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martedì 17 luglio 2012

Treia - Dopo la presa della Bastiglia e dopo la vincita dello scudetto volley

Caterina Regazzi e Paolo D'Arpini, nel verde estivo di Treia


Piccolo resoconto della doppia festa del 14 luglio 2012.Mentre noi del Circolo Vegetariano celebravamo la Presa della
Bastiglia (http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2012/07/treia-14-luglio-2012-la-presa-della.html),  a Treia si festeggiava la conquista dello scudetto di Volley della squadra locale (Lube).


Fortunatamente questa volta c'ero anch'io e così ho potuto godere di
entrambe, che per noi sono state una unica festa.


Mi ero andata a fare una piccola vacanzetta di tre giorni a Treia,
conclusasi domenica scorsa col viaggio di ritorno a Spilamberto, di me e Paolo, che ora ci fermeremo qui a soffrire/godere del caldo, per circa un mese.
La festa del 14 luglio per noi è cominciata con la nostra passeggiata quotidiana sotto le antiche mura e lungo viottoli in mezzo alla vegetazione, passando però prima per il centro del paese e la piazza, per vedere che movimento c'era... e ce n'era. Però le persone erano sparpagliate lungo tutte le strade e la circonvallazione e nei sentieri
non c'era  affollamento, anzi erano deserti.

Alla festa per la vittoria della Lube erano previste circa 7000 persone e per l'intera giornata era vietato l'uso dell'auto propria  nei pressi del paese: chi voleva venire a Treia doveva lasciare l'auto in una serie di parcheggi periferici ed arrivare con navette messe a disposizione dall'organizzazione. Ma chi voleva uscire?... (infatti saremmo dovuti andare qulla stessa sera a visitare con l'amica Francesca una mostra a Pollenza, ma vi abbiamo rinunciato per l'impossibiltà di circolare in auto).

Continuando con la nostra passeggiata e arrivati al punto di immetterci nel sentiero bioregionale campestre una giovane fanciulla di guardia all'accesso ci ha "stoppati" dicendo che di lì non si poteva passare. Lungo buona parte delle mura infatti avevano apparecchiato una gigantesca tavolata, a cui si apprestavano ad accedere le persone che si erano diligentemente fornite di un "buono" (o prenotazione) di colore diverso che dava diritto ad una cenetta "al catering".

Ma siamo riusciti a bypassare l'ostacolo, con un piccolo escamotage, grazie a quel furbetto di Paolo, abbiamo aggirato la guardiana passando dal un sentierino nascosto sotto il  giardinetto di San Marco e ci siamo potuti incamminare indisturbati verso la "nostra" panchina davanti al campo di bocce, dove ogni giorno sostavamo ad ascoltare le cicale, le rondini, le tortore, i fringuelli... ed a parlare del Sé, di bioregionalismo ed altro.
Dopo una sosta di una ventina di minuti,  siamo ripartiti per completare il nostro giro e ne abbiamo approfittato per dare
un'occhiata alla tavolata.... non era certo cibo vegetariano quello
che si stava consumando, ma c'erano a metà del tavoli dei vassoi
pieni di dolcetti che avevano un aspetto quasi casalingo e invitante,
ne abbiamo prelevate alcune manciate qua e là... erano buoni (e ce ne siamo portati una manciata anche a Spilamberto)!

Infine la sera, tornati a casa, ci siamo addormentati (a fatica) con le urla di un presentatore e le canzoni degli Stadio che suonavano giù al campo sportivo nel caldo di una serata estiva in piena regola!

Caterina Regazzi


Torre Onglavina, ai giardini di San Marco a Treia

mercoledì 18 aprile 2012

Treia - Alberto Meriggi: "Antichi mestieri bioregionali connessi all'agricoltura ed all'alimentazione"

Erbe selvatiche di Treia (Macerata)


Ringrazio Paolo D'Arpini per avermi dato lo spunto per parlare di questo importante argomento: “Mestieri legati al cibo negli statuti comunali cinquecenteschi di Treia”, In estrema sintesi ricordo che gli statuti comunali sono le leggi che i Comuni, dopo la loro nascita, cominciarono a darsi per regolamentare la vita civile della comunità.

Il Comune godeva di una certa autonomia e poteva regolare la vita dei propri cittadini con norme che esso stesso si dava e adattava alle proprie esigenze particolari. Vi dico solo che oggi sono considerati tra le fonti giuridiche più importanti del Medioevo e sono studiati come la più viva testimonianza della società comunale. Cominciano ad essere redatti addirittura alla fine del Duecento, poi nel tempo saranno sempre riadattati ai mutamenti sociali, politici ed economici. Quelli originali giunti fino a noi sono soprattutto del Trecento e Quattrocento e molti di essi, con l’avvento della stampa, verranno anche stampati nei primi decenni del Cinquecento.

E’ il caso degli statuti che io ho studiato, ad esempio quelli di Treia, stampati nel 1526 e quelli di Appignano stampati nel 1538, la cui edizione critica pubblicherò a giorni e presenterò il prossimo 10 novembre ad Appignano.

Siccome negli statuti si parla di tutto io ho pensato di proporvene uno un po’ vicino allo spirito del Circolo Vegetariano VV.TT. di Treia, ed alla tavola rotonda denominata “Cultura e Coltura” che qui si tiene il 5 maggio 2012, ed alla quale anch'io partecipo. Si tratta delle norme statutarie riguardanti i più importanti mestieri legati al cibo e al sistema alimentare, e ci accorgeremo che sarà un’immersione nella terra e un tuffo nella natura.

Va detto subito che Treia era un comune a marcata vocazione agricola e, come in tutte le altre località rurali della zona, quasi tutti i mestieri esercitati all’interno delle mura erano in stretta correlazione con le produzioni derivate dalle attività agricole. La terra era considerata il più valido strumento di approvvigionamento alimentare e di profitto e sarà così almeno fino all’affacciarsi dell’industrializzazione.

Ovviamente negli statuti non troviamo né ricette né menù, ma solo tante disposizioni, imposizioni e proibizioni, concernenti il lavoro, i singoli prodotti, la produzione, i prezzi, la tassazione, la conservazione e perfino le norme igieniche. In essi era data particolare attenzione alla regolamentazione di quei mestieri che erano atti a soddisfare i bisogni primari della popolazione, vale a dire i produttori e fornitori di generi alimentari di base, come pane, vino, verdure, frutta e legumi. Questi erano i principali prodotti, con le loro derivazioni, che sia i ricchi che i poveri mangiavano, naturalmente con differenze tra le classi sociali nella quantità e nella qualità. Mi sembra interessante sottolineare che gli statuti confermano quello che ormai è ben noto agli storici: nel Medioevo e anche nei primi secoli dell’Età moderna, non esisteva nei nostri paesi un commercio di viveri con terre lontane. Non compaiono cibi esotici. Ogni comunità si manteneva con quanto produceva il proprio territorio. In questo stando in sintonia con il sistema alimentare "bioregionale". Pochi erano gli scambi di generi alimentari e solo tra località vicine.

Prendiamo ad esempio il mestiere del fornaio. Tale lavoratore era al tempo stesso artigiano e commerciante. Poteva, come accade oggi, preparare il pane e venderlo al banco, ma soprattutto doveva cuocere il pane su richiesta di tutti coloro che gli richiedevano questo servizio al quale il fornaio non poteva sottrarsi. Chi voleva farsi cuocere il pane doveva portare la farina e gli altri ingredienti necessari. I fornai si facevano pagare trattenendo una quota parte del pane cotto. A Treia trattenevano quattro pagnotte ogni venti, per riscaldare il forno, suis lignis, cioè legna del fornaio, o lignis illius cuius essent panes, cioè legna del cliente. Nel primo caso la retribuzione consisteva in panes duos, cioè due pagnotte per ogni tavola infornata, mentre nel secondo caso era sufficiente una sola pagnotta. Sempre a  Treia era consentito ai fornai e ai loro familiari circolare nottetempo senza necessità di salvacondotto o lumi, perché quello era un lavoro da fare di notte in modo da far trovare il pane pronto al mattino presto. In entrambe le località i venditori di pane dovevano venderlo ben cotto e secondo i pesi stabiliti dalle autorità comunali, cioè pesandolo con una bilancia contrassegnata dal Comune.  V'era inoltre obbligo di porre sul banco una tovaglia bianca e un bastone per toccare le pagnotte che non potevano essere prese con le mani per nessun motivo. Chi veniva colto ad infrangere questa regola subiva una ammenda molto salata. Il pane rotto o toccato non poteva essere venduto a nessuno, nemmeno ai poveri a minor prezzo, pena multe salatissime. C’era anche l’obbligo di tenere un canestro per riporre le pagnotte quando con la pala venivano estratte dal forno in modo da evitare che cadessero a terra e si rompessero o si sporcassero.

Assai vicina sul piano professionale alla figura del fornaio era quella del mugnaio. I mulini erano piccole macine ad acqua, cosiddetti terragni, di quel tipo ricordato da Dante nel XXIII canto dell’Inferno. Treia ne aveva nei vallati del Potenza. I mugnai dovevano restituire la farina, riposta in un sacco, per una quantità corrispondente al peso del grano, o altro prodotto, che era stato macinato. Anche i mugnai si facevano pagare con una quota parte della farina macinata, trattenendone il cinque per cento. Per tale operazione utilizzavano un apposito contenitore di ferro, chiamato “scatula”. Era una specie di grossa scodella omologata dal Comune e recante il sigillo comunale come segno di conformità. Attenzione! Negli statuti era prassi che la metà o altra porzione delle multe riscosse, andasse all’accusatore. Quindi, prima di trasgredire conveniva a chiunque guardarsi sempre intorno. Non va dimenticato che in quell’epoca tutti i mulini, ma soprattutto quelli da grano, godevano in tutti gli statuti comunali di una considerazione particolare perché ritenuti indispensabili per l’acquisizione dell’autosufficienza alimentare che ogni comune andava cercando con insistenza.

Nell’epoca di cui stiamo parlando, e cioè gli inizi del Cinquecento, è ovvio che non si mangiava solo pane di frumento e carne, anzi questi due prodotti potevano permetterseli solo in pochi. E gli statuti parlano anche di altri prodotti alimentari, regolandone la produzione, la vendita e la tassazione. Questi altri prodotti li troviamo soprattutto al mercato dove non c’erano solo commercianti e mercanti di professione, ma anche contadini che provenivano dalla campagna e vendevano i prodotti dei campi e degli orti che coltivavano.

Gli statuti di Treia chiamano questi venditori “triccoli”. Essi avevano nei loro banchi improvvisati pollame ruspante, uova, oche, anatre, piccioni e altri piccoli volatili. Potevano collocarsi nella piazza principale, però separati dai venditori di altre merci, sempre per questioni igieniche, e non potevano iniziare la propria attività prima dell’ora terza, le odierne nove del mattino, perché la loro mercanzia era starnazzante e rumorosa. Ovviamente non perché disturbassero chi ancora dormiva, ma perché avrebbero disturbato le funzioni religiose del mattino che si svolgevano nelle chiese adiacenti alla piazza. Dagli statuti conosciamo gli animali commestibili che i “triccoli” vendevano, oltre quelli già menzionati: fagiani, quaglie, tordi, merli, lepri, tortore, ma vendevano anche verdure e frutta come rape, cavoli, mele, pere, fichi, castagne, agli, cipolle, fave, fagioli secchi, noci, zucche, bietole, erbe di campo, porri e altro, a seconda delle stagioni.  Alcuni di questi prodotti erano considerati talmente importanti per l’alimentazione quotidiana del tempo che non potevano essere esportati, come polli, uova, anatre, agnelli, capretti e formaggi. A Treia lo si poteva fare solo con espressa licenza del podestà.

Naturalmente gli uomini e le donne di allora bevevano anche e, inutile ricordarlo, la bevanda per eccellenza era il vino. Gli statuti lo mostrano nelle cantine dei contadini, dei proprietari ma, ovviamente, soprattutto nelle taverne e nelle osterie. Le norme statutarie regolamentavano soprattutto il mestiere del taverniere, mestiere anch’esso soggetto ai dazi di consumo. A Treia i tavernieri, nelle loro tabernae, vendevano vino, olio e carne salata. Era un mestiere difficile perché nelle taverne avveniva di tutto ed era uno dei pochi luoghi dove erano meno evidenti le differenze tra i ceti sociali. Gli osti dovevano usare misure omologate dal Comune e tenere boccali tipo legati ad una catena e, ovviamente, non potevano contraffare vino e olio con altre sostanze, come miele, acqua o acquavite, pena multe salate e in alcuni casi anche la fustigazione. Non si poteva vendere vino di notte, ossia dopo il terzo rintocco della campana della sera e prima del primo rintocco della campana del mattino. E non si poteva somministrare vino ai minori di quindici anni. Noi oggi non ci riusciamo neanche con i superalcolici!

Naturalmente si beveva pure acqua la quale, come è sempre accaduto nella storia dell’umanità, serviva anche per cucinare. Gli statuti comunali, e naturalmente anche i due nostri, parlano molto dell’acqua, specialmente dettando norme soprattutto dal punto di vista dell’igiene, per evitare l’inquinamento da sporcizia di falde, pozzi, fonti e fontane. Multe pesanti erano a carico di coloro che danneggiavano le fontane e le cisterne pubbliche e deviavano i corsi d’acqua. Ma qui il discorso ci porterebbe troppo lontano.

Invece, mi pare sia giunto ormai il tempo di fare una considerazione che a me sembra assai importante. Finora abbiamo parlato di alcuni mestieri legati ai cibi più consumati e più noti: fornai, mugnai, tavernieri, piccoli mercanti, ecc. Ma è ovvio che la filiera non cominciava lì. Il fornaio faceva il pane, ma aveva bisogno della farina che gli procurava il mugnaio il quale senza il grano che gli portava il contadino o, meglio, il proprietario terriero, non lavorava. E via dicendo. In poche parole, come ho detto all’inizio, la filiera cominciava per tutti dalla terra e da coloro che, a vario titolo, la lavoravano. Gli statuti comunali dedicano molte rubriche ai vari tipi di lavoratori della terra e dettano norme precise per ogni lavoro.
E allora, sempre restando in ambito alimentare, vi propongo solo qualche esempio tra i più significativi. Abbiamo parlato di pane e allora andiamo a vedere rapidamente chi produceva il grano. Intanto ricordo che all’epoca il grano, ma anche l’orzo, veniva utilizzato spesso come moneta. Ciò sta a dimostrare l’importanza che all’epoca veniva data a questo cereale. La produzione del grano era indispensabile ad ogni comunità. Ma devo dire che grande importanza veniva data un po’ a tutti i prodotti della terra, specialmente ad altre granaglie minori come la spelta, l’avena, la segale, molto diffuse perché più resistenti alle intemperie. Fornivano un pane rozzo ma ben accettato per sopravvivere soprattutto durante le frequenti carestie.

Tornando al grano, a Treia i mietitori e i trebbiatori trattenevano, come retribuzione, l’uno per cento del grano raccolto, ma dovevano lavorare dall’alba al tramonto. Durante la mietitura i lavoratori mietevano e componevano i covoni sotto il controllo di un rappresentante del proprietario e non dovevano lasciare il grano mietuto nel campo durante la notte. Gli statuti vietavano di raccogliere spighe nei campi prima che il grano venisse ammucchiato nell’aia. Molte disposizioni riguardavano i lavoratori delle vigne, in entrambi gli statuti. Ad Appignano i lavoratori delle vigne erano tenuti a svolgere tutti i lavori stagionali necessari, ovvero potare, zappare, vangare, legare le viti e fare quant’altro era previsto dal contratto stipulato col padrone delle vigne. Eventuali inadempienze venivano punite con la riduzione della quota parte di prodotto spettante ai lavoratori. Ovviamente negli statuti erano presenti multe per quei lavoratori che rubavano uva o altri prodotti.

Nello statuto di Treia è più volte ripetuto che i lavoratori della terra, a vario titolo, erano tenuti a lavorarla quam suas proprias, cioè come se fosse di loro proprietà. E i terreni non potevano essere concessi in affitto o a giornata a lavoratori che non fossero di Treia. Questo naturalmente per favorire l’occupazione dei residenti.

E con questo termino e vi ringrazio.

Alberto Meriggi



Prof. Alberto Meriggi

…...........

Di questo ed altri simili temi se ne parlerà durante la Tavola Rotonda “Coltura e Cultura” che si tiene il giorno 5 maggio 2012, nel contesto della Festa dei Precursori del Circolo Vegetariano VV.TT. - Programma completo della manifestazione: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2012/03/treia-dal-5-al-13-maggio-2012-la-festa.html

venerdì 13 aprile 2012

Magnalonga di Treia – 1 maggio 2012, con fave e pecorino, marciando sereni alla Prima Edizione della Magnalonga


L’altra sera, dopo ripetuti tentativi andati a vuoto, sono riuscito finalmente a trovare la sede della Pro Loco di Treia aperta… Sulla porta il presidente, Francesco Pucciarelli, indaffarato.. “Ho dovuto cambiare la serratura…” mi fa, mentre lo vedo armeggiare con una chiave sulla toppa.  Ed io: “son venuto a vedere se sono pronte le copie delle locandine per la Festa dei Precursori” – “no, veramente non abbiamo l’originale” – “eccolo qui, l’ho portato io..” Gli sussurro sornione e previdente… Infatti per grazia ricevuta da Caterina avevo a disposizione nella mia fedele catana gli originali della locandina, sia in formato A3 che A4…

Ed allora entro nella stanza, e dopo qualche convenevole ecco che arriva un socio addetto alla fotocopiatrice, il giovane Renato Tartarelli, che molto gentilmente mi fa un certo numero di copie, in modo da poterle divulgare in giro per Treia.

A quel punto il Presidente mi dice: “dovresti venire con un banchetto alla Magnalonga del 1° maggio.. così ti fai una bella pubblicità”.

Appendo in tal modo che è prevista una passeggiata eno-gastronomica a premi proprio il giorno della Festa dei Lavoro.. si vede che con la crisi (e la fame) un bel percorso mangereccio è di buona ventura, anche a Treia, a quanto pare!

Il gentile Renato mi decanta tutte le iniziative previste, i punti sosta con le varie specialità, i bicchieri di vino, le delizie culinarie e pure i fuori programma con angoli dedicati all’arte, ove espone il pittore Mario Giacomelli, e piazzole con danze e musica popolare antica.. E poi ammiccando -dopo aver visto la mia faccia alle sue descrizioni di piatti a base di salumi e porchette- mi fa: “abbiamo previsto pure una specialità vegetariana: fave e pecorino!”.

Il mio volto si illumina.. e prometto che anch’io andrò al traguardo della Magnalonga, verso le 17, però non monterò alcun banchetto, essendo sprovvisto d’auto e dovendo percorrere i quattro kilometri verso il convento francescano a piedi… “Mi limiterò a distribuire i volantini della Festa dei Precursori ai passanti” Gli dico sorridendo. Anche il presidente acconsente e ci salutiamo felici e contenti….

Paolo D’Arpini


Ed ecco il programma (purgato) della Marcia Longa Culinaria:
Magnalonga della Città di Treia – 1 maggio 2012
Solidarietà e salutare attività fisica • 6 “tappe ristoro” a base di prodotti tipici locali • Spettacoli di animazione • Premi per ultimo arrivato, gruppo più numeroso e gruppo giunto da più lontano. Ritrovo presso Santuario del SS Crocifisso di Treia.
(Partenza dalle ore 10.00 arrivo previsto ore 17.00)

MODALITÀ DI ISCRIZIONE (parziale)
Iscrivendosi alla Magnalonga si sosterranno le attività della LILT, Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori Sezione provinciale di Macerata
• Scaricare il modulo d’iscrizione da www.legatumorimacerata.it o www.comune.treia.mc.it, compilarlo e inviarlo via mail a macerata@lilt.it e ottemperare alle richieste pecuniarie.
L’organizzazione confermerà l’avvenuta iscrizione via mail dopo aver appurato l’effettuazione delle modalità richieste.
Contatti LILT: 0737636748 via e.betti – Camerino (MC)
Iscrizione diretta alla ProLoco di Treia (entro il 24 aprile 2012)
Info. tettorenato@libero.it –

REGOLAMENTO (parziale)
• La manifestazione si terrà con qualsiasi condizione metereologica;
• L’itinerario può essere percorso solo a piedi, si consiglia il più lentamente possibile per far godere appieno gola, occhi e polmoni;
• Con l’iscrizione ogni partecipante si assume la piena responsabilità sulla propria idoneità fisica;
• L’associazione declina ogni responsabilità civile e penale per danni a persone e cose prima, durante e dopo la manifestazione, ogni partecipante è tenuto al più assoluto rispetto dell’ambiente;
• Il percorso, non particolarmente lungo ne impegnativo, prevede una adeguata attrezzatura anche per il sole/pioggia (abbigliamento adeguato, scarpe da tennis, zainetto);
• È tassativamente proibito lasciare rifiuti di qualsiasi genere lungo il percorso è consentito portare animali domestici sotto il pieno controllo e responsabilità dei padroni;
• L’Amministrazione comunale raccomanda il massimo rispetto per l’ambiente e tutto quello che si trova lungo il percorso.

.....................

P.S.
Ricordo che il programma per la Festa dei Precursori, che si tiene a Treia dal 5 al 13 maggio 2012, è qui: 
http://www.circolovegetarianocalcata.it/2012/04/10/treia-dal-5-al-13-maggio-2012-la-festa-dei-precursori-programma-e-presentazione-dellevento/ 

sabato 17 dicembre 2011

Resoconto dei tre giorni a Treia di Vita senza Tempo… al Circolo Vegetariano VV.TT.

Luna piena del 10 dicembre 2011 a Treia


Treia - 8, 9, 10 dicembre 2011 - Vita senza Tempo, con la luna piena...

Stamattina la frase del Calendario dell'Avvento di Sabine recita così: “La vita non è che la continua meraviglia di esistere...” (Rabindranath Tagore)

E così incominciamo la nuova giornata, con la mente e il cuore al momento presente, ma anche all'immediato futuro (l'incontro di stasera a Sassuolo) e al recente passato: la serie di incontri della scorso  fine settimana, a Treia, sotto il titolo: Vita senza tempo, dal titolo del libro che io e Paolo abbiamo scritto assieme e che abbiamo
presentato.

Sono stati tre giorni intensi, ognuno caratterizzato da un'atmosfera di affetto e amicizia fra persone che a volte non si conoscevano nemmeno, ma che sono state riunite sotto lo stesso tetto (di muratura o di cielo, stelle e luna) da un comune sentire.
Intanto io e Paolo abbiamo avuto una piacevolissima compagnia in Paola, che ha vissuto con noi le tre intere giornate, affrontando con la sua auto e le sue belle fotografie, il lungo viaggio da Carpi. Una donna speciale, con cui speriamo di continuare a condividere le nostre vite in altre occasioni.

Nella tarda mattinata dell'8 abbiamo allestito la mostra: foto naturalistiche di vari autori: Paola Torricelli, appunto, Nazareno Crispiani, Daniela Spurio e quadri di Nazzareno Vicarelli, Fulgor C. Silvi,  Sabrina Franchini,  Domenico Fratini ed un’opera grafica di Teri Volini.

L'ambiente, così sistemato, era pieno di colori, il colpo d'occhio molto piacevole. C'era anche un tavolo pieno di oggetti e foto, messi lì per un piccolo mercatino dello scambio.

Verso l'ora di pranzo sono arrivate diverse persone con abbondanti cibarie, tutto vegetariano, e così, approfittando di un magnifico sole, ci siamo sistemati per il pranzo all'aperto, fuori dal circolo. Intanto era arrivata pure Gigliola Rosciani, con le sue ceramiche-erbario, bellissime e delicate, che ha cominciato a racchiudere dentro ad alcune cornici pezzi di muro dell'orto e a manipolare l'argilla per creare facce da inserirvi in mezzo, un lavoro unico nel suo genere.

Al pomeriggio ci siamo riuniti dentro al circolo per confrontarci sul nostro sentimento nei confronti della vita, della natura, del nostro rapporto con essa, in termini più o meno consapevoli della responsabilità che abbiamo nella sua salvaguardia e recupero, e del nostro essere uomini o donne. Eravamo tutti lì presenti, con tutti i nostri sensi all'erta, con la mente e il cuore in mano, che venivano offerti, senza timore agli altri.

Io dicevo infatti, a questo proposito, che in questi incontri la cosa che mi colpisce di più, é il senso di presenza che si riesce a percepire in se stessi e negli altri.

Alcuni hanno scritto anche un loro pensiero e li trascrivo qui:
“Ogni attività umana, se realizzata con passione e dedizione, nel rispetto di ogni cosa, si trasforma in opera d'arte: queste opere rappresentano il contatto diretto con il divino, quindi ogni attività é la manifestazione del divino supremo (firma illeggibile)”

“Credo che non rispettare la propria natura porta a vivere in modo disagevole. Natura di femmina, natura di maschio, donna é profondità, accoglienza (dentro), l'organo femminile é così. Maschio é (fuori) forza, coraggio "verso l'esterno". Insieme generiamo in molti sensi la VITA” (Paola Torricelli)

Tra gli altri interventi mi piace ricordare quello di Giorgio, il marito di Lucilla, che ha detto, tra la commozione, che ringrazia il Cielo per averlo fatto nascere maschio in modo da poter incontrare quella splendida donna che é sua moglie.

Il secondo giorno, sotto la luna piena, Elisabetta Aquilanti e il suo compagno Silvano ci hanno accompagnato in una bella passeggiata alla ricerca di erbe spontanee e la fortuna, nonostante la stagione non fosse quella più favorevole, ci é venuta incontro facendoci trovare abbondanti quantità di "cime di rapa" alias senape o ramoraccio, non so che, con cui abbiamo riempito due sporte che ci siamo spartite e noi, la nostra parte l'abbiamo consumata il giorno successivo, il sabato con Paola e la rimanente ce la siamo portata anche a Spilamberto. Abbiamo anche trovato l'attaccavesti, il cent'occhi, le pratoline, ciclamini, malva, menta ed altre.

Elisabetta ce ne  raccontava intanto, le varie proprietà ed usi, sotto la luna quasi piena. A casa ci siamo fatti una bella e buona tisana con le erbe raccolte, accompagnata da due squisite ciambelle preparate dalle brave Elisabetta e Paola. Abbiamo anche allestito un mandala con fiori e bacche dei 7 colori come i 7 chakra davanti al camino.... e lo troveremo ancora lì al nostro ritorno da Spilamberto.

Il terzo e ultimo giorno, il 10 dicembre, ci siamo ritrovati al circolo fra pochi intimi per presentare il nostro libro, in un'atmosfera talmente familiare che più che leggere pagine e pagine come facciamo di solito, io e Paolo abbiamo cominciato a raccontare la nascita del nostro amore e di questo libro, con l'intercalare dei commenti dei presenti: la fedele Lucilla, la stoica Paola, che ha aspettato fino all'ultimo per esserci (doveva ripartire per tornare a Carpi in serata), e Umberto, un simpatico marchigiano, che speriamo di ri-incontrare alla prossima occasione e Nazzareno Vicarelli, con cui abbiamo progettato ulteriori iniziative per la Festa dei Precursori di maggio, sempre a Treia.

Ecco, anche queste tre giornate sono passate, é stato bello incontrare persone nuove e "vecchie". Alla prossima!

Caterina Regazzi


Babbo Natale a Treia


Entrambe le foto sono di Paola Torricelli

domenica 6 novembre 2011

"Vita Senza Tempo" - Dal 8 al 10 dicembre 2011 a Treia... con Caterina Regazzi e Paolo D'Arpini

Creazione grafica di Daniela Spurio


Ecco, con l'arrivo delle bellissime locandine create da Daniela Spurio siamo pronti per iniziare la promozione  del prossimo evento culturale che si tiene in Via Sacchette, 15/a , al Circolo vegetariano VV.TT. di Treia:  "Vita Senza Tempo". Dal 8 al 10 dicembre 2011.

Alcuni giorni fa abbiamo ricevuto anche la notifica della concessione di patrocinio morale da parte della Provincia di Macerata che si aggiunge a quello del Comune e della Proloco di Treia.

La manifestazione, come potete vedere dal programma in locandina, è variegata e succosa, prevede una mostra d'arte sul tema dell'amore, dell'ecologia  e del matrismo realizzata in collaborazione con  l'Associazione Culturale "Gruppo per le Arti Applicate di Osimo"  che opera da più di quattordici anni  nei diversi settori dell'arte, del design, dell'artigianto artistico e del restauro, impiegando metodologie e tecniche che rispettano il più possibile l'ambiente,  la cultura e le tradizioni dei luoghi di appartenenza.

Proprio per stabilire il concetto di comunità bioregionale e del significato di "solidarietà" matristica (riferito al matrismo originario della Grande Madre), e per sviluppare l'idea di una comunità ecosostenibile ed autonoma dal mercato industriale, il pomeriggio del 8 dicembre, tradizionalmente dedicato alla Santa Madre, si terrà un dialogo sui  temi menzionati. Il mondo femminile è particolarmente e sentitamente invitato a partecipare. 

Viene poi organizzato, nei giorni 8 e 10 dicembre, un bazar per il libero scambio di prodotti artigianali ed artistici, compresi libri, disegni e capacità manuali che possono essere condivise e trasmesse gratuitamente  od alla pari. Questo è un modo per ristabilire il valore delle cose autoprodotte e per far conoscere agli altri le proprie abilità intellettuali e la propria fantasia creativa.

Il 9 dicembre, in occasione della passeggiata naturalistica attorno alle mura di Treia, avremo modo di apprendere dalla nostra accompagnatrice, Elisabetta Aquilanti, operatrice di Vivere con Gioia,  l'uso e le proprietà di piante che spontaneamente crescono in natura e che andremo a raccogliere per farne tisane ed insalate salutari.

Infine il 10 dicembre, sempre nella sede del Circolo, compiremo il rito finale con una lettura di brani tratti dal libro "Vita Senza Tempo", scritto da Caterina Regazzi e Paolo D'Arpini, con
accompagnamento di note romantiche. Nel libro si parla della realizzazione di un intenso amore crepuscolare...   Nelle parole degli autori: "Un Amore, nato dalla affinità di spirito, su una visione simile della concezione della vita, basata  sulla ricerca della semplicità... -  Il nostro augurio è che questo amore   possa servire ad  esempio per vivere in pace con noi stessi e con il nostro prossimo". Al termine del reeding (lettura) si terrà uno sharing (condivisione) in cui ogni partecipante è invitato a dire la sua sull'amore e sul come poter far si che trionfi nella nostra vita.  E per finire un brindisi collettivo di buon auspicio.

Durante i tre giorni dell'incontro chi volesse condividere anche cibo e bevanda è invitato a portare alimenti vegetariani che verranno  spartiti fraternamente tra i presenti. Sarà anche possibile, per coloro che abitano fuori zona, pernottare in loco  in modo spartano, portando con sè coperte o sacco a pelo.


Per ogni evenienza è opportuna la prenotazione allo 0733/216293 - 333.6023090 - E-mail: circolo.vegetariano@libero.it -
Oppure nel sito:
www.circolovegetarianocalcata.it  al bottone "Contatti".

 Vi aspettiamo con amicizia ed affetto, Paolo D'Arpini e Caterina Regazzi




Caterina Regazzi e Paolo D'Arpini a Treia

giovedì 3 novembre 2011

Hints on Treia... A synthetic historical view

Just to know... Treia from 2011 is the new home of Circolo Vegetariano VV.TT.



Founded by the Sabini in 380 B.C. Treia rose at about 2 km from the present position where today rises the majestic sanctuary of SS. Crocifisso. It was first a roman colony, and then a Municipality since 109 B.C.

After numerous barbarian invasions, at the beginning of the 10th century, the survivors decided to take refuge in a safer place.
On the three hills not very far off they founded the present town, which was called Montecchio. In 1790 Pio VI gave it back the original name of Treia, and granting it the title of town.

Treia later passed under the control of the Varano, Sforza, Aragonesi, and at last under the papal governament again.


In 1430 rose the Academy of the Sollevati, with poetic and literary purposes; in 1778 some citizens changed it in Georgic Academy, in order to improve the agriculture without disregarding sciences, letters and arts.


The results obtained in the agricultural research and experimentation made it soon famous in all Europe.

The game of the ball with the armlet is a traditional sport which contributed in increasing the notoriety of Treia. This game lives again in the town with the “Disfida del Bracciale”, a folk festival which is celebrated on the first Sunday of August since 1978.

The city centre preserves the medieval aspect, with the boundary walls and its eight doors. The fortress of the Onglavina is, however, the most singular element.

There are different buildings overlooking the scenographic square of the Repubblica: the Renaissance Town Hall, the Georgic Academy, the church and the convent of S. Filippo; on the only open side there is a marble balcony from which you have a marvellous view as far as the sea.

In the territory of Treia there are many noble villas, some of which are very well kept, with parks and thickets of mediterranean vegetation.





(Fonte testo: Marche Breaks)

lunedì 10 ottobre 2011

Treia, 15 ottobre 2011: "Anche Treia ha fatto l'Italia" - Manifestazione storica con Annita Garibaldi Jallet



Scrive Luigi Santalucia, sindaco di Treia: Anche Treia ha fatto l'Italia. Fatti e personaggi del risorgimento treiese, manifestazione ufficiale per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Sala Consiliare del Comune di Treia: sabato 15 ottobre 2011 alle h. 17.00.

Dibattito ideato e condotto da Alberto Meriggi. Partecipano: Alberto Meriggi, Tullio Patassini, Gilberto Piccinini, Leone Cungi. Ospite d'onore Annita Garibaldi Jallet. Interverrano inoltre con brevi testimonianze e ricordi i discendenti di alcuni patrioti treiesi. Verranno proiettate foto inedite di personaggi e documenti antichi.


Informazioni per le foto storiche: crispianinazareno@libero.it


La Storia di Treia
380 a.C. circa, il primo insediamento, ad opera dei Piceni o dei
Sabini, è lungo un ramo della via Flaminia a circa due km dall’attuale centro storico. Il luogo diventa colonia romana e prende nome da un’antica divinità, Trea.

II sec. a. C., Treia diventa municipio romano.
X sec. (inizio), gli abitanti della Trea romana, per sfuggire ai
ripetuti saccheggi, individuano un luogo più sicuro sui colli e
costruiscono il nuovo borgo che prende il nome di Montecchio, da
monticulum, piccolo monte.

XIII sec., Montecchio si dota di un sistema difensivo comprendente una possente cinta muraria e si allarga fino a comprendere tre castelli edificati su tre colli, Onglavina, Elce e Cassero. Nel 1239 è assediata dalle truppe di Enzo, figlio naturale di Federico II, e nel 1263 da quelle di Corrado d’Antiochia, comandante imperiale che viene catturato dai treiesi.

XIV sec., Montecchio passa alla signoria dei Da Varano e poi a
Francesco Sforza. 1447, posta dal Pontefice sotto il controllo di Alfonso d’Aragona, Montecchio viene in seguito ceduta da Giulio II al cardinale Cesi, e da allora segue le sorti dello Stato della Chiesa. 1778, si apre la prima sezione pubblica dell’Accademia Georgica dei Sollevati, importante centro culturale ispirato ai principi dell’Illuminismo.

1790, il Pontefice Pio VI restituisce al luogo l’antico nome di Treia, elevandolo al rango di città. Il mistero dell’infinito…
Mura turrite che evocano il Duecento, ma anche tanti palazzi
neoclassici che fanno di Treia un borgo, anzi una cittadina, rigorosa ed elegante, arroccata su un colle ma razionale nella struttura. L’incanto si dispiega già nella scenografica piazza della Repubblica, che accoglie il visitatore con una bianca balaustra a ferro di cavallo e le nobili geometrie su cui si accende il colore del mattone. E questo ocra presente in tutte le sfumature, dentro il mare di verde del morbido paesaggio marchigiano, è un po’ la cifra del luogo. La piazza è incorniciata su tre lati dalla palazzina dell’Accademia Georgica, opera del Valadier, dal Palazzo Comunale (XVI-XVII sec.) che ospita il Museo Civico e dalla Cattedrale (XVIII sec.), uno dei maggiori edifici religiosi della regione. Dedicata alla SS. Annunziata, è stata costruita su disegno di Andrea Vici, discepolo del Vanvitelli, e custodisce diverse opere d’arte tra cui una pala di Giacomo da Recanati. Sotto la panoramica piazza s’innalza il muro di cinta dell’arena, inaugurata nel 1818 e poi dedicata al giocatore di pallone Carlo Didimi.

Da Porta Garibaldi ha inizio l’aspra salita per le strade basse, un dedalo di viuzze parallele al corso principale e collegate tra loro da vicoli e scalette. Qui un tempo avevano bottega gli artigiani della ceramica. Continuando per la circonvallazione, a destra la vista si apre su un panorama di campi rigogliosi e colline ondulate. L’estremo baluardo del paese verso sud è la Torre Onglavina, parte dell’antico sistema fortificato, eretta nel XII secolo. Il luogo è un balcone sulle Marche silenziose, che abbraccia in lontananza il mare e i monti Sibillini.

Entrando per Porta Palestro si arriva in piazza Don Cervigni, dove a sinistra risalta la chiesa di San Michele, romanica con elementi
gotici; e di fronte, la piccola chiesa barocca di Santa Chiara con la statua della Madonna di Loreto: quella originale, secondo la
tradizione. Proseguendo per via dei Mille, si attraversa il quartiere dell’Onglavina che offrì dimora a una comunità di zingari, al cui folklore si ispira in parte la Disfida del Bracciale. Dalle vie Roma e Cavour, fiancheggiate da palazzi eleganti che conservano sulle facciate evidenti tracce dei periodi rinascimentale e tardo settecentesco, e denotano la presenza di un ceto aristocratico e di una solida borghesia, si diramano strade e scalinate. Nell’intrico dei palazzi, due chiese: San Francesco e Santa Maria del Suffragio. E tra di esse, un curioso edificio: la Rotonda. Nei pressi, la casa dove visse Dolores Prato, ricordata da una lapide, e il Teatro Comunale, inaugurato il 4 gennaio 1821 e dotato nel 1865 di uno splendido sipario dipinto dal pittore romano Silverio Copparoni, raffigurante l’assedio di Montecchio. Il soffitto è decorato con affreschi e motivi floreali arricchiti nel contorno da ritratti di letterati e musicisti; la parte centrale reca simboli e figure dell’arte scenica.

Si può lasciare Treia uscendo dall’imponente Porta Vallesacco del XIII secolo, uno dei sette antichi ingressi, per rituffarsi nel verde. Resta da vedere, in località San Lorenzo, il Santuario del Crocefisso dove, sul basamento del campanile e all’entrata del convento, sono inglobati reperti della Trea romana, tra cui un mosaico con ibis. Qui sorgeva l’antica pieve, edificata sui resti del tempio di Iside. Il santuario conserva un pregevole crocefisso quattrocentesco che la tradizione vuole scolpito da un angelo e che, secondo alcuni, rivela l’arte del grande Donatello.

Notizie originali raccolte da Antonella Pedicelli