sabato 20 giugno 2026

Viva la muerte... tua!

 


“Le implicazioni filosofiche della rivoluzione scientifica in corso”. (1)

E anche quelle esistenziali.

“Non ci rendiamo facilmente conto che cose che ci sembrano ovvie sono solo aspetti dell’«aiuola che ci fa tanto feroci», come Dante chiama la Terra quando la vede, alla fine del Paradiso, giù, piccolina, dall’alto del cielo delle stesse fisse”. (2)

 

 

Si legge e si sente così di frequente – tanto da evincerne facilmente che si tratti sempre di espressioni di matrice cultural-scientista – che il mondo quantistico o dell’infinitamente piccolo, non ha alcuna relazione né corrispondenza e sovrapponibilità con quello macroscopico in cui avvengono le relazioni umane. L’affermazione di tale distinguo scientista è sempre guarnita da due contorni: il sarcasmo – per non dire l’odio – anti-eretico con il quale viene pronunciata e la radicale inconsapevolezza nella fede della logica, divinità superiore a qualunque altra. Entità intoccabile nei confronti della quale chiunque deve inchinarsi, pena la scomunica, entro la quale – a parer loro – esiste e può esistere la conoscenza e la sua narrazione. Antinomie e paradossi non sono sufficienti a scientisti, razionalisti e meccanicisti per constatarne i miseri limiti della logica e, quindi, per porsi qualche domanda sul tributo di acume e presunta perspicacia che le devolvono come invasati d’illuministica pazzia.

Entrambe le guarniture – sarcasmo e inconsapevolezza – nel loro piccolo o grande, sono un seme dormiente pronto a risvegliarsi dando origine a conflitti, sofferenze e illusioni. Sono entrambe la manifestazione dello spirito materialista, inetto a cogliere l’organismo relazionale che tutto tiene, da cui tutto fiorisce, destinato ad alimentare l’incantesimo del mondo universalmente oggettivo per tutti.

 

“Non esiste un «al di fuori del mondo», non esiste un luogo privilegiato da cui guardare il mondo dall’esterno”. (3)

 

Chi ha avuto occasione di abbandonare lo stadio della dimensione materiale quale sola di cui occuparsi e andarne oltre, può constatare con somma evidenza quanto quella realtà, composta da oggetti tra loro separati e governati dal principio di causa-effetto, sia tanto necessaria e utile in contesto organizzativo, quanto sconveniente in ambito relazionale-umanistico. Con la logica prepari l’orario scolastico, ma non puoi creare nulla. Con logica distingui il bene dal male, senza constatare si tratti di un artificioso e indebito arbitrio individuale, sociale, politico e morale che sia.

 

Non si tratta perciò di negare legittimità all’idea materialista, ma semplicemente di sottrarle lo scettro a forma d’infinito col quale l’abbiamo inconsapevolmente investita. Un supremo encomio, ma anche un’autorete nei confronti della conoscenza. Quell’idea, infatti, coatta i pensieri degli uomini non ancora schiusi dalla capsula meccanicista, logica e razionalista. Uomini che misurano il mondo con il metro egocentrico e antropocentrico, in quanto il solo a loro disposizione. Ovvero uomini che non hanno ancora osservato la natura arimanica di quell’investitura, con la quale hanno ottenuto saperi e poteri ma perduto conoscenza e bellezza.

 

Finché resteremo rapiti dall’incantesimo della realtà unica e oggettiva, dal razionalismo totalitaristico, dall’idea del cosmo esauribile in un meccanismo, uomo incluso, se, in sostanza, non si avvia in noi una lettura critica di quanto, dagli abecedari in su, fino agli anfiteatri universitari, ci è stato fatto studiare sotto l’egida della verità e sentiamo replicare da ogni parte, l’energia creativa necessaria a sciogliere la stregoneria di cui siamo docili succubi, non potrà raggiungerci e non potremo così riacciuffare noi stessi o smettere di confonderci, senza avvedercene, con le maschere dell’io.

 

Secondo l’iconografia biblica, l’arcana serpe ha obnubilato gli uomini dalla conoscenza, lasciandoli convinti che questa consti di saperi tecnici e speculativi. Ha fatto sì che la concezione del mondo, qualunque essa fosse, fosse altro da colui che la formula, esprime, vede. Sta in questo il ripetersi della storia e con essa il riciclo della sofferenza umana. Come sta nella conoscenza, cioè di quello stato in grado di distinguere il recitato dall’autentico, il sé dall’io, in grado di perseguire il benessere privato e politico, che permette alla cultura di unirsi a quanto già detto da tutte le culture sapienziali della storia umana.

 

Dunque, una volta liberi dal vettore di lancio nell’atmosfera culturale meccanicista e positivista lo sguardo sul mondo cambia. È quanto hanno potuto le Tradizioni sapienziali di tutta la terra e di tutte le epoche ed è quanto anche la Scienza, svincolatasi dalla dimensione analitica, è giunta a cambiare, tanto che l’opportunità di riconoscere nel binomio mente-materia una diade inscindibile, una delle affermazioni più derise e denigrate dagli scientisti, è da tempo all’attenzione di alcuni ricercatori.

Il concetto è semplice. Senza d noi non c’è descrizione della realtà, quindi la realtà descritta, in quanto ci richiede, non può che essere arbitraria. Anche in questa prospettiva va intelletto il principio che unifica la mente e la materia, che le reifica di una sola sostanza energetica. 

 

Carlo Rovelli parla da tempo della realtà in questi termini, ovvero della realtà nella relazione. In merito alle sue ricerche, che insieme a quelle di altri portano la scienza – non più analitica ma magica – a riconoscere la conoscenza secondo concezioni che appartengono da millenni alle Tradizioni. Ricordo il commento di qualcuno ancora ben incapsulato nello stadio vettore scientista, che davanti a “Sull’uguaglianza di tutte le cose” – Adelphi, 2025 – del fisico veronese, invece di fermarsi a considerare in che termini ci si poteva permettere quell’affermazione tanto blasfema, in che termini era vera, quanto rappresentasse la realtà e quanto con essa avrebbe potuto ampliare la propria visione, autorizzato dalla sacra e crociata saccenza di cui si sentiva investito, librava la sciabola scientista sul collo dell’idea, della prospettiva, della concezione, della realtà e della verità che gli veniva offerta, in quanto a furor logico-scientista era un’affermazione platealmente senza diritto di legittimazione. 

 

Schiuso l’incantesimo della realtà oggettiva ci si ritrova a mettere in discussione ciò che prima non era presente alla coscienza invasa da dati, sterile di vibrazioni. È l’avvento della rivoluzione. Per cercare di radunare tutte le strade della rivoluzione in una sola riga si può fare riferimento alla consapevolezza. È a mezzo di questa che si può continuare a frequentare il bar sport della vita e seguitare a litigare per Mazzola e Rivera, ma ora senza più odio né sofferenza, ma con ironia e bellezza. È in questa schiusa che vive il principe Myškin, “L’idiota” di Dostoevsky.

 

L’aggiornamento della consapevolezza è rivoluzionario in quanto permette di oggettivare e osservare nella loro organicità, identità e relazioni, elementi quali l’io, le dinamiche interpersonali, gli insiemi (di ogni tipo) come organismi dotati di mente (Bateson), la razionalità come illusoria via alla pace e alla conoscenza, le emozioni come ordini capitali, in forma di vibrazione, ai quali ottemperiamo e riduciamo il mondo a nostra immagine e somiglianza, i sentimenti come immateriali legami impermeabili al tempo e allo spazio, lo stato di benessere e malessere come riflesso esistenziale di emancipazione avvenuta o mancata nei confronti di quanto imparato dai sussidiari e negli anfiteatri aulici.

 

In merito alle consapevolezze che anche la scienza ha raggiunto, così si legge a pagina 12 di Sull’eguaglianza di tutte le cose: “Questo è il mondo che vedo emergere dalla rivoluzione scientifica del XX secolo e che cerco di illustrare nelle pagine che seguono. È un mondo che non è fatto di oggetti, non occupa uno spazio, non si svolge in un tempo e non è governato da cause ed effetti. È tessuto da relazioni, composto dall’intrecciarsi di prospettive, può essere descritto solo dal suo interno. Ci invita a modificare i concetti con cui siamo abituati a organizzare la realtà, ad abbandonare certezze e rinunciare a fondamenti ultimi.

Inoltrarmici, prima come studente. poi come ricercatore, rifletterci e discutendo a lungo è stato per me, ed è tuttora, fonte di stupore e vertigine. È un mondo alieno. Ma mi sembra più leggero e più accogliente per noi esseri mortali, composti principalmente di pensieri ed emozioni”. (4)

 

Si tratta di consapevolezze rivoluzionarie non limitate nella specializzazione della scienza classica e a quella dell’infinitamente piccolo. Esse coinvolgono la dimensione morale, letica, umana, sociale, politicala in quanto in essa è implicito il rispetto delle verità e della dignità dell’altro. 

 

“La fisica quantistica si è rivelata di grandissima efficacia nel rendere conto dei fatti del mondo, piccoli e grandi.

[...]

La novità dei fenomeni quantistici è stata compresa dal grande scienziato che riflettuto più a fondo su cosa questi ci dicano del mondo. Il danese Niels Bohr. Bohr riassume il cuore dei fenomeni quantistici nella 

 

«impossibilità di separare nettamente il comportamento dei sistemi atomici dall’interazione con lo strumento di misura che serve per definire le condizioni nelle quali appare il fenomeno». (A)

 

Quello che è importante in queste parole non è che il sistema si «atomico» o che interagisca con uno «strumento di misura». A distanza di cent’anni, capiamo che l’idea che Bohr ha catturato si applica a qualunque porzione del mondo, «atomica» o no, e alla sua interazione con qualunque altra porzione del mondo, «strumento di misura» o no.

[...]

Questo è il cuore concettuale della meccanica quantistica”. (5)

 

Consapevolezze la cui diffusione è castrata dalla cultura scientista. Una specie di sceriffo che, sebbene sia tenuto in piedi da autopoietiche verità dogmatiche, mantiene il diritto di vita e di morte, impedendone così la diffusione e con questa la realizzazione verso un mondo non più antropocentrico ed egocentrico, con meno rischio di conflitti e sofferenza, con più rischio di bellezza.

 

“L’interpretazione relazionale che ho illustrato interpreta i fenomeni quantistici come un invito a un aggiornamento del quadro concettuale che utilizziamo per pensare la realtà. Il modo migliore di cercare di comprendere il nuovo sapere sul mondo mi sembra non sia distorcere questo sapere e aggiungerci pezzi per forzarlo in schemi concettuali esistenti, ma utilizzarlo invece come guida per modificare i nostri pregiudizi e le nostre assunzioni concettuali, prendendolo per buono così com’è”. (6)


Lorenzo Merlo




 

 

Note

.1 Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose – Lezioni americane, Milano, Adelphi, 2025, p. 11.

.2 ivi, p.18-19.

.3 ivi, p. 25.

.4 ivi, p. 12.

.A N. Bohr, The Philosophical Writings of Niels Bohr, Ox. Bow Press, Woodbridge, vol IV, 1998, p. 111.

.5 ivi, p. 26-27.

.6 ivi, p. 31.

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