sabato 3 gennaio 2026

La vita in comunità religiose... alcuni esempi!

 


L’evoluzione esistenziale non è lineare come certo razionalismo-positivista tenta di farci credere. L’avanzamento verso lo stato di serenità richiede dedizione ed è caratterizzato da interruzioni e cadute. Per ridurre il rischio di scivolare nella pazza e sofferente dimensione governata dall’ego, è utile frequentare un ambiente che favorisca il mantenimento dell’emancipazione dall’io. Un destino da considerare per chi è consapevole che cambiare se stessi è realmente cambiare il mondo. 

 

 

I luoghi

Avrei potuto dire convento, ritiro o monastero, ma ashram è, per me, più evocativo. 

Convento – quanto arbitrariamente non so – ma lo connoto molto disciplinato e ritualizzato, forse adatto precipuamente a una chiamata inequivocabile e prepotente, forte come quella che vivono i talentuosi, costretti dalla propria strabordante dote a dedicarsi ad essa, musicista o calciatore, artista o commerciante, organizzatore o esploratore.

Ritiro, andrebbe bene, ha un fondo civile sebbene spesso riguardi una struttura della curia. Ma alla fine non mi attrae per il carattere troppo anziano – così mi suggerisce il mio immaginario – concretizzato perciò da persone avanti con l’età. In una battuta, ritiro chiama vecchiaia, debolezza, sgoccioli della vita. Non fa al caso mio.

Monastero mi piace, più di quello zen e di quello buddhista, quello ortodosso declinato alla balcanica, manastir. Così spesso gemma antica, incastonata nella storia e nella foresta, dai gradini consunti, silenziosa di fringuellii, immersa nei fiori e nell’incenso. Ma anche alla greca, monastiri, non di rado luoghi di pietra tra le pietre, essenziali ed elevati, forse, per questo, involontariamente più vanitosi e altezzosi di quelli macedoni, bulgari e serbi.

Tuttavia, per quanto monastero mi faccia intendere un luogo aperto a tutti, esso ha, ancora, troppo carattere religioso in senso stretto. 

 

I moventi

Chi sente il bisogno di fermarsi, per breve periodo o fuggevolmente, in quei luoghi lo fa in cerca di un riposo dei pensieri, in cerca di un momento d’inconsapevole meditazione per un’unione che la normalità quotidiana, soprattutto delle città e della mondanità in generale, non concede o gli ha rubato. Chi sente il bisogno di fermarsi, ha in sé anche quello di riavvicinarsi a quel punto che ha scoperto tralasciato, magari per una vita intera, oscurato da perturbazioni e frivolezze d’ordine vario che ne impediscono la presenza nel quotidiano. Così, senza saperselo dire, senza alcuna razionalizzazione, tutti noi siamo esposti al rischio di capire attraverso il sentire dove andare e cosa fare o smettere di fare, per liberare noi stessi dall’ossessiva cadenza di stimoli che avevamo preso con estrema serietà, senza che lo meritassero.

A causa di questi opinabili motivi, in cima ai luoghi adatti al ricongiungimento con se stessi, ovvero col mondo proprio e con quello opposto, metto l’ashram

 

Ashram

Dai pochi che ho conosciuto traggo l’immagine si tratti di spazi fisicamente delimitati entro i quali si svolge la vita ordinaria e i momenti di raccolta individuali, comuni o al cospetto del maestro del sito, sono di libero accesso e frequenza. 

I colori, le forme, i suoni e le fragranze di un ashram, forse ancor più dei suoi fratelli e cugini sorti altrove nel mondo, hanno a che vedere con il concetto di enclave e di cittadella. In questo caso non quale sinonimo di segregazione o fortezza, ma di ambiente raccolto, di zona del corpo e dello spirito riparata, di luogo di serenità dove cercare, trovare e dare la pace. Dove, in altre parole, poter meglio mantenere fede alle consapevolezze che permettono agli uomini di allontanarsi dalla frenesia delle oscillazioni imposte dalla concezione materialista del mondo e di ridurre il rischio di perdersi nel proprio ego e quindi essere inconsapevolmente esposti a cadute sempre energivore e, a volte, esiziali.

È una pace che non viene da una legge umana, dalla morale, dallo studio ma dalla conoscenza di sé, ovvero dalla consapevolezza di ciò che corrisponde al proprio io e al proprio sé e di ciò che corrisponde all’intera umanità oppure, di ciò che è la vita e ciò che sono gli orpelli egoici con la quale la soffochiamo.

Svolge la funzione di ashram ogni ambiente che frequentiamo e quella di allenatore la situazione che cerchiamo di più. La famiglia, la scuola, la strada, il carcere, il circolo privato, il partito, la passione sono tutti ashram che alimentano una certa concezione di noi stessi e favoriscono pensieri e visioni, ovvero meditazioni utili per raggiungere gli scopi ad essa coerenti. 

 

L’esigenza

Colui che a suo modo si trova in tale prospettiva, cade nell’obbligo della ricerca cosiddetta spirituale – inopportunamente, a mio parere, in quanto fuoco per le micce ai lazzi schierati nella cartuccera di ogni materialista ranger della verità con autodiritto di scadente sarcasmo – il cui culmine ha a che vedere con un’emancipazione dalla realtà gonfia e tronfia dell’importanza personale, nella quale soggiornava, arrancava o era protagonista.

Se nella realtà che si sta allora afflosciando vigeva il criterio della competizione, del gradino più alto del podio quale esclusiva unità di misura di sé e del prossimo, della pretesa di riconoscimento come solo criterio d’autostima, in quella che sta prendendo forma a causa di emancipazioni e consapevolezze varie, il modo quantitativo fa sorridere e non è più il solo e il prossimo non è più un competitore, ma uno come noi.

 

La sola permanenza

L’oscillazione dello stato intimo e fisico, degli interessi, valori, giudizi ed attenzioni è l’unica costante esistenziale. In essa si ravvisa un’allegoria bonsai della vita, la quale cessa nella morte storica, proprio per poter rifiorire invariata in altri corpi solo formalmente differenti, come foglie d’erba di un solo pascolo. 

Ma lo ravvisa il consapevole, non certo lo scientista che crede nella crescita infinita, nell’immortalità, nell’elisir di eterna giovinezza che, sono tutte condizioni incluse nella dimensione sottile dell’energia, ma escluse da quella fisica, caduca per definizione. Ma lui, lo scientista, inconsapevole di tutto, ma muzioscevolmente patriota della scienza quale unica, solitaria via alla conoscenza, non lo sa. E incaponito prosegue dannando di materialismo le culture e gli uomini che ne sono allattati.

 

Cadute e ricadute

Monaci, abati, maestri, igumeni, guru, abbadesse, archimandriti e altri sanno che per il mantenimento di una certa condizione di benevolenza, salute e forza è necessario l’allenamento. Come l’atleta si reca alla pista, si cambia e scende in campo ad allenarsi, consapevole che soltanto in quel modo – doping a parte – può migliorarsi, ugualmente, per mantenere la pace interiore è necessario un’area protetta dalle distrazioni, in cui le dinamiche egoico-vanesie tendono ad avere vita breve, abortire o a divenire inconcepibili. E perciò i luoghi comuni trovano la data di scadenza e i traumi e i lutti a comportare il minimo sconvolgimento in forza e durata. 

Dunque l’ambiente, l’ashram, è anche concentrazione facilitata, aiuta a “stare sul pezzo” della ricerca, concorre a ridurre il rischio di scivolate, cioè a smorzare l’avvento della circostanza giusta alla caduta, quella in cui non agiamo ma reagiamo, in cui non rispondiamo ad altro che al toboga dell’emozione che ci ha rapiti, a ciò che la sua vorticosità permette e impone. 

Ma l’evidenza dell’oscillazione, quale sola caratteristica permanente, pare sconosciuta a molti. Quantomeno a coloro che, al momento giusto, hanno affermato o affermeranno convinti “io non lo farò mai”. (Vale anche con “per sempre”).

Il “di doman non c’è certezza” di Lorenzo de’ Medici – ispirato dalla fuggevolezza della giovane età – si presta ad essere declinato a favore del nostro discorso. Nel momento in cui inciampiamo nella circostanza opportuna, perdere lo stato che credevamo di avere attestato in noi, con il quale ci identificavamo e a mezzo del quale credevamo di essere lui, è un attimo. Nessun alpinista vorrebbe precipitare dalla cengia, il suo fare è orientato a godere della salita, tuttavia, la circostanza giusta per distrarsi può avvenire. Al più pacifico degli uomini – in merito c’è ampia bibliografia e filmografia nonché sentenze di tribunali – la sequela adatta a fargli perdere l’equilibrio è sempre latente. È capitato a “buoni padri di famiglia”, a “stimati professori”, a “madri caritatevoli”, a “ragazzini normali, come tanti”. E anche, all’opposto, al soldato che, preso dall’emozione giusta, risparmia il nemico.

 

L’opportuna circostanza

Tutti siamo un miscuglio di elementi. Se il genio ha quanto basta per essere tale, ugualmente accade al meno dotato. Vale per ogni sfaccettatura umana. Gli olivastri al primo sole si abbronzano, i chiari si ustionano. Due esempi campione per dire che la circostanza giusta non è la stessa per tutti. Serbi, croati e musulmani avevano convissuto e si erano incrociati per decenni prima che l’opportuna emozione li cogliesse senza lasciar loro scampo, senza impedirgli di trucidare il vicino di casa, il compagno di scuola, senza mancare l’occasione per vedere in loro, non più ciò che vedevano prima, ma il nemico da eliminare senza senso di colpa, ma con soddisfazione e senso di giustizia. 

Se la circostanza è quella opportuna noi, qualunque forma umana, anche la più deplorevole, nonché la più ammirevole, può incarnarsi, qualunque principio e valore può essere dimenticato o con forza, richiamato e amplificato. Allora l’ashram, o chi per esso, come un porto, ripara dalle mareggiate vere della vita effimera.


Lorenzo Merlo




venerdì 2 gennaio 2026

Rimozione dei metalli pesanti dai suoli inquinati...?


giovedì 1 gennaio 2026

Buoni auspici per un nuovo anno...


Sardegna. Rimboschimento naturale del territorio...

 

foresta mediterranea del Sulcis


Una delle assurdità ambientali che capita talvolta di leggere è la presunta pericolosità del rimboschimento naturale del territorio.

Un commento in proposito da parte del dott. for. Michele Puxeddu, dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali.


Capita non di rado purtroppo di leggere alcuni articoli di stampa che generalizzano il “pericolo” rappresentato dai boschi che si allargano “senza controllo” e responsabili della diminuzione dell’acqua nei campi. 

Proviamo qui a ricordare piuttosto l’assoluta necessità di proteggere e conservare le foreste rimaste nella nostra Isola di cui occorre semmai una esplorazione più profonda a partire dalla loro storia, dai loro usi e dagli abusi subiti. Gli ecosistemi forestali, in assenza di nuovi “disturbi” (incendi, tagli forestali estesi, sovrapascolo e trasformazioni territoriali in genere) o anche solo in presenza di una regressione di questi, cercano, ove e quando possibile, di riprendersi lo spazio ed il ruolo che la natura gli ha affidato nei milioni di anni (a proposito, alcuni alberi monumentali che sfiorano o addirittura superano il millennio di età, ultimi sopravvissuti delle più antiche foreste mediterranee, sono ancor oggi la prova provata della pregressa esistenza di queste e ove presenti della loro attuale pervicace resistenza per continuare ad esistere sulla terra) ma che proprio negli ultimi due secoli, a causa dei “disturbi” descritti,  gli sono stati sottratti.


bosco in passato governato a ceduo


Come attesta l’ultimo Inventario Forestale Nazionale in Sardegna la macchia mediterranea sta solo cercando di ricostituire, faticosamente, in un arco temporale comunque almeno secolare, boschi “alti” in genere quelli che erano state le foreste primeve di leccio e di roverella decimate dai devastanti tagli boschivi operati nel 1800, proseguiti instancabili fino al primo dopoguerra del 1900, e poi colpite, per non fargli mancare nulla, da ripetuti e devastanti incendi.

Leggendo con attenzione i risultati di una consolidata letteratura scientifica, compresi quelli più di recente pubblicati, per esempio su Agricultural and Forest Meteorology da ricercatori forestali dell’Università della Tuscia coordinati da Solano (2025), che evidenziano come in foreste di leccio protette le temperature durante le ondate di calore estivo sono in media più basse di almeno due gradi rispetto a quelle rilevate in boschi confinanti non sottoposti a regimi di protezione, emerge infatti che l’intero ecosistema silvano è un fondamentale moderatore degli eccessi del clima. In particolare la stratificazione delle chiome degli alberi “alti” e quindi del loro complesso fogliare ha svolto e svolge sul terreno funzioni di vero e proprio “cappotto termico”, isolante naturale di cui beneficiano tutti gli ecosistemi dagli eccessi del clima.

bosco composto da c.d. ceduo invecchiato, fustaia transitoria


Gli alberi assorbendo acqua dal terreno la rilasciano come vapore acqueo attraverso le foglie nel processo chiamato “traspirazione”, questo  riduce e modera le temperature eccessive fungendo da condizionatore naturale. Queste masse di vapore acqueo migrando poi come veri e propri “fiumi” in atmosfera si spingono  anche per migliaia di chilometri e allorquando incontrano aria fredda rilasciano la loro umidità sotto forma di pioggia necessaria per l’agricoltura e quindi per la nostra vita. Ecco perchè la deforestazione indebolendo questi “fiumi volanti” porta siccità ed eventi meteorologici estremi così dannosi anche a grandi distanze.


corso d’acqua nel bosco


Se la capacità della foresta di conservare l’umidità e di condizionare la temperatura superficiale del suolo dipende dalla sua complessità strutturale è evidente che più questa è evoluta più è elevato il livello di umidità che la stessa è in grado di conservare. Per questo è fondamentale anche in Sardegna rispettare la macchia mediterranea affinché al termine del processo evolutivo questa possa portare alla ricostituzione di boschi (alti) più complessi strutturalmente e quindi maggiormente funzionali per la regolazione climatica. 

La foresta non è un “pericolo” bensì una risorsa di enorme importanza ecologica da tutelare e proteggere insieme a tutti i suoi “poteri” ovvero alla reale capacità di svolgere la sua azione virtuosa, ma meno pubblicizzata, proprio sul clima oggi anch’esso in forte cambiamento. 


Michele Puxeddu

Membro corrispondente dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali


Foresta demaniale dei “Sette Fratelli”


(Ripreso da gruppodinterventogiuridicoweb  - foto J.I., S.D., archivio GrIG)

 

martedì 30 dicembre 2025

Per un 2026 disarmista...

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Il 2025  è finito così, con il mondo diviso in due o tre parti che non si parlano quasi più. Anche se si parla molto di nuove tecnologie e di armi intelligenti, la realtà resta quella di sempre: uomini chiusi nelle trincee, nel fango delle pianure ucraine o tra le macerie di Gaza. Si attende una pace che non arriva, perché nessuno vuole cedere un pezzo di terra o rinunciare al proprio puntiglio.

A Oriente, il mare intorno a Taiwan è solcato da navi da guerra. Sembra che la politica sia diventata solo un calcolo di forze, una preparazione a un evento che tutti dicono di voler evitare ma che tutti alimentano. Si accumulano armi, si stringono patti per l'energia e per i minerali, come se la vita degli uomini dipendesse solo da queste materie inanimate.

In Europa i politici e i generali sono tornati a parlare con entusiasmo della guerra. Esortano i giovani a essere pronti al sacrificio, a morire per la patria, come se il tempo non avesse insegnato nulla. È una retorica vecchia, che sa di caserma e di un orgoglio maschile arcaico... (o di interessi finanziari ndr)

Eppure, si potrebbe fare diversamente. C'è un modo di stare al mondo che non cerca la distruzione dell'altro. È l'idea della nonviolenza, che molto femminismo ha fatto propria: la consapevolezza che le differenze fanno parte della vita, ma la guerra no. La guerra è solo una pratica antica e feroce. Rifiutarla significa cercare un'altra strada, l'unica che possa davvero dirsi civile, per affrontare il futuro che ci aspetta.

 

Auguri da parte dei Disarmisti esigenti per l'educazione alla nonviolenza e alla terrestrità!




lunedì 29 dicembre 2025

Salute. Prevenire piuttosto che curare...

 


Agli inizi del secolo scorso c'era 1 malato di cancro su 100, oggi ce n'è 1 su 3. (prof. Umberto Veronesi).

In base alle statistiche degli ultimi 50 anni il prof. Reiss fa delle previsioni per coloro che nascono dopo l’anno 2000:

-          il 40% delle persone saranno affette da diabete;
-          nel 2050, a tutti gli uomini sarà diagnosticato un tumore alla prostata;
-          nel 2060-70 a 65 anni molte persone non avranno più speranza di vita;
-          una donna su 4 avrà il tumore al seno;
-          nel 2020 la concentrazione di spermatozoi sarà diminuita e 1 coppia su 7 sarà obbligata 
            a ricorrere alla procreazione assistita;
-          nel 2050 ci sarà un bambino autistico su 3;
-          nel 2085 sarà azzerata la fertilità maschile.


La soluzione?

I benefici del  cibo biologico bioregionale

Uno studio condotto in 57 paesi su 286 aziende agricole biologiche  ha evidenziato un aumento della resa media del 65% dei prodotti bio rispetto a quelli convenzionali.
Le colture bio richiedono 1/10 di calorie da carburanti fossili rispetto a quelle convenzionali e assorbono il 25%  in meno di energia.
Secondo la Coldiretti gli alimenti di un pasto medio italiano percorrono 1900 km prima di arrivare sulle nostre tavole e spesso si consuma più energia di quanta se ne ricavata in termini di nutrimento.
Gli alimenti bio sono molto più ricchi di sostanze nutritive rispetto ai prodotti convenzionali, specialmente di ferro, magnesio, fosforo, vitamina C, polifenoli e antiossidanti.


Tra le varie componenti che entrano a far parte del vivere in sintonia con l’ambiente naturale e sociale secondo il bioregionalismo il rapporto uomo-animali è l’argomento a me più “congeniale”.

Sono veterinaria e mi occupo principalmente di allevamenti, allevamenti di animali tenuti per la produzione di alimenti di origine animale.

L’alimentazione, nell’ambito della RBI è sempre stato un argomento molto dibattuto e con opinioni diverse, come è giusto che sia: su questa Terra è impensabile che tutti abbiamo lo stesso sentire nei riguardi delle diverse componenti.

L'Italia è una terra di tradizioni contadine e di ricchezza di prodotti sia di origine vegetale che  animale: le eccellenze agricole sono fonte di guadagni, ancora, e di ricerca di sempre nuovi mercati, dato che, a causa della crisi economica e della concorrenza c’è la necessità di nuovi sbocchi commerciali. Siamo infatti, in questo settore in una situazione quasi di sovrapproduzione, almeno per quel che riguarda i prodotti tipici, dovuta alla necessità di ammortizzare i costi con un' incentivazione della spinta produttiva, tramite la meccanizzazione, la selezione di razze sempre più produttive, a scapito però di altri valori, come la robustezza, la resistenza alle malattie e la longevità degli animali.

Nel bioregionalismo si ricerca invece un legame del cibo con il territorio, si suppone che il cibo prodotto localmente e che non ha subito conservazione e trasporto sia più in sintonia con l’organismo che lo deve ricevere. Ovviamente c’è anche un aspetto “ecologico” in questo: i trasporti e la conservazione degli alimenti sono attività di per sé antiecologiche, comportano consumo o spreco di risorse combustibili fossili sia per il funzionamento degli autoveicoli che delle apparecchiature di refrigerazione.

Alla base del disequilibrio che secondo me si è creato nel settore dell’allevamento, soprattutto nelle zone a diffusione dell’allevamento intensivo come qui da noi, ci sono fattori economici: una volta, fino a 60 anni fa circa, un’azienda agricola era costituita da un appezzamento di terra su cui venivano coltivati diversi prodotti (e la rotazione delle colture era sempre applicata) e che allevava animali più che altro come integrazione dell’attività, come risorsa di concime e come integrazione all’alimentazione della famiglia o delle famiglie che vivevano nell’azienda.

Mangiare un po’ di carne solo una volta alla settimana o anche meno era una cosa normale, qualche uovo o frittata entrava anche questo nella dieta con parsimonia e solo nel periodo di deposizione naturale delle uova da parte delle galline. Spesso era presente nella azienda anche un porcile con uno o pochi maiali che venivano macellati in pieno inverno per farne salumi da consumare nel resto dell’anno.

Poi la carne diventò uno status symbol: mangiare carne era segno di ricchezza o perlomeno di essere benestanti, e quindi, con la ripresa economica del dopo-guerra aumentò la richiesta di cibi di origine animale, in primis della carne. I piccoli allevamenti annessi alle aziende agricole non furono più sufficienti a soddisfare le richieste e questo fece intravedere la possibilità di guadagni insperati e allora dai con gli allevamenti costituiti da un numero sempre maggiore di capi, sempre più meccanizzati, sempre più disumani, con animali selezionati a produrre sempre di più fino ad arrivare ad esempio a polli sempre più pesanti tanto che gli arti non riescono a sostenere il corpo o vacche sempre più produttive in latte tanto che dopo due parti sono già distrutte o per un verso o per l’altro (mastiti, ipofecondità, lesioni podali), tanto che sono da scartare, quando non muoiono o devono essere macellate in stalla.

Il sistema poi implode su se stesso in quanto la speranza di maggiori guadagni, ha fatto moltiplicare queste realtà con un aumento della produzione che per un po’ è stata in equilibrio con i consumi, e, seguendo le leggi del mercato, queste attività hanno consentito lauti guadagni, ma la concorrenza poi ha avuto il sopravvento e i ricavi dalla produzione hanno continuato a mantenersi sugli stessi livelli, mentre i costi tutti i fattori di produzione aumentavano (mangimi, manodopera), lasciando ai produttori margini sempre più risicati.

Caso tipico in cui al peggioramento della qualità della vita degli animali, sempre più sfruttati, ha corrisposto un peggioramento della qualità della vita dell’allevatore, costretto a lavorare sempre di più e sempre con minori soddisfazioni.

Nella RBI si è molto parlato di regime alimentare, alcuni esponenti vegetariani o vegani per motivi etici si battono per un abbandono totale e immediato del consumo di alimenti di origine animale, altri ritengono che un consumo moderato di prodotti di animali allevati rispettando il loro benessere sia possibile e auspicabile.

Personalmente non ritengo ci sia un modus che debba andare bene per tutti, ma sicuramente ritengo che dobbiamo tutti prendere coscienza che l’allevamento intensivo non è etico ed è antiecologico: in un mondo dove miliardi di persone muoiono di fame, continuare ad allevare animali consumando risorse che potrebbero nutrire direttamente il genere umano, non è più possibile; inoltre la sofferenza ingenerata in questi esseri viventi che hanno avuta la fortuna- sfortuna (destino) di vivere la loro esistenza su questa Terra assieme a noi non può più essere ignorata: non possiamo più ignorare di esserne responsabili, anche indirettamente, così come non possiamo più ignorare di essere, come specie, responsabili, della rovina in cui stiamo mandando il nostro pianeta con tutte le nostre attività, non mi riferisco ovviamente solo all’alimentazione, ma a tutti i settori del nostro vivere.


Prendere coscienza delle conseguenze del nostro modo di vivere è il primo passo per poter dare alla Terra una speranza di sopravvivenza a lungo termine cercando di fare in modo per quelle che sono le possibilità di ognuno di noi, di lasciare ai nostri figli e nipoti un mondo meno inquinato e più in armonia di quello di oggi. Ritornare ad un sistema di vita semplice, in cui i rapporti umani e la vita nella natura, immersi nel mondo umano, animale e vegetale, ci può dare tutto quello di cui abbiamo bisogno senza necessità di consumi superflui e sprechi che comportino un ulteriore deterioramento di quel paradiso che ci era stato donato e che noi, esseri umani, abbiamo rovinato per il nostro sconfinato egoismo.

Caterina Regazzi 

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Referente Rapporto Uomo Animali della Rete Bioregionale Italiana