domenica 12 luglio 2026

La "Difesa" come forma di "Attacco"? ovvero: Difensivismo fase suprema del militarismo?



Introduzione: Il paradosso del difensivismo

Il linguaggio della politica internazionale odierna è dominato dal "difensivismo". Dai banchi dei parlamenti alle aule dell'ONU, la legittimazione dell'uso della forza armata poggia sull'antico pilastro della "Guerra Giusta". Dalla teologia di Sant'Agostino alla giurisprudenza della Scuola di Salamanca, fino all'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, il diritto alla difesa è presentato come l'ultimo baluardo della civiltà contro la barbarie. Anche la nostra Costituzione, nata dalle ceneri del secondo conflitto mondiale, porta in sé il sigillo di un difensivismo che intendeva il ripudio della guerra come atto di liberazione dal totalitarismo.

Ma oggi, questa retorica sta subendo una mutazione inquietante. Come nella retorica energetica, dove il nucleare viene riproposto non più come alternativa, ma come "complemento" alle rinnovabili per indurre l'opinione pubblica all'accettazione, così il riarmo viene presentato come un necessario "recupero di capacità perdute". Ci troviamo di fronte a una narrazione che confonde la protezione dei diritti con l'espansione della capacità bellica.

  1. La "Deterrenza per Negazione" e il dilemma della percezione

La nuova strategia NATO e i programmi europei come SAFE, European Sky Shield o Military Mobility si ammantano del concetto di "deterrenza per negazione": rendere l'attacco così costoso da scoraggiarlo. È una logica che appare razionale sulla carta, ma che ignora il cuore pulsante del problema: il dilemma della Sicurezza.

La differenza tra difesa e minaccia non risiede solo nelle intenzioni dichiarate di chi si arma, ma nella percezione dell'altro. Quando la NATO avvia esercitazioni come Steadfast Defender, non sta solo "rafforzando la difesa": sta inviando un segnale che, nel sistema nervoso dell'avversario, viene interpretato come preparazione all'offensiva. Lo scarto tra intenzione e percezione è l'innesco di una spirale in cui ogni passo verso la sicurezza è, tecnicamente, un passo verso l'instabilità. Disonorare la guerra significa innanzitutto ammettere che il nostro "scudo" è, per il nostro vicino, una "lancia".

  1. Il "legno storto" di Kant e la sfida del “Transarmo”

L'umanità non è perfetta. Come notava Kant, "da un legno così storto come quello di cui è fatto l'uomo, non si può fabbricare nulla di interamente diritto". Il diritto, quindi, va difeso. Ma quale diritto? E con quale forza?

Qui si apre lo spazio per la nonviolenza poietica dei Disarmisti esigenti auspicata dalla tradizione di maestri come Gandhi e ML King  - o Aldo Capitini, Lanza del Vasto o Carlo Cassola in Italia (si pensi alla tensione tra Thanatos e Eros). Non si tratta di rifiutare la giustizia, ma di attuare quello che potremmo chiamare Transarmo, con aspetti di disarmo unilaterale: una transizione non solo materiale, ma di paradigma. La guerra, anche quando appare l'ultima risorsa di una difesa inevitabile, non è mai "giusta". È sempre un fallimento del politico. Il compromesso e il dialogo, anche con chi calpesta le regole, non sono segni di debolezza, ma l'esercizio estremo della “forza della verità”.

III. La Generazione Zeta e il nuovo immaginario

La cultura del "guerriero" — il modello virile patriarcale basato sul "potere su" (dominazione) — è il vero retaggio da disonorare. La fisicità della distruzione organizzata non è più la misura della forza. I fatti storici recenti ci offrono una narrazione alternativa: le lotte nonviolente della Generazione Zeta in Asia. Questi giovani non cercano il conflitto frontale basato sulla forza bruta, ma tessono reti di resistenza civile che rendono obsoleti i confini territoriali, valorizzando la qualità delle relazioni rispetto al controllo del suolo.

Questo è il "potere con": la forza che nasce dall'unione popolare, dalla capacità di negoziare la propria identità non in opposizione, ma in relazione con l'altro.

Conclusioni: La rottura dell'immaginario

L'Ucraina funge oggi da tragico banco di prova. Ma la via d'uscita non sta nel potenziamento dei sistemi d'arma, bensì nella ricostruzione di un'architettura di sicurezza comune che non si basi sul terrore. Dobbiamo avere il coraggio di affermare che la difesa è un concetto che deve evolvere: meno difesa dei confini, più difesa della qualità delle relazioni in accordo con il “rispetto della vita”.

Disonorare la guerra nell'immaginario significa rendere il guerriero un anacronismo e il costruttore di pace l'eroe della modernità. Solo invertendo questa leva, da Thanatos a Eros, possiamo sperare di vivere in un mondo dove la sicurezza non sia la promessa della reciproca distruzione, ma il frutto di una costante, coraggiosa, inesausta pratica di pace, fondata sul ruolo attivo di obiettori e disobbedienti nonviolenti.

Alfonso Navarra



Note e Link per l'approfondimento

  • Sulla “Guerra giusta” e il DIFENSIVISMO:
    • Approfondire il concetto di Just War Theory attraverso gli scritti di Michael Walzer, Just and Unjust Wars.
    • Riferimento all'Articolo 51 della Carta ONU: Testo della Carta delle Nazioni Unite.
  • Sul Dilemma della Sicurezza:
    • Robert Jervis, Cooperation Under the Security Dilemma. Concetto chiave per spiegare perché la difesa diventa minaccia.
  • Sul "Legno Storto" di Kant:
    • Immanuel Kant, Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784).
  • Sulla Deterrenza NATO ed UE:
  • Sui movimenti della Generazione Z in Asia:
  • Sul Transarmo e la cultura della pace:
    • Riferimenti agli studi sull'economia di pace e la conversione industriale (es. analisi e proposte dell’IPRI fondato da Johan Galtung).

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