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venerdì 23 novembre 2018

Ecologia sociale. Crescita o decrescita? - Superamento delle categorie passive nella società dei consumi


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La decrescita che aiuta la crescita e la "crescita" che porta alla "decrescita"

Il culto degli antenati in molte delle civiltà antiche è stato il fattore coagulante per la conservazione del senso di comunità. In Cina, ad esempio, era assurto quasi a religione, infatti il confucianesimo non è altro che un sistema morale basato sul rispetto delle norme “gerarchiche” di padre/figlio – sovrano/suddito. In qualche modo questo sistema, che garantisce un ruolo alle generazioni della comunità, ha assicurato in oriente come in occidente, una crescita ordinata e rigorosamente etica della società, pur con le pecche di inevitabili eccessi, esso ha mantenuto quel processo solidaristico nato nei clan matristici anteriori, e successivamente trasmesso al patriarcato.
Questa concezione è andato avanti senza grandi sovvertimenti sino all’inizio del secolo scorso momento in cui si è avviata una “rivoluzione di sistema”, una rivoluzione apparentemente incruenta e non specificatamente voluta, ma il risultato è un repentino mutamento d’indirizzo e la sortita dei modelli utilitaristici ed esclusivi.
Coincide con l’inizio dell’era industriale e dell’economia di mercato e con la comparsa dei grossi insediamenti urbani, le metropoli., che già avevamo visto l’abbozzarsi nel modello imperiale di Roma poi ripreso negli Stati Uniti d’America.
La scintilla del presente  paradigma sociale ed economico -secondo me- è una diretta conseguenza della grande crisi del 1929 che da una parte costrinse migliaia di famiglie all’urbanizzazione forzata ed all’abbandono del criterio piccolo-comunitario e all’adozione di modelli sociali strumentali. Una nuova programmazione sociale ed economica basata sulla capacità collettiva di produzione e sul consumo di beni superficiali (coincide con la nascita della Coca Cola, delle sigarette, delle fibre sintetiche, della diffusione di automobili ed altri macchinari). Come ripeto questo modello non fu specificatamente perseguito ma l’inevitabile conseguenza di una accettazione di gestione produttiva “finalizzata” -da parte degli individui operativi- e la demandazione agli organi amministrativi delle funzioni solidali e sociali.
Questo procedimento trovò la sua affermazione anche in Europa a cominciare dagli anni ‘50 (malgrado le prove generali dei primi del secolo in Inghilterra) e pian piano si espanse al resto del mondo occidentalizzato, meno che in sacche di necessaria “arretratezza” che oggi definiamo “terzo o quarto mondo”. Ma questo terzo o quarto mondo sta anch’esso pian piano assumendo il modello utilitaristico ed il risultato è il totale scollamento familiare e sociale con l’interruzione dell’agricoltura ed artigianato e venuta in luce di schegge impazzite di società aliena a se stessa. Avviene nelle cosiddette megalopoli di venti o trenta milioni di abitanti, con annesse baraccopoli e periferie senza fine. La solidarietà interna delle piccole comunità è morta mentre si son venute a stratificare categorie sociali che hanno poco o nulla da condividere con “l’umanità”.
Nelle grandi città industrializzate e consumiste da una parte c’è la classe dei produttori “attivi” e dall’altra quella dei cittadini “passivi”, ovvero i bambini e gli anziani. Lasciamo per il momento in sospeso la discussione degli attori in primis, i cosiddetti produttori ed operatori, e vediamo cosa sta avvenendo nelle categorie passive, degli usufruitori inermi od assistiti.
I bambini sono forse i più penalizzati giacché verso di loro è rivolto il maggior interesse redditizio e di sviluppo, sono i “privilegiati” delle nuove formule di ricerca di mercato ed allo stesso tempo abbandonati a se stessi, in seguito alla totale mancanza di solidarietà interna in ambito familiare e sociale. Con poche prospettive reali di crescita evolutiva in intelligenza ed interessi futuri, i bambini si preparano ad essere la “bomba” della perdita finale di collegamento alla realtà organico-psicologica tra uomo natura ambiente. Già in essi assistiamo alla quasi totale incapacità di relazionarsi con una realtà sociale e materiale, sostituita da una “realtà virtuale e teorica”. Ora finché le generazioni che son nate dagli anni ‘50 sino al massimo degli anni ‘80 sono in grado di reggere il colpo della produzione utilitaristica questa massa di “imberbi passivi” può ancora mantenere una ragione almeno consumistica, dopodiché la capacità di sopravvivenza si arresta ineluttabilmente, assieme al volume operativo dei genitori…..
L’altra categoria, passiva per eccellenza, è quella degli anziani ed invalidi, i pensionati, che sopravvivono senza speranza già sin d’ora, preda di violenze sempre più diffuse, di furti e truffe e di strumentalizzazioni della loro condizione vittimale (perseguita da enti ed associazioni che sorgono per “proteggerli” dagli abusi….). Nella società solidaristica antecedente gli anziani avevano una precisa ragione sociale nella trasmissione della cultura e delle esperienze necessarie alla vita, convivendo in ambiti familiari in cui non c’era separazione fra bambini, giovani e vecchi. Ora gli anziani son d’impiccio e finché possono arrangiarsi da soli, bene, poi diventano oggetto di mercato per gli assistenti sociali, per gli ospizi e per colf spesso senza scrupoli o finti operatori assistenziali che mungono alle loro misere pensioni, inoltre -recentemente- son sempre più vittime di “enti morali” fasulli e ladri. E questo perché gli anziani non hanno più posto né tutela nella società.
Ma, qui vorrei porre un punto interrogativo, come faranno i quarantenni di oggi a garantirsi la sopravvivenza se la struttura sociale è così degradata? I quarantenni di oggi saranno ancor meno assistiti sia dalla società che dai loro stessi figli e -mi vien da dire- sarà proprio per questo inconsapevole sospetto che molti rifiutano di aver figli e si atteggiano ad eterni “ragazzi”. Oggi si è “giovani di belle speranze” sino a cinquant’anni (ed oltre) e poi improvvisamente si precipita nell’inferno dell’anzianità e dell’abbandono….. Insomma “finché ce la fai a barcamenarti con le tue forze bene e poi ciccia al culo!” Forse siamo ancora in tempo a prendere coscienza di ciò ed attuare una repentina inversione di marcia prima del precipizio…..
La soluzione alla crisi umanitaria  che la nostra società sta vivendo -secondo me- sta nella così detta "decrescita" ovvero nel superamento dei modelli consumistici e dello schema sociale attuale, in primis, per ritrovare in una socialità allargata nuove espressioni per la solidarietà umana, contemporaneamente abbandonando l’ampliamento dei grandi agglomerati urbani e rinunciando ai parossismi culturali (musiche preconfezionate, televisioni, sport idioti, giochetti virtuali, etc) in modo da ricreare in noi lo stimolo primario della gioia di vita e la capacità creativa per produrre qualcosa che abbia lo spirito del necessario e del bello. 
Insomma si parla ancora di ecologia profonda e di spiritualità laica.

Paolo D’Arpini

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mercoledì 10 agosto 2011

Ecologia sociale: "La condizione solitaria delle donne e degli anziani in questa società..."


Bosco di castagne secolari, in solitudine (Foto di Gustavo Piccinini)


Cari Saul/Paolo, Caterina e amici…

oggi vi voglio parlare di solitudine, perché credo che questa sia una delle  condizioni più vissute in questa nostra attuale società cosiddetta del  “benessere”.


Ci sono due categorie che ne soffrono più di ogni altra: le donne single e gli  anziani.


Prendiamo la prima. Vi siete accorti che non esistono più occasioni di  incontro? Una volta uscite fuori dalla scuola, le donne che non hanno la  fortuna di trovare un lavoro, si ritrovano da sole in casa dei genitori per  moltissimi anni (a volte anche per tutta la vita), perché diventa  difficilissimo trovare qualcuno con cui condividere la propria esistenza…


Del resto, quali sono le occasioni per conoscere nuovi amici?... la rete di  internet? …mh.. non mi fido… si leggono sempre più spesso esempi veramente  inquietanti di persone conosciute in rete che poi si sono rivelate pericolose…. no.. quella della rete secondo me non è una soluzione!

Una volta, mi ricordo che si facevano delle feste in casa, dove si invitavano  amici e amiche, si preparavano dei panini o dei dolci tutto fatto in casa e si  ascoltava della musica insieme. Si parlava o si suonava la chitarra, e qualche  volta si cantava in coro….il divertimento era veramente assicurato!... Oggi  tutto questo non esiste quasi più ed è un vero peccato!

Le amicizie poi sono sempre più rare… non esiste più nessuno che ti invita a casa sua per un pranzo (mi riferisco a qualcuno che cucina qualcosa di buono  per te impiegando magari qualche ora) o per passare insieme un pomeriggio a  guardare un bel film. Tutti vanno di corsa e nessuno ha più tempo per nessun  altro…. Ma se analizziamo la nostra vita, il nostro tempo molto spesso è  sprecato,  ve ne siete accorti? Ci sono tante cose che potrebbero impreziosire  la nostra vita, ma che vengono sempre rinviate ad un altro momento ad un  “dopo” che non arriva MAI! Se noi analizzassimo le cose che facciamo durante  la giornata, fateci caso, quanto tempo è dedicato a noi stessi?... Alle cose  che amiamo?... (e ce ne sono tante, vi assicuro, per ciascuno di noi…).

Conosco moltissime donne sole, di tutte le età, donne intelligenti, brillanti,  artiste, donne che amano la vita ma che non possono condividerla con nessuno,  perché è difficilissimo incontrare qualcuno in modo spontaneo e ciò perché  abbiamo costruito una società veramente priva di spazio per la condivisione e naturalmente tutto questo, a maggior ragione, vale anche per gli anziani!


Qualcuno di voi sa per caso quanti anziani trascorreranno il ferragosto da  soli in casa in una città caldissima, ad esempio come Roma? (…ma le città  caldissime in Italia sono veramente tante) Nessuno, vi assicuro andrà a  trovarli, meno che mai i figli o i nipoti, i quali si trovano comodamente al  mare o in montagna a villeggiare ce ne sono troppi di casi come questi e vi sembra una bella società quella in cui è certificata la presenza di milioni di  persone anziane, immobili di fronte alla televisione, come fantasmi inermi, che  vivono soltanto in attesa della loro fine?

Al contrario di quanto si pensi, la loro compagnia è preziosa… Essi sono la  memoria storica della nostra società, le loro vite sono state una traccia  importante della nostra storia, ed i loro racconti possono aiutare tutti noi a  capire meglio chi siamo e in che direzione andiamo. Probabilmente se ci  conoscessimo meglio, potremmo sperare di offrire ai nostri posteri una società  migliore a nostra misura e non a misura di sigle astratte dietro le quali non troveremo mai nessun cuore che batte…

Se dunque non c’è spazio per le donne e non c’è spazio per gli anziani… allora  mi chiedo, per chi c’è spazio in questo mondo?


Lidia