martedì 30 agosto 2016

Inquinamento in città. Correre ai ripari con sistemi energetici urbani sostenibili


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Presentato da ENEA il rapporto dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA). Al centro dello studio il ruolo fondamentale delle aree urbane. Uno caso studio dedicato a Torino
153-16 Transizione verso sistemi energetici urbani sostenibili
ENEA, delegato italiano del comitato per le tecnologie degli usi finali dell'energia IEA e membro del gruppo tematico Building dell'Energy Technology Network IEA, ha invitato l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) a presentare il Rapporto, nel corso di un convegno che si è tenuto il 14 luglio scorso a Roma.
Il Rapporto, di recente pubblicazione, focalizza l'attenzione sul cruciale ruolo delle città per guidare verso il cambiamento sostenibile.
Le aree urbane, dove è concentrata oltre la metà della popolazione mondiale e l'80% della ricchezza, rappresentano i due terzi della domanda globale di energia e sono responsabili di oltre il 70% delle emissioni di CO2 . Entro il 2050 si stima che la domanda aumenterà ulteriormente del 70% e le emissioni del 50%.
Le città possono dunque essere determinanti per il raggiungimento della sostenibilità a lungo termine del sistema energetico mondiale e per cogliere gli obiettivi energetici nazionali e climatici internazionali fissati dalla COP21 di Parigi.
Per realizzare la transizione verso sistemi sostenibili sono necessarie politiche attente che organizzino e gestiscano le città e utilizzino al meglio le nuove tecnologie di settore, il cui potenziale non è stato ancora adeguatamente compreso. La diffusione dell'energia pulita e sostenibile nelle città cresce infatti molto più lentamente di quanto sarebbe possibile e auspicabile.
Il coordinamento e la promozione di sistemi energetici sostenibili da parte dei governi nazionali resta dunque una condizione essenziale per liberare il potenziale e a questa esigenza intende rispondere il Rapporto IEA, strutturato per aiutare i decisori politici a individuare e fissare percorsi di transizione energetica costruiti con una dettagliata e trasparente analisi quantitativa.
In particolare, il Rapporto IEA sulle prospettive delle tecnologie energetiche mette a disposizione scenari e strumenti tecnici di supporto per la definizione delle politiche per l'innovazione nel settore dell'energia, in un'ottica di quasi totale de-carbonizzazione del sistema energetico entro il 2050.
Attraverso diversi scenari alternativi sono delineati i possibili percorsi tecnologici da attuare nel breve e medio periodo per gestire la transizione verso un sistema low-carbon. Lo studio è destinato non solo agli esperti del settore energetico, politici e capi di governo, ma anche a imprenditori, investitori, industria.
Questo studio, come rilevato dai dirigenti di ENEA in occasione della sua presentazione, “è estremamente rilevante in un paese come il nostro, in cui il 43% della popolazione nazionale abita in aree metropolitane  caratterizzate dalla coesistenza di diverse funzioni (residenza, produzione e servizi) e di flussi (persone e merci)”.
Uno dei tre casi studio contenuti nella pubblicazione ha per oggetto la riqualificazione energetica edilizia della città di Torino.

(Fonte: Arpat)

lunedì 29 agosto 2016

Se fossimo come le lucciole avremmo risolto il problema energetico...


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Le lucciole, luce ad altissima efficienza energetica

L’insetto che prende comunemente il nome di “lucciola” è sicuramente
noto a tutti. Un tempo, in Italia, era una consuetudine e un piacere
vederla illuminare le notti estive, oggi, purtroppo, è diventata una
“rarità”, poiché in via d’estinzione a causa del massiccio uso di
pesticidi in agricoltura. Pertanto la sua presenza, ove si abbia
ancora la fortuna di vederla, è un buon indicatore della salubrità
dell’ambiente (funge da bioindicatore).

Scientificamente con “lucciola” (genere Luciola) si identifica in un
piccolo insetto coleottero notturno (massimo 2,5 cm di lunghezza)
appartenente alla famiglia dei lampiridi (Lampyridae). Questo genere è
composto da tre specie, la Luciola novaki endemica dei Balcani
occidentali, la Luciola lusitanica endemica del Portogallo, della
Spagna, della Francia, dell’Italia, dei Balcani e della Russia
meridionale e la Luciola italica endemica dell’Italia.

Va specificato che tutti i coleotteri appartenenti alla famiglia dei
lampiridi (circa 2000 specie sparse sul pianeta) sono dotati di
bioluminescenza, motivo per il quale comunemente vengono identificati
tutti come “lucciole”, sebbene la cosa rappresenti, da un punto di
vista prettamente scientifico, un’imprecisione.

La produzione di luce è principalmente collegata alla riproduzione,
più precisamente alla fase del corteggiamento prima
dell’accoppiamento. Non a caso la loro luce è intermittente e
lampeggia secondo modalità uniche per ciascuna specie, in modo da
creare dei precisi e ben distinti “segnali ottici”, riconoscibili dai
potenziali partner intraspecifici.

La bioluminescenza di questi insetti è dovuta alla presenza di un
substrato fotogeno nella parte terminale dell’addome, nello specifico
alla presenza, all’interno di particolari cellule, di un composto
chimico, la luciferina, e dal relativo enzima catalizzatore, la
luciferasi. La luciferina in presenza di ossigeno e del catalizzatore
luciferasi subisce un’ossidazione in ossiluciferina; la cessione di
energia che ne consegue avviene sotto forma di luce.

La luce emessa dalle lucciole è compresa tra i 500 e i 650 nm di
lunghezza d’onda, da qui il tipico colore verde-giallastro. Inoltre, a
differenza della luce prodotta dalle lampadine ad incandescenza, è
“fredda”. Nelle normali lampadine il 90% dell’energia prodotta viene
dispersa sotto forma di calore, nelle lucciole la dispersione non
supera il 10% ! Questo a testimonianza della sempre grande efficienza
energetica che contraddistingue tutti i processi naturali (con le
moderne lampadine a LED l’efficienza è aumentata, ma risulta sempre
ben lontana dai valori d’eccellenza di cui la natura è capace).

Tra i maschi e le femmine del genere Luciola c’è un certo dimorfismo,
anche se non marcatissimo. I maschi hanno ali pronunciate ed un corpo
lungo e snello, le femmine presentano ali più piccole e un corpo tozzo
e corto. In genere i maschi volano ad un metro da terra, mentre le
femmine si trovano a terra parzialmente nascoste dall’erba. Altra
differenza tra i sessi è che i maschi possono produrre luce solo per
brevi istanti, mentre le femmine anche per più di due ore.

Una funzione indotta delle bioluminescenza, probabilmente meno nota, è
quella di avvertimento verso i potenziali predatori. Le lucciole
producono metabolicamente delle sostanze tossiche simili a quelle dei
rospi, fatto che le rende piuttosto inappetibili, quindi la loro
luminescenza avvertirebbe i predatori di essere “indigeste”. Ciò
spiegherebbe anche il fatto per cui, in alcune specie, la
bioluminescenza è presente sin dallo stadio larvale.

Nella fase adulta le lucciole vivono non più di 1 o 2 mesi. In questo
periodo tutte le risorse dell’animale sono rivolte alla riproduzione.

Le larve sono sotterranee e si nutrono di vermi e lumache, che
immobilizzano iniettando una sostanza paralizzante. Gli adulti,
diversamente, non hanno indole “predatoria” e in genere si nutrono di
nettare e/o polline.

Solitamente le lucciole, con i loro voli di corteggiamento, sono
visibili nelle notti estive tra le 22 e la mezzanotte.

Gabriele La Malfa


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domenica 28 agosto 2016

"Non siamo più soli nell’Universo?” - A soli 4 anni luce esiste un'altra Terra...


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Grazie all’incessante indagine che da anni sta portando avanti con successo il telescopio orbitante Kepler e grazie ad una equipe di astrofisici della NASA, ai già 450 pianeti scoperti fino ad oggi e orbitanti nelle zone abitabili dei loro sistemi solari, si è aggiunto un nuovo pianeta che orbita intorno a Proxima Centauri, una stella rossa vicina al nostro Sole. Questo nuovo pianeta battezzato “Proxima B” è roccioso ed è un po’ più grande del nostro. Orbita in una zona compatibile con la vita, cioè con temperature al suolo accettabili e con la probabile presenza di acqua allo stato liquido. Da noi sarebbe distante “solo” 4 anni luce.

Se si pensa che il raggio d’osservazione del telescopio orbitante Kepler è limitato (se ipoteticamente volessimo rappresentare l’universo su una superficie di 100 metri quadrati, l’indagine di Kepler si limiterebbe a solo 50 centimetri quadrati), quanti altri pianeti con caratteristiche come la Terra potrebbero esistere nell’universo? Gli scienziati parlano di miliardi e miliardi di pianeti con caratteristiche ambientali che potrebbero ospitare la vita.

Finalmente, la scienza ci viene in aiuto, viene in aiuto a chi come me ha sempre creduto che la vita non fosse solo esclusivo dono di questo pianeta, ma fosse il frutto stesso dell’evoluzione dell’universo. Quando, forse tra qualche decennio, scopriremo che esistono su alcuni di questi pianeti civiltà come la nostra o molto più evolute, allora forse cominceremo a ridimensionare la nostra mentalità arrogante che fino ad oggi ci ha fatto pensare di essere gli unici esseri intelligenti del cosmo. A quel punto forse l’uomo riuscirà ad essere anche migliore di com’è oggi…..

Filippo Mariani - Accademia Kronos


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sabato 27 agosto 2016

I prodotti bioregionali sono l'espressione della terra in cui si vive...


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Nell’attuale fase evolutiva del sistema agroalimentare i prodotti autoctoni, o  bioregionali, sono oggetto di grande attenzione da parte di molti, anche se con interpretazioni o visioni diverse. Mentre per alcuni il prodotto autoctono  altro non è che la manifestazione di un legame stretto tra la qualità del prodotto e il suo territorio di origine, geograficamente abbastanza limitato, in altri prevale un approccio più generalista, dove il legame del prodotto con il territorio rimane più sfumato. In questo complesso sistema è il consumatore, che spesso ha scarsa conoscenza di certe tematiche, a trovare difficoltà nel dipanare la matassa e a fare scelte consapevoli nell’acquisto.

I prodotti tipici bioregionali, che qualcuno vorrebbe sminuire come ad una semplice aurea di sacralità che li circonda, sono soprattutto frutto di un concorrere di tanti fattori che ne allargano la dimensione e che si traducono in “unicità”, che ne è l’espressione finale. Questi prodotti, essendo quindi intimamente legati ad un territorio, devono la loro unicità ad una complessità di fattori, fisici e antropici, irriproducibili al di fuori del particolare contesto economico, ambientale, sociale e culturale in cui il prodotto è stato realizzato. Quali sono questi fattori? Innanzitutto il legame con le risorse naturali, frutto dell’ambiente pedoclimatico e delle risorse genetiche, ma anche dell’azione dell’uomo che, con una sorta di pressione selettiva (controllo puntuale della tecnologia), permette a quelle risorse di esprimere le proprie potenzialità, in particolar modo evidenti nei prodotti trasformati (vino, salumi, formaggi). Anche la componente della tradizione storica assume un carattere centrale, in Italia in particolare; è infatti attraverso un processo evolutivo che nel tempo si sono formate, diffuse, modificate, perfezionate e adattate le tecniche e i saperi degli attori locali al contesto socio-economico, ambientale e culturale del luogo. Non meno importanti sono gli aspetti culturali e di identità locale, che rappresentano un forte elemento identitario e che si traduce, spesso, in una volontà della collettività di voler preservare un prodotto attraverso dei percorsi di valorizzazione (disciplinari di produzione, denominazioni d’origine, indicazioni geografiche). Esiste anche il rovescio della medaglia, purtroppo, quando ci si ostina a produrre qualcosa perché è identitario e non perché conviene, senza un percorso di valorizzazione o l’adesione a specifiche convenzioni di qualità. In questi casi il consumatore paga un prezzo alto per prodotti che non redistribuiscono il valore all’interno della filiera o sul territorio.

Non bisogna confondere il prodotto tipico, invece, con quello tradizionale (alcuni prodotti tipici sono anche tradizionali, non sempre è vero il contrario) che mantiene un legame con il passato, ma che non ha seguito l’evoluzione al miglioramento degli standard produttivi, influendo in maniera determinante su uno o più parametri qualitativi, anche come conseguenza di un legame con il territorio più blando.

Infine ci sono i “prodotti tipici”, dove si fa riferimento ad un luogo geografico, e quelli “nostrani”, identitari e anche appartenenti alla tradizione, ma nessuno di questi sottintende un legame tra luogo e qualità del prodotto, oltre alla mancanza di irriproducibilità.

Tutto questo panegirico per dire cosa? Il legame che si stabilisce tra un prodotto autoctono, tipico o in generale per una denominazione d’origine con il suo territorio, oltre agli attributi di tipo materiale (aspetti organolettici) e quelli immateriali (cultura, ambiente, artigianalità, tradizione), fornisce anche degli attributi esterni, dati dall’interazione del consumatore con il territorio d’origine, fruibili direttamente nell’ambito dello stesso, pensiamo per esempio al paesaggio agricolo (olivicoltura o viticoltura in particolare). Ci sono poi altri attributi, definiti ideali, come la tutela dal processo di massificazione voluto dall’industria - che spesso produce cibo spazzatura - quindi difesa della biodiversità, tutela delle piccole economie di scala e quindi anche del paesaggio agrario (parte importante del paesaggio culturale). Ma chi è l’artefice di tutto questo: il produttore, con la sua storia, il suo lavoro, il suo rapporto con la terra, la sua faccia messa sempre davanti a tutto. Il vero valore aggiunto, anche oltre una denominazione, il collante tra qualità del prodotto e territorio. Il consumatore che riconosce, quindi, il valore di questi attributi, sarà disposto a pagare un prezzo più alto per questo tipo di prodotti, anche rispetto ad altri con caratteristiche chimico-fisiche e organolettiche simili, ma con un’origine territoriale diversa o comunque non identificabile. Dopo tutto, “mangiare è un atto agricolo” (Wendel Berry)!

Sebastiano Di Maria


(Fonte: http://www.teatronaturale.it/pensieri-e-parole/editoriali/23336-identita-quel-valore-che-ha-un-prezzo.htm)

venerdì 26 agosto 2016

Agricoltura contadina bioregionale - Movimenti per la terra e il diritto al cibo


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In preparazione del secondo Forum Europeo per la Sovranità Alimentare - Nyeleni Europa che si svolgerà in Romania dal 26 al 30 ottobre 2016, l'Associazione Rurale Italiana in collaborazione con altre associazioni contadine, ricercatori, parlamentari e sindacati hanno dato il via ad una serie di discussioni e confronti per favorire la crescita di una piattaforma che in Italia evidenzi dal punto di vista organizzativo, politico, comunicativo e del confronto tra i vari soggetti interessati le giuste rivendicazioni del movimento dei piccoli agricoltori e del movimento di difesa dei braccianti agricoli. Su questi temi e parallelamente al processo di avvicinamento al Forum di Ottobre, sono state organizzate tre riunioni regionali in italia. 

Gli incontri si svolgeranno: - 

Per in Nord Italia il 2 Settembre a Milano dalle 10.00 alle 18.00 presso la sede di Mani Tese in Piazzale Gambara 7/9 (Metro Gambara) Milano (contatti Fabrizio Garbarino 3319092823 e iscrizioni nyeleniari@gmail.com)  - 

Per il Centro Italia il 10 Settembre dalle 10.00 alle 18.00 a San Vito Chietino (Costa dei Trabocchi) presso Zona 22 (contatti e iscrizioni a Stefano De Angelis stefano.gianandrea@gmail.com 3387963539)  - 

Per il Sud Italia il 3 - 4 settembre a Rosarno, riunione il 4 dalle 10.00 alle 18.00 (contatti e iscrizioni a ninoquaranta@gmail.comalecorrado@gmail.com)  

I tre incontri saranno preparatori di un incontro finale nazionale da svolgersi il Domenica 25 settembre 2016 che avrà luogo a Roma presso la Città dell'Altraeconomia 

Ogni incontro avrà cinque sessioni per definire la discussione e la delegazione italiana per il Forum europeo: 1) cambiare le modalità attraverso le quali il cibo è prodotto e consumato 2) cambiare le modalità attraverso le quali il cibo è distribuito 3) Modificare le politiche pubbliche che governano il sistema agricolo e alimentare 4) Rivendicare i diritti sulle risorse naturali e sui beni comuni 5) Valorizzare il lavoro e migliorare le condizioni sociali nei sistemi alimentari e agricoli Contadini e braccianti, due figure, apparentemente distanti, rappresentano, di fatto, in questo sistema gli ultimi due anelli della produzione del cibo e sono accomunate dalla mancanza totale di un riconoscimento sociale: i braccianti in quanto sfruttati o al meglio precarizzati in maniera estrema, i contadini in quanto inseriti in una spirale di corsa alla produzione, di indebitamento, di norme proibitive, incapaci di creare un reddito dignitoso per loro stessi e le loro famiglie. Inoltre, seppur esistano diverse esperienze di produzione e distribuzione alternative a questo sistema, esse rimangono in genere confinate a certi territori e/o reti, e la questione della produzione di un cibo che sia rispettoso dell’ambiente e delle persone e accessibile ai consumatori su larga scala rimane aperta. Ci sembra quindi importate indagare ancor più in profondità questi squilibri e immaginare rivendicazioni e azioni per il riconoscimento del ruolo fondamentale e dei diritti di tutti i lavoratori della terra, che siano braccianti o contadini, al fine di: - Contrastare lo sfruttamento bracciantile e del lavoro dell’agricoltura contadina, favorire attività che producano cibo sostenibile da un punto di vista ambientale e sociale, accessibile a tutti e fonte di reddito necessario per una vita dignitosa di contadini e braccianti. - Analizzare e agire sulle politiche pubbliche e sulle norme che sono alla base di questi meccanismi (PAC, politiche migratorie, legislazioni sanitarie…) - Favorire una maggiore presa di coscienza da parte dei lavoratori della terra a riguardo della loro attività e dei loro diritti - Sensibilizzare i consumatori sulle diverse questioni legate alla produzione e alla distribuzione del cibo. In allegato trovate l'appello su cui si convocano piccola agricoltura e bracciantato, la convocazione del Forum di ottobre e la locandina dell'incontro di Roma. Per favorire la partecipazione delle realta' contadine, il Centro Internazionale Crocevia, nell'ambito di un piccolo progetto svolto in collaborazione con Rete Iside Onlus, mette a disposizione piccoli contributi solo per il viaggio verso i luoghi degli incontri. 


DOCUMENTO DI CONVOCAZIONE: 

Negli ultimi decenni, l’agricoltura ha visto una continua evoluzione delle forme organizzative della produzione. La tecnologia e l’innovazione hanno portato, in molti casi, ad una emarginazione del lavoro manuale in agricoltura, sostituito da un’intensa meccanizzazione e ricorso massiccio alla chimica, ma anche ad una artificializzazione delle tecniche colturali e di gestione delle risorse naturali (semi, suolo, paesaggio, acque), guidati dalla ricerca spasmodica della massimizzazione della produttività (e dei profitti). A livello nazionale e internazionale, i processi di investimenti nel settore agricolo, insieme alle politiche nazionali e ai meccanismi internazionali di cooperazione economica e commerciale, hanno portato al consolidamento di corporation transnazionali dell’agro-business, che esercitano un potere oligopolistico nell’ambito del sistema agro-alimentare, dalla produzione alla distribuzione sui mercati. Questa evoluzione del sistema segue il processo di ristrutturazione neo-liberista a livello globale, traducendosi in una diminuzione del numero delle aziende agricole e in un aumento della dimensione delle stesse. Le aziende più grandi operano nel settore a livello transnazionale, con l’obbiettivo di diminuire sempre di più i costi di produzione per massimizzare i profitti, a discapito dei diritti umani e di riproduzione sociale, in virtù delle pressioni sui salari del lavoro, sui redditi agricoli e sulle risorse naturali e sui mezzi di produzione. Sul territorio italiano, coesistono diversi modelli produttivi: da quello industriale a quello di piccola scala e/o familiare, passando per aziende di media dimensione. La diffusione di uno o dell’altro modello porta con sé conseguenze sotto diversi aspetti. Se si analizza il modello agricolo industriale si comprende facilmente la struttura in cui questo è inserito: la base è il sistema della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), la quale è formata dai grandi supermercati ed è fondata sul principio che tutti possiamo avere tutto e sempre. Dal punto di vista sociale, le aspettative lavorative si stanno abbassando sempre di più, fino ad arrivare all’accettazione di condizioni contrattuali e lavorative molto inferiori rispetto agli standard medi di pochi anni fa. In questo quadro, si inserisce anche l’azienda agricola di piccola scala o a conduzione familiare, la quale soffre molto della competizione sul mercato dei grandi produttori: nonostante esistano diversi modelli di produzione, il mercato è unico, mentre il costo dei processi produttivi cambia molto. 

I soggetti che subiscono le conseguenze di questo sistema sono due: da una parte il contadino che non ha la possibilità di vendere a prezzo equo i prodotti del proprio campo e quindi derivare un reddito adeguato dalla propria attività, dall’altra i braccianti che vengono sfruttati attraverso contratti irregolari,nessuna protezione a livello sociale e pessime condizioni di vita. L’interesse delle mafie rispetto al settore agricolo è testimoniato dalle numerose inchieste giudiziarie nell’ambito dell’import-export oltreoceano dei nostri prodotti agro-alimentari, della contraffazione, della logistica, del commercio all’ingrosso e al dettaglio, dei mercati ortofrutticoli e dei diversi passaggi che caratterizzano la filiera. Inoltre, un altro dato descrive meglio questo interesse: quasi il 50% dei beni sequestrati o confiscati alle mafie sono proprio terreni agricoli. Questo intreccio fra quadri legali e illegali, l’alternarsi di attori diversi all’interno di un sistema agro-alimentare sempre più ampio e complesso determina un’opacità dei rapporti di lavoro e delle connessioni di mercato che permette un facile sfruttamento e il drenaggio di risorse economiche importanti. C’è da sottolineare però che il solo focus su criminalità e agro-mafie oscura il ruolo dei rapporti di produzione, dunque le responsabilità del sistema produttivo e del sistema di regolazione, nazionale e sovranazionale. C’è quindi la necessità di evitare la fossilizzazione sulla questione della criminalità – seppur tenendola in considerazione – e vedere il problema come un sistema più ampio. Infatti non c’è bisogno delle infiltrazioni mafiose perché si verifichino situazioni di sfruttamento in Italia: si sta assistendo ad una trasformazione della morfologia del territorio, in cui le grandi aziende accumulano capitali, costringendo i contadini a vendere le proprie terre – soffocati da pressione fiscale, burocrazie e regole miopi e costi di produzione troppo alti – attuando una sorta di landgrabbing. Per questo motivo una trasparenza della filiera produttiva è fondamentale. La GDO e le grandi aziende transnazionali dovrebbero, ad esempio, munirsi di un’etichetta narrante, che renda disponibile a tutti le informazioni sui fornitori e sul numero dei passaggi che ci sono lungo la filiera, e che accompagni il consumatore verso una scelta consapevole basata sull’origine del prodotto. E’ importante sottolineare però come le forme di certificazione portino dei costi: bisogna quindi porre l’attenzione sul fatto che il costo di questa organizzazione di filiera non ricada poi sui piccoli produttori. L’approccio istituzionale fino ad ora si è basato, quasi esclusivamente, sulla repressione del caporalato come unico responsabile dello sfruttamento dei braccianti. 

Questo approccio di tipo repressivo ignora altre problematiche legate alle condizioni specifiche dei migranti, ma anche all’organizzazione del mercato del lavoro e soprattutto all’organizzazione del sistema agroalimentare. Leggi sull’immigrazione e politiche di asilo che determinano condizioni di estrema ricattabilità delle persone, la mancanza di un servizio di collocamento efficiente, l’assenza di un intervento strutturale del Governo sul sistema di produzione agricola, e sul sistema alimentare in generale. Infine, una seria riflessione sullo sfruttamento dei lavoratori nelle campagne non può non considerare il ruolo di politiche commerciali e di investimento a livello nazionale e sovranazionale, le quali promuovono modelli di produzione intensivi, con conseguenze economiche, sociali e ambientali estremamente negative, alla base – spesso – dei processi migratori. Un cambio nelle forme di produzione – o per lo meno un riconoscimento dei diversi modelli esistenti sul territorio – è una priorità, dal momento che ingloba diversi aspetti sociali, economici e culturali, fondamentali per la vitalità del settore agricolo italiano. delle aree rurali, sempre più soggette a processi di spopolamento, invecchiamento e dissesto idro-geologico. Il modello dell’Agricoltura Contadina rappresenta l’alternativa all'agroindustria. Si tratta di un’agricoltura di piccole dimensioni, basata sul lavoro intensivo del conduttore diretto e, prevalentemente, dei membri della famiglia o della comunità. Finalizzata alla produzione di reddito e alla riproduzione in autonomia. Il lavoro agricolo che si fonda sul rapporto di coproduzione con la natura: il rispetto delle risorse ambientali e della terra, il rifiuto di sostanze chimiche, l'auto-produzione delle sementi (dove possibile) permettono l’indipendenza, anche economica, del contadino. Si tratta di un’agricoltura che partecipa a mercati locali e realizza la vendita diretta, con un prezzo che cerca di rispecchiare i costi di produzione, finalizzato a garantire il reddito. 

Queste condizioni possono garantire trasparenza e condizioni di lavoro dignitose. Si tratta di una realtà già presente e di un’alternativa strutturale per il futuro dell'agricoltura, da rafforzare attraverso sistemi di distribuzione decentralizzati, di dimensioni ridotte e autogestito il più possibile. Questa alternativa all’attuale sistema produttivo, sostenibile, etica ed inclusiva, dal punto di vista economico e sociale, già esiste ma va protetta. Pensiamo che il riconoscimento legislativo di questo modello agricolo (http://www.agricolturacontadina.org/) possa essere un passaggio fondamentale al fine di perseguire l’eliminazione dello sfruttamento dei lavoratori agricoli e delle condizioni che vi sono alla base. La fine del ricatto lavoro/documenti di soggiorno e politiche di accoglienza per i migranti e rifugiati – i quali formano una grossa fetta dei braccianti – sono altresì importanti per garantirne il rispetto dei diritti e scelte di vita autonome. La promozione di un processo di sindacalizzazione e mobilitazione collettiva trasversale al mondo rurale, che unisca insieme lavoratori e produttori agricoli, a livello nazionale e transnazionale, sarà l’obiettivo di una strategia di azione per una via contadina. 

In questo momento al gruppo di lavoro “Bracciantato e Agricoltura Contadina” (braci@googlegroups.com) partecipano attivamente persone di: Associazione Rurale Italiana, Centro Internazionale Crocevia, Sos Rosarno, M.a.i.s. Ong, ContadinAzioni, U.S.B., Funky Tomato

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giovedì 25 agosto 2016

Ascoli Piceno, 9 settembre 2016 - "Benessere Sotto le Stelle"


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Venerdì 9 settembre 2016 dalle ore 17:00 alle ore 23:00

Chiostro Maggiore di S. Francesco ASCOLI PICENO:
"Benessere Sotto le Stelle"

Nell'ambito della manifestazione, alle ore 17.40, si tiene la conferenza di Paolo D'Arpini sul tema  "
Archetipi psichici, I Ching e  Zodiaco cinese"



Abstract della relazione:

Integrati dal sistema elementale, fondamentalmente due sono gli indirizzi culturali della Cina, il Confucianesimo ed il Taoismo, la via della correttezza e la via della spontaneità. Ricettacolo di questi due aspetti sociali è il Libro dei Mutamenti, cioè l’I-Ching, uno dei saggi testi più antichi dell'umanità. In esso sono integrati diversi commenti di Confucio e di Lao Tze, nonché considerazioni più tardive di matrice Chan (Meditazione Buddista). All'I-Ching sono riconducibili anche i basilari archetipi psichici dello zodiaco cinese e i due aspetti dello Yin e dello Yang, il Femminile ed il Maschile, la Tenebra e la Luce, la Terra ed il Cielo. 

La spontanea e naturale interazione degli opposti, in continuo movimento, descritta nell'I-Ching, è lo stesso del greco "Panta rei os potamòs" (tradotto come ‘Tutto scorre come un fiume’), il celebre aforisma attribuito ad Eraclito, vissuto contemporaneamente al saggio Lao Tze. Ma anche nel ‘Libro dei Proverbi’ di Salomone si inneggia allo sposalizio del Cielo con la Terra, alla congiunzione degli opposti ... il serpente che si morde la coda ... come miracolo delle polarità che si integrano, dei due che sono uno, della dolcezza di un cuore di donna che acquieta l'aggressività dell'uomo...  

E' questa l'intelligenza che guida la Natura in ciò che oggi chiamiamo ‘evoluzione’, che ha fatto dire a Leone Tolstoi: "Se un uomo vuole aiutare il mondo, non deve pensare di fuggire dal mondo. Deve imparare a conoscerlo e a vivere in esso, diventando un'oasi, un rifugio per chi è alla ricerca della propria anima". Ed è proprio cercando di ritrovare la comprensione della nostra vera natura e del corretto agire nel mondo.  Con l'aiuto dei principi fondamentali del Libro dei Mutamenti (I Ching) è possibile realizzare nella maniera più completa le facoltà interiori dell'uomo. Questa possibilità è fondata sul fatto che l'uomo ha in sé facoltà simili al Cielo e alla Terra, in quanto egli è un micro-cosmo. 

Poiché nel Libro dei Mutamenti sono riprodotte le leggi di Cielo e Terra esso fornisce gli strumenti per coltivate la propria natura intrinseca, cosicché le più intime qualità buone possano dispiegarsi. In particolare due cose vengono prese in considerazione: la saggezza e l'operare, l'intelletto e la volontà. Quando intelletto e volontà sono centrati nel modo giusto anche la vita emotiva giunge alla giusta armonia.  

Per analogia mi piace ricordare gli eventi e gli episodi leggendari della vita del grande maestro Taoista, Zhuang Zi, vissuto realmente nel III secolo a. C, ed autore del "Libro del fiore del sud". Un esempio di comportamento nobile che quaglia in modo perfetto con il commento di Richard Wilhelm per la sesta linea superiore dell'esagramma Lin, in cui si descrive l'atteggiamento del saggio  che ha già superato il mondo e che interiormente non ha più alcun legame con l'esistenza mondana, ma che però talora può trovarsi nella situazione di dover rientrare ancora una volta nella società, per avvicinarsi agli altri  e fornire il suo aiuto. Ciò è di grande salute per il suo prossimo, ma anche per lui questo magnanimo umiliarsi non è una macchia.  

Paolo D'Arpini - 
spiritolaico@gmail.com
Comitato per la Spiritualità Laica - Via Mazzini, 27, Treia (Mc)

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Attenzione: La manifestazione avrebbe dovuto svolgersi il 2 settembre ma in seguito al sisma che ha gravemente colpito anche Ascoli Piceno  è stata spostata al 9 settembre 2016 con le stesse modalità.


Patrocinio: Comune di Ascoli Piceno e Rete Olistica Adriatica
Organizzazione: Olis Eventi 
In collaborazione con L’Universo della Consapevolezza
Segreteria – Info: 393.2362091

mercoledì 24 agosto 2016

Linee Guida per la Valutazione di Impatto sulla Salute



Il percorso ricalca la sequenza dei processi di valutazione d’impatto già esistenti
Presentate le Linee Guida per la Valutazione di Impatto sulla Salute
Il 21 giugno 2016 sono state presentate a Roma, presso l'Auditorium del Ministero della Salute, le “Linee Guida per la Valutazione di Impatto sulla Salute” (VIS) elaborate all'interno del progetto “Tools for Health Impact Assessment - t4HIA", finanziato dal Centro per il Controllo e la prevenzione delle Malattie (CCM) del Ministero della Salute e coordinato dalla Regione Emilia-Romagna.
Nel programma sono state coinvolte 10 Regioni, una Provincia Autonoma e 3 Istituti Centrali con l'obiettivo di mettere a punto linee guida e strumenti per la valutazione degli impatti sulla salute di progetti di infrastrutture come fabbriche, centri commerciali, aeroporti, autostrade, inceneritori, impianti di gassificazione, raffinerie, centrali elettriche etc.
La legislazione nazionale prevede la Valutazione ambientale strategica (VAS) e la Valutazione diimpatto ambientale (VIA) per analizzare, valutare e governare gli impatti ambientali di nuove infrastrutture, ma l'aspetto sanitario è rimasto a lungo ignorato. La redazione di queste Linee guida tenta di colmare questa lacuna prevedendo un percorso che ricalca la sequenza dei processi di valutazione d'impatto esistenti: per certe opere minori questa nuova valutazione resta per ora volontaria mentre per altre (come raffinerie, gassificatori e grosse centrali energetiche) è già obbligatoria.
La VIS prevede una serie di fasi: la prima è di screening e consiste nel valutare, incrociando dati epidemiologici e ambientali da letteratura con l'ascolto di opinioni e conoscenze anche di natura locale, se l'opera considerata merita o meno una valutazione sanitaria.
A questa fase segue lo scoping, che deve preparare il terreno all'analisi successiva individuando il tipo di rischi possibili, l'area di riferimento e le caratteristiche della popolazione eventualmente esposta.
L'assessment è il cuore della VIS perché classifica e quantifica i rischi potenziali; considera altresì il tipo di incertezza che quasi sempre accompagna valutazioni sanitarie-ambientali di questa natura. Viene presentata al decisore perché la tenga presente quando si dovrà optare eventualmente per opere di mitigazione o possibili alternative tecnologiche, dimensionali o localizzative.
Infine il reporting presenta alla comunità la sintesi di ciò che è emerso dalla valutazione e il monitoraggio successivo.
Infine, è giusto porre l'accento sul fatto che la VIS potrebbe anche essere utile per stimare non solo gli effetti negativi, ma anche quelli positivi, derivanti dall'istituzione di nuovi parchi, aree pedonali, oppure dall'effettuazione di bonifiche e di adeguamenti tecnologici.
(Fonte: Arpat)