudini alimentari che conducono all’obesità e al diabete.
Le politiche urbane che portano ad un aumento dell'inquinamento atmosferico contribuiscono a decessi prematuri per ictus, infarto e tumore, così come i rifiuti mal gestiti e l'acqua stagnante sono terreno fertile per le zanzare portatrici delle febbri Zika e dengue.
Al contrario, una pianificazione urbana che anteponga a tutto la salute offre significative opportunità di migliorare il benessere e la produttività economica; inoltre le politiche di promozione della salute riducono le disuguaglianze sociali, garantendo un migliore accesso agli alloggi, ai posti di lavoro, ai servizi e alla formazione attraverso la realizzazione di una rete di trasporto urbano efficiente e la nascita di quartieri inclusivi.Planting trees
Le decisioni prese a livello cittadino come possono influire sulle opportunità di miglioramento della salute del 54% dell'umanità che vive in città? Il report delinea alcune opportunità e strategie di base, rispondendo alle seguenti domande critiche:
  1. Perché lo sviluppo urbano è importante per la salute e viceversa?
  2. Quali sono gli esempi di politiche urbane di successo e le strategie che offrono benefici economici, ambientali, sociali e sanitari?
  3. Come possono i decisori politici applicare la "lente sulla salute" alla pianificazione urbana, alla governance e all’economia e avvalersi di strumenti per migliorare la salute, ridurre le disuguaglianze sociali e garantire il più ampio accesso ai servizi?
  4. Quale ruolo può svolgere il settore sanitario nel promuovere una pianificazione urbana sana e sostenibile?
A queste quattro domande cruciali, che corrispondono anche ai quattro capitoli in cui si suddivide la pubblicazione, gli esperti rispondono con solidi esempi di best practices da tutto il mondo dimostrando che il successo dell'attuazione della Nuova Agenda urbana dipende dalla chiara comprensione di quanto la salute dei cittadini possa agire come uno degli elementi chiave per uno sviluppo sostenibile inclusivo.
(Fonte: Arpat)

mercoledì 21 dicembre 2016

Gli alberi sono la vita del pianeta.... Un messaggio ecologista



Mi chiamo Peter Boom e boom, nella mia lingua l’olandese, significa albero.
Sono un alberello di media statura, molto più basso della maggior parte degli
alberi.


La quercia arriva a 40 metri di altezza, ma viene superata dal frassino e dal
faggio. Nelle nostre zone climatiche l’abete può raggiungere i sessanta metri,
giusto per far notare quanto sono piccolo io.

Un grandissimo problema oggi è la sistematica distruzione dei boschi che sono
parte integrante e di primaria importanza per il nostro ecosistema bioregionale.
Per questo motivo ho scritto un libro intitolato “2020, il nuovo Messìa”,
pubblicato nel 1994 che parla proprio della mentalità speculativa che sta
distruggendo la Natura, la flora, la fauna, i nostri alberi e … di
conseguenza anche noi.

Alberi chiamati sacri perché una volta queste piante venivano considerate
manifestazione delle divinità, a loro si pregava per chiedere protezione e
aiuto e hanno ispirato miti bellissimi e fantastici.

In quasi tutte le tradizioni troviamo l’albero cosmico, asse dell’universo con
le sue radici affondate negli abissi sotterranei e con i suoi rami che
s’innalzavano fino al cielo. Essendo l’albero verticale esso congiunge
l’universo uraniano con i baratri ctoni, i dei dei cieli con quelli degli
abissi. Un’immagine che troviamo anche nella croce, simbolo delle chiese cristiane
adottato dalla religione cristiana soltanto verso la fine del quarto secolo,
ancora senza il Cristo crocifisso sopra. Queste immagini le ho riprese dal
libro “La favola di Cristo” di Luigi Cascioli, ricercatore storico di fama
internazionale.

Il nostro corpo è fatto in forma di croce; simbolicamente la croce significa
la completezza, la barra orizzontale è la madre terra, quella verticale il dio
sole, la forza fecondante di ogni vita. Simboli della completezza sono anche il
lingam e lo yoni della tradizione shivaita ed il Ying e Yang cinese.

L’albero è ermafrodita nella maggior parte dei casi e anche l’albero cosmico è
ermafrodita. E’ una pansessualità cosmica che riporta alle origini dell’uomo,
alla sua completezza. Un albero dà appieno questa idea, anche perché abbattuto
può rinascere dalla talea o può rigenerarsi da solo grazie ai germogli che
crescono ai suoi piedi, un po’ come dalla costola di Adamo nasce Eva. I fiori,
in molti alberi, sono maschi e femmine allo stesso tempo, in altri invece
fioriscono sullo stesso albero il pistillo femmina e lo stame maschio.

Dai primordi certi alberi grandi venivano ritenuti sacri come per esempio le
querce, i frassini, i baobab, etcetera, e dall’osservazione della natura che
muore e poi risorge sono nati molti credi e religioni.
San Bernardo di Chiaravalle lasciò scritto: “Troverai più nei boschi che nei
libri. Gli alberi e le rocce t’insegneranno le cose che nessun maestro ti
dirà.”

Infatti, gli dei venivano immaginati prendendo spunto dai fenomeni osservati
nella natura: i vulcani, il fuoco, i fulmini, il tuono, il mare, il cielo, la
terra della dea madre, gli animali, il vento e naturalmente anche gli alberi.
Nella mitologìa nordica, descritta nell’Edda intorno al 1225, vengono
raccontati molti miti di origine antichissima tra i quali quello del gigantesco
frassino Yggdrasill, asse del mondo con i suoi rami che giungono fino ai cieli
e con tre larghissime radici che affondano nei regni sotterranei; da una di
queste radici che porta al regno dei morti sorge una fonte, necessaria a
nutrire l’albero e ad irrigare con la sua acqua tutta la terra. Dall’acqua
scaturisce la vita e traendo origine proprio dal regno dei morti allude
chiaramente al riciclaggio della vita. Vita, morte e nuova vita, come una
risurrezione insegnataci dall’andamento delle stagioni.

Ancora oggi festeggiamo questo naturale fenomeno con l’albero di natale, e la
rinascita ogni anno del bambin Gesù non è altro che la rinascita del sole, il
solstizio, la premessa per far ricrescere la vita.

La stessa rinascita si incontra anche in altre e più antiche religioni. Come
nell’antico Egitto con Osiride fatto a pezzi che poi resuscita o come nei riti
sciamanici che rappresentono lo svolgersi tra morte e rinascita sia dell’uomo
come anche della vegetazione.

Yggdrasill significa corsiero di Ygg, uno dei nomi del dio Odino o Wotan. Ygg
stranamente non significa frassino, ma bensì quercia, in tedesco Eich, in
olandese eik e in inglese oak. Probabilmente uno scambio che sarebbe
interessante verificare meglio.

Come il da noi meglio conosciuto albero del paradiso, anche presso Yggdrasill
abita un enorme serpente chiamato “Nioggrh”. Anche sotto quest’albero della
vita nasce l’acqua fecondante e della conoscenza dove il dio Ygg, Odino o
Wotan, il padre di tutti gli dei nordici ha dovuto essere iniziato tre volte
per diventare maestro di saggezza e di conoscenza occulta.
Queste iniziazioni, durante le quali il dio, ferito da una lancia e appeso a
testa ingiù per nove notti tra i rami del frassino Yggdrasill, fa pensare a
certe iniziazioni sciamaniche e anche a Gesù inchiodato alla croce col cuore
trafitto dalla lancia di un centurione. Infatti, non c’è niente di nuovo nel
nostro immaginario religioso, tutto proviene dall’umano inconscio collettivo,
dal nostro immaginario archetipico pensato e ben descritto da Carl Gustav Jung,
uno dei padri della psicoanalisi moderna.

Odino invece ferisce sé stesso, non beve, non mangia e si sottopone ad una
morte rituale, iniziatica. Ed è così che ottiene la conoscenza. Odino vede,
anche se è cieco, come lo era Omero, come l’indovino Tiresia accecato dalla dea
Atena, come l’Edipo incestuoso che si cavò gli occhi per espiare il suo
tremendo anche se non volontario peccato. Tutti costoro vedono con gli occhi
dello spirito, cosa che fa pensare al terzo occhio indiano, l’occhio divino
della vera e più profonda conoscenza.

Odino resuscita come lo sciamano fatto a pezzi, come Gesù, come il dio egizio
Osiride.

Quando poi, come musicato in modo sublime da Wagner nel Crepuscolo degli dei, die Goetterdaemmerung, anche gli dei vengono colpiti dall’apocalisse e l’enorme lupo Fenrir divora Odino insieme a quasi tutti gli altri dei, solo l’albero primordiale Yggdrasill, benché danneggiato, è rimasto in piedi, allora succede il nuovo miracolo: “La terra uscirà dal mare e sarà verde e bella”.
Ecco il diluvio universale, descritto nel vecchio testamento da una cultura a
noi più conosciuta o comunque più tramandata, oggi si direbbe pubblicizzata.
Un uomo chiamato Ask viene foggiato dal frassino cosmico e una donna chiamata Embla dall’olmo.

Anche Omero e Esiodo parlano di leggende sull’origine degli uomini, uomini
nati dalla quercia e dalla roccia, interessante associazione tra la pietra e
l’albero sacro ricorrente in molte culture antiche. La pietra sacra, il menhir
o bethel, parola che in semitico significa casa di dio, l’omphalos greco,
l’ombelico del mondo, il lingam indiano, tutte dimore dello spirito.
La pietra eterna, ricordiamo anche la Ka’aba alla Mecca, è simbolo di vita
statica, l’albero invece è simbolo di vita dinamica che si rinnova sempre in
una continua rigenerazione, muore e risorge.

Il frassino era consacrato anche a Posìdone, come la quercia a suo fratello
Zeus. Nell’Egitto dei faraoni invece gli dei abitavano il sicomoro sacro.
In Mesopotamia l’albero sacro della vita era il Kiskanu.

In India abbiamo la “ficus religiosa” conosciuta soprattutto perché ai piedi
di quest’albero il Buddha raggiunse l’illuminazione.
In Cina viene venerato il Qian Mu, legno eretto, albero dell’inizio di tutto.
Importante è anche il gelso considerato sacro e ermafrodito, simbolo
antecedente alla divisione tra Ying e Yang, della femmina e del maschio, dello
scuro e del chiaro, della terra e del cielo.

Non possiamo dimenticare l’albero cosmico degli Inca nell’America del Sud, che
scaturisce dal corpo di una dea con accanto Quetzalcoatl, il serpente piumato,
dio della morte e della rinascita; come serpente è ctonio, sotterraneo, ma dal
suo sacrificio sul rogo fa rinascere il sole.

Con tutte queste deità, spiriti, spiritelli dimoranti negli alberi di tutto il
mondo, salvo naturalmente sopra i poli, si può affermare con Mircea Eliade che
“mai l’albero è stato adorato unicamente per sé stesso ma sempre per quel che
si rivelava per suo mezzo”.

L’albero col quale l’uomo in passato viveva in grande simbiosi deve avergli
dato l’impressione di vedere in lui l’origine dell’universo.
Gli uomini della pietra forse si dovrebbero chiamare gli uomini degli alberi o
del legno, di più facile lavorazione dei sassi durissimi, ma di non lunga
conservazione. I legni lavorati, così antichi, sono scomparsi nel tempo.
In provincia di Viterbo nei pressi di Latera troviamo il laghetto di Mezzano
dove sono stati rinvenuti strutture lignee di palafitte dell’età del bronzo di
circa 4000 anni fa. Un altro luogo interessantissimo e direi addirittura
impressionante si trova nei pressi di Avigliano Umbro ed è la foresta fossile
di Dunarobba, dove si possono vedere tronchi d’albero in legno conservati
miracolosamente per circa tre milioni d’anni. Qui si tratta di legno non
fossilizzato in pietra rimasto protetto sotto uno strato di una trentina di
metri di argilla. Alberi, di una specie di conifere che oggi non esistono più
ma simili alla sequoia, che crescevano sulla sponda di un lago vastissimo in un
clima caldo e umido, dove vivevano mammuth e diverse altre razze di animali
preistorici.

Col legno gli uomini costruivano capanne, dimore per adorare gli dei,
palizzate per la loro difesa; l’albero era anche il “Padre del fuoco” e
attraverso l’esempio dei fulmini, l’autocombustione e i vulcani impararono ad
accendere essi stessi il fuoco col quale potevano cucinare, riscaldarsi, vedere
nel buio della notte e difendersi dagli animali feroci. Si otteneva dalle api
che si annidano negli alberi, la cera, il miele, l’idromele, il miele
fermentato, il nettare degli dei creduto utile per ottenere l’immortalità.
Inoltre gli alberi regalavano agli umani diversi frutti, quelli freschi da
mangiare a maturazione o da seccare e quelli indeiscenti nella loro buccia dura
come le noci e le nocchie che essendo a lunga conservazione venivano consumate soprattutto durante l’inverno e che macinati producevano una farina e così  anche il primo pane. Da certi alberi escono resine con le quali produrre catrame, pece, profumi, aromi e incenso. La prima arma dell’uomo, oltre ai sassi che si potevano scagliare, sarà senz’altro stato il bastone, in seguito la lancia e poi l’arco con la freccia.

Esiste nell’immaginario umano un albero che vuole forse dimostrare il
contrario di tutto, l’interscambiabilità tra positivo e negativo, la morte che
crea l’humus per la vita, una connessione tra il basso e l’alto, una energia di
eterno ricambio, un albero sciamanico presente in diverse culture, quelle dei
Lapponi, degli aborigeni australiani, che si ritrova nell’esoterismo ebraico
come anche nella tradizione islamica, descritto da Platone e da Dante, ed è
l’albero rovesciato, in India chiamato Asvatta e precedente almeno di 2000 anni
a Buddha.

Le sue radici si affondano nel cielo e con le fronde copre la terra.
Un’energia spirituale, primordiale discende dalle radici verso i rami che si
estendono verso la terra per illuminare l’uomo.
Un altro albero della vita con i suoi sette bracci che corrispondono ai sette
pianeti è quello mesopotamico che si ritrova riprodotto nel candelabro a sette
bracci ebraico, la menorah, modello consegnato da Dio a Mosé.

Anticamente gli alberi sacri servivano anche da oracolo come la quercia di
Dodona sul luogo dove una volta si ergeva il santuario dedicato a Zeus ai piedi
del monte Tamaro. Nel quinto secolo questo tempio diventò chiesa cristiana e
sede vescovile. Una religione sopra un’altra e dove una volta sacerdotesse
dicevano le profezie interpretando il fruscio del fogliame ora regnano i
preti.
La vera divinità dell’albero era sempre rappresentativa della Grande Dea
Madre, la Terra, creatrice di tutta la vita.
Le querce venivano chiamate dagli Elleni antichi “prime madri”.

Siccome le querce in quanto onorate come sacre non venivano abbattute potevano anche superare i duemila anni e infatti nelle torbiere si sono ritrovati
tronchi giganteschi e nel 1690 circa un celebre botanico riferisce di una
quercia con un tronco del diametro di dieci metri e si parla anche di una
quercia che poteva dar riparo a trecento uomini e i loro cavalli.
Gli alberi più grandi e più vecchi si sono trovati nelle Montagne Rocciose,
come la sequoia gigante che supera i centotrenta metri di altezza e i trentasei
metri di circonferenza e che può vivere fino a quattromila anni, nella stessa
regione si trovano dei pini di alta montagna che addirittura possono arrivare a
cinquemila anni. In Giappone fu scoperto un Ginkgo Biloba, che sopravvisse
inalterato per centocinquanta milioni di anni. Questo mitico albero fu trovato
in un bosco sacro vicino ad un tempi.

Non posso fare a meno di nominare il famoso libro “Il ramo d’oro” di Frazer.
Il ramo d’oro è simbolo della luce iniziatica, riesce a trionfare sulle ombre
infernali del regno di Plutone e di far resuscitare. L’albero del quale fu
colto questo ramo da Enea era un leccio, una quercia verde considerato un
albero infernale, ma anche albero della resurrezione.

Il dio della rinascita, cioè quello che fa ribollire la linfa alla vita
dormiente con i suoi culti orgiastici, figlio di Zeus e protettore degli
alberi, era il dio della vite Dioniso, colui che muore e rinasce, un vero dio
della natura chiamato “colui che vive ed opera negli alberi” o anche “colui che
è nell’albero”.

Un dio dal carattere androgino, adolescente, effeminato, secondo quanto hanno
scritto Eschilo ed Euripide.

Il pino è l’albero di Dioniso, ma le sue piante predilette sono l’edera e la
vite, che servono per raggiungere il delirio dionisiaco e l’orgia menadica. Le
celebrazioni dei cosiddetti misteri dionisiaci venivano condotte da sacerdoti
eunuchi oltre che nei paesi del vicino oriente anche nella Roma antica
all’inizio della primavera. I celebranti si autoflagellarono, alcuni neofiti
addirittura si castrarono allo scopo di rianimare il dio morto e con lui tutta
la natura che in quel periodo inizia a germogliare. Il giorno dell’equinozio,
dopo due giorni di lamenti funebri, ebbe inizio l’Hilaria, la sfrenata,
licenziosa festa della resurrezione divina, i cosiddetti baccanali. Oggi da noi
esiste ancora la tradizione del Carnevale, pallida imitazione delle feste di
allora.

Un altro mito riguarda invece l’albero della mirra, che era anche il nome
della figlia di un re dell’Assiria. Questa signorina innamoratasi pazzamente
del padre riuscì con l’inganno a giacere con lui per dodici notti di seguito.
Quando il re si accorse del rapporto incestuoso con la figlia la volle uccidere
con un pugnale, ma Mirra pregò gli dei di renderla invisibile ed essi per pietà
la trasformarono in un albero, l’albero della mirra. Nove mesi dopo nacque da
quel albero il più bello di tutti “Adone”, nato da quel atto proibito,
l’incesto tra il re e sua figlia.

Probabilmente il primo albero piantato e coltivato dagli uomini, cioè dai
Sumeri circa seimila anni fa è la Phoenix dactilifera, la palma da datteri,
conosciuta anche per essere servita da riparo alla nascita di Apollo, dio
guerriero e figlio di Latona e di Zeus, che aveva fatto una volta di più le
corna a sua moglie Era.
Apollo era anche il dio della divinazione, della musica e della pastorizia,
ebbe, così padre così figlio, numerosi amori con ninfe e giovani uomini poi
tramutatisi in fiori o alberi, tra i quali Giacinto e Ciparisso (cipresso) e la
ninfa Dafne che per sfuggire alle sue brame si tramutò in un albero di lauro,
chiara allusione alla sua stretta unione con la vegetazione, con la natura.

Gli alberi hanno un’anima. E’ stato dimostrato che una qualunque cellula è
autonoma e possiede un sistema che ne regola l’equilibrio e la difesa, in
potenza un principio di vita psichica. Esperimenti hanno dimostrato che le
piante reagiscono a certi input e che possono sentire benessere, paura, dolore
e inoltre che sono capaci di memorizzare.
Io ritengo che tutto ha un’anima, basta toccare, vedere anche una pietra, ma
un albero, soprattutto quando è grande e maestoso irradia qualcosa di magico
che in tempi antichi veniva percepito come se ci fosse al suo interno una
deità.

Allora quel albero veniva adorato e protetto, ai suoi piedi veniva eretto un
altare, come ancora oggi vien fatto in India.

L’albero, in questo modo, poteva arrivare ad un’età avanzatissima lasciando
crescere intorno ad esso un bosco sacro come per esempio ad Uppsala in Svezia e  anche più vicino a noi a Nemi a sud di Roma o come i boschi sacri che
protessero la nascita, l’illuminazione e il trapasso di Buddha.

I boschi sacri, chiamati “nemeton” sono esistiti presso molti popoli ed in
tutti i continenti. Purtroppo a causa dello sfruttamento dei legni, per ragioni
belliche e religiose molti di questi “nemeton” sono andati distrutti.
La prima e la seconda guerra mondiale hanno causato un disboscamento
sistematico, ma molto prima ancora con l’avvento del cristianesimo i missionari
cristiani per rendere impossibile il culto pagano degli alberi li hanno fatti
distruggere e di questo esistono purtroppo numerose testimonianze ben
documentate.

Naturalmente il cristianesimo ci mise secoli per convertire i pagani e mano
mano dei monaci si stabilirono nelle foreste sacre e vi fondarono monasteri.
Sul monte Cassino, Benedetto da Norcia, in mezzo alla folta foresta dove
sorgeva un tempio dedicato ad Apollo costruì la chiesa del Dio unico; il
monastero di Castel Sant’Elia qui in provincia era un tempio di Venere e vale
la pena di andare a farci una visita.

Ogni albero ha la sua storia ed impersonava spesso delle ninfe come per
esempio il tiglio, il pino nero, il pioppo bianco, il noce e il mandorlo.

L’albero più significativo delle tre religioni monoteistiche, cioè quella
degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani, è senz’altro l’ulivo che con il suo
olio “crea la luce”, che è “l’asse immobile della terra”, che rappresenta
Abramo l’antenato comune degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani. Il
ramoscello d’ulivo portato dalla colomba a Noé é anche qui il segnale di nuova
luce e la ripresa della vita sulla terra.

Il fico invece è servito con le sue foglie a coprire le vergogne di Adamo ed
Eva, ma è anche l’albero dedicato a Dioniso ed a Priapo, il dio fallico per
eccellenza ed i falli portati in processione venivano appunto scolpiti con il
legno di questo albero. Il fico, frutto succulento e ricolmo di semi quando è
maturo simbolizza sia il maschio che la femmina, un significato ancora oggi
molto vivo e talvolta anche volgare.

Il melo.
Atlante, colui che sostiene la terra, era il guardiano del giardino della dea
Era, moglie di Zeus, dove cresceva un melo dai frutti d’oro, che lei aveva
avuto in dono dalla madre terra. Un giorno Era si era accorta che le rubavano
le mele e perciò ordinò al drago Ladon di attorcigliarsi intorno al tronco
dell’albero in modo che nessuno potesse avvicinarsi.
Il serpente con l’albero ci ricorda chiaramente l’Eden di Adamo ed Eva e anche
l’albero cosmico nordico con il suo gigantesco serpente Nioggrh.

Ad Adamo un pezzo del frutto proibito è rimasto nella strozza e a tutt’oggi si
vede chiaramente il nostro pomo d’Adamo. Adamo viene spesso rappresentato come androgino, infatti viene creato “maschio e femmina”, viene creato al plurale e solo dopo ha luogo la divisione in due, cioè nel maschio e la femmina. L’albero ermafrodito era il simbolo più adatto per rappresentare l’uomo primordiale proprio perché capace di moltiplicarsi in maniera asessuata
attraverso i rametti che nascono ai suoi piedi. Un albero tagliato può rigenerarsi rispuntando dalla terra.

Con l’affermazione del Cristianesimo veniva adorato soltanto un pezzo di legno
morto, cioè la croce e l’adorazione degli alberi vivi e sacri veniva vietata.
In conseguenza da ciò nacque un monoteismo dogmatico ed intollerante. L’anima e  il corpo vengono separati in un dualismo spesso atroce e causa di grandi sofferenze e frustrazioni.

Claude Lévi-Strauss ha scritto:
“Da aperta che era un tempo, l’umanità si è sempre più rinchiusa in sé stessa.
Tale antropocentrismo non riesce più a vedere, al di fuori dell’uomo, altro che
oggetti. La natura nel suo complesso ne risulta sminuita. Un tempo, in lei
tutto era un segno, la natura stessa aveva un significato che ognuno nel suo
intimo percepiva. Avendolo perso, l’uomo di oggi la distrugge e con ciò si
condanna.”

Spero che d’ora in poi possiate guardare agli alberi ed alla Natura tutta con
occhi e sentimento diversi.

Peter Boom