Non ci sarà altro
destino da quello infernale, che quotidianamente ci accompagna,
finché la bellezza resterà fuori dal centro delle azioni. E finché
resterà fuori, il brutto e il male seguiteranno a contagiare i
pensieri e lo spirito degli uomini. Considerare un dovere sociale
tenere al centro il razionale, il tecnologico, l’economico e
l’interesse personale, è il compimento del brutto in quanto
affermazione babelica, separazione dall’origine, esaltazione di sé.
Qualche considerazione
sulla bellezza e i limiti della conoscenza cognitiva.
«Ogni lingua lineare è
però una lingua logica; in altri termini, agisce, per così dire, in
una dimensione e si blocca dinanzi al confine di più dimensioni».
Mohler, A., (1990). La
rivoluzione conservatrice in Germania, 1918-1932: Una guida.
Napoli-Firenze: Akropolis/La Roccia di Erec, pp. 96-97.
Il modo estetico
La bellezza, quando è solo
una parola, riferisce di una categoria nella quale abbiamo posto
qualcosa o qualcuno. Quando è invece una vibrazione, reifica un
universo in cui le relazioni sono regolate prioritariamente
dall’energia estetica, da una modalità di concepire e intendere il
mondo, il prossimo, la realtà, che ha l’eros al centro. La
modalità estetica risiede nell’ecologia del pre-pensiero. Il
pensiero organizzato, interessato e politico la deturpano.
Diversamente opera la
modalità etica, opposto energetico di quella estetica, il cui
intento sta nell’affermare un ordine nelle relazioni, nella realtà
e nel mondo. Anche a costo del sopruso.
Se il modo etico è
rappresentabile dalla geometria piana, dalla fisica classica e
dall’informatica, quello estetico ha un carattere fluttuante,
risente di tutto e avverte tutto. Esso implica l’averci condotti a
noi stessi, alla nostra vera natura – altrimenti sempre imbrattata
e nascosta da strati di nozioni etiche e dai suoi saperi analitici –
ora vera capitana delle nostre rotte nel mare della vita.
La cultura materialista in
cui siamo immersi tende ad allontanarci dal senso della vita
riducendolo al senso del successo. Un territorio in cui la bellezza è
ridotta alla parola che allude al bello, ma non contiene il bene, e a
uomini senza bellezza, ma pieni di individualistica vanità, tanto
che si è separata la bellezza dal bene, credendo di fare scissione
innocua. Una separazione tanto profonda che porta a deridere certe
conclusioni. Del resto, come ci racconta Lao Tzü, quando
lo stolto sente parlare per la prima volta del Tao scoppia a ridere.
Per quanto nessun uomo –
neppure il santo, il mistico, il malvagio e il violento –
corrisponda a un metatipo illibato, né sia scevro da oscillazioni
tra gli estremi del binomio etico-estetico, in termini manichei si
può osservare che, nel caso etico siamo spinti a sovrapporre la
conoscenza analitica-cognitiva-duale alla verità, a eleggere gli
uomini a proprietari del mondo e di se stessi. Mentre in quello
estetico diviene possibile conoscere attraverso il sentire, la
liberazione dal conosciuto e la corrispondenza con il cosmo.
L’etico produce norme.
L’estetico poesie.
L’etico amministra
l’esistente. L’estetico ricrea.
L’etico segue canali
ereditati. L’estetico ascolta il mondo.
Uno giudica, distingue,
separa e aggrega, l’altro scopre, esplora, ammette.
Il primo usa la statistica,
gli algoritmi e la matematica come miglior linguaggio per la
descrizione della realtà – secondo lui – vera, quella
misurabile. Il secondo utilizza il terzo occhio. Il primo è
replicativo e storico, il secondo è ricettivo e creativo.
Uno ritiene che la
conoscenza sia da acquisire, l’altro che è già in noi.
L’etico è entro una
capsula impermeabile se non dalla norma. L’epidermide dell’estetico
è sottile e vibrante come una vibrissa.
Ogni etico invidia
l’estetico, come ogni estetico necessita di un etico. Il primo per
vedere cieli altrimenti inesistenti in se stesso; il secondo per
contenere e sfruttare l’esuberanza creativa. Il primo per navigare
lontano, il secondo per tenere almeno un piede a terra.
Ideologie e relativi dogmi,
differenze e separazioni, sono il basamento dell’incastellatura
etica. L’identicità degli uomini, la consapevolezza della maschera
delle forme, e il ritenere tutto espressione della vita, lo sono
della prospettiva estetica.
Per l’etico esiste
l’eretico. Per l’estetico non esiste eresia, neppure quella
etica.
I computatori della vita
sono meno inclini a sfruttare le informazioni su se stessi fornite
dalle emozioni. Sono più stabili ed equilibrati, ma impediti a
cambiare sembianze, a divenire altro da sé, a sfruttare la
contemplazione per conoscere e la meditazione come medicina. Vedere e
muoversi secondo bellezza non è, per loro, previsto.
«Anche nell’antichità
esistevano due definizioni di bellezza che in qualche modo si
trovavano in opposizione reciproca. […] L’una descriveva la
bellezza come la giusta conformità delle parti tra loro e di esse
col tutto. L’altra, derivata da Plotino, descriveva la bellezza
senza alcun riferimento alle parti, come il trasparire dell’eterno
splendore dell’‘uno’ attraverso il fenomeno materiale».
Wilber, K., (2022).
Questioni
quantistiche: Scritti mistici dei più grandi fisici del mondo.
Roma: Spazio Interiore, p. 106.
Agli esseri estetici è come
se piacesse il rischio. Puntare tutto sulla bellezza richiede
fanciullezza, sconsideratezza, inconsapevolezza delle conseguenze e
fede. Visti con ottica etica, essi sembrano coraggiosi e avventati.
Al contrario, quelli etici, visti con ottica estetica, si muovono con
accortezza, non sono che pusillanimi, procacciatori e cibo dello
status quo.
Un po’ come per i
materialisti, che non sospettano neppure che i loro attrezzi non
servano per lavorare al banco alchemico, l’uomo etico, logico,
razionalista, concreto, non ha modo di concepire il mondo se non
nella sua espressione storica e individuale. A lui piace fermarsi al
dito. Della luna non sa che farsene. Concentrato sui particolari da
mettere e tenere in ordine, non la vede.
«E se volesse svegliarsi?
Potrebbe ad esempio
cominciare a riflettere sul prezzo pagato dalla quantificazione
dell’universo operata dalla mente duale e dal paradigma
deterministico riduzionista da essa partorito. […]
Potrebbe anche chiedersi
quanto spazio abbia riservato la scienza materialistica nella sua
furia tecnologica al riconoscimento delle qualità più genuinamente
umane, alla consapevolezza spirituale, all’amore, alla creatività,
al sentimento, all’immaginario, alla bellezza».
Lattuada, P.L., (2012).
Biotransenergetica:
Qualcosa di nuovo, qualcosa di antico, una via che ha un cuore.
Milano: ITI, p. 34.
La bellezza è anche una
modalità di ricerca e una discriminante. Come la rabdomanzia
richiede dedizione, non la si può praticare alla carlona. Essa si
rivela ascoltando, seppur spesso sia nascosta da sembianze che non la
evidenziano. Quando la bellezza accade, e anche quando è posta –
non imposta – al centro nelle relazioni, si realizza la realtà
estatica sempre latente, la cui verità non richiede strumenti di
misurazione, prove del nove, metodo scientifico, per essere
inequivocabilmente riconosciuta in noi, autentica, costituente e
vera. La sola che conta, in quanto la sola in grado di dare senso
profondo alla vita, di andare oltre l’effimero della storia. Non
perché non abbia fine, ma perché con essa avvertiamo l’infinito e
l’universale. Quando essa accade siamo benessere intimo e
relazionale, premessa necessaria alla benevolenza e alla gratitudine
incondizionata.
Il senso della vita
concepito, soddisfatto ed esaurito in ambito etico-amministrativo,
allude a titoli, denari, dialettica, erudizione, vita regolata dal
diritto e dimenticata dalla natura, a una cultura
intellettual-tecnicistica. Comporta accreditare le differenze formali
come definitive, cioè l’impedimento ad accedere al simbolo e
all’energetico.
Ma anche il baratro nero
accompagna la modalità etica che, nonostante l’apparente
contraddizione, è incarnata anche nell’edonista. Un abisso in cui
il rischio di cadervi corrisponde alla tardiva presa di coscienza di
avere dedicato l’attenzione alle autoreferenziali infrastrutture e
averle credute verità. Mosche che riempiono il pugno di colui che si
trova al cospetto dell’insospettato nichilismo.
Essere coinvolti in una
caduta della bellezza-nella-relazione, ossia al tradimento
spirituale, può arrestare i processi vitali-creativi. Essere
forzatamente sottratti dalla bellezza è un’esperienza grave, che
può comportare un crollo emozionale, uno svuotamento energetico, una
morte spirituale. È quanto accade nella prevaricazione della norma,
nell’impostura moralistica, nella menzogna. Un decadimento che,
però, riguarda soltanto la personalità egoica, ancora incapace di
vivere fenomenologicamente e assertivamente gli eventi, ancora
sostanzialmente alla ricerca inconsapevole di un ordine da imporre o
da vedere rispettato.
Ma le cose si muovono, i
ruoli si invertono. Tendiamo a passare da una affermazione al suo
opposto, e a tutti i grigi intermedi, in funzione di esigenze e
circostanze più forti dei nostri valori e della nostra disciplina e
stabilità. Del resto, la coerenza è disumana, se non nell’arido
greto del razionalismo. Come detto, nessun uomo è un tipo puro, e
chi lo è più degli altri è tanto più specialisticamente forte,
quanto più olisticamente vulnerabile. Anche se – in senso lato –
il nostro segno zodiacale e il nostro ascendente ci spingeranno
sempre a vedere la realtà dalla loro concezione del mondo, nella
storia tutti corrispondiamo alla verità dell’yin e yang, ovvero in
ognuno c’è parte dell’altro. L’opposto che fuggiamo è il
primo generatore di quanto desideriamo essere.
Secondo bellezza
Il bello è tale in quanto
ci muove. Esso allude all’eros, all’energia vitale,
tendenzialmente fievole nel replicativo burocrate ed effervescente
nel creativo sentire. Esso è simbolo sublimante e tocca il profondo
dell’umano, fino all’origine, fino all’archetipo comune e
condiviso. Anche per questa sua abissale e inestinguibile dimora,
esso risulta sostanzialmente inspiegabile dalla modalità espressiva
della dialettica logico-razionale.
Il bello avviene, ed è
percepito in noi. Ciò lo rende inequivocabilmente vero, mai
accompagnato dall’esigenza di una qualsivoglia egida scientifica.
Esso accade quando qualcuno o qualcosa è pertinente a qualche nostra
esigenza di completezza. Questa può essere occulta a noi stessi o
evidente. Dipende dal gradiente di consapevolezza disponibile su noi
stessi in quel momento.
L’esplosione del senso di
bellezza ci avverte con un’emozione magnetica nei confronti della
parte mancante e risucchiante, totalitaria, più forte di quella di
fondo che corrisponde alla cosiddetta identità di noi stessi.
All’opposto, il brutto ci informa di cosa ci disturba.
Avvedersi, quindi, del
valore dell’unità negli opposti è liberarsi di un laccio della
catena di forza culturale che ci impone pensieri e azioni
moralistiche ed egoistiche che nulla hanno a che fare con noi stessi,
che tutto hanno a che vedere con modelli a noi esterni. E che mai
divengono scuola evolutiva ma, al contrario, ci trattengono nello
status quo dominato da ciò che i cattolici chiamano vizi capitali,
ovvero, sempre secondo questi, fuori dalla grazia di Dio.
È opportuno considerare che
il bello ci rapisce in quanto emozione di beatitudine, sospensione
della storia e del pensiero, e dissoluzione dell’Io separatore –
almeno nei confronti dell’oggetto
risonante – quindi paradisiaca, estatica.
Nel tempo della sua durata
avvertiamo benessere, la storia che ci circonda si obnubila silente,
il pensiero cessa di rutilare, l’unione con l’oggetto
risonante, sia esso un’idea creativa, una persona, una forma,
eccetera, si compie, tanto da avvertire il diritto di esclusività e
proprietà/appartenenza. In quel tempo, istantaneo come nell’eureka
di una scoperta, nella presa di coscienza, nel momento della visione
e dell’avvento della composizione della costellazione concettuale
rivelatrice di un nuovo – per noi – orizzonte del mondo e, per
eccellenza, nell’orgasmo; oppure perdurante come
nell’innamoramento, nella serenità dell’amore incondizionato,
nel sentimento materno, nella complicità e nell’amicizia, le pene
e la loro memoria si scompongono nell’oceano estatico, che i
cattolici chiamerebbero paradisiaco o, ancora, grazia di Dio.
È necessario osservare che nel bello è implicito
il bene. I concetti di estasi e di paradiso lo contengono. Questi non
sono solo grossolani richiami alla migliore condizione di vita, ma
riferiscono di potenza energetica e di capacità illimitata, che
hanno a che vedere con la salute, i buoni sentimenti, la
disponibilità di forza per la gestione degli inconvenienti della
vita, e la disponibilità nei confronti dell’autoeducazione alla
migliore invulnerabilità. Un corso evolutivo che tende a realizzarsi
in modo proporzionale alla decrescita di importanza personale e ai
comportamenti dettati da questa e dal suo implicito moto d’orgoglio.
E, viceversa, proporzionalmente alla crescita della disponibilità
fenomenologica, ovvero della spersonalizzazione egoica degli eventi.
(Un culmine culturale
,questo, che permetterebbe di gettare nel fuoco le fandonie politiche
del momento, dalla cancellazione della cultura, alla libertaria
scelta del genere sessuale, al politicamente corretto, al pensiero
unico, alla famiglia di piacere, alla madre da mercato e alla prole
da menu, alle quote rosa, al sostenibile, all’impatto zero,
all’economia circolare, all’esportazione di democrazia,
all’ossessione dell’inclusività, al culto tecnologico e, più
ampiamente, al perpetuare la storia come storia di conflitti, dagli
infrapersonali, passando da quelli interpersonali e ideologici, fino
a quelli economico-geoegemonici).
La percezione di bellezza
allude altresì al senso del sacro. Si può, infatti, osservare che
il sacro che siamo disponibili a riconoscere come tale è solo e
soltanto quello che ci fa avvertire l’emozione della corrispondenza
e dell’appartenenza. In questo modo, perfino la squadra del cuore è
sacra.
Nel senso del sacro è
presente un’estensione di noi stessi, come è sostanzialmente
concepita, infatti, qualunque nostra funzionale parte del corpo o
dell’immagine, dell’identità che crediamo di essere. Quale
pianista è disposto a sacrificare un mignolo? Chi è disposto a
svelare frivolisticamente i propri scheletri nell’armadio? Ma
sarebbe sufficiente chiedersi quale uomo lo sarebbe se non per
qualcosa di ulteriormente sacro, per esempio un figlio – a sua
volta nostra estensione – una fede o un giuramento.
Secondo bruttezza
Specularmente al bello che implica il bene, il
brutto è simbolo del male. Ma per intendere in che termini due
binomi diventino diade serve una precisazione. Muoversi, agire nel
mondo obnubilati dal proprio io, ovvero inconsapevoli della struttura
che questo è, di cosa ci impone e di come, alla stregua di un
parassita, viva della nostra energia, corrisponde a un agire egoico,
slegato dall’origine, tronfio di importanza personale, totalmente
identificato con il proprio nome, la propria professione, il proprio
ruolo, sempre con qualcosa da imporre, da pretendere, da difendere.
Diversamente, ovvero
sentendosi espressione della vita e non solo il nome che portiamo, la
professione che esercitiamo, la nazione che rappresentiamo, possiamo
accedere alla consapevolezza che ognuno di noi è identico, che le
differenze storico-biografiche sono spiritualmente solo formali e
circostanziali, che operare per sé non ha alcun potere sottile nei
confronti dell’evoluzione dell’umanità, nei confronti del
superamento della gogna materialista.
Per questa figura esaurita sul proprio ego, nella
quale anche un emancipato da essa può sempre ricadere, il brutto è
da fuggire, in quanto non riconosce in esso un’informazione su se
stesso e non può, quindi, farne scuola, non può, a mezzo di
quell’informazione che non riconosce, illuminare i sottoscala di se
stesso. La
separazione da esso impedisce di rivelarci il cattivo che è in noi.
Così muovendosi, l’ignaro seguita
a perpetuare la falsa verità del dualismo, il cui fantomatico
culmine corrisponde all’affermazione non del bene, ma di se stesso.
In questo modo, credendo di fuggire il brutto per
alimentare il bene, perlopiù con strumenti moralistici, dunque
egoici, compie il male.
Liberi dalla camicia di forza moralistica, si apre
a noi la dimensione energetico-evolutiva. Uno stato in cui non si
perseguire più la bellezza per vanità, e si lascia che il male sia
liberamente praticato come innocua espressione umana. In sostanza, si
accetta fenomenologicamente la realtà. Tuttavia, ciò non esclude il
nostro intento d’amore, in quanto è ora mantenuto senza pretese,
anche nei confronti di se stessi, come semplice messaggio nella
bottiglia. Con la consapevolezza che non solo siamo corpo unico con
lo stato dell’umanità, ma anche che ciò che siamo non corrisponde
in alcun modo a qualche merito personale col quale permetterci di
stilare graduatorie e selezioni. Col quale riconoscere che
graduatorie e selezioni, funzionali in contesto chiuso
tecnico-amministrativo, non hanno alcun significato, anzi, nuocciono
se estese a quello aperto umanistico-relazionale.
Anche per questi argomenti e
la loro sottaciuta concezione della vita, si può riconoscere
l’origine e il destino dell’idea che l’uomo sia sulla terra per
riunirsi all’Uno. In essi sussiste anche l’evidenza che la
separazione da quanto non fa per noi, non è che un espediente
dell’Io e della sua identità. Una specie di scudo della sua
sopravvivenza. Il diavolo dei cristiani rappresenta il genio satanico
con il quale essa cerca di impedire l’evoluzione che riporta
all’Uno, che loro chiamano Dio.
La separazione dall’origine,
che ha come contraltare l’esaltazione egoico-vanesia e, quindi,
l’implicita impossibilità di conoscenza di noi stessi e degli
uomini, comporta una concezione dell’uomo/di sé esclusivamente
storica. Ciò porta dritti a osservare, qualora si voglia posare
l’attenzione su qualunque punto delle vicende umane, che queste
sono pregne di sangue e violenza.
Non è un passaggio
secondario. Si tratta di un potere che trova corrispondenza nel
messaggio cristico: sentire l’umanità, la sua sofferenza,
attraverso la nostra, comporta il miglior potere benefico che
l’individuo possa agire nei confronti di sé e dell’umanità
stessa. Il potere spirituale terapeutico, tanto deriso dallo
scientismo positivista-materialista, non ha bisogno di dimostrazioni.
Ognuno può trovare, nella propria biografia, come uno stato di
benessere profondo abbia comportato le migliori condizioni di vita,
come uno di malessere accentui il peso, fino alla patologia, anche di
risibili vicende. Uno stadio di coscienza che, riducendo il brutto a
ciò che non ci rappresenta, non mai potrà compiersi.
Non è quindi improprio
riconoscere in che termini il brutto rappresenti ed esprima il lato
oscuro che insorge in noi come uno stupro del mondo egoico-ideale,
come se questo ci spettasse di diritto inalienabile.
Un anelito che è
fantomatica meta, se superstiziosa pretesa egoica, ma utopia
concretizzabile quando esso è già nella nostra visione. Allo stesso
modo, progetto fallimentare se acquisito per legge moralistica o
numerata dalla Gazzetta, ma di successo se ricreato da noi stessi.
Nessun tavolo esce dalle nostre mani se di esso non abbiamo un’idea.
La forza di volontà necessaria a
ogni creazione non riferisce un dovere ma un sentire, senza il quale
essa non è che un braccio di ferro perdente contro forze profonde
vanesie o egoiche e superficiali.
E nessun tavolo è il nostro
tavolo, se
l’idea da cui proviene è stata prima di altri. Tuttavia, è ancora
il senso di bellezza nei confronti di un tavolo di altrui idea a
unirci a lui, a portarci a vedere in esso noi stessi. Tavolo o sposa,
non fa differenza.
È così che il brutto, o l’egoica separazione
dalla vita, implica l’inferno. Ovvero quella condizione senza fuga
dai tiranni, da ciò che non abbiamo risolto, dalle evoluzioni che
non abbiamo percorso. Il brutto è ciò che non vogliamo, ciò che
fuggiamo di noi, ciò che sosteniamo non ci rappresenti. È il pus
delle nostre infezioni, di quanto non siamo stati capaci di
accettare, dell’ottusa volontà di affermare di essere altro, di
ferite tenute aperte dal rancore e dal desiderio di vendetta, è la
malattia giunta al soma, teleologicamente
insorta in noi per estinguerci in quanto male e, all’opposto, per
chi sa interpretarlo, per dare lezione sul senso della vita.
L’assedio del brutto è, infine, l’assenza del
processo di individuazione, la latente, ma immanente, presenza del
thanatos e della prosa della vita, in sostituzione del formicolare
dell’eros, che ne è invece, la lirica.
L’esperienza non è
trasmissibile
La bellezza, come tutte le
esperienze, non è logico-razionalmente trasmissibile. Essa corre su
ponti emozionali, gli stessi dei nostri passi evolutivi, in occasione
dei quali avvertiamo la conoscenza del Sé.
La gabbia logico-razionale
che ci contiene a causa della nostra inconsapevolezza di essa, è a
sua volta un’emozione, ovvero una capsula
biografico-autoreferenziale con la quale concepiamo il mondo. Con
essa, ci dicono gli esperti, possiamo spegnere d’un colpo dilemmi e
incertezze. Vivendo al suo interno, siamo inconsapevolmente ma
scientisticamente certi che a mezzo della dialettica, dell’erudizione
e dell’eloquenza, possiamo trasmettere l’esperienza. Se così
fosse, saremmo saggi da millenni, sapremmo sciare dopo l’opportuna
spiegazione, torneremmo in noi dopo le parole del terapista
meccanicista. Per niente! Ricreare è necessario.
L’impressione della
trasmissibilità dell’esperienza appare dura da dissolvere
soprattutto perché siamo estranei alle dinamiche della
comunicazione. Essa sembra realizzarsi quando gli interlocutori
dispongono di pari esperienza, utilizzano il medesimo linguaggio,
conoscono e impiegano le stesse accezioni e lo stesso gergo,
riconoscono in modo condiviso il significato delle allusioni, delle
allegorie e analogie, e hanno il medesimo intento, come i complici e
gli innamorati che, nell’idealizzazione, arrivano a modificare i
propri canoni estetici o, più banalmente, a non vedere difetti e
imperfezioni, nonché ad amarli. Allora avviene la comunicazione, ma
non la trasmissione di esperienza. Al contrario quando quei requisiti
mancano, anche uno soltanto, pure la comunicazione non avviene e il
suo posto è preso dall’equivoco. Da certa letteratura esoterica
prendiamo la formula secondo la quale siamo universi
diversi.
Questa allude all’idea che i vissuti delle persone possono
facilmente impedire la comunicazione.
Secondo logica
Così come l’indagine
analitico-logico-razionale-meccanicista-positivista non può che
ricamare dialettiche intorno al concetto di bellezza senza mai
coglierne il cuore, è invece la lettura esoterico-filosofica,
evincibile dalla fisica quantistica – e da tutte le tradizioni
sapienziali del mondo – a evidenziare e permettere la
consapevolezza dei limiti degli strumenti a disposizione sul banco
dell’officina materialista. Cioè la loro inettitudine a maneggiare
le cose
del discorso estetico-vibrazionale, quali sono la conoscenza
emozionale e la natura della cosiddetta magia. Ma
anche il flusso energetico informazionale dell’oracolo e quello del
miracolo, ovvero il potere emozionale delle parole, grimaldello per
scardinare le chiusure che impongono uno stato, una condizione e
aprire l’accesso a una nuova concezione di sé. Un processo
implicito in circostanze di accredito della fonte. È la verità nel
discorso che si compie e il pensiero creatore che la realizza. Nel
complesso, tutti elementi
di una prospettiva utile per riconoscere che la realtà è nella
relazione. Ovvero, secondo Gregory Bateson, nella mente che avviene o
prende forma al cospetto di qualcuno o qualcosa. L’educazione, il
fascino delle mode, la patologia del politicamente corretto, il
seguito per la cultura
della cancellazione,
la psicologia del branco ne sono degli esempi.
Non solo pinze e trapani
sono inadeguati a operare tra gli argomenti della conoscenza
estetica, tra tutto quanto non si sottomette alle loro unità di
misura graduata fino all’infinitesimo, ma l’incaponimento degli
operatori nel persistere a utilizzarli e a restare nel flusso del
processo logico-analitico, al fine di raggiungere la conoscenza
autentica (dicono loro), li allontana, invece di avvicinarli, dalla
natura del mistero che, impettiti, vorrebbero svelare.
È la sindrome scientista,
ovvero quella che impone di credere che la sola e vera conoscenza
avvenga a mezzo della scienza, che oltre a questa nulla è valido, e
che ciò che essa non riconosce non esiste.
La realtà concepita come
ente oggettivo, scomponibile fin dove la tecnologia lo permette,
identica per tutti, composta da parti quantificate –rispondenti a
leggi che permettono sempre di sapere la loro quantità di moto e
posizione nello spazio – impone e deriva dall’idea di matrice
cartesiana e newtoniana, illuminista e scientifico-materialista. Essa
implica l’uomo e le sue relazioni ridotte a meccanismi, comporta
una lettura e un’indagine del mondo esclusivamente appoggiata al
piano logico-razionale. In questo modo, ritiene di restare entro
un’interpretazione impeccabile e definitiva, oggettiva appunto, con
il potere di scalzare dalla cultura e dall’immaginario quanto a
essa non è confacente. È una realtà ridotta a materia misurabile,
umanisticamente mortificante, quando non alienante e foriera, come su
detto, dell’epidemia
– oggi più falciante che mai – del nichilismo.
La logica non è il mondo
Nonostante il potere
oracolare – come di tutte le narrazioni – della cultura che
idolatra la scienza, si può osservare quanto la sua narrazione
logico-razionale sia parziale e incompleta. Lo si può riscontrare
anche a mezzo di questo articolo, anche qualora fosse stato redatto
in modo impeccabile, tanto da ritenerlo universalmente eloquente.
Tutto ciò che ho espresso sarà inteso come lo intendo io? Ciò che
è scritto significherà sempre qualcosa per chiunque? È da
escludere che possa indurre o provocare configurazioni opposte a
quelle che ho cercato di delineare? Domande legittime: siamo universi
diversi. In ambito relazionale, quale questo, l’equivoco è più
frequente della comunicazione positiva.
Il linguaggio costretto
nella camicia di forza meccanicista non è idoneo per raccontare la
realtà, se non quella amministrativa. Senza il guizzo magico della
poesia, capace, invece, di comprimere in una parola, per poi
rilasciare in un’emozione l’infinito, saremmo consumatori
orwelliani della vita. Se la logica esaurisse il mondo, il bello non
esisterebbe e così ogni altra emozione. Senza emozione – come da
sua etimologia – non c’è movimento, lirica, vita.
Mistero
Chiusi nell’incantesimo
dell’arroganza babelico-razionalista, non ci si avvede che è la
stessa domanda/ricerca primaria a generare il mistero, e con esso
l’equivoco e il paradosso della logica quale presunta autorità
assoluta. In forma meno altisonante, lo stesso accade nel quotidiano
di chiunque quando insiste a conoscere ciò che qualcun altro non
vuole rivelargli. Gli esempi possono essere molti. Tanto più ci si
metterà in ascolto del mondo di colui che porta il segreto,
tanto più potremo ricreare il percorso che a esso conduce.
Trovandolo, a quel punto, non più investito di mistero ma di
banalità.
Per banalizzare il presunto
mistero del chi
siamo?,
del da dove
veniamo?,
è sufficiente liberare l’immaginario dalla camicia di forza
logico-razionale, è sufficiente osservare come qualunque moto
creativo insemini il processo che genera la realtà. E come questo
corrisponda sempre a un’esigenza biografica.
Non si tratta di
antropomorfizzare l’Ente supremo o chi per esso, bensì, più
semplicemente, di riconoscere che esso è generato dall’analisi
logica della realtà e che questo metodo d’indagine è fuorviante.
Si può concludere che l’ente supremo siamo noi svestiti della
camicia di forza. Così come la patologia viene meno a mezzo della
consapevolezza di ciò in cui ci eravamo rinchiusi. Prima cercavamo
con logica di attribuire responsabilità, poi assumendocela, vedendo
in noi i creatori di realtà, ce ne siamo liberati.
Un’altra conoscenza
Basterebbe riconoscere
l’autoreferenzialità – spesso taciuta, negata o maldestramente
inconsapevole – della scienza e quindi del suo assolutismo, senza
dover ricorrere al principio d’incompletezza di Kurt Gödel, per
scongiurare il rischio della conoscenza limitata all’artefatta
realtà oggettiva.
La pretesa scientista di
risoluzione di tutto, sospinta dal suo conosciuto cognitivo, dalle
sue strutture ordinate, non è in grado di dare risposta alle
questioni ontologico-esistenziali. Tuttavia ogni
uomo qualunque è in grado di conoscere esteticamente ciò che anche
la scienza, in questi ultimi decenni, sta arrivando ad ammettere.
Ovvero, l’esistenza e la verità di quanto il suo sistema di
microscopi e vetrini non è in grado di ammettere.
«La filosofia critica di
Nietzsche porta dunque a compimento l’impresa ‘semi-abortita’
di Kant: anche la ragion pratica, così come la ragion pura, non è
in grado, per propria essenza, di offrire una risposta alle ‘domande
ultime’; tutti i giudizi di valore, tutte le ‘morali’, tutte le
‘verità’ sono relative, non hanno alcun diritto ‘razionale’
all’assolutezza, a una validità universale. Ciò che qui viene
però ‘storicamente’ annientato è appunto la ‘Ragione’, in
quanto logos
assolutizzato, della tradizione occidentale giudeo-cristiana».
Locchi, G., (2016). Sul
senso della storia.
Padova: Ar, p. 29.
La conoscenza estetica ci
relaziona al mondo con i cinque sensi materiali e con il sesto
vibrazionale. Come i primi possono essere materialmente zittiti,
togliendoci per esempio il sapore di un cibo, così il terzo occhio è
sempre dormiente per coloro che non si sono ancora ripuliti
dall’inquinamento della messe di dati della conoscenza cognitiva o
superficiale. Terzo occhio, le cui informazioni divengono disponibili
alla coscienza solo dopo un’altra emancipazione, quella nei
confronti dell’esperienza pregressa, ordinariamente considerata il
massimo valore. Condivisibile in un campo chiuso, ma pericolosamente
fuorviante in uno aperto/relazionale. Le
emozioni e le loro imposizioni, sentimenti e i loro bisogni, il
giudizio e la sua prevaricazione, sono entità informatrici della
realtà nella relazione, che il rullo compressore dell’esperienza
passata, come sommo e indiscusso criterio d’azione, può
cancellare, spingendo le relazioni verso lidi conflittuali,
d’indifferenza e d’incomprensione.
Divenire, meglio, ritornare
la vibrissa ricettiva e di conoscenza che già siamo è recuperare
l’ancestrale che vive in noi e fare della vita la straordinaria
esperienza di bellezza che è, normalmente, affogata in questioni che
la impediscono, fino a mutarla in sofferenza e malattia. È in questo
il senso di chi sostiene che siamo nati per il paradiso e viviamo
nell’inferno.
«La fisica classica si è
data una forma sistematica. Ma la sua pretesa di costruire una
descrizione del mondo chiusa, coerente, completa, espelle l’uomo
dal mondo che descrive, non solo in quanto abitante di questo mondo,
ma anche, l’abbiamo già detto, in quanto suo descrittore. [...]
Ignoreremo sempre e del tutto il rapporto tra il nostro mondo che la
scienza rende trasparente e lo spirito che conosce, percepisce, crea
questa scienza. [...] La natura ha mille voci e noi abbiamo appena
cominciato ad ascoltarla. Ma, da circa due secoli, il demone di
Laplace infesta le nostre immaginazioni, rispunta senza tregua e, con
lui, rispunta l’incubo del non senso del tutto, la solitudine
allucinata di chi, per così lungo tempo, aveva creduto di essere
l’abitante di un mondo fatto a sua misura».
Prigogine, I. & Stengers
I., (1999)., La
nuova alleanza: Metamorfosi della scienza.
Torino: Einaudi, p. 80-81.
«Non si combattono più
miopi ed ingenue pretese, che basterebbe ripetere ad alta voce per
far ridere i ragazzi e ridicolizzare chi le sostiene. Si combatte il
tipo stesso di conoscenza prodotta dal sapere sperimentale e
matematico della natura».
Prigogine, I. & Stengers
I., (1999)., La
nuova alleanza: Metamorfosi della scienza.
Torino: Einaudi, p. 88.
«La conoscenza oggettiva
non è passiva, essa costruisce i suoi oggetti. Quando consideriamo
un fenomeno come oggetto di esperienza effettiva, gli supponiamo, a
priori, prima di farne una qualsiasi esperienza effettiva, un
comportamento legale, che obbedisca a un insieme di principî. In
effetti, sostiene Kant, possiamo fare questo tipo di supposizione,
l’oggetto che percepiamo risponde alle nostre attese, perché è
già sottomesso a questo ordine legale, perché è, in quanto
percepito come oggetto di possibile conoscenza, il prodotto
dell’attività sintetica a priori dello spirito».
Prigogine, I. & Stengers
I., (1999)., La
nuova alleanza: Metamorfosi della scienza.
Torino: Einaudi, p. 89.
«Le possibilità di
matematizzare i comportamenti fisici si limitano ai comportamenti più
banali. ‘Un mattone non uccide un uomo per il fatto di essere un
mattone, ma [...] solamente il virtù della velocità che ha
acquisito [...]’ L’uomo è ucciso da quella che noi chiamiamo
energia cinetica (mv2/2)
cioè da una grandezza astratta che definisce intercambiabili massa e
velocità: per ottenere lo stesso effetto, si può diminuire l’una
se si aumenta l’altra. È proprio questo carattere intercambiabile,
di cui Hegel fa una condizione per la matematizzazione, a sparire,
quando si oltrepassi la sfera meccanica verso una sfera superiore».
Prigogine, I. & Stengers
I., (1999)., La
nuova alleanza: Metamorfosi della scienza.
Torino: Einaudi, p. 94-95.
«Non è infatti ancora per
nulla pacifico che la logica e le sue regole fondamentali siano in
grado di offrirci, in generale, un criterio per il problema
dell’essente come tale. [...] Chi parla contro la logica è [...]
in modo tacito o espresso, sospettato di arbitrio. Si fa valere
questo semplice sospetto come una prova e un’obiezione, ritenendosi
esonerati da un più ampio ed autentico esame della questione».
Heidegger, M. (1972).
Introduzione
alla metafisica.
Milano: Mursia, p. 36.
«Ogni possibile
proposizione è formata legittimamente e, se non ha un senso, è solo
perché noi non abbiamo ancora dato un significato
ad alcune delle sua parti costitutive».
Ludwig Wittgenstein,
Tractatus
logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916,
Torino, Einaudi, 1995, p 77-78, (5.4734).
«Noi sentiamo che, persino
nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano
avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure
sfiorati”.
Wittgenstein, L. (1998).
Tractatus
logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916.
Torino: Einaudi, p,108, (6.52).
«Sembra giusto ritenere che
la scienza, soprattutto a partire dal secolo XVII, con la sua
strutturazione meccanicistica, abbia scisso il sapere dal senso
comune. [...] Con l’introduzione, inoltre, di tecniche sempre più
raffinate e invadenti di formalizzazione matematica, essa avrebbe
sottratto agli uomini comuni, al pensiero popolare, la visibilità
della natura».
Wittgenstein, L. (1978).
Della
Certezza: L’analisi filosofica del senso comune.
Torino: Einaudi, p. VII, (dalla prefazione di Aldo Gargani).
«È scomoda una teoria la
quale attribuisce a noi stessi la responsabilità del mondo in cui
pensiamo di vivere».
Watzlavick, P. (a cura di),
(2008). La
realtà inventata: Contributi al costruttivismo.
Milano: Feltrinelli, p. 17.
«La maggior parte degli
scienziati si sentono ancora oggi ‘scopritori’, coloro che
rivelano i segreti della natura e allargano lentamente ma con
sicurezza il campo del sapere umano; e innumerevoli filosofi si
dedicano al compito di assicurare a questa conoscenza faticosamente
acquisita l’inconfutabilità che tutti si aspettano dalla verità
‘autentica’».
Watzlavick, P. (a cura di),
(2008). La
realtà inventata: Contributi al costruttivismo.
Milano: Feltrinelli, p. 19.
«Alle radici della visione
della fisica classica stava la convinzione che il futuro fosse
determinato dal presente, per cui un attento studio del presente
permette di svelare il futuro. Certo in nessun momento questo è
stato qualcosa di più di una possibilità teorica. Eppure in un
certo senso questa possibilità di previsione illimitata è stata un
elemento essenziale dell’immagine scientifica del mondo fisico.
Possiamo forse definirla il mito fondatore della fisica classica.
Oggi la situazione appare profondamente mutata [...] quale risultato
della necessità di prendere in considerazione il ruolo
dell’osservatore. [...] Il realismo ingenuo della fisica classica,
che supponeva che le proprietà della materia fossero ‘là’
indipendentemente dall’apparato sperimentale, ha dovuto essere
rivisto».
Prigogine, I., (1986).
Dall’essere
al divenire.
Torino: Einaudi, p. 192.
«La nostra esperienza del
mondo consiste nell’ordinare in classi gli oggetti che percepiamo.
Tali classi sono costrutti mentali e perciò di un ordine di realtà
completamente diverso da quello degli oggetti stessi. Le classi sono
formate non solo in base alle proprietà fisiche degli oggetti, ma
soprattutto in base al significato e al valore che hanno per noi.
[...] Ciò che viene definito la ‘realtà’ di un oggetto è,
appunto, la sua appartenenza ad una classe; per cui chiunque lo
consideri un membro dell’altra classe deve essere folle o cattivo».
Watzlawick, P., Weakland,
J.H., Fisch, R. (1974). Change:
Sulla formazione e soluzione dei problemi.
Roma: Astrolabio, p. 107.
«È assai probabile che la
realtà sia quella che noi rendiamo tale o, per dirla con le parole
di Amleto, ‘... non v’è nulla di buono o di cattivo, che il
pensiero non renda tale’. Noi possiamo soltanto congetturare che
alla radice di questi conflitti di punteggiatura ci sia la
convinzione, saldamente radicata e di solito indiscussa, che esista
soltanto una
realtà, il mondo come lo vedo io,
e che ogni opinione diversa dalla mia dipenda necessariamente dalla
irrazionalità dell’altro o dalla sua mancanza di buona volontà».
Watzlawick
P., Helmick Beavin, J., Jackson, Don D. (1971). Pragmatica
della comunicazione umana.
Roma: Astrolabio, p. 87.
«È per questo che Gödel
affermava: ‘Il mio teorema mostra solamente che la meccanizzazione
delle scienze matematiche, e cioè l’eliminazione della mente e
delle entità astratte, è impossibile’».
Bolloré, M.Y. &
Bonnassies, O. (2024). Dio.
La scienza. Le prove: L’alba di una rivoluzione.
Milano: Sonda, p. 339.
«David Hilbert è stato uno
dei più grandi matematici del ventesimo secolo. A lui si deve la
stesura di un elenco di problemi che i matematici dell’epoca
avrebbero dovuto impegnarsi a risolvere in futuro. Uno di questi gli
pareva particolarmente essenziale: dimostrare che la matematica
costituisce un sistema contemporaneamente completo e coerente. [...]
In effetti se fosse possibile tale dimostrazione, in teoria si
potrebbe giudicare la falsità o la veridicità di qualunque
proposizione logica. Hilbert non esitava a chiamarla la soluzione
‘finale’ al problema della logica. [...] È evidente qual era
l’ideologia dietro a questa ricerca: quella di ‘delimitare’ il
reale, di rinchiuderlo in se stesso, di dire ‘ecco, abbiamo
analizzato completamente la questione, adesso circolate, non c’è
più niente da vedere, abbiamo esaurito la realtà, l’abbiamo
racchiusa nelle nostre equazioni’ che come abbiamo visto si trovava
al centro del positivismo logico e del materialismo dialettico che
dominavano le scienze sul finire del diciannovesimo secolo».
Bolloré, M.Y. &
Bonnassies, O. (2024). Dio.
La scienza. Le prove: L’alba di una rivoluzione.
Milano: Sonda, p. 331.
«Certamente è al teorema
di Gödel che pensa il celebre fisico e cosmologo Paul Davies nella
conclusione del suo libro intitolato La
mente di Dio,
quando dichiara: ‘Ma in definitiva, è quasi certamente impossibile
una spiegazione razionale del mondo inteso come un sistema chiuso e
completo di verità logiche. Siamo tagliati fuori dalla conoscenza
ultima, dalla spiegazione ultima, per via di quelle stesse regole che
ci spingono a cercare tale spiegazione [...] Se desideriamo andare
oltre, dobbiamo affidarci a un concetto diverso di “comprensione”
rispetto a quello suggerito dalla razionalità. La via mistica è
forse una strada verso tale comprensione. Io non ho mai vissuto
un’esperienza mistica, ma mantengo la mente aperta riguardo al
valore di queste esperienze. Forse rappresentano l’unico modo per
trascendere i limiti che la scienza e la filosofia non possono
varcare, l’unica via possibile vero l’Ultimo’».
Bolloré, M.Y. &
Bonnassies, O. (2024). Dio.
La scienza. Le prove: L’alba di una rivoluzione.
Milano: Sonda, p. 343.
F.Q.
Nonostante quanto accennato
finora possa bastare per rivisitare la propria idolatria scientista –
tanto quella della vulgata, quanto quella degli esperti scienziati –
in questo discorso sui limiti del mondo evinto dalla logica, un cenno
alla fisica quantistica va fatto. Questa, infatti, pare idonea a
rappresentare quanto prima era esclusiva della magia. Ovvero di
quella scienza giustamente detta suprema il cui campo non è quello
piccolo autoreferenziale e amministrativo dei saperi cognitivi. Essa
è il mazziere dell’intero mondo relazionale, ovvero di tutto
quanto accade nel nostro universo e nell’incontro tra universi. Il
cui regolamento non è duale ma olistico, non bidimensionale, ma
volumetrico.
Il destino della fisica
quantistica è riunirsi alla grande ricerca umanistica condotta da
millenni dalle Tradizioni sapienziali del mondo intero. Una via
percorribile da chiunque si emancipi dal dominio della materia, primo
passo verso la visione energetica della realtà. Allora, qualunque
sia il suo linguaggio, la sua erudizione e la sua eloquenza, con esso
saprà narrare che dietro ogni consistenza fisica ve n’è una
immateriale.
Lorenzo Merlo
«La fisica atomica ha
distolto la scienza dalla tendenza materialista».
Heisenberg, W. (1963).
Fisica e
filosofia.
Milano: Il Saggiatore, p. 65.
«La morte dello scientismo,
del suo determinismo, del suo sogno di una scienza trasparente capace
di accedere ai segreti dell’Universo è stata una specie di agonia
per i premi Nobel che hanno vissuto l’avventura quantistica».
Bolloré, M.Y. &
Bonnassies, O. (2024). Dio.
La scienza. Le prove: L’alba di una rivoluzione.
Milano: Sonda, p. 279.
Nota
*
Già pubblicato su “Materia Prima – Rivista di Psicosomatica e
Ecobiopsicologia”, XIV, 24, 2024, pp. 39-48.