mercoledì 26 febbraio 2020

Acqua buona per produrre energia cattiva


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Per produrre energia ci vuole acqua, per fornire acqua serve energia. Di conseguenza poiché il 90% dell’energia termica fa uso di acqua, aumentare la produzione di elettricità del 70% come previsti per il 2035 significa aumentare i prelievi di acqua dolce del 20%. Tra acqua ed energia c’è però una grande differenza dal punto di vista di consumi e della fornitura: per la prima non ci sono alternative, per la seconda sì. Così l’uso dell’energia solare e dell’energia eolica certamente corrispondono a consumi di acque minori. Tuttavia anche in questo caso c’è il rovescio della medaglia: in molti casi la fornitura intermittente derivante dalla discontinuità di vento e sole deve essere compensata da altre fonti energetiche che richiedono grandi quantità di acqua. 

Diviene allora fondamentale rendere il rapporto energia acqua più virtuoso riducendo i consumi di acqua per produrre energia. Così nel caso delle centrali termoelettriche è necessario adottare sistemi e tecnologie di raffreddamento a circuito chiuso, nell’idroelettrico il ricorso a serbatoi di stoccaggio può razionalizzare i consumi, per i biocarburanti si può ridurre il consumo di acqua irrigando le colture interessate con acqua piovana o con sistemi robotizzati per la ottimizzazione. 

Per tutti gli impianti energetici esiste poi il problema delle acque di scarico a volte calde, a volte saline, a volte cariche di nutrienti che comporta danni e rischi per l’ambiente circostante. E’ stato calcolato che in una città media ogni persona immette nell’ambiente con le sue attività circa 4 Kg di una miscela gassosa costituita in prevalenza da CO2 ma contenente anche CO, NOx, SOx, polveri. A questo valore contribuiscono tutte le attività civili: in particolare in un anno con un percorso medio di 6000 Km immettendo nell’ambiente per ogni autovettura circa 1200Kg di CO2. 

Una difesa a tutto ciò è rappresentata dal verde urbano: attraverso il processo di fotosintesi il verde assorbe CO2 producendo carboidrati complessi ed ossigeno. Per assorbire 1200 Kg di CO2 prodotti in un anno da un auto a percorrenza media sono necessari 6 mq di verde. 

Da questi numeri emerge chiaramente che l’efficacia del sistema di difesa è molto elevata. A Roma circolano circa 2 milioni di macchine per un totale di emissione annua di 2,4 miliardi di Kg di CO2 che per essere neutralizzati richiederebbero 12000000 di mq di verde pari a 1200 ettari, un valore forse difendibile con il vantaggio degli effetti secondari, ma gradevoli. rappresentati dalle azioni moderatrici su vento, pioggia, neve e da quella rinfrescante nelle giornate afose. Ovviamente questo bilancio è limitato alle emissioni autoveicolari. 10 Il settore lattiero caseario ha per il nostro paese rilievo economico, occupazionale, e culturale, corrispondente ad un valore di circa il 10% del totale agroalimentare e con un pool di addetti per circa 100.000 lavoratori. Questo obbliga a portare la massima attenzione al settore cercando di ottimizzarlo. 

I provvedimenti e le iniziative che oggi vengono adottati sono l’applicazione di diete studiate per gli animali ed il miglioramento genetico con il fine di incrementare la qualità microbiologica, nutrizionale e nutraceutica dei prodotti lattiero-casearie. Nelle produzioni casearie comunque la qualità è strettamente legata a quella del latte che deve essere monitorata sia per le componenti benefiche per la salute dell’uomo che per quelle dannose perché presenti originariamente o aggiunte. Per tale fine l’NMR è la tecnica di elezione abbinata ai metodi statistici multivariati.  

Prof. Luigi Campanella - A.K. N. 8

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martedì 25 febbraio 2020

Italia e mondo - Come è l’aria che respiriamo?



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Il World Air Quality Index offre una mappa completa dell’inquinamento atmosferico con i dati provenienti in tempo reale da oltre 10.000 stazioni nel mondo. La mappa parte dal calcolo dell’indice di qualità dell'aria basato sulla misurazione di particolato (PM2,5 e PM10), ozono, biossido di azoto, biossido di zolfo e emissioni di monossido di carbonio. La maggior parte delle stazioni monitora sia PM2,5 che PM10, ma in alcuni casi è disponibile solo il PM10. Il sistema, che uniforma gli indici dei vari paesi rendendoli confrontabili fra loro, si basa su misurazioni orarie: ad esempio, un indice riportato alle 8:00 indica che la misurazione è stata eseguita dalle 7 alle 8AM. La scala utilizzata per l'indicizzazione dell'inquinamento in tempo reale nella mappa si basa sugli ultimi standard dell'Agenzia ambientale statunitense (EPA) che prevede sei livelli di qualità dell’aria. (la mappa relativa all'Italia)

AirVisual, realizzato con la collaborazione di Greenpeace, elabora una classifica interattiva della qualità dell’aria in più di 3.000 città del mondo, relativamente però solo al PM2,5, e ne dà una rappresentazione tramite una mappa interattiva. I dati - in tempo reale o quasi in tempo reale – provengono sia dalle reti di monitoraggio istituzionali che da centraline domestiche gestite da singoli cittadini e organizzazioni e sono combinati anche con quelli satellitari, così da misurare il movimento delle particelle inquinanti in base alle correnti d’aria nell’atmosfera.

L’Indice europeo di qualità dell'aria, il servizio online dell’Agenzia europea per l'ambiente e della Commissione europea, fornisce informazioni sulla qualità dell'aria in tempo reale, in base alle misurazioni di oltre 2.000 stazioni ufficiali di monitoraggio in tutta Europa. Le informazioni relative a PM10, PM2,5, ozono, biossido di azoto e biossido di zolfo sono visualizzate attraverso una mappa interattiva che mostra la situazione della qualità dell'aria a livello di stazione.

Per monitorare lo stato dell’aria, c’è anche il sistema MonIQA, realizzato dall’Università di Pisa e dal Laboratorio Nazionale Smart Cities del Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica (Cini). MonIQA permette di consultare on line i dati aggiornati quotidianamente sulla qualità dell’aria nelle città italiane: sulla mappa interattiva sono assegnati cinque colori a cinque gradazioni diverse di qualità dell’aria a seconda della concentrazione delle sostanze (particolato atmosferico, biossido di azoto, monossido di azoto, ozono, monossido di carbonio, biossido di zolfo e benzene). Il sistema utilizza i dati emessi dalle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente.

L’OMS ha realizzato una mappa che copre 3000 città in 103 Paesi nel mondo e i cui dati sono però aggiornati al 2018 (per quanto riguarda l’Italia molti dati sono relativi al 2013). Cliccando sulla mappa si può arrivare fino a livello provinciale; il calcolo è naturalmente relativo a quelle aree metropolitane dove viene monitorata la qualità dell’aria.

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(Fonte: ARPAT)

domenica 23 febbraio 2020

Stati aperti in una Res Publica bioregionale...


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Di tanto in tanto qualcuno si ricorda di persone che tanto hanno dato al mondo intero e tanto è stato loro tolto. Si rinnovano così appelli in favore di Assange, Snowden ed altri. Guaio è che si tratta di appelli che, a fronte della provata intelligenza di coloro che si vorrebbe aiutare, sono totalmente privi di questa stupenda qualità dell'essere umano. Sì, perché, se si desidera far tornare liberi Assange, Snowden e tutti coloro che denunciano le malefatte degli Stati, l'unica azione collettiva da perorare è l'esigere il licenziamento in tronco degli statali, dei carrieristi pubblici, dei burocrati, di ogni assunto nello Stato, nel pubblico impiego.

Tragica verità è che i "moderni" Stati non sono democratici: non hanno ancora i loro poteri, i loro ruoli, i pubblici impieghi, periodicamente restituiti a Popoli che eppure si vogliono Sovrani. Gli Stati sono tutti ancora una proprietà dei carrieristi pubblici, dei burocrati, degli assunti a vita nel finto pubblico, letteralmente una Cosa Loro. Non una Res Publica bensì delle vere e proprie monarchie che si sono perpetuate causa il funesto silenzio di detti popoli che, pur costretti, sottomessi e vessati in continuazione, non sono riusciti a trovare uno straccio di filosofo che li risvegliasse dicendo loro: licenziamoli tutti! licenziamoli oraaa!

Per il bene di tutti, a maggior ragione di persone come Assange, si rendano dunque democratici gli Stati, a partire dal proprio. Li si rendano accessibili, come esige Democrazia, alla partecipazione a tempo determinato di cittadini aventi tutti i requisiti necessari al ruolo. Di sicuro non vi sarà più necessità di denunciare alcun comportamento illecito perché non ve ne saranno più. Non vi saranno più attaccamento al posto fisso e brama di carriera/potere a far tacere le coscienze, a permettere malefatte e pilotare gli eventi.

Alziamoci tutti in piedi ed esigiamo degli Stati aperti, dinamici, fluidi, osmotici, partecipati, vissuti: liberi dai tiranni, i cui impieghi/poteri/redditi siano concessi rigorosamente a tempo determinato. Smettiamola di focalizzarci sulla politica, di incolpare i governanti. Costoro, senza i carrieristi pubblici ma con esseri umani nudi e puri intorno a loro, si comporterebbero correttamente. Concentriamoci dunque sui carrieristi pubblici e licenziamoli tutti. Esigiamo indietro le nostre Res Publica, tenendo presente che licenziare periodicamente chi detiene un pubblico ruolo è pratica pacifista per eccellenza: perché evita irregolari ma prevedibili rivoluzioni sanguinose. Con tutti 'sti intellettuali dissidenti, con tutti 'sti po' po' di think tank, qualcuno potrebbe pur dirlo.

Danilo D'Antonio
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Monti d'Abruzzo

sabato 22 febbraio 2020

Treia: “Festa dei Precursori” del 25 e 26 aprile 2020 - Presentazione e Programma di massima



Come Martin Luther King, anch’io ho fatto un sogno. Ho visto che un piccolo gruppo di amici si era riunito per decidere come salvare il mondo. All’inizio eravamo quattro gatti come suol dirsi poi a mano a mano giungevano altre persone di tutte le razze: nord- europei, mediorientali, cinesi, neri, etc.
Lo scopo non era tanto quello di trovare soluzioni per evitare ciò che appariva inevitabile bensì di riuscire a mantenere un’intelligenza, un seme, per la continuazione della comunità umana.
Infine dovevamo prepararci ad una guerra e il consiglio dell’esperto era: “Per sopravvivere ad una guerra, mantenendo intelligenza e coscienza, occorre non lasciarsi travolgere dalle emozioni cercando bensì di adempiere a quanto necessario per la sopravvivenza mantenendo il senso del “bene comune”. Ero anch’io d’accordo… E non siamo forse oggi in procinto di una guerra globale che mette a rischio la sopravvivenza dell’Umanità?
Cosa possiamo risolvere con le nostre chiacchiere e le nostre piccole azioni per salvare il mondo?
Comunque insisto e quest’anno il programma di massima della Festa dei Precursori è il seguente:
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Sede Auser di Treia

Treia – 25 aprile 2020
Ore 10.30 – Appuntamento nella sede di Auser Treia, in Via Lanzi 20, per una passeggiata conoscitiva del centro storico e delle sue bellezze.
Ore 13.30 – Pic-nic nel giardino del Circolo Vegetariano VV.TT. in Vicolo Sacchette, ognuno porta qualcosa
Ore 16.00 – “Per una spiritualità laica”, tavola rotonda nella sede del Circolo. Introduzione di Alberto Meriggi. Intervista di Simonetta Borgiani con Paolo D’Arpini e presentazione del libro “Compagni di viaggio” (Edizioni OM – Bologna). Interventi di Italo Carrarini, Caterina Regazzi ed altri
Ore 20.00 – Nella sala di meditazione del Circolo canti spirituali con accompagnamento di strumenti indiani. Partecipano il solista Upahar Anand ed il gruppo Luce di Stelle.

Treia – 26 aprile 2020
Ore. 10.30 – Presso TAM, località Moje di Treia, passeggiata erboristica con Aurora Severini
Ore 13.30 – Pic-nic autogestito nel prato
Ore 15.30 – Esposizione delle erbe e dei frutti
Ore 16.30 – Dialogo con Enrico Manicardi, autore di “Liberi dalla civiltà”, sul ritorno alla natura primitiva
Ore 18.30 – Piccola performance musicale contadina a cura di Andrea Biondi e Chiara Teloni
Ore 19.30 – Tisana calda e saluti

Info: circolovegetariano@gmail.com –
auser.treia@gmail.com -Tel 0733/216293
Info su come raggiungere Moje di Treia: 348.7255715


Finalità:
Lo scopo della Festa dei Precursori di quest’anno, che si tiene a Treia dal 25 al 26 aprile 2020, è quello di riportare l’attenzione sul senso della Comunità e sul come vivere nel luogo traendone nutrimento senza danneggiarlo. Tanto per cominciare che questa festa si manifesti con l’avvento della primavera è anche un segnale di rinascita. Soprattutto necessaria in questi momenti di crisi, in cui il sistema industriale tecnologico e consumista dimostra la sua inadeguatezza a conservare una “comunità” umana bioregionale. Occorre aguzzare l’ingegno e trovare la via giusta per la fioritura armonica delle capacità creative dell’uomo. Indovinare il punto di incontro fra la società e l’ambiente. Questa capacità si manifesta dove c’è un sincero e concreto lavoro personale, teso a sviluppare le proprie abilità creative mantenendone anche viva la memoria e la capacità operativa per le generazioni future.
Tutto ciò, nei limiti del possibile (ed a scopo dimostrativo), avviene durante i due giorni della Festa dei Precursori. Attraverso le immagini, i racconti, gli esperimenti concreti, il rinnovo della convivialità e della condivisione familiare, lo stimolo al canto ed alla musica, il ritorno nella natura per conoscerne alcuni suoi segreti…
L’importante è che dentro di noi resti quel lumicino acceso di coscienza, di amore e di impegno per il bene comune. In tempi così bui è l’unica azione positiva che possiamo compere senza demordere. Almeno così vidi in un altro sogno, molto significativo, in cui mi vedevo intento a difendere il mio piccolo lumicino circondato dalle tenebre, restando chiuso in me stesso, poi mi decisi di lanciarmi ed affrontare le tenebre “succeda quel che succeda”. Le tenebre davanti a me erano sempre fitte ma sbirciando dietro di me risplendeva la luce. A noi precursori è data la funzione del rompighiaccio…
Paolo D’Arpini

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                             Circolo Vegetariano VV.TT. di Treia

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            Upahar Anand. Solista e performer

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Gruppo Bajan "Luce di Stelle", diretto da Mara Lenzi

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                 Prof. Alberto Meriggi, storico treiese

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   Erborista Aurora Severini (al centro nel campo) 

      Italo Carrarini. Giornalista ed artista


          Simonetta Borgiani - Ricercatrice 


            Avv. Enrico Manicardi. Scrittore primitivista


               Andrea Biondi. Poeta e musicista 


             Chiara Teloni - Artista e musicante


              Paolo D'Arpini. Uno dei Precursori


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         Caterina Regazzi nel giardino del Circolo VV.TT.


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  Per la manifestazione viene richiesto il patrocinio morale del Comune di Treia 

giovedì 20 febbraio 2020

Impatto sull'ambiente dell'attuale sistema alimentare umano - "Troppa carne al fuoco... manda la Terra in fiamme!"


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Gli esseri umani sono una frazione insignificante dei viventi, eppure hanno cancellato l'83% dei mammiferi selvatici. In quanto a biomassa totale sono invece le piante a farla da padrone. Animali da allevamento: sono il 60% dei mammiferi terrestri.  Sulla Terra ci sono (oggi) ben 7,6 miliardi di persone: vi stupirà forse sapere che tutta questa umanità rappresenta però appena lo 0,01% della vita sul Pianeta. 

Pochi, in percentuale, eppure pare che abbia causato, insieme alle precedenti generazioni di Sapiens, la scomparsa dell'83% dei mammiferi selvatici e della metà delle piante. Queste sono alcune delle lapidarie e sconfortanti conclusioni di uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, il primo a stimare le diverse componenti della biomassa totale (ossia l'insieme di organismi viventi) sulla Terra. I batteri, come si sospettava, rappresentano una fetta importante del totale - il 13% - ma sono le piante le signore incontrastate: nel loro insieme, costituiscono l'82% della materia vivente. 

Tutto ciò che resta, dagli insetti ai funghi, dai pesci ai mammiferi, messi insieme non fanno che un misero 5%. Un'altra sorpresa è che la maggior parte delle forme di vita (l'86%) vive sulla terraferma, e il 13% (un ottavo del totale: si tratta soprattutto di batteri) nelle profondità del suolo. Gli oceani, che pensavamo così ricchi di vita, ospitano appena l'1% della materia vivente. 

Benché insignificante, in termini di rappresentanza, l'uomo è senza dubbio un abile sfruttatore di risorse: la sua presenza ha modificato radicalmente gli equilibri tra specie viventi. Un esempio: soltanto il 30% degli uccelli del pianeta è costituito da specie selvatiche; il restante 70% è pollame da allevamento. Tra i mammiferi, le proporzioni fanno ancora più impressione: il 60% sono animali da allevamento (bovini e suini), il 36% sono umani e il 4% appena mammiferi selvatici.  

La diffusione dell'agricoltura intensiva e delle attività industriali ha lasciato sul pianeta soltanto un sesto dei mammiferi selvaggi originari, cancellato l'80% dei mammiferi marini e il 15% della biomassa ittica. Nonostante l'ingombrante influenza, in termini di massa totale l'Homo sapiens impallidisce in confronto ai "coinquilini" terrestri: i virus (e i vermi) sono 3 volte 12 più abbondanti di noi, i pesci 12 volte più presenti, insetti e crostacei 17 volte, i funghi 200 volte, i batteri 1.200 e le piante 7.500 volte. Ciò nonostante, le nostre scelte alimentari possono avere un effetto determinante sull'abbondanza delle altre specie. 

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(Fonte:  A.K. N. 7 - Tratto da Focus)  

martedì 18 febbraio 2020

Il Bioregionalismo in Italia, analizzato senza paraocchi...



...all’interno della Rete Bioregionale Italiana si sono manifestate posizioni diverse: da quelle che rifiutano tutta la tecnologia che l’uomo ha saputo produrre a quelle che ne fanno un utilizzo mirato e consapevole, da quelle che auspicherebbero un abbandono in massa delle città a quelle che si adoperano per un bioregionalismo urbano, da quelle che condannano senza appello tutta la tradizione giudaico-cristiana o monoteista e propugnano un puro e semplice ritorno al paganesimo a quelle che sono più rispettose della storia e del bagaglio di conoscenze spirituali prodotte ‘anche’ dal monoteismo, da quelle che credono che il vegetarianesimo sia una scelta eticamente necessaria per l’equilibrio ecologico a quelle che sostengono che una vera etica bioregionale passa per il riconoscimento della sacralità anche cruenta del ‘mangiarsi a vicenda’, da quelle che ritengono che bisognerebbe arrivare all’autoproduzione e all’autoconsumo totali a quelle che pensano sia più realistico un mercato sì locale ma fatto anche di scambi commerciali; tutto questo è vero, ci sono posizioni diverse e articolate all’interno della Rete, così come ci sono sensibilità diverse sui vari temi, ma a me sembra che tutte quante rimangano comunque schierate all’interno di un atteggiamento ‘conflittuale’, anche se a parole si segue quello che dice Peter Berg, cioè che il bioregionalismo debba essere ‘pro-attivo’.

Il pericolo che percepisco è quello di tutti i fondamentalismi: l’intransigenza, la logica del ‘o con noi o contro di noi’, dei ‘buoni e puri’ contro i ‘cattivi e corrotti’, l’atteggiamento di superiorità che porta a rinchiudersi all’interno della propria ‘tribù’ e a guardare con sospetto se non con odio tutti coloro che ‘ancora’ non si sono convertiti alla Verità, l’atteggiamento dell’auto-ghetizzazione, quindi della marginalità a cui ci si condanna, quasi che gli ‘eletti’ che hanno compreso come stanno le cose siano destinati ad essere i nuovi profeti inascoltati e per questo ancora più rinsaldati nelle proprie convinzioni e nella propria lotta contro tutto e tutti, contro gli ‘infedeli’. In questo atteggiamento ho imparato a vedere, prima di tutto in me, la paura che vi si nasconde dietro, l’attaccamento fideistico ai propri ideali e convinzioni come conferma della propria ‘identità’ e contro il rischio di perderla, la voglia di sentirsi nel ‘giusto’, accettati dai propri simili, in ostilità contro gli ‘altri’. In fondo è una grande rimozione e proiezione sugli ‘altri’ (i non-ancora-bioregionalisti) della propria Ombra, dei propri lati oscuri, in realtà comuni a tutti gli esseri umani, e quindi una comprensione limitata e distorta degli elementi basilari della psicologia e della spiritualità umane così come sono stati indicati da tutti i grandi Maestri dell’umanità, spesso frettolosamente rinnegati a causa delle Chiese violente e ipocrite che si sono costruite sui loro insegnamenti, col rischio però di ‘fare di tutta l’erba un fascio’ e di ‘gettare il bambino insieme all’acqua sporca’.

So, mi rendo conto, vivo sulla mia pelle la difficoltà della condizione umana, attuale e di sempre, e il pericolo che stiamo correndo a causa di una visione parziale e anti-ecologica, non sto a mia volta contrapponendo una Verità ad un’altra, soltanto oggi mi sembra molto più importante capire che oltre alla questione ambientale, alla distruzione del pianeta Terra, all’arroganza ‘antropocentrica’, il problema vero sia l’inaridimento dell’animo Umano, la perdita della comprensione e della ‘carità’ verso i propri simili così come verso tutte le creature e forme di Vita, e questo atrofizzarsi del cuore umano può essere curato solo con l’umiltà e l’Amore incondizionato, non con atteggiamenti di superiorità ed arroganza intellettuale o sbandierando le proprie scelte di vita come le uniche possibili e giuste.

Altrimenti si passa facilmente da una giusta e lodevole esigenza di migliorare il rapporto dell’Umanità con la Vita, ad un atteggiamento di nuovo escludente, parziale, che nega gli stessi sacrosanti presupposti da cui è partito, arroccandosi su posizioni integraliste e anti-umane e in definitiva anti-ecologiche. Se ci si identifica con troppo fervore in una ‘parte’ non si riesce più ad abbracciare il ‘tutto’.

A chi ha avuto la pazienza di leggere fino a qui vorrei dire che so benissimo che ciò che ho scritto è fondamentalmente un’autocritica al mio passato ‘integralismo’. La mia intenzione era quella di spiegare a quanti hanno condiviso con me anni di impegno e ricerca comune come mai abbia intrapreso un cammino meno ‘estremo’, meno sicuro di avere le certezze su cui prima mi illudevo di basare la mia vita, più comprensivo delle debolezze umane e più aperto ai ‘mondi’ che prima rifiutavo con tanta arroganza.

Per quanto mi riguarda (ma sappiamo che le storie individuali riflettono sempre qualcosa di universale) in qualche modo tutto ciò è necessario ed è l’avverarsi di un sogno che feci ormai più di vent’anni fa e che mi ha sempre accompagnato, un sogno vero, fatto di notte, un’indicazione del mio ‘destino’ che evidentemente il mio inconscio conosceva già benissimo: sognai che c’era un conflitto tra professori e studenti perché gli studenti trasgredivano a delle regole (mangiavano il formaggio sbriciolandoselo in bocca con le mani alzate) e i professori rispondevano con la repressione e la punizione a quella che consideravano intollerabile indisciplina, facendo diventare enorme quella che era una sciocchezza; si era però ormai creata una lotta, una contrapposizione insanabile e a quel punto io intervenivo cercando di mediare, di far capire ad entrambi che non aveva nessunissimo senso continuare a lottare per tali inezie, che anzi entrambi, professori e alunni, avrebbero dovuto capire di essere creature fragili e inermi sulla stessa identica barca, ovvero su di un pianeta pieno di vita avvolto nell’oscurità dell’universo infinito, avrebbero dovuto mettere da parte le insignificanti ostilità che portavano avanti con tanto cieco accanimento e assumere invece un atteggiamento reverenziale, meravigliato e umile di fronte al Mistero. Quel mio intervento, nel sogno, fu accolto da urla e fischi da parte degli studenti che lo presero come un tradimento (nel sogni io ero uno di loro) e con fastidio da parte dei professori, solo pochi ne sembrarono colpiti e abbassarono gli occhi.

Ora, ironia della sorte, ‘faccio il professore’ e mi trovo spesso nella stessa situazione rappresentata nel sogno, con la stessa difficoltà di far cessare le ostilità che i ragazzi manifestano verso le Autorità e viceversa, oltre alla difficoltà quotidiana di educare all’amore per la Vita, per la Terra, per l’Umanità in un mondo che sembra aver perso la bussola. Ma non ho più la presunzione di essere io, il Bioregionalista o il militante della Controcultura, ad avere il vero ed unico orientamento, le vere e uniche coordinate per ritrovare la strada. Chi fosse interessato a leggere in modo più approfondito le riflessioni che ho sviluppato negli ultimi anni può richiedermi il libro che ho fatto uscire lo scorso maggio, intitolato ‘Estreme ustioni – romanzo in versi’ per la Aletti editrice, o anche ordinarlo in qualsiasi libreria.

Come dice Castaneda, si può seguire qualsiasi Via, basta che sia una Via con il Cuore.

Alessandro Curti
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Nota:  Stralcio di una lettera  scritta il 28 settembre 2009, qualche mese prima delle dimissioni "ideologiche" di alcuni membri "storici" della Rete Bioregionale Italiana

Cosmogonia bioregionale anarchica


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...una  mattina mi son svegliato... e ho fatto colazione come al solito con un infuso tiepido di radice di liquirizia, un pezzetto di zenzero e succo di limone,  e dopo essermi rilassato un po' con le varie faccende mi sono allungato sul divano e acceso il computer mi sono connesso. Prima ho controllato i messaggi, su messenger e sulla casella postale,  poi ho  dato una occhiata rapida ai quotidiani La Repubblica,  il Corriere della Sera e Il Sole Ventiquattrore,  e infine come si dice dulcis in fundo ho  aperto il Giornaletto di Saul. 

Proprio in chiusura del Giornaletto un lungo e interessante articolo di Lorenzo Merlo intitolato cosmogonie, pubblicato su Riciclaggio della Memoria (https://riciclaggiodellamemoria.blogspot.com/2020/02/cosmogonie-ed-avere-essere-storia.html). Un po' perché avevo fretta di uscire per andare sulla spiaggia a meditare e a passeggiare, un po' perché l’articolo era lungo e anche difficile da comprendere cosi ho iniziato a giocare con le parole, come faccio spesso, e dopo aver scorso velocemente l’articolo un paio di volte su e giù, ho iniziato a estrapolare random frasi neologismi e parole. 

Velocemente li ho montati in sequenza. Ieri sera (un ieri ipotetico) dopo una lunga giornata sulla spiaggia tra amici chiacchiere e passeggiate. Pescara è una città adagiata totalmente verso il mare e la piazza principale si trova a circa cento metri dalla spiaggia su uno spazio un tempo stagno retro dunale. 

Mi piace soprattutto al tramonto, dopo una lunga passeggiata recitando il potente mantra di Giancarla Giannini “ghan ghen ghin ghon ghun” insegnatomi da Mario il poeta, approdare alla città direttamente dalla porta del mare, la nave di Cascella, da dove con i sensi lucidi e il terzo occhio completamente aperto, mi sono diretto verso il tramonto e lo skyline della città davanti a me verso il Gran Sasso.

In serata sono tornato sul pezzo con il montaggio delle parole e ho scoperto che era venuto fuori un doppio haiku con lo stesso titolo con frasi e neologismi che si possono leggere liberamente senza rispettare la sequenza e si possono formare anche coppie di versi tipo: luogo comune forza tellurica oppure astrazione dal conosciuto come in alto cosi in basso o ancora anarchia compiuta nel buio la sua luce. 

Senza un significato specifico dei versi, in particolare, e della composizione, in generale.  E come in un quadro astratto dove ognuno trova liberamente il suo percorso senza distinzione tra forma contenuto e significato cosi in questa cosmogonie sorta di gioco di parole opera grafica di frasi e di neologismi astratti e allo stesso tempo con un senso compiuto che ognuno di noi decifra come vuole:

Cosmogonia

Luogo comune
Astrazione dal conosciuto
Anarchia compiuta

Forza tellurica
Come in alto così in basso
Nel buio la sua luce

Ferdinando Renzetti


ferdinandorenzetti@libero.it


domenica 16 febbraio 2020

Bioregionalismo e neo-paganesimo - Vento forte, lungo viaggio, fiori senza nome...


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Per molti la wicca o il neo-paganesimo è un modo uno stile di vita e anche una fede,  per altri solo consumismo, come Hallowen, dipende da che parte si vuole stare. In quanto a me da psicogeografo mi limito a osservare e descrivere fenomeni naturali soprattutto allineamenti sole luna nel corso dell'anno, i loro significati e i riferimenti ancora presenti nel quotidiano contemporaneo. 

San valentino è una festa d'origine pagana e la natura da i primi segni del risveglio, inizia la stagione degli amori per molti animali e altri esseri viventi e dopo la Candelora-imbolc il varco di luce si apre pian piano, durante il mese di febbraio le giornate si allungano quasi di quaranta minuti. 

Per questo scrivevo "fiori senza nomi" nel senso che le feste hanno perso la loro funzione primaria originaria, mantenendone a volte anche inconsapevolmente altri secondari. 

"Il vento forte" della contemporaneità, il consumismo ossessivo e i ritmi di vita a volte esasperati che siamo costretti a sopportare 

E infine "Il lungo viaggio" delle feste e delle tradizioni che hanno viaggiato per millenni nella storia dell umanità. si tratta di un haiku una composizione poetica giapponese di tre versi, ognuno con un senso compiuto e con un senso metaforico unitario. 

Troppo avanti e troppo indietro, allo stesso tempo. come diceva un amico: sembro scemo, è che lo sono veramente! 

Ferdinando Renzetti

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Integrazione di Paolo D'Arpini:

La rivalutazione del neopaganesimo, o delle religioni sciamaniche dei popoli nativi, è una delle caratteristiche portanti del filone bioregionale. Spesso, durante le feste da noi organizzate, soprattutto quelle in concomitanza con i solstizi o gli equinozi o per la luna piena e nuova, alcuni adepti “neo-pagani” vengono a condividere il nostro spirito ed oltre alle cerimonie già da noi predisposte aggiungono riti diversi ed offerte alle divinità della natura e fate dei boschi. Io li lascio fare perché in fondo il riconoscere la sacralità della natura in tutte le sue forme è uno degli aspetti della spiritualità laica e dell’ecologia profonda… – Continua: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2015/12/neo-paganesimo-sciamanesimo-e-animismo.html

venerdì 14 febbraio 2020

Bioregionalismo, ecologia profonda, spiritualità laica - Intervista di Lorenzo Merlo con Paolo D'Arpini, tenuta a Treia il 21 settembre 2019


Treia, 21 settembre 2019 

Intervista di Lorenzo Merlo  con  Paolo D’Arpini

LM: Paolo, come sei definito dalle persone?

P D’A: Sderenato. Anzi mezzo sderenato, perché sono anche una persona abbastanza equilibrata e anche un po' impegnata.

Ma mezzo sderenato penso sia una tua definizione di te stesso, le persone, come ti definiscono?

Se potessero conoscere il significato del termine mezzo sderenato credo che lo userebbero volentieri perché mi rappresenta.

Ma non conoscendolo?

Non conoscendolo forse potranno dire che sono un tipo particolare molto strano, un po’ mezzo sciroccato in sostanza, anche perché il mio modo espressivo si manifesta in questa forma.


In occasione della tua presentazione tenuta a Treia a una mia pubblicazione, ho scritto di te: "Uno dei referenti della ricerca umanistica, per non dire spiritualistica italiana". In che termini ti calza? O non ti calza?

Ci sta perché nella ricerca spirituale non è importante ricoprire una carica autorevole anzi, è esattamente il contrario. Se noi andiamo a vedere la funzione che svolsero gli insegnanti, o santi, o maestri che furono, erano sempre sotto traccia. Poi dopo, successivamente magari, venivano portati in auge e descritti come chissà che, ma nel momento in cui vivevano la loro normale esistenza terrena, erano persone normalissime, probabilmente anche abbastanza emarginate. È un aspetto da tenere in considerazione.

C’è una sorta di piccola vanità – senza accezione negativa – nel ricordare questa similitudine?

Certo, senza accezione negativa. Perché effettivamente non ci si può vantare di essere un maestro. E se non c’ è il vanto, non c’è neanche l’esposizione di se stessi nel mondo; ne è una conseguenza. O perché si è magari incapaci di esprimere sentimenti, pensieri o, scusa la parola, insegnamenti. Non si può fare come se fosse un insegnamento cattedratico dove uno si erge a maestro. Il compito o la missione deve essere, o può essere, compiuto senza pretese, in una forma del tutto semplice e conviviale.

Quanto hai appena detto, ha dei legami con la tua educazione, la tua famiglia, la tua biografia diciamo giovanile?

Può darsi. Nel senso che devi sapere che la mia famiglia (dal lato paterno) era di origine ebraica. Durante il periodo fascista, per evitare i problemi che tutti possiamo immaginare, mio nonno decise di cambiare il cognome e di convertirsi al cristianesimo e così evitò di essere perseguito. In seguito a ciò, non è che la nostra famiglia fosse diventata cristiana, però era diventata laica. Nel senso che non seguiva più nessuna forma religiosa. Questo imprinting in qualche modo mi è rimasto, nonostante a quel tempo non è che fossi particolarmente consapevole di ciò che era avvenuto. In seguito ne venni a conoscenza e compresi il motivo per cui non c’erano particolari convenzioni religiose nella mia famiglia e ci si limitava nel perseguimento di un’etica umana. Tutto ciò è stato importante per me, perché non sono stato impregnato di una particolare religione. In seguito alla morte di mia madre fui invece mandato in collegio dai salesiani e lì cominciai ad apprendere anche qualcosa della religione cattolica. La novità mi prese però per breve tempo, nel senso che appena capii che il cattolicesimo non era altro che una sequela di dogmi e favole, capii che tutto sommato non faceva per me e quindi proseguii sulla strada della laicità. Nella prima parte della vita tutti i bambini vivono in una dimensione dove ciò che sognano si realizza, perciò se sognano di cavalcare nel cielo, prendono una scopa e la cosa si compie. E non possono che riferire di aver cavalcato nel cielo.

Quell’incanto quando si è interrotto per te? Ti ricordi il momento, o la circostanza o l’episodio che ha provocato l’infrazione?

L’interruzione avvenne per un fatto fortuito che improvvisamente mi rese consapevole della vacuità di ciò che appare. Avvenne tantissimi anni fa quando i miei si erano trasferiti a Trieste a causa di mio padre che lavorava nelle ferrovie. Ero un bambino piccolissimo, avrò avuto forse tre anni, o qualcosa di più. Una sera, voci sotto casa annunciavano lo spettacolo di un circo. La promessa dei miei genitori, che mi avrebbero portato a vedere lo spettacolo, accese – come sarebbe accaduto ad ogni bimbo – la mia eccitazione.
Mi ero piazzato sotto al tavolo e mi agitavo come fa un bambino che cerca di attirare la attenzione. Improvvisamente, alzandomi in piedi sbattei la testa e persi i sensi. O forse no, perché ricordo che ero perfettamente consapevole di ciò che stava accadendo. Tuttavia caddi a terra senza più riuscire a muovermi. Intanto però vedevo che i miei genitori mi prendevano, mi portavano a letto, cercavano di rianimarmi. Ero completamente cosciente e allo stesso tempo non compivo alcun gesto, alcun movimento.
Fu da quell’esperienza che mi resi conto, che ciò che consideriamo reale, non è la realtà come se fosse un oggetto, ma è soltanto uno stato interiore della consapevolezza. Quello stato permaneva nonostante l’apparente o effettivo svenimento. Quando riaprii gli occhi mi ritrovai in mezzo al mondo con questa consapevolezza. Per la prima nella mia vita mi accorsi di non essere nel mondo pur essendo del mondo, almeno in qualche forma.

Lungo il tuo percorso ti sei avvicinato alla dimensione altra, alla dimensione che la cultura non ci passa, chiamiamola genericamente spirituale. Pur condividendo la tua critica al concetto di insegnamento, hai avuto un maestro?

Da un punto di vista formale intendi?

Volevo arrivare a chiederti, da cosa è scaturita la tua ricerca spirituale?

È scaturita soltanto da esperienze vissute, non da trasmissioni consapevoli, di conoscenza se così vogliamo chiamarla. A parte l’apprendimento attraverso libri in cui magari venivo a conoscenza di una certa forma di spiritualità “altra” basata sull’autoconsapevolezza e sulla ricerca di sé. Ma quello era un accrescimento se vogliamo intellettuale. Dal punto di vista invece spirituale vero e proprio, quella conoscenza non può essere trasmessa sul piano intellettuale. Può essere invece assorbita soltanto attraverso una trasmissione diretta, attraverso un riconoscimento diretto. Potremmo chiamarlo energetico, vibratorio o estetico. Ed è esattamente il tipo di rapporto che ebbi in primis con il mio maestro spirituale. Con il quale scambiai pochissime parole, ma tutto quanto passò attraverso una trasmissione energetica, diretta, immediata. Non c’era assolutamente bisogno di spiegazioni perché la consapevolezza avveniva da sé. Usare il termine telepatia è limitante. Avveniva perché c’era un’osmosi totale, una totale condivisione. E quindi quello che passava era semplicemente ciò che veniva risvegliato. Non poteva proprio essere definito un insegnamento.

Da allora, dalla giovinezza ad oggi, sono passati diversi decenni. Puoi puntualizzare i passaggi della tua evoluzione, della tua ricerca?

Corrispondono alle fasi della vita. Nei periodi in cui la giovinezza ci rende più baldi, più fieri e più dediti all’agire, le forme di esperienza si manifestavano anche in modi concreti come attraverso ad esempio dei viaggi. Intrapresi infatti un lungo viaggio in Africa con mezzi di fortuna, spesso a piedi. Tutta l’Africa nera mi insegnò il ritorno alla presenza nella natura, mi sentii vicinissimo agli animali. Incontrai anche animali che consideriamo pericolosi come leoni, elefanti, scimmie soprattutto. Sono una forma di riconoscimento della nostra origine che ci fa capire quanto siamo loro affini.

Il momento in cui sei inserito ora, sul quale sei concentrato, si chiama spiritualità laica, ecologia profonda e bioregionalismo?

In questa fase è come quando si va avanti con l’età. A un certo punto si fa una sintesi di tutto quello che si è vissuto e che si è appreso attraverso l’esperienza. In qualche modo si chiama elaborazione e rielaborazione, memoria, visione all’interno e proiezione. Accade anche in forma di dialogo, come stiamo facendo in questo momento.
Magari, come negli anni trascorsi, quando non ero così propenso a un dialogo di questo tipo, che in qualche modo comporta anche una concettualizzazione se vogliamo così chiamarla, avevo uno spirito più poetico, scrivevo poesie o raccontini. Adesso invece per poter condividere non disdegno l’uso anche di terminologie che forse potrebbero essere definite intellettualismi, perché comunque è un modo per precisare il significato.
Mi viene in mente un amico, Massimo Angelini. Un giornalista anche lui, che ha scritto (e che abbiamo presentato qui a Treia) un libro dal titolo Ecologia della parola. In cui, attraverso il percorso etimologico, si scoprono i cambiamenti dei significati. Si da un valore alla parola attraverso la sua vera accezione. È uno studio sui significati reali che le parole hanno assunto nel tempo, senza mai trascurare l’accezione originale. Quindi, quando si parla di spiritualità laica – un tema sul quale scrivo da diversi anni per la rivista NonCredo – Il primato laico del dubbio, tengo presente che il primo punto della spiritualità laica è quello di non identificarsi con qualsiasi credo, con qualsiasi fede religiosa, perché la spiritualità laica non è soltanto una forma di laicità o di laicismo, è la spiritualità naturale dell’uomo. Quella che in forma di ecologia profonda possiamo definire l’intelligenza-coscienza, che ci consente di poter testimoniare la vita.
Tuttavia, nella spiritualità laica c’è una predilezione della relazione con la natura o addirittura un annullamento della relazione con la natura, a causa di un’identificazione di noi stessi come parte della natura.


Questo non è in qualche modo legato al paganesimo o all’animismo e perciò con un contenuto di fede?

Ci sono delle affinità. La differenza sostanziale è che nel paganesimo si faceva riferimento ad enti, ad entità reali rappresentative della natura. Quindi Genius Loci o, Spiritus Loci. Mentre invece nella spiritualità laica si tiene conto della valenza di tutti gli elementi viventi, o anche non viventi che però rappresentano una sostanzialità nella natura, ma non come forme di dignità altre, sono solo espressioni diverse della totale manifestazione naturalistica. Allora potremmo definire l’ecologia profonda una forma di naturalismo, ma nell’accezione in cui tutto è, non nell’accezione di una parcellizzazione delle forme.
Questa differenza delle forme è chiaro che esiste come esiste la differenza tra tutti gli esseri umani o fra tutto ciò che è vivente. Non c’è una foglia dello stesso albero che sia uguale all’altra. Non c’è un granello di sabbia su migliaia e migliaia di granelli che sia uguale all’altro. Ciò non toglie che tutti rappresentino la medesima sostanza, origine, madre. Questo è importante.
Per cui la spiritualità laica, è laica perfino nei confronti della spiritualità laica.


Proviamo a descrivere la natura o l’identità del Bioregionalismo e dell’Ecologia profonda.

Inizialmente il bioregionalismo aveva un carattere prevalentemente geografico. Adottava gli habitat naturali per suddividere le regioni della natura. Dava all’area considerata il titolo di entità organica. In quanto i suoi differenti abitatori, minerali, vegetali e animali si erano aggregati a mo’ di organismo unico.
Peter Berg è stato colui che s’è inventato la parola. Di lui ricordiamo Alza la posta. Saggi storici sul bioregionalismo. La sua scia è stata seguita da altri, tra cui Gary Snyder con La pratica del selvatico. Buono, selvatico, sacro e altri titoli.
Nel frattempo – la questione era iniziata negli anni ’60 del secolo scorso, negli Stati Uniti, connessa alla Cultura Beat – il bioregionalismo ha evoluto il suo contenuto andando praticamente a condividere il principio base dell’Ecologia Profonda, ovvero che c’è una sola vita, che tutto è sua espressione.
Ma il tuo stesso libro Sul fondo del Barile - Crisi sociale e recupero del sé o quello di Guido della Casa, Ecologia Profonda, sebbene, appunto, in chiave di ecologia profonda fanno riferimento alle espressioni della natura come differenze formali, tutte interdipendenti, di una sola vita. Come è per i vari organi di un organismo vivente. Solo successivamente interviene la descrizione degli organi specifici, ma sempre tenendo presente che esso, come tutti gli altri sono terminali della stessa natura. Una montagna, un fiume, un deserto, una pianura, cioè ogni cosa, ha la sua specificità, in cui la vita si manifesta in un certo modo, con forme differenti e con aggregazioni funzionali. Un’eventuale pan-ingegneria sarebbe disastrosa.


Siamo espressioni di un grande corpo dunque?

Questo grande corpo non è soltanto la terra. Di solito nell’ecologia profonda ci occupiamo del pianeta Terra, Gaia, come una forma vivente in se stessa no? Allo stesso tempo l’ecologia profonda compie un passo verso quello che potremmo definire anche panteismo, secondo la visione di Giordano Bruno, dove tutto quanto ciò che è Uno si manifesta in ciò che è in tutte le forme.

Rispetto a questi tre temi Spiritualità Laica, Ecologia Profonda e Bioregionalismo, e coniugando la tua ricerca e contemporaneamente la conduzione di un blog e di diversi siti dedicati a questi argomenti, pensi di avere il polso della diffusione di questi concetti e della cultura che implicano? Oppure, qual è la maggiore difficoltà o il più frequente equivoco in cui le persone rischiano di incappare nei confronti di questi temi che interessano lo Spirito e il Tutto? Il Tutto in che cosa viene colto, in che cosa viene equivocato?

L’equivoco si manifesta a tutti i livelli, ad esempio nell’ambito bioregionale, ricordo che tanti anni fa partimmo con La Rete Bioregionale Italiana (ufficialmente nata ad Acquapendente nella primavera del 1996) e con l’idea di diffondere il bioregionalismo. Se ne appropriò la Lega Nord per definire le bioregioni come ambiti etnici, dove la vita delle persone era praticamente condizionata dalla cultura locale e quindi dall’etnia che viveva in quel luogo. Questo è stato un fraintendimento, perché tutti noi bioregionalisti ci riconosciamo nel luogo in cui siamo nati o viviamo.
Quindi bioregionalista può essere anche una persona che non è nata nel luogo, ma che vivendolo lo riconosce come un’espressione di sé. A quel punto si integra completamente nel luogo. Ma non solo nel luogo, anche nella comunità con cui vive. E non solo quella umana, ma di tutti gli esseri viventi che vi partecipano. Per questo chiunque può essere bioregionalista in qualsiasi luogo, perché è soltanto un’apertura verso la presenza nel luogo. Questo è stato il primo fraintendimento.
Il secondo fraintendimento riguarda l’ecologia profonda. Come dicevi prima si fa quasi menzione a una sorta di New-age, dove tutto quanto è legato alla natura e i riti Wicca e questo e quell’altro.
Anche noi bioregionalisti organizziamo le celebrazioni dei vari equinozi e solstizi… ci sono determinati momenti dell’anno che vanno riconosciuti come importanti. Però non gli diamo un’importanza assoluta in quanto riconoscimento di una qualche divinità naturalistica. È soltanto un percorso da celebrare per essere felici di poter vivere nel momento in cui siamo. Un modo per riconoscere che altri, più belli o più brutti, hanno un loro significato e valore.
La maggior parte della gente, soprattutto quelli che fanno riti un po', diciamo così, pagani, magari preferisce festeggiare il solstizio d’estate, ricordare i Celti, Stone Age e tutte le cose di quel genere, per contemplare la bellezza del sole nella sua pienezza. Ma altrettanto importante, chiaramente, è il solstizio invernale perché dopo la vita che si è richiusa ad approfondire le radici, risorge e pian piano ritorna ad esprimersi. Oppure l’equinozio di primavera, dove la vita ci riporta ad una bellezza. O quello d’autunno, come in questa occasione, dove condividiamo la consapevolezza che questa bellezza ha un grande valore.
Se in primavera di questo valore non ce ne rendiamo conto perché tutto quanto fiorisce, in autunno le cose che cominciano pian piano a scemare, hanno un significato più forte. Non a caso si dice che proprio l’autunno è il momento per la raccolta dei frutti migliori dell’uomo, per l’uomo. Come ad esempio la vite e l’ulivo. L’ulivo è simbolo di vita in assoluto, non soltanto in termini cristiani. La vite perché è quello spirito, il senso dello spirito e non a caso anche nella religione cristiana viene utilizzato il vino per la comunione.

Il mio pensiero è che il messaggio di Cristo abbia un grande valore, che i contenuti del cristianesimo abbiano un grande valore, mi riferisco per esempio non solo all’amore ma al perdono, soprattutto rispetto a quanto succede in altre religioni, dove il perdono è sostituito dalla legge del taglione. Il vero messaggio cristico più che cristiano, nella vulgata è andato perduto e sono rimasti quelli i dogmi, gli schemi, le gerarchie. Sei d’accordo con questa lettura? Sei d’accordo con il fatto che il cristianesimo abbia un grande annuncio da fare e l’ha fatto a suo tempo, del tutto frainteso, del tutto dimenticato?

Certamente sono d’accordo per quanto riguarda l’insegnamento del Cristo di cui noi abbiamo ricevuto soltanto briciole e anche travisate e manipolate. Sarebbe bella una ricerca, soprattutto per quanto riguarda dei messaggi più genuini di quelli che sono chiamati i Vangeli Apocrifi e anche dei famosi Rotoli di Qumran, dove c’è l’insegnamento esseno che corrisponde a quello cristico ma a lui antecedente. Comunque possiamo riscontrare che questa filosofia, continuiamo a chiamarla cristica, è sicuramente un messaggio innovativo all’interno di tutta una serie di impostazioni religiose che in quel periodo erano dominanti nel Medio Oriente mediterraneo.
Il senso del perdono che non è come viene inteso, un calcolo per sottrarci alle nostre responsabilità, come molti fanno nei confronti della confessione. Come stavo leggendo in un testo scritto da Franco Berrino, Daniel Lumera, David Mariani – Ventuno giorni per rinascere – Mondadori, dove il perdono è un reggente della guarigione se autentico amore.
Poi c’è il perdono razionale che calcola, che si considera valido per cancellare dalla nostra mente la tendenza alla recriminazione. E poi c’è quello emozionale, che è invece rivolto ad un perdono verso se stessi e quindi alla cancellazione anche del senso dell’offesa, perché si rivede nella trasposizione della posizione come: “è successo” e basta. E quindi non c’è neanche più bisogno del perdono.


Il perdono perciò corrisponde o è sovrapponibile a quello che la tradizione orientale ci tramanda come accettazione?

Io direi che è molto simile al concetto della compassione buddista. In quel caso la compassione equivale al perdono.

Quindi il perdono, la compassione, hanno un valore terapeutico nei confronti dell’individuo che riesce ad arrivare a quel livello per non ritenersi più offeso nell’orgoglio?

Certo non solo quello, ma è anche la porta di ingresso per poter accedere all’autoconoscenza. Perché poi essendo in grado di poterci identificare nell’altro attraverso il perdono, automaticamente siamo anche più propensi ad accettare noi stessi per quel che siamo e quindi siamo in grado di poterci vedere sempre più in profondità, fino a superare quel velo dell’illusione che ci fa identificare con un nome e una forma. Quel vedersi sempre più in profondità è ulteriormente terapeutico. Beh a quel punto direi che la terapia scompare. Fino ad un certo punto ci può essere, fino alla psicologia transpersonale noi possiamo intuire che c’è un percorso attraverso l’approfondimento, ma poi c’è una fase successiva che non può essere più razionalmente analizzata e quindi non ci può essere più neanche una terapia. Se vogliamo intraprendere un percorso in cui piano piano ci liberiamo della zavorra e dalle sovrastrutture è comunque corretto interpretarlo come perdono-terapia. Le vie spirituali, se sono sincere ed oneste tutto sommato danno questo indirizzo. Nel Taoismo, c’è l’abbandono. Pian piano impariamo a rilasciare ciò che ci aveva fatto assumere una posizione, che ci faceva considerare particolarmente benedetti, fino al punto di pensare di essere in grado di poter decidere, per la natura, per la vita, per gli altri esseri senzienti. Quindi fino a farci credere nel nostro egoismo.

Intervista rilasciata a Treia il 21 settembre 2019

Foto scattate da Rocco Trevis  Merlo

Fonte: 

giovedì 13 febbraio 2020

Le forze della pace e le forze della guerra



L’esigenza della guerra, dell’impiego della forza in quanto dote disponibile è insopprimibile? L’impiego della ragione è in grado di assorbire quegli istinti fino a renderli superflui? Succedanei vari come lo sport e la guerra simulata possono bastare per scaricare l’energia che genera il desiderio della lotta? Rinunciare, mortificare, castrare l’espressione della forza è un bene o un male? I suoi risvolti negativi relativi all’equilibrio sono altrettanto importanti? Solo l’opulenza e il timore crescente di morte, cioè l’individualismo sfrenato possono salvarci dalla guerra? E il numero crescente di psicopatologie e suicidi che significa?

Sono stato a visitare Militalia, una fiera alla porta est di Milano, una delle oltre trenta organizzate ogni anno dal Parco Esposizioni di Novegro. Due padiglioni grandi come tre campi da tennis, uno quasi un campo da calcio, esterni abbondanti di verde e vialetti a cui si aggiunge un’arena, con tanto di spalti, in questa occasione destinata alle parate di associazioni militari di varie armi e di carri armati d’epoca.

Popolo affascinato
Militalia è tutto l’accessibile del mondo militare. I visitatori, soprattutto maschi, rappresentano uno spettro piuttosto ampio, forse completo di tutte le specie di interessati. Direi un campione attendibile di tutti noi. Gli stand sono serrati e compongono corridoi nei quali la folla copiosa sciama da uno al successivo. Vi si incontrano figuranti vestiti in divise d’epoca dell’esercito austriaco, di quello della Wehrmacht, delle Camicie nere o dei Normanni, con tanto di pelliccia, torso nudo e scudo circolare. Transitavano come me, come tutti gli altri, senza nessuno che li notasse più di tanto. La loro soddisfazione non si negava dal mostrarsi se qualcuno chiedeva di fotografarli. Mi chiesi se fossero cosplayer o comparse di colore messe in campo dall’organizzazione. Girando l’angolo di un espositore di Maschinengewehr 42, più noti come MG42, i mitra tedeschi della Seconda guerra, mi trovai alle spalle di un giubbotto con un grande cerchio rosso nel quale campeggiava un Lucy 666, evocazione dei poteri possibili che non sfruttiamo.
La folla si fece stretta spingendosi contro i banchi e le vetrine degli espositori, per lasciar passare la corsa della fanfara dei Bersaglieri. Quel plotone di attempati in Grande uniforme e moretto con le piume di cappone svolazzante, aveva suonato bene e aveva entusiasmato a sentire gli applausi condivisi da tutti, tra cui un cappellano e una crocerossina in uniforme d’epoca.
Stand di case editrici e librerie, interrompevano non di rado le strisce di banchi dedicati a divise, antiche strumentazioni balistiche e radiotecniche, reperti di trincea tra cui latte di fu cibo conservato traforato dalle mandibole della ruggine, o mostrine della Prima guerra. Dai titoli disponibili leggevo argomenti praticamente senza confini dello scibile militare o a quella dimensione umana legato. Libri d’epoca e introvabili, ristampe anastatiche, nuove edizioni dalla grafica uniforme, titoli di grandi editori, storie uniche di mercenari, legionari, squadristi, partigiani, memorialistica, resoconti di battaglie accadute e celebrate ma per me sconosciute. Comprai un libro del 1946 editato dal Ministero della Guerra, dedicato alla battaglia dell’Armir sul Don, quella della ritirata di Russia e uno sulla battaglia di Stalingrado secondo la prospettiva sovietica.
Nel riprendere la gita fieristica dovetti subito fermarmi, il corridoio era intasato. Un vero legionario col tanto di képi, nappine e medaglie sorrideva sotto l’obiettivo di uno dei tanti visitatori che gli aveva chiesto un selfie insieme. Avrebbero dovuto vederlo tutti. Di marziale aveva un’impeccabile uniforme ma negli occhi era uno qualunque.
Un banco senza ridondanze mostrava libri dalla copertina sobria, senza immagini. Vi leggevo studi e ricerche, storie e prospettive intellettuali a sostegno delle più radicali posizioni politiche. Mi chiesi se quelle interpretazioni della realtà avrebbero mai potuto essere opportunamente studiate da ricercatori senza dogmi ideologici. Se la verità sta nel mezzo, se così sopra come sotto, uno scambio tra le parti avrebbe prodotto saggezza, così come uno scontro produce arroccamenti. Vidi un biglietto da visita passare da una mano macchiata di anzianità al ragazzo al di là del banco. Feci in tempo a leggere storico. Andandomene, sentii che stava cercando qualcosa di specifico sulle presunte origini della razza ariana nelle lontane terre dell’Afghanistan. Mi domandai nuovamente quanta superficialità servisse per criminalizzare quel popolo.
Un bambino con un tecnologico elmo da softair mi tagliò la strada per raggiungere la famiglia ferma al banco di fronte dove una riproduzione del Profilo continuo di Mussolini campeggiava al centro di una vetrinetta illuminata.
Girovagai ancora tra armi, coltelli, equipaggiamenti, dotazioni, manuali, mostrine, medaglie, orologi dei sommergibili sovietici. Sì, c’erano espositori dall’estero e visitatori da molta Italia, almeno a giudicare dalle cadenze delle parlate che senza origliare volteggiavano nell’aria.
Collezionisti e studiosi, curiosi di tutto e appassionati di soli soldatini di piombo si mescolavano sotto le bandiere regie, tra tenute da combattimento e da elicotteristi, tra spazi dedicati a simulazioni di combattimenti all’arma bianca e reparti di guerrieri per gioco. C’era anche un grosso fregio del Club Alpino Italiano con il fascio sotto l’aquila, cartuccere e giubbotti antiproiettile, teste moicane e bicipiti esuberanti mischiati a distinti signori, articoli per il camouflage e angoli per il softair-tiro, spille con i teschi e anelli con la svastica e la croce di ferro, quadri con documenti e ritratti d’epoca, bombe disinnescate e scatole di proiettili vuoti dove dita competenti cercavano bossoli di un certo calibro, per una certa arma, berretti della Wehrmacht, stampe di battaglie, dipinti di generali e gagliardetti di balilla. Un antiquario guardava con un lentino autoilluminato il fregio verniciato di un casco SS.
All’esterno, intorno ai carri, parcheggiati dopo l’esibizione, molti fotografavano e si facevano fotografare. Famiglie intere. Nel dentro e fuori dai padiglioni transitavano abiti civili e divise militari perfettamente riprodotte fino agli scarponi e alle giberne. Alcune di queste, in gruppi di più persone, rispondevano fiere a un mio cenno di saluto con la mano al cappello.

Neo-velinisti
Parlai con diversi espositori. Qualcuno lamentava che il cambio generazionale trasformava i collezionisti in una specie in via di estinzione. Tutti condividevano l’impressione di un afflusso aumentato di visitatori rispetto le edizioni precedenti, ma con meno soldi in tasca.
Sempre più persone a visitare una fiera militare? Pareva un dato interessante che, temevo, qualche giornalista di superficie avrebbe interpretato con il luogo comune di un preoccupante ritorno di paurose ideologie. Ben fatto se in termini di cronaca perché, ormai da qualche anno, l’alone di quell’eventualità aleggia nei pensieri di molti. Ma malfatto se intriso di moralismo, sensazionalismo, opportunismo e appiattimento sull’deologica monopolistica cultura che ha da tempo tradito se stessa per vendersi al liberismo, per genuflettersi ai nuovi padroni del suo pensiero. Più che colletti bianchi, invisibili, la cui guerra non insanguina ma altrettanto spegne. Critica troppo severa? Non lo so. Se sollecitati, quegli stessi neo-velinisti darebbero contro anche agli spettatori della Cavalcata delle Valchirie. E purtroppo le interpretazioni senza spessore, piallate secondo formule e conclusioni che neppure di un millimetro si staccano dalla narrazione best sellers di questi tempi, del dagli al fascista, sono sempre più numerose rispetto all’asciutta cronaca che ognuno potrebbre interpretare secondo coscienza.

Storia unica verità
Se la storia ha mostrato che tutti i sentimenti degli uomini recitano sul suo palcoscenico e se i sentimenti sono limitati, e se le cose si muovono, ciò che la grande ruota ci ha fatto vedere, sempre ritornerà. Almeno fintantoché non saremo in grado di evolvere emancipandoci da affermazioni egoiche, quale il senso di importanza personale nel quale arbitrariamente ci identifichiamo, per il quale arriviamo alle peggio azioni. Premesse indispensabili ad erigere il muro della dualità, quindi dello scontro, della storia che fa paura.
Da parte mia, pensavo che quel popolo così numeroso e vario di Militalia fosse stato portato là dalle onde lunghe che siamo naturalmente tenuti a rispettare, che senza mostrarsi ci muovono, nonostante siano frequentemente occultate da quelle emotive e frenetiche, di superficie, di moda. Onde che ancor prima della storia, riguardano l’ontogenesi dello spirito degli uomini. Come questi non possono fuggirle, così la storia non può che esserne rappresentazione. Una di queste riguarda il richiamo della lotta.

Fiori sacri
Considerazioni piuttosto spesse che la post-modernità, abbracciata al suo mito del progresso senza fine, ci dà l’opportunità di ridicolizzare.
Facciamo un esempio. Se per un momento ne prendiamo un suo esponente, l’opulenza, il culto del consumo e l’homo oeconomicus e consumans che ne deriva, si può forse sostenere come questa tumorale conseguenza positivistica offra un lato utile a smorzare o annullare il problema del ritorno alle armi. Se la metastasica diffusione di quel genere di cultura e filosofia, alla quale tutti ci siamo abbeverati, è per alcuni ragion sufficiente per sperare nel suo crollo, l’uomo di oggi ignaro del raggiro è governato dalla paura di perdere l’accumulato. In quell’accumulo riconosce il proprio valore. In quel valore c’è il suo senso della vita. Perché mai mettersi in gioco e rischiare di perdere tutto?
È un uomo individualista. Non gode di alcuna forza comunitaria, non difende il suo suolo e neppure la sua cultura. Si considera baciato dal progresso perché ritiene che la tecnologia gli elargisca vita più lunga e meno rughe. Perché non si avvede di quanto invece i giocattoli che usa, lo usino. Non si fa domande sul futuro se non relative a come proteggere sé e i suoi averi. Il timore di perdere tutto è osmotico alla paura della morte, che considera fine della vita.

Ius individui
Dunque apparentemente messi in salvo – per modo di dire – da una malattia degenerativa? Più no che sì. Quelli della pace perpetua non possono spuntarla entro un mondo duale dove gli opposti si danno vita reciproca. Non si può scappare da una volta per uno. Non solo. Se il timore di perdere il frutto di una vita disincentiva dal mettersi radicalmente in gioco, dobbiamo essere consapevoli di avviarci alla morte lenta, seppur piena di apprezzabili spettacoli e passatempi succedanei di una vita autenticamente, creativamente giocosa. Sola via di per la serenità in vita e in punto di morte.
Siamo quindi in una condizione psicologica che impedisce alla vita la sua massima potenza, libertà, bellezza e coraggio. Fiori sacri necessari alla realizzazione di sé, che l’uomo telecomandato ha preferito sostituire con benefit e carriera. Senza avvedersi che la profanazione di oggi porta dritto tra gli aromi dei profumi di guerra di domani.
Da homo oeconomicus e consumans dobbiamo aggiungere serialibus o acephalus con tanto di certificazioni di qualità e idoneità, come le merci e i servizi. Come del resto già avviene è con la formazione industriale delle nostre scuole e con la conseguente uniformizzazione del pensiero.
Un contesto di guerra tra morti viventi, in cui per sopravvivere non solo ci si sentirà in diritto di sopraffare legalmente il prossimo, come già è, ma di vantarne diritti riconosciuti sotto la voce di una specie di ius individui con tanto di giurisprudenza a favore.

Forze oceaniche
Quando la pace è vissuta come un’abitudine definitiva e scontata – quando si è scordato quanto sia costata – forse le mani iniziano a prudere. Un’espressione fisica che allude concepire pensieri bellicosi. Ma possono iniziare a prudere anche quando il vivere diviene oppressivo e fastidioso. L’idea della guerra viene in soccorso alla speranza di cambiare, esattamente come l’idea del suicidio pare la sola soluzione al sofferente.
Passare dal punto A al punto B, dall’inerzia al prurito è un endogeno movimento segreto a noi stessi che pochi razionalizzano. E che molti inconsapevolmente trasmutano. Non guerra con sangue, urla e dolore ma succedanei simbolicamente corrispondenti. La fiumana di Militalia era lì a dircelo, scorrendo serena in corridoi di quella parte di storia che deriva dalla guerra.

A noi la scelta
Dunque a Militalia ho assistito a un momento preoccupante?
No. L’opulenza e il penetrato e fiorente consumismo, ben agitato da un individualismo sfrenato, come una scogliera di pietra pomice, assorbono le presunte onde ineludibili dell’esigenza di guerra. I colletti invisibili, come gli ufficiali col bromuro nelle gavette dei soldati, hanno mescolato ai nostri giorni trappole di sedativi sociali annullando così le spinte sconvenienti al governo degli uomini. Ovvero le loro doti creative che, se facessero il loro corso dentro gli individui, realizzerebbero uomini compiuti, la miglior garanzia per non subire il fascino della sopraffazione sul prossimo.
Sì. L’esigenza di guerra, affermata da sempre dall’antropologia e da altre discipline, si riaccende quando altre modalità di convivialità mostrano difetti inizialmente accettati o in ombra.
La guerra allora, come il gioco per i cuccioli, torna a divenire un’esigenza dei grandi. Forse per questo il flusso di persone varie, scorreva, ancor prima che tra i corridoi della fiera, dentro il retorico fascino della battaglia.
Quelle onde potenti mai circonstanziali ma costitutive, come la frustrazione e la mortificazione, non sono comprimibili in alcun modo se non solo temporaneamente. In questo caso la domanda è, fino a quando?
È la storia che la pone.

Lorenzo Merlo  -  force@victoryproject.net

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