martedì 19 febbraio 2019

"Alza la posta" di Peter Berg - Recensione

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Il libro contiene dodici brani che, nelle intenzioni del curatore, ben rappresentano il percorso di Peter Berg nell'articolazione e nella diffusione del concetto bioregionale. Dopo i primi due testi che hanno la funzione di manifesto del bioregionalismo, i successivi ne svelano progressivamente il significato, rimanendo comunque sempre ben ancorati ai luoghi e ai fatti: è il caso, per esempio, del contributo intitolato "Riabitare la California", in cui viene definito il concetto di bioregione, partendo proprio dalla realtà statunitense. 

La finalità del pensiero bioregionale è quella di considerare l'umanità da un punto di vista storico-antropologico e di tracciare le linee guida per un post-ambientalismo che abbia come obiettivo quello di avanzare proposte per lo sviluppo di politiche localmente appropriate nel cui ambito anche le grandi città, in cui vive gran parte della popolazione mondiale, possano diventare luoghi sempre più verdi e integrati con l'ambiente circostante. 

Chiude il volume un'intervista con Richard Evanoff che costituisce la sintesi degli argomenti trattati da Peter Berg nel corso di questa antologia. 

(Segnalato da Italo Carrarini)

Canada. Donne indigene contro l'estrattivismo


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Siamo nello stato del British Columbia del Canada, fra foreste, neve, pini e tribù di indigeni. In tutto questo idillio compaiono militari in uniforme, armi semi-automatiche, fili spinati. La guerriglia urbana in mezzo alle nevi bianche. Cosa hanno fatto quelli della tribù Wet’suwet’en per meritarsi questo, con un contorno di elicotteri, barche della polizia, arresti, lungo il fiume Morice? Il petrolio. Gli oleodotti. Il vile denaro.

Anche qui i petro-speculatori sono oggetto di contenzioso. La gente protesta perché non vuole oleodotti. Il governo manda le truppe perché li vogliono far passare per forza. Un giorno di metà gennaio hanno arrestato quattordici persone che si erano accampate lungo il percorso dell’oleodotto per protestare.

Ecco quindi un’altra storia di diritti non rispettati a causa di multinazionali che vogliono per forza avere la meglio. In questo caso si tratta della ditta canadese Coastal GasLink che vuole estendere il suo oleodotto lungo il territorio di venti tribù indigene.

Dicono che cosi facendo daranno lavoro agli indigeni stessi con contratti che arriveranno a 620 milioni di dollari canadesi, dicono pure che i consigli governativi delle riserve indiane hanno detto si, e che ci sono stati 120 incontri e 1.300 telefonate con gli indigeni. Come dire si aspettavano che dopo i 500 milioni e il 78esimo incontro e la 1294 telefonata arrivasse il si! Alcune cose però non si possono vendere.

E infatti le tribù, cioè gli indigeni che vivono per davvero sulle riserve, non ci stanno, inclusa quella dei Wet’suwet’en, la più vivace nelle proteste. Dicono che i consigli governativi non li rappresentano e che la loro voce va rispettata, perché su quelle terre sono loro che ci vivono. Ma nonostante i ripetuti no, la corte ha acconsentito alla Coastal GasLink di iniziare i lavori. È qui che cinque capi tribù hanno deciso di scendere nella neve a protestare. In un certo senso il governo del Canada ha avuto ciò che si merita. Nel 1997 la corte suprema del Canada ha affidato quelle terre agli indigeni, e ha deciso che lo stato non poteva esserne considerato titolare. Dove però iniziano i confini e dove finiscano non è stato mai stabilito.

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Intanto circa 1.300 chilometri quadrati di terra che i Wet’suwet’en dicono essere loro, ospitano la vita di salmoni, orsi, alci, aquile ed altri animali selvatici, bacche e piante che vengono usate come medicinali senza sapere che c’è qualcuno che vuole annientare tutto per un tubo. In totale i territori dei Wet’suwet’en occupano circa 22mila chilometri quadrati. Ed è per proteggere questa bellezza che tante persone, indigene e non, si sono mobilitate, installando le tende della resistenza nella neve.

E non c’è solo la tribu’ Wet’suwet’en. Assieme ad altri gruppi indigeni sparsi per il paese è stata messa su una organizzazione chiamata Unist’ot’en camp che cerca di fermare tutti i progetti di oil and gas sui territori degli indigeni, in quanto non conformi ai propri interessi tribali e culturali. A volte ci sono riusciti, altre no. Ma con ogni protesta diventano più uniti, più sicuri, piu arrabbiati. Il loro messaggio è lo stesso che tutte le comunità trivellate conscono: “vogliono solo prendere, prendere, prendere. E non accettano il no”. Appunto, dopo neppure 1.300 telefonate!

Non sappiamo come andrà a finire, ma un fatto è certo: in tutte le parti del mondo continua la speculazione, e in tutte le parti del mondo chi vive i territori è sempre più arrabbiato, deciso a difendere i propri diritti e a far sentire la propria voce, anche in questo angolo innevato e remoto del Canada.


Maria Rita D’Orsogna

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Money means nothing to us.
Our children, our land, our future, is here and that’s what we are going to protect.
Our people never ever surrendered or ceded any portion of this territory. 
We are the rightful titleholders of the territory,
 we are the caretakers of this land and that’s what we are going to do, take care of this land.

They want to take, take, take.
And they aren’t taking no for an answer

Chief Madeek, della riserva indiana Wet’suwet’en, 
in protesta contro l’oleodotto del Canada 

domenica 17 febbraio 2019

"Discola" di Bianca Bonavita - Per un nuovo apprendere ed un nuovo insegnare

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Ante scriptum di Massimo Angelini *): "Il libro "Discola" di Bianca Bonavita (di prossima uscita con le edizioni Pentagora) è dedicato al tema della descolarizzazione, riletto 50 anni dopo il testo di Illich: è una critica severa, dura alla scuola istituzionalizzata, la scuola come servizio l'educazione come merce; altra cosa sono le scuole familiari, comunitarie, libertarie... Credo che questo testo possa interessare la Rete Bioregionale Italiana e vi proporrei se, in occasione del prossimo incontro collettivo ecologista del 23 e 24 giugno 2019, potesse essere presentato ed essere oggetto di dialogo condiviso..." - *) direttore editoriale di pentàgora (http://www.pentagora.it)


"Un programma politico che non riconosce esplicitamente la necessità della descolarizzazione non può dirsi rivoluzionario." (Ivan Illich)


"La scuola è una scuola di Stato, dove i giovani vengono trasformati in esseri umani di Stato, vale a dire in galoppini dello Stato e nient'altro. Quando andavo a scuola andavo nello Stato, e poiché lo Stato annienta gli esseri umani, andavo nell'istituto per l'annientamento degli esseri umani." (Thomas Bernhard)

Alla parola Stato possiamo sostituire quella di mercato, sistema, produzione, infrastrutture, governo: il risultato non cambia. L'essere umano di natura, come grida Bernhard nel suo Antichi Maestri, viene braccato e perseguitato finché non è annientato e trasformato in un essere umano di Stato, in un essere umano funzionale alla mega-macchina.

Perché allora non provare a fornire un nascondiglio a questo essere umano di natura braccato e perseguitato, a questa clandestina che nei primi anni della sua vita si aggira timorosa e indifesa in quegli ultimi sprazzi di foresta prima della frontiera che separa l'infanzia dalla storia?

Perché non provare a pensare che sia possibile non varcare quel confine e restare clandestine, in quella foresta, a imparare dalle piante, dagli animali e dagli umani che la abitano con noi?
È dall'alba del nostro essere primati che noi umani siamo stati in grado di relazionarci e di apprendere fin da cucciole in assenza di istituzioni scolastiche per il semplice fatto che le relazioni, come l'apprendimento, sono bisogni primari della nostra natura.

Le nuove generazioni vengono gradualmente preparate all'impiego e all'impegno, a essere continuamente impegnate nei propri doveri, nelle proprie mansioni da svolgere, sia all'interno che all'esterno della scuola.

I pomeriggi diventano allora dei permessi di libera uscita in cui poter attendere, dopo aver svolto i compiti, alle mille attività organizzate sportive/ricreative, ovvero alle proprie funzioni di utenti/consumatrici di tempo libero.

E la vita futura promessa oltre l'ultimo passaggio di grado (oggi posticipato all'infinito con i master post-laurea per poter vendere sempre un ultimo, ultimissimo bisogno di istruzione e di specializzazione) non è altro che il permesso per buona condotta di poter finire di scontare la propria pena ai domiciliari dell'impiego.

Ma la segregazione scolastica non serve solo a preparare le bambine all'impiego e all'impegno e a formare nella loro mente una corretta immagine della realtà, di come devono andare le cose e di quale forma debba assumere la loro vita, ma serve in egual misura a preservare il più possibile il mondo reale dei grandi dal potenziale destituente dell'infanzia esercitato dalla sua presenza, dalla sua follia e dal suo folle amore.

Pensare a qualcosa che sia altro dalla scuola è uno dei più grossi tabù del nostro tempo, così come d'altronde diventa sempre più un tabù curarsi in maniera differente dall'ortodossia medica allopatica istituzionale. E in certi ambienti intrisi di retoriche stataliste, la scuola statale continua a essere, per quanto criticabile, ciò che dice Illich: un mito inattaccabile che si autogenera continuamente dal reiterarsi del proprio rituale.

Come se il collasso culturale e sociale che stiamo vivendo non fosse in alcun modo imputabile anche a decenni di scuola statale ‘dell'obbligo’, e non alla scuola così com'è ma alla scuola in sé; come se la competizione eretta a valore in competitività non fosse una competenza appresa sui banchi; come se il regime di segregazione e di separazione dei corpi non fosse una forma di vita appresa nelle aule; come se il legame perduto con la propria natura non avesse a che fare con tutte le ore dell'infanzia rinchiuse in un edificio; come se le nuove avanzate forme di alienazione non fossero state rese possibili in primo luogo dall'alienazione da sé imparata a scuola.

Il rischio che corre ogni esperienza educativa alternativa alla scuola è che la radicale messa in discussione della scuola, da potenza destituente capace ancora di disattivare il dispositivo-scuola, finisca con il focalizzare la sua critica su una determinata figura storica della scuola ritenuta inadeguata e autoritaria, per diventare così un nuovo potere costituente volto a rifondare una forma di scuola ritenuta adeguata e non autoritaria.

Occorre scavalcare il recinto della famiglia e i suoi rischi di chiusura al mondo e, nello stesso tempo, andare oltre le scuole democratiche o libertarie coi loro rischi di replicare i fondamenti reconditi dell'educazione e il programma occulto della scuola. Dunque, occorre non accentrare su di sé il ruolo di educatrici, né continuare a delegarlo alle ‘esperte’. Mettere in comune questo ruolo significa costruire una comune educante diffusa nel proprio ambiente di vita in cui i piaceri di apprendere e di condividere saperi e conoscenze vengono riportati all’interno di un noi; ma non con l'obbiettivo di trasformare ogni momento di vita in educazione, così rendendo impossibile ogni forma di apprendimento spontaneo. Si tratta di provare a creare, attraverso questa comune di mondi (saperi, conoscenze, persone, memorie, strumenti, luoghi, tempi), un ambiente il più possibile denso di significati, in cui sia possibile, e non obbligatorio, trovare risposte ai propri desideri di apprendimento.

Esistono, possono esistere, reti di famiglie, di amiche, di compagne, che cercano di praticare una sorta di non-scuola condivisa e diffusa, senza struttura, senza spazi e tempi rigidi e prestabiliti, senza programmi e pianificazioni. È naturale che per intraprendere questa strada, la più difficile, ma forse la più rivoluzionaria, occorre prima di tutto ripensare la propria forma di vita, ovvero, per riportare l'apprendimento alla vita, occorre innanzi tutto riprendersi la propria vita.
Resta ancora inesplorata la possibilità di indugiare sulla sospensione della scuola in quanto tale. Resta ancora inabitato lo spazio-tempo che si apre nel momento in cui il dispositivo-scuola, con tutti i suoi meccanismi impliciti e fondamenti reconditi, viene disattivato.

Prendere atto della distruzione della scuola, resistere alla tentazione di rifondarne un'altra, più buona, più giusta, più pulita, direbbe un bravo pubblicitario, e sostare piuttosto nella sua interruzione sperimentando forme inesplorate di educazione autarchica (che ha cioè in sé il proprio fondamento), comune e diffusa.

È allora tempo per chi si sente rivoluzionaria di iniziare a pensare a una forma vernacolare di condivisione del sapere che sfugga al monopolio radicale della scuola e della formazione permanente a cui siamo condannate in quanto utenti di servizi educativi, e che possa imbandire questo banchetto del suo libero uso.

Descolarizzare potrebbe significare allora ritornare al significato originario della parola scholè, ovvero rendere possibile un tutt'uno di spazio e tempo liberi e aperti alla conoscenza in cui l'essere umano possa costruire un rapporto educativo col suo ambiente all'insegna del libero uso. Libero uso dello spazio, del tempo e degli strumenti.

Questa scholè originaria, che si propone di chiamare Discolapoiché la parola contiene in sé un'impossibilità a essere governati per un eccesso di inoperosità, è un atto gratuito comune, comunemente e liberamente scelto come spazio e tempo comuni, come ambiente significante comune in cui ci si predispone alla conoscenza senza però considerarla il motivo e lo scopo dello stare insieme.

Una Discola non può avere obbiettivi didattici perché è puro mezzo.

Nella Discola le cose cessano di essere sussidi didattici e ritornano a essere cose che possono essere manipolate, ignorate, conosciute, smontate o distrutte.

In questo senso si può affermare che una Discola abbia la stessa natura del gioco vero, (da distinguersi da quello organizzato, spettacolarizzato e regolamentato), quello capace di disattivare il vecchio uso di una cosa per crearne uno nuovo, ovvero quell'unico gioco possibile che è un'eterna profanazione.

Il nuovo uso che si sprigiona in questo gioco senza fine chiamato Discola è quello di una conoscenza e di un sapere che accadono senza proclami, così come accade l'apprendimento della lingua madre e l'imparare a camminare. La conoscenza e il sapere accadono perché sono vita, accadono perché sono desiderio: desiderio di conoscere una storia, di contare le stelle o di costruirsi un luogo segreto.

Discola non è una preparazione alla vita, un esilio artificiale, più o meno autoritario o più o meno libertario in cui si viene confinate per essere addestrate a divenire adeguate cittadine-consumatrici-impiegate-utenti di servizi, ma è vita con cui imparare.

In una Discola non si conosce per la vita, ma nella vita e con la vita. Non ci si prepara a vivere, ad agire, a prendere una posizione; si vive, si agisce, si prende una posizione.

Marzia e Mattia 
liberelibere@autistiche.org

"Discola" - Immagine di copertina

venerdì 15 febbraio 2019

Ecosofia o panteismo? Il pensiero di Giordano Bruno in sintesi


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La teoria panteista di Giordano Bruno, secondo la quale l'universo è eterno, esclude il concetto di un Dio creatore, avvicinandosi in ciò al pensiero orientale   ed  uscendo completamente dal teismo.  E questo la chiesa non poté accettarlo poiché metteva in discussione la sua stessa ragione di esistere.

La differenza sostanziale nell'espressione religiosa fra oriente ed occidente è che in occidente la religione si considera con un inizio ed una fine mentre in oriente essa viene riconosciuta come "eterna", senza inizio né fine.

L'ebraismo, il cristianesimo ed anche l'islamismo, infatti, sono religioni che prendono l'avvio con la nascita dei loro rispettivi profeti, Mosè, Cristo e Maometto, e ci si aspetta che si concludano con l'apocalisse. In India, in Cina e nel resto dell'Asia, invece, lo Spirito viene dichiarato antecedente e successivo ad ogni manifestazione vitale ed allo stesso tempo esso è sia immanente che trascendente. Questa differenza di vedute porta ad una sostanziale differenza nella gestione del fatto religioso.

In oriente non esistono strutture di potere riconosciute come legittime custodi della religione, ciò che è eterno pensa a se stesso. In occidente al contrario si presuppone che la religione debba essere controllata e gestita da nuclei di potere ecclesiastico, proprio in considerazione della sua finitezza ed imperfezione, e questo per "evitare" devianze o eresie dalla norma consolidata e dal credo scritturale.

Forse l'esempio ideologico di un potere sacerdotale centralizzato derivò dalla figura di Mosè il quale riportò ordine e regole nella religione "madre", regole fatte in seguito proprie sia dal cristianesimo che dall'islamismo. Ma il potere centralizzato è soprattutto presente nel cristianesimo, formandosi nei secoli un diritto assodato del vescovo di Roma di gestire in modo autonomo ed assolutistico le cose religiose e mondane connesse al credo cristiano.

Questo semplice fatto ha comportato una "cura d'interessi" personalistica pure nei fatti dottrinali e nel riconoscimento di santità od eresia. Ad esempio andò bene a Francesco d'Assisi che venne ad umiliarsi a Roma e perciò ottenne l'autorizzazione papale e successivamente anche il riconoscimento di santità.

Molto male, forse perché in quel periodo regnavano pontefici più gretti, andò al Savonarola od a Giordano Bruno che furono sacrificati sul rogo. Nel periodo storico in cui visse Giordano Bruno, in verità vi fu un certo fermento illuminista con Galileo Galilei che studiò il sistema solare e lo definì eliocentrico, oppure con Tommaso Campanella che si ispirò alla teoria neo-platonica per immaginare la sua "Città del Sole".

Purtroppo per Giordano Bruno la sua intuizione fu troppo grande e troppo incontrollabile per poter venir accettata dal papato, addirittura egli chiamò l'universo eterno ed infinito, senza centro né circonferenza. Una cosa del genere non poteva piacere ad un potere religioso che basava il suo essere sulla "finitudine, sulla limitatezza, sul peccato originale, sulla differenza fra Dio e creature, sulla necessità di un salvatore specificatamente indicato".

Giordano Bruno fu troppo vicino nella sua espressione filosofica al "Sanathana Dharma", all'eterna legge dell'essere e del non essere, ben descritta dai saggi realizzati dell'oriente… Ed allora che posto avrebbe avuto un papetto qualsiasi, un cardinaletto, un curato di campagna nel contesto di tale verità?

Semplici figure immaginate e pretenziosamente costituite in veste istituzionale. Purtroppo l'abisso nel pensiero ed il rischio che questo avrebbe comportato alla continuità religiosa cristiana fu insormontabile per i meschinelli capi religiosi della cristianità (una religione per altro inventata a tavolino). Così fu necessario che Giordano Bruno fosse immolato sul rogo, nel tentativo di distruggere assieme al suo corpo martoriato anche il suo pensiero.

Ma andò così? No, la verità viene sempre a galla e sia pur ancora calpestata e misinterpretata essa alla fine trionferà, ed in realtà sta già trionfando, poiché il finito non può assolutamente condizionare l'infinito.


Paolo D'Arpini 


giovedì 14 febbraio 2019

L'uomo è padrone dell'Universo?


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La nostra sicurezza di essere i padroni di tutto l’universo, avvalorata purtroppo anche da alcune religioni monoteistiche, ci ha portato fuori da quello che sarebbe potuto essere un cammino culturale e spirituale ben diverso dall’attuale, in cui odio, prevaricazioni e guerre hanno caratterizzato da sempre questa umanità. Sia ben chiaro che non dobbiamo pensare di avere la verità “assoluta in tasca”, tuttavia cominciare a pensare diversamente da come ci dicono di fare oggi, forse ci porterebbe ad aprire orizzonti nuovi. 

Allora proviamo subito ad entrare nel vasto campo dell’astronomia per capire finalmente chi siamo e che ci facciamo nella sconfinata immensità del cosmo. 
Se non altro per renderci conto del nostro ruolo insignificante all’interno di questo universo in cui solo a pensarci restiamo attoniti. 

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Una porzione dell’universo fotografata dal telescopio orbitante Hubble 

Oggi, grazie al determinante contributo della scienza, possiamo dire che non miliardi, ma miliardi di miliardi, e ancora di più, di sistemi solari affollano l’universo, anzi stando alle ultime tesi scientifiche non solo un universo ma più universi (multiversi). Si è anche scoperto, dallo studio delle comete, che in tutti gli universi abbondano sostanze organiche, ossia i mattoni della vita, non solo, ma sembra che l’acqua sia una costante in tutti i migliaia di pianeti estrasolari fino ad oggi scoperti. 

La vita, anche secondo la teoria scientifica della “Panspermia cosmica” è presente in tutto l’universo, ma essa si manifesta, partendo da semplici molecole organiche, quando trova “terreno fertile” su cui impiantarsi e svilupparsi. Quindi asteroidi e comete possono portare la vita su pianeti che hanno le caratteristiche idonee alla vita. Quindi nella fascia abitabile di ogni sistema solare, che vuol dire dove i pianeti orbitano ad una distanza dalla  14 loro stella tale da consentire all’acqua di non ghiacciare o evaporare, ma di rimanere allo stato liquido. 

Si sa che ogni forma di vita primordiale trova l’ambiente adatto a svilupparsi soprattutto se immersa in sostanze acquose o comunque liquide. Quindi potrebbe valere il fatto che ogni sistema solare ha uno o più pianeti predisposti alla vita o, dove la vita, come da noi, si è già sviluppata. «Una volta che tutti i nostri tentativi di ottenere materia vivente da materia inanimata risultino vani, a me pare rientri in una procedura scientifica pienamente corretta il domandarsi se la vita abbia in realtà mai avuto un'origine, se non sia vecchia quanto la materia stessa, e se le spore non possano essere state trasportate da un pianeta all'altro ed abbiano attecchito laddove abbiano trovato terreno fertile. » - Hermann von Helmholtyz (1821-1894 medico e fisico) 

Fin qui è la scienza ufficiale che ci informa e ci illumina, ma visto che la nostra rubrica affronta anche aspetti storici e filosofici, al fine di offrire altri elementi di riflessione proviamo a dare uno sguardo anche a qualche testo sacro di antiche civiltà. Secondo l’antica saggezza dei monaci tibetani, le stelle creano la vita senziente perché questa a sua volta alimenta le stelle stesse. 

Questa affermazione l’avevo sentita già molti anni fa ad Auroville ( Città del futuro in India, nel Tamil Nadu). Un giorno al maestro Nata chiesi spiegazioni su questa affermazione e lui mi rispose, premetto che il maestro Nata era un ingegnere e quindi uomo di scienza, “ Ogni stella che nasce ha necessità di idrogeno ed elio per attivare la sua fusione atomica, ma nel tempo necessita per continuare a splendere, anche dell’energia emozionale di creature senzienti come i nostri animali fino a creature più complesse come l’uomo. Per questo motivo la stella stessa si preoccupa di dar vita ad esseri che poi con le loro emozioni o forme pensiero possano alimentarla….” 

Dello stesso avviso, guarda caso, era anche il faraone Akhenaton che credeva che l’unico dio da venerare, perché era veramente un dio, fosse il Sole. Conosciamo poi la storia di questo faraone ritenuto eretico dai sacerdoti egizi di allora perché aveva fortemente ridimensionato tutto il panteon di dei e semidei a cui si credeva fino ad allora. Alla sua morte fu ripristinato il panteismo originario e cancellato il ricordo di questo faraone eretico ( damnatio memoriae ). Grazie solo agli scavi archeologici siamo venuti a conoscenza di Akhenaton, perché la sua presenza non è segnata in alcun papiro che conosciamo. Tutto questo per cercare di capire fino a quanto l’asserzione che le stelle si nutrono anche delle nostre emozioni e pensieri possa essere presa in considerazione. 

Sta di fatto che negli antichi testi sacri veda, vedi l’Upanishad, si parla dell’energia cosmica che pervade ogni cosa, dalle fredde rocce della Terra fino all’uomo, questa energia è il Prana. Da qualche anno la scienza ha scoperto l’energia che tiene insieme le galassie e “pervade ogni cosa”: la materia oscura… per i Veda non è altro che il Prana (in altre forme definito anche Etere).  Altre scoperte oggi effettuate dalla scienza trovano riscontro nei vecchi testi indù, taoistici, zen, ecc.. Interessante lo studio che aveva effettuato negli anni ‘70 il fisico Fritjof Capra che ha poi trasportato nel suo libro di successo: “Il Tao della fisica”. Secondo il fisico austriaco le "particelle" subatomiche sono in realtà concentrazioni di energia pura in vibrazione piuttosto che vere e proprie entità materiali; per cui lo scienziato non deve solo osservare, bensì partecipare. Recentemente la fisica moderna ha considerato l’affermazione di Capra infatti “L'idea di «partecipazione invece di osservazione» è stata formulata nella fisica moderna, ma è un'idea ben nota a qualsiasi studioso di misticismo. 

La conoscenza mistica non può mai essere raggiunta solo con l'osservazione, ma unicamente mediante la totale partecipazione con tutto il proprio essere.» 

Capisco bene che in questo delicatissimo settore in cui si mettono in discussione dogmi scientifici, religiosi e sociali, non basterebbe un solo volume per parlarne. Importante è comunque cominciare ad aprire gli occhi e, finalmente, cominciare a pensare con la propria testa, senza prende per oro colato le “verità” che gli altri ci propinano, compresa questa. 

Il maestro filosofo Sri Aurobindo diceva spesso ai suoi discepoli: “L’uomo è libero quando transitando e mai fermandosi in sette e religioni, approfondendo antiche e nuove verità, non si ferma in una di essa, ma prosegue nella ricerca della propria verità”. 

Filippo Mariani - A.K. N.7  

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martedì 12 febbraio 2019

Bambini liberi nell'Asilo nel Bosco


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Gli asili nel bosco sono presenti ormai in ogni angolo del pianeta e la loro ricchezza più grande è che non si presentano come scuole che seguono modelli educativi rigidi ma come percorsi educativi aperti alle pedagogie critiche del passato e del presente. Tutti gli asili nel bosco svolgono le proprie attività in natura, tutti hanno un rapporto educatore-bambino/a che è al massimo uno a dieci e non uno a venticinque come nelle altre scuole tradizionali, tutti mettono al centro “muoversi, esplorare, apprendere” tra creatività, passione del fare e cooperazione, per il resto ciascun progetto percorre sentieri autonomi partendo dalle idee del gruppo educativo ma soprattutto dai bisogni specifici di chi questi progetti li frequenta ogni giorno. La mattina negli asili del bosco comincia con un cerchio: intanto gli asili di diversi paesi si sono messi in cerchio anche loro, mettendo su una rete internazionale


È nato in una sala d’attesa di uno studio medico un progetto pedagogico che sta avendo tra le diverse ricadute positive proprio quella di rendere sempre più vuote le sale d’attesa dei medici tedeschi. Era il 1990 quando Petra Jaeger, maestra di una scuola statale convenzionale, sfogliando una rivista, si imbatte nello Skovbørnehave (asilo nel bosco) di Ella Flatau, una mamma danese che nel 1950 aveva deciso di educare i propri figli e quelli del vicinato nel bosco. Petra si incuriosisce e comincia ad esplorare. Scopre che da Ella in poi questo approccio pedagogico si è diffuso molto in tutta la penisola scandinava e decide di partire per vedere dal vivo con gli occhi ma soprattutto col cuore questa scuola senza pareti immersa nella natura. Parte da Flensburg, la sua città natale, che si trova proprio al confine con la Danimarca e appena giunta all’asilo nel bosco si innamora. Si innamora dello sguardo vispo dei bambini e delle bambine, delle loro abilità corporee ma soprattutto della loro felicità. Torna in Germania portando nella valigia un sogno, creare anche nella sua terra questa esperienza meravigliosa.
Comincia a parlarne con le colleghe, illustra il progetto alle istituzioni e la prendono per matta. Capita spesso a chi decide di iniziare un profondo cambiamento sociale e culturale, Petra lo sa e da inguaribile sognatrice persiste ostinatamente. Nel 1993 il sogno si fa realtà e il suo Waldkindergarden (asilo nel bosco) il primo in Germania apre le porte del bosco a un gruppo di famiglie temerarie che decidono di sperimentare per i propri figli e figlie questo nuovo approccio all’educazione. Il governo del suo Land e quello tedesco supportano il progetto fornendo ai genitori lo stesso identico supporto economico destinato a chi decide di percorrere sentieri educativi tradizionali o altri modelli pedagogici riconosciuti come le Freischule (scuole libere), le scuole Waldorf e quelle di ispirazione montessoriana. Questo approccio dello stato volto a promuovere il liberalismo educativo senza imporre un modello unico sarà fondamentale per la crescita dei Waldindergarden che sono oggi più di duemila sparsi per tutta la Germania.
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Ovviamente alla base di questa continua e costante crescita ci sono le virtù pedagogiche di questo approccio che sembra rispondere al meglio ai bisogni dei bambini e delle bambine. Innanzitutto al bisogno di movimento ed esplorazione corporea il quale ha una ricaduta positiva non solo sull’aspetto motorio ma anche su quello cognitivo ed emotivo. I bambini e le bambine del bosco rispetto ad una scuola tradizionale hanno uno spazio enorme dove poter costruire la propria identità, proprio attraverso le esperienze motorie e sociali, dove conoscere il mondo senza la mediazione di un libro didattico e attraverso l’esperienza diretta e questo incide significativamente sul benessere dei piccoli abitanti del bosco. Secondo una ricerca del 2002 condotta da Peter Hafner, docente all’Università di Heidelberg, i bambini e le bambine che frequentano l’asilo nel bosco sono molto creativi e curiosi, prestano una maggiore attenzione e si concentrano di più, rispettano le regole e risolvono i conflitti in modo pacifico, si esprimono in maniera più precisa e argomentano meglio le proprie opinioni.

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Sono più curiosi perché in natura lo stupore l’emozione che alimenta la curiosità è una compagna di viaggio sempre presente e perché la bellezza ci spinge sempre a cercarne altra e di bellezza in un bosco ce n’è veramente molta. Sono creativi perché in natura i materiali non sono strutturati e creano le condizioni affinché l’enorme potenziale immaginativo di cui tutti i bambini e le bambine sono dotate possa esprimersi. La socialità ricca dipende dal fatto che le persone felici non amano la guerra e sono costruttrici di pace e i piccoli e le piccole nel bosco sono felici perché trovano risposta alle proprie esigenze e ai propri desideri. Si esprimono in maniera più precisa e argomentano a dovere le proprie opinioni perché la vita nel bosco anche con le sue difficoltà stimola la cooperazione e il cerchio con cui iniziano tutte le giornate nei Waldindergarden è un’occasione preziosa per essere ascoltati e per esprimere le proprie idee e i propri bisogni. Nel 2012 abbiamo anche capito il perché essi riescono a concentrarsi meglio e lo dobbiamo alla scoperta dell’irisina (Guillen, 2017), un neurotrasmettitore che facilita la funzione esecutiva della nostra corteccia prefrontale in particolar modo proprio la capacità di concentrazione e che produciamo naturalmente solo attraverso il movimento corporeo.

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Petra considera la scuola un luogo di cultura e di socialità aperto a tutti e allora non si limita a lavorare solo con i pargoli ma coinvolge attivamente le famiglie nel progetto. Va a casa di ognuna di loro, spiegando le sue idee e invitandole a partecipare alla crescita del progetto dando vita così ad una comunità solida che si sostiene e sostiene il progetto. Una volta consolidato il suo asilo comincia a sostenere gli altri progetti tedeschi e a girare il mondo per raccontare la sua storia e la sua visione della scuola che sembra proprio essere una panacea per alcune problematiche dell’infanzia tipiche della nostra epoca. Nel 2006 infatti compare per la prima volta grazie a Richard Louv – consigliere del National Scientific Council, fondatore del Children and Nature Network, editorialista del New York Times e del Christian Science Monitor (Louv, 2006) – il concetto di “Nature deficit desorder“ che dimostra la correlazione tra alcuni disturbi tipici dell’infanzia come quello dell’apprendimento o l’iperattività e la lontananza dei bambini e delle bambine occidentali dalla natura. Passa per la Corea, la Cina e diversi paesi europei e nel 2013 arriva in Italia invitata dal nostro asilo nel bosco di Ostia Antica (Manes, 2016). L’incontro con Petra ci ha dato molta energia e coraggio, anche noi come lei venivamo presi un po’ per pazzi, anche noi ci confrontavamo con la paura delle persone di fronte al cambiamento, anche noi dovevamo convincere le famiglie su quello che per la scienza era ormai acclarato e cioè che la vita in natura non faceva ammalare di più anzi.

Con Petra abbiamo fondato una rete internazionale “Fkif”, forrest kindergarten international federation, e da allora, insieme a Katia Hueso, fondatrice di “Saltamontes” la prima bosquescuela spagnola, e al maestro gallese Darren Lewis che ha dato vita alla prima esperienza educativa in natura nel suo paese, stiamo lavorando alla diffusione di questo metodo. Dopo le prime conferenze internazionali svoltosi ad Ostia nel luglio del 2017 e a giugno del 2018, a maggio 2019 saremo tutti insieme a Zurigo insieme a tantissimi esponenti della pedagogia in natura provenienti da tutto il mondo. Gli asili nel bosco sono presenti infatti ormai in ogni angolo del pianeta e la loro ricchezza più grande è che non si presentano come scuole di metodo che seguono modelli educativi rigidi ma come progetti educativi aperti alle pedagogie del passato e del presente che hanno come orizzonte quello di seguire i bisogni dei bambini e delle bambine del tempo e del luogo che si vive.Tutti gli asili nel bosco svolgono le proprie attività in natura, tutti hanno un rapporto educatore /bambino/a che è al massimo uno a dieci e non uno a venticinque come nelle altre scuole italiane o tedesche, per il resto ciascun progetto percorre sentieri autonomi partendo dalle idee del gruppo educativo ma soprattutto dai bisogni specifici di chi questi progetti li frequenta quotidianamente. Nel nostro per esempio sono centrali l’educazione emozionale a alla felicità e la didattica è costruita partendo dalle più recenti scoperte delle neuroscienze in tema di apprendimento. Da noi che nel frattempo oltre al nido e alla scuola dell’infanzia abbiamo attivato anche la primaria e le medie, l’apprendimento passa attraverso esperienze dirette significative per i bambini e le bambine che le compiono, si fonda sul piacere e la passione nel fare, sulla cooperazione e i lavori di gruppo, su percorsi di crescita individuali per ogni membro della comunità scolastica e sulla centralità delle diverse espressioni artistiche.
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Nella nostra scuola alcune famiglie contribuiscono economicamente, tutte si danno da fare per quelle mansioni che non rientrano in quelle strettamente pedagogiche. Ci sono diverse mamme che si occupano della segreteria, altre della pulizia, la manutenzione interna ed esterna è curata sempre dalle famiglie, c’è il papà falegname, una mamma sarta, un gruppo che si occupa dei bandi, un altro del gruppo d’acquisto biologico e molti si dedicano ad attività e feste gratuite che apriamo a tutto il territorio con l’intento di creare legami diffusi. Ci siamo strutturati come associazione perché crediamo nella partecipazione e nella democrazia diretta per questo il nostro consiglio direttivo, composto da nove famiglie e nove maestre, si chiama Giunta del Buon Governo, come nelle comunità autonome zapatiste del Chiapas in Messico dove da anni si lavora sulla democrazia diretta esercitata da tutti i membri della comunità. Da noi i bambini e le bambine crescono felicemente e con loro le famiglie che stanno assaggiando la bellezza di relazioni basate sulla fiducia e sulla solidarietà di contro ad una società che sempre di più si nutre di diffidenza e competizione.

Da quattro anni ormai lavoriamo in tutta Italia per diffondere i principi base del nostro approccio all’educazione alla vita e dalle oltre cinquemila persone che si sono formate con noi sono nati quasi tutti i cento asili nel bosco esistenti in Italia. Da un paio d’anni anche le Università stanno lavorando alacremente per formare studenti e studentesse e nel 2017 è nato il primo corso universitario sull’outdoor education curato da Michela Schenetti dell’Alma Mater di Bologna (Schenetti Salvaterra Rossini, 2015), Monica Guerra della Bicocca di Milano (Guerra, 2015), Fabrizio Bertolino dell’Università della Valle d’Aosta (Bertolino Piccinelli Perazzone, 2012) e Maja Antonietti dell’Università di Modena e Reggio Emilia (Antonietti, 2017). Insomma gli incontri, le relazioni, la cooperazione sono stati i motori di questo nuova paradigma educativo mondiale che ci auguriamo insegni a tutte le generazioni future l’importanza della solidarietà, dell’altruismo e dell’amore per la natura.

 Paolo Mai



Bibliografia e sitografia
Guillen Jesus, 2017, Neuroeducacion en el aula, Createspace Independent Publishing Platform
Louv Richard, 2006, L’ultimo bambino dei boschi, Feltrinelli, Milano
Schenetti Michela, Salvaterra Irene, Rossini Benedetta, 2015, La scuola nel bosco, Erikson, Trento
Guerra Monica, 2015, Fuori, Franco Angeli, Milano
Bertolino Fabrizio, Piccinelli Annamaria, Perazzone Anna, 2012, Extraterrestri in campagna, Negretto, Mantova
Antonietti Maja, 2017, A tutta natura, Junior
Manes Emilio, 2016, L’asilo nel bosco, Tlon, Roma (con dvd)
Asilo nel bosco di Ostia, www.asilonelbosco.com

*Tra i fondatori della prima scuola primaria italiana che si ispira ai principi pedagogici delle scuole nel bosco, la scuola di campagna di Ostia (Roma) nata dopo l’asilo nel bosco. Cura il blog lavitaebela.it. Altri suoi articoli sono leggibili qui. Con l’asilo di Ostia ha aderito alle diverse campagne di sostegno di Comune

Questo articolo è stato pubblicato nel Rapporto sui Diritti Globali 2018 (Ediesse), con il titolo completo L’asilo nel bosco, un nuovo paradima educativo.

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lunedì 11 febbraio 2019

Economia bioregionale. Ecologia ed etica


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Valentino, un papà del Monferrato, diceva spesso alla figlia quando parlavano del complesso militar-industriale che gli stessi sindacati non criticavano abbastanza per via dei posti di lavoro: «Ma sarebbe meglio pagare questi operai per stare a casa! Produrre armi vuol dire che poi le usi e distruggi, quindi è dannoso, costa più soldi di quelli che ci guadagni».
Non succede proprio così: il costo umano ed economico delle armi usate non ricade mai su chi le ha vendute. Ma a livello globale, in un clima di giustizia, il ragionamento sarebbe giusto. Decisamente le fabbriche d’armi – da guerra e da caccia - sono un brutto posto di lavoro. Fossile, del passato.
Ma ce ne sono altri.
Ad esempio i lavori della catena zootecnica e ittica, che come scrissi sulla Vegagenda 2014 (edizioni Sonda), in una vegonomia dovrebbero sparire… Gli impieghi zootecnici, in senso lato, sono così spiacevoli che quasi nessun consumatore li assumerebbe su di sé.
Si delega a qualcun altro il lavoro sporco. Sono attività spesso scaricate su categorie deboli. Si pensi agli intoccabili in India o ai migranti in Italia (i sikh indiani negli allevamenti da latte, i bengalesi e senegalesi nelle concerie e nei macelli).
Nel suo intramontabile libro The Jungle scritto nel 1906, Upton Sinclair fu il primo a occuparsi dell’intreccio fra lo sfruttamento dei lavoratori e le sofferenze degli animali da essi «lavorati», nella fabbrica di smontaggio di viventi chiamata macello, che a Isaac B.
Singer ricordava i campi di sterminio. Nei macelli, più o meno meccanizzati, sangue, urla, gesti difficili da compiere, sono allontanati dalla vista e spesso coperti solo da stranieri, soggetti oltretutto a fenomeni di caporalato, ritmi pesanti e malattie professionali in agguato.
Prigionieri degli allevamenti sono anche, talvolta, gli umani. Inizio 2000: un piccolo allevatore emiliano che non aveva il denaro per ammodernare la stalla e teneva le sue vacche da latte alla catena perpetua, mi disse che in fondo anche lui si sentiva legatissimo. Mai ferie, tocca governare ogni giorno gli ergastolani animali, nutrirli, togliere il letame, i parassiti, compiere operazioni violente come le mutilazioni, o la triturazione dei pulcini maschi, o l’allontanamento dei vitellini maschi figli delle vacche da latte (destinazione: ingrasso e rapido macello).
Immaginiamo brutture analoghe negli allevamenti da pelliccia (e nei laboratori di trasformazione dove si fa largo impiego di sostanze chimiche).
Nei processi post mattatoio gli animali non soffrono più, i lavoratori sì. Soprattutto nel Sud del mondo, i poli conciari sono fra i posti peggiori dove vivere e lavorare. Gli addetti sono esposti a sostanze chimiche altamente tossiche come cromo, formaldeide, sbiancanti; si ritrovano con malattie respiratorie e della pelle, rischiano di mutilarsi. I contadini delle aree circostanti sono rovinati dai veleni. Ma anche in Italia le concerie hanno un’elevata densità di migranti, più disponibili a sopportare lavori spiacevoli e usuranti.
Incerto, rischioso, sacrificato è poi il mestiere del pescatore, condannato oltretutto a sperare di catturare e asfissiare molti pesci ogni giorno, mors tua vita mea.
Doveva essere un brutto lavoro tosare le pecore da lana, fra parassiti ed escrementi incrostati. Adesso l’operazione è quasi del tutto automatizzata; così le lame, standard, non di rado tagliano anche la carne. La lana è sofferenza perché gli animali oltre alla tosatura – che in inverno li espone a colpi di freddo - subiscono dolorose mutilazioni «funzionali» di vario tipo. E, come del resto tutti gli animali al pascolo, sono tormentati dagli insetti.
Marinella Correggia
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