venerdì 22 giugno 2018

Fanta-ecologia-bioregionale - Ogni cambiamento strutturale comincia con la fantasia


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L’uomo in questo ultimo secolo è divenuto il peso più grande per il pianeta Terra, siamo troppi  ed inquiniamo tremendamente e rubiamo spazio al selvatico. Tutto ciò  è innegabilmente vero, non posso però proporre soluzioni finali e sperare nell’armageddon, come molti illusi fanno, per risolvere il problema  del mantenimento di una civiltà umana degna di questo nome.    

Nell’ecologia profonda si indica sempre  la condizione presente come base di partenza per il successivo cambiamento o riparazione….  considero però che questa società non potrà durare a lungo ed è bene che vi siano delle “nicchie” di sopravvivenza, dalle quali ripartire con nuovi paradigmi di civiltà in cui mantenere un equilibrio fra uomo-natura-animali (dice una poesia: o si salvano o si perdono insieme).   

Anche se non è attualmente il mio compito specifico quello “di salvare il mondo” (”sed ab initium”)  sento che è giusto evocare questa necessità.  Siamo sul filo del rasoio e solo la vita potrà indicarci la direzione, al momento opportuno. L’idealismo non serve a nulla!  Non vorrei esprimermi come il  papa di una nuova religione,  non ho  assunto delle regole e dei comandamenti,  le mie lettere son solo proiezioni di pensiero, aggiustamenti mentali per individuare nuove vie di uscita. Infatti a che servono i “principi” nella vita quotidiana, nella sopravvivenza quotidiana del giorno per giorno, salvando il salvabile senza rinunciare alla propria natura?….

L’umanità  è subissata da annotazioni, riciclaggi, informative di ogni genere e tendenze da riempimento del vuoto (come fossimo circondati da tanti animali da compagnia)…  Ed io  son costretto ad una cernita “censurante”, anche se non amo usare questa parola…. talmente tante sono le informazioni fasulle che ricevo nel continuo bisbiglio telematico.  In effetti il problema di internet è proprio l’eccesso informativo che diventa futilità, per questo mi piace l’idea della lettera non lettera, dell’esserci e non esserci, di  trasmetterti  pensieri e sentimenti in cui non vi sono aspetti analizzati e “assunti”.

Tempo fa, ad esempio, parlavo del culto degli antenati in Cina e dello scollamento sociale e familiare e stamattina al bar ho velocemente seguito una trasmissione televisiva che diceva esattamente le stesse cose….

Vorrei ora raccontarvi una storiella,  cerco di essere breve.  

Una volta in una società futuribile in cui tutto era informatizzato e meccanico, un funzionario che si era stufato del solito tran tran  inutile e del vuoto migliorismo ottimizzatore di una società quadrata, chiese di essere trasferito  dal suo livello relativamente alto di attività ad un livello più basso, quello dei lavori manuali. Così fu mandato come operaio addetto alla manutenzione delle strade e lì iniziò per lui una nuova vita, un contatto diretto con le cose che prima non conosceva. La fatica era tanta e non c’erano soddisfazioni o riconoscimenti e spesso i suoi colleghi di lavoro erano  persone che non vedevano più in là del loro naso. Egli notò che c’era un grande spreco di mezzi dovuto al fatto che non ci si prendeva dovuta cura degli attrezzi che spesso venivano lasciati sporchi a fine lavoro o sotto la pioggia. Nella guardiola dove lui dormiva c’era anche lì un computer, ovviamente era tutta informatizzato, come dicevamo prima, ed egli notò che c’era una voce fra le varie nello schema preformato in cui  inviava il riporto giornaliero alla centrale  che diceva “suggerimenti”, ovviamente era una voce quasi inutile in quanto nessuno leggeva i suggerimenti di un manovale, ma lui cominciò  scrivere i suoi appunti sullo spreco di mezzi dovuto all’incuria, e siccome ormai era tutto gestito da un computer centrale e gli amministratori ed i politici si basavano su quanto indicato in esso per governare al meglio il mondo (una sorta di ”Gallup” proiettivo delle informazioni), quando il computer centrale iniziò a dare indicazioni sulla necessità di prendere dovuto cura degli attrezzi pena la perdita di risorse preziose… iniziò un processo a catena in cui quello che saggiamente di volta in volta veniva consigliato dal nostro uomo qualunque, passando dal computer centrale,  veniva recepito dal governo mondiale e  le “sagge ragioni” sulla gestione delle risorse divennero pian piano elementi di un congegno per il cambiamento della  società….           

E’ solo una favola? Chissà…..?

Paolo D’Arpini

giovedì 21 giugno 2018

La Rete bioregionale e la biosolidarietà con il tutto - Reminder


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Il bioregionalismo è una forma attuativa dell’ecologia profonda. Nel senso che l’ecologia profonda analizza il funzionamento delle componenti vitali e geomorfologiche ed il bioregionalismo riconosce gli ambiti territoriali in cui tali componenti si manifestano.

Per fare un esempio concreto: il funzionamento generale dell’organismo vivente viene compreso attraverso il riconoscimento e lo studio delle sue funzioni vitali e dei modi in cui tali funzioni si manifestano ed il bioregionalismo individua gli organi specifici che provvedono a tale funzionamento e le correlazioni fra l’organismo e l’insieme degli organi che lo compongono, descrivendone le caratteristiche e la loro compartecipazione al funzionamento globale. Per cui non c’è assolutamente alcuna differenza fra ecologia profonda e bioregionalismo, sono solo due modi, due approfondimenti, per comprendere e descrivere l’evento vita.

Abbiamo inserito come terzo elemento componente “l’osservatore”, cioè l’Intelligenza Coscienza che anima il processo conoscitivo. Ovvero la capacità osservativa e lo stimolo di ricerca e comprensione della vita che analizza se stessa. Anche questo processo di auto-conoscenza, ovviamente, è parte integrante del processo individuativo svolto nell’ecologia profonda e nel bioregionalismo. A volte questa intelligenza intrinseca nella vita è anche detta “Biospiritualità” – E cosa si intende per biospiritualità? Biospiritualità è l’espressione, l’odore sottile, il messaggio intrinseco, che traspira dalla materia tutta. Il sentimento di costante presenza indivisa.. la consapevolezza dell’inscindibilità della vita, riconoscibile in ogni sua forma e componente, partendo dal “soggetto” percepiente. La conoscenza “suprema” significa essere consapevoli che tutto quel che “è” lo è in quanto tale. Perché l’esistente è uno, non può esserci “altro”…

Altro aspetto importante del discorso bioregionale è quello della Solidarietà al Tutto (non solo Umana) per far emergere una visione meno antropocentrica e più rivolta al rispetto dell’Uno e Molteplice che ci circonda ed in cui siamo. Il termine più appropriato per noi sarebbe Cooperazione Attiva, quindi cooperare alla maniera del fare o dell’agire cioè del concludere e arrivare a soluzioni e propositività negli intenti, orientati sempre verso l’alto, cioè lo Spirito.

Nel discorso dell’ecologia va incluso anche quello della Biopolitica per trasmettere un messaggio che la Politica deve essere inserita sempre in Bios cioè nella Vita, che è un qualcosa che non appartiene solo all’uomo. E poi l’Economia Partecipativa, poiché l’economia deve tornare ad essere a misura delle cose reali e non dei mercati subliminali di borse e speculatori e noi dobbiamo tornare a ridiventare fruitori attivi (ecco il senso di Partecipazione) di questo mezzo di scambio che è nostro.

Altro impegno è quello relativo alle tematiche ed agli interventi. Allora ripetiamo  che lo scopo della Rete Bioregionale Italiana è quello di creare un coordinamento efficace e di comune ausilio sulle iniziative portate avanti dai gruppi e dalle persone che in Italia si riconoscono nell’ecologia profonda, nel bioregionalismo, nella biospiritualità e nel riabitare la terra in modo gentile, armonico e solidale. Potremmo dire che lo scopo evidente è quello di  tenere uniti  i nodi  degli operatori sensibili all’ambiente ed alla vita.



Paolo D'Arpini


martedì 19 giugno 2018

UE. Ecco l'aria che respiriamo...


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L’Indice europeo di qualità dell'aria, il servizio online dell’Agenzia europea per l'ambiente e della Commissione europea, fornisce informazioni sulla qualità dell'aria in tempo reale, in base alle misurazioni di oltre 2.000 stazioni di monitoraggio in tutta Europa.

Le informazioni relative a particolato (PM10 e PM2,5), ozono, biossido di azoto e biossido di zolfo sono visualizzate attraverso una mappa interattiva che mostra la situazione della qualità dell'aria a livello di stazione.

La mappa copre adesso - con i dati sui parametri gassosi (ozono, biossido di azoto e biossido di zolfo) - anche molte regioni d’Italia, che mancava ancora all’appello insieme ad altri Paesi.

L’Italia infatti ha in questi ultimi mesi concluso la realizzazione della piattaforma "InfoARIA", il sistema informativo nazionale per la gestione dei dati e delle informazioni sulla qualità dell'aria, in particolare per la produzione dei dati di reporting europei.

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(Fonte: Arpat)

lunedì 18 giugno 2018

La UE fa fuoco e fiamme: "Avanti con le biomasse!"


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L'Unione Europea vara la nuova politica energetica e affonda ogni ambizione di leadership mondiale  sulla protezione dell'ambiente. Infatti la nuova direttiva sulle energie rinnovabili approvata il 14 giugno 2018, e che sarà effettiva fino al 2030, continuerà a incentivare l’incenerimento delle biomasse, portando all’abbattimento di alberi interi, fino al ceppo, esclusivamente per la produzione (inefficiente) di energia elettrica.
 
L'UE ha adottato criteri in base ai quali l’energia da biomasse sarà incentivata, senza regole in grado di impedire metodologie che in realtà aumentano le emissioni. Al contrario, L'incentivazione dell'uso della biomassa aumenterà ulteriormente il prelievo di legname dalle foreste, portando a livelli di prelievo insostenibili.

Quando si parla di "energie rinnovabili” tutti pensano al vento o al sole. E invece la principale fonte di energia rinnovabile europea sono le biomasse legnose. Studi scientifici hanno dimostrato come l’energia da biomassa sia tutt’altro che “neutrale” e secondo le associazioni ambientaliste, può emettere perfino più del carbone se proveniente da ecosistemi preziosi.

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"Di fronte alle critiche ambientaliste e alle crescenti prove scientifiche, l'UE non è riuscita a cambiare radicalmente la sua politica distruttiva basata sulla combustione di legno per produrre energia", ha dichiarato Linde Zuidema, del Fern. "Il rinnovo della direttiva sulle energie rinnovabili ha offerto l’opportunità di  affrontare alcuni dei casi più eclatanti di utilizzo della biomassa, che sono stati screditati innumerevoli volte dagli scienziati. Ma l’UE ha ampiamente fallito".

La decisione va anche direttamente contro gli obiettivi dell'accordo di Parigi, che mira a mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi e che riconosce l'importante ruolo delle foreste nell'assorbimento del carbonio dall'atmosfera. L'accordo richiede che gli Stati mantengano e migliorino tale capacità di assorbimento delle foreste. La decisione odierna incoraggia tuttavia i paesi a fare quasi esattamente l'esatto opposto: ad aumentare il prelievo, portando a ridurre l'assorbimento di carbonio da parte delle foreste.

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(Fonte: Salva le Foreste)

domenica 17 giugno 2018

Pianeta Terra in agonia - Prosegue la distruzione delle foreste pluviali e l'estinzione degli animali selvatici a causa del consumismo


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Le foreste pluviali della Terra, da quelle dell’Africa  equatoriale, all’Indonesia fino all’America del Sud in 100 anni si sono ridotte a meno della metà, riducendo drasticamente l’apporto di ossigeno nell’atmosfera e nel contempo non assorbendo più il principale gas serra che è la CO2. 

Tutto questo in nome di un consumismo sfrenato, a beneficio economico di pochi, che ha avviato il più grande disboscamento dell’Amazzonia per creare pascoli per bovini la cui carne poi finisce negli hamburger delle grandi catene alimentari USA. Mucche che a loro volta producono il CH4, ossia metano, 22 volte più potente della CO2. Sempre per lo stesso scopo si è pensato “bene” di massacrare le ultime foreste pluviali del pianeta per produrre biocombustibili (ricavati dall’olio di palma idrogenato, colza, soia, girasole e anche da mais, frumento, canna da zucchero o barbabietola da zucchero) e non solo. 

Alcuni anni fa Accademia Kronos organizzò una spedizione per verificare lo scempio che l’uomo stava e sta perpetuando nella foresta amazzonica solo per ricavare pascoli per i bovini destinati poi a diventare hamburger.  

Evo Morales, che anni fa ricevette da Accademia Kronos il riconoscimento “Un Bosco per Kyoto” perché nella costituzione della Bolivia aveva introdotto un articolo rivoluzionario, ossia: “Il diritto della Madre Terra di esistere”, può insegnarci molto nel rapporto uomo natura. Contestato dall’occidente perché troppo tollerante con la coca, noi l’abbiamo apprezzato invece per la sua profonda sensibilità verso l’ambiente naturale. 

Tre anni fa, quando ancora era vivo il nostro responsabile scientifico, Roberto Minervini, in occasione della visita in Italia di Morales, grazie agli amici dell’ambasciata della Bolivia, avemmo la fortuna di intervistarlo. Questo un passaggio della sua intervista: “...fin quando prevarrà sulla Terra il capitalismo selvaggio che foraggia la classe politica più potente di sempre, poco o nulla si potrà fare per fermare la sistematica distruzione di Madre Terra.  Quando si capirà che anche loro saranno le vittime di un mondo devastato, sarà ormai troppo tardi…“. Un quadro sconcertante presentato da un indios presidente di una nazione dell’America del Sud che conserva ancora una porzione della Selva Amazzonica. 

E come non dargli ragione dopo che alcuni giorni fa in TV è uscito un servizio sulla distruzione dell’ultima foresta pluviale del Borneo, dove si sono visti (sconcertante) oranghi che cercavano di fermare i bulldozer intenti a buttare giù gli alberi. Una scena raccapricciante che ci fa capire quanto avesse ragione in quella intervista Evo Morales. Parlando degli oranghi, primati estremamente mansueti e riservati, in nome dell’olio di palma gli scienziati ci dicono che sono ormai in via d’estinzione, in 16 anni sono stati uccisi circa 150.000 esemplari. Al momento si calcola che in vita ne siano restati poco più di 70 mila. A questo punto abbiamo chiesto aiuto ad alcuni amici ambientalisti che da oltre un decennio vivono ad Auroville (Vogliamo ricordare che il vecchio Kronos 1991 aveva sempre sostenuto Auroville, partecipato, seppur in piccolo, alla sua realizzazione) a loro abbiamo chiesto di fornirci qualche informazione più diretta su questa drammatica situazione. Ecco la risposta: “Caro Ennio, la questione non è semplice, non basta dire fermatevi o riflettete, perché sull’olio di palma ci vivono migliaia di persone e famiglie le quali se tutto si fermasse morirebbero di fame. Questa, purtroppo, è la forza di alcune multinazionali criminali su cui poggiano il loro comportamento distruttivo nei confronti della foresta e dei suoi animali. Abbiamo anche incaricato alcuni amici del Borneo di intervistare le persone che lavorano per produrre ed esportare olio di palma, hanno tutti risposto che conoscono il problema, ma che non ci possono fare nulla…". 

Paradossalmente sembra di vivere all’epoca di Sodoma e Gomorra, quando Dio rivelò ad Abramo che stava per distruggere le due città, perché il loro peccato era molto grave. Abramo cercò di evitare tale distruzione dicendo a Dio che in queste città c’erano ancora persone sagge e giuste, Dio gli rispose che non le avrebbe distrutte se avesse incontrato almeno 10 persone giuste per città… Sapete bene poi come è finita. Nel nostro caso Dio potrebbe essere Madre Terra, ma chi dovrebbero essere le persone sagge e giuste? Ovviamente i “grandi del pianeta”, quelli che decidono sul futuro dell’umanità. 

Ma, rifacendoci all’intervista di Evo Morales, fin quando l’ossessione del profitto a tutti i costi impererà nelle menti dei potenti, vane saranno le nostre aspettative per un mondo sereno e vivibile. Sul frontespizio del nostro notiziario ”AK Informa” riportiamo sempre una profezia dei Cree, indiani d’America, che ben si colloca in questo nostro servizio: “Quando avrete inquinato l'ultimo fiume, catturato l 'ultimo pesce, tagliato l'ultimo albero, capirete solo allora, che non potrete mangiare il vostro denaro.” 

Cosa fare allora? Arrenderci all’evidenza, rassegnarci e accettare passivi la tanto temuta ecocatastrofe? No, questo proprio no, se non vogliamo essere anche noi complici di questa nefasta prospettiva, almeno per i nostri figli e nipoti dobbiamo fare qualcosa, anche una piccola cosa, agendo per coscienza e per il bene della Terra e della vita in essa presente. 

Certamente non possiamo cambiare le cose da soli, ma almeno ridurre la nostra impronta ecologica negativa sull’ambiente. Quindi applicarci anche in piccole cose, e se un giorno tutti facessero la loro parte per l’ambiente, allora potremmo sperare d’invertire questa pazza corsa verso l’ecocatastrofe. 

Stiamo parlando di una rivoluzione culturale? Ma certo, questa potrebbe essere la soluzione, a patto però che tutti iniziassero ad attivarsi. Per scendere nel dettaglio che cosa ognuno di noi potrebbe fare per l’ambiente? Riportiamo alcuni suggerimenti: Ad esempio, se sappiamo che le stoviglie di plastica alla fine finiscono in mare, avvelenando così l’ambiente e i pesci, da oggi non compriamole più. 

Se mangiamo carne, soprattutto trattata come hamburger, dobbiamo sapere che partecipiamo, anche se in minima parte, alla devastazione dell’Amazzonia e all’immissione in atmosfera di gas serra, quindi potremmo iniziare a limitarne in consumo. 

Se confezioni di creme di nocciola, merendine ed altri dolciumi contengono olio di palma, anche se certificato “sostenibile”, evitiamo di acquistarle. Se le nostre città sono avvelenate da particolato e gas di scarico delle auto, potremmo cominciare ad usare di più i mezzi pubblici e, se proprio non possiamo farlo, almeno orientarci verso vetture ibride o elettriche. 

E infine cerchiamo di convincere parenti e amici a fare anche loro “LA LORO PARTE”. E’ giunto il momento in cui ognuno di noi prenda coscienza della situazione e del proprio contributo verso la causa comune, anche se può essere minimo, non aspettando domani, ma iniziando subito. Questo ce lo chiede MADRE TERRA e l’UMANITA’ DI DOMANI. 

Filippo Mariani  - Accademia Kronos

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sabato 16 giugno 2018

Umani da compagnia animale... per carenze affettive

 Ho notato che anche nella città in cui sono venuto a vivere, Treia (Mc), da alcuni anni è aumentato enormemente il numero degli animali “domestici” tenuti in cattività…

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“Captivitas = Prigionia”... E non è la stessa cosa di "compagnia"

Siamo sicuri che è lecito, dal punto di vista dell’ecologia profonda, imprigionare od addomesticare animali per le nostre necessità emozionali o estetiche?

Cominciamo con il chiederci se va bene continuare a far riprodurre in modo abnorme ed innaturale cani e gatti, da utilizzare come pets nelle nostre case, essi sono i nostri ostaggi, i nostri prigionieri dipendenti per tutta la loro vita, soprattutto se viviamo in città, ed a nostra volta anche noi diventiamo ostaggi e prigionieri dipendenti per tutta la nostra vita.

Inoltre saremo costretti, sia pur essendo noi vegetariani, a nutrirli con scatolette e mangimi che altro non sono se non cadaveri di altri animali, stabulati in allevamenti intensivi. E questo degli animali da “carne” è un tema che andrebbe affrontato separatamente per la crudezza in esso insita… ma per ora lasciamo perdere e torniamo ai nostri "beniamini”.

Tutti questi animali da compagnia in natura non avrebbero potuto sopravvivere nel numero di capi ora presente. Milioni e milioni di cani e gatti, non solo quelli “registrati” ma anche quelli dei canili e dei gattili nonché le moltitudini di randagi, semirandagi e mascottes di quartiere, etc. tutti sopravviventi comunque attraverso i sottoprodotti del sistema consumista (rifiuti, spargimento di cibo abbandonato, razzie nei pollai, ovili, etc).

Quanti di questi animali sarebbero in grado di vivere allo stato naturale?

Forse non più di uno su mille o diecimila o (più verosimilmente) centomila… Poi passiamo agli altri animaletti da compagnia, anch’essi tenuti prigionieri nelle case: criceti, coniglietti, serpenti, uccelli, pesci etc e con essi vediamo che i nostri prigionieri superano alla grande il numero degli umani stessi che popolano l’Italia, ivi compresi gli extracomunitari irregolari o regolari che siano.

L’Italia insomma è un enorme campo di concentramento per esseri viventi, magari mettendo nel numero anche gli zingari che stanno nei campi nomadi, gli abitanti dei ghetti extraurbani e delle borgate, i pendolari obbligati, gli impiegati negli uffici, gli operai in fabbrica, i ragazzi nei call center, le donne prostitute, i bambini negli asili nido… e dir si voglia.

Insomma mi pare che la tendenza a trarre in schiavitù non sia solo rivolta alle specie animali ma all’uomo stesso… Riflettiamo su ciò!

Paolo D’Arpini

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(Fonte: https://www.terranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/Animali-da-compagnia-o-schiavi-affettivi)

venerdì 15 giugno 2018

Bioregionalismo. Urbanizzazione ideale nella società bioregionale


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Cercare  le possibili applicazioni del bioregionalismo a livello politico amministrativo, urbanistico e sociale  è uno degli impegni  portanti ai quali ho dedicato la mia ricerca.   Sin dai primi anni '90  organizzai incontri su questi  temi, ad esempio a Civitavecchia con la partecipazione dell'architetto Paolo Portoghesi, a Caprarola con l'avv. Carlo Carli, successivamente anche a Roma, Perugia, Viterbo, etc. , con vari esponenti del bioregionalismo in Italia.

In particolare il tema dell'urbanizzazione bioregionale  fu da noi affrontato  in  un convegno specifico tenuto a Faleria, "Città, regione, bioregione", questo  era il titolo significativo della manifestazione  che si tenne nell'ottobre del 2008 (
http://www.circolovegetarianocalcata.it/2008/09/08/%E2%80%9Ccitta-regione-bioregione%E2%80%9D-faleria-e-calcata-3-4-5-ottobre-2008/).

L'attuazione bioregionale è un lento percorso....  e da tempo  sta già manifestandosi nell'akasha (inconscio collettivo). Questo percorso richiede  una continua riflessione e intuizione.  Le nuove idee evolutive, che maturano, trovano canali d'espressione nelle persone (non solo umane) idonee a riceverne il messaggio. Queste persone, secondo il grado di maturazione, si fanno portatrici del pensiero evolutivo, ma le idee non appartengono loro, le loro menti fungono da semplici canali di trasmissione.

Nella variegazione delle ricezioni dall'akasha vi sono anche canali leggermente oscuri che tendono quindi a manipolare le idee evolutive ed a appropriarsi dei loro significati, facendone un loro "prodotto". In verità questo processo di mentazione egoica è sinonimo di "sfruttamento utilitaristico" (delle nuove forme pensiero) e chi lo mette in pratica ne "approfitta" a proprio vantaggio, aprendo botteghe intellettuali: religioni, filosofie, tecniche, mode, partiti,  etc. Siamo consapevoli di ciò, poiché questo processo "appropriativo" è un meccanismo dell'ego e come tale va riconosciuto, sia all'interno che all'esterno di noi.  Tenendo comunque in  conto che, sia nel caso di una canalizzazione "pulita" in cui non c'è appropriazione egoica, sia nel caso del riconoscimento di una tendenza egoica a far proprio il discorso, l'espressione non deve essere censurata, in quanto la condivisione (a vari livelli) è  "utile" all'approfondimento.
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Nel mio caso posso raccontarvi che  essendo vissuto per moltissimi anni in un contesto urbano, sono nato e vissuto a Roma ed ho anche abitato per diversi anni a Verona, ed avendo anche tentato un esperimento di ri-abitazione di un piccolo borgo abbandonato, Calcata, con conseguente tentativo di ricostituire o -perlomeno- avviare un processo di comunità ideale (non so con quale successo…), posso affermare che massimamente il mio procedere “bioregionale” si è svolto in un ambito sociale “cittadino”. 

Ma attenzione, essere un cittadino non significa abitare in città bensì vuol dire riconoscersi in un “organismo" comunitario  umano.

Dal 2010 mi sono trasferito in una cittadina delle Marche, Treia, e questo è un successivo passo avanti verso la mia ricerca di una sistemazione sociologica ideale…. Infatti Roma è abitata da 6 milioni di persone, è insomma una metropoli, Verona conta quasi mezzo milione di abitanti, Calcata meno di mille… Mentre Treia arriva quasi a diecimila. Insomma sto cercando una giusta via di mezzo, adatta al mantenimento di un sano rapporto con l’ambiente e gli animali senza dover rinunciare ai vantaggi della “civitas”, essendo noi umani esseri altamente socializzanti….

La parola “Bioregionalismo” come pure il termine “Ecologia profonda” sono neologismi coniati verso la fine degli anni ‘70 del secolo scorso, rispettivamente da Peter Berg ed Arne Naess, uno scrittore ed un ecologista, ma rappresentano un modo di vivere molto più antico, che anzi fa parte della storia della vita sul pianeta ed ha contraddistinto tutte le civiltà umane (sino all’avvento dell’industrializzazione selvaggia e del consumismo). Diciamo che il “bioregionalismo” (che equivale all’ecologia profonda) contraddistingue un modo di pensare che muove dall’esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra. Questo rapporto si conquista partendo dalla volontà di capire -riabitandolo- il luogo in cui viviamo.

Una bioregione infatti non è un recinto di cui si stabiliscono definitivamente i confini ma una sorta di campo magnetico (aura – genius loci) distinguibile dai campi vicini solo per l’intensità delle caratteristiche che formano la sua identità, alla stessa stregua degli esseri umani, contemporaneamente diversi e simili l’uno all’altro.

In una ottica bioregionale – dovendo analizzare i requisiti antropologici di una città ideale – occorre prima vedere gli aspetti di cosa è una città. Noi usiamo il termine città che deriva da “civitas” ma dobbiamo considerare anche l’altra definizione “urbs”, questi due termini hanno pari valore nella fondazione ed urbanizzazione del luogo abitativo.

Dal punto di vista antropologico sappiamo che una piccola comunità di 1000 persone consente a tutti i suoi membri la conoscenza personale ed inter-relazione reciproca. Ogni cosa prodotta ha come fruitori i membri tutti ed altrettanto dicasi per quanto è scartato. Nelle comunità antiche, nelle tribù che furono la base della vita umana per migliaia di anni, la reciprocità o solidarietà era elemento di sopravvivenza e sviluppo. Quando lentamente si giungeva ad una summa di tribù dello stesso ceppo originario (diciamo cento entità di 1000 componenti) si diceva che era nato un popolo, una società, insomma una “civitas”.

Dobbiamo quindi partire da un elemento precostituito e cioé che l’ambito di una “comunità ideale” non dovrebbe superare i centomila abitanti. Ciò vale anche per una metropoli che andrebbe suddivisa in quartieri di tale entità. Perché? Per un semplice motivo: se tutti i componenti di una comunità “originaria” hanno interrelazioni in allargamento (diaspora) sarà possibile connettersi indirettamente o direttamente con gli appartenenti ai vari gruppi che compartecipano allo stesso luogo. Tutti individui diversi dal gruppo originario ma tutti “elementi effettivi” della stessa collettività.

Ampliando così il ramo di interesse dalla parentela vicina o lontana alla compartecipazione, somiglianza e convivenza nello stesso luogo. A questo punto le varie entità (o gruppi di individui) son paritetiche l’un l’altra, intrecciate in un contesto di relazioni e formano la base della città ideale. Forse i membri della città apparterranno a ceti diversi ma assieme a noi vivono nella città, con essi manteniamo numerosi rapporti personali come fra membri di una tribù ideale. Questa si può definire società ed il processo descritto conduce a forte correlazione e socializzazione e vivifica l’intera comunità. Ma si può dire che centomila abitanti son un limite. Giacché questo è il livello d’interrelazione possibile e la città bioregionale -secondo me- deve comprendere criteri di suddivisione sociale che rispettino questi termini numerici.

Non ho nulla contro la vita umana negli agglomerati umani, ma occorre portare elementi di riequilibio all’insieme degli elementi vitali, materiali od architettonici che siano.

Il primo passo verso la riarmonizzazione delle aree urbane è il riconoscimento che esse si trovano tutte in bioregioni, all’interno delle quali possono divenire protagoste ed ecosostenibili. La peculiarità dei suoli, bacini fluviali, piante e animali nativi, clima, variazione stagionale e altre caratteristiche che sono presenti in un luogo-vita bioregionale (ecosistema), costituiscono il contesto base per l’approvvigionamento delle risorse quali: cibo, energia e materiali vari. Affinché questo avvenga in modo sostenibile, le città devono identificarsi e porsi in reciproco equilibrio con i sistemi naturali.

Non solo devono reperire localmente le risorse per soddisfare i bisogni dei propri abitanti ma devono altresì adattare i propri bisogni alle condizioni locali. Questo significa mantenere le caratteristiche naturali che ancora rimangono intatte e/o ripristinarne quante più possibili. Per esempio risanando baie inquinate, laghi e fiumi affinché possano ridiventare habitat salubri per la vita acquatica, contribuendo in tal modo all’autosufficienza delle aree urbane. Le condizioni che contraddistinguono le aree geografiche dipendono dalle loro peculiari caratteristiche naturali: una ragione in più per adottare i principi base del bioregionalismo, appropriati e specifici per ogni luogo e -soprattutto- utilizzabili per orientare al meglio le politiche municipali.

Le linee guida di questo mutamento possono essere prese da alcuni principi base che governano gli ecosistemi:

1) Interdipendenza. Accrescere la consapevolezza dell’interscambio fra produzione e consumo, affinché l’approvvigionamento, il riuso, il riciclaggio e il ripristino possano diventare integrabili.

2) Diversità. Sostenere la diversità di opinione così da soddisfare i bisogni vitali oltreché una molteplicità di espressioni culturali, sociali e politiche. Resistere a soluzioni che privilegino i singoli interessi e la monocultura.

3) Autoregolamento. Incoraggiare le attività decentralizzate promosse da gruppi di quartiere-distretti. Rimpiazzare la burocrazia verticistica con assemblee di gruppi locali.

4) Sostenibilità economica. Scopo della politica è quello di operare con interessi lungimiranti, minimizzando rimedi fittizi ed incentivando un processo di riconversione ecologica a lungo termine.


Mi sembra che il materiale trattato per il momento possa bastare al fine di una riflessione sul tema.

Paolo D’Arpini

Referente della Rete Bioregionale Italiana
bioregionalismo.treia@gmail.com – Tel. 0733/216293



A Roma


A Calcata


A Treia