lunedì 9 settembre 2019

Regione Marche. Varata una legge regionale per ridurre l'utilizzo dei prodotti in plastica monouso

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La legge regionale delle Marche n. 27 del 1 agosto 2019 "Norme per la riduzione dei rifiuti derivanti dai prodotti realizzati in plastica" prevede:
il divieto di utilizzo di prodotti in plastica monouso, quali:
  • bastoncini cotonati e cannucce che non rispettano i criteri normativi previsti per questi prodotti
  • piatti e posate in plastica usa e getta
  • agitatori per bevande
  • aste a sostegno dei palloncini, ad eccezione di quelli ad uso industriale e altri usi e applicazioni professionali
  • contenitori per alimenti sia essi destinati al consumo immediato sul posto o da asporto, o consumati direttamente dal recipiente oppure pronti per il consumo senza ulteriore preparazione
  • contenitori per bevande in polistirene espanso e relativi tappi e coperchi
  • tazze per bevande in polistirene espanso e relativi tappi e coperchi
il divieto di utilizzo di prodotti in plastica oxo-degradabile, ad eccezione di quelli utilizzati per finalità medico sanitarie.
Questi divieti non si applicano in alcune situazioni, ovvero nei casi di:
  • emergenze igienico sanitarie certificate dagli organi competenti
  • diete personalizzate, con certificazione medica
  • interruzione del servizio di acquedotto o calamità naturali.
C'è comunque tempo fino al 31 marzo 2020 per smaltire le scorte disponibili.
Il divieto è rivolto ad usa serie di soggetti, in prevalenza pubblici, ma non mancano anche soggetti privati, nel dettaglio, i destinatari risultano:
  • Regione
  • Province e Comuni
  • soggetti partecipati da Regione, Provincia e Comuni nonché aziende e agenzie sottoposti alla vigilanza delle già menzionate amministrazioni
  • strutture sanitarie pubbliche e private accreditate
  • università, istituti pubblici di educazione ed istruzione nonché enti di formazione accreditati
  • chiunque svolge un'attività economica in area demaniale
  • chiunque organizza manifestazioni e eventi avvalendosi dei contributi regionali o del patrocinio dello Giunta regionale o dell'Assemblea legislativa regionale.
Oltre ai divieti sopra menzionati, la legge regionale prevede un ulteriore divieto legato al fumo, ovvero non è consentito fumare nei tratti di arenile del litorale regionale qualora non siano disponibili specifici contenitori dove buttare i mozziconi di sigaretta o, più in generale, i "rifiuti post consumo dei prodotti del tabacco con filtri contenenti plastica".
La norma contiene anche delle sanzioni in caso di violazione dei divieti sopra descritti.
Nel caso di violazione del divieto di utillizzo di plastica monouso e di plastica oxodegradabile è prevista una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 300.000 a euro 1.500.000, mentre se la violazione avviene nelle spiagge del litorale, oppure riguarda mozziconi di sigaretta o simili, la sanzione va da 60,00 a 300,00 euro.
La legge della Regione Marche prevede anche una serie di attività promozionali mirate alla limitazione dell'uso di prodotti in plastica usa e getta, per questo si prevede di accordare:
  • il sostegno economico-finanziario a progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale tesi a sostituire i prodotti in plastica monouso, in particolare quelli realizzati da Università e istituti di ricerca, pubblici e privati
  • il sostegno ad iniziative ed attività dirette a conseguire la riduzione dell'uso di prodotti in plastica usa e getta
  • il sostegno ad azioni volte al riciclo o riutilizzo anche tramite sistemi di cauzione-rimborso
  • il sostegno alla realizzazione di campagne di comunicazione per sensibilizzare la cittadinanza e tutti i soggetti interessati ai potenziali benefici derivanti dalla riduzione dell'uso di plastiche monouso.
Per la realizzazione di quanto contenuto nella norma è prevista una copertura finanziaria; per l'anno 2020, la Regione stanzia sino ad un massimo di euro 100.000,00 per le spese di parte corrente e sino ad un massimo di 100.000,00 per le spese di investimento.
Infine la Regione Marche si impegna a monitorare, con cadenza annuale, l'attuazione di quanto previsto dalla legge nonché il suo impatto sul territorio regionale.

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Fonte: Arpat

domenica 8 settembre 2019

Ecologia e complotti - Ovvero: "Dalle Torri Gemelle al collasso climatico. Le panzane che ingrassano l'intelligence"


Per chi come me conosce un po' di aviazione e conosce un po' di tecnologia, ingegneria e metallurgia di base, mi son voluti pochi secondi per capire le solite cialtronate tipiche inventate della C.I.A.

L’11 settembre 2001 visto da uno che si fa domande:
Attacchi alle Torri gemelle da parte dei cattivi islamici o complotto?
E’ semplicissimo, basta osservare attentamente ogni singolo punto:
- Farsi domande non è mai male, quantomeno fa lavorare il cervello e aiuta a restare giovani.
- Specialmente se Usa e il suo servizio segreto, in 70 anni di porcate ne ha fatto centinaia, e di morti decine di milioni; ma i colpevoli sono sempre altri !!

(* VEDI SOTTO l’ULTIMA PORCATA nata 50 anni fa in itaglia/venetukkolo fra i “fanghi” aponensi, sponsor Merikani che ho scoperto sul Tiggì …)

Contro-inchiesta di Giulietto Chiesa, numerosi libri, documenti, inchieste, calcoli matematici, conoscenze tecnologiche, descrizioni di presunti fotomontaggi, svariate testimonianze e il film-documentario del regista Usa Michael Moore, contraddicono la versione ufficiale del presidente Usa.

- Possibile che i terroristi si siano mossi liberamente negli Stati Uniti, siano diventati piloti, abbiano pianificato nei dettagli l'attacco più imponente mai realizzato prima, senza che le spie della prima potenza mondiale, si accorgessero di nulla ?!! Non sono certo come i Servizi Segreti israeliani, seri, perfetti, sempre informati, ma sono in tanti al Pentagono…

- Oppure sapevano, ma hanno scelto di non far niente ? Magari di aiutarli, come hanno fatto tantissime volte ?

- Forse per far nascere nell'opinione pubblica il clima giusto per giustificare la guerra successiva ?

- Bush padre e le relazioni della famiglia Bush con i sauditi di Bin Laden, gli interessi del fondo finanziario Carlyle e della compagnia petrolifera Harken Energy, proprietà Bush, che niente centrava con l’Afganistan, sono state portate avanti dall’ubriacone ignorante, con problemi psichici del figlio e della vicepresidente Condolisa Rice, che partecipavano ai gruppi di alcolisti anonimi; e sulle multinazionali che hanno visto esplodere i fatturati in seguito allo scoppio del conflitto?!

- Ricordate la Cantante Loredana Berté che con il marito Bjorn Borg, si sguinciano fuori dall’ascensore con Bin Laden, in Casa Bianca?!

Casa Bianca o Casa Rosso Sangue ?
i maggiori dubbi/certezze:

1)
Video su Youtube hanno analizzato le dirette Cnn, Fox e Cbs, riprese dagli elicotteri e si chiedono come mai nelle immagini il cielo abbia colori sempre diversi e ci siano dei tagli di montaggio e delle dissolvenze a nero proprio dopo l'impatto del secondo aereo.

2) Zoom poco prima dello schianto, ma non si vede nessun aereo nelle inquadrature precedenti, più larghe.
3) L'aereo non si vede “viaggiava a più di 900 km/ora, dice la Commissione Nazionale, ma i piloti : “quella velocità era la metà, in quanto è in bassa quota, dove la densità dell’aria è altissima; solo in media quota la si può raggiungere, o in picchiata, ma potrebbe perdere pezzi… infatti anche i caccia, se non obbligati da guerra o sotto attacco, non raggiungono MAI il Mach1, altrimenti si sentirebbe l’esplosione sonica, che si deve raggiunge oltre i 3-4.000 metri di quota, altrimenti sentiremmo esplosioni continue.

4) Dove sono i resti di tutti gli aerei ?
Meglio nascondere le prove del delitto
; saranno già state fuse 1 mese dopo.
5) 1 ex pilota Cia : “dinamica dell'impatto non compatibile con quello accaduto fisicamente ad un aereo di quel tipo, se si fosse schiantato sulla Torre, di cui non si sono potuti verificare i resti. Mai state trovate le scatole nere indistruttibili. I lavori per sgomberare Ground Zero sono cominciati subito dopo il disastro. I camion hanno iniziato subito a portare detriti alla discarica, con una fretta sospetta; per evitare indagini sulla dinamica dei crolli ?”

6) piloti di linea : ”è impossibile per dei dirottatori inesperti, addestrati su infimi Cessna, compiere una tale impresa, con tale precisione; la virata manuale non si impara in 10 minuti”.
7) testimoni tra cui anche alcuni corrispondenti, “ non aver visto in modo nitido l'aereo; i sarebbe potuto trattare anche di un missile; filmato girato quando era già stata colpita la 1°, mostra 1 aereo infilarsi dentro la seconda Torre, ma si vede solo una sagoma scura e non un aereo bianco, blu e rosso.
8) Passeggeri al check-in chi sono ? anche quello United Airlines 93, precipitato senza colpire i presunti obiettivi ?
9) Come hanno potuto telefonare i passeggeri con i cellulari dall'aereo, se è vero che hanno telefonato dai cellulari, secondo quanto riportato da alcuni media e non dai telefoni di bordo?
10) Non è possibile verificare l'identità di chi è salito su quegli aerei, perché non è possibile risalire a tutti i familiari delle vittime, e perché non ci sono testimonianze video !! né al check-in, né al momento dell'imbarco!!
"Farenheit 9/11" esce nel 2004, suscita grande scalpore e vince la Palma d'oro a Cannes.

11) Fra il 14 e il 24 settembre 2001, 6 voli charter riportarono in patria 142 persone saudita, 24 membri della famiglia Bin Laden e altri regnanti Saudi.
Anche nell’italietta qualcuno si è interrogato sui sospetti: Giulietto Chiesa, Franco Fracassi, Francesco Trento e Thomas Torelli hanno lavorato ad un'inchiesta, un libro poi diventato film, proiettato alla Festa del Cinema di Roma: "Zero", concentrato sulla “manipolazione delle immagini dell'attacco terroristico trasmesse quel giorno in tutto il mondo non sono reali”.

12) Le prove della responsabilità di Osama Bin Laden non sono mai state documentate ed esibite dagli Stati Uniti, itaglietta e Nato; sono andati in Afghanistan sulla base di queste presunte prove
13) Come è possibile che il calore dell'incendio, causato dall'esplosione degli aerei, abbia fuso l'acciaio in quel modo, facendo sbriciolare e implodere le Torri su se stesse? Qui gli architetti e gli ingegneri si sono accordati sulla temperatura che sarebbe necessaria per indebolire una struttura come quella delle due torri. Queste teorie sono riunite al completo nel sito "Architects and Engineers for 9/11 truth".
14) inspiegabile il crollo del Wordl Trade Center 7, non colpito da niente, se non 1 angolo, colpito solo nel crollo per la parte finale di 1 delle torri: la tesi dei crolli strutturali è confutata da numerosi testimoni oculari che hanno sentito chiaramente un'esplosione prima del crollo. Tutto visibili su Youtube.
15) l'elenco dei 19 terroristi viene pubblicato con rapidità dal Dipartimento di Stato americano, troppo rapidi quelli della Cia, ci hanno preso per fessi ? 13 di loro erano/sono vivi e vegeti, totalmente estranei agli attentati. Risiedevano in altri Paesi e si sono recati nelle ambasciate per capire come mai il loro nome fosse su quell'elenco dell'FBI. Alcuni avevano denunciato anni prima il furto del passaporto, sostenendo di non aver mai lasciato il loro stato, come nel caso di Salem Alhazmi. Furto di identità e di altri contattati da Guardian, Telegraph e BBC, pilota della Tunis Air "Nei passati dieci mesi sono stato in Tunisia con altri 22 piloti per imparare a pilotare un Airbus 320.

16) Report si è occupato della controinformazione nella puntata del 24 sett 2006 Milena Gabanelli intervista Jimmy Walter, il miliardario che ha speso 7 milioni per distribuire gratis un filmato per convincere l'opinione pubblica che la versione ufficiale su quanto accaduto è frutto di una manipolazione: "Confronting the evidence" : "Non sono sicuro di tante cose, del perché è successo, della fine che hanno fatto i passeggeri sul volo del Pentagono e tanto meno di che fine ha fatto quell'aereo. Non sono sicuro di cosa è entrato nel Pentagono, non so cosa l'abbia colpito, non so cosa abbia fatto quel buco. Ma so per certo che non può essere stato un boeing 757". Inganno globale”. Facilissimo, il giorno prima hanno minato esattamente quello che si è frantumato, e i possibili testimoni di un certo traffico di persone e scatole, sono anche morti spiaccicati sui muri a lato del buco.
17) Il giornalista Massimo Mazzucco si è concentrato sull'aereo caduto o abbattuto in Pennsylvania e su quello che colpì il Pentagono. Dove sono finiti i resti dei due Boeing? Nel filmato su Youtube, ci sono le immagini scattate poco dopo lo schianto: il prato intatto; l’apertura sulla facciata dell'edificio più stretta dell'apertura alare di un Boeing e soprattutto, nessun resto del velivolo tra le macerie, nessuna traccia neanche dei motori giganteschi grandi come 1 camion. Sulla facciata ci dovrebbe essere stato “stampata” l’ala. Con 1 solo aereo di quelli, ci vogliono almeno 10 camion grossi con rimorchio. La lunghezza di 1 sola ala, solo se pressata da scontro, nel senso della parte stretta, ci stà in 1 camion, altrimenti bisogna smontarla.

18) Albert Stubblebine ex generale che si occupava di interpretare le immagini di segreti tecnici e scientifici durante la Guerra fredda: "Guardo il buco nell'edificio del Pentagono poi guardo il Boeing che avrebbe dovuto colpirlo e dico: la fusoliera dell'aereo in quel buco non ci sta".
19) " Alcune persone che si trovavano nelle torri al di sopra dei punti di impatto salirono fino ai tetti degli edifici sperando di essere salvati dagli elicotteri, ma le porte di accesso ai tetti erano chiuse; inoltre, non vi era alcun piano di salvataggio con elicotteri e, quella mattina dell'11 settembre, il fumo denso e l'elevato calore degli incendi avrebbe impedito agli elicotteri di effettuare manovre di soccorso". Amenochè le porte siano blindate, tutte le altre si sfondano, e gli elicotteri all'inizio potevano atterrare senza problemi, anche perchè le pale del rotore trasportano l'aria buona/decente, dall'alto verso sotto; ma se non si fanno mai arrivare… li han lasciati arrostire con calma. Meno testimoni ci sono, meglio è; antica filosofia Cia.

20) fusione del ferro 1370°  prima di raggiungere quella temperatura ci vuole tanto caldo e lì forse non si arrivava neanche alla metà

21) anche se fosse vero, dove avviene il rammollimento del ferro in una zona, c'è il molto parziale collasso, ma il resto tiene, quindi non succede  NIENTE, infatti la frase :
22) " il crollo dell'edificio è stato causato dalla dilatazione termica, prodotta dagli incendi incontrollati per ore, dell'acciaio della colonna primaria, la numero 79" è una gran minkiata; frase manco tanto studiata per poter pensare che qualcuno potesse pensare minimamente vera, come :
23) le pseudo bombe chimiche x "colare" velocemente il ferro, si possono mettere ai pilastri in 100 posti diversi e a piani diversi e nessuno se ne sarebbe accorto. Sono semplici valigette che basta depositare vicino al pilastro di ferro, con 1 ricevente di attivazione, con canali diversi di trasmissione. Infatti il materiale interno agli appartamenti fu espulso dalle finestre prima, sparato fuori dalle esplosioni, prima del collasso dei piani, per compressione, a strati, in sequenza di schiacciamento.

24) crollo  Verticale quasi PERFETTO,  solo specialisti estremi della demolizione lo possono fare.  Se fossero vere le minkiate della Cia & socy, dovrebbero essere cadute in laterale, piegandosi a torre di Pisa già da subito, invece sono cadute a palo, come fossero legate a 1 pilone. Esplosioni temporizzate perfette nei piani,  manco James Bond !! E’ difficile con edifici in cemento armato, figurarsi questi mostri in acciaio !!

25)  tempi di reazione della stampa : scrivono gli articoli già prima che succeda, hanno già i pezzi pronti taroccati, operazioni standard ormai ben chiare

26) che roba era la enorme nuvola di polvere grigia ?
Nessuno l’ha analizzata ?
Non mi sembra che un palazzo di ferro, si sfracelli provocando polvere grigia, quasi come fosse di betonata, e con poco cemento !!
Il poco cemento nella betonata lo sanno fare molto egregiamente, solo i prenditori mafiosi itagliani, che glielo lasciano fare i superkoglioni degli itagliani, con gli appalti trucculenti e truccati !!

27)  sono stati sentiti i vigili del fuoco, di sicuro i massimi esperti degli effetti degli esplosivi ? NOinfatti sono inkazzati neri
- Quale la differenza con Piazza Fontana, l'Italicus, Bologna, il G8 di Genova, il Ponte Morandi, Assassinio Moro, esplosione dell'aereo dell'Itavia a Ustica con i missili Nato, che con tutti i grandi attentati mafiosi, sono stati comandati dalla massoneria di estrema destra, con contatti diretti con la Cia ........ in Merika sono decine le guerre inventate, con nemici invisibili ? Daltronde i popolani possono essere usati come birilli.. quale problema, basta ordinare ai sottoposti e mettere qualche firmetta, come ha fatto il problematico sociale di Busch e poi il malfattore “premio Nobel Obbbama” quando ha coperto tutto e continuato la solita malapolitica.
Siamo birilli da sfruttare x qualsiasi obbiettivo e metodo, e questo dalla notte dei tempi. Forse sarà meglio darci 1 mossa ?

(* VEDI SOPRA): Notizia del giorno 1° sett 2019 Tiggi2 :
La “ Nascita “ di Gheddafi, da piccolo personaggetto insignificante, diventato distruttore del regno del re libico, solo perché Cia, Servizi Segreti deviati italici, si sono accordati in 1 hotel di Abano, e  poi quando non gli andava più bene, perché “gli rendeva” troppo poco, lo hanno fatto far fuori, forse perché non riusciva a distribuire le loro armi in quantità industriale in medio oriente e in Africa, tramite il falso islamismo che ha imposto, legandosi parzialmente alla Russia, ma solo per far finta di essere socialista, visto che lui era anticomunista ? Importante è fare teatro per far credere il falso, mentre il petrolio era sotto controllo Cia, prezzi, quantità e potere, insieme ai controllati Sauditi e l’Opec che loro avevano messo insieme dal dopoguerra. Chi restava fuori dal gioco ? Il Venezuela sotto diretto controllo Cia, il nord Europa dove il controllo era “laterale” e l’itaglia con l’Agip che era stata “depurata” dal troppo bravo e onesto Enrico Mattei, facendolo esplodere in volo; con quasi lo stesso metodo usato per distruggere l’Olivetti ?
3° millennio di Sangue !! identico ai precedenti ? NO, molto peggio, perché quello che conosciamo sul Nostro Passato (maestro di Vita) è enormemente di +.
Non c’è probbblema, siamo in tanti, troppi in questo mondo, in questo pianetino infimo, prossimo al collasso climatico!
Gianni Luigi Padrin  - lalibertaepartecipazione@gmail.com
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Articolo collegato:   http://www.circolovegetarianocalcata.it/2012/09/13/twin-towers-torri-gemelle-11-settembre-2001-qualcosa-non-quadra-la-favola-dellattentato-terroristico-sfatata/

venerdì 6 settembre 2019

Ecologia della comunicazione nell’epoca dell’incantamento digitale

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La nostra è l’epoca dell’incantamento digitale, della comunicazione globale e degli scambi veloci ed interattivi: l’era dell’intimità esteriorizzata attraverso i social network. Indubbiamente trascorriamo sempre più tempo a navigare in internet e a dialogare attraverso le chat ed i newsgroup, spesso convinti di sostenere un autentico rapporto di comunicazione. 

Proprio in questo settore stiamo assistendo alle più grandi innovazioni e progressi, ma mai come oggi sentiamo parlare così tanto di isolamento e di solitudine, anche perché gli strumenti scientifici e tecnologici non sempre forniscono valide risposte alle nostre domande di senso, non sempre colmano quella percezione di vuoto che deriva dall’assenza di legami reali. 

Paradossalmente le condizioni di isolamento e di solitudine trovano spazio soprattutto in quegli agglomerati urbani dove molti scelgono di vivere per sentirsi meno soli, in quei luoghi dove la folla domina incontrastata sull’individuo. Eppure, in un mondo sempre più integrato ed uniformato, tutto questo martellante e onniavvolgente comunicare sembra assumere le sembianze tranquillizzanti di un unico grande supermercato che porta con sé i segni di laceranti ed insanabili contraddizioni. 
Come sosteneva McLuhan, i media elettronici hanno abolito sia il ‘tempo’ sia lo ’spazio’, facendoci perdere la capacità di ripartire i ruoli e di assumere punti di vista individuali.
Nell’agosto 2009, dalle pagine del Wall Street Journal, John Freeman lanciava il Manifesto della Slow Communications sottolineando come l’ambiente tecnologico che ci siamo costruiti intorno agisca su di noi con una pressione tale che non siamo più in grado di sopportare. Certo è che l’impatto con il vortice di stimoli derivati dai dati e dalle informazioni conseguenti all’iper-esposizione ai media e agli strumenti digitali rischia di farci perdere le capacità di scelta. Nelle sue dichiarazioni di intenti Freeman così evidenziava: “I nostri giorni sono limitati, le nostre ore sono preziose. Dobbiamo decidere che cosa vogliamo fare, che cosa vogliamo dire, di che cosa e di chi dobbiamo prenderci cura. Bisogna pensare come vogliamo ripartire il nostro tempo in base a queste domande, entro limiti che non possiamo cambiare. In poche parole, dobbiamo rallentare”. 
Oggi, ci troviamo di fronte ad un curioso quanto inquietante paradosso: “da un lato ripetiamo ad nauseam che viviamo in un mondo sempre più complesso, dall’altro abbiamo creato una cultura della comunicazione che rende difficile, se non impossibile, ritagliarsi spazi e tempi per riflettere tranquillamente e senza distrazioni. In un mondo che esige risposte in tempo reale abbiamo perso la capacità di affrontare problemi complicati”.
Per dirla con Zygmunt Bauman, sociologo della ‘modernità liquida’, “viviamo in una condizione di affollata solitudine” di fronte alla quale c’è chi intraprende percorsi spirituali o avventure estreme pur di ritrovare un’autentica solitudine. Sarebbe pertanto utile domandarsi da cosa derivi questa abnorme e patologica paura per tale condizione esistenziale. Di fatto il diffondersi e il radicarsi dell’isolamento e della solitudine fra generazioni viene scarsamente affrontato e approfondito sul piano politico e sociale. 
Spesso l’isolamento generazionale è proprio di chi non riesce a svolgere e a dare valore al proprio ruolo sociale nelle varie fasi della vita. Per reagirvi occorre un lungo e costante lavoro culturale per ricollocare la persona al centro delle questioni reali; un lavoro che sappia promuovere la cultura dell’essere e della costruzione del proprio essere attraverso la riscoperta del senso della storia, della tradizione e della continuità con i valori che contano. Tuttavia, le incessanti informazioni che riceviamo non facilitano la ricerca delle relazioni e del senso di appartenenza poiché tendono spesso a trasferirci virtualmente in un altrove, o in un futuro che ci viene rappresentato sempre migliore del presente. Illudendoci di sentirci ovunque a casa rischiamo di non trovarla più. 
In realtà la nostra sfera emotiva è più lenta e più profonda della nostra mente; proprio per questo non riesce a trovare spazio nella velocità di un vissuto sempre più superficiale e meno qualificante. È pur vero che la ricerca della solitudine (spesso considerata negativa anche per la perdita della capacità di stare soli per brevi periodi) può offrire valide occasioni per riflettere, raccogliersi e ritrovarsi. Essa stessa presenta molteplici aspetti positivi che inducono a sondare le nostre emozioni e i nostri timori verso l’ignoto, a realizzare la nostra vera natura e i nostri talenti, a reagire ai sempre più pervasivi modelli massificanti e a quel fluire incessante di messaggi spesso banali ed estranianti. 
Stiamo disimparando a riconoscerne l’importanza e l‘utilità, essendo stati indotti a diffidare di tante altre cose che attengono alla nostra parte più autentica e profonda, a quella parte che necessita del silenzio per rivelarsi. Ed è proprio l’aver dichiarato guerra alla natura, in nome di una battaglia insensata che chiamiamo progresso, e che si sta fatalmente ritorcendo contro noi stessi, che ci rendiamo così vulnerabili e irragionevoli di fronte alla solitudine… uno stato d’animo da conoscere per ascoltare la voce interiore che sprona a vivere nei modi più equilibrati e adeguati, per ritrovare i valori inalienabili della riflessione critica, dell’impegno etico e della solidarietà. 
L’affollamento, dunque, è la quintessenza dell’isolamento, proprio perché la folla è negazione della comunicazione autentica e del relazionarsi con sé stessi e con gli altri. Il vero paradosso è che per comunicare realmente bisogna prima conoscere sé stessi, ma per conoscersi bisogna diventare prima di tutto sé stessi, attraverso l’ineludibile percorso creativo ed introspettivo della solitudine che si nutre del silenzio. 
Un silenzio ben diverso da quel ‘mutismo’ proprio dell’isolamento, che trova nell’affollamento e nell’insignificanza del proprio ‘comunicare’ tutta la sua imbarazzante dimensione di chiusura e di (in)sofferenza.
Italo Carrarini


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mercoledì 4 settembre 2019

L'Africa brucia... per recuperare nuove terre agricole

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Le terre arse nel continente africano rappresentano quasi il 70% dell’area bruciata del mondo. La causa principale è riconducibile a pratiche agricole e zootecniche. Contadini e pastori bruciano la vegetazione per ripulire e fertilizzare savana e foreste. Una tecnica antica che, in Costa d’Avorio ad esempio, ha portato alla perdita di tutta la parte boschiva al centro del Paese. 

Lo sviluppo dell’agricoltura africana, mai avvenuto, consegna il settore primario alla semplice sussistenza delle persone: dalla mattina alla sera, uomini e donne con solo una zappa come strumento, rassodano la terra, piantano e raccolgono. 

Dopodiché, prima che inizi la stagione delle piogge, i campi vengono bruciati affinché la cenere fertilizzi il terreno privato dei nutrienti. 6 Un circolo vizioso dal quale non si riesce a uscire. Bruciare è più economico di qualsiasi altra soluzione per ripristinare i campi. E poi c’è il problema del cambiamento climatico: disastri ambientali e periodi di siccità più frequenti stanno rosicando la disponibilità di terre fertili. Per questo subentra il bisogno di incendiare le foreste, per avere nuovi spazi coltivabili. 

Ma il disfarsi delle aree boschive e l’anidride carbonica liberata nell’atmosfera non fanno altro che accelerare quel cambiamento climatico di cui tanto si discute e poco si fa. Un circolo vizioso, appunto.  

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A.K. N. 36

martedì 3 settembre 2019

Ecologia della comunicazione nell’epoca dell’incantamento digitale

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La nostra è l’epoca dell’incantamento digitale, della comunicazione globale e degli scambi veloci ed interattivi: l’era dell’intimità esteriorizzata attraverso i social network. Indubbiamente trascorriamo sempre più tempo a navigare in internet e a dialogare attraverso le chat ed i newsgroup, spesso convinti di sostenere un autentico rapporto di comunicazione. 

Proprio in questo settore stiamo assistendo alle più grandi innovazioni e progressi, ma mai come oggi sentiamo parlare così tanto di isolamento e di solitudine, anche perché gli strumenti scientifici e tecnologici non sempre forniscono valide risposte alle nostre domande di senso, non sempre colmano quella percezione di vuoto che deriva dall’assenza di legami reali. 

Paradossalmente le condizioni di isolamento e di solitudine trovano spazio soprattutto in quegli agglomerati urbani dove molti scelgono di vivere per sentirsi meno soli, in quei luoghi dove la folla domina incontrastata sull’individuo. Eppure, in un mondo sempre più integrato ed uniformato, tutto questo martellante e onniavvolgente comunicare sembra assumere le sembianze tranquillizzanti di un unico grande supermercato che porta con sé i segni di laceranti ed insanabili contraddizioni. 
Come sosteneva McLuhan, i media elettronici hanno abolito sia il ‘tempo’ sia lo ’spazio’, facendoci perdere la capacità di ripartire i ruoli e di assumere punti di vista individuali.
Nell’agosto 2009, dalle pagine del Wall Street Journal, John Freeman lanciava il Manifesto della Slow Communications sottolineando come l’ambiente tecnologico che ci siamo costruiti intorno agisca su di noi con una pressione tale che non siamo più in grado di sopportare. Certo è che l’impatto con il vortice di stimoli derivati dai dati e dalle informazioni conseguenti all’iper-esposizione ai media e agli strumenti digitali rischia di farci perdere le capacità di scelta. Nelle sue dichiarazioni di intenti Freeman così evidenziava: “I nostri giorni sono limitati, le nostre ore sono preziose. Dobbiamo decidere che cosa vogliamo fare, che cosa vogliamo dire, di che cosa e di chi dobbiamo prenderci cura. Bisogna pensare come vogliamo ripartire il nostro tempo in base a queste domande, entro limiti che non possiamo cambiare. In poche parole, dobbiamo rallentare”. 

Oggi, ci troviamo di fronte ad un curioso quanto inquietante paradosso: “da un lato ripetiamo ad nauseam che viviamo in un mondo sempre più complesso, dall’altro abbiamo creato una cultura della comunicazione che rende difficile, se non impossibile, ritagliarsi spazi e tempi per riflettere tranquillamente e senza distrazioni. In un mondo che esige risposte in tempo reale abbiamo perso la capacità di affrontare problemi complicati”.
Per dirla con Zygmunt Bauman, sociologo della ‘modernità liquida’, “viviamo in una condizione di affollata solitudine” di fronte alla quale c’è chi intraprende percorsi spirituali o avventure estreme pur di ritrovare un’autentica solitudine. Sarebbe pertanto utile domandarsi da cosa derivi questa abnorme e patologica paura per tale condizione esistenziale. Di fatto il diffondersi e il radicarsi dell’isolamento e della solitudine fra generazioni viene scarsamente affrontato e approfondito sul piano politico e sociale. 

Spesso l’isolamento generazionale è proprio di chi non riesce a svolgere e a dare valore al proprio ruolo sociale nelle varie fasi della vita. Per reagirvi occorre un lungo e costante lavoro culturale per ricollocare la persona al centro delle questioni reali; un lavoro che sappia promuovere la cultura dell’essere e della costruzione del proprio essere attraverso la riscoperta del senso della storia, della tradizione e della continuità con i valori che contano. Tuttavia, le incessanti informazioni che riceviamo non facilitano la ricerca delle relazioni e del senso di appartenenza poiché tendono spesso a trasferirci virtualmente in un altrove, o in un futuro che ci viene rappresentato sempre migliore del presente. Illudendoci di sentirci ovunque a casa rischiamo di non trovarla più. 

In realtà la nostra sfera emotiva è più lenta e più profonda della nostra mente; proprio per questo non riesce a trovare spazio nella velocità di un vissuto sempre più superficiale e meno qualificante. È pur vero che la ricerca della solitudine (spesso considerata negativa anche per la perdita della capacità di stare soli per brevi periodi) può offrire valide occasioni per riflettere, raccogliersi e ritrovarsi. Essa stessa presenta molteplici aspetti positivi che inducono a sondare le nostre emozioni e i nostri timori verso l’ignoto, a realizzare la nostra vera natura e i nostri talenti, a reagire ai sempre più pervasivi modelli massificanti e a quel fluire incessante di messaggi spesso banali ed estranianti. 

Stiamo disimparando a riconoscerne l’importanza e l‘utilità, essendo stati indotti a diffidare di tante altre cose che attengono alla nostra parte più autentica e profonda, a quella parte che necessita del silenzio per rivelarsi. Ed è proprio l’aver dichiarato guerra alla natura, in nome di una battaglia insensata che chiamiamo progresso, e che si sta fatalmente ritorcendo contro noi stessi, che ci rendiamo così vulnerabili e irragionevoli di fronte alla solitudine… uno stato d’animo da conoscere per ascoltare la voce interiore che sprona a vivere nei modi più equilibrati e adeguati, per ritrovare i valori inalienabili della riflessione critica, dell’impegno etico e della solidarietà. 

L’affollamento, dunque, è la quintessenza dell’isolamento, proprio perché la folla è negazione della comunicazione autentica e del relazionarsi con sé stessi e con gli altri. Il vero paradosso è che per comunicare realmente bisogna prima conoscere sé stessi, ma per conoscersi bisogna diventare prima di tutto sé stessi, attraverso l’ineludibile percorso creativo ed introspettivo della solitudine che si nutre del silenzio. 

Un silenzio ben diverso da quel ‘mutismo’ proprio dell’isolamento, che trova nell’affollamento e nell’insignificanza del proprio ‘comunicare’ tutta la sua imbarazzante dimensione di chiusura e di (in)sofferenza.

Italo Carrarini


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lunedì 2 settembre 2019

Bioregionalismo e selvaticità - Conservare le foreste per conservare la vita

Negli studi a scala globale la copertura degli alberi, derivata da remote sensing, sta prendendo sempre maggiore diffusione. Copertura arborea e forestale non sono tuttavia sinonimi perché la prima comprende anche gli impianti di alberi in sistemi agricoli e urbani. In un saggio, in corso di stampa su Conservation Biology, i professori Chiarucci e Piovesan evidenziano che  abbiamo necessità di monitorare anche la copertura forestale e il suo stato di conservazione.
Per questo richiamano l'attenzione della comunità scientifica e dei decisori politici a dotarsi quanto prima di una mappa mondiale sul livello di naturalità delle foreste e a progettare adeguati spazi per i processi naturali liberi da condizionamenti antropici (rewilding) in ogni bioregione per permettere la genesi delle foreste vetuste del futuro.
In queste settimane, enormi aree forestali stanno bruciando in Siberia e in Amazonia, i polmoni verdi della Terra, causando l’accelerazione dei cambiamenti climatici e rischiando di porre l’umanità di fronte al collasso degli ecosistemi per cui l’umanità deve adottare da subito strategie globali se vuole assicurare la permanenza della vita sul Pianeta per come la conosciamo. Vi è accordo unanime sul fatto che la protezione e restauro delle foreste sia elemento fondamentale per la mitigazione dei cambiamenti globali. Tuttavia, ci sono punti di disaccordo anche tra gli scienziati su come definire le foreste, come misurarle e, infine, come gestirle in modo sostenibile.
Le tendenze più in voga prevedono di misurare l’estensione forestale attraverso la copertura arborea, facilmente mappabile con strumenti satellitari. Alcuni ricercatori evidenziano, tuttavia, come una foresta sia molto di più di un semplice assemblaggio di alberi, e rimarcano come foreste mature e vetuste, grazie alle dinamiche naturali, abbiano proprietà e funzioni complesse utili per la mitigazione dei cambiamenti climatici e la conservazione della biodiversità che non possono essere riprodotte da piantagioni di alberi o foreste secondarie sottoposte periodicamente a disturbi antropici. In un recente lavoro in pubblicazione sulla prestigiosa rivista Conservation Biology, Alessandro Chiarucci, dell’Università di Bologna, e Gianluca Piovesan, dell’Università della Tuscia, argomentano come sia necessario produrre al più presto una mappa globale delle foreste con diverso grado di naturalità (foreste intatte, vetuste, in “rewilding” e gestite).
Questa mappa dovrebbe servire per misurare i trend futuri, anche se nella scala di tempo umana, le foreste a maggior grado di naturalità potranno, purtroppo, solo diminuire. Chiarucci e Piovesan sostengono che è necessario individuare e proteggere tutte le foreste rimaste con più alto livello di naturalità (foreste intatte e vetuste rimaste) responsabilizzando l’umanità verso la loro conservazione integrale. Inoltre, una certa proporzione delle foreste utilizzate, almeno il 20%, andrebbe lasciato in ciascuna regione biogeografica ai processi di dinamismo naturale per un rewilding che garantirebbe la progressiva genesi di foreste dalla struttura complessa e pienamente funzionali. Conservare e ricostituire le foreste naturali significa garantire la preservazione di quella biocomplessità con i connessi processi ecologici che è alla base della vita sul pianeta e del mantenimento del suo stato di “omeostasi” funzionale. La complessità della natura è tale che è necessario attuare soluzioni di protezione delle foreste per garantire la persistenza di tutti i processi naturali, compresi i grandi disturbi, per assicurare la stabilità del Pianeta, la persistenza della biodiversità e anche per lasciare un riferimento alle generazioni future di come era la Terra prima della sua trasformazione profonda avvenuta durante l’Antropocene.
Riserva Naturale della foce del Crati, uno dei rari lembi di foresta mista planiziale in dinamica naturale (rewilding) nel bacino del Mediterraneo. La ricostituzione di foreste vetuste è un obiettivo prioritario e qualificante le politiche ambientali poiché contribuisce alla mitigazione dei cambiamenti climatici (pe rimozione della CO2dall’atmosfera) e alla conservazione di tante specie di flora e fauna minacciate in questo caso legate agli ambienti umidi.

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domenica 1 settembre 2019

1 settembre 2019. La terra trema ancora ma la speranza non si infrange

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Colazione fremente al baretto di Treia,  la causa dei fremiti psicologici era ancora una volta in conseguenza dell’ultima scossa sismica, magnitudo 4.1,  registrata nell’area tra Norcia, Arquata del Tronto ed Accumoli, durante la notte del 1 settembre 2019. Le vibrazioni sono state avvertite anche a Treia, all’incirca verso le due di notte. Qualcuno addirittura è uscito di casa mentre altri hanno pregato in silenzio. I più “fortunati”, poiché troppo stanchi, hanno saputo del fatto solo al risveglio mattutino. Sono ormai tre anni che la popolazione del centro Italia è tenuta sotto pressione psicologica e fisica a causa dei ricorrenti terremoti. 
La barista commentava “come può una persona, che magari ha voglia di imprendere qualche attività o costruire qualcosa sentirsi sicura in questa situazione in cui da un momento all’altro puoi ritrovarti a zampe all’aria?”
Ho obiettato che per quanto riguarda l’incertezza sul futuro  non è che sia cambiato molto nel corso del tempo, ci sono state guerre, carestie, pestilenze, invasioni, dittature, etc. Bisogna imparare a sopravvivere, basandosi sulle proprie forze e senza demordere. E la barista: “Ma come,  questa è chiamata l’era del progresso, dell’abbondanza, della scienza che tutto risolve, dell’assistenza pubblica, etc.  ma alla fine sono questi i risultati, ovvero che bisogna arrangiarsi?”

Triste risveglio dall’illusione del “benessere”. Ecco, lo vediamo dalle irrisolvibili crisi  ricorrenti, a tutti i livelli, sia economici che politici ma soprattutto ambientali. La terra trema ancora, anzi trema sempre più e con essa i cuori infranti di tanta popolazione. Non solo fisicamente, quindi…

Anche in occasione degli ultimi terremoti in Centro Italia, a partire da quello dell’Aquila ai più recenti,  se qualcosa è stato fatto per rimediare ai danni è passata   attraverso la “solidarietà” umana.   Anche se spesso abbiamo visto che  i soldi donati con generosità dalla “società civile”  sono stati poi intascati dai soliti biscazzieri statalesi.  Mentre lo  Stato, che piange miseria, dilapida miliardi di euro in imprese che  non aver nulla a che fare con i  territori od i servizi sociali o la cultura o l’istruzione o la sanità vera… C’è qualcosa che non torna, e quel qualcosa è grande come un paese intero.

In verità l’unica cosa che ancora funziona in Italia è proprio la buona volontà personale di tante persone, singole od in associazione, che si attivano per sopravvivere cercando anche di aiutare il proprio prossimo. Senza il Volontariato interi settori vitali dell’assistenza “pubblica” verrebbero in poco tempo azzerati. Lo Stato dice di non avere le “risorse”, nonostante un’imposizione fiscale che non ha pari in nessun altro Paese al mondo. Con le cifre astronomiche rastrellate dalle tasse, in teoria tutto dovrebbe essere “alla portata di tutti”.  Invece oggi, se vuoi continuare a vivere devi arrangiarti. Sanità, sicurezza, istruzione, trasporti, giustizia, servizi essenziali… tutto traballa come  se risentisse degli influssi sismici.
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Però la speranza per un futuro più dignitoso rimane, ed è questa speranza che alimenta la capacità di resistere e di aiutarci l’un l’altro. 
 
Paolo D’Arpini
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