venerdì 18 gennaio 2019

La pianta della longevità esiste... è la Moringa Oleifera


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La pianta della longevità esiste. E’ la Moringa Oleifera: moltiplica la vita. Ogni pianta ha mille fiori che profumano come un gelsomino, ma nel sapore ricorda gli asparagi. Chi la conosce l’ha ribattezzata “albero della vita” e di lei non si butta via niente. Contiene più vitamine e minerali di qualsiasi altra pianta si conosca. E’ originaria delle zone calde ed aride dell’India e si è diffusa, grazie all’uomo, anche in Africa. 

Tutte le parti dell’albero sono commestibili, infatti viene utilizzata come Super Food in Africa e in Sud America per combattere la malnutrizione. Il suo contenuto proteico riguarda in particolar modo il fogliame e i semi. Il 25% del peso delle foglie (100gr) sono proteine: quanto le uova o il doppio del latte: il contenuto di ferro è 25 volte maggiore degli spinaci, contenuto di calcio 15 volte maggiore del latte, contenuto di potassio 15 volte maggiore delle banane. Ciascun baccello contiene 16-22 semi (conosciuti come potenti afrodisiaci) da cui si estrae dal 30 al 50% di olio: dolce e saporito, non diventa rancido ed è di elevata qualità. 

Contiene infatti dal 65% al 76% di acido oleico, un valore simile a quello dell’olio di oliva. Estratti gli oli dai semi, la pasta residua contiene il 60% di proteine pregiate: una quantità enorme se si considera che il residuo dell’analogo trattamento della soia produce dal 30 al 35% di proteine. Proprio la pasta di semi viene usata per purificare l’acqua potabile: lo sapevano già nell’antico Egitto, quando sfruttavano le proprietà della farina. Il suo indice ORAC, acronimo di “Oxygen radical absorbance capacity” (che misura il potere antiossidante degli alimenti che combattono contro i radicali liberi presenti nel nostro organismo) è di 157.600 punti (contro 35.000 delle bacche di goji). 

I suoi impieghi curativi nell’ambito della medicina naturale spaziano dalla cura del raffreddore e della febbre all’impiego nel trattamento delle infiammazioni, problemi digestivi e ipertensione. Stimola il sistema immunitario, favorisce la circolazione, è un antiaging naturale e cura l’acne. Lo sa bene la FAO, che l’ha nominata coltivazione del mese nel settembre 2014. 

Prof. Luigi Campanella

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Dipt. Chimica Università “La Sapienza”, Roma

giovedì 17 gennaio 2019

L'Italia produce rifiuti... 489 kg per abitante,


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Dal rapporto sui rifiuti urbani, di recente pubblicato da Ispra, emerge che, nel 2017, ogni cittadino italiano ha prodotto 489 kg per abitante, quantitativo lievemente inferiore a quello prodotto lo scorso anno.
I valori più alti di produzione pro capite si registrano al Centro, 538 kg per abitante, ma con una contrazione di 10 kg rispetto all'anno precedente, mentre, nel Nord Italia, il procapite è di poco superiore a 500 kg, anche qui in via di riduzione, 7 kg meno, infine, al Sud, il dato si attesta a 442 kg, con una riduzione di 8 kg rispetto al 2016.
Andamento%RU
Per quanto riguarda invece la raccolta differenziata, nel 2017, a livello nazionale la percentuale ha raggiunto il 55,5%, con una crescita di tre punti rispetto al 2016.
In valore assoluto, i rifiuti raccolti in modo differenziato sono circa 16,4 milioni di tonnellate:
  • circa 9,2 milioni di tonnellate al Nord, pari al 66,2%
  • 3,4 milioni di tonnellate al Centro, pari al 51,8%
  • 3,8 milioni di tonnellate al Sud, pari al 41,9%
Andamento%RDLa raccolta pro capite nazionale raggiunge 272 kg abitante per anno.
Al Nord si raggiungono i 333 kg abitante/anno (+5 kg rispetto al 2016), al Centro si registrano 279 kg procapite (+13 kg abitante/anno) e al Sud si arriva a 185 kg per abitante.
Raccolta differenziata per singole frazioni merceologiche.
La raccolta frazione organica, ovvero rifiuti biodegradabili provenienti da cucine, mense, manutenzione giardini e parchi, raccolta presso i mercati e da compostaggio domestico, è pari a 6,6 milioni di tonnellate, in aumento di 1,6% rispetto al 2016
La raccolta cellulosica si attesta a 3,3 milioni di tonnellate, con una crescita dell'1,8% rispetto al 2016; il quantitativo raccolto al Nord e al Centro si mantiene sostanzialmente invariato mentre cresce al Sud (+ 6,2% rispetto al 2015)
La frazione organica e quella cellulosica rappresentano insieme il 60% del totale della raccolta differenziata del 2017. Queste, insieme a legno e tessuti, rappresentano i cosidetti rifiuti urbanibiodegradabili.
La raccolta differenziata del vetro supera i 2 milioni di tonnellate, con una crescita dell'8,2% rispetto al 2016.
Per i rifiuti in legno si registra, tra il 2016 e il 2017, un aumento della raccolta dell'8,2%. I quantitativi intercettati in modo differenziato superano le 800 mila tonnellate di cui il 16% rappresentato da rifiuti da imballaggio.
Fa registrare segno positivo anche la raccolta dei rifiuti metallici (+8%), attestandosi a 320 mila tonnellate nel 2017. Per questa frazione si stima che il 43% circa del totale raccolto sia rappresentato da imballaggi.
Per quanto riguarda, infine, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE), il quantitativo raccolto si attesta a oltre 240 mila tonnellate, dato più contenuto rispetto a quello pubblicato dal Centro di Coordinamento RAEE, che stima una raccolta di oltre 296 mila tonnellate.
La produzione dei rifiuti urbani a livello regionale
Quasi tutte le regioni italiane fanno registrare una riduzione nella produzione di rifiuti urbani nel 2017.
Le maggiori contrazioni si registrano in Umbria (-4,2%), Molise (-3,1%), Basilicata (-2,8%), Toscana (-2,6 %).
Al contrario 4 regioni incrementano il quantitativo di rifiuti urbani prodotti, si tratta del Trentino Alto Adige (+2,7%), Valle d'Aosta (+1,4%), Friuli Venezia Giulia (+1,2%) e Marche (+0,8%). 
La regione con la maggiore produzione pro capite di rifiuti urbani è l'Emilia - Romagna, 642 kg per abitante anno (1,7% in meno rispetto al 2016), seguita dalla Toscana, 600 kg procapite (2,6% in meno rispetto al 2016). Oltre a queste due regioni fanno registrare un procapite superiore alla media nazionale (489) altre 6 regioni, Valle d'Aosta, Marche, Liguria, Umbria, Lazio e Trentino Alto Adige.
procapiteRU_regioniI minori valori di produzione pro capite di rifiuti urbani si registrano in Basilicata (346 kg abitante/anno), Molise (378 kg abitante anno) e Calabria (395 kg abitante anno).
Questi dati non tengono conto della popolazione fluttuante (legata ad esempio ai flussi turistici) e neppure dell'assimilazione che fa computare nel valore complessivo anche rifiuti derivanti da attività artigianali, di servizio e commerciali.
Per quanto riguarda la raccolta differenziata, nel 2017, la regione con la più alta percentuale si è confermata il Veneto, con 73,65, seguito dal Trentino Alto Adige, 72%, Lombardia, 69,6% e Friuli Venezia Giulia con il 65,5%. Queste 4 regioni hanno raggiunto e superato l'obiettivo del 65% di raccolta differenziata previsto dalla normativa al 2012.
procapiteRD_regioniSi collocano al di sopra del 60% di raccolta differenziata:
  • Emilia Romagna, 63,8%,
  • Marche, 63,2%, 
  • Sardegna, 63,1%
  • Umbria, 61,7%,
  • Valle d'Aosta, 61,1%.
Tra il 55% e il 60%, troviamo il Piemonte, 59,3% e l'Abruzzo, 56%. Toscana e Campania fanno registrare percentuali di raccolta differenziata rispettivamente del 53,9% e 52,8%. Sotto la soglia del 50%, troviamo la Liguria, 48,8%, il Lazio 45,5%, la Basilicata al 45,3% ma con una crescita di oltre 6 punti rispetto al 2016. Superiore al 40% la Puglia, 40,4%, 6 punti in più rispetto al 2016, mentre sotto tale soglia troviamo la Calabria, 39,7%, anche in questa regione si registrano 6 punti in più rispetto al 2016, il Molise, 30% e la Sicilia che si attesta al 21,7%.
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Sempre rimanendo sui dati relativi alla raccolta differenziata, dal rapporto emerge che tutte le regioni del Nord, fatta eccezione per la Liguria, si collocano, a livello procapite, sopra la media nazionale, pari a 272 kg abitante per anno.
Superano tale media anche le Marche (337 kg abitante anno), la Toscana (324 kg abitante anno), l'Umbria (314 kg abitante anno) e la Sardegna (277 kg abitante anno). La regione con la più alta percentuale di raccolta differenziata si conferma l'Emilia Romagna, con 410 kg abitante anno, seguita dalla Valle d'Aosta, 357 kg abitante anno. I valori più bassi, invece, si registrano in Calabria e in Basilicata, entrambe a 157 kg abitante anno, e in Sicilia, 99 procapite ma con un incremento di 27 kg abitante rispetto al 2016.
La produzione dei rifiuti urbani su scala provinciale
Il rapporto di ISPRA evidenzia che 40 province italiane hanno raggiunto il 65% di raccolta differenziata, di questi 31 sono nel Nord (10 delle 12 province della Lombardia, tutte le province del Veneto, la provincia di Trento e quella di Bolzano, 3 su 4 del Friuli Venezia Giulia, 4 province in Piemonte, 4 in Emilia Romagna ed una in Liguria).
La provincia con la percentuale di raccolta differenziata più alta risulta Treviso (87,8%), seguita da Mantova (86,6%), Belluno (83,4%) e Pordenone (81,6%).
Sotto al 20% si collocano le province di Enna (11,3%), Siracusa (15,3%) e Palermo (17,3%).
distribuzione province per % RDDai dati emerge che, nel 2017, 69 province su 107 hanno raccolto in modo differenziato almeno la metà dei rifiuti urbani prodotti sul proprio territorio.
La produzione dei rifiuti urbani nelle città metropolitane
Le città metropolitane sono 14, fanno registrare complessivamente una produzione pari a 10,8 milioni di tonnellate, con un calo dell'1,8% rispetto al dato del 2016. Il procapite medio si aggira intorno ai 495 kg abitante/anno.
%RD_cittametropolitanaFirenze, con 592 kg pro capite, e Venezia, con 582 kg/anno, sono le città metropolitane con la maggiore produzione per persona anno, al contrario, i valori più bassi si hanno a Reggio Calabria, 386 kg abitante anno e Cagliari 457 kg abitante anno.
Nelle città metropolitane, la percentuale di raccolta differenziata è pari al 48,4%, 7 punti sotto il livello nazionale ma bisogna sottolineare che alcune città sono al di sopra del 65%, come nel caso di Venezia, che raggiunge il 68,5% e Milano con il 64,9%. Bologna, Firenze e Torino si attestano rispettivamente al 59,3%, 58,3% e 55%. Il valore più basso si ha a Palermo, che, seppur in crescita, raggiunge il 10,4%.
Testo di stefania Calleri

martedì 15 gennaio 2019

Plastica. Raccolta differenziata inutile?


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La Cina non vuole essere più l’immondezzaio del mondo. Da Pechino hanno annunciato che dal gennaio 2019 non prenderanno più plastica e carta dal resto del mondo per il riciclo. La chiamano yang laji, la spazzatura estera. E cosi hanno fatto.
Finiva in Cina circa il 50 per cento della plastica e della carta a livello mondiale, per un totale di 24 categorie di articoli e 7,3 milioni di tonnellate nel solo 2016. E ora? Che facciamo con la nostra plastica? Non si sa, certo è che una soluzione occorre trovarla, e occorre trovarla presto. Ma quale? 
Nessuno lo sa, e cosi in giro per il mondo la plastica che aspetta di essere riciclata continua ad aumentare. Londra, Ottawa, Dublino, Berlino, Washington, hanno visto montagne di plastica accumularsi … La plastica e la carta per ora giacciono un po’ dappertutto, in magazzini abbandonati o all’aperto nell’attesa di una risposta. Anche i piccoli e grandi business occidentali che ruotavano attorno al riciclaggio che partiva per la Cina sono adesso morenti.
La cosa triste però è che si pensa a esportare la spazzatura in Indonesia, India, Vietnam, Malesia, paesi che hanno già tanti guai ambientali per conto loro. Altre idee sono di incenerire i rifiuti e/o di mandarli in discarica anche se sarebbero in realtà riciclabili. Per fortuna però la capacità ricettiva di paesi terzi è limitata. Nessuno potrà davvero rimpiazzare la Cina da questo punto di vista. In più costruire inceneritori e anche trovare nuovi spazi per le discariche è difficile, e la gente non li vuole (giustamente). 
Cosi, per necessità, non certo per troppo amore, ecco che arrivano i nuovi annunci di leggi, divieti e idee per diminuire il consumo di plastica. Non ci vuole certo una laurea per capire se non sai dove la metti, forse è meglio non produrne più cosi tanto. Per esempio, in Gran Bretagna, Theresa May annuncia che entro il 2025 sarà eliminata gran parte della plastica inutile. Ha chiesto a supermercati e affini di introdurre reparti plastica-free dove tutto è venduto sfuso. Anche l’Unione europea chiede tasse su buste di plastica e impacchettamento e materiale mono-uso in risposta alla decisione della Cina. Fra le altre proposte: il 55 per cento della plastica prodotta in Europa dovrà essere riciclata in Europa entro il 2030. In questo momento, solo il 30 per cento della spazzatura prodotta in Europa, circa 25 milioni di tonnellate di plastica l’anno, viene riciclato in Europa.
Il Regno Unito ha mandato ogni anno una quantità di spazzatura in grado di riempire 10mila piscine olimpiche. Gli Stati uniti 13 milioni di tonnellate di carta e 1,4 milioni tonnellate di plastica: è il sesto più grande export degli Usa verso la Cina. Anzi era. In pratica per anni i container arrivavano dalla Cina con i prodotti “made in Cina” e gli Usa gli rimandavano indietro spazzatura. Tutto ciò ovviamente non è sostenibile.
In realtà l’annuncio dello stop della Cina era stato già dato nel luglio del 2017, quando la Cina notificò il World Trade Organization che per proteggere ambiente e salute voleva fermare l’importazione di plastica da paesi terzi (dal momento che mescolata alla spazzatura riciclabile c’è anche materiale tossico e inquinante). A volte quello che arrivava da oltremare non era davvero riciclabile oppure sporco. Ma l’Occidente ha fatto ben poco per prepararsi a questo problema. Usa ed Europa infatti per anni si sono preoccupati di fare la raccolta differenziata, ma senza sapere esattamente dove questa differenziata dovesse finire. Si, certo la Cina. Ma ora la Cina non si può più.
Ovviamente la soluzione c’è ed è al tempo stesso la più semplice ma anche la più difficile: cambiare i nostri stili di vita
Maria Rita D’Orsogna 
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domenica 13 gennaio 2019

PETIZIONE CONTRO LA CACCIA ALLA VOLPE IN TANA


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LAC e Rifugio Miletta hanno lanciato una petizione per chiedere al Governo una legge specifica che impedisca la caccia alla volpe in tana. La caccia alla volpe in tana è una pratica orribile: durante le battute di caccia cani appositamente addestrati entrano nella tana di una volpe e, incitati ed istigati dai cacciatori, ingaggiano un combattimento mortale con chiunque la occupi. La volpe, difendendosi, a sua volta ferisce i cani. Infine, stremata dalla lotta impari, la volpe muore azzannata e dissanguata, ed i cani, feriti, passano ad occuparsi degli eventuali cuccioli (LAC).

Carlo Consiglio - info@carloconsiglio.it

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Si suggerisce di firmare la petizione al link:  www.abolizionecaccia.it/stop-caccia-in-tana/

Richiesta Commissione d’Inchiesta sul disseccamento degli ulivi in Salento da parte di European Consumers


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Si torna a parlare di Xylella per il prossimo decreto sull’argomento che il Ministro dell’Agricoltura Centinaio ha dichiarato essere in dirittura d’arrivo. European Consumers ha, intanto, inviato una lettera al ministro dell’Ambiente (*) chiedendo una commissione d’inchiesta sull’argomento.

Ricordiamo che stiamo parlando dell’ulivo, Olea europaea L., la specie agricola che annovera il germoplasma più ricco tra le specie arboree coltivate, con 395 cultivar italiane censite (Decreto Ministeriale n. 573 del 04/11/1993). In particolare la sola Puglia contribuisce con il 51,9% al totale produttivo nazionale nel settore olivicolo e, prima dell’emergenza, ha riportato un Pil in attivo malgrado la crisi economica, e una crescita esponenziale dei settori produttivi agroalimentari, tecnologici e turistici

Nel 2013, X. fastidiosa subsp. pauca, ceppo ST53, batterio patogeno delle piante coltivate di origine sud America, è stata identificata su piante di olivo in Puglia, dove è stata considerata essere coinvolta nel loro rapido disseccamento, detto CoDiRO (Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo). Si decise subito di intervenire con tagli e irrorazioni a tappeto di pesticidi e la distruzione del manto erbaceo degli oliveti per controllare la “sputacchina”, il presunto insetto vettore.

Le decisioni Statali ed Europee non hanno considerato minimamente una serie di fatti.

Gli oliveti coltivati con metodi biologici non mostrano, seppure infettati, la mortalità delle aziende gestite in maniera convenzionale, lasciando il dubbio, che muove anche alcune inchieste e sentenze in merito, che siano le tecniche di gestione, piuttosto che la virulenza del patogeno, a causare la sindrome. Tra i fattori ambientali che hanno causato il CoDiRO, infatti, è stato posto sotto accusa l’abuso che per decenni, nel Salento, si è fatto di prodotti fitosanitari e in particolare di erbicidi.

Le varietà di olivo presentano differenze significative nella risposta ai patogeni. e andrebbero analizzate con attenzione lasciando decidere all’olivo stesso come intervenire, riducendo piuttosto che innalzando l’impatto antropico, a parere di molti ricercatori, vera causa del disastro. Ma le tecniche utilizzate hanno determinato proprio la scomparsa delle piante che, seppur infettate, risultavano asintomatiche e colpevoli solo di vivere vicino a piante maggiormente sensibili. Mentre già si propone l’uso di modelli super-intensivi e la sostituzione dei vecchi germo-plasmi con ceppi brevettati “resistenti alla Xylella”.

Anche in Spagna la UE ha decretato le eradicazioni di alberi di ulivo a causa del "batterio Xylella" come in Italia, ma lì si eradica il solo albero infetto mentre in Puglia, e particolarmente nel Salento, si eradicano anche tutti gli altri alberi attorno nel raggio di 100 metri.

Questa violenza sembra favorire una completa trasformazione del tessuto produttivo del Salento, a favore di modelli di coltivazione industriale e speculazioni varie, il cui preludio è proprio contenuto nel Decreto Martina e nel precedente e altrettanto distruttivo Piano Siletti. Oltretutto il massiccio uso di pesticidi, come dimostrato dall’analisi di quelli consentiti dal Decreto, può sicuramente rappresentare un pericolo per la popolazione oltre che essere esiziale per la biodiversità.

Con la prospettiva della scadenza del programma di Sviluppo Rurale 2014-2020, gli On. Fitto e De Castro hanno ottenuto l’approvazione del progetto volto a ‘ridisegnare il territorio’ in virtù di accordi presi a Roma e Bruxelles, con il Ministro Centinaio e in Provincia e Regione con il Presidente Emiliano e le associazioni di categoria. Ricordiamo che Patrizio, fratello dell’Onorevole De Castro, è consulente dello IAM (vedihttp://www.aivv.it/Archivio/Curricula/cv5_DeCastro.pdf), uno degli enti coinvolti dell’affaire Xylella. Mentre la famiglia dell’On. Fitto è uno dei maggiori produttori nel settore olivicolo.

Le attività in essere mirano ad ottenere 100 milioni di euro a fondo perduto, metà erogata dalla Comunità Europea e metà dalle Regioni italiane per contenere il batterio. Contenimento che, secondo il parere di Efsa, è, comunque, impossibile ottenere attraverso la distruzione delle piante.

L’inchiesta di European Consumers, riassunta nella lettera, pone in evidenza l’inappropriata gestione di tutta la faccenda da parte dello Stato italiano, fino al punto da fornire dati inesatti e scientificamente incompleti all’Unione Europea. Il tutto in un complesso sfondo di interessi politici e scientifici relativi alla gestione degli ingenti fondi Regionali, Statali ed Europei.

In particolare nella Lettera European Consumers chiede che venga verificata l'esistenza di conflitti di interessi riguardanti esponenti politici che hanno molteplici intrecci con gli Enti coinvolti nelle disastrose decisioni prese fino ad adesso"

Marco Tiberti - Presidente European Consumers

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(*) Lettera menzionata al Ministro :

Signor Ministro, sul territorio pugliese e salentino in particolare gravitano forti interessi speculativi in campo rurale che poco hanno a che vedere con la tutela del bene comune. Chiediamo una Sua azione decisa e immediata intesa a fermare e contrastare ogni tentativo di spoliazione del territorio e di avviare una Commissione di inchiesta interministeriale indirizzata a far chiarezza in merito a temi che da anni vedono associazioni, cittadini e porzioni di istituzioni di ogni colore politico confrontarsi, battersi ed impegnarsi senza posa rispetto al tema del batterio della ‘Xylella fastiosa’ il quale sarebbe causa del disseccamento degli ulivi in Salento, certamente testa d’ariete per antichi disegni di riprogettazione del territorio a fini speculativi. Una vicenda su cui indaga la Procura di Lecce e su cui rimangono pendenti numerose questioni a causa dello speciale status di immunità di giurisdizione, cognizione ed esecutiva, della protezione degli archivi e dell’immunità da qualsiasi forma di procura, requisizione, confisca ed espropriazione ai sensi della Legge n.159/2000 di cui gode lo IAM, Istituto agronomico mediterraneo, e i suoi dipendenti. Dello IAM risulta consulente una delle personalità politiche che maggiormente si sta spendendo nella rapida distruzione del patrimonio olivicolo pugliese tradizionale e dei suoi preziosi germoplasmi: l’On. Paolo De Castro e suo fratello Fabrizio.
Ci chiediamo quale possa essere la ragione di tanta segretezza, inspiegabile per un’istituzione scientifica che opera a livello transnazionale tra i Paesi dell’area del Mediterraneo.
Ci chiediamo il motivo per cui sia rimasta vilipesa e inascoltata la voce di numerosi agricoltori e agronomi, capaci di fornire prove inoppugnabili riguardo alla capacità degli alberi di reagire prontamente al fenomeno del disseccamento fino a fruttificare nuovamente, utilizzando tecniche agronomiche naturali e a basso costo basate sulla rigenerazione minerale dei terreni.
Ci chiediamo come mai sia stata assecondata la tesi secondo la quale quella foresta di 60 milioni di alberi di cui la metà, circa, secolari, doveva essere distrutta per far posto a specie nuove create in laboratorio, dotate di chip e soggette a royalty o ad altre colture superintensive.
Ci chiediamo se le suddette specie siano state davvero create attraverso ibridazioni naturali, come più volte affermato dai creatori che le hanno immesse sul mercato o se, invece, non siano specie ingegnerizzate dato che esistono prove certe dell’esistenza di campi sperimentali OGM di specie arboree, tra cui ulivi, risalenti agli anni 90[1] e poi distrutti a eccezione di alcune specie in seguito ad una contestata iniziativa della Fondazione Diritti Genetici[2], contestata perché frutto di ‘non casuale’ inefficienza e inadempienza da parte dei Ministeri competenti[3] a detrimento della ricerca italiana e a favore, secondo i timori di qualcuno, delle grandi lobby che in un prossimo futuro potrebbero intervenire nel nostro Paese ma detenendo il monopolio sugli OGM. "Farci proseguire le ricerche - commenta Rugini, coordinatore del progetto della Tuscia - servirebbe per difenderci attivamente da coloro che, senza scrupoli, ci obbligheranno (forse già lo fanno) a nostra insaputa a servirci di piante e cibi di cui non si conosce la natura o la genesi e noi, a causa della sospensione delle attività di ricerca, non siamo né saremo in grado di riconoscerli”[4].
Ci chiediamo perché un territorio che nell’ultimo lustro ha riportato un Pil in attivo malgrado la crisi economica, e una crescita esponenziale dei settori produttivi agroalimentari, tecnologici e turistici, venga, oggi, con insistenza dipinto presso le istituzioni europee, come bisognoso di ‘rivoluzioni copernicane’. In particolare il settore olivicolo contribuisce con il 32% al totale nazionale.
Ma gli abbattimenti indiscriminati, anche di alberi sani, hanno messo in ginocchio il settore. Il 5 giugno, alla scadenza dei 60 giorni in cui il Decreto Martina poteva essere contestato prima di essere attuato, e in seguito ad un audit durante il quale i portatori di interesse locali hanno fatto presente ai Commissari inviati da Bruxelles il livello di illegittimità e di illegalità in cui si è operato in questi anni, malgrado il livello di attenzione e presidio operato da agricoltori e associazioni, gli On. Paolo de Castro e Raffele Fitto si sono recati a Bruxelles per un colloquio diretto con il commissario Andriukaitis, allo scopo di velocizzare le azioni indirizzate alla realizzazione di ‘un paesaggio da reinventare’ e chiedendo Fondi per lo Sviluppo Rurale[5].
Le medesime richieste sono state avanzate la settimana successiva a Strasburgo alla presenza del Commissario Hogan[6]. Con la prospettiva della scadenza del programma di Sviluppo Rurale 2014-2020, in poche settimane gli On. Fitto e De castro hanno ottenuto l’approvazione del loro progetto volto a ‘ridisegnare il territorio’ sia sul piano europeo che nazionale e locale in virtù di accordi presi sia a Roma che a Bruxelles con il Ministro Centinaio e in Provincia e Regione con il Presidente Emiliano e le associazioni di categoria.
A Settembre riprenderà l’agenda dei promotori di questa cavalcata che mira ad ottenere 100 milioni di euro a fondo perduto in breve di cui una metà verrebbe erogata dalla Comunità Europea e una metà dalle Regioni italiane sulla base di un interesse condiviso mirato al contenimento del batterio. Contenimento che, secondo il parere di Efsa, è impossibile ottenere attraverso la distruzione delle piante.
Tra settembre ed ottobre Andriukaitis e Hogan saranno nuovamente in visita in Salento per formalizzare gli accordi con il territorio e da li, verrebbe distrutto il patrimonio olivicolo italiano più importante, capace di contribuire al PIL del Paese in maniera considerevole. Tutto questo, ripetiamo, accade malgrado da anni e da più parti siano arrivate provate soluzioni sostenibili alla cura del terreno esausto e degli alberi, per contrastare funghi e batteri che normalmente sono presenti nel terreno.
Chiediamo, quindi,  di verificare la legittimità dell’interessamento bipartisan degli On. Fitto e De Castro in questa vicenda rispetto alla quale entrambe hanno interessi diretti.
Si è già accennato all’On De Castro e al fratello, consulenti dello IAM, l’ente che, come già menzionato, insieme ai suoi funzionari e dipendenti, rappresenta il ‘buco nero’ dell’affaire Xylella. Mentre la famiglia dell’On. Fitto è, notoriamente, uno dei maggiori produttori nel settore olivicolo e pochi anni fa lo zio dell’On., l’omonimo Raffaele Fitto, è stato condannato per truffa ai danni della Comunità Europea[7] per 6milioni e mezzo di euro.
Nella truffa erano coinvolte  21 persone, 90 indagati per l’emissione di false fatture per 39 milioni di euro, furono sequestrati 23 frantoi, 3 aziende commerciali, 9 immobili e 85 terreni agricoli, oltre a 60 conti correnti bancari. Una truffa che coinvolse anche alcune zone calabresi. Fu ritirata l’accusa di associazione a delinquere. Eppure è noto l’ampio coinvolgimento della criminalità organizzata ad ogni livello nel settore delle contraffazioni alimentari[8] in quanto è possibile lavare denaro sporco in maniera meno rischiosa rispetto ad altre merci illegali[9].
Vorremmo inoltre chiarezza in merito ad una sperimentazione oggetto di un’interrogazione parlamentare urgente ad opera dei consiglieri regionali Casili, Galante e Barone i quali nel 2016  chiedevano conto alla Regione riguardo un progetto avvenuto tra Lecce, Brindisi e Bari tra il 2011 e il 2013[10]. L’interrogazione, avente per oggetto il ‘Progetto sperimentale Monsanto “Gestione delle Piante Perenni (GiPP)”[11]  osservava come i risultati della ricerca fossero visibili solo alle parti interessate tra cui l’Osservatorio Fitosanitario regionale. Quest’ultimo, interpellato dalla Procura di Lecce, non ha fornito risposta. La stessa Regione non risultò in grado di rispondere all’interrogazione urgente in quanto non a conoscenza dei fatti riportati. Chi ha concesso una sperimentazione di questo tipo? Come mai è stato concesso l’uso massiccio di Round Up, notoriamente a base di Glifosato, una sostanza capace di causare teratogenesi ed altre gravi patologie invalidanti oltre che danneggiare gravemente la biodiversità animale e vegetale e gli equilibri del suolo[12]?
In particolare i consiglieri rilevavano l’anomalia rispetto ad una sperimentazione che prevedeva l’uso del Round Up, irrorato in terreni olivetati da parte delle aziende aderenti al progetto attraverso una macchina per il diserbo capace di operare aspersioni a 9 bar e a 9 metri di distanza. Nel corso dell’interrogazione parlamentare si denunciano i gravi danni alla salute provocati da tali pratiche nonché l’impoverimento dei terreni e il probabile inquinamento di aria e falda acquifera[13].
Non mancano menzioni agli interessi in campo in questa singolare vicenda sperimentale condotta da  Monsanto e Basf, note imprese operanti a livello transnazionale nel campo dell’ingegneria GM e degli agrotossici. In particolare viene rammentato come Monsanto abbia dal 2008 acquisito la società ‘Allelyx’ dalla società brasiliana ‘Canavialis’  e in cui Basf nel marzo 2012 ha investito 13,5 milioni di dollari. Come dichiarato dagli stessi creatori di Allelyx[14], il nome della società deriva dall’anagramma della parola Xylella ma anche dal termine scientifico ‘allele’, forma alternativa che può essere assunta da un gene, dunque responsabile della mutazione genetica. Allelyx nasce in Brasile su impulso di 5 scienziati tra cui Arruda, il cui nome ricorre spesso in ricerche in cui compaiono anche i nomi delle maggiori imprese transnazionali operanti nel campo dell’industria GM e degli agrotossici. L’obiettivo di Allelyx consiste nel trasformare in prodotti le informazioni genetiche. L’impulso economico all’avvio di Allelyx fu attribuito da Votorantim Novo Negocio, con un contributo di 300 milioni di dollari. Votorantim è una società di venture capital interessata al campi delle scienze della vita e dell’esplorazione mineraria. Sia Allelyx che Canavialis furono vendute nei primi anni 2000 a Monsanto. Imprese che non hanno competitori. A capo di Allelyx, società nata allo scopo di studiare piante resistenti a Xylella, compare Fernando Reinach il quale, insieme ad Arruda, è stato autore e promotore del primo sequenziamento del primo batterio della storia della scienza con il dichiarato obiettivo di attirare capitale intorno ad una scienza di cui, all’epoca, non si comprendeva il potenziale economico, appunto[15]. Il batterio in questione è Xylella fastidiosa e gli scienziati protagonsti di questa ‘rivoluzione copernicana’ nella Biologia Molecolare, in seguito al sequenziamento hanno iniziato a collaborare con Monsanto, Bayer Crop Science, Basf. Tra gli autori anche Almeida, l’unico esperto chiamato in causa dalla Regione Puglia e cui la politica regionale fa riferimento, fatto che solleva questioni di irregolarità sulla mancanza di pluralità nell’ottenere un parere scientifico riguardo una materia dalle chiare e importanti ricadute economiche.
Il dubbio in merito al fatto che possano esserci dei conflitti di interesse in questa vicenda, sono tutt’altro che peregrini.
In biologia molecolare, la conoscenza del genoma consente di manipolare i geni che controllano i segnali chimici responsabili dell’interazione tra batterio e insetto vettore e tra batterio e pianta ospite. “Una volta identificati i determinanti della specificità ospite - patogeno e i determinanti della virulenza – si legge in una ricerca condotta da specialisti del CNR, Università La Sapienza e Ispra[16] -  è possibile selezionare in laboratorio i ceppi batterici con virulenza specifica nei confronti di una varietà vegetale da sostituire con un’altra varietà resistente, ottenuta con mutagenesi artificiale nell’ambito dell’ingegneria genetica. Presso l’Università di Berkeley è stato dimostrato che è possibile, mediante la modificazione genetica di un plasmide, aumentare la virulenza di Xylella. Il nuovo ceppo, agente della malattia di Pierce della vite, presenta il gene mutato rpfF, ed è più virulento del tipo selvatico quando inoculato meccanicamente nelle piante (…)In pratica, sembrerebbe che sia possibile manipolare geneticamente il batterio, col fine di contagiare interi gruppi vegetali a vantaggio del mercato GM (…)Gli studi diffusi nel 2008 dalla rete europea di batteriologi, costituitasi nell’ambito dell’iniziativa COST 873, hanno dimostrato che, di tutte le specie batteriche elencate, solo Liberibacter spp. e Xylella fastidiosa, entrambi patogeni per gli agrumi, potrebbero essere considerate tali da soddisfare i criteri proposti per le armi biologiche”.[17]
Dunque i dubbi sollevati durante la suddetta interrogazione rivolta al presidente regionale Emiliano, Loizzo e all’Assessore regionale all’Agricoltura Di Gioia non sono di secondaria importanza eppure rimasero senza risposta in quanto gli uffici della Regione dichiararono di essere all’oscuro rispetto ai fatti riportati (n. Reg. 489 del 20/10/2016). Grave anche che nel marzo 2015 lo stesso Ufficio Fitosanitario della Puglia, nel corso di una Relazione al Senato su Xylella fastidiosa, premetteva che dal maggio del 2013: “Dopo aver escluso qualsiasi forma inquinante del terreno e dell’ambiente, è emerso, invece, un quadro sintomatologico fitosanitario alquanto complesso determinato da diverse concause (Insetti Funghi e Batteri) tali da definire un nuovo termine fitoiatrico Complesso del disseccamento rapido dell’olivo (CoDiRO)[18]”. Ma abbiamo visto che la sperimentazione è stata, invece, realizzata proprio utilizzando erbicidi, nota causa di grave impoverimento del suolo.
I rilievi della procura di Lecce realizzati in agro di Alezio, infatti, determinarono valori nutritivi del terreno inferiori addirittura rispetto a quelli rinvenuti nel Deserto del Sahara a causa dell’uso di pesticidi, capaci di debilitare piante centenarie, incapaci di reagire ai patogeni.
Su questo punto si è espresso ripetutamente e con estrema chiarezza il Prof. Pietro Perrino, genetista e direttore dell’Istituto del Germoplasma del CNR, il quale spiega la vulnerabilità degli alberi con l’alterazione della biodiversità causata dall’uso di agenti chimici e meccanici che rendono sterile il terreno.
Le segnalazioni dei sintomi di disseccamento degli ulivi erano scattate dal 2004-2006 e poi nel 2008. All’inizio, però, si attribuirono le cause solo alla lebbra dell’olivo, per la quale, tra il 2010 e il 2012, erano stati anche avviati campi sperimentali “per testare prodotti non autorizzati” per combattere la malattia e per il diserbo degli oliveti con fitofarmaci[19].
Non è mai stato fatto un approfondito e articolato studio multidisplinare indispensabile per stabilire la reale relazione tra il Co.Di.R.O. e la Xylella del Salento e/o altri fattori ecologici, patogenetici, biotici e abiotici (carenza di sostanza organica e di micro bioma del suolo, eventuali, carenze di micronutrienti, presenza di metalli tossici o inquinanti organici, residui di erbicidi e altri pesticidi).
Il 2013 è l’anno in cui Monsanto termina la sperimentazione a base di glifosato e il disseccamento degli ulivi diventa sempre più evidente in Salento. La stessa Relazione di cui sopra afferma che il 15 ottobre 2013 viene data la comunicazione ufficiale del ritrovamento di Xylella fastidiosa da parte delle istituzioni scientifiche facenti parte della rete dei laboratori pubblici SELGE e in particolare il batterio viene identificato dal CNR – Istituto per la protezione sostenibile delle piante di Bari. Il rinvenimento, viene spiegato, complica la situazione in quanto X.f. è un batterio da quarantena ed è la prima volta che questo batterio viene riscontrato in Europa.
La superficie infettata, si afferma, riguarda un’area pari a circa 8mila ettari di cui 2-3mila ettari olivetati nell’area intorno a Gallipoli, in provincia di Lecce. Le azioni tempestive successive al rinvenimento, sono state originate, secondo l’Osservatorio Fitosanitario regionale, a causa delle pressioni ricevute dalla Commissione Europea, preoccupata dalla possibilità che il batterio potesse diffondersi. Tra le misure elencate da indirizzare al controllo del batterio, si consiglia lo sradicamento delle piante infette e uso di insetticidi.
 Alla Commissione Europea, ad ogni modo, non fu possibile offrire informazioni certe in quanto, viene dichiarato: “(…) non esisteva nel mondo un caso simile a cui fare riferimento o utilizzare esperienze già sperimentate e consolidate  e ciò poneva la Regione Puglia in grosse difficoltà nel dare risposte certe e sufficienti a convincere gli Ispettori su quanto si stava programmando e attuando sul territorio”.
Appare, quanto meno, singolare, che si faccia riferimento all’assenza di esperienza rispetto al batterio in oggetto anche alla luce del fatto che nel 2010, presso il su menzionato IAM di Valenzano a Bari, nel corso di un workshop sullo studio di alcune malattie infettive delle piante, si dedica attenzione al batterio di Xylella fastidiosa, importata fisicamente attraverso un campione infetto di vite. Al termine del workshop dal titolo “Diagnostic and statuory aspect of Xylella Fastidiosa, its vectors and the diseases it is causing”, uno degli esperti annuncia l’imminenza del pericolo Xylella in Europa.
La vicenda finisce anche in un rapporto sulle agromafie elaborato da Eurispes, Coldiretti e dall’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura[20] e da cui emerge il sospetto che non a caso il focolaio infettivo abbia avuto origine in una zona del Salento fortemente ambita a fini turistici e speculativi e su cui da tempo gravitano interessi intesi ad edificare resort in aree olivetate. L’infezione da Xylella fastidiosa, pertanto, cadrebbe come manna dal cielo per lo sfruttamento di terreni diversamente intoccabili.
D’altra parte il mantra secondo cui il paesaggio rurale salentino deve mutare anche a costo di trasformazioni radicali e dolorose, e abbattimento del sistema regolatorio, non è nuovo:
  “Non affermo che dell’olivicoltura tradizionale nazionale si dovrà fare tabula rasa – afferma Angelo Godini, Università di Bari -  ma dico solo che si dovrà forse riflettere su quanto da me già dichiarato (in: Sportelli, 1999): «Una scelta coraggiosa potrebbe essere quella della realizzazione di oasi paesaggistiche di olivicoltura protetta, sufficientemente vaste per ognuna delle tipologie olivicole regionali e nelle quali conservare parte dal patrimonio olivicolo così come è arrivato a noi per tramandarlo a nostra volta ai nostri nipoti». Questo dovrebbe portare a rivedere e attenuare il contenuto di due leggi nazionali, definite «datate, da economia di guerra e contadina» sul divieto di abbattimento degli alberi d’olivo”[21].
Godini fa, quindi esplicito riferimento al superintensivo, intuizione che risale al 1999, e al miglioramento genetico delle specie olivicole anche a costo di modificare radicalmente il paesaggio. “Quando tutto dovesse venire meno – conclude Godini -  per la nostra olivicoltura potremmo sempre prendere in considerazione alcune recenti, paradossali proposte, diverse dalla produzione d’olio per uso alimentare, come quella di ricavare dal legno d’olivo (da considerare alla stregua di un ceduo?) splendidi parquet oppure di utilizzare l’olio lampante come combustibile al posto dei pannelli solari e delle pale eoliche!”.
La soluzione all’annoso ‘problema’ che impedisce l’abbattimento di interi uliveti a scopo di lucro, viene offerta da su un piatto d’argento da un batterio introdotto intenzionalmente e senza permessi. Per gli specialisti coinvolti nella battaglia contro l’eradicazione del batterio non c’è dubbio: la soluzione è lo sradicamento degli alberi infetti ma anche l’aspersione periodica di insetticidi ovunque allo scopo di distruggere le piante che ospitano l’insetto vettore del batterio. E iniziano ad arrivare i primi fondi comunitari.
Oggi le stesse personalità politiche che all’inizio della manifestazione dei sintomi di disseccamento degli ulivi chiedevano chiarezza in merito a scelte dissennate, oggi si spendano nel proporre rivoluzioni in campo agricolo aventi come obiettivo a mezzo diserbo meccanico da eseguire ovunque possibile nel periodo giovanile di sviluppo del vettore Philaenus spumarius meglio noto come Sputacchina, insetto per altro del tutto autoctono che attacca l’olivo proprio per la distruzione dei suoi habitat naturali e la mancanza di altre fonti alimentari, diserbo con tecniche innovative nelle aree pubbliche e in quelle marginali difficilmente raggiungibili attraverso il ricorso a prodotti non residuali oppure ricorrendo alla già collaudata tecnica del pirodiserbo o alla innovativa tecnica del vapore d’acqua ad alta temperatura la cui fattibilità è oggetto di studio e approfondimento (su cui, dunque, ancora non esistono dati certi rispetto alla sofferenza delle piante), trattamenti con prodotti fitosanitari sostenibili (un ossimoro), fondi comunitari e “un ‘bombardamento’ chimico aereo sincronizzato per nebulizzare tonnellate di fitofarmaci su tutto il territorio, cittá comprese, per avere un minimo di effetto nella riduzione delle popolazioni vettore”[22].
Il diserbo generalizzato determina una gravissima diminuzione della biodiversità, con alterazione spesso reversibile solo in tempi lunghi delle complesse reti trofiche di un suolo biologicamente vivo quale quello dell’olivicoltura estensiva.
Le irrorazioni non risparmiaranno aree parco e terreni coltivati a biologico distruggendo gli impollinatori, tra i quali le api. Per un molti agricoltori biologici e apicoltori, si profila la cessazione dell’attività.
Le proposte rilasciate nel maggio di questo anno, seguono la linea indicata dal Decreto Martina, operativo da giugno. Un decreto che impone per legge l’uso di pesticidi e di un solo prodotto ammesso in agricoltura biologica, l’olio di arancio dolce, costoso e composto in gran parte da coformulati e per il cui l’utilizzo prevedono forme di protezione da parte di chi ne fa uso.
Il Decreto impone sostanze capaci di causare danni allo sviluppo neurologico, anencefalia, disordine dello spettro autistico, problemi alla memoria, tremori[23].
Sebbene il decreto intervenga su un tema sensibile che ha visto negli ultimi mesi un confronto serrato tra Commissione e autorità italiane, non è mai stato notificato dal Governo alla Commissione europea, con ciò contravvenendo all’obbligo di leale cooperazione sancito dai Trattati.
L’EFSA ha ripetutamente messo in guardia dal rischio di danni ambientali e alla salute conseguenti all’irrorazione di pesticidi: “L’uso intensivo di trattamenti insetticidi per limitare la trasmissione di malattie e controllare l’insetto vettore può avere conseguenze dirette e indirette per l’ambiente modificando intere catene alimentari con conseguenze a cascata e quindi che interessano i vari livelli trofici. Ad esempio, l’impatto diretto dei pesticidi sull’impollinazione è, attualmente una questione di seria preoccupazione (EFSA, 2013b). Inoltre i trattamenti insetticidi su larga scala rappresentano anche rischi per la salute umana e animale”[24].
Si segnala che le problematiche citate attengono a diritti tutelati dalla Costituzione italiana (artt. 9-32) e a materie che secondo il TFUE sono rimaste nella competenza e quindi nella sovranità degli Stati Membri, come ad esempio la tutela della salute [artt. 2 e 6(a)].
La Procura di Lecce che, all’epoca bloccò l’analogo Piano Siletti ha ipotizzato un concreto pericolo per la salute pubblica con l'uso massiccio di agrofarmaci, alcuni dei quali vietati e autorizzati in via straordinaria.
Sempre secondo la Procura: “Dal momento dell'evidenziarsi della patologia del disseccamento dell'olivo, senza che fosse stata individuata la causa dello stesso, sono state condotte in territorio salentino una serie di sperimentazioni anche con l'uso di prodotti fortemente invasivi, tanto da essere vietati per legge, in un contesto di grave compromissione ambientale, senza alcun previo studio sull'impatto che tali prodotti avrebbero avuto sull'ambiente e in particolare sulle conseguenze che avrebbero potuto produrre su batteri eventualmente già presenti e silenti"[25].
Nel Decreto non viene fatta menzione ad alcun piano di monitoraggio o emergenza per eventuali intossicazioni acute o croniche. Parliamo di neurotossine, sostanze il cui pericolo è amplificato dalla loro persistenza e mobilità. La loro presenza è stata rilevata nella polvere, nel suolo, nella falda, nei cibi in piante non trattate e nei vertebrati presenti in ambiente.
 I bambini esposti in maniera diretta o indiretta ai pesticidi, sono maggiormente a rischio perché il loro organismo, in fase di crescita, assorbe con maggior intensitá. Anche durante la fase fetale, sviluppano minori capacitá cognitive e comportamentali. Per questo, a seguito di una decisione della Commissione europea del 27 aprile 2017, tutti gli Stati membri hanno messo al bando l’uso esterno dell’Imidacloprid (http://europa.eu/rapid/press-release_MEX-18-3583_en.htm) ma, non essendo ancora formalizzato dalla Commissione europea, tale divieto non è tecnicamente ancora in vigore. In compenso, c'è in vigore una restrizione d'uso fin dal 2013, per la quale l'Italia non ha mai chiesto una deroga. Per questo l'uso dell'Imidacloprid, risulta in ogni caso incompatibile. Dunque: il Decreto Martina è in contrasto con le norme UE.
 Non sono in pochi a sospettare che il decreto servirebbe a favorire lo smaltimento rapido delle scorte di alcuni pesticidi, prima dell’entrata in vigore del divieto d’uso da parte dell’Unione. Le norme imposte dal calendario d’esecuzione, d’altra parte, prevedono quattro interventi all’anno, a distanza molto ravvicinata: due trattamenti chimici da maggio ad agosto, due trattamenti chimici da settembre a dicembre. Tali interventi rischiano di avere un significativo impatto ambientale e sulla salute dei cittadini di lungo periodo. Rischi totalmente ignorati da chi sottoscrive un decreto che non appare supportato da valutazioni di impatto ambientale preventivo, ed é in contrasto con le norme della direttiva 2009/128/CE, sull’utilizzo sostenibile dei pesticidi, recepita dallo Stato italiano con il decreto legislativo n. 150 del 14 agosto 2012. Con ció l’UE mira a ridurre i rischi e l'impatto dell'uso dei pesticidi sulla salute umana e sull'ambiente e promuove una gestione integrata delle specie nocive (IPM) e di tecniche alternative non chimiche ai pesticidi. L’Italia, con Decreto Interministeriale del 22 gennaio 2014, ha adottato il “Piano d’Azione Nazionale (PAN) per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari”, di cui non fa menzione però nel Decreto per affrontare l’emergenza Xylella.
L’Articolo12 in particolare richiede una adeguata valutazione capace di tener conto di requisiti di igiene e incolumità pubblica stabilendo il divieto d’uso in aree specifiche definite dal regolamento CE n.1107/2009, quali quelle utilizzate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili, ovvero parchi, giardini pubblici, campi sportivi, aree ricreative, cortili delle scuole o aree in prossimità di strutture sanitarie o le aree protette oggetto delle direttive 2000/60/CE, 79/409/CEE e 92/43/CEE. Invece il decreto stabilisce aspersioni obbligatorie su tutto il territorio, giardini privati, strade di collegamento, aiuole pubbliche, qualsiasi luogo in cui cresce erba spontanea.
Per fermare un batterio fastidioso, si viola l’incolumità dei cittadini e dei lavoratori agricoli o le norme stabilite a livello nazionale ed europeo. Come la direttiva 2009/128/CE riguardante le “Misure specifiche per la tutela dell’ambiente acquatico e dell’acqua non potabile”. Decreto dannoso e irragionevole anche perché le misure imposte non risolverebbero l’obiettivo dichiarato di eradicare il patogeno.
La letteratura disponibile racconta di devastanti quanto inutili precedenti esperienze che non sono servite a contenere nulla, neanche con lo sradicamento delle piante. La direttiva 2000/29, ammette la non eradicabilità del patogeno da quarantena. Così come gli ISPM, Standard Internazionali sulle Misure Fitoterapiche i quali impongono uno studio riguardo gli impatti su industria e ambiente. Attenzioni richiamate anche da EFSA la quale avverte: una volta insediato all’aperto, l’X-file non si eradica, dunque preferibile astentersi dallo sconsiderato tentativo di attuare ad ogni costo delle misure prive di fattibilità, efficacia e sostenibilità.
Un decreto illegale oltreché illegittimo. Su cui chiediamo, una volta per tutte, di emettere un veto in ogni sua parte e imporre un punto fermo rispetto a speculazioni che non possono esistere quando si parla della salute e della vita di un’intera popolazione. Perché le alternative sostenibili esistono ma non interessano, evidentemente, ad amministrazioni che hanno concesso sperimentazioni in campo aperto a Basf e Monsanto mentre gli agricoltori e i cittadini più informati chiedono che si faccia sperimentazione trasparente e pulita e che i finanziamenti convergano nell’ottica dell’agroecologia e di una ricerca allargata, partecipata, democratica.
Tra i reati che si possono ipotizzare vi sono: violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale; distruzione o deturpamento di bellezze naturali; inquinamento ambientale per compromissione e deterioramento della biodiversità, anche agraria; concreto pericolo per la salute pubblica per l'uso massiccio di agro farmaci.