domenica 25 ottobre 2026

La fine della fine...



Più che una discesa è un precipitare. Alcuni se la ridono pensando d’essere in giostra, ma chi sente lo stomaco in gola vive emozioni opposte e spera che tutto finisca presto in nome di un futuro ora inimmaginabile. 

Quanto sta avvenendo in questi giorni, in termini di manifestazioni giovanili e popolari e scioperi in Europa ha a che vedere con una sorta di pustola socio-politico-valoriale scoppiata spandendo pus potenzialmente virulento, nei confronti del quale i macchinisti dei governi pertinenti, attuali e precedenti, essendosi venduti all’economia e avendo tradito il legame con le proprie genti e sperperando nella corsa il patrimonio valoriale della cultura europea filo cristiano-socialista, non possono che reagire con bieca condanna e facile repressione. Guarda a caso, proprio ciò che le proteste proclamano (condanna) e vorrebbero compiere (repressione) nei confronti della classe dirigente, al di là della facciata, uniformata. 


Una classe assolutamente assoggettata al progressismo, all’atlantismo, al globalismo, costi anche lo spirito di una nazione, di un’identità, di una vocazione. Nel guardare soprattutto a sé stessa, è assurta all’incredibile risultato d’aver perso ogni credibilità, non solo da parte del popolino ignorante e populista (così pensano), ma anche da quella di intellettuali di rilievo di sedicente destra e di sedicente sinistra, fatto salvo l’intera categoria dei passacarte delle testate pornografiche e del pornhub delle tv di regime in mano a direzioni extraterritoriali. È l’informazione del coro “aggressore-aggredito”, della neo-corsa agli armamenti “sennò quello arriva a Lisbona”, del genocidio dichiarato ma meglio raccontare la storia del cattivone Mladić, del “siamo buoni facciamoli entrare tutti”, del prezzemolico “sei un fascista”, del disarmante “sei un complottista”, de ”l’ha detto la scienza”. Alcune tra le veline in formato letter che arrivano puntuali sulle scrivanie dei “veri giornalisti”, come amano definirsi per cercare di arginare la perdita di clic e di ascolti, per screditare tutti gli altri loro colleghi e i reporter per caso, dai quali ora non esitano a comprare clip che, per una visita in più, vendono presentandole come “immagini forti” anche se non contengono niente di che, facendo finta di curarsi della sensibilità del prossimo, mentre incassano denari verdi per dire quanto gli viene detto di dire. Video per i quali anche il più genuino si chiede il perché di quell’avviso libidinante.

 

Il nascituro culmine biforcuto della repressione popolare e del desiderio di governi forti, che sta venendo al mondo, è un regalo inseminato dalle spermatiche promesse e svendute politiche pluridecennali della sinistra che hanno perlopiù governato i paesi europei, che hanno perlopiù taciuto sul progetto mondialista a mezzo immigrazionismo devastatorio programmato. Come i “veri giornalisti” facevano finta di occuparsi dei loro elettori mentre li tradivano. Il passo dalla separazione al divorzio, breve o non breve comunque lo si voglia misurare, si è compiuto. All’amore si è sostituito l’odio, al rispetto la violenza.

 

Sedotta e imbambolata dalla ciarlatanesca equazione progresso-uguale-benessere, irrorata da steregonesche pozioni di democrazia, l’abbraccio esiziale della politica intera con l’ordine delle cose globalista-capitalista-finanziario – con il quale, evidentemente, ha dalungo tempo seguitato a copulare – non ha avuto scelta davanti al lento e invasivo tsunami della cultura usa e getta, del consumo come esclusivo pilastro portante della società e quindi dell’opulenza quale ineluttabile destino. 


Più che una copula un mercimonio sguaiato che ha dato alla luce uno stato di fatto in cui tutto è replicato, tutto viene desiderato, tutto è da sostituire, tutto dura poco, tutto è possibile, tutto è mio, in cui si è dimenticato il significato e il valore dell’autentico, dell’astinenza, della frugalità, della cura, del riguardo, del limite, della comunità, della propria biografia storica.

 

Zygmunt Bauman (1925-2017) aveva previsto tutta questa liquefazione del tessuto culturale tradizionale dell’Europa, poi moltiplicato dalla diffusione popolare del web, surfato dai social, divorato dall’intelligenza demenziale detta artificiale, trangugiato e digerito dai macchinisti sovra-continentali del momento. Tutto moltiplicato dall’accoglienza extraorganica delle nazioni spudoratamente a coste e gambe aperte.

 

Se per l’attualità e le prime pagine, in merito alle sommosse che stanno avvenendo in questi giorni europei, si possono additare i diretti, scellerati responsabili del palazzo, antropologicamente e cristianamente parlando si tratta soltanto di una deriva colposa della politica avvallata dagli intellettuali. Categorie che, sotto la pressione materialista e razionalista, giunta a bar rivoluzionari a partire dai moti del ’68 e del ’77, hanno concesso libera espressione, affermazione e assoluzione a dimensioni umane che, per tutte le tradizioni sapienziali della storia e della terra, corrispondono a ciò che ci mantiene in uno stato d’inconsapevolezza, che ci rende disponibili al degrado individuale e sociale. 


Se per il cristianesimo tale osservazione ha un suo picco con i cosiddetti vizi capitali, per una certa psicologia si tratta del dominio dell’ego, per la tradizione di stirpe mesoamericana dell’importanza personale e dell’autoindulgenza, per la narrazione buddhista il punto è nella presunta pretesa dell’uomo di essere separato  dal cosmo, per quella taoista del Qi, quale energia fonte di tutte le espressioni mondane, per la quale credersi altro da essa e da tutto è permanere lontano dalla conoscenza. 

 

Così, formando uomini intenti al successo, l’altro, da fratello e simile, diviene ostacolo e nemico. Anche se la moltitudine seguace della linea individualista, soddisfatta dalla droga cognitiva dell’io voglio dice: “non male”, il destino implicito al quale non sospetta di andare incontro, sta in una vulnerabilità e relativa caduta pressoché ingestibile degli individui che la compongono. Appartenenza, identità e radice non sono tre parti ma una triade costitutiva del senso di sé stessi, antidoto preventivo della perdizione, del fallimento esistenziale, della rovina personale e sociale. 


Pare coerente iscrivere a tale oscura direzione i cosiddetti atti scellerati, lesivi del prossimo e di sé stessi, compiuti da individui e gruppi cresciuti a valori effimeri, cangianti, di breve durata, rinchiusi nella camicia di forza di fameliche aspirazioni di corto raggio, consumistiche, edonistiche, imitative, opulente. E da dove altro può provenire il culto dell’utero come merce, della cultura woke, della cancellazione delle culture, dei genitori extranatura.

 

Siamo perciò al centro di un panorama-Panopticon nel quale gli ignari della situazione, inetti a prendere in considerazione quanto qui accennato quale inconsistente base d’appoggio elusiva della vita piena, procedono sereni con la Champions, la Bmw, il centro commerciale, la seconda casa e il fine settimana sportivo in tasca. 

 

La discesa incontrollata e incontrollabile è ormai conclamata e incontrovertibile. Non ci sono medicine per organismi affetti da malattie degenerative allo stadio terminale. Solo palliativi buoni ad aggiungere agonia la cui durata non è prevedibile, ma certo dolorosa. I colpi di coda, le impennate, i canti dei cigni (neri), gli ultimi respiri possono protrarre a lungo il tormento. 

Anche coloro che ignari non si considerano, purtroppo sempre con risorse necessariamente risibili al cospetto di quelle a disposizione dei macchinisti e relativi potentati privati e lobby kippahike, tentacolari, militari, oscure, oltre a non disporre di ricette pertinenti alla dimensione del problema, col criterio del cane sciolto, convergono tacitamente l’un l’altro a temere e a sperare in una fine quanto più possibile imminente e repentina. Mortale consolazione esistenziale – e anch’essa individualista – auspicata in nome di una nuova vita, di una nuova nascita neo-socialista che, almeno per un po’, per qualche generazione a venire, sappia fare tesoro del tempo in corso, che era stato commedia, quindi dramma ora tragedia. A sopravvivere saranno proprio i macchinisti e i loro accoliti, sollevati dalla preoccupazione degli otto miliardi di uomini e relative scorie, che toglieva loro il sonno.

 

Il vicolo cieco imboccato non ha vie di uscita. L’ultimo atto dell’epopea babelica della quale siamo stati protagonisti, ci vedrà tutti ulteriormente ammassati là in fondo in una orgia boschanamente (Hieronymus) immonda di salse per cibo velenoso, indaffarati a sgomitare per merci scadenti e dosi di tecnologia rese necessarie dal progresso, tra merci firmate, rese necessarie dall’apparire. E, come non bastasse, disponibili a trasformare in arma quanto alla mano pur di sopravvivere nella lotta tra poveri contro diversi all’ultimo sangue, in difesa di qualche risibilità, non certo di qualche valore tramontato da decenni. Sebbene controvoglia, anche i meno sprovveduti vengono trascinati dalla corrente, che lungamente hanno cercato, con insuccesso, di frenare, limitare, eludere.

 

Ciò che sta accadendo in Italia e in Europa è il frutto anche di quanto finora accennato. Se i consapevoli ne sono culturalmente e politicamente preoccupati mentre gli individualisti computano vantaggi e svantaggi, i macchinisti sono in libidinosa baldoria per il successo ottenuto dal loro progetto pluridecennale di sfacelo sociale, realizzato a colpi di demolizione culturale, di solitudine, assenza di appartenenza e di radicamento, a dosi equine di desideri nichilistici iniettate nelle vene dei pensieri dalla pubblicità regresso come vivessimo dentro una spugna senza uscita, gonfia di ridenti dj.

 

Va da sé, che ognuno a modo proprio si trova a ipotizzare quale uomo e quale società nascerà dopo l’esiziale orgia sanguinaria. Una congettura percepisce l’avvento di una figura che corrisponde alla radice quadrata dell’ultimo uomo di Nietzsche, il più sideralmente lontano da quello compiuto, ovvero consapevole della propria creatività e del proprio potere rigenerativo, capace di agguati spietati alla propria autoindulgenza. Un uomo compiuto che la cultura europea e il suo fondamento cristiano-socialista-assistenzialista non ha mai potuto sognare neppure sotto psicotropi né tortura dell’immaginario.


Con un simile piccolo spirito, pare legittimo supporre una società facilmente organizzata in modalità razional-gerarchica dai kapò e dai loro occulti tecno-generali. Replica civile dell’architettura militare, in cui ognuno avrà mansioni, responsabilità, premi e punizione definite dal regolamento unico o a discrezione del superiore, il cui giudizio di condanna dipenderà dal suo gradiente di vanità. Se questo genere di ufficiali senza baffi né stellette dovesse come presumibile spopolare, i loro contraltari, cioè i comandanti amati, ricchi della cura e dedizione nei confronti dei subalterni, non saranno che un retaggio mnemonico, disponibile ormai solo alla generazione ora in estinzione. L’ultima a scendere in piazza senza pensare a cosa mettersi.


Lorenzo Merlo



venerdì 23 ottobre 2026

Vade retro nucleare!

 


Il governo di Meloni e compagni ha appena convertito in legge il quadro normativo per la reintroduzione del nucleare in Italia, mascherando con il nome “nucleare sostenibile” una vera e propria truffa ecologica ed economica: una promessa senza basi scientifiche solide e serve più a rimandare la transizione energetica che ad accelerarla.

Presentano il nucleare come panacea di tutti i mali, dalla crisi climatica, alla dipendenza energetica, al costo delle bollette – anche in barba ai due referendum in cui la popolazione italiana si è già espressa contro la fissione.

Per scavalcare questo esito e per confondere l’opinione pubblica, si introducono riferimenti fumosi agli SMR (Small Modular Reactors) e alla fusione nucleare: un vero e proprio cavallo di troia per riproporre le attuali tecnologie che le compagnie hanno disponibili chiavi in mano.

Quello che abbiamo davanti è invece una fonte energetica completamente vulnerabile ai cambiamenti climatici[1][2], ancora una volta fortemente dipendente dal gravoso e competitivo ciclo di estrazione mineraria, in grado di aggravare corruzione e dinamiche monopolistiche foriere di ulteriori forme di disequilibrio e colonialismo.

Secondo la stessa analisi di Bankitalia[3] andrà a gravare ancora di più sulle tasche della popolazione in termini di costi per la realizzazione degli impianti, tradotti direttamente in un prezzo al MWh non più competitivo con le rinnovabili[4]. Il nucleare non rappresenta in alcun modo un’exit strategy credibile dalla crisi climatica e a quella energetica, non avendo tra l’altro tempi di implementazione compatibili con l’urgenza che il presente ci impone: il primo impianto potrà essere operativo non prima del 2035, con un contributo rilevante al mix energetico nazionale non prima del 2040[5].

Siamo invece di fronte ad un utile paravento dietro al quale si cela l’obiettivo di continuare a portare avanti la necessità di alimentare la competizione industriale e militare europea. Infatti non possiamo ignorare che, in un clima di riarmo generalizzato e con scenari di guerra sempre più estesi, stiamo assistendo ad una nuova proliferazione atomica, aumentando esponenzialmente il pericolo di escalation nucleare.

Di questo ritorno beneficeranno solo i principali attori privati coinvolti – le big tech, che richiedono sempre maggiore energia per i loro data center; le aziende coinvolte nella “cordata per il nucleare italiano” (dai colossi dell’energia come ENI a quelli militari come Leonardo); le compagnie estrattive che già si preparano a cercare l’uranio anche in Italia (es.: Novazza e Val Vedello, in Lombardia), come la Reveille Resources PLC; le startup che parassitano sulla frenesia nucleare per vedere i propri titoli in borsa salire, come la Newcleo.

A noi resta invece un collasso ambientale a cui finora hanno proposto solo finte soluzioni, ma che in realtà è in costante aggravamento, caratterizzato da ulteriore devastazione dei nostri territori, dalla fallimentare gestione delle scorie nucleari già esistenti, nonché da un’economia di guerra da sostenere con altissimi costi sociali ed ambientali.

Abbiamo appena superato quella che sarà forse l’estate meno calda dei prossimi anni, nonostante le temperature più alte del torrido 2003. Verifichiamo da anni l’aumentare in frequenza ed intensità degli eventi climatici estremi – contando le loro conseguenze in morti e devastazione; ma quest’anno registriamo un dato ulteriore: le ripercussioni della crisi climatica rendono la città invivibile al livello quasi quotidiano, partendo dagli almeno 35.000 morti in più rispetto alla media registrati in Europa quest’anno nel corso delle ondate di calore[6], fino all’impatto enorme sulla produzione agricola, con oltre 2 miliardi di euro, con una contrazione media dei raccolti del 15% rispetto alla media quinquennale[7], ed energetica.

È partendo dalla consapevolezza degli effetti che viviamo già oggi che è urgente mobilitarsi per rifiutare le finte soluzioni e la propaganda del Governo sulla pelle di chi paga davvero i cambiamenti climatici e la crisi energetica. Siamo davanti ad una truffa ecologica che avrà il solo effetto di continuare a portare avanti il modello di sviluppo che ha causato questa crisi: dobbiamo quindi aprire un ragionamento serio che prima di tutto metta in discussione proprio questo modello che è ormai ad un binario morto, che si è dimostrato fallimentare e fallito nelle proprie promesse.

IL NUCLEARE È INSOSTENIBILE: FERMIAMO IL GOVERNO DELLA TRUFFA ECOLOGICA!

Invitiamo tutte le realtà ambientaliste, territoriali e sociali a fare proprie queste parole d’ordine, organizzando momenti di sensibilizzazione, o includendo questo tema all’interno di eventi e momenti di mobilitazione.

Tutti i soggetti che ritengono giusto e necessario condividere un percorso organizzativo contro il ritorno del ricatto nucleare, sono invitati a contattarci al seguente indirizzo:   nonucleareorganizziamoci@gmail.com





[1] https://www.politico.eu/article/climate-change-threatens-europe-nuclear-renaissance/#1

[2] ISDE 01/07/2026. Audizione presso l’VIII Commissione del Senato della Repubblica nell’ambito del disegno di legge 1924 e cong. (Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile)

[3] https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0947/QEF_947_25.pdf?language_id=1

[4] https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/07/07/parisi-nucleare-e-costoso-abisso-economico-con-il-solare_f545dd0a-1a3b-4973-b0ed-b6fb0d04fa81.html

[5]  Nuclear Energy Innovation Outlook 2025, Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano

[6] https://euromomo.eu/

[7] https://www.italiafruit.net/pdf/caldo-record-agricoltura-in-affanno-danni-oltre-i-2-miliardi

Tratto da Contropiano.

giovedì 22 ottobre 2026

Memoria storica sulla ricerca di erbe selvatiche al Circolo vegetariano VV.TT.


Calcata. Vecchia sede del Circolo vegetariano VV.TT.


Per campi e boschi cercando un po' d'erba

I poco conosciuti ma importanti benefici di uno «sport» che non costa nulla e neppure nuoce all'ambiente. Una grande quantità di erbe e piante selvatiche sono utilizzabili per l'alimentazione e per altri scopi utili - come si è fatto per secoli e come si ricomincia a fare in molte località.

Paolo D'Arpini nella valle del Treja

E' facile, nei climi clementi, praticare il lavoro più antico del mondo: la raccolta di vegetali selvatici, venuti su da soli, senza cure né padroni. Ecologico e pacifico. Basta inoltrarsi in un bosco o anche solo imboccare una strada di campagna, posare l'attenzione sui suoi bordi verdi e staccare delicatamente foglie e bacche. Un centinaio di metri e il cesto si riempirà; almeno una quindicina di specie. In piena estate, se gli alberi danno refrigerio al terreno in certe ore della giornata, si possono trovare ortica, finocchiella, menta, melissa, malva, piantaggine, diversi tipi di cicoria, lattuga e carota selvatiche, gramigna, vitalba, tarassaco, e more e sambuco. C'è anche il gigantesco tasso barbasso (verbascum thapsus) ma serve a poco, perché è giusto un sostituto del tabacco. In primavera è un rigoglio di germogli da cura disintossicante, mangiando.

Res nullius, bene di tutti.
Nei boschi che resistono, nei campi non avvelenati e intorno alle stradine sterrate, le piante spontanee che gli anglosassoni chiamano «volontarie» sono res nullius, cosa di nessuno e di tutti, bene comune gratuito e abbondante da quando le donne della preistoria portavano a «casa» molto più cibo dei maschi cacciatori, raccogliendo erbe, semi, frutti spontanei.
Si dice fitoalimurgia l'alimentazione con piante selvatiche; diversa dalla fitoterapia perché per prevenire o alleviare piccoli disturbi, disintossicarsi e fare il pieno di sali minerali e vitamine ricorre non a tisane o infusi ma a risotti, minestre arricchite di erbe, insalate e macedonie (crudo è meglio). L'antica pratica è stata ampiamente messa in pratica in Europa durante le guerre del Novecento ed è in uso tuttora in molte parti del pianeta, là dove sopravvivono foreste e aree verdi; integra l'alimentazione dei poveri sia in condizioni di normale miseria sia nelle emergenze; quante volte si è letto distrattamente dei coreani del Nord o dei sudanesi o degli afgani ridotti a «mangiare erbe selvatiche»? Da noi non è in gioco la sopravvivenza, ma avvicinarsi alle pratiche del Sud del mondo imparando a riconoscere, raccogliere e conservare le erbe e i frutti spontanei, ricollega alle radici (diremmo anzi alle foglie), fa bene alla salute e alle tasche e diventa in fretta una passione leggera, più rinfrescante che bruciante. Fra le informazioni che si scambiano i Bilanci di giustizia, seicento famiglie italiane impegnate a riformare il budget domestico secondo criteri eco-sociali, ci sono le modalità di raccolta e trasformazione delle erbe e dei frutti selvatici.

Preparazione di insalata selvatica al Circolo

L'unico ferro del mestiere è un buon manuale con le foto e indicazione delle parti commestibili. Ma le prime uscite sul campo vanno fatte con un insegnante: per imparare a conoscere e raccogliere senza danni - alla salute e alla vegetazione - almeno alcune decine di «erbe base nostrane» fra le 20.000 commestibili che spuntano sul pianeta, anzi che fioriscono... molti non sanno che si possono mangiare in insalata la primula, il fiore della malva, il nasturzio, la speronella, l'acacia.

In un pomeriggio di agosto, Paolo D'Arpini di Calcata (Viterbo), impedisce agli «allievi» di raccogliere le infiorescenze bianche al sapore di carota, perché gli sembra che ce ne siano poche; e raccomanda di prendere poche foglie per ogni piantina. Pastori, contadini e capre sono stati i maestri di botanica di Paolo, che dal 1984 anima il Circolo vegetariano Vv.Tt in quel particolarissimo villaggio laziale su uno sperone altissimo di tufo. Nessuno ha mai saputo bene cosa significhino quelle quattro lettere nel nome del Circolo ma la sua storia è densa: sensibilizzazione vegetariana ed ecologica; difesa dei luoghi e delle tradizioni locali; petizioni sugli olocausti preventivi di vacche presunte pazze; pensionato di galline montoni conigli e capre sottratti al destino di finire inforchettati e colà invece mantenuti a mais ed erba con alcune «adozioni a distanza», insufficienti a inserire fra gli ospiti anche maiali e buoi.

Si mettono a memoria molte erbe in un minicorso pomeridiano con Paolo, anche se di molte non conosce i nomi latini: lezioni gratuite per chi ha faccia tosta, di una decina di euro cena compresa per chi pensa che la trasmissione della conoscenza vada ricompensata, anche quando l'insegnante è troppo timido. L'imbrunire conclude il corso; si sale un sentierino fra gli alberi (da uno pende da anni un bambolotto nudo e scolorito) per andare cucinare l'acquacotta nel «tempio della spiritualità laica», un boschetto con grotte un tempo rifugio di animali e forse uomini, ora gestito dal VvTt.

Paolo spiega: «Tornando dai campi, uomini e donne si attardavano ancora un po' strada facendo, per raccogliere le diverse erbe che non di rado, insieme a un po' di pane e a un filo d'olio, erano il pasto serale. Finché c'era un po' di luce c'era da fare anche intorno a casa; intanto le erbe cuocevano. Bisogna aver pazienza...

Marinella Correggia







Post Scriptum:

“In questo articolo pubblicato su Il Manifesto nel 2004, si raccontavano alcune attività del Circolo, fra cui la ricerca di erbe selvatiche, iniziata già da parecchi anni, prima sotto la guida del capraio Irmo ed in seguito proseguita con i due erboristi membri dell'associazione: Giuseppe Roveri ed Alessandra Forti. L'ultima operatrice acquisita è stata la marchigiana Sonia Baldoni, con la quale siamo ancora in contatto, da quando il Circolo si è trasferito a Treia.
Per saperne di più potete leggere le nostre avventure sul libro "Dal Treja a Treia" (Viaggio fra bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica. Da Calcata alle Marche) (Edizioni Ephemeria).
(P.D'A.)



mercoledì 21 ottobre 2026

La via del ritorno a casa...


Risultati immagini per Deepak Chopra     La Via del Ritorno... a Casa


Tutta la felicità e pienezza a cui gli uomini aspirano, esiste nel momento presente. Nell’adesso, il tempo cessa di esistere e sperimentiamo una presenza che è totalizzante, completamente in pace e totalmente 
soddisfacente.

Niente potrebbe essere più vicino del presente, ma nulla scivola via altrettanto velocemente. In un istante la nostra mente ci può portare lontano ai ricordi del passato o alle fantasie riguardanti il futuro. O possiamo rimanere catturati in una lotta contro il tempo, sentendoci come se non ce ne fosse mai abbastanza. Diciamo frasi come “il tempo vola”, “il tempo corre”, o “non ci sono abbastanza ore in una giornata”.

In qualche modo dimentichiamo che possiamo scegliere se fare del tempo un nemico o un alleato. Possiamo passare dalla concezione del tempo come limite e vincolo a una percezione dove il tempo non esiste… all’estasi che può essere trovata solo nel momento presente. 

Se vuoi avere tutto il tempo del mondo, puoi allenarti con semplici esercizi:
 Immergiti nella sorgente della consapevolezza. La maniera più efficace per vivere nel flusso senza tempo è la meditazione. Quando mediti la tua coscienza si sveglia dentro di sé. Con la pratica regolare della meditazione, il silenzioso testimone dentro di te colma e illumina la mente
in modo che essa non guarda più al passato o al futuro per la sua realizzazione. Sperimenta la pace e la libertà interiormente e in ogni momento.
 
Presta attenzione. Per tutta la giornata, quando noti che i tuoi pensieri si perdono lontano, ritorna dove sei. Ti accorgerai immediatamente del perché ti sei fatto trascinare, chissà perché sei annoiato, ansioso, perché ti soffermi sul passato o anticipi il futuro. Non giudicarti, semplicemente
rivolgi nuovamente la tua attenzione su ciò che hai davanti ora.
 
Senti le sensazioni nel tuo corpo. Mentre la mente vive nel passato e nel futuro, il corpo vive nell’adesso. Connetterti alle sensazioni del tuo corpo ti riporta alla consapevolezza del momento presente.
 
I nostri pensieri ci spingono sempre verso il futuro o il passato, lontano dal presente. Ma è nel momento presente che troviamo lo Spirito, il nostro essere essenziale e la forza che anima la vita. Connettendoci al presente rivolgiamo la nostra attenzione dentro di noi, lontano dal caos e
dall’attività, e sperimentiamo la nostra eterna, illimitata natura.
 
Deepak Chopra



martedì 20 ottobre 2026

Ravenna: "L'odio per gli alberi si fa recrudescenza..."


A Ravenna si riaccende la polemica sugli abbattimenti degli alberi, in particolare dei pini domestici...


Viale Romagna a Lido di Savio, al via nuovi abbattimenti: il Comune blinda procedura e risponde solo dopo quasi 50 giorni al consigliere Ancisi

Nonostante un’estate rovente con oltre 50 gradi percepiti da esercizi commerciali, turisti e residenti del viale devastato, non si placa la smania del Comune di Ravenna di distruggere ad ogni costo i 26 pini sanissimi superstiti di viale Romagna a Lido di Savio. Lido che ora è ridotto allo squallore delle periferie cementificate degli anni 60.

Dopo quasi 50 giorni e due solleciti, e cioè ben 10 volte tanto il limite massimo concesso, la tecnica del Comune di Ravenna ingegner Principato risponde alla richiesta di aggiornamenti del consigliere Ancisi, costretto a metter in conoscenza della richiesta direttore generale e responsabile della trasparenza, e lo fa … a ridosso degli abbattimenti che, stando alla risposta, inizieranno la prossima settimana! Col terrore che qualcosa possa frapporsi al fremere delle motoseghe, questo succede nel trasparente e democraticissimo Comune di Ravenna!

Nella risposta si fa riferimento al progetto che deve proseguire: ma quale progetto, visto che il Parco Marittimo non completato avrebbe perduto i finanziamenti PNRR? Con quali nuovi finanziamenti va avanti la distruzione del bellissimo viale alberato di Lido di Savio? Nulla è trapelato, niente è stato pubblicato: giovedì scorso, appena saputo dall’ingegner Principato che i lavori riprendono la prossima settimana, il consigliere Ancisi ha effettuato immediatamente un nuovo accesso agli atti, ma al momento non gli è stato mandato nulla. Ricordiamo che in agosto è caduto uno degli alberi sottoposti alle prove di trazione e contestualmente scavato attorno al tronco e sigillato con asfalto bollente, alla presenza degli incaricati delle prove. Una manomissione contraria alle norme di progetto che potrebbe aver messo a rischio l’incolumità delle persone, oltre la vita del povero albero, peraltro già condannato a morte dal progetto “Parco Marittimo”. Un’agonia prolungata e un odio per gli alberi sani e decennali – piccoli ecosistemi ed oasi di biodiversità – che nemmeno l’evidenza e nemmeno le migliaia di firme sdegnate e gli interventi qualificati di tecnici privi di interessi nel progetto, riescono fermare.

Il gruppo “Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna” 




P.S. - 21 ottobre 2026, ore 21.00 presso la Sala Ragazzini di Largo Firenze a Ravenna, serata informativa con il dottore forestale Gian Pietro Cantiani, dove si parla ancora di viale Romagna e di via Maggiore e dei progetti virtuosi di altri comuni che non considerano gli alberi oggetti usa e getta come invece succede nel Comune di Ravenna.

"Ogni pazienza ha un limite!"... Una memoria od un avvertimento?