giovedì 23 gennaio 2020

27 gennaio e l’olocausto quotidiano…


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«Un giorno i nostri figli ci chiederanno: “Tu dov’eri durante l’Olocausto degli animali? Che cosa hai fatto per fermare questi crimini orribili?”. A quel punto non potremo usare la stessa giustificazione, per la seconda volta, dicendo che non lo sapevamo» Helmut F. Kaplan
Il 27 gennaio di ogni anno, a partire dal 1945, si ricordano le vittime dell’olocausto: ebrei, omosessuali, zingari e avversari politici che furono imprigionati nei campi di concentramento nazisti. Parecchi di loro perirono di stenti e di angherie, di esperimenti medici disumani, di fame, etc.
Quello non fu il primo olocausto e nemmeno l’ultimo, sembra infatti che l’uomo abbia la tendenza al genocidio e di tanto in tanto questo “vizio” si manifesta, contro i suoi simili scomodi da sopportare. Non voglio qui però enumerare tutti gli stermini compiuti ed in corso contro l’umanità… sarebbe un’azione politica impropria visto che molto spesso sono le stesse cosiddette “democrazie” a metterli in atto. C’è già chi provvede a fare questo lavoro di scoperchiatura dei sepolcri imbiancati e non voglio rubar loro il mestiere.
Eppure qualcosa vorrei dire. Poiché sono anch’io un democratico e vorrei tentare di salvare la categoria. Ci professiamo tutti democratici, almeno a parole, anche se, più o meno consciamente, continuiamo a tollerare il dominio di un sistema economico-culturale che nulla ha da invidiare al nazismo. C’è un razzismo quotidiano che imperversa e ci condiziona, dal linguaggio alle abitudini alimentari. Diceva un amico vegetariano, Francesco Pullia: “C’è una presunta ‘normalità’ che gronda sangue e risulta inaccettabile. Parafrasando un noto aforisma di Adorno, Auschwitz inizia ogni volta che passando da un bancone di un supermercato, dalla vetrina di una pellicceria o ci sediamo per mangiare facciamo le spallucce e diciamo che si tratta ’solo di animali’. Se si da per scontata l’esistenza di un mattatoio, non ci si può stupire o indignare degli stermini di massa che hanno infangato i secoli. Siamo circondati da migliaia di Buchenwald, Birkenau, Dachau…”
Per un senso universale di giustizia occorre ricordare, con la ricorrenza del 27 gennaio, tutte le vittime cadute per mano dell’uomo, in seguito all’accecamento dovuto ad una ideologia, ad una religione, ad una golosità… Vittime sempre innocenti, sempre mutilate e vilipese in nome di un “interesse superiore” o della ragion di stato o…. della culinaria….
Nel mondo, secondo gli ultimi dati disponibili, si allevano circa 1 miliardo e 300 milioni di bovini, 2 miliardi e 700 milioni di ovini e caprini, 1 miliardo di suini, 12 miliardi di polli e galline e altro pollame. Solo di bovini, ogni anno in Italia si macellano circa 4.700.000 animali. Ci troviamo in un mondo dove nessun politico parla degli animali massacrati tutti i giorni a milioni, dove i segnali di madre natura non vengono ascoltati nonostante i suoi continui avvertimenti…
Il menefreghismo e l’ignoranza penso siano i nostri veri nemici ma sono convinto che dobbiamo aprire gli occhi a più persone possibili, dobbiamo smetterla con l’olocausto continuato. Cominciando dal rifiuto personale all’essere compartecipi dello sterminio a cui vengono sottoposti i nostri “fratelli minori” e delle sue conseguenze sul nostro modo di vivere e sul nostro pianeta. Forse solo allora potremo sperare in un vero cambiamento per una società che possa vivere in armonia con animali e natura senza odio, guerre, razzismo… un razzismo che comincia a tavola!
Alcuni potranno scandalizzarsi del mio paragone sugli stermini compiuti contro l’umanità rispetto a quelli verso il mondo animale… ma, pensiamoci bene, non è anch’esso un animale l’uomo? Non siamo noi tutti umani animali, definiti evoluti, che in seguito alla nostra presunta “intelligenza” siamo stati in grado di dominare tutte le altre e la nostra stessa specie? Non siamo noi animali che assoggettano tutto ciò che è vivo, che usano con mercimonio altri esseri umani e non umani, che distruggono l’habitat e gli elementi, che cancellano dalla loro coscienza l’appartenenza comune alla vita? Sì, siamo animali…. che hanno cancellato la memoria!
Paolo D’Arpini
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Rete Bioregionale Italiana - bioregionalismo.treia@gmail.com

mercoledì 22 gennaio 2020

Bioregionalismo, primitivismo o rispetto per la vita?


Bologna, 19 gennaio 2020 - Incontro con Enrico Manicardi

Già da tempo mi ero interessata, e con me Paolo (anzi, lui più di me) al lavoro di Enrico Manicardi, studioso e fautore di un ritorno al primitivismo, un'ipotesi di vita ecologista discussa anche nel  contesto del Bioregionalismo. (*) Inoltre, anni fa,  Paolo aveva pubblicato un paio di recensioni del libro "Liberi dalla civiltà" (**) ad opera di Roberto Anastagi, compianto amico di penna. 
Recentemente avevamo saputo di un  previsto intervento di Manicardi, con conferenza, a casa dell'amico Pietro Rossi  di Montecorone. Ci eravamo interessati e saremmo voluti andare ma l'indomani io mi dovevo operare il primo occhio di cataratta, il tempo era incerto, il buio spaventoso per la mia vista scadente, soprattutto in orario notturno e così, a malincuore, avevamo desistito.

Con Enrico ci eravamo comunque sentiti per telefono, e lui era stato molto gentile, offrendosi anche, ove possibile, di passarci a prendere con la sua auto (ma poi non era stato possibile). La conferenza a Montecorone  c'era stata e credo, a detta di Pietro, che abbia avuto un discreto successo, gli intervenuti erano stati numerosi. Certo, l'auditorio, non dico fosse selezionato per l'argomento, ma senz'altro, conoscendo Pietro e il suo entourage, era tendenzialmente portato verso il primitivismo, composto cioè da persone poco portate alle formalità, agli orpelli, legato ad una vita semplice, in natura, con l'uso minimo di tecnologia (automobili condivise, uso dei piedi per spostarsi, poco o nullo uso del cellulare, libertà di espressione nella casa di mezzo (alla gestione della quale chi vuole può contribuire secondo le sue possibilità), uso minimo della moneta preferendo lo scambio di beni e servizi, etc.). In poche parole l'ambiente della conferenza rappresentava un tentativo di ricreare una società fuori dalla civiltà. Come appunto preconizzato da Enrico Manicardi.

A seguito  di quell'incontro   ci eravamo sentito al telefono,  io e Manicardi,  e mi era parso interessato a conoscerci in quanto membri della Rete Bioregionale Italiana, per cui ci eravamo ripromessi di incontrarci in una futura occasione. E l'occasione si è presentata  dopo pochi giorni. Come già preannunciato dallo stesso Enrico la stessa "conferenza" sarebbe stata tenuta a Bologna,  il 19 gennaio 2020. Andare a Bologna per noi vecchi sedentari è un po' disagevole, ma siamo stati benedetti dalla volontà di partecipare alla conferenza, prima di Maria, la bifolca, poi, su nostro invito, di Peppino, che ci ha condotto a destinazione quasi senza nessun intoppo, tranne un piccolo errore di percorso dovuto a uno scarso studio della strada e dalla tardiva accensione del navigatore (volevamo fare con poca tecnologia).

Sapevamo l'indirizzo  di Bologna ma non sapevamo che tipo di locale fosse  la sede della conferenza: una sala pubblica o privata? In realtà si trattava della cantina  (allestita alla meglio  per incontri) di una casa privata. Nella concitazione dell'evento la padrona di casa si era chiusa fuori dall'appartemento per cui c'è stato un qualche ritardo nell'inizio dell'attesa conferenza, nell'attesa dei vigili del fuoco,  ma tutto sembrava  rientrare nello spirito "primitivista" della condivisione di un evento nel quale ci siamo sentiti molto coinvolti e partecipi.

Le persone presenti, oltre all'amico Pietro e alla sua amica Roberta e noi 4 summenzionati (io,Paolo, Maria e Giuseppe) erano persone semplici, di mezza età (beh, più giovani di noi ma non di molto), di probabile esperienza ecologista  e con uno spirito alternativo. Probabilmente molti o tutti avevano (avevamo) già un'idea di cosa si sarebbe parlato. Tutti eravamo  in sintonia sulla valutazione del mondo in cui viviamo,  troppo tecnologico, troppo innaturale, troppo condizionato da una politica malsana, troppo finanziarizzato, troppo militarizzato, in una parola, per gli esseri umani che ci vivono, poco libero e sicuramente disumano.




E così Enrico ha cominciato la sua conferenza, snocciolando, leggendoli da un grande quaderno che teneva davanti, una serie infinita di dati, segno che il problema l'aveva studiato e approfondito. Ha detto, praticamente che l'uomo negli ultimi 10.000 anni ha creato un sistema che l'ha reso schiavo e,complessivamente infelice, mente nei 3.000.000 di anni precedenti, quando era cacciatore e raccoglitore viveva "sereno e beato" (questa la sua ipotesi). Senza proprietà privata e quindi senza scontri fra gli individui, senza invidie, senza soprusi, senza guerre...

Già a metà conferenza mi è sorta una domanda (e forse non solo a me). Dopo aver chiesto se e quando farla, ho atteso la fine del discorso e poi l'ho espressa: "se l'uomo era stato così bene per i primi 3.000.000 di anni, perché a un certo punto ha deciso di cambiare sistema, diventando da raccoglitore-cacciatore che era, agricoltore e allevatore?" Certo che in questo processo che ha dato origine alla proprietà privata sono seguiti l'avidità, il senso di possesso, il furto, e la necessità di avere braccia per coltivare la terra e custodire la proprietà, la necessità di avere una donna per la riproduzione, una donna di cui essere certi che i figli da lei partoriti fossero proprio dell'uomo interessato e che mantenessero il patrimonio, da qui la formazione del  patriarcato e l'istituzione del matrimonio.

Insomma, ovvio che questo cambio di indirizzo sarà stato un processo molto  lungo. Forse  l'uomo (e la donna), data la difficoltà di reperimento del cibo,  si saranno stancati di vagabondare alla ricerca di frutti da raccogliere e di animali da catturare ed avranno valutato l'opportunità di stabilirsi in un luogo e di farne la propria casa, iniziando così la stanzializzazione e la costruzione di città e villaggi. Avranno trovato in questo una facilitazione di vita. Si saranno potuti organizzare per coltivare e allevare quello di cui avevano bisogno, nonché di produrre utensili, attrezzi, abiti, etc, e  di avere figli, tanti o pochi che fossero e di poterli accudire più comodamente invece di portarseli sempre in spalla col pericolo di essere attaccati da fiere che se li potevano sbranare. Si saranno stabiliti prima dentro a delle grotte naturali, poi avranno cominciato a costruire capanne di paglia, di fango, di legno. E così via.

Un'altra cosa che ho chiesto è stata: se è vero che prima dell'inizio della civiltà, Manicardi aveva parlato di  pochi milioni su tutta la Terra,  mentre  ora siamo arrivati a 7 miliardi e mezzo di individui, allora è pensabile che riusciamo (ammesso che lo vogliamo), ritornare a quello stato? Oltre ad essere smisuratamente aumentati di numero abbiamo occupato, sulla Terra, tutti i territori tranne forse quelli permanentemente ricoperti di ghiaccio e, senza civilizzazione, ad esempio senza una certa tecnologia per essere in grado di fabbricarci abiti, abitazioni e suppellettili,  non l'avremmo potuto fare.... ora chi è che vuole tornare indietro? Soprattutto in considerazione dell'inquinamento a cui la Terra è stata sottoposta, l'avvelenamento delle acque, la desertificazione di ampie aree, etc.?

Se c'è una soluzione questa, secondo me, come la civilizzazione è stato un processo, la soluzione potrà essere un altro processo inverso che potrà avvenire solo se l'uomo si renderà conto di alcune cose (ed altre ancora):
1) in un ambiente inquinato si vive male, la salute (anche se la vita media è aumentata) ci rimette,
2) in un ambiente dove la tecnologia la fa da padrona, l'uomo è portato a non essere più in grado di svolgere le attività e le funzioni necessarie per la sopravvivenza (cioè per la vita),
3) in un ambiente dove la finanza e l'economia hanno un peso così disumanizzante non c'è più tempo e modo per rapporti umani degni di questo nome.

Riassumendo queste questioni in maniera semplice, vivere in un ambiente sano, in mezzo ad altri individui privi di egoismo e senso di possesso materiale oltre l'indispensabile per sopravvivere, con gli strumenti semplici che ci facilitino la vita senza provocare disastri ecologici e senza privarci dell'uso delle nostre capacità innate porrebbe essere un bel sistema di vita.

Civiltà secondo me non vuol dire necessariamente egoismo e distruzione, l'uomo deve fare quel passo successivo, dopo aver provato l'ubriacatura del potere e del possesso, per capire che solo una vita solidale e collaborativa con gli altri esseri umani, con gli altri viventi e con la natura può essere vissuta degnamente. E questo per me è quello a cui la civiltà deve portare.

Caterina Regazzi  - Rete Bioregionale Italiana

martedì 21 gennaio 2020

OMS. Acqua potabile con microplastiche aggiunte

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La presenza di microplastiche in acqua potabile pone la questione degli eventuali relativi rischi per la salute umana in rapporto all’esposizione.
L’Organizzazione mondiale della sanità a tal proposito ha pubblicato un primo resoconto, un tentativo di porre le basi di una ricerca indirizzata verso l’osservazione di acqua potabile imbottigliata e da rubinetto.
I rischi potenziali sono da imputare alle stesse microparticelle, ma anche a prodotti chimici come additivi e derivati dal degrado delle medesime ed infine a batteri che possono colonizzare i microframmenti strutturando il noto “biofilm”.
Le microplastiche sono ubiquitarie nell’ambiente e questo è un fatto certo. Com’è intuibile il rapporto OMS stima che ci siano una miriade di vie di trasporto in acqua dolce, di cui le più significative sono
  • il deflusso superficiale,
  • l’efflusso di acque di scarico in generale,
  • il deposito atmosferico diretto.
Nell’acqua confezionata una piccola parte delle microplastiche proviene dal trattamento di purificazione stessa e dall’imbottigliamento.
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Non è possibile per il momento descrivere danni alla salute da ingestione di microplastiche da acqua potabile, perché non esistono ancora studi effettuati sull’uomo, bensì solo pochi eseguiti su animali, ma ad una concentrazione molto alta e quindi poco sovrapponibili alla situazione umana.
Inoltre le microparticelle offrono all’adesione di germi un’area troppo piccola, per cui l’eventuale biofilm batterico risulta piuttosto scarso e quindi irrilevante rispetto, per esempio, alle eventuali infestazioni idriche da deiezioni umane e animali.
Le direzioni verso cui il report propone di volgere la ricerca sono fondamentalmente due:
  • affinare il reperimento e la successiva rimozione di microplastiche dall’acqua potabile, usando tecniche che permettano la selezione di particelle sempre più piccole, nell’ordine del nanometro;
  • incentivare gli studi che osservino le eventuali conseguenze sulla salute, quindi le malattie correlate ad ingestione di microplastiche bevendo acqua, sempre che ce ne siano.
Testo di Alessia Marcocci
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(Fonte: Arpat)

lunedì 20 gennaio 2020

8 di coppe e pioggia paradossale... a Pescara


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Pescara, 19 gennaio 2020 - Giornata piovigginosa, non fredda, come ogni domenica sono andato sulla spiaggia a passeggiare e mi sono incontrato con il solito gruppo di amici che gioca al calcio. Alla fine della partita sotto la pioggerellina fine della perturbazione atlantica ci siamo fermati un po' a parlare e uno di noi ha tirato fuori la storia del paradosso comma 22: quando si è militari e si fa la domanda per essere esonerati dal servizio dichiarando di essere pazzi, la domanda non viene accettata perché ne siamo consapevoli e se siamo consapevoli non siamo pazzi...

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Derivato dall'antico paradosso di Epimenide:
"La frase seguente è vera. La frase precedente è falsa".


Il paradosso riguarda un'apparente possibilità di scelta in una regola o in una procedura, dove, in realtà, per motivi logici nascosti o poco evidenti, non è possibile alcuna scelta e vi è solo un'unica possibilità. Nella lingua inglese viene citato, di solito, con il significato di circolo vizioso.

Usciamo di casa chiudiamo la porta dietro di noi e scopriamo di avere lasciato le chiavi della macchina in casa e che le chiavi di casa sono nella macchina chiusa a chiave.
Come cercare in una stanza al buio qualcosa che non c'è.
Se chiudiamo gli occhi e tutto quello che vediamo sarà nostro!

Sulla strada del ritorno vedo da lontano un capannello di persone con il camion dei pompieri parcheggiato nei paraggi con il lampeggiante acceso, una lunga scala appoggiata a un grande albero di pino e un pompiere in cima con altri tre  pompieri che reggono la scala, cercano di recuperare un gatto nero che si era rifugiato sul grosso pino. 

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Una donna preoccupata, lo chiama: "Mia... Mia... Mia!" 
Il gatto è passato tra i rami su un altro albero così pure i pompieri hanno cambiato appoggio e alla fine scuotendo il ramo, il gatto è precipitato dall'altezza di una decina di metri, anche se caduto in piedi è subito fuggito via terrorizzato, commenti tra i passanti! Poi mi sono avviato verso casa. Era la prima volta che assistevo al classico salvataggio del gatto sull'albero. 

Sulla spiaggia ho trovato una carta fortunata: la donna, l'otto di coppe, simbolo di saggezza, fiducia, armonia... amore.

Ferdinando Renzetti

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ferdinandorenzetti@libero.it

sabato 18 gennaio 2020

Margherita Hack: "...c'è qualcuno là fuori?" - Fantarcheocologia extra-bioregionale, da Pescara a Teotihuacan, con Ferdinando Renzetti


C'è qualcuno là fuori?: Alla ricerca della vita extraterrestre. Le indagini della scienza e gli inganni della fantarcheologia di [Domenici, Viviano, Hack, Margherita]

Da Pescara ...risalito sulla navicella,  la solita punto bordò del 1994, mi accingo a un nuovo viaggio interplanetario seguendo il libro di Margherita Hack che scrive in "c'è qualcuno là fuori?", oltre i confine del sistema solare, all’estremo della nostra galassia, nello spazio intergalattico? 

Considerando l’esperienza e i dati osservati, potremmo concludere che nell’universo siamo soli, eppure da parecchi millenni gli uomini popolano il cielo di figure bizzarre, omini verdi e dischi volanti che cambiano aspetto a seconda della cultura e del gusto dell’epoca. 

Per i sostenitori della fantarcheocologia extra-bioregionale, poi, l’inseguimento dei nostri fratelli spaziali è un ossessione che ha portato a vedere ”prove” del passaggio di alieni sulla terra tra i graffiti delle caverne o le figure scolpite su antichissimi monumenti: nelle loro congetture, tanto suggestive quanto strampalate, gli extraterrestri avrebbero eretto piramidi un po ovunque, dall’Egitto al Messico costruito le enormi statue dell’isola di pasqua e trasmesso ai nostri antenati i rudimenti della civiltà. 

Questa la voce rassicurante della scienza sentiamo ora che hanno da dire i fantarcheologi o fantastronomi o fantaecologisti del sincronario galattico delle 13 lune di PAN Italia - Rete d’arte Planetaria si apprende che: a Teotihuacan c'è un tempio di cui non si sa nulla: è il tempio detto della Mica o degli Specchi; non solo non è accessibile al pubblico, è completamente ignorato da tutte le mappe e planimetrie del sito. Le uniche tracce della sua esistenza si indovinano a fatica su vecchie foto aeree in bianco e nero e vecchi disegni del sito, quando le strutture di Teotihuacan erano ancora ricoperte dalla vegetazione. 


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All’inizio del secolo scorso a Teotihuacan, sia nella piramide del sole che in una sala sotterranea del tempio degli specchi, distante un chilometro, gli archeologi hanno rinvenuto grandi quantità di mica, che funge da rivestimento per il pavimento e per il soffitto. 

Lo stesso tunnel sotterraneo, che congiunge il tempio della mica alla caverna che si trova sotto la piramide del sole (anche l’accesso a questa via sotterranea è interdetto) con diverse intercapedini secondarie, è interamente rivestito di mica. è stato stabilito con certezza che le lastre di mica utilizzate a Teotihuacan provengono dal Brasile, 5000 Km a sud. la mica lega metallica naturale, è ancor oggi un materiale prezioso e ricercato dall’industria per le sue proprietà di isolante elettrico e termico (alcune varietà resistono alla temperatura di 900°). 

La NASA, ad esempio, utilizza la mica sul rivestimento esterno degli shuttle per far deflettere il calore prodotto dall’attrito nel momento del rientro in atmosfera. con la nostra tecnologia odierna siamo in grado di produrre lastre di mica di 50 centimetri quadrati, mentre le piastrelle presenti a Teotihuacan misurano 2 metri quadrati. un archeologo tedesco, che poté accedere al tempio della mica, riferisce di una luce abbagliante all’interno del sito, provocato o riflessa da una miriade di specchi o da pareti talmente lucide da sembrare specchi. 

Ora lasciamo i misteri del pianeta e rinfranchiamoci con qualcosa di caldo e buono. 
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I mokaia e altri popoli pre-olmechi conoscevano il cioccolato fin dal 1900 A.C. i grani di cacao theobroma fermentati, tostati e macinati, venivano poi consumati sotto forma di bevanda calda. Gli aztechi credevano che fosse un dono di quetzalcoat, dio della saggezza. i semi di cacao erano considerati molto preziosi e venivano impiegati come merce di scambio (insieme a conchiglie, piume coloraste di uccelli…) la bevanda “xocoatl” aveva poteri afrodisiaci e tonificanti, e veniva spesso usata durante rituali e cerimonie.

Ferdinando Renzetti  

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ferdinandorenzetti@libero.it

mercoledì 15 gennaio 2020

Helmy Abouleish racconta l'uomo, la terra, la religione e l'economia dell'amore

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Un comune interesse per la terra e per l’uomo come terreno di incontro al di là dei differenti orientamenti religiosi. Economa dell'Amore e l’esempio di Sekem in un contesto interreligioso, visto l’assetto sociale sempre più multiculturale che tiene conto della società nel suo insieme: persone, ambiente, valori culturali e religiosi. Queste caratteristiche sono da rintracciarsi nella “economy of love” cuore pulsante di Sekem, la comunità agricola sorta 40 anni fa sulle dune del deserto egiziano. 

Economy of love significa garantire ad ogni individuo coinvolto nella produzione del valore un equa parte del profitto creato e anche dare la possibilità indipendentemente dalla sua etnia e fede religiosa di sviluppare il potenziale individuale e potersi esprimere liberamente.

Helmy Abouleish racconta la nascita di Sekem a partire dalla visione di suo padre Ibraim: realizzare nel cuore del deserto egiziano una comunità agricola basata sulla biodinamica e ispirata all’antroposofia, nella quale le forme sociali riflettano la dignità umana e l’attivita economica venga condotta con principi etici ed ecologici. In 40 anni, nel mezzo di un tessuto sociale disgregato e di una realtà geografica non facile, questo sogno si è realizzato. E la comunità si è data un nuovo sogno, un paese, l'Egitto, in cui l’agricoltura biologica sia sempre più diffusa, completamente autosufficiente per quanto riguarda le risorse idriche, con una biodiversita di colture vegetali stabilizzata e imprese commerciali che praticheranno l’economia circolare...

...Nel mio solito giro pomeridiano di erranza urbana in cerca di spunti notizie e immagini percorro la strada parco dove un tempo c'era la ferrovia, ora enorme corridoio verde. Dopo una lunga passeggiata mi imbatto in un punto vendita di NaturaSi, e subito mi ci infilo in cerca dell'ottimo zenzero peruviano e del giornale Cuore Bio magazine. Tornato sulla mia via, mentre cammino, inizio a scorrere velocemente, diverse volte, il giornale e per gioco inizio a contare le parole che vi si ripetono maggiormente, leggo 12 volte la parola bio, otto volte sostenibilita, quattro volte resilienza. Parole un tempo poco usate, oggi invadono continuamente il nostro campo semantico: bio- e -bio [dal gr. -βίος «che vive»]. Primo e secondo elemento di composti dotti derivati dal greco o formati modernamente (come biologia, biogenesi, aerobio, microbio, ecc.), nei quali significa «vita», «essere vivente», «che vive» e simili.


Una ventina di anni fa mi è capitato di seguire alcune lezioni e seminari di Enzo Tiezzi autore del libro “Tempi Storici Tempi Biologici”. Ricordo che in una di queste lezioni spiegò che il termine sostenibilità deriva dal termine inglese “sustain” il pedale del pianoforte che serve a sostenere la nota nel tempo. Lo stesso concetto guida un progetto ecologico che diventa sostenibile quando appunto sostenuto nel tempo come una nota musicale e si può considerare riuscito, quando dopo un po di anni inizia a funzionare senza più il sostegno esterno, come si dice a camminare con le proprie gambe.


La parola resilienza deriva dalla fisica meccanica e in particolare dai nuovi materiali come la gommapiuma che appunto quando riceve la spinta di una forza, prima la assorbe e poi pian piano torna alla sua condizione originaria, questa qualità o capacita di assorbimento è detta resilienza di un materiale.

Altra parola molto ricorrente nel giornale è biodinamica; composta da bios, vita, essere vivente, che vive e dinàmica s. f. [dall’agg. dinamico]. l’insieme degli aspetti che esprimono movimento, sviluppo, vigore. A tal proposito mi viene in mente anche un altra parola composta: omeodinamica; omeo, primo elemento di composti della terminologia scientifica, nei quali significa ‘simile’, quindi omeodinamica: stesso movimento o movimento simile. E’ un termine che uso spesso per definire alcune sculture volatili appese qua e là nel mio laboratorio, composti di legnetti e pezzi di bambù con dei fili che li fanno muovere; a chi mi chiede a che servono, rispondo che producono energia omeodinamica, nello stesso movimento come l’ aria con aria, l'acqua con l'acqua, la terra con la terra, il fuoco con il fuoco. Scherzando mi piace aggiungere che non servono a niente anche se a volte li uso pure per praticare massaggi omeodinamici sui chakra.

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Mentre penso tutto questo continuo a sfogliare il giornale, guardando e leggendo alcuni articoli, in particolare: economy of love: uomo terra religione, un comune interesse per la terra e per l’uomo come terreno di incontro al di là dei differenti orientamenti religiosi e l’esempio di Sekem in un contesto interreligioso visto l’assetto sociale sempre più multiculturale che tiene conto della società nel suo insieme: persone ambiente valori culturali e religiosi. 

Queste caratteristiche sono da rintracciarsi nella economy of love, cuore pulsante di Sekem, la comunità agricola sorta 40 anni fa sulle dune del deserto egiziano. Economy of love significa garantire ad ogni individuo coinvolto nella produzione del valore un equa parte del profitto creato e anche dare la possibilità indipendentemente dalla sua etnia e fede religiosa di sviluppare il potenziale individuale e potersi esprimere liberamente. Economy of love è stato il tema del convegno che si è tenuto a Bologna il 16 novembre e che ha permesso a ciascuno dei relatori di portare la propria esperienza e la propria sensibilità umana e religiosa in un ambito quantomai attuale: l’instaurazione di un nuovo concetto di economia rivolta con intenzioni chiare e sincere al bene della terra e al bene dell’uomo. 

Questi principi sono strettamente collegati alla concezione islamica dei rapporti tra gli uomini stessi che si fondano su giustizia solidarietà ed equa distribuzione delle risorse. Nella concezione islamica l’uomo viene visto come custode, dio manda l’uomo sulla terra con il compito di custodirla, la terra è il nostro spazio comune e lo spazio che tutti noi condividiamo in quanto creato da Dio.

Helmy Abouleish responsabile di Sekem è intervenuto raccontando la nascita di Sekem a partire da una visione di suo padre Ibraim: realizzare nel cuore del deserto egiziano una comunità agricola basata sulla biodinamica e ispirata all’antroposofia, nella quale le forme sociali riflettano la dignità umana e l’attività economica venga condotta con principi etici ed ecologici. In 40 anni, nel mezzo di un tessuto sociale disgregato e di una realtà geografica non facile, questo sogno si è realizzato. e la comunità si è data un nuovo sogno, un paese l’Egitto in cui l’agricoltura biologica sia sempre più diffusa, completamente autosufficiente per quanto riguarda le risorse idriche, con una biodiversità di colture vegetali stabilizzata e imprese commerciali che praticheranno l’economia circolare...

Per realizzare questi propositi, spiega Helmy, vogliamo prima comprendere la differenza tra due diversi tipi di futuro: il futurum e l’adventum. Il futurum è il futuro nel senso più classico del termine, quello che si prospetta a partire dai presupposti del presente. La visione di Sekem è invece animata da un futuro diverso, ciò che viene chiamato adventum: che vuole avvenire e che si muove verso il presente e che dentro di noi vogliamo essere pronti ad accogliere affinché si realizzi... un sistema diverso da quello attuale è possibile citando Nelson Mandela: tutto sembra impossibile finché non si realizza.

Un esempio quello di Sekem che riflette serenità e fiducia e che colpisce per l’aspetto sociale e spirituale della comunità, per l’attenzione rivolta alle persone e si è ricordato come nell’economia si possa realmente esercitare l’amore perché l’economia è ambito concreto dove si coltivano i rapporti umani, all’interno delle organizzazioni e anche attraverso un giusto e corretto uso del denaro. e si è evidenziato come mettere insieme economia e amore sia una sfida bellissima perché se l’economia non sta con l’amore diventa disumana e quindi molto pericolosa. Sekem non è soltanto l’esempio di qualcosa che si può fare e ci aiuta anche a coltivare dappertutto quei frutti di incontro e di fraternità che sono indispensabili altrimenti si rischia che vinca il deserto. e perché continua a farci sognare.

Ferdinando Renzetti - ferdinandorenzetti@libero.it



“La libertà è la pratica di una fantasia senza limiti all'interno delle restrizioni imposte dal potere” (Alejandro Jodorowsky)

"The European Environment" - L'Agenzia europea per l'ambiente fa il punto anche sui trend in atto e sulle prospettive


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Il rapporto sullo stato dell'ambiente in Europa
È stato pubblicato dall'Agenzia Europea per l'Ambiente il rapporto "The European Environment - state and outlook 2020. Knowledge for transition to a sustainable Europe" (SOER 2020).
La relazione contiene una valutazione generale dell’ambiente in Europa per sostenere la governance e informare l’opinione pubblica. Si tratta di un corposo documento di circa 500 pagine che analizza in modo molto dettagliato, con dati e considerazioni relativi alle diverse tematiche ambientali, fornendo anche interessanti indicazioni riguardo ai trend in atto ed agli scenari attesi.
SOER 2020 è articolato in quattro parti: la presentazione del contesto globale che delinea lo sviluppo europeo (parte 1), le tendenze e le prospettive ambientali e settoriali europee (parte 2) e i fattori che limitano o favoriscono i cambiamenti profondi (parte 3). La parte 4 chiude la relazione con riflessioni su come l’Europa possa spostare la sua traiettoria e realizzare un futuro sostenibile.
Considerando la visione a lungo termine dell’Europa, secondo il SOER 2020, è evidente che l’Europa non sta compiendo progressi sufficienti nell’affrontare le sfide ambientali: le politiche sono state più efficaci a ridurre le pressioni ambientali che a proteggere la biodiversità e gli ecosistemi, la salute e il benessere degli esseri umani. Nonostante i successi della governance ambientale europea, permangono problemi costanti e le prospettive per l’ambiente in Europa nei prossimi decenni sono scoraggianti (vedi tabella a seguire).
L’Europa non è a buon punto nel raggiungimento del suo obiettivo complessivo di arrestare la perdita della biodiversità entro il 2020.
La riduzione dell’inquinamento ha migliorato la qualità dell’acqua, ma l’UE è ben lontana dal raggiungere entro il 2020 condizioni ecologiche buone per tutti i corpi idrici. L’acqua potabile e balneabile è generalmente di alta qualità in tutta Europa. Tuttavia, persistono i problemi in alcune aree e le prospettive sono preoccupanti. Ad esempio, alcune sostanze chimiche persistenti e mobili resistono nonostante il trattamento avanzato dell’acqua potabile.
Nonostante la diminuzione di inquinanti atmosferici, circa il 20 % della popolazione urbana dell’UE vive in aree esposte a concentrazioni di inquinanti atmosferici superiori ad almeno uno standard di qualità dell’aria dell’UE. L’esposizione al particolato fine è responsabile di circa 400.000 decessi prematuri in Europa ogni anno e i paesi dell’Europa centrale e orientale ne sono colpiti in modo sproporzionato.
La salute e il benessere degli esseri umani sono ancora influenzati da rumore (vedi grafico a seguire), sostanze chimiche pericolose e cambiamenti climatici.
L’accelerazione dei cambiamenti climatici sarà probabilmente associata a un aumento dei rischi, in particolare per i gruppi vulnerabili. Gli impatti possono derivare da ondate di caldo, incendi boschivi, inondazioni e alterazioni nella larga diffusione di malattie infettive. Inoltre, i rischi ambientali per la salute non incidono su tutti allo stesso modo e vi sono notevoli differenze locali e regionali in Europa in termini di vulnerabilità sociale ed esposizione ai pericoli per la salute di origine ambientale.
In generale, le prospettive di ridurre i rischi ambientali per la salute e il benessere sono incerte. I rischi sistemici per la salute sono complessi e vi sono importanti lacune e incertezze nella base di conoscenza.
La persistenza delle principali sfide ambientali è riconducibile a svariati fattori correlati. In primo luogo, le pressioni ambientali rimangono notevoli nonostante i progressi compiuti nel ridurle. L’andamento dei progressi ha anche subito rallentamenti in alcune aree importanti, come le emissioni di gas serra, le emissioni industriali, la produzione di rifiuti, l’efficienza energetica e la quota di energia rinnovabile. Ciò implica l’esigenza di andare oltre i miglioramenti incrementali dell’efficienza e di rafforzare l’attuazione delle politiche ambientali per sfruttarne appieno i vantaggi.
Forse il fattore più importante alla base delle persistenti sfide ambientali e di sostenibilità dell’Europa è che queste sono indissolubilmente legate alle attività economiche e agli stili di vita, in particolare ai sistemi sociali che forniscono agli europei mezzi primari come cibo, energia e mobilità. Di conseguenza, l’uso delle risorse e l’inquinamento da parte della società sono legati in modo complesso a posti di lavoro e retribuzioni lungo la catena del valore, a importanti investimenti in infrastrutture, macchinari, competenze e conoscenze, a comportamenti e stili di vita nonché a politiche ed enti pubblici.
Nel loro insieme, le analisi presentate nelle prime tre parti del SOER 2020 evidenziano la persistenza, la portata e l’urgenza delle sfide che l’Europa deve affrontare. Il raggiungimento della visione di sostenibilità per il 2050 da parte dell’UE è ancora possibile, ma il carattere e l’ambizione delle azioni dovranno cambiare.
Ciò significa sia rafforzare gli strumenti consolidati delle politiche sia basarsi sugli stessi con approcci alla governance nuovi e innovativi. Attingendo agli approfondimenti presentati nella relazione, la parte 4 individua una serie di aree importanti in cui è necessario agire per consentire le transizioni:
  • Rafforzare l’attuazione, l’integrazione e la coerenza delle politiche;
  • Sviluppare quadri politici a lungo termine più sistemici e obiettivi vincolanti;
  • Dirigere l’azione internazionale verso la sostenibilità;
  • Promuovere l’innovazione nella società;
  • Aumentare gli investimenti e riorientare la finanza;
  • Gestire i rischi e garantire una transizione socialmente equa;
  • Collegare la conoscenza all’azione.
Il raggiungimento degli obiettivi dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e dell’accordo di Parigi richiederà un’azione urgente in ciascuna di queste aree nei prossimi 10 anni. Per intenderci, l’Europa non raggiungerà il suo obiettivo di sostenibilità basata sul «vivere bene entro i limiti del nostro pianeta» semplicemente promuovendo la crescita economica e cercando di gestire gli effetti collaterali dannosi con strumenti di politica ambientale e sociale. Piuttosto, la sostenibilità deve diventare il principio guida per politiche e azioni ambiziose e coerenti in tutta la società. Per favorire profondi cambiamenti occorrerà che tutte le aree e tutti i livelli di governo lavorino insieme e sfruttino l’ambizione, la creatività e il potere di cittadini, imprese e comunità.
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(Fonte: Arpat)