giovedì 31 maggio 2018

Emergenza incendi estivi... tenersi pronti a contrastarli

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Oltre un centinaio di tecnici, il 22 e 23 maggio u.s.,   si sono ritrovati a Milano in occasione dell’incontro “Emergenza incendi”, momento formativo voluto da Assoarpa per favorire la crescita sul tema di tutto il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente. Nella splendida cornice del Pirellone, uno degli edifici simbolo di Milano, quattro direttori generali (Alessandro Sanna della Sardegna, Carlo Emanuele Pepe della Liguria, Angelo Robotto del Piemonte e il padrone di casa Michele Camisasca) hanno seguito in prima persona il seminario, che in chiusura di lavori ha riservato uno spazio dedicato alla comunicazione. Un segnale importante, a poco distanza dalla due giorni umbra, che sottolinea la necessità di puntare anche su questa attività.
Il tema degli incendi ed in particolare quello degli incendi agli impianti di trattamento rifiuti, si presenta con preoccupante regolarità in ogni angolo del paese. Un sistema nazionale non può comportarsi in maniera differente, e soprattutto non può lasciare tutto il peso di un intervento così complesso sulle spalle del reperibile di turno, spesso chiamato “in emergenza” a supporto degli enti preposti al primo soccorso: i vigili del fuoco, per quanto riguarda le operazioni di contenimento e spegnimento, e la Asl, per gli aspetti sanitari.
Non ha senso aspettare i risultati di tutte le analisi prima di adottare le misure cautelative: le quantità e le sostanze che andiamo a misurare richiedono tempi tecnici analitici anche di alcuni giorni, e non sempre hanno dei imiti di legge a cui sottostare.
Importante il ruolo della modellistica e del meteo, due aspetti decisivi per poter individuare la direzione dei fumi e i punti di massima ricaduta, dove spesso conviene andare a posizionare la strumentazione per misurare l’impatto ambientale dell’incendio. Una misura che non è sempre così agevole: per i campionatori servono allacci alla rete elettrica e tempi di deposizione sui filtri da non sacrificare in nome di una non meglio motivata necessità di avere presto dei risultati.
La conoscenza del territorio, intesa come posizionamento degli impianti e come andamento storico degli inquinanti nel territorio, permette di dare il giusto peso ad episodi molto appariscenti, ma generalmente sul medio/lungo termine incapaci di incidere significativamente sulla qualità dell’ambiente in cui viviamo.
Dal racconto delle singole esperienze emerge la professionalità, l’accuratezza e la preparazione dei tecnici arpa, che discutono di dettagli complicatissimi: femtogrammi (milionesimi di miliardo di grammo), sostanze dal nome impronunciabile (non solo le diossine, che creano problemi soprattutto se ingerite e sul lungo periodo), correlazioni e approfondimenti per conoscere e tutelare – per quanto scientificamente possibile – il nostro ambiente.
Ultimo, ma non per importanza, il tema della comunicazione: dopo essere stato “il convitato di pietra” in buona parte delle presentazioni, la comunicazione è stata presa di petto da due rappresentanti della rete dei comunicatori Snpa, già attiva da oltre anno grazie alla newsletter Ambienteinforma.
La comunicazione è uno strumento prezioso, che permette di alleggerire il lavoro in emergenza, a patto di essere usata seguendo le istruzioni: tempestività, correttezza, trasparenza e disponibilità al dialogo. Un’attività come le altre, che richiede tecnici esperti e dedicati, capaci di valorizzare il lavoro dei colleghi, sovente calpestato da chi urla più forte.  Ma dentro Snpa si sta sviluppando un percorso che porterà a migliorare anche questo aspetto; magari con il contributo dell’azione di Assoarpa, che sta già pensando a un nuovo appuntamento per produrre un documento guida per il tema degli incendi.
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mercoledì 30 maggio 2018

Bitcoin... la manna consumista!

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Lo sapevate che una semplice transazione in bitcoin, richiede la stessa quantità di energia utilizzata in due settimane da un’abitazione media negli Stati Uniti? E che l’archiviazione dei miliardi di dispositivi di tutta l’informazione digitale generata sul pianeta corrisponde a due dischi rigidi ad alta capacità per ogni abitante del mondo? Le conseguenze e i fabbisogni dell’era digitale (e della sua colossale infrastruttura) sono quasi sempre resi invisibili ma comportano, tra le altre cose, il consumo di un’enorme quantità di energia, l’estrazione di molti elementi, anche rari e scarsi, la produzione massiccia di sostanze chimiche sintetiche (e rifiuti tossici), l’aumento della rete di radiazione elettromagnetica ovunque, con gravi effetti negativi (ma poco studiati) sulla salute e la biodiversità. Poi ci sono le specifiche conseguenze sociali e ambientali devastanti sulle comunità dove si estraggono le risorse. 
Eppure, di tutto questo, circola generalmente solo un’immagine eterea. E allora? Dobbiamo bandire l’uso di smartphone e computer e tornare all’età della pietra? Naturalmente no, ma dobbiamo provare ad assumere il controllo dal basso dell’analisi e della valutazione degli sviluppi tecnologici esaminandone ogni aspetto. Non solo i pochi che le industrie, i loro esperti e i loro rappresentanti politici considerano utile raccontarci
Quando pensiamo all’era digitale, probabilmente la prima cosa che ci viene in mente sono i computer, i telefoni cellulari e altri ovvi elementi di quanto viene chiamato ICT*: tecnologie di informazione e comunicazione. Sembra qualcosa di “etereo”, ma in realtà comporta enormi impatti ambientali ed energetici. Inoltre, l’industria digitale va ben oltre queste prime immagini. È una delle basi fondamentali dello tsunami tecnologico che è già su di noi, ma che difficilmente percepiamo in tutte le sue dimensioniTra queste, ad esempio, il rapido sviluppo di “Internet delle cose”, che si propone di sostituire il commercio convenzionale – inclusa anche la spesa settimanale delle famiglie -; la tecnologia digitale che muove i mercati finanziari; le transazioni e le valute digitali; la digitalizzazione dell’agricoltura, con l’uso di automi, droni, satelliti, sensori e big data; l’optogenetica, che si propone di manipolare gli esseri viventi a distanzal’onnipresenza di videocamere e sensori che comunicano con giganteschi database, che possono includere persino i nostri dati genomici; l’ ”Internet dei corpi”, con la digitalizzazione della medicina e le nuove biotecnologie, e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale che è alla base di tutto questo. Sono tutti settori con forti impatti – scarsamente compresi dalla società – e l’elenco è solo all’inizio.
Uno degli aspetti più pesanti e allo stesso tempo “invisibili” dell’era digitale, è che contrariamente a quanto si potrebbe pensare, gli impatti materiali sull’ambiente, sulle risorse e sulla domanda di energia sono enormi. Jim Thomas, condirettore del Gruppo ETC, lo esemplifica in tre settori: l’iceberg dell’infrastruttura digitale, la domanda di archiviazione dei dati e la vorace domanda energetica per l’uso delle piattaforme digitali.
L’infrastruttura digitale e delle telecomunicazioni già installata, è molto disuguale. Mentre nella maggioranza dei paesi dell’Africa e degli altri paesi del Sud globale non arriva al 20 per cento di accesso della popolazione, nell’America del Nord supera il 90 per cento. Nel complesso, costituisce ciò che Benjamin Bratton definisce “la più grande costruzione accidentale di infrastruttura che l’umanità abbia mai fatto”. Vale a dire, l’infrastruttura è connessa – o sostiene di esserlo – a tutti gli angoli del pianeta, ma non sono mai state prese decisioni congiunte su di essa, sulle sue molteplici implicazioni e impatti. Gran parte della discussione globale su questo argomento, spesso promossa dalle società di telecomunicazione e big data, riguarda i presunti aspetti di equità (“tutti devono aver diritto di accedere alla rete”), e pertanto quello che propongono è che i governi o gli organismi di sostegno allo sviluppo, devono costruire e finanziare le infrastrutture dove non ci sono, e in molti casi darne la priorità rispetto ad altre necessità. Quello che in genere non si menziona è che l’espansione dell’infrastruttura digitale implica, tra le altre cose, l’aumento della rete di radiazione elettromagnetica ovunque, che ha gravi effetti negativi, ma poco studiati, sulla salute e sulla biodiversità. È, inoltre, un motore di conflitti per l’estrazione dei materiali necessari a costruire telefoni cellulari e altri dispositivi di trasmissione e ricezione.
Al contempo, l’archiviazione di tutta l’informazione digitale generata sul pianeta, è stata stimata per il 2016 in 16,1 zettabyte (un zettabyte è un bilione di gigabyte). Per il 2025, si calcola che saranno richiesti 163 zettabyte, 10 volte di più (IDC) [IDC International Data Corporation].
Per rendere la cifra un po’ più tangibile, sarebbero circa 16 miliardi di dispositivi di archiviazione, approssimativamente due dischi rigidi ad alta capacità per ogni persona sul pianeta. Questo richiede una quantità enorme di materiali, che includono l’estrazione di molti elementi, compresi quelli rari e scarsi, la produzione massiccia di sostanze chimiche sintetiche (e rifiuti tossici) e un’enorme quantità di energia per l’estrazione, la produzione, la distribuzione e l’uso, compreso il funzionamento e la ventilazione dei dispositivi, eccetera.
I fabbisogni energetici sono spesso resi invisibili, perché si suppone che la digitalizzazione richieda meno energia di altre attività, cosa che in alcuni casi potrebbe succedere. Tuttavia, uno degli esempi più convincenti del contrario è l’uso di valute digitali come il bitcoin. Secondo dati recenti, una semplice transazione in bitcoin, richiede la stessa quantità di energia utilizzata da una casa media negli Stati Uniti durante due settimane! (Digiconomist.net)
Questi sono alcuni esempi degli impatti che generalmente non vengono considerati. Tutti implicano anche effetti devastanti sulle comunità e le popolazioni dei luoghi dove si estraggono le risorse, oltre alle conseguenze sulla salute degli utenti e di coloro che stanno vicino alle linee e alle torri di trasmissione, così come sulla fauna, la vegetazione e la biodiversità.
L’enorme fabbisogno energetico dell’infrastruttura e dell’attività digitale si somma ai principali fattori che causano il cambiamento climatico. Per tutto questo, è necessario che dalle basi della società ci assumiamo l’analisi e la valutazione molteplice degli sviluppi tecnologici, incorporando tutti i suoi aspetti, non solamente quelli che le industrie vogliono venderci.
 Silvia Ribeiro*
* ICT Information and Communications Technology
Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo Impactos invisibles de la era digital
Traduzione per Comune: Daniela Cavallo

martedì 29 maggio 2018

“Impronta ecologica” - Il 24 maggio 2018 è stato il giorno del Sovrasfruttamento delle nostre risorse


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Secondo i dati del Global Footprint Network, un’organizzazione internazionale di ricerca ambientale, se tutta la popolazione mondiale avesse lo stesso stile di vita e gli stessi consumi degli italiani, il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra è caduto  il 24 maggio 2018.
Il “Giorno del Sovrasfruttamento della Terra” indica per ogni anno la data in cui l’umanità ha finito di consumare tutte le risorse che il nostro pianeta è in grado di produrre in quello stesso anno: questi calcoli sono basati sull’indicatore ambientale detto “Impronta ecologica” …
L’Impronta ecologica misura la domanda annuale dell’umanità di risorse naturali e può essere confrontata con la biocapacità, che misura la capacità della Terra di rigenerare tali risorse in un anno.
Il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra per l’Italia è calcolato attribuendo l’Impronta ecologica di un Italiano medio a tutta la popolazione mondiale e quindi confrontandola con la biocapacità globale.
Se tutti gli abitanti della Terra consumassero le risorse come fanno gli Italiani, avremmo bisogno di 2,6 pianeti Terra“, ha dichiarato Mathis Wackernagel, Ph.D., CEO e co-fondatore del Global Footprint Network. “Ma chiaramente abbiamo solo una Terra a disposizione, e non adattarsi ai suoi limiti diventa un rischio per tutti noi. Se il nostro pianeta ha dei limiti, l’ingegno dell’uomo sembra non averne. Vivere secondo le capacità del nostro pianeta di sostenerci è tecnologicamente possibile, economicamente vantaggioso ed è la nostra unica possibilità per un futuro più florido. Costruire un futuro sostenibile per tutti deve essere la nostra priorità“.
Quasi ogni anno, il Giorno del Sovrasfruttamento cade sempre prima nel calendario e questo succede a partire dai primi anni ’70, quando l’umanità ha iniziato a vivere in deficit ecologico.
Gli effetti del deficit ecologico globale stanno diventando sempre più evidenti in forma di deforestazione, erosione del suolo, perdita degli habitat naturali e della biodiversità, accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera e cambiamento climatico.
Con un valore pro capite di 4,3 ettari globali (o gha), noi Italiani abbiamo un’impronta ecologica decisamente superiore alla media Mediterranea (3.2 gha pro capite), sebbene inferiore a quella dei Francesi (4,7 gha pro capite), e maggiore di quella degli Spagnoli (3,8 gha pro capite). Tutto ciò è dovuto principalmente al settore dei trasporti e al consumo di cibo. Agire su queste due sfere di attività quotidiane darebbe quindi le più alte possibilità di invertire la tendenza e ridurre l’impronta degli italiani.
Il  lancio della versione italiana del Footprint calculator consente agli italiani di scoprire come le proprie attività quotidiane influenzino la loro impronta ecologica, ovvero il consumo di risorse naturali. Il Global Footprint Network ha lanciato il nuovo Footprint Calculator su    http://www.footprintcalculator.org/it

L’Impronta ecologica di una persona rappresenta la misura di superficie di pianeta produttiva necessaria a fornire tutto ciò che la persona stessa richiede alla natura, compresi la produzione di cibo, fibre e legno, le aree per le infrastrutture urbane e l’assorbimento delle emissioni di anidride carbonica dovute all’utilizzo di combustibili fossili.

Fonte: Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio  - redazione@salviamoilpaesaggio.it

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domenica 27 maggio 2018

Neologismi (e dati di fatto) - Bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica non sono etichette


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Cercando di dare una spiegazione consona dei concetti relativi ai neologismi -quali: bioregionalismo, ecologia profonda, spiritualità laica- dobbiamo ricorrere alla semantica ed alla glottologia, poiché non esiste neologismo che non trovi origine in altre parole simili. Forse non sarebbe nemmeno necessario trovare nuovi termini se la parola originaria, eventualmente abbinata ad un aggettivo, può dare il senso di quanto si vuole descrivere.

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Ad esempio usando il neologismo "bioregionalismo" si evoca un'immagine persino più riduttiva del reale significato che viene sottinteso con questa parola. Poichè nell'individuazione di un ambito "bioregionale" non si tiene conto esclusivamente del vivente bensì dell'insieme inorganico, morfologico, geografico, geologico del territorio prescelto, ivi compresi -ovviamente- gli elementi botanici e zoologici che vi prosperano. Insomma si esamina l'omogeneità dell'area esaminata e definita "bioregione" e lì si traccia una leggera linea di demarcazione (non divisione) per individuarne i "confini". Va da sé che questi confini sono semplicemente teorici, poiché l'organismo bioregionale della Terra è in verità un tutt'uno indivisibile. Potremmo per analogia definire le bioregioni gli organi dell'organismo Terra.

Andando avanti. Nel significato originale della parola "ecologia", rispetto alla sua consimile "ambientalismo" è già delineata una differenza d'intedimento, pur che l'esatta traduzione di "ecologia" è "studio dell'ambiente". Mentre in "ambientalismo" si presume il criterio della semplice conservazione. Allorché si aggiunge al termine "ecologia" l'aggettivo "profonda" ecco che si tende ad ampliarne il significato originario integrandovi il concetto di ulteriore ricerca all'interno della struttura ambientale. Insomma si va a scoprire il substrato e non si osserva solo la superficie, la pelle dell'ambiente.

Lo stesso dicasi per la parola spiritualità e la sua qualificazione "laica". In questo caso si cerca di dare una connotazione "libera" alla spiritualità comunemente intesa come espressione della religione. La spiritualità è l'intelligenza coscienza che pervade la vita, è il suo profumo, e non è assolutamente un risultato della religione, anzi spesso la religione tende a tarpare ed a nascondere questa "naturale" spiritualità presente in tutte le cose.

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Trovo questo discorso sul valore del linguaggio e del riconoscimento e legittimazione del suo percorso nella storia, estremamente cogente ed utile alla causa ecologista -ribadisco “ecologista” poiché non mi sembra un termine diminutivo a meno che non vogliamo fare delle parole un termine di paragone per le nostre idee personali- la glottologia, e soprattutto la capacità di evocare concetti attraverso le parole e di chiarirne il significato, non ha nulla a che vedere -secondo me- con le discussioni sul filo di lana caprina, se tali temi entrano o meno nel filone ecologico "del profondo". Infatti non si può risalire ad un "fondatore" (inteso come inventore del neologismo utilizzato) della pratica bioregionale, dell'ecologia profonda o della spiritualità laica. In quanto detti termini descrivono qualcosa che è sempre esistito.

La glottologia e la semantica hanno ben diritto di entrare nel discorso ecologista, soprattutto per chiarire le azioni connesse all’ecologia, ecologia profonda, e dir si voglia.. Pur tuttavia questi concetti evocati non sono nuovi all’uomo… ed i neologismi spesso vengono usati, per fare un favore alla politica del copy right, ed è solo una concessione alla “politica”, appunto…

Ma l'Ecologia profonda è un fatto, una realtà, e non può essere descritta in termini filosofici se non astraendoci dal contesto dell’ecologia stessa. Vivendo nei fatti e non amando le diatribe dialettiche ma amando dire “pane al pane e vino al vino” debbo confermarvi che l’ecologia profonda è la pratica sincera ed onesta del vivere in sinergia con tutti i  viventi e con l'ambiente naturale.  

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In questa dimensione "naturale"  non  c'è spazio per le ideologie precostituite e quindi preciso per l’ennesima volta che: la Rete Bioregionale Italiana è per il vivere armonico, amorevole gentile e solidale sulla Terra, e non semplicemente un "etichetta". 


Paolo D'Arpini

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sabato 26 maggio 2018

Ecologia forestale - Anche gli alberi possono comunicare tra loro, attraverso sottili vibrazioni...

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L’immagine che la nostra mente evoca quando pensiamo a una foresta, spesso raffigura un insieme di alberi dal fusto massiccio e la chioma verdeggiante. Ma per la Dr.ssa Suzanne Simard, ecologa forestale dell’Università della British Columbia (Canada), «è molto di più » e le sue scoperte stanno cambiando il modo di pensare la foresta. «Sottoterra c’è un altro mondo» afferma l’ecologa, «un mondo d’infinite vie biologiche, che connettono gli alberi, permettono loro di comunicare e fanno sì che la foresta possa comportarsi come un unico organismo. Può ricordarvi una sorta d’intelligenza». 

I primi esperimenti condotti da S. Simard e il suo team cominciarono una trentina di anni fa, dopo che alcuni scienziati, in laboratorio, scoprirono che la radice di una plantula di pino poteva trasmettere carbonio alla radice di un’altra plantula di pino. A quel punto, la domanda cruciale per S. Simard era: “Può succedere in natura, nella foresta?” Nonostante le opposizioni dei colleghi e altre difficoltà, lei e il suo team ottennero i finanziamenti per le ricerche e si addentrarono nelle profondità della foresta canadese. Gli esperimenti nella foresta dimostrano che gli alberi comunicano tra loro.

Presero a campione ottanta repliche di tre specie di alberi: la betulla da carta, l’abete di Douglas e il cedro rosso del pacifico e cominciarono con gli esperimenti. «La mia ipotesi era che la betulla e l’abete fossero connessi in una rete sotterranea, e che il cedro, al contrario, vivesse in un mondo proprio». Coprirono gli alberi con buste di plastica e iniettarono i due isotopi di carbonio radioattivo all’interno. Dopo un’ora, il tempo necessario affinché gli alberi assorbissero il CO2 attraverso la fotosintesi, il risultato confermò l’ipotesi di S. Simard: tra l’abete e la betulla c’era stata una comunicazione bidirezionale, una sorta di vivace conversazione mentre il cedro rimaneva in “silenzio” nel suo mondo. In seguito, altri esperimenti dimostrarono come in estate, la betulla inviava più carbonio all’abete di quanto questo ne inviasse alla betulla, soprattutto quando l’abete si trovava all’ombra. 

Riscontrarono anche una situazione contraria, nella quale era l’abete a inviare più carbonio, perché stava ancora crescendo, mentre la betulla non aveva le foglie. Il risultato straordinario era che queste due specie dipendevano l’una dall’altra come lo Yin e lo Yang. «In quel momento tutto divenne più chiaro», afferma S. Simard «Pensavo di aver scoperto qualcosa di grosso, che avrebbe cambiato la nostra idea d’interazione tra gli alberi di una foresta: non erano più solo dei meri competitori, ma dei collaboratori. Avevo trovato prove tangibili dell’esistenza di quest’enorme rete di comunicazione sotterranea: l’altro mondo». In che modo l’abete e la betulla riuscivano a comunicare? 

L’internet degli alberi. Questa simbiosi mutualistica sotterranea, che non si limita solo al carbonio, ma ad altre sostanze come l’azoto, il fosforo, l’acqua, composti allelochimici e ormoni, è possibile grazie ad una rete di filamenti fungini chiamata micelio. Questa rete è così densa che possono esserci centinaia di chilometri di micelio sotto un solo passo; funziona più o meno come Internet e connette diversi individui nella foresta non solo della stessa specie, ma anche di specie diverse come l’abete e la betulla. 

Negli anni successivi S. Simard e il suo team esaminando corte sequenze di DNA di ogni albero e di ogni fungo in una parte di foresta d’abete di Douglas, individuarono la presenza dei nodi principali della rete di comunicazione e li chiamarono “alberi hub” o “alberi madre”. “Un albero madre” era connesso a centinaia di altri alberi e nutriva le piante più giovani del sottobosco. «Grazie a questo fenomeno le plantule,» spiega S. Simard «hanno quattro volte più possibilità di sopravvivere». Continuando a sperimentare, facendo crescere alberi madri a fianco di plantule proprie ed estranee, scoprirono che gli alberi erano in grado di riconoscere la loro prole. Infatti, gli alberi madre colonizzavano la prole con reti fungine più estese inviando loro una maggior quantità di più carbonio. Potevano ridurre persino il proprio livello di competizione radicale per far spazio ai propri figli, e quando gli alberi madre erano feriti o morivano, inviavano dei messaggi di saggezza alle successive generazioni di plantule. 

Non uccidete gli alberi madre «Nonostante ciò», ricorda l’ecologa «la foresta è vulnerabile, non solo ai disturbi di origine naturale, come i coleotteri della corteccia che attaccano gli alberi più vecchi, ma anche al disboscamento a fini commerciali». 

È ormai comprovato infatti, che un eccessivo disboscamento colpisce i cicli idrogeologici, degrada gli habitat della fauna selvatica ed emette gas serra nell’atmosfera, i quali creano ulteriore disturbo e moria di alberi. Tuttavia, il prelievo di uno o due “alberi madre” da un’intera foresta, è tollerabile ma non bisogna oltrepassare il limite perché “gli alberi madre” sono come dei perni in un aeroplano. Togliendone uno o due, l’aeroplano continuerà a volare, ma eliminandone troppi, ad esempio quelli che tengono le ali al suo posto, l’intero sistema crollerebbe. 

La saggezza ed autoguarigione degli alberi. Simard afferma che non è necessario abolire il taglio degli alberi ma bisogna salvarne il lascito, affinché attraverso le reti, il legno, i geni, possano trasmettere la loro saggezza alle successive generazioni di alberi. 

Quando pensiamo alle foreste, adesso sappiamo che non sono semplicemente un insieme di alberi ma sistemi complessi capaci di un enorme potere di auto-guarigione . Centinaia di “alberi madre”, attraverso le infinite reti che si sovrappongono tra loro, mettono in comunicazione le specie vegetali della foresta aumentando la resilienza dell’intera comunità. Gli alberi della foresta sono dei collaboratori sensazionali e parlano tra loro con una lingua che grazie a Suzanne Simard e il suo team possiamo ascoltare e comprendere. 

Francesco Pillitteri  di Accademia Kronos

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venerdì 25 maggio 2018

Turismo eco-sostenibile - C'è turista e "turista"... Tu di che tipo sei?



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Il turista che viaggia “in punta di piedi” e il turista che “brucia le tappe” sono i due protagonisti del cartoon Viaggiatori! e Viaggiatori? basato su uno story board predisposto da ARPA Veneto nell’ambito di una campagna di sensibilizzazione dedicata al turismo sostenibile.

Grazie alla grafica essenziale e alla sottile ironia del fumettista Bruno Bozzetto, ARPAV mette a confronto gli atteggiamenti, i punti di vista, i comportamenti ed i consumi di risorse delle due tipologie di turisti. Il turista che viaggia “in punta di piedi”, rispettoso dei luoghi e delle persone che incontra, che riconosce nel viaggio un’opportunità di crescita, si confronta con il turista che brucia le tappe, distratto e un po’ annoiato.


Sono 11 le simpatiche provocazioni proposte nel video: la preparazione, l’abbigliamento, l’itinerario, i contatti umani, il pranzo, gli spostamenti, le risorse, le vacanze alternative, il comportamento, la montagna, il rientro a casa, confrontando atteggiamenti, punti di vista, comportamenti, consumi di risorse, delle due tipologie di turisti.

mercoledì 23 maggio 2018

Attuazione bioregionale e considerazioni sul cambiamento possibile

"Dopo aver magnato, magnato e ben bevuto, ora siamo al rifiuto di ciò che abbiamo avuto." -  Siamo a proporlo come soluzione, anche a chi ancora non ne ha abbastanza e anche a chi non ne ha avuto per niente.
Attuazione bioregionale e considerazioni sul cambiamento possibile
Effettivamente condivido il pensiero che è l’esigenza che produce l’intelligenza. Prima ne avevamo una ora ne abbiamo un’altra.
Ognuno arriva con la propria. Ognuno non ritiene accettabile castrarla. Ognuno non ritiene dignitoso sottomettersi all’altrui. La frammentazione e l’impossibilità di aggregare  si frappongono all'attuazione ecologista e bioregionale.
Non è ancora il momento giusto?
Manca un esteta, cioè un "leader"?
Siamo rigonfi di saperi tecnici e crediamo bastino anche ad unire gli spiriti?
Chi è già passato all'ascetismo, visto che anche solo telefonare contraddice le intenzioni di fondo?
Chi è in grado di riconoscere – e accreditare – l’intelligenza/esigenza che ci ha portato qua?
Il movimento hippy non ci parlava mezzo secolo fa di cose che ora urliamo come nostre?
Se in 50 anni lo standard che possiamo vantare è in buona misura da noi tutto criticabile, che significa? Che chi ci ha preceduto era totalmente inetto? O che le dinamiche hanno permesso tanto e non tanto altro?
Ora siamo noi al cospetto delle dinamiche. Siamo noi a chiederci come unire gli spiriti e a domandarci se un esteta serva più di un competente.
La soluzione è nella musica e la prenderà chi la danza.
Lorenzo Merlo 

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(Fonte: https://www.terranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/Attuazione-bioregionale-e-considerazioni-sul-cambiamento-possibile)

martedì 22 maggio 2018

Bioregionalismo non è solo "geografia" ma anche politica - Gli USA recedono dall'accordo nucleare con l'Iran... mentre israele si prepara all'attacco


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La decisione degli Stati uniti di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano – stipulato nel 2015 da Teheran con i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania – provoca una situazione di estrema pericolosità non solo per il Medio Oriente.

Per capire quali implicazioni abbia tale decisione, presa sotto pressione di Israele che definisce l’accordo «la resa dell’Occidente all’asse del male guidato dall’Iran», si deve partire da un fatto ben preciso: Israele ha la Bomba, non l’Iran.

Sono oltre cinquant’anni che Israele produce armi nucleari nell’impianto di Dimona, costruito con l’aiuto soprattutto di Francia e Stati Uniti. Esso non viene sottoposto a ispezioni poiché Israele, l’unica potenza nucleare in Medioriente, non aderisce al Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, che invece l’Iran ha sottoscritto cinquant’anni fa.

Le prove che Israele produce armi nucleari sono state portate oltre trent’anni fa da Mordechai Vanunu, che aveva lavorato nell’impianto di Dimona: dopo essere state vagliate dai maggiori esperti di armi nucleari, furono pubblicate dal giornale The Sunday Times il 5 ottobre 1986. Vanunu, rapito a Roma dal Mossad e trasportato in Israele, fu condannato a 18 anni di carcere duro e, rilasciato nel 2004, sottoposto a gravi restrizioni.

Israele possiede oggi (pur senza ammetterlo) un arsenale stimato in 100-400 armi nucleari, tra cui mini-nukes e bombe neutroniche di nuova generazione, e produce plutonio e trizio in quantità tale da costruirne altre centinaia.

Le testate nucleari israeliane sono pronte al lancio su missili balistici, come il Jericho 3, e su cacciabombardieri F-15 e F-16 forniti dagli Usa, cui si aggiungono ora gli F-35.
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Come confermano le numerose ispezioni della Aiea, l’Iran non ha armi nucleari e si impegna a non produrle sottoponendosi in base all’accordo a stretto controllo internazionale.

Comunque – scrive l’ex segretario di stato Usa Colin Powell il 3 marzo 2015 in una email venuta alla luce – «quelli a Teheran sanno bene che Israele ha 200 armi nucleari, tutte puntate su Teheran, e che noi ne abbiamo migliaia».

Gli alleati europei degli Usa, che formalmente continuano a sostenere l’accordo con l’Iran, sono sostanzialmente schierati con Israele. La Germania ha fornito a Israele sei sottomarini Dolphin, modificati così da poter lanciare missili da crociera a testata nucleare, ed ha approvato la fornitura di altri tre.

Germania, Francia, Italia, Grecia e Polonia hanno partecipato, con gli Usa, alla più grande esercitazione internazionale di guerra aerea nella storia di Israele, la Blue Flag 2017. L’Italia, legata a Israele da un accordo di cooperazione militare (Legge n. 94, 2005), vi ha partecipato con caccia Tornado del 6° Stormo di Ghedi, addetto al trasporto delle bombe nucleari Usa B-61 (che tra non molto saranno sostituite dalle B61-12). Gli Usa, con F-16 del 31st Fighter Wing di Aviano, addetti alla stessa funzione.

Le forze nucleari israeliane sono integrate nel sistema elettronico Nato, nel quadro del «Programma di cooperazione individuale» con Israele, paese che, pur non essendo membro della Alleanza, ha una missione permanente al quartier generale della Nato a Bruxelles.

Secondo il piano testato nella esercitazione Usa-Israele Juniper Cobra 2018, forze Usa e Nato arriverebbero dall’Europa (soprattutto dalle basi in Italia) per sostenere Israele in una guerra contro l’Iran.

Essa potrebbe iniziare con un attacco israeliano agli impianti nucleari iraniani, tipo quello effettuato nel 1981 a Osiraq in Iraq. In caso di rappresaglia iraniana, Israele potrebbe far uso di un’arma nucleare mettendo in moto una reazione a catena dagli esiti imprevedibili.

Manlio Dinucci 


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lunedì 21 maggio 2018

Festival della Sostenibilità, dal 22 maggio al 7 giugno 2018 in varie città d'Italia

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Inizia la seconda edizione del festival della sostenibilità. Tutti gli eventi in calendario si svolgeranno dal 22 maggio al 7 giugno 2018 in diverse città italiane. L’obiettivo del Festival è quello di sensibilizzare ai temi della sostenibilità economica, sociale e ambientale per promuovere un concreto cambiamento culturale e rafforzare le richieste che partendo «dal basso» impegnino i governanti e gli amministratori del Paese al rispetto di quanto sottoscritto in sede ONU.

Molti gli eventi sia di rilevanza nazionale che territoriale in calendario, si tratta di convegni, seminari, workshop, mostre, spettacoli, presentazioni di libri, manifestazioni di valorizzazione del territorio, incontri con esperti del settore, con l’unico obiettivo di richiamare l’attenzione sui 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile previsti da Agenda 2030 della Nazioni Unite.

Il Festival rappresenta, nel nostro Paese, uno degli eventi più importanti della Settimana europea dello sviluppo sostenibile (Esdw) che si terrà dal 30 maggio al 5 giugno 2018.


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(Fonte: Arpat)

domenica 20 maggio 2018

Bioregionalismo della psiche - Sostanza costituente, psicostoria ed inconscio collettivo


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Ogni elemento, essendo la trasformazione nell’infinita possibilità dei movimenti energetici nello spazio tempo, conserva una specifica memoria (od intelligenza) che è necessaria alla coesione della sua sostanza, o stato di mutazione energetica (se vogliamo usare una terminologia metafisica). Questo procedimento di psicosomatizzazione dell’esistente viene impresso contemporaneamente in una sorta di “negativo” che corrisponde alla formula rispetto al procedimento sperimentale.
Ma non è solo descrizione è anche substrato, è forza costituente che permette al tutto manifesto di mantenere una forma ed un nome, insomma gli fa continuare una specifica identità energetica.
Da qui anche il concetto di “psicostoria”, che non è altro che la memoria progettuale costituente i fenomeni, la quale resta impressa nei risultati stessi della fenomenologia attiva: i processi vitali. Perciò la storia non è quella scritta sui libri, quella dei libri è solo una documentazione ingannevole, parziale e soggettiva che descrive gli aspetti vissuti da alcuni testimoni, od ascoltatori dei testimoni. La storia come noi la conosciamo è una traballante pseudo-verità raccontata e corroborata (a fini speculativi) dai suoi redattori. Quella che chiamiamo storia è al meglio la descrizione di un immaginifico realistico condiviso (più o meno) da molti (comunque un numero limitato di persone).
Ma la verità non può essere parziale, come non può essere sminuzzata l’integrità della nostra esistenza corporea. Nel senso che non possiamo dire “questo organo o questa appendice non mi appartiene od è inutile, i capelli le unghie ed i peli non sono importanti perché crescono e vengono eliminati senza eccessivo danno…” o simili facezie. Infatti anche se usiamo quasi sempre la destra per il nostro agire abbiamo bisogno anche della sinistra, se diventiamo calvi lo consideriamo un difetto, se le unghie si spezzano anche le dita ne soffrono, etc. Insomma la verità storica dovrebbe corrispondere ad un’interezza e questa interezza viene data solo da quella memoria sottile che resta impressa nelle forme in continua mutazione fenomenica.
Questo “ricordo” a livello vitale viene definito DNA ed a livello psichico io lo chiamo “psicostoria”, ovvero la capacità di lettura attraverso la memorizzazione automatica, la registrazione contabile, presente nell’insieme dei processi vitali coinvolti negli eventi. E siccome non esiste separazione alcuna in qualsivoglia processo vitale, che si manifesti con il nostro diretto coinvolgimento oppure con uno indiretto, e qui faccio ancora l’esempio del corpo umano in cui se vengono ad esempio persi i denti questo fatto coinvolge anche tutti gli altri organi ed appendici, dalla testa ai piedi. Senza denti si deteriora l’alimentazione, l’individuo perde la capacità aggressivo-difensiva, etc. etc. insomma ogni elemento vitale viene influenzato. Ciò logicamente succede anche per gli eventi sulla faccia del pianeta: una bomba atomica in Siberia influisce sulle condizioni ambientali dell’Antartide….
Infine se vogliamo conoscere la storia, quella vera, è necessario intromettersi nel magazzino della funzione mnemonica vitale, che è presente comunque in chiave olistica ed olografica in ognuno di noi.
In India questo magazzino si chiama Akasha, Jung lo chiamò Inconscio collettivo, gli esoteristi lo chiamano Aura della Terra.
Come fare ad attingere a questo archivio misterioso e sempre presente?
La risposta sta nella domanda stessa… Come fa l’acqua a conoscere l’acqua? Come fa il fuoco a conoscere il fuoco? Come fai a conoscere te stesso?
Essendolo…! Unicamente essendolo… Non come un osservatore che guarda bensì come sostanza costituente dell’andamento energetico in corso. Spogliandosi quindi della separazione che ci impedisce di percepire l’insieme di cui siamo parte integrante. 
Infatti coloro che sono dotati di preveggenza o medianità possono percepire questa “memoria” totale del grande magma dell’esistenza solo sciogliendosi in quella “memoria”. Ovvero rinunziando alla piccola memoria separativa dell’ego che porta ad identificarci con la singola molecola del processo vitale ed a descrivere l’esistente nello stretto ambito del percettibile, limitato alla presenza circoscritta.

Paolo D’Arpini
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Rete Bioregionale Italiana

sabato 19 maggio 2018

Stupro a pagamento o ecologia sessuale?



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 In febbraio avevamo lanciato la proposta di organizzare con noi il tour in Italia di Rachel Moran, autrice del libro "Stupro a pagamento"?

Ebbene siamo lieti di comunicarti che il tour è andato in porto e quindi ti invitiamo ad aiutarci a pubblicizzarlo e a partecipare nel caso tu risiedessi in una delle località toccate che sono Milano il 20 e 21 maggio, Vimercate (MB) 24 maggio, Budrio (BO) 25, Perugia 26, Roma 27 e 28 e Foggia 29.

Lo scopo di questo tour è quello di contribuire a creare una maggior consapevolezza negli italiani e nelle italiane circa il tema della prostituzione cercando di porre le basi per interventi legislativi che puntino ad eliminare la sofferenza delle persone prostituite. 


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Il mio viaggio nella prostituzione: tour italiano di Rachel Moran

Lista Civica Italiana e Round Robin Editrice, hanno promosso e organizzato in Italia dal 20 maggio al 29 maggio un ciclo di incontri con Rachel Moran, autrice del libro "Stupro a pagamento", co-fondatrice di Space International (www.spaceintl.org ), organizzazione impegnata nella diffusione del modello legislativo nordico. 
Il tour intende contribuire al dibattito sul tema della prostituzione senza moralismo, senza pregiudizi con l’obiettivo di far crescere la consapevolezza e di cercare di eliminare la sofferenza umana delle persone prostituite. 


Rachel Moran ha avuto una vita molto difficile. Diventata una senzatetto si è trovata costretta a prostituirsi dall’età di quindici anni; a ventidue ha avuto la fortuna e la forza di uscire da questa esperienza diventando giornalista, scrittrice e attivista di Space International.

Gli incontri previsti dal tour saranno una occasione per ascoltare una persona che ha vissuto sulla sua pelle questa esperienza e che ha impiegato dieci anni per scrivere - e firmare con il suo nome - il libro “Stupro a pagamento” riuscendo a rielaborare la propria sofferenza interiore trasformandola in denuncia. La prima parte del libro di Rachel Moran parla della sua vita mentre la seconda affronta con pacatezza e umanità molti aspetti tra cui i danni psicologici che una persona in prostituzione subisce, scardinando un notevole numero di miti che circolano nel mondo in merito alla prostituzione e che sono spesso utilizzati in mala fede.

Il libro propone l’adozione del modello legislativo nordico vigente in Svezia (adottato poi da Norvegia, Islanda, Canada, Irlanda e Francia) che prevede un supporto alle donne che intendono lasciare la prostituzione e la punibilità di chi acquista sesso a pagamento; questo provvedimento in quella nazione ha stroncato la tratta.

Lista Civica Italiana ritiene che il tema della prostituzione vada affrontato con grande umanità, delicatezza e rispetto poiché tocca tutte le corde di un essere umano: dalla dignità della persona al diritto ad una sessualità libera dalla violenza; determinanti sono poi le condizioni socio-economiche in cui si trova una persona quando entra in prostituzione: come può dirsi libera una scelta fatta in assenza di alternative per vivere dignitosamente?

Rachel Moran darà molti “scomodi” spunti di riflessione ancora poco diffusi tra le persone che spesso, con ipocrisia, si mettono a posto la coscienza con un “se l'è cercato lei o lui” e accettano – spesso anche con “fastidio” - di avere vere e proprie schiave a pochi metri da casa.

Gli organizzatori ringraziano gli enti e le associazioni che hanno contribuito alla realizzazione del di questo tour: Resistenza Femminista (Roma), il Centro Anti Violenza Telefono Donna di Foggia, l’Assessorato alla cultura di Budrio, la Consulta delle donne di Budrio, il Comune di Rimini, il Liceo scientifico Manzoni di Milano, l’Associazione Minerva di Concorezzo, la Libreria delle Donne di Milano, la Biblioteca di Vimercate, il Centro Shalom della Parrocchia di Santo Spirito di Perugia.

L'ingresso agli eventi è libero (tranne quello presso la Sala Aldo Moro a Montecitorio per il quale è richiesta la registrazione) e ci sarà la traduzione dall'inglese.

Lista Civica Italiana info@listacivicaitaliana.org

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Le date previste per il tour italiano di Rachel Moran nel mese di maggio sono:

domenica 20 – Milano ore 18 – Libreria delle Donne di Milano – Via Pietro Calvi 29 - a cura della Libreria delle Donne

lunedì 21 - Milano ore 20.30 - presso il Liceo Linguistico Manzoni in via Grazia Deledda 11 (MM1 – MM2 Fermata Loreto) 

giovedì 24 Vimercate (MB) – ore 21 Biblioteca comunale Piazza Unità d’Italia

venerdì 25 Budrio (BO) – ore 18 – Foyer del Teatro Consorziale – via Garibaldi – a cura della Consulta delle donne di Budrio 

sabato 26 Perugia – ore 16 - Centro Shalom – Via Quieta 141 

domenica 27 Roma – ore 16 – Palazzo Merulana – via Merulana 121 - a cura di Resistenza Femminista

lunedì 28 Roma – dalle ore 15 alle 19 – Palazzo Montecitorio – Camera dei Deputati sala Aldo Moro - a cura di Resistenza Femminista https://www.facebook.com/events/2086797428268304/

lunedì 28 alle ore 16 sarà possibile ascoltare Rachel Moran intervistata a Radio3 durante la trasmissione Farehneit

martedì 29 Foggia - 18.30 Parco San Felice - ingresso lato via Rovelli a cura del Centro Anti Violenza Telefono Donna di Foggia. https://www.facebook.com/events/223199045115708/


Eventuali aggiornamenti saranno pubblicati su http://www.listacivicaitaliana.org/2018/il-mio-viaggio-nella-prostituzione-tour-in-italia-di-rachel-moran/