giovedì 22 luglio 2021

Sistemi alimentari sostenibili per l’ambiente, la salute, l’istruzione, l’economia, la sicurezza e la pace...



Il pre-vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari, tenutosi a Roma, dal 19 al 21 luglio 2021, in vista del vertice sui sistemi alimentari in programma a settembre, a New York, nel quadro dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, è stato l'occasione per anticipare la discussione sulla necessità di costruire sistemi alimentari sostenibili che funzionino per le popolazioni, il pianeta e la prosperità, per “ricostruire meglio" dopo la pandemia Covid-19 e realizzare progressi su tutti i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG, Sustainable Development Goals), ognuno dei quali è in stretta correlazione con l'obiettivo di costruire sistemi alimentari equi e sostenibili.

Anche prima della pandemia COVID-19, il mondo non era vicino a porre fine, entro il 2030, alla fame e alla malnutrizione a livello mondiale ma la pandemia COVID-19 e le misure per contenerla hanno drammaticamente amplificato e aumentato queste sfide. Siamo in un momento critico che richiede nuovi approcci e azioni urgenti per raggiungere o avvicinarsi all'obiettivo SDG-2, ovvero “Fame zero entro il 2030” e agli altri SDG strettamente connessi a questo.

Il rapporto "State of Food Security and Nutrition in the World 2021" (SOFI 2021), pubblicato a metà luglio 2021 da Fao, International Fund for Agricultural Development (IFAD), Unicef, World Food Programme (WFP) e Organizzazione mondiale della sanità (Oms), presenta la prima valutazione globale basata sull'evidenza dell'insicurezza alimentare cronica nell'anno in cui la pandemia COVID-19 è emersa e si è diffusa nel mondo.

Il capitolo 2 del rapporto mette in evidenza come nel 2020 ci sia stato un "drammatico peggioramento della fame nel mondo, in gran parte probabilmente correlato alle ricadute del Covid-19". "La fame è aumentata in modo preoccupante sia in termini assoluti che in percentuale, superando la crescita della popolazione: si stima che lo scorso anno circa il 9,9% di tutte le persone siano state denutrite, rispetto all’8,4% del 2019".

Più della metà di tutte le persone denutrite (418 milioni) vive in Asia; più di un terzo (282 milioni) in Africa e una percentuale minore (60 milioni) in America Latina e nei Caraibi. “L’aumento più marcato della fame – secondo SOFI - si è verificato in Africa, dove la prevalenza stimata della denutrizione – al 21% della popolazione – è più del doppio di quella di qualsiasi altra regione".

Partendo da questo “triste quadro”, definito dai dati, il rapporto SOFI 2021 si concentra sulle possibili soluzioni, partendo dall'analisi dei fattori chiave dell'insicurezza alimentare e della malnutrizione, definiti nel capitolo 3, dove il focus si concentra su conflitti, variabilità e eventi climatici estremi, disuguaglianze, rallentamenti e recessioni economiche e, da ultimo, anche la pandemia COVID-19.

Il report SOFI dimostra come i principali fattori che minacciano la sicurezza alimentare e la nutrizione siano interconnessi e abbiano impatti circolari su altri sistemi come quelli ambientali e sanitari. Questo crea associazioni circolari tra i diversi fattori, che hanno una propria traiettoria o ciclicità, pertanto, sono necessarie azioni più coraggiose e più ampie per costruire la resilienza ai loro effetti negativi.

Nel capitolo 5, il rapporto identifica sei percorsi che, da soli o spesso in combinazione, affrontano specificamente gli impatti negativi dei principali fattori alla base del recente aumento della fame e del rallentamento dei progressi per ridurre la malnutrizione in tutte le sue forme.

Vengono riassunte, quindi, una serie di azioni, che variano a seconda del driver (o combinazione di driver) che ogni paese si trova a dovere affrontare, ma che richiedono ai politici di andare nella direzione di:

integrare le politiche umanitarie, di sviluppo e di costruzione della pace nelle aree di conflitto - per esempio, attraverso misure di protezione sociale per evitare che le famiglie vendano i pochi beni in cambio di cibo;
aumentare la resilienza climatica - per esempio, offrendo ai piccoli agricoltori un ampio accesso all'assicurazione contro i rischi climatici e ai finanziamenti basati sulle previsioni;
rafforzare la resilienza dei più vulnerabili alle avversità economiche - per esempio, attraverso programmi di sostegno in natura o in denaro per ridurre l'impatto degli shock di tipo pandemico o della volatilità dei prezzi alimentari;
intervenire lungo le catene di approvvigionamento per abbassare il costo degli alimenti nutrienti - per esempio, incoraggiando la piantumazione di colture bio-fortificate o rendendo più facile l'accesso ai mercati per i coltivatori di frutta e verdura;
affrontare la povertà e le disuguaglianze strutturali - per esempio, stimolando le catene di valore alimentare nelle comunità povere attraverso trasferimenti di tecnologia e programmi di certificazione;
rafforzare gli ambienti alimentari e cambiare il comportamento dei consumatori - per esempio, eliminando i grassi trans industriali e riducendo il contenuto di sale e zucchero nella fornitura di cibo, o proteggendo i bambini dall'impatto negativo del marketing alimentare.

Infine, il rapporto chiede anche l’impegno a creare un "ambiente favorevole dove i meccanismi di governance e istituzionali" abbiamo la possibilità di raggiungere la trasformazione, il cambiamento, ed incoraggia i responsabili politici a consultarsi, a dare potere alle donne e ai giovani e ad espandere la disponibilità di dati e di nuove tecnologie, ma, soprattutto, esorta il mondo ad agire ora. 

(Fonte: Arpat)

UE. Pacchetto per il contenimento del cambiamento climatico

 


“L’Ue, con il suo potere diplomatico, sarà vitale per assicurare che l’obiettivo degli 1,5 gradi (l’aumento della temperatura globale consentito ndr) venga mantenuto”. A dirlo – riporta Public Policy – è il presidente della Cop26, Alok Sharma, durante la conferenza stampa al termine dell’ultima sessione della prima giornata di consiglio informale dei ministri Ue dell’Ambiente, che si è svolto a Brdo, in Slovenia.


Al centro di questa seconda sessione c’era infatti la preparazione della Cop26 di Glasgow, che si terrà a novembre. Sharma ha detto che il pacchetto “Fit for 55” appena licenziato dalla Commissione mostra come siano stati fatti dei progressi “ma va fatto di più per passare dalle ambizioni alle azioni”, ha aggiunto. Un invito simile è stato rivolto ai paesi del G20: “spero che tutti i Paesi del G20 intraprendano azioni per restare sotto il target degli 1,5 gradi. Il fallimento della Cop26 non è un’opzione per noi e non è un’opzione per il mondo”, ha concluso.


Fonte:  La coscienza degli animali  info@lacoscienzadeglianimali.it

mercoledì 21 luglio 2021

Vivere nel "male" della civiltà...?



Gli esseri umani si sono evoluti nella natura selvaggia, la nostra peculiare natura umana si è formata in quella che chiamiamo wilderness. La civiltà non cominciò se non dopo l’affermarsi dell’agricoltura, diecimila anni fa. Nessuno ha mai spiegato gli effetti della “civiltà” sul corpo umano meglio del Dr. Simeons. Egli scrisse Man’s Presumptuous Brain (“La mente presuntuosa dell’uomo”), per spiegare quello che una vita di lavoro alle radici del male gli ha insegnato: «La civiltà è un artifizio e non un fenomeno biologico. Il solo risultato fisiologico che ha avuto nell’uomo è l’insorgenza di disordini psicosomatici. Non ha prodotto nuovi organi e nessuna nuova funzione… l’evoluzione culturale dell’uomo ha portato solo un aumento dell’abilità corticale di imparare. L’essere umano è la sola creatura vivente che ha portato la sua naturale evoluzione a una fine, egli ha cessato di adeguare il proprio corpo all’ambiente; ora adegua l’ambiente al suo corpo».


La tesi centrale della conferenza L’uomo: Il Cacciatore, che si tenne all’Università di Chicago, verteva sul fatto che oltre il 99% del tempo vissuto dall’uomo sulla Terra, l’ha vissuto come cacciatore/raccoglitore. Solo negli ultimi diecimila anni l’uomo ha iniziato l’addomesticamento di piante e animali. Carleton Coon, che ha dedicato il lavoro di una vita all’antropologia e all’archeologia, scrisse The Hunting People puntualizzando che: «l’estensione di dieci millenni comprende circa quattrocento generazioni umane, troppo poco per permettere qualsiasi consistente cambiamento genetico». È generalmente assodato che la struttura del corpo e degli organi interni dell’uomo si svilupparono da organi simili a quelli degli animali. Questo fatto, e cioè che i nostri fondamentali bisogni sono gli stessi di quelli degli animali a sangue caldo: cibo, sesso, interazione di gruppo e nelle alte latitudini il calore del sole, ha creato sconcerto in gruppi di cristiani e membri della new age. Certe malattie derivano proprio dall’essere privati di questi fondamentali bisogni. Noi pensiamo di aver addomesticato e di aver sotto controllo la natura, ma in realtà ne siamo comunque controllati dalle dinamiche ambientali, come per esempio le differenti combinazioni ionizzanti nelle molecole dell’aria che respiriamo, esse ci possono sia condurre a un’esuberante freschezza oppure a una depressione suicida… Più la ricerca avanza e più si ha la conferma che gli umani sono un prodotto dell’ambiente, dal quale non possono separarsi.

RITI

Le culture originali tribali non avevano una terminologia scientifica, la loro conoscenza proveniva da generazioni di esperienza nel posto dove vivevano. Fattori ambientali come le lunghe notti

invernali o il vento caldo, venivano affrontati aumentando l’attività rituale con canti, suonando il tamburo e la danza. Da questi fattori ambientali ebbero origine le feste stagionali. L’aumento dell’oscurità induce ansietà e depressione, da ciò derivano i riti del solstizio d’inverno; l’aumento della luce solare stimola la creatività delle piante, da ciò i rituali della vegetazione primaverile. Se i nostri antenati non avessero sviluppato modi per controbattere gli aspetti stressanti delle condizioni atmosferiche, si sarebbero estinti. Molti riti e feste dipendevano dal mondo non-umano. Per calcolare il tempo aspettavano il tempo della luna piena e della luna nuova, oppure finché il sole non sorgeva da un certo punto di un monte in particolare; oppure dall’apparire di una certa costellazione. Questi rituali riconoscono alla natura il ruolo di guida. Se seguiamo la natura non ci possiamo sbagliare, come invece succede nel seguire esclusivamente i disegni dell’uomo, i quali sono troppo limitati per comprendere i ritmi dell’universo…

Ma cosa si può dire dei cattivi comportamenti e delle guerre? Come si comportavano le popolazioni primitive quando un membro della tribù pretendeva molto di più di quanto avesse bisogno? L’antropologa Ruth Benedict passò vent’anni alla ricerca di questo interrogativo, comune a tutte le culture “buone”… Benedict scrisse che una buona società è quella dove «l’azione di un individuo va a beneficio sia di se stesso che del gruppo… la non aggressione avviene non perché la gente tribale è altruista o perché pongono gli obblighi sociali al di sopra dei desideri personali, ma quando è l’assetto sociale a produrre entrambi nello stesso tempo». La ricchezza veniva sempre rimossa da un singolo punto di concentrazione e pro pagata nel gruppo. Se un uomo possedeva molti cavalli e coperte «non gli veniva dato valore se queste non passavano dalle sue mani in quelle della tribù». La Sun Dance degli indiani delle pianure, con il loro “dare via” ne è un chiaro esempio. Gli indiani della costa nordovest avevano il potlatch, l’antica Cina aveva una sua forma di potlatch. Questo “dare via” era sempre accompagnato da feste. Nella wilderness è un donarsi l’un l’altro — come le micorrize fungine, che crescendo sulle radici di un albero forniscono quei nutrimenti che l’albero da solo non riuscirebbe a procurarsi. Certo, gli uomini originali non conoscevano queste cose scientificamente, ma conoscevano l’importanza di questo “potere sotterraneo” e ne davano riconoscenza in tutti i rituali. Per quanto riguarda la guerra: l’attività bellica fra gli umani selvatici, fra le genti tribali, non era mai quella grossolana distruzione di vite umane — di alberi, o terra — che invece le guerre moderne producono. in realtà erano scontri altamente ritualizzati che coinvolgevano due gruppi differenti. Venivano dapprima eseguite elaborate preparazioni, come il digiunare, la pittura dei corpi, canti e suoni del tamburo, prima che i due gruppi si affrontassero sul campo. Fra gli antichi Celti, il rituale era lo scontro fra due campioni. Dopo giorni di preparazione le armate si affrontavano, di solito vicino a un fiume. Il campione di un gruppo, con l’appoggio dei compagni, lanciava insulti al campione nemico, poi finalmente si affrontavano. Quando uno di loro cadeva la battaglia finiva e, tornati ai rispettivi accampamenti, eseguivano riti di dolori o di vittoria.

Nel profondo, in ognuno di noi, dimora l’umano “originale”. Paul Shepard ci dice che «ci sono certe attività che l’uomo (ovunque nel mondo e in tutti i tempi), libero da impegni di lavoro, ama fare: cacciare, danzare, gareggiare e conversare». Non è per caso che queste sono precisamente le “vere vocazioni dei cacciatori primitivi che non fanno distinzione fra tempo libero e vita Guardate ai tanti cartelli ai lati delle strade e vedrete che l’uomo selvatico è tutt’ora presente: “vorrei essere a pescare” oppure “vorrei essere a sciare”.

«L’uomo non può tollerare la noia» come ha detto Paul Radin «il primitivo vive in una ardente realtà». Non c’è noia in una vera cultura, parzialmente perché nessuna cosa viene eseguita per molto tempo. Mentre lavavano i vestiti al fiume, stavano attenti al movimento dei pesci, mentre vagavano per la foresta, si cibavano di frutti e di noci commestibili; l’attenzione necessaria nella caccia  operava pure nella vita di tutti i giorni.



CONTROLLO DELLA POPOLAZIONE

L’attenzione nel cacciatore primitivo significava conoscenza degli ecosistemi; conoscenza dell’equilibrio fra i bisogni di cibo e quello che l’ambiente può fornire. Il controllo della popolazione, sia ritualisticamente che con le erbe, veniva praticato ovunque nel mondo. Proprio perché le parole “milioni” e “miliardi” sono troppo astratte, fare statistiche sulla corrente popolazione mondiale è senza utilità. Garrett Hardin, nel 1972, ha dato una chiara spiegazione sul controllo della popolazione come modello normale di società umana.

Oggi la popolazione mondiale sta aumentando approssimativamente del 2% all’anno. E stato stimato che un milione di anni fa c’era no sulla Terra centoventicinquemila individui (1/8 di milione). Se un ottavo di milione di persone viventi a quel tempo si fossero moltiplicate al presente tasso di crescita del 2,03% annui, quanto tempo ci sarebbe voluto per raggiungere l’attuale popolazione, che è di cerca sei miliardi e mezzo? Ci sarebbero voluti appena cinquecentododici anni… e come tempo saremmo ancora all’incirca a un milione di anni a.C.

RISPETTO PER I NON-UMANI

Sempre più persone sono d’accordo nel considerare questo periodo storico, oltre che disastroso, una «temporanea anomalia», come afferma Gary Snyder. Ma quale è stato il modo in cui gli esseri umani selvatici sono riusciti a vivere così a lungo sulla Terra? Malcom Margolin ci fornisce una traccia: «Prima della venuta degli europei, per centinaia — forse migliaia — di anni era abitudine per gli Ohlones (una tribù indiana della costa occidentale del Nordamerica) alzarsi prima dell’alba: fermi di fronte alle loro case, rivolgendosi a est urlavano il loro saluto di incoraggiamento al sole che stava nascendo. Gridavano e parlavano al sole perché credevano li stesse ascoltando… Gli Ohlones erano molto diversi da noi, avevano differenti valori, tecnologie e modi di vedere il mondo… Tuttavia c’è qualcosa che resta, al di là delle differenze, appena ci sforziamo a guardare attraverso le molteplici finestre del passato, non vediamo solamente gente che cacciava, pescava, pitturava i loro corpi, danzava le loro danze, ma anche le loro gioie, le loro paure e le loro riverenze, così possiamo alla fine catturare aspetti quasi dimenticati del nostro proprio sé».

Questi aspetti sono l’originale “selvatico” nel profondo di noi stessi. Ma come scoprire l’originale selvatico nell’uomo? Paul She pard afferma che: «Il problema può essere più difficile da comprendere che risolvere» e continua «sotto la patina della civilizzazione, parafrasando una banale frase dell’umanesimo, non c’è il barbaro, ma l’uomo che conosce la giustezza di nascere in un gentile vicinato, la necessità di una ricchezza ambientale non-umana, il giocare a essere animali, la disciplina della storia naturale, i lavori gioviali con arnesi semplici, l’arte del ricevere cibo come dono spirituale più che un prodotto, la coltivazione del senso metaforico del fenomeno naturale di tutti i tipi, essere membro di un clan, la vita in piccoli gruppi e una profonda richiesta di liberazione rituale e susseguente iniziazione a membro adulto. C’è una persona segreta ancora viva in ogni individuo, consapevole della validità di tutti questi aspetti e sensibile alla giustezza del loro manifestarsi nelle nostre vite».

L’attenzione totale verso ogni aspetto della vita è ciò che ha plasmato l’uomo selvatico, attenzione totale ma mai “controllo totale”, come succede oggi. L’attenzione riguardava il comprendere cosa la natura si aspettava in cambio affinché potesse continuare a donarsi. Un aspetto taoista dell’antica Cina ci fornisce il più limpido resoconto scritto su come vivere in questo modo. I primi taoisti erano intellettuali che lasciarono la vita civilizzata nelle valli e se ne andarono sulle montagne dove ancora vivevano delle genti primitive e per imparare dalla natura.

Ecco una storia taoista di Lieh Tzu:

Confucio stava camminando con i suoi discepoli lungo la riva di una torrente, nei pressi delle cascate di Lu Chiang. Nel vorticoso torrente, dove persino una tartaruga non sarebbe sopravissuta, videro la testa di un uomo andare su e giù nelle onde. I discepoli si precipitarono in aiuto del l’uomo, ma egli poco dopo risalì per niente preoccupato. Confucio gli chiese: «Hai un Tao per pestare nell’acqua in quel modo?». «No» rispose l’uomo, «ho iniziato con quello che per me è istintivo, crescendo in modo naturale, maturando, avendo fiducia nel destino. Sono entrato nel vortice con l’influsso e ne sono uscito con il deflusso; seguendo la Via dell’Acqua invece di imporre il mio corso; questo è il modo in cui ne so no uscito.»

CONCLUSIONE

C’è un detto che dice che non si può fare un buco nuovo scavando in uno vecchio. Durante gli ultimi vent’anni sono stati pubblicati molti libri importanti sull’ambiente, c’è stata molta ricerca e molti più progetti che in tutti gli anni passati messi assieme. Il risultato: ogni aspetto dell’ambiente, animali selvatici compresi, è peggiorato più di prima. tempo di riconoscere che non possiamo fermare la distruzione ambientale, la distruzione della vita selvaggia con intenti “razionali”. Gregory Bateson, uno dei più eminenti pensatori di questo secolo, ha detto bene: «la parte razionale della mente in sé è necessariamente patogena», e cioè mortale — non solo per la vita umana, ma per tutta la vita. La natura dell’emisfero razionale (la parte “sinistra del cervello”) agisce separando le cose per vedere come funzionano, per poi non riunirle. più. Le emozioni a cui noi umani diamo valore — l’altruismo, l’enfasi — non provengono dalla neocorteccia, ma dal più profondo, dal cosiddetto livello mentale animale o libico. Abbiamo ereditato queste emozioni dai nostri antenati animali e quando operiamo all’interno di questa mente noi condividiamo i nostri pensieri con quelli degli animali. Questo veniva fatto attraverso i sogni, i riti, le danze e il suono del tamburo — e ogni cosa che impedisca all’emisfero razionale di condurre lo show. Così la via d’uscita dal presente disastro non proviene da più ricerca o più progetti ma dall’uso dei metodi usati per millenni dai nostri antenati. Praticare il rito significa vivere la nostra connessione con il mondo non-umano. Quelli di voi che in modo serio pescano, cacciano, o compiono scalate svilupperanno automaticamente atteggiamenti ritualistici. Il più importante è quello che Gary Snyder chiama: «Il sacramentale scambio d’energia in mutua condivisione dell’aspetto evolutivo della vita.., il quale prende forma dall’energia condivisa, passando avanti e indietro, letteralmente mangiandosi l’un l’altro». Ecco qui un esempio: il nostro corpo, mangiato dai vermi nutre l’albero, il quale a sua volta nutre altre generazioni di umani. Ma come possiamo iniziare a incorporare tutto questo a livello di governo? Due decenni fa, il prestigioso Centerfor the Study of Democratic Institutjons invitò Gary Snyder a tenere una conferenza. Egli disse loro:

“La ragione per cui sono qui è perché desidero portare la voce della wilderness, il mio distretto elettorale… Quello che dobbiamo fare è trovare il modo di incorporare le altre genti — quelle che gli indiani Sioux chiamano la gente che striscia, la gente in piedi, la gente che vola, la gente che nuota — nelle assemblee dei governi. Se non lo faremo, essi si rivolteranno contro di noi. Presenteranno richieste non più negoziabili sul nostro rimanere qui su questa terra. Proprio ora stiamo cominciando a ricevere richieste non più negoziabili da parte dell’aria, dell’acqua e del suolo… Questo centro è paragonabile a un kiva di anziani. La sua funzione è di mantenere e di trasmettere la tradizione della tribù al più alto livello. Se dovessimo assolvere alla sua funzione in modo completo, dovremmo istituire delle cerimonie in relazione alle stagioni e magari anche alle migrazioni dei pesci e alle fasi della luna… Un consiglio degli anziani, garante della tradizione, della cultura… aperto a tutto ciò che proviene dalle altre forme di vita.., e quando nelle danze degli indiani Pueblo, e di altre genti, certi individui vengono “presi” dallo spirito del cervo, e iniziano a mimare la danza del cervo, oppure mimano la danza del giovane grano, oppure impersonano la fioritura della zucca, essi non stanno parlando per l’umanità, essi si sono presi la responsabilità di interpretare, attraverso la loro umanità, l’identità di altre forme di vita. Questo è tutto quello che sappiamo riguardo alla possibilità di renderci portavoce per il resto della vita, all’interno della nostra società democratica.”

Dolores LaChapelle



martedì 20 luglio 2021

UE: rifiuti speciali invisibili

  


I rifiuti speciali, quelli che provengono dalle attività produttive, sono invisibili, perché a differenza di quelli urbani, che produciamo quotidianamente nelle nostre abitazioni, non passano dalle nostre mani ma sono 10-12 volte di più

Nell’Unione Europea a 28 (UE28) vengono prodotti, ogni anno, 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti, di questi circa il 10% (248,3 milioni di tonnellate) sono rifiuti urbani, il resto rifiuti speciali (non pericolosi e pericolosi). Nonostante la quantità, sono rifiuti invisibili, non li vediamo, non li tocchiamo ma sono il frutto di tutti quei processi produttivi per la creazione di beni di cui ci serviamo ogni giorno, come i tablet, per costruirne uno si producono circa 90 kg di rifiuti speciali, mentre per un jeans circa 25-30 kg.

Nel nostro Paese, la produzione di rifiuti speciali si attesta a 154 milioni di tonnellate, in base ai dati contenuti nel rapporto rifiuti speciali pubblicato, di recente, da ISPRA e riferito al 2019, con un aumento della produzione totale, tra il 2018 e il 2019, pari al 7,3%, che corrisponde a circa 10,5 milioni di tonnellate.

L’incremento registrato è quasi del tutto imputabile ai rifiuti non pericolosi, che rappresentano la quasi totalità dei rifiuti speciali prodotti. I dati dei prossimi anni ci mostreranno, presumibilmente, scenari diversi, visto che risentiranno del periodo di fermo dovuto alla Pandemia.

Al Nord se ne producono di più, 88 milioni di tonnellate (57,6% del dato complessivo nazionale), per lo più in quelle regioni che trainano l’economia nazionale, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte. Segue il Sud, con più di 38 milioni di tonnellate, (24,9%), e chiude il Centro con 27 milioni di tonnellate (17,5% del totale).

Tra i rifiuti speciali spiccano quelli da costruzioni e demolizione, che sono oltre 70 milioni di tonnellate, circa 45,5% del totale prodotto, seguiti da quelli che scaturiscono dal trattamento dei rifiuti e risanamento ambientale (25,1% pari a 38,6 milioni di tonnellate). Le altre attività economiche contribuiscono, complessivamente, alla produzione di rifiuti speciali con una percentuale pari al 10,5% (16,1 milioni di tonnellate).

Se guardiamo ai rifiuti speciali pericolosi, quelli che, in assoluto, destano le maggiori preoccupazioni ed i maggiori interrogativi soprattutto nell’opinione pubblica, vediamo dal rapporto che il settore manifatturiero è quello che produce il 37% del totale dei rifiuti speciali pericolosi, corrispondente a circa 3,8 milioni di tonnellate.

Il 32,6% è attribuibile alle attività di trattamento rifiuti e di risanamento ambientale, pari a 3,3 milioni di tonnellate; segue il settore dei servizi, del commercio e dei trasporti (20,5%) con quasi 2,1 milioni di tonnellate, di cui oltre 1,5 milioni di tonnellate di veicoli fuori uso.

A fronte di una tale mole di rifiuti speciali, c'è da chiedersi se sia possibile ridurli, visto che la normativa europea ma anche nazionale, nella gerarchia dei rifiuti, pone al primo posto la prevenzione seguita dalla preparazione per il riutilizzo, dal recupero di materia e energia e solo in ultima posizione lo smaltimento. I primi due livelli della scala gerarchica sono quelli a cui è necessario tendere, prima tra tutti, la prevenzione, che significa sia ridurre la quantità di rifiuti ma anche la loro pericolosità.

Per i rifiuti speciali risulta piuttosto difficile, al momento, attuare una politica di prevenzione, perché questa categoria di rifiuti sono il frutto di filiere industriali molto diverse e per realizzare un efficace piano di riduzione è necessario conoscere la singola filiera di produzione e lo specifico rifiuto industriale che viene prodotto.

Per fare fronte a questo problema, le istituzione europee e nazionali si stanno attrezzando; l’Unione Europea (UE) punta sulle best available technologies -BAT- , lavorando su ogni singola filiera produttiva e fornendo indicazioni utili per andare nella direzione dello sviluppo sostenibile, che racchiude in sé tre elementi essenziali: ambiente, economia e società.

Il neo-nato MiTE, ovvero il Ministero della Transizione Ecologica, da parte sua, ha da poco acquisito importanti competenze, prima attribuite al MiSE – Ministero dello sviluppo economico - questo potrà aiutare nel definire la politica, la direzione, da intraprendere per ridurre e gestire al meglio i rifiuti, anche quelli speciali. Un ulteriore passo potrà essere fatto con il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti, richiamato dall’art. 198 bis del Testo Unico Ambientale, che, quando sarà operativo, fornirà indicazioni precise, che, in parte, le singole Regioni dovranno declinare a livello territoriale mentre altre decisioni verranno prese a livello centrale.

Se si vuole ridurre la quantità di rifiuti prodotta, è ormai opinione condivisa che bisogna puntare all’ecodesign, ovvero la progettazione ecologica dei prodotti, che tiene conto di tutto il ciclo di vita del prodotto, compreso il momento in cui i beni si trasformano in rifiuti. Questa sarà la vera frontiera da raggiungere, superando, così, le attuali politiche di riduzione che hanno come unico fulcro le ecotasse, i rifiuti che finiscono in discarica costituiscono un costo, sono soggetti ad un tributo e questo rappresenta un disincentivo alla produzione massiccia di rifiuti, ma, è certo che non basta.

Al momento, però, non abbiamo ancora una normativa sulla progettazione ecologica (ecodesign) dei beni e quindi è più difficile incidere sulla prevenzione. Si stanno facendo alcuni sforzi per incidere su alcune tipologie di rifiuti speciali, come quelli da demolizione e costruzione che rappresentano, al momento, il quantitativo maggiore di rifiuti speciali prodotti. In questo caso, a monte, va fatta una demolizione “intelligente” o “selettiva”, basata sulla differenziazione dei vari materiali in fase di cantiere.

Un'altra strada da intraprendere per la migliore gestione dei rifiuti è quella delineata dall’economia circolare, che spinge sempre di più a privilegiare la preparazione per il riutilizzo e il recupero di materia, come indica lo stesso art. 179 del Testo Unico Ambientale. Anche in questo caso, non si potrà fare a meno dell'ecodesign, che renderà "praticabile" dal punto di vista economico realizzare alcuni operazioni sui rifiuti, come spiega la Fondazione Ellen MacArthur nel suo rapporto "The circular economy: a transformative Covid-19 recovery strategy".

Altra importante misura da adottare, più a largo raggio di quanto attualmente venga fatto, è quella dell'estensione della responsabilità del produttore (EPR). Il sistema è quello già in uso, ad esempio, per i rifiuti elettrici e elettronici (RAEE) dove il produttore si prende la responsabilità di gestire il fine vita del prodotto.

Uno dei settori in cui, nel prossimo futuro, potrebbe essere applicato l'EPR è quello dei rifiuti tessili.

Questo comporta che il bene sia caricato da un costo aggiuntivo, accantonato per gestire quel prodotto al momento che sarà divenuto un rifiuto, nel suo fine vita. Questo "surplus" economico è a carico del consumatore, per questo è fondamentale che ognuno sia più consapevole e responsabile nelle scelte di consumo. In poche parole, il consumatore dovrà pretendere di sapere come i suoi soldi sono stati spesi, non si può e non si potrà, infatti, accettare di dare una somma di denaro affinché il proprio rifiuto sia gestito correttamente e poi sapere che viene esportato in un paese terzo dove finisce bruciato o sotterrato o gestito senza il rispetto delle norme di tutela dei lavoratori e lavoratrici e di quelle di protezione dell’ambiente.

Tutto questo richiede che le aziende si mostrino più trasparenti, in generale, e specificatamente nella gestione di questo denaro "accantonato" per una specifica finalità, che non può trasformarsi in una facile fonte di profitto per le imprese.

Tornando, invece, ai dati del rapporto rifiuti speciali di Ispra, per quanto riguarda la gestione, si evince che quasi il 70% viene destinato a recupero di materia, quindi i rifiuti speciali sono riutilizzati, cioè si ha un riuso della stessa sostanza/prodotto oppure un riciclo, ovvero il rifiuto viene sottoposto ad alcuni trattamenti (es. smembramento, triturazione, macinazione ecc) per dare vita ad una materia prima seconda. L’1,7% viene incenerito, circa il 7% finisce in discarica mentre il 9,5% subisce altri trattamenti e la restante parte viene messo in riserva o stoccato temporaneamente.

Il rapporto di Ispra riporta anche il numero degli impianti di gestione rifiuti, che a livello nazionale mancano, in particolare, diminuiscono le discariche, soprattutto quelle che accolgono i rifiuti speciali pericolosi; in Italia ne rimangono 10.

La carenza di impianti di gestione di rifiuti comporta, in genere, due importanti “effetti collaterali”:

l’esportazione dei rifiuti verso paesi terzi, non sempre adeguatamente attrezzati per gestirli in modo corretto, con conseguenti danni per chi lavora in queste strutture e per l'ambiente
l’aumento, anche a livello nazionale, dell' illegalità che gravita intorno al mondo dei rifiuti.

Per quanto riguarda, infine, l’import e export dei rifiuti speciali, una parte vengono esportati in altri paesi, ma il bilancio tra import/export, nel nostro Paese, pende verso l’importazione, ovvero in Italia importiamo molti più rifiuti di quelli che esportiamo. La quantità totale di rifiuti speciali esportata è pari a oltre 3,9 milioni di tonnellate, a fronte di una importazione di oltre 7 milioni di tonnellate.



Approfondisci, leggendo il rapporto di Ispra sui rifiuti speciali - dati di sintesi:  https://www.isprambiente.gov.it/files2021/pubblicazioni/rapporti/rapportorifiutispeciali_ed-2021_n-345_versionedati-di-sintesi.pdf (Fonte Arpat)


domenica 18 luglio 2021

Agroecologia e benessere animale



LA VIA AGROECOLOGICA E BENESSERE ANIMALE

La necessità d'intervento della corte dei conti nazionale, dopo la relazione di bocciatura della corte dei conti UE

COME LIBERARSI DAL GLIFOSATE, PESTICIDI  E OGM. GUADAGNANDO TUTTI DI PIU'... In primis il bene degli agricoltori e i consumatori…

Investendo 10 miliardi di fondi europei possiamo risparmiare 30 miliardi di spese sanitarie e 20 di dissesto idrogeologico...
I conflitti d'interesse delle multinazionali e i risarcimenti necessari per le vittime dei pesticidi.

Gli esempi delle aziende Biologiche di Federico Fazzuoli e "Pablito" ...campione del mondo anche di agroecologia… i viticultori Umbri come Raina.

Leggete il libro "Come i rami della vecchia quercia" in memoria del Prof. Giorgio Celli e "Getta un seme", scaricabarile gratis dal sito dell'editore Nuove Direzioni…

La sterilizzazione di massa e i danni alla progenie dei Pesticidi e sostanze chimiche e I risultati del programma Ecofoodfertility.

Salvare la vita e salvare l'Italia... tra diritti e doveri.

Giuseppe Altieri - Agroecologo


Bioregionalismo: animali autoctoni e animali allogeni - La caccia non risolve il problema dei cinghiali caucasici in aumento

 

Risultati immagini per cinghiali nel parco

Mentre si avvicina la data del referendum per l'abolizione  della caccia *  le due opposte fazioni, quella degli animalisti  e quella dei cacciatori e agricoltori, si fronteggiano con argomenti avversi sui pro e suoi contro. L'argomento principale causa del contrasto è lo spropositato numero di animali allogeni che invadono le campagne.  "Gli animali hanno sofferto abbastanza per gli incendi e per la siccità", dicono i primi, "ma si sono fatti più arditi proprio a causa di ciò e si avvicinano sempre più agli abitati in cerca di cibo, soprattutto i cinghiali", dicono i secondi.  

I cinghiali caucasici, in verità, non hanno nemici naturali. In Russia ci sono orsi e lupi ma qui in Italia gli unici  competitori sono i cacciatori (e molto  probabilmente loro stessi li hanno  immessi di straforo nell'ambiente per procacciarsi più carne). Il fatto è che i piccoli cinghiali autoctoni in seguito all'invasione dei caucasici sono praticamente scomparsi dal suolo italico. Sparute colonie resistono solo sui monti della Tolfa, si dice...


Tempo addietro avevo proposto di fare delle battute congiunte, cacciatori ed animalisti, per sparare con aghi al sonnifero ai maschi in eccesso e provvedere alla loro sterilizzazione, ma la proposta non è piaciuta... Evidentemente con questo sistema ci sarebbe  poco da "guadagnare".

Ma  a proposito di cinghiali ne avrei abbastanza di storie da raccontare, sufficienti per scrivere un libro di memorie, e magari vincere anche il Premio Pieve (per i racconti e diari personali), mi fermerò però ad alcune  piccole dissacrazioni. Tanto per cominciare dirò che gli ultimi  anni trascorsi a Calcata li ho vissuti  in stretta vicinanza con i facoceri.

Arrivavano a pochi metri dalla mia casupola sulla valle e i loro grugniti gioiosi, mentre si satollavano con la merda della fogna a cielo aperto, "allietavano" il mio riposo. Inoltre, nel famoso Tempio della Spiritualità della Natura, li avevo anche come compagni di meditazione. Anzi avevano scelto il luogo per accasarsi in modo definitivo,  occupando  belle grotticelle e mangiando ogni ben di Dio che cresceva nell’orto…. Le recinzioni erano ormai una rete sbrindellata,  gli ingressi divelti, il terreno ben scavato, etc.

Altro che difese e turni di guardia,  meglio non farsi vedere soprattutto durante le ore notturne  per evitare brutti incontri. Le reti elettrificate? Impossibile montarle a causa della perimetrazione difficile del luogo, tutto rupi e strapiombi. I bestioni, cinghiali caucasici da cento chili ed oltre, avevano inoltre imparato dove trovare cibo in abbondanza, estate ed inverno,  e senza fatica, infatti nei pressi del loro santuario (parlo sempre del Tempio ovviamente) c’erano i secchioni RSU traboccanti di delizie… Il cinghiale campa bene ed a lungo rovistando e raccogliendo quel che  trova senza fatica attorno ai bidoni, chili e chili di cibo buono adatto al suo sostentamento. 


I secchioni erano sempre strapieni di rimasugli gustosi. E gli unici altri concorrenti erano i gatti randagi e qualche cane sfigato.   Ma nessun timore di carestie, ogni sabato e  domenica c’erano  quei due o trecento turisti che contribuivano a creare ricchezza aggiunta (leggasi rifiuti) e che portavano (magari ancora portano, non so) denaro sufficiente al mantenimento del “teatrino Calcata” e del popolo dei cinghiali.

Ma nel 2006 ci fu anche un incidente abbastanza grave. Venne a trovarmi un amico di Torino, Claudio,  che avendo frequentato il parco del Treia  negli anni precedenti, senza alcun pericolo, non era al corrente dell'invasione dei cinghiali e durante una passeggiata serale,  fu rincorso da diversi maschi inferociti che accompagnano le scrofe con i  loro piccoli, non trovò di meglio che rifugiarsi  giù  nel Treja, dove scivolando sui sassi vischiosi si ruppe  varie costole ed altro ancora,   non potendo quindi più muoversi rimase bloccato nell'acqua gelida per diverse ore. Ricordo la conseguente fortunosa avventura di salvataggio notturna con torce elettriche, carabinieri, volontari, happenigs, candele e moccoli sul ponte, paure e preoccupazioni e  bevute consolatorie,  ed infine quando lo trovai dovette sorbirsi anche i  rimbrotti da parte mia per la sua imbranatura. Non  bisogna mai lasciarsi sopraffare dalla paura, gli dissi, meglio restare fermi e battere le mani. 

Dopo l'incidente seguirono articoli sui giornali, litigata con Moretti (l'allora referente della Rete Bioregionale Italiana che diceva che i cinghiali avevano fatto bene visto che loro erano selvatici mentre Claudio era un cittadino), proteste al parco del Treja per l’inagibilità dei sentieri causati dalle orde di cinghiali non autoctoni proditoriamente immesivi, litigate con gli animalisti, etc. etc.  

Insomma una bella caciarata, come è consono per uno come me.  

Paolo D'Arpini


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*I referendum contro la caccia  sono TRE 

1) abrogazione dell'art. 842 (di Ora Rispetto per Tutti gli Animali) che concede ai cacciatori di entrare armati e sparare anche all'interno delle proprietà private.

2) Modifica della 157/92 (di Ora Rispetto per Tutti gli Animali): chiede l'abrogazione della caccia ludica e sportiva, lasciando in piedi gli articoli a protezione della fauna selvatica e gli abbattimenti selettivi da parte dello Stato. 

3) Modifica della 157/92 (del Comitato Sì Aboliamo la Caccia): chiede l'abrogazione totale della caccia in Italia, inclusi gli abbattimenti selettivi da parte dello Stato. 

Pare che esista una norma vincolante dell'UE, che impedisce di abrogare gli abbattimenti selettivi qualora venga abrogata la caccia ludica e sportiva, per cui, anche se tutti vorremmo cancellare la caccia a 360° dalla faccia della terra, è bene che si siano depositati più quesiti: uno più restrittivo, l'altro meno, perché se raggiungeremo le 500mila firme, almeno uno di questi possa essere ammesso alla Corte Costituzionale e arrivare al voto a giugno del 2022. 

La raccolta firme terminerà il 30 di settembre; abbiamo ormai poco più di due mesi per raggiungere questo traguardo e dalla fine di questa settimana tutti e tre i referendum dovrebbero essere agli atti presso i comuni di tutta Italia.

sabato 17 luglio 2021

"Covid e le saggezze nascoste" di Marinella Correggia - Recensione

 


E' uscito  il nuovo libro  "Covid e le saggezze nascoste", della saggista e giornalista Marinella Correggia,  che da decenni si occupa di temi ambientali in libri editi da Feltrinelli, Mondadori, Altreconomia, Sonda, in riviste e quotidiani come Adista e il Manifesto.

Questo libro percorre, in 208 pagine, i mille aspetti di questa crisi sanitaria e non solo,  scoprendo una infinità di saggezze che  normalmente ci vengono nascoste.

Saggezze e pericoli individuali e collettivi al tempo di un virus.

Quattro capitoli su tematiche internazionali tematiche quali: la mancata prevenzione ambientale di questa e altre zoonosi; la tendenza a trascurare la prevenzione primaria e le cure precoci; le strade diverse seguite nei vari paesi e continenti; le conseguenze ambientali, economici e sociali di una situazione planetaria inedita.

La vaccinazione antipolio è per sempre. Quella contro la normale influenza va rifatta ogni anno. E quella anti-covid?
 
Spiega il Ministero della Salute:" I dati provenienti dalle sperimentazioni indicano che i vaccini inducono una protezione che dura alcuni mesi. Solo dopo la somministrazione del vaccino sarà possibile avere certezza dei tempi di durata e sapere se sarà necessario o meno effettuare dei richiami come accade per altre vaccinazioni". 

I vaccini antiinfluenzali vengono somministrati ogni anno solo a una minoranza selezionata (e con risultati ritenuti parziali). Invece contro il SARS Cov 2 si ambisce alla copertura della intera popolazione. Ma qui entrano in gioco le numerose varianti del virus. Quale impatto sul vaccino e sulla sua efficacia nel tempo? Di fatto si usa un prodotto basato sul virus che circolava tempo fa. Per questo si hanno varie segnalazioni di reinfezione (anche se più blanda).

Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha dichiarato: "Dovremo continuare a vaccinarci per gli anni a venire, perchè ci saranno delle varianti". Del resto Il passaporto verde, già in vigore in Israele, e che attesta l'avvenuta vaccinazione, ha una validità di soli 6 mesi. Il responsabile covid del paese ha dichiarato:"Nessuno sa quanto a lungo sarà efficace. Nessuno sa come la covid 19 evolverà nel prossimo futuro...".

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto:"Dobbiamo prepararci a una situazione in cui dovremo vaccinarci per anni a causa delle varianti del covid 19". Idem affermò un diplomatico della UE:"Dovremo vccinarci ogni anno o anche più volte all'anno, a causa delle varianti, ma nessuno lo sa". Sharon Peacock, capo del Cog-UK, che ha sequenziato la metà di tutti i genomi del Coronavirus ha spiegato che il virus muta abbastanza da richiedere continue modifiche ai vaccini.

Da ciò si deduce che ogni anno dovranno essere sviluppati e inoculati richiami capaci di bloccare le nuove varianti del virus, così come già avviene per la normale influenza.

Pertanto la vaccinazione annuale mondiale è ribadita come imprescindibile dalle grandi aziende farmaceutiche, ad esempio Frank D'Amelio della Pfizer non ha nascosto i suoi entusiasmi sul futuro, dichiarando che, finito il clima di emergenza, il prezzo del vaccino aumenterà e che la vaccinazione anticovid diventerà una pratica annuale grazie anche alle periodiche varianti.

Queste sono solo alcune delle  informazioni relative al futuro della vaccinazione anticovid, che potrebbero portare la popolazione a "vaccinarsi in eterno". Tutto ciò è contenuto nell'esauriente indagine dal titolo "Covid e le saggezze nascoste", della giornalista Marinella Correggia. 


P.S. Il testo è stato presentato dall'autrice il 26 giugno 2021 durante la tavola rotonda letteraria organizzata dall'Auser di Treia. Chi fosse interessato ad ordinarne una copia può rivolgersi all'Ecoistituto del Veneto Info: tel-fax 041.935666, info@ecoistituto.veneto.it.


Paolo D'Arpini 









Scorie radioattive: "Nella Tuscia non c'è posto..."



Finalmente si è concluso il grandissimo lavoro di produzione delle osservazioni alla proposta di Sogin di realizzazione del deposito di scorie radioattive.

A seguito di una attenta ed incessante analisi dei nostri Territori sono emerse realtà oggettive che contrastano fortemente contro ogni ipotesi di realizzazione nella Tuscia. Quello da noi svolto è stato un lavoro scrupoloso e corretto, rispettoso della legge e conforme alle regole che ci sono state proposte, per non dire calate dall’alto. Il lavoro di Sogin, invece, non appare particolarmente corretto e leale. Per fare chiarezza è utile ricostruire brevemente la storia di ciò che è successo da gennaio ad oggi.
La notte del 5 gennaio 2021 viene pubblicata la segretissima carta nazionale delle aree potenzialmente idonee ad ospitare il deposito nazionale delle scorie radioattive; vengono offerti 60 giorni per portare le proprie controdeduzioni a questa proposta a tutti i portatori di interesse qualificati; durante questi mesi vengono ascoltati in parlamento i dirigenti di Sogin e Isin, i quali espongono la procedura di individuazione del sito e di realizzazione del deposito; la Sogin raccoglie tutte le osservazioni prodotte dai portatori di interesse in vista del seminario nazionale, che concluderà questa fase e porterà alla stesura carta delle aree idonee.


Come si evince dalla breve cronologia ci siamo trovati da un momento ad un altro a contrastare un progetto su larga scala con armi che non sono minimamente paragonabili a quelle che sono a disposizione dei nostri competitori.


Andiamo per ordine, altrimenti non si fa chiarezza.

A differenza di Sogin, che ha avuto molti anni per stilare la Cnapi, a noi inizialmente sono stati offerti solo 60 giorni per contrastarla. Per fortuna i giorni poi sono diventati 180, ma, messi sul piatto della bilancia, sembrano un’inezia rispetto agli anni impiegati dalla società.
Sogin ha impiegato veri e propri capitali per stilare questo documento, noi, invece, abbiamo fatto iconti con i contributi volontari dei nostri sostenitori.
Sogin, negli anni, ha lavorato a questo progetto in tranquillità, noi in epoca di pandemia.
Sogin ancora non ha fissato le date del seminario nazionale, indicando l’autunno 2021 come periodo possibile.
Sogin ancora non ha definito le modalità per partecipare al seminario nazionale.
Sogin ancora non ha comunicato chi saranno i componenti della commissione indipendente che valuterà le proposte e le osservazioni durante il seminario nazionale.

Dalla breve descrizione si evince Sogin è l’unica protagonista del dibattito pubblico e che, a chi ha avuto la volontà di opporvisi, viene offerto un piccolissimo margine di azione, per questo chiediamo che vengano subito definiti i termini e le modalità di partecipazione al seminario nazionale, che venga resa possibile a tutti i portatori di interesse qualificati la partecipazione ad esso, che vengano pubblicati i nomi dei componenti della commissione, e che vengano fissate date certe per lo svolgimento, perché questo è un tema cruciale per l’intera Nazione e per i Territori che sono stati chiamati, loro malgrado, a difendersi.


Chiediamo, infine, la legittima possibilità di poter essere rappresentati a pieno titolo dalle nostre amministrazioni comunali e ricordiamo che in autunno molti comuni andranno ad elezioni e che non è possibile, né tantomeno corretto, far rappresentare intere comunità da amministrazioni in scadenza dei termini, durante una campagna elettorale e in periodo di elezioni.

Pertanto, chiediamo di posticipare il seminario nazionale ad un periodo più favorevole alle Comunità interessate, cosicché anche noi possiamo avere a disposizione qualche elemento in più per far valere la nostra Volontà.
 
COMITATO per LA SALVAGUARDIA del TERRITORIO di CORCHIANO e della TUSCIA
COMITATO per LA SALVAGUARDIA del TERRITORIO di MONTALTO e della TUSCIA
“MONTALTO FUTURA”
 
Rodolfo Ridolfi    Carlo Falzetti  - (Fonte: La Città.Eu)



venerdì 16 luglio 2021

Italia campione, non solo nel "pallone"... anche in biodiversità

  


La Vittoria della Nazionale di calcio e il sogno di una Nazione Ecologica.  

Il significato delle nostre vite è  servire il bene comune.
L'Italia è  diventata campione d'Europa nel pallone  ma, purtroppo, anche "campione" del mondo nel più triste dei record, quello dei tumori infantili. Ripuliamola da pesticidi, ogm, plastica e spazzatura chimica… e torniamo luogo di Biodiversità, Cura e Cultura Agro-Ecologica.

E, rigenerando l'Europa, riprendiamoci l'oro di Napoli.

Il mio sogno. Forza del pensiero e volontà di sognare il bene universale. Agroecologia e alimentazione biologica significano fertilità, riproduzione, ambiente, uomini e atleti sani e forti…
Non lasciamoci suicidare stupidamente. 

E il mio pensiero non può che andare a Paolo Rossi,  "Pablito", …campione del mondo anche in Agroecologia dalla sua fattoria biologica di Poggio Cennina.


Invoco uno Spirito della Natura che ispiri dal basso una nazione  biologica, guida di un pianeta libero da Pesticidi e OGM…
E' Il mio sogno ed impegno di una Vita per il Bene comune… 
Sta a noi tenerlo sempre in vita nell'al di qua.

Giuseppe Altieri, Agroecologo





giovedì 15 luglio 2021

Bioregionalismo spicciolo. Piccola rivoluzione contadina alla Bifolca di Vignola

 


In occasione dell'anniversario della Presa della Bastiglia siamo andati, Caterina ed io, a celebrare l'inizio di una nuova rivoluzione spirituale ed ecologica, nell'azienda agricola La Bifolca di Vignola dove un gruppetto di amici si era riunito per scambiarsi doni della terra e non solo.

La pioggia del mattino aveva rinfrescato l'ambiente e si stava veramente bene sotto al gelso. A rendere l'atmosfera più “curiosa” si notava la presenza di una troupe composta da tre elementi, un cameraman, una segretaria di produzione ed un regista, di non si sa bene quale emittente, che stava riprendendo l'incontro. Ne ho approfittato per recitare la parte del “rivoluzionario” leggendo alcuni pensieri e poesie sulla Rivoluzione Francese e sul '68 (https://circolovegetarianotreia.wordpress.com/2021/07/04/14-luglio-2021-riflettendo-sulla-presa-della-bastiglia-in-chiave-zen-ed-ecologica/).



Non so se la Performance verrà (quando e come e dove) mandata in onda ma almeno mi sono sfogato, raccogliendo persino gli applausi dello sparuto pubblico alternativo campagnolo. Esaurita la breve sceneggiata ci siamo seduti  all'ombra, piluccando lamponi giunti freschi freschi da Sestola, discutendo delle nostre faccende bioregionali con un manipolo di amici intimi. 

Il discorso è andato sulle piante di zucca che ogni giorno producono nuovi fiori e Renzo, l'ortolano, ce ne ha regalati una manciata da fare in frittata, intanto Maria ci raccontava le proteste del popolo di Via Panni a Modena che si sta mobilitando per impedire l'ennesimo scempio cementizio, un sottopassaggio o sopraelevata (non si sa bene ancora: https://www.modenaindiretta.it/gigetto-via-panni-accesa-discussione-modena-video/), che metterebbe a rischio l'esistenza del mercatino agricolo rionale. Persino la Gazzetta di Modena si è occupata del problema schiaffando la notizia in prima pagina. Pare che gli amministratori cittadini abbiamo ricevuto i finanziamenti da qualche ente governativo e quindi debbono per forza spenderli in qualcosa, altrimenti decadono.



Durante l'incontro  si è poi passati ad argomenti più poetici, ovvero la lettura del Manifesto del contadino impazzito di Wendell Berry, un ecologista e bioregionalista antesignano (https://retedellereti.blogspot.com/2021/06/manifesto-del-fronte-di-liberazione-del.html), ispirati dal testo ci siamo lasciati andare ad un canto di speranza, la Marsigliese, ben in sintonia con la giornata del 14 luglio. 

Insomma abbiamo trascorso due ore piene di vita, godendoci anche un succo di sambuco, una fetta di torta all'arancio e una focaccia al pomodoro. Un gatto bianco, reduce da mille battaglie, ha gradito anche lui un assaggio di focaccia mentre un gallo impettito richiamava un corteo di galline verso il pollaio. Ne abbiamo dedotto che era ormai tempo anche per noi di ritirarci a casa....  

Paolo D'Arpini


Paolo e Caterina alla Bifolca