C’è un paradosso che mi perseguita da quando ho chiuso l’ultima pagina de «L’ Italia del silenzio» di Massimo Acanfora: sto per scrivere duemila parole su un libro che, in sostanza, mi consiglia di stare zitto.
Se Wittgenstein avesse tenuto un blog di recensioni, probabilmente si sarebbe fermato al titolo. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere — e invece eccomi qui, a riempire pagine su come sia bello … non riempire nulla.
Ma si sa, i filosofi del silenzio sono quasi sempre gente estremamente loquace. Pascal scriveva trattati sul silenzio eterno degli spazi infiniti che tanto lo spaventava. I monaci trappisti hanno scritto biblioteche intere sulla virtù del non dire. Il paradosso, a quanto pare, è il prezzo d’ingresso.
Diciamocelo: un libro sul silenzio suona come il regalo di Natale perfetto per quel parente che ti chiede di abbassare la televisione anche quando è spenta.
L’ho pensato anch’io, sfogliando la quarta di copertina con la sufficienza di chi si aspetta duecento pagine di elogio del monastero e del thè alle erbe.
Poi ho iniziato a leggerlo. E ora sono qui, a caccia di un angolo di mondo dove il telefono non prenda — il che, ammettiamolo, è già una forma di ironia cosmica: un libro mi ha convinto a disertare uno strumento con cui potrei, volendo, scriverne la recensione.
Acanfora disserta bene su come il silenzio possa essere solida sostanza, non labile assenza.
Infatti la mossa filosofica più interessante del libro — e forse la più sovversiva — è che Acanfora non tratta il silenzio come una sottrazione. Non è il rumore meno qualcosa. È una sostanza a sé, con una sua grana, una sua temperatura, un suo peso specifico.
Ha il fruscio delle foglie, l’eco sommesso di un chiostro, il passo di chi non ha fretta di arrivare da nessuna parte.
È una distinzione che affonda le radici più lontano di quanto sembri. Gli antichi avevano già due parole diverse per il vuoto e il silenzio: il kenon dei fisici greci, spazio nudo e passivo, e la sigè che invece, nella tradizione gnostica, è quasi una divinità — l’abisso da cui tutto nasce, non l’assenza in cui tutto muore.
Senza mai citare Plotino o i vecchi gnostici (per fortuna, altrimenti la guida turistica sarebbe diventata un trattato), Acanfora si muove esattamente in quel solco: il silenzio come grembo, non come tomba.
È una postura quasi zen, se vogliamo, ma innestata su un impianto profondamente italiano: monasteri benedettini, cammini medievali, biblioteche polverose, isole che il turismo di massa non ha ancora trovato.
Il libro diventa così una specie di via negativa geografica: non ti dice dove andare per vedere qualcosa, ma dove andare per non sentire quasi niente. E la differenza, credetemi, è enorme.
Il vero rumore non viene da fuori
Fermatevi un secondo. Sì, proprio voi, che state leggendo questo pezzo… magari con un’altra scheda aperta e una notifica che lampeggia da qualche parte del vostro campo visivo periferico. Quanti minuti passano, in media, prima che controlliate il telefono anche quando non vibra?
Il libro pone la stessa domanda, ma con una delicatezza quasi socratica — non ti dà la risposta, ti costringe a produrla, come una levatrice che tira fuori pensieri già presenti ma non ancora formulati, come vorrebbe appunto Socrate. Ed è qui che L’Italia del silenzio smette di essere una guida per viaggi e diventa, senza mai dichiararlo apertamente, un piccolo trattato di fenomenologia della distrazione contemporanea.
Il rumore più invadente, sottolinea Acanfora, non arriva mai da fuori. Arriva da dentro, sotto forma di un pensiero che non riusciamo a lasciare in pace.
C’è poi un’ironia sottile che attraversa l’intero libro, ed è quella che lo salva dal moralismo new age in cui rischiava costantemente di scivolare.
Viviamo nell’epoca delle esperienze “autentiche” vendute in pacchetto, dei weekend detox prenotati con tre clic, delle vacanze dedicate alla disconnessione pubblicizzate a colpi di notifiche push. È il genere di contraddizione che farebbe la gioia di aforisti come Kraus o di moralisti alla Leopardi: la “civiltà” vende il silenzio come un prodotto di lusso, confezionato con lo stesso rumore che promette di farci dimenticare.
Acanfora non lo sottolinea con il pennarello rosso — non gli serve. Si limita a mostrarlo, con lo stile di chi ha capito che l’ironia funziona meglio quando non viene spiegata. È un scrittore che, letterariamente parlando, preferisce la litote all’iperbole: dice meno di quello che pensa, e lascia che sia il lettore a colmare la distanza. Una scelta stilistica che è anche, non a caso, un piccolo manifesto poetico coerente con il tema del libro,
Un viaggio che è anche un metodo.
Strutturalmente, il libro è un attraversamento: monasteri, boschi, cammini, biblioteche, miniere dismesse, isole minori, borghi che il tempo sembra aver dimenticato per errore. (O per magia?)
Ogni tappa aggiunge un tassello, fino a rivelare — con la pazienza di chi non ha fretta di arrivare alla tesi — che il silenzio non è una destinazione geografica. È un buon metodo di attraversamento del mondo, una lente diversa attraverso cui guardare le cose, più vicino a una pratica ascetica (è bene ripeterlo, così lo chiarisco meglio anche a chi… sta scrivendo) che a un itinerario turistico.
La prosa di Acanfora accompagna questo movimento senza mai irrigidirsi in erudizione fine a se stessa: si passa dalla storia alla geografia, dall’ecologia alla spiritualità, con la leggerezza di chi conosce moltissime cose ma non sente il bisogno di farlo pesare. È la qualità dell’amico colto che non tiene mai una lezione; rara qualità, in letteratura come nella vita.
L’unico vero pericolo di questo libro è che venga voglia di partire subito. Non per collezionare fotografie, non per aggiungere una spunta a qualche lista di luoghi “da vedere prima di morire”, ma per concedersi qualcosa che oggi ha quasi il sapore della rivoluzione: un momento senza fretta.
Lo so bene: sto per chiudere questo pezzo dopo aver scritto fiumi di parole su un libro che mi chiede di tacere. È buffo, quasi comico. Ma forse — ed è, secondo me, la lezione più filosofica che L’Italia del silenzio (il nome dell’editore è interessante, vero? Altreconomia… cioè altrimondipossibili) lascia in eredità — certe contraddizioni non vanno risolte. Vanno vissute senza fretta e senza clamore sulla propria pelle.
Fabrizio Melodia
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