lunedì 22 maggio 2017

Bioregionalismo e cambiamenti necessari per il mantenimento della vita sul pianeta

I cambiamenti in atto sono tanti e sono sotto gli occhi di tutti noi: le persone, forse complice anche la crisi, (che non è una parola con un significato negativo, ma appunto una parola che sottintende la necessità di aggiustamenti), sono più attente ai consumi, specie a quelli alimentari, ma non solo. C'è un settore in forte crescita, che è quello del biologico. Le persone hanno voglia di dedicare più tempo e più risorse a procurarsi un cibo che sia più in sintonia con l'organismo umano e con l'ambiente.
Cambiamenti per una vita bioregionale

Cambiamenti per una vita bioregionale

Nei decenni del boom economico avevamo imparato che potevamo avere cibo di tutti i tipi in abbondanza e a poco prezzo, ma a prezzo (sembra un gioco di parole) della nostra salute fisica e mentale e di quella dell'ambiente. L'importante era produrre di più con la scusa di "nutrire gli affamati" e torna in mente lo slogan "Nutrire il Pianeta" dell'EXPO 2015... ancora ci raccontano la favola della fame nel mondo come se le morti per fame che disgraziatamente forse ancora esistono, dipendessero dalla scarsa redditività delle nostre colture e non dalla dissennatezza dei governi che comandano in questi luoghi sfortunati della terra, che non trovano di meglio che farsi guerre tra tribù e bande rivali, spendendo cifre abnormi per armamenti e in costi umani e rubare dalle casse statali per il proprio tornaconto personale... e allora giù con i pesticidi, i diserbanti ed i concimi chimici.
Le produzioni in esubero per noi occidentali vengono poi per caso devolute in beneficenza ai paesi poveri? Non c'è dubbio, anzi, c'è un gran da fare nella ricerca di nuovi sbocchi per esportare queste "eccedenze", soprattutto se di pregio (prodotti di origine animale come formaggi e salumi).
E' vero che la specie umana si è diffusa sul pianeta in maniera abnorme, popolando ogni angolo dai deserti ai ghiacci artici, ma chi ce l'ha fatto fare? Come le popolazioni animali se lasciate in libertà si autoregolano, aumentando e diminuendo a seconda delle risorse disponibili, così dovrebbe fare l'uomo, senza voler riprodurre e mantenere gli individui umani sempre e comunque, anche in difetto di salute e di cibo. Ma non voglio fare un discorso catastrofista.
La coscienza dell'essere umano dovrebbe aumentare fino a portare spontaneamente ad una riduzione delle nascite, soprattutto nelle zone dove questo problema comincia a farsi sentire ( anche per il discorso dei posti di lavoro, che meriterebbe comunque un discorso a parte: il lavoro ci sarebbe per tutti, basterebbe che ognuno facesse un po' e non che chi ce l'ha deve lavorare 8 ore al giorno e chi non ce l'ha deve farsi mantenere con i sussidi...).
Questi ed altri argomenti potrebbero essere facilmente affrontati e risolti applicando l'ecologia profonda e il bioregionalismo ed un tocco di spiritualità laica potrebbe far si che tutti questi problemi venissero affrontati pensando che siamo su questa Terra di passaggio ma che forse c'eravamo anche prima e forse dopo, ma che comunque, anche se non ci crediamo, il nostro spirito è lo stesso che anima tutti gli altri esseri viventi e non solo e che siamo tutti una unica grande famiglia che si arrabatta per vivere secondo un programma che ci è stato impartito nei secoli, dall'egoismo e avidità umani e di cui faremmo bene a sbarazzarci.
Quante attività inutili, quanti pensieri negativi inutili e dannosi, che ci animano, spesso dal mattino quando ci svegliamo!
E pensare che la vita potrebbe essere ed è sempre così bella e varia, stimolante, se riusciamo a scorgere negli occhi del nostro vicino, dei nostri compagni, figli, genitori, noi stessi, il nostro Sé!

Caterina Regazzi

domenica 21 maggio 2017

La foto kirlian lo dimostra: “Il cibo trattato chimicamente è malsano”

Gli additivi dei cibi sono sostanze tossiche, nocive per l’organismo: deprimono il sistema immunitario e lo predispongono a moltissime patologie; impoveriscono il valore nutrizionale degli alimenti, accelerano l’invecchiamentoorganico, abbassano il pH del sangue favorendo l’insorgenza di patologie come il cancro, il diabete, cardiopatie, allergie ecc. Bisognerebbe consumare un quantitativo circa venti volte superiore per avere gli stessi nutrienti di un cibo biologico: un cibo trattato, conservato, incellofanato ecc. blocca l’assimilazione di quell’esigua quantità di nutrienti contenuta. Saziarsi non equivale a nutrirsi e le nostre cellule restano affamate di nutrienti indispensabili: questo porta a squilibri, deficit immunitario, scarsa resistenza alle infezioni, predisposizione alle malattie.
In genere negli alimenti trattati vengono aggiunte circa 1500 diverse sostanze chimiche, che non è obbligatorio menzionare sulle etichette; sostanze appetizzanti, che generano dipendenza in modo da dover ingerire quantitativi sempre maggiori di quell’alimento, per non soffrire di mal di testa, irritabilità, nausea, depressione, ansia ecc. finché non si torna a consumare quel prodotto.
Alcuni componenti sono programmati per far ingrassare: le persone grasse mangiano molto perché l’organismo è portato a reperire in un quantitativo maggiore le sostanze necessarie.
Sembra che fertilizzanti, pesticidi, diserbanti, ormoni della crescita, additivi e farmaci permangono nel nostro organismo e vengono immagazzinati nei tessuti grassi e siccome il cervello è costituito in larga misura da sostanza grassa succede che questo accumulo di tossine generi ansia, depressione, difficoltà di apprendimento ecc.
Una tecnica di lavorazione abbastanza comune degli alimenti industriali è l’irradiazione che consiste nel bombardare gli alimenti con radiazioni per uccidere i batteri. La fotografia di Kirlian evidenzia che una mela coltivata in maniera biologica mostra un’aura armonica e perfetta; la stessa mela trattata con radiazioni mostra un’aura irregolare, spigolosa, instabile, simile a quella dell’arsenico.
Franco Libero Manco

sabato 20 maggio 2017

Altro che autonomia bioregionale - "Ahi serva Italia, di dolore ostello..."


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A parte l’asprezza, che denota una certa esasperazione, il contenuto dell’articolo di Gianni Petrosillo, sotto segnalato *, è realistico e corrisponde esattamente alla situazione in cui versa l’Italia dal dopo guerra ad oggi,  e dal quale emerge soprattutto il servilismo italico di basso profilo di coloro che si prostituiscono per avere in cambio briciole di potere e di ricchezza e di falsa considerazione politica, al prezzo della rinuncia alla sovranità, autonomia ed identità bioregionale, della svendita  dei beni posseduti ma soprattutto della perdita della  neutralità politico militare, la cui violazione a favore delle potenze occidentali (USA in particolare) sottopone il nostro paese a rischi enormi di ritorsioni nel caso dovesse deflagrare un conflitto bellico, per la presenza di basi militari NATO dotate di bombe nucleari e strutture radar e di comunicazione e di comando. Per cui i potenziali bersagli sul suolo italiano sarebbero decine e la popolazione corre rischi notevoli senza esserne pienamente consapevole. 

Perché la propensione degli USA è che le guerre le fanno combattere agli altri ed in casa d’altri, al massimo rischiano la vita delle poche migliaia di soldati insediati nelle basi sparse per il mondo, che sono perlopiù immigrati cui è stata promessa la cittadinanza alla fine del periodo di arruolamento quando verranno congedati (se saranno ancora in vita), oppure disoccupati che non hanno trovato di meglio (a differenza di come vengono mostrati in molti film di propaganda hollywoodiana, che li descrivono cazzuti e patriottici, senza però specificare che sono solo le forze speciali ad avere quei requisiti).

Attualmente occorre riconoscere che la propaganda ha raggiunto vette inimmaginabili di parossismo, sfiorando il patetico ed il ridicolo, oltrepassando il senso della misura, se non fosse che una cospicua parte della popolazione, certamente la maggioranza, è ormai talmente imbevuta di tali menzogne che non è in grado di discernere minimamente, essendo la facoltà di pensiero divenuta un optional, e si pone passivamente in attesa degli eventi, confidando in una ingenua speranza che le cose si risolvano per il meglio, per gentile concessione paternalistica dei detentori del potere. 

Claudio Martinotti Doria

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venerdì 19 maggio 2017

ISTAT - Foto ambientale sociale economica... dell'Italia in cui viviamo


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La pubblicazione Istat "Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo", frutto anche dell'elaborazione delle informazioni contenute in due questionari somministrati ad un campione di 28000 famiglie italiane, presenta una selezione dei più interessanti indicatori statistici, che spaziano dall’economia alla cultura, al mercato del lavoro, passando dalle condizioni economiche delle famiglie, alla finanza pubblica, all’ambiente.
Per quanto riguarda quest'ultimo tema, vengono affrontati alcuni argomenti, come
  • la produzione di rifiuti urbani,
  • la qualità dell'aria,
  • la qualità delle acque di balneazione
tutti corredati dal dataset completo delle serie storiche e da altri dati in formato excel.
Produzione rifiuti urbani, raccolta differenziata e smaltimento in discarica
In generale, a livello nazionale nel 2015, si registra una diminuzione della produzione dei rifiuti urbaninonché un minore utilizzo della discarica come modalità di smaltimento finale.
Nel 2014, in Italia, si sono prodotti in media 488 kg pro capite di rifiuti urbani, quantità poco superiore alla media europea che si attesta, nell'EU a 28, a 474 kg pro capite.
Per quanto riguarda i dati del 2015, Molise e Basilicata producono meno di 400 kg per abitante dirifiuti urbani, mentre Emilia-Romagna e Toscana sono i primi produttori, con livelli oltre i 600 kg.
Guardando invece alle modalità di smaltimento dei rifiuti urbani, in particolare alla discarica, dalla pubblicazione emerge che nell'UE a 28 è diminuita la quantità destinata alla discarica, anche se la situazione si presenta molto diversificata nei singoli paesi membri.
In Italia, la provincia autonoma di Bolzano e la regione Lombardia seguite dal Friuli-Venezia Giulia sono tra quelle con le migliori performance nella percentuale dei rifiuti urbani smaltiti in discarica sul totale dei rifiuti urbani raccolti. Le situazioni di maggiore criticità sono presenti in Sicilia, con oltre l’80% di rifiuti urbani conferiti in discarica, seguita da Valle d'Aosta, Marche e Calabria con più del 55%.
La raccolta differenziata ha superato, con il 47,5% sul totale dei rifiuti urbani, l’obiettivo del 45% previsto dalla normativa nazionale per il 2008, ma persiste un forte divario all'interno dell'Italia tra Nord, Centro e Sud.
Le performance migliori sono quelle della provincia autonoma di Trento e del Veneto, dove è in aumento e si è ormai superato il 65% di raccolta differenziata, obiettivo che era previsto per il 2012.
In Sicilia la quota continua a rimanere intorno al 13% e si conferma la regione più lontana dai target europei.
Inquinamento atmosferico e maleodoranze
grafico andamento percezione maleodoranze
L'inquinamento dell'aria rappresenta uno dei principali problemi ambientali soprattutto in ambito urbano. Nel 2016, più di un terzo delle famiglie percepisce come inquinata l'aria della zona dove risiede, mentre sono un quinto le famiglie che lamentano la presenza di odori sgradevoli.
Per quanto riguarda l'inquinamento dell'aria, nel 2016, sono le famiglie del Nord-ovest che segnalano maggiormente la presenza di inquinamento dell’aria nel territorio in cui vivono, mentre il problema degli odori sgradevoli è lamentato maggiormente dalle famiglie che vivono in Campania.
Qualità delle acque destinate alla balneazione
L'Italia, nonostante presenti una costa fortemente antropizzata, con i suoi 5.518 siti è il paese europeo con il maggior numero di acque di balneazione, circa 1/4 delle acque totali, seguito a distanza da Francia (3.355), Germania (2.292) e Spagna (2.189).
Nel nostro Paese, nel 2015, circa il 60% delle acque di balneazione, ovvero le acque marino-costiere, di transizione e interne superficiali, si trovano nel Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria,Sicilia, Sardegna), con i valori più elevati in Sicilia e Puglia mentre il minor numero di aree adibite alla balneazione si ha nel Nord-est (Trentino-Alto Adige/Südtirol, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna), che ne conta 384.
Rispetto agli anni precedenti si riscontra un leggero aumento delle acque con qualità eccellente.

Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo
(Fonte: Arpat)

giovedì 18 maggio 2017

"Ecologia della Parola" di Massimo Angelini - Recensione


Nessun testo alternativo automatico disponibile.

...il sale, gli occhi, le stelle, l’aratro, il dono… conversazioni per un altro modo di sguardare la realtà.  Sulle parole un po’ fingiamo di capirci, tanto poi ciascuno, nel segreto, le declina come vuole oppure, ritenendole sufficientemente chiare e comprensibili, rinuncia a pesarle e si lascia guidare dall’abitudine. 

Retrocedere fino alla loro radice può aiutare a recuperarne un contorno più definito e un significato meno incerto, per lo meno un significato originario, ricavato dopo averle sezionate, sbucciate, liberate dalla patina (o crosta) di significati e valori sedimentati nel tempo. 

E allora si scopre che dietro il sapere c’è il sale, dietro l’amore le stelle, dietro la cultura l’aratro, dietro il sacro il recinto, e che eterno non significa ciò che non ha inizio né fine, ma qualcosa che sappiamo tutti... E grazie? Cosa vuole dire grazie? Dall’origine di alcune parole di uso comune, alle radici del nostro tempo e della confusione che lo anima: questa è la traccia del libro, che si propone come un abbecedario o una modesta bussola per incoraggiarci a scegliere da che parte stare. 

Per un mondo a misura di persona o d’individuo? Orientato alla cultura o all’usura? Per un modo dialogico di essere in relazione col mondo e gli altri o perché prenda il sopravvento il monologo di un io sempre più isolato, sempre più infelice? 



Note sull'autore: 

Massimo Angelini (Genova, 1959) Autore di pubblicazioni dedicate alla storia delle mentalità, ai processi di formazione delle comunità locali fra antico regime ed età contemporanea, alla tradizione rurale, alla cultura della biodiversità. Oggi si occupa prevalentemente di riflessioni sul sacro, sulla modernità e sulla visione simbolica della realtà. Ama leggere P.A. Florenskij, I. Illich e Ch. Yannaras. Per Pentàgora ha pubblicato L’enigma Garibaldo: Famiglie e comunanze in un villaggio rurale di antico regime (2012), Minima ruralia: Semi, agricoltura contadina, ritorno alla terra (2013), Participio futuro: Dalla terra alla bellezza per ritornare al simbolo (2015)

MASSIMO ANGELINI:  ECOLOGIA DELLA PAROLA 
Collana N° 34 (SENTIERI) GIUGNO 2017 formato 11,3 x 18 pagine 104 prezzo 10 euro ISBN 978-88-98187-50-8 Il libro può essere richiesto a ordini@pentagora.it /  019.811800

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mercoledì 17 maggio 2017

Canapa bioregionale, pianta disinquinante, fonte alimentare e medicinale, etc... insomma un toccasana per la natura e per l'uomo!



Ufficialmente non risulta, ma negli accordi fra i "vincitori" e l'Italia, alla fine della seconda guerra mondiale, l'Italia fu obbligata ad interrompere la produzione di canapa (le sementi furono cedute alla Francia o distrutte), con la scusa  "dichiarata" di attuare il proibizionismo contro le droghe. Ma non risulta nel trattato di pace e non poteva essere espressa in quei termini… Avvenne “di fatto” -in seguito alla visita di Alcide De Gasperi negli Usa ed all’entrata dell’Italia nella Nato- che il governo italiano all’inizio degli anni ’50 proibisse la coltivazione. 
Altro particolare che fa riflettere è la contemporanea invenzione delle fibre sintetiche (ricavate dal petrolio) che avvenne in quel periodo e che poteva affermarsi solo con l’eliminazione della canapa. Oltre al fatto che i petrolieri USA erano totalmente contrari al possibile uso combustibile di questa pianta miracolosa. Ovviamente la cosa fu ordita in forma mascherata, alla base (ufficiosamente) c’era la pressione politica americana, in chiave proibizionista, contraria alla produzione di elementi vegetali che potessero avere usi narcotici.

In effetti c'è da considerare che la canapa in se stessa è una sola pianta, non vi sono differenze sostanziali fra le piante denominate: sativa, marijuana, ganja, cannabis, etc. La specie è unica e si feconda tranquillamente con qualsiasi consimile di qualsiasi provenienza… La sola differenza sta nella selezione che viene fatta: o in funzione della produzione di fibra tessile o alimentare o in funzione della produzione di cannabinolo.

Il luogo di coltivazione ovviamente a tali fini è importante, più si scende verso l’equatore e maggiore è la quantità di cannabinolo mentre molto minore è nelle zone temperate e fredde.  Faccio un esempio con gli zuccheri presenti nei grappoli della vite. In Sicilia, Grecia, etc. si produce vino a forte tasso alcolico mentre in Germania, Inghilterra, etc. a malapena si raggiungono i 6/7 gradi, tant’è che in passato la Guerra dei Cent’anni fra Inghilterra e Francia in realtà nascondeva la volontà di accaparrarsi le piane della Bretagna e del Midì in cui si produceva buon vino, che era molto ricercato in Inghilterra… soprattutto da nobili e dalla “corona”, mentre il volgo si accontentava della birra…. Questo, ritornando alla canapa, spiega anche come mai in Germania ci sono forti aiuti per la coltivazione della canapa invece in Italia sono quasi assenti.

Ad esempio nella Tuscia, ritornando al periodo pre-bellico, esistevano paesi che specificatamente vivevano di questa coltivazione (vedi Canepina..), Calcata era uno di questi, i contadini chiamavano la canapa il “tabacco dei poveri” (sino a vent’anni fa in Africa essa veniva chiamata “tabac africaine”). Ovviamente veniva usata anche per fumigagioni oltre che per farci lenzuola, braghe e corde, allo stesso modo in cui si faceva con il tasso barbasso o la vitalba…. anche per ragioni salutistiche e curative (il sistema medicinale europeo era basato sull'uso della canapa come additivo fisso). 
Oggi la canapa potrebbe sostituire non solo le fibre sintetiche ma addirittura essere una valente fonte alimentare, medicinale, energetica e di disinquinamento bioregionale, soprattutto per rivitalizzare i campi sfibrati e desertificati dalla coltivazione intensiva del tabacco (questa sì che è una vera droga e nociva al massimo) o da altre coltivazioni intensive, infatti non è un mistero che la canapa (come l’ortica) è capace di riequilibrare le qualità organolettiche dei terreni.


Paolo D’Arpini
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Referente P.R. Rete Bioregionale Italiana



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Lettere ricevute sullo stesso tema:

Nella provincia di Caserta, prima che la coltivazione della canapa venisse vietata, si producevano i migliori semi al mondo oltre che ad un’apprezzabile produzione. Ora che l’Unione Europea non finanzia più la coltivazione del tabacco e sostiene, invece, la reintroduzione della canapa, mi sembra interessante inquadrare, sul piano storico tutta la vicenda. Per cui sarei molto grato a Paolo D’Arpini se mi aiutasse in questa ricerca. Ringrazio per l’attenzione. 
Dr. agronomo Giuseppe Messina – Caserta

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La canapa è una risorsa naturale fondamentale per i quattro bisogni principali dell'umanità: cibo, carburante, fibra e medicine. E' una delle piante più produttive in massa vegetale di tutta la zona temperata: una coltivazione della durata di tre mesi e mezzo produce una biomassa quattro volte maggiore di quella prodotta dalla stessa superficie di bosco in un anno. La canapa è stata, tra le specie coltivate, una delle poche conosciute fin dall'antichità sia in Oriente che in Occidente...

Danilo Perolio
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La pianta della canapa  rappresenta una risorsa naturale preziosissima per i suoi numerosi impieghi che non impattano sull'ambiente. A partire dall'uso alimentare, quello forse più conosciuto con i suoi semi e l'olio altamente proteici e dai preziosi valori nutrizionali, la canapa viene impiegata anche per ottimi prodotti di cosmesi e di igiene personale, per tessili pregiati e naturali per la casa, accessori e abbigliamento, per la bioedilizia, nell'industria del mobile, ma anche per materie plastiche che impiegano la cellulosa al posto del petrolio, per la carta, come combustibile e addirittura, grazie al suo apparato radicale, per bonificare terreni contaminati da metalli pesanti. Una preziosa pianta.  
Vegan OK

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martedì 16 maggio 2017

L'alimentazione bioregionale mantiene il biosistema vitale



Vegetarismo bioregionale, la chiave ecologica per salvare il pianeta
Ricordo che sin dalla fondazione della Rete Bioregionale Italiana, avvenuta nel 1996,  cercai di inserire nel discorso dell'attuazione di un nuovo sistema ecologista, adatto al mantenimento della vita sul pianeta, la proposta vegetariana. Nel frattempo, con il passare degli anni, vennero assunte da diversi membri posizioni contrastanti, una è quella che sostiene la necessità di mangiar carne, visto che l'uomo primitivo era sopravvissuto proprio con quella alimentazione, la posizione opposta è quella del vegani che propugnano una dieta assolutamente vegetale, giustificata da motivi etici ed animalisti. 
Inutile dire che io personalmente, ma parecchi altri assieme a me, siamo rimasti convinti che il consumo dei prodotti cresciuti nel luogo in cui si vive, maturati spontaneamente, con l'integrazione di limitatissimi apporti di derivati animali, come il formaggio, il miele o le uova, ottenuti però con metodi naturali e da animali tenuti allo stato brado, possa essere una idonea risposta alla sopravvivenza, soprattutto nel nostro ambiente mediterraneo. 
Ovviamente la sola agricoltura moderna, sia pur biologica, non è sufficiente a garantire tutte le proprietà di cui un organismo umano ha bisogno, da qui la necessità di attingere alla fonte ricchissima di erbe spontanee (che facevano parte della dieta mediterranea antica) e che possono fornire tutti gli oligoelementi e le vitamine necessarie a mantenere l'uomo in buona salute. 
Tutto questo, però, non ha impedito all’agroindustria di  spingere  per le coltivazioni e gli allevamenti intensivi e  per l’introduzione di  immissioni OGM. Ma per fortuna, anche alcuni settori della società civile (vedi la recente campagna per l'Agricoltura Contadina) stanno attivandosi per rinforzare la  produzione agricola organica e per incentivare la ripopolazione di aree rurali non soggette a coltivazioni estensive. Anche in Italia il ritorno alla campagna e il tentativo di autoproduzione ed autonomia alimentare, portata avanti da diversi gruppi di carattere bioregionale  trova il favore di vari ambiti ecologisti in università e pensatoi d’Europa.
Il fatto è che per soddisfare la richiesta di cibo biologico, sempre più in crescita, è necessario che le tecniche organiche innovative, riconosciute come valide dalla Comunità Europea, siano adottate anche nei settori agricoli convenzionali ed in estensioni agricole facilitate ad una alta produzione. Il che significa che ampie aree attualmente utilizzate per l’agricoltura intensiva, che fa largo uso della chimica, dovrebbero pian piano essere riconvertite e recuperate per  la produzione organico biologica.
Ovviamente questa spinta verso il biologico è anche incentivata dal numero sempre più alto di vegetariani naturisti che chiedono maggiore disponibilità sul mercato di prodotti biologici. Vegetarismo e diete naturali vanno infatti di pari passo.
Il movimento vegetariano e bioregionale in qualche modo è comunque riuscito ad influenzare gli indirizzi comunitari,  promuovendo una maggiore sensibilità alimentare.

Paolo D'Arpini