L’opinione più diffusa sul “Dio è morto” di Nietzsche è costretta da una interpretazione lineare, pari a quella che ognuno di noi può formulare, per esempio, quando vogliamo invocare le ragioni della decadenza valoriale o spiegare quelle di un comportamento efferato. Essa è pari al concetto cattolico di “fuori dalla Grazia di Dio”. Ma il Dio è morto del filosofo tedesco è di altra caratura ed allude alla perdita del proprio sé e del relativo potere creativo (“Volontà di potenza”), ridotto all’io, essenza del “Ultimo uomo”. Un uomo in cui è morta la consapevolezza della natura divina di cui è espressione, uccisa dalla fede o concezione del Dio esterno, che maldestramente maledice e invoca in funzione del proprio spropositato egocentrismo, fulcro della misconoscenza di tutto, tranne che dei piccoli saperi tecnico-specialistici, per inseguire i quali ha abiurato all’anima.
[L’articolo utilizza più volte il termine “consapevolezza” secondo la seguente accezione.
Consapevolezza, la cui natura non ha carattere cognitivo-massificabile, il cui processo di reificazione non sta né consiste nella comprensione intellettuale. Si tratta invece dell’avvento di un evento ri-creativo-individuale, non metafisico, ma carnale, non acquisibile, non codificabile né protocollabile e né trasmissibile. Chi vuole provare a trasmettere consapevolezze può rivolgersi alla maieutica non certo al metodo, alla metafora, non alla frammentazione dell’analisi, al tutto non alle parti.]
La triplice unità
La più frequente interpretazione relativa al concetto nietzschiano di "Morte di Dio", alla quale attribuisce l’origine del nichilismo, non è a mio parere coerente con la linea di pensiero del filosofo tedesco.
Linea di pensiero, il cui culmine si sviluppa in una triplice unità che potrebbe stare nella sua formula “Trasvalutazione di tutti i valori”. Oltre alla Morte di Dio, ne fanno parte, la “Volontà di potenza” e l'”Oltreuomo”. Tre dimensioni umane disponibili a incarnarsi soltanto contemporaneamente.
L’Oltreuomo consiste in una consapevolezza che libera l’uomo dai vincoli di dipendenza nei confronti del Dio esterno, quello creduto e descritto dall’Ultimo uomo, antropomorfo e altro da sé. Liberazione che a sua volta avviene a mezzo della Volontà di potenza sinonimo di consapevolezza dell’umano potere creativo che, tra l’altro, ha generato anche quel Dio di cui è timorato o al quale si rivolge alla bisogna, sempre là, in alto tra le nubi, che vede tutto quello che facciamo. Una specie di ideologia cui attenersi per realizzare il giusto comportamento, a cui rivolgersi credendo di risposta a domande e dilemmi irrisolti. Un’entità psicologicamente più simile al servitore Aladino, sempre pronto a correre in soccorso, almeno nella speranza di una preghiera che, invece d’essere unione con il divino che è in tutto e accesso alla sublimazione delle proprie preoccupazioni in energia ricreatrice, si riduce a supplica svergognata, a pretesa di soccorso, che, se solo la cercassero, troverebbero in sé stessi. Un gesto in esatta opposta energia, in quanto egocentrico, rispetto a quella meditativa, capace di raccogliere forze e creatività per superare le difficoltà, per annullarle nell’accettazione.
Un’entità creata e creduta creante, incomprensibile all’Ultimo uomo ottuso tra orizzonti egoici, pregno di pretese positivistiche e metodi logico-razionali con cui si arrovella costantemente sul perché Dio permetta tanto male. Un’entità duale, ovvero costretta all’esistenza solo e soltanto in presenza del suo rovescio. Sta in questa farsa esistenziale l’inettitudine dell’Utimo uomo a riconoscere il Dio del Cristo, ovvero l’Uno o l’unità di tutte le cose o la divinità che è in noi.
Oltreuomo, a sua volta corrispondente all'”uomo compiuto”, ovvero disinteressato all'autoindulgenza, che vede in sé stesso l'assoluta responsabilità della propria condizione, nei confronti della quale dispone di resilienza a oltranza. Diversamente di quanto è dell’ultimo uomo, costretto a disperdere la propria energia tanto nell’autoindulgenza e nel vittimismo, quanto nel difendere il proprio ego e nell’orgoglio, all’Oltreuomo corrisponde indipendenza ed emancipazione da tutti i sistemi regolamentativi, irreggimentativi e ideologici ovvero la miglior forza a sua disposizione.
Nichilismi
Nel discorso non può mancare il nichilismo anzi, i nichilismi. Uno negativo, distruttivo, esiziale o assoluto e l’altro affermativo, ricreativo, evolutivo o relativo.
Assoluto in quanto conseguenza implicita nel fideismo dell’uomo nelle opere del proprio io. Una prefazione al dramma che si conclama rivelando l’esatto contrario di ciò in cui aveva creduto, ovvero nella presa di coscienza della vacuità e nell’inconsapevolezza nella quale si era crogiolato fino all’esiziale epilogo del crollo del castello di carta in cui si era identificato nella sua corsa verso i saperi tecnici e morali, a suo dire, residente del giusto e del vero.
Le zanne del nichilismo esiziale mordono e le sue fauci possono divorare solo e soltanto l’Ultimo uomo. Il più diffuso genere di individuo occidentale e non solo. È costui che cerca fuori da sé i rimedi per ciò di cui è carente, per ciò che gli dà malessere. È costui che crea e poi attribuisce al nemico la responsabilità della propria condizione. In sostanza che sperpera tutte le energie vitali in attenzioni inopportune alla migliore condizione di vita. È solo questo genere d'uomo che può precipitare nella perdita di senso, nel brutale disorientamento del nichilismo esiziale.
Nichilismo relativo allude invece alla consapevolezza che eleggere qualunque affermazione umana sopra le altre, qualunque gerarchia di idee che reificano gesti, scelte e opere corrisponde ad una concezione dell’esistenza prettamente egoica, onde per cui, diviene necessario rinunciare ad identificarsi in conquistatori o sacerdoti di valori superiori, in quanto foriera di conflitti e mantenimento dello status quo e replicazione della storia. Relativo significa, perciò, osservare il mondo dal proprio sé e vedere il burattino dell’io che pensavamo di essere.
Se il nichilismo assoluto riguarda l’ego e nel momento in cui ci agguanta ne demolisce l’incastellatura lasciandoci nella tenebra, quello relativo – che può scaturire in noi a mezzo di un trauma, di un eureka o gradualmente per una ricerca di risposte non effimere e interessate quali quelle che ci fornisce l’io – sfrutta l’emancipazione dal proprio io. A causa di ciò, esso non ci spegne la luce ma illumina il reale mostrandone le ombre che pensavamo essere la conoscenza e fa brillare come il bianco in discoteca le dinamiche energetiche relazionali tra tutte le cose, lasciandoci liberi di osservare quali governano il comportamento degli uomini e quanto la loro ignavia li spinga alla deriva. Lasciandoci perciò operare senza i doveri e la vanità dell’ego. Senza il retropensiero di credersi un’identità indipendente dal tutto.
Il fiore
Il nichilismo attivo non è il culmine disperante pari a quello assoluto, ma un passaggio del discorso evolutivo ricreato dal soggetto che prende coscienza della propria identificazione con l’io-centrico. Infatti, è tramite la visione della vacuità e della vanità di ogni atto e pensiero egoico che se ne libera, sospingendosi così nella conoscenza autentica, universale, oltresecolare. Una conoscenza, che comporta la “Trasvalutazione di tutti i valori”, caratterizzata da uno stato di forza morale, che si irraggia e coinvolge il prossimo, che, per utilizzare forme cattoliche, permette di sostituire l’inferno esistenziale con il paradiso terrestre. Una terra simbolica, che allude ad uno stato intimo sublimante, impedita all’ultimo uomo. Una condizione esistenziale in cui la Volontà di potenza avviene spontaneamente, senza più gli impedimenti egocentrici che la impedivano, permettendo e/o imponendo contemporaneamente il ricorso a meschinità, sotterfugi, bugie, a ciò che il corpus dei Vizi capitali, racchiude ed esprime.
Il nichilismo della filosofia di Nietzsche è dunque evolutivo in quanto l'Oltreuomo è totalmente consapevole della vacuità fondata sulla vanità e sull'apparenza delle opere fisiche e metafisiche umane. Agire come se queste avessero potere e valore universale – come è essenza dell’egocentrismo – non è che la premessa alla perdita di senso della vita, al salto nel vuoto spirituale. Con tale consapevolezza l'Oltreuomo alza l'asticella della sua invulnerabilità, ovvero diviene capace di non disperdere più energia in autocommiserazioni. cioè di rendersela disponibile per riprendersi dopo ogni caduta, in ogni difficoltà. Per divenire sé stesso e smettere di identificarsi con le maschere dei ruoli che via via impersona.
Almeno un accenno
Al discorso, però, manca un tassello, un’ulteriore consapevolezza, quello dell'”Eterno ritorno dell’identico,” al quale, almeno un accenno è dovuto. Riguarda il ripetersi della storia. Non è nell’Ultimo uomo l'origine del perpetuarsi della storia di conflitto e sofferenza in cui versiamo? Un ciclo travestito da forme differenti e perciò inestinguibile nella sua orbita sempre scambiata da una retta che porta verso il futuro. Come non osservarne la siderale distanza da parte dell’Ultimo uomo? Ovvero, come non poter trovare anche in tale consapevolezza ciò che, invece, caratterizza l'Oltreuomo? Non è legittimo riconoscere nella natura dell'Oltreuomo il necessario per evolvere in un altro tipo di storia in cui Dio, cristicamente risorge in ognuno di noi?
Verso l’abbraccio
L'isolamento personale vissuto dal filosofo tedesco, provocato dall'incomprensione generale nei confronti del suo pensiero, del suo Oltreuomo, della sua Volontà di potenza e della sua Morte di Dio, da un lato ne esprime l’alto talento visionario – forse così imprigionato in un intelletto così cristallino da risultare sconveniente all’incarnazione della trasmutazione di tutti i valori – e, dall'altro perciò, narra le ragioni – quantomeno indiziarie – della sua scaduta psicologica. Il principio dell’ashram, cioè di un circolo sodale, forse l’avrebbe sottratto dall’abbraccio al cavallo.
Se così fosse stato, si potrebbe osservare che il processo della filosofia di Nietzsche, di natura cristica, cioè non egoica, dal potenziale terapeutico e sedante, evidentemente non era divenuto atto, realtà, in quanto rimasto impigliato nella dimensione intellettuale del filosofo e, in fondo nell’egoica pretesa di riconoscimento. Un conflitto spiritualmente mortifero, nel quale aveva avuto la peggio, dando così adito ai suoi detrattori che avesse coltivato una stupida utopia.
Si tratta di una critica radicale e feroce ma destinata ad afflosciarsi nella sola dimensione intellettuale. Ne sono referenti i buddha e i bodhisattwa, ovvero quelle persone che hanno compiuto anche il passo mancato a Nietzsche, al quale – e questo è il punto – erano arrivate non a mezzo del pensiero ma della meditazione e della contemplazione.
Conflitto mortifero – dicevamo – fino alla pazzia, che altro non è se non la caduta nel buco nero dei propri pensieri, egregore, ossessioni, terrori ed esaltazioni. Un abisso dallo stretto orizzonte, cieco di slancio vitale (Bergson), dal fondo del quale, qualunque sia il rituale seguito, si può solo urlare la propria accusa al mondo.
L’Uno
Non è comprensibile che Nietzsche abbia abbracciato il cavallo, non in quanto folle, ma in quanto, in un momento di alta empatia, avesse sentito il dolore che la frusta del cocchiere aveva provocato all’animale e, in quella scudisciata e in quella sofferenza, un’unità con esso, nonché, contemporaneamente, la distanza di sé stesso dal resto dell’umanità?
Quel gesto, tanto incompreso quanto spontaneo, dalla semantica chiara, provocato dalla morsa della solitudine, scaturisce dall’identico afflato che sgorga in un bimbo maltrattato nei confronti del suo gattino.
Il rischio del micetto
Quando Carlo Rovelli, fisico italiano internazionalmente noto, dedito anche a ricerche in merito alla natura quantistica della realtà tutta, cioè non solo quella detta infinitamente piccola, intitola una sua pubblicazione “Sull’eguaglianza di tutte le cose”, oltre ad essere un invito a rivisitare il sistema di credenze ego-antropocentriche che concepisce l’esatto contrario, coniuga la visione di Nietzsche con ciò che, dall’avvento della fisica quantistica, è assurto a presenza e discussione nel mondo della scienza.
Sempre senza dimenticare che la filosofia e la scienza occidentale non sono che le ultime arrivate alla conoscenza millenaria offerta agli uomini da tutte le Tradizioni sapienziali della terra.
Anche qualche fisico dovrà abbracciare il suo micetto.
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