giovedì 5 febbraio 2026

Morire bisogna ma in buona salute è meglio…


Secondo alcuni dietologi televisivi  “non bisogna criminalizzare l’attuale sistema alimentare perché tutto dipende dalle quantità che se assunte con moderazione non causano malattie mortali”. Ma uno studio recente su un quarto di 4500 anziani è stata riconosciuta la diagnosi di malnutrizione, dimostra che la popolazione sta tutt’altro che in buona salute.

Molto probabilmente (a parte l’aspetto etico) e a parte quanto affermato ultimamente dall’OMS in merito alla dannosità della carne (e della sua produzione) secondo alcuni dietisti mangiare la carne ed il pesce non determina gravi patologie; dimenticando di dire “a condizione che uno abbia una vita sana”; succede invece che chi vive e si alimenta in modo convenzionale consumi nella stessa giornata derivati della  carne ed alimenti industriali ed  è non solo il singolo componente, di per se stesso dannoso, ma la sommatoria delle stessi, l’effetto sinergico, l’interazione, l’accumulo a causare problemi di salute.

L’attuale popolazione occidentale, e non solo, è la più malaticcia di tutte le generazioni precedenti:  non c’è malattia che non sia in preoccupante aumento;  non solo emergono malattie finora sconosciute ma si manifestano in età sempre minore al punto che alcuni bambini ne sono colpiti fin dai primi anni di vita: è sufficiente entrare in un ospedale, una clinica, un laboratorio, una farmacia per rendersi conto dello stato di malessere generale della popolazione dove una enorme e dolorante massa si riversa ogni giorno in cerca di terapie. E tutto questo è attribuibile al fatto che si usa mangiare “un po' di tutto”, secondo quanto consigliato dai nutrizionisti televisivi.  Ma la salute è come la coscienza: tiene conto di tutto.

A mano a mano che nel corso del tempo la popolazione ha adottato l’alimentazione industrializzata sono aumentate le patologie di derivazione alimentare. Nel 1856 i malati di cancro erano 18/100.000, nel 1922 erano 1.200/100.000. Nel 1900 moriva di cancro una persona su 30, oggi ne muore una su 3 e le proiezioni dell’OMS dicono che le morti per cancro raddoppieranno entro il 2050.  Come è strumentale attribuire l’incremento del cancro all’aumento della vita media, non solo perché dovremmo morire di vecchiaia non di tumore, ma bisognerebbe avere le medesime condizioni di vita tra le popolazioni passate e le attuali che se avessero avuto il nostro stesso benessere, le medesime possibilità e l’immenso apparato sanitario sicuramente sarebbero vissute più a lungo delle attuali. Mentre oggi un individuo passa gli ultimi 20 anni della sua esistenza cercando di curarsi, e succede che all’inquinamento generale associ il danno collaterale dei farmaci.

Non vi è patologia che non sia in aumento, specialmente le cronico-degenerative:  le statistiche dicono che ogni 8 donne una si ammalerà di un tumore alla mammella, e una ogni 36 svilupperà un tumore al polmone, 1 uomo ogni 7 un tumore della prostata, un uomo su 10 e una donna su 17, un tumore del colon-retto.

I nuovi casi di tumore aumentano costantemente dagli ultimi  50 anni ad oggi a livelli da epidemia, basta confrontare i dati degli anni Ottanta con quelli più recenti: i linfomi e leucemie sono passati dal 15 al 20%; i mesoteliomi a  più 37% nelle donne e più 10% negli uomini; i tumori della mammella a più 27%; il cervello tra l’8 e il 10% in più; il fegato tra il 14-20%.  E se se si guarda ai bambini la situazione è drammatica. La percentuale è maggiore in quelle zone più inquinate dove si consumano più prodotti industriali e di derivazione animale. E questo non può essere attribuibile solo agli inquinanti che entrano nella nostra catena alimentare, ma soprattutto a causa dei prodotti animali che assommano e concentrano gli effetti nocivi in misura enormemente superiore rispetto ai vegetali.

Franco Libero Manco - Movimento Universalista



mercoledì 4 febbraio 2026

Bizzarrie trumpiane... e critiche divaniste...

 


Banale disvelazione delle bizzarrie trumpiane. Chi potrebbe non trovarle pertinenti ai comportamenti del fantoccio di turno della Casa Bianca? Forse quelli che ti invitano ad andare a votare? O quelli che “l’America è nostra amica”. La lista dei divanisti è lunga, a elencarla tutta non si fa a tempo prima che il cielo di cartone di Truman ci crolli addosso e riveli l’architettura democratica – naturalmente – che lo sosteneva? 

 

Una persona potrebbe sostenere il peso d’essere distrutta? Potrebbe reggere il crollo della sua ragnatela biografica, cioè di tutto ciò per cui può dire di essere vivo, di esistere, di disporre del senso che gli permette progetti e futuro? Potremmo noi, chiunque di noi, vedere rivelato al mondo ciò che nascondiamo a tutti? Potrebbe un santo sostenere d’essere riconosciuto nel suo essere diavolo? Tendenzialmente no. Tendenzialmente chiunque di noi sprofonderebbe nella perdizione, ovvero in quel luogo esistenziale, in cui sovviene il pensiero di togliersi la vita, in quanto solo nella morte si riconosce una via di uscita da quello stato insostenibile.

 

Potrebbe, allora, Trump sottrarsi ai ricatti della lobby ebraica che non vede vite ed esseri umani – tra la grande campionatura, vedi Gaza – ma carte da gioco da sacrificare per vincere la partita? 

Lo spauracchio del dossier Epstein, la profondità di cui è gravido, l’ampiezza dello spettro umano che contiene, chi potrebbe lasciare immune dal terrore? Chi non si prostrerebbe alla volontà di coloro che lo detengono? Chi potrebbe disporre del necessario per un contro-ricatto con cui salvare se stesso?

 

Quale uomo potrebbe attraversare indenne un pubblico ludibrio mondiale? Quale potrebbe accettare di divenire il responsabile dello sfacelo degli Stati Uniti e, soprattutto, della perdita della relativa egemonia mondiale statunitense o del mantenimento di quanto di questa ne resta? 

 

Chiunque, pur di sottrarsi all’insostenibile vergogna e all’assoluto dileggio, incluso quello strumentale, di cui sarebbe bersaglio, non farebbe di tutto? Non rapirebbe un Presidente? Non parlerebbe di una parte di terra appartenente ad altro stato, come fosse a sua disposizione? Non sosterrebbe le malefatte sioniste?

 

Il popolo eletto, con le sue lobby finanziarie e il suo Mossad, può, per autoreferenzialità, permettersi tutto, in senso stretto. Se può, sotto mentite spoglie presidenziali, andare oltre l’ordine internazionale e sapere di non patire conseguenze, quantomeno legali, non potrà fare di noi tutti ciò che sta facendo di Trump, ovvero considerarlo una carta della mano in corso, come e quanto gli sarà necessario?

 

Se, dunque, può essere banale osservazione riconoscere la longa manus sionista nei comportamenti di Trump dalla sua elezione ad oggi quali semplice rispetto degli ordini arrivati dall’alto e da dietro le quinte, nella cui penombra giacciono i detentori del dossier Epstein, chi più di Donald, prima protetto poi giocato, potrebbe dimostrare il potere sionista che perturba e ombreggia il mondo?

 

Banale sì, ma non per tutti. Non per i divanisti del voto, della democrazia, della libera immigrazione, della circolazione di presunti virus e garantite sostanze alteranti, della vita a punti e di quella sorvegliata, dell’ecologia a carico nostro, del rimediate (voi a quanto abbiamo fatto noi), della cancellazione delle culture, di Putin che sebbene avverta sulla pericolosità del 5 febbraio 2026, giorno in cui scade il trattato New Start sul contenimento degli armamenti, è ancora il responsabile del precipitare del mondo, di quelli dell’aggredito e dell’aggressore, dei cambi di regime autopoietici e non istigati e finanziati da Cia e Mossad, delle sarcastiche risate sulle scie chimiche, del sostenibile purché capitalista, che ci da il miglior mondo possibile, del che bello andiamo a sciare, del che meraviglia il bosco verticale, della censura come giusta e innocua, dell’incapacità di vedere in Hollywood, una delle briglie più importanti per guidare la carrozza del mondo, della sconfinata ammirazione per la falce (leggi intelligenza) artificiale, del deep state che non esiste, dell’esaltazione della cultura woke, del certo suicidio di Epstein, di Lee Harvey Oswald quale assassino di John Fitzgerald Kennedy, dell’11 settembre per opera degli islamisti, del daje al complottista satanico quando gli racconti il significato della piramide sulla banconota da un dollaro, della scienza über alles ed estranea a fare di sé merce da mercato del potere, dell’adesione all’ideologia del neofemminismo. 


Non banale perché ogni tentativo di sottrarli dal torpore in cui versano leggendo e rileggendo la Fiaba della sera, il solo libro che hanno sul comodino, è destinato al fallimento. E si capisce. Cosa ancora dire loro se la loro reiterata reazione, “allora vai a vivere in Russia”, non dimostrasse che il più stupido dei due sei tu.


Lorenzo Merlo




martedì 3 febbraio 2026

Olimpiadi Milano-Cortina insostenibili...

 


UTOPIADI e mobilitazioni contro le Olimpiadi invernali più insostenibili di sempre.

Ci siamo: convochiamo una grande mobilitazione popolare a Milano nei giorni dell’inaugurazione del grande evento olimpico di Milano-Cortina 2026.

Per adesioni al corteo nazionale di sabato 7 febbraio a Milano scrivere a olimpiadi@anche.no

Vogliamo riappropriarci di ogni metro sottratto alla collettività dalla speculazione e dalla privatizzazione della Città Pubblica, permessa dal diritto d’eccezione accordato dai governanti a costruttori e fondi speculativi, organizzando una nuova edizione delle Utopiadi con cui lo scorso anno liberammo dall’abbandono l’ex Stadio del Ghiaccio di via dei Ciclamini: da venerdì 6 a domenica 8 febbraio, tre giorni di lotta, convergenza, mobilitazione e sport popolare. La nostra azione diretta richiama esplicitamente le Olimpiadi dell’Utopia organizzate a Barcellona nel 1936: un’esperienza storica che immaginava lo sport come spazio di emancipazione, inclusione e cooperazione, in aperto contrasto con le Olimpiadi ufficiali del tempo che si svolgevano nella Germania nazista. Allo stesso modo, le Utopiadi milanesi vogliono essere una utopia quotidiana praticata, fatta di sport accessibile, autogestione e riappropriazione dei territori.

Giovedì 5 ci sarà il passaggio in diversi Comuni dell’hinterland milanese, prima di entrare a Milano lo stesso giorno in vista dell’accensione del braciere olimpico allo stadio Meazza nella sera di venerdì 6. Ci uniremo dunque a quel vasto movimento di solidarietà con il popolo e la Resistenza palestinese che, lungo tutto il percorso della fiaccola olimpica, da Sud a Nord, nell’ultimo mese ha contestato il simbolo delle Olimpiadi sponsorizzate da ENI e Leonardo e la presenza dello Stato genocida di Israele nelle competizioni sportive internazionali.

Il 6 febbraio ci saranno iniziative sindacali a partire dal mattino, legate a quei settori lavorativi che subiscono maggiormente il peggioramento delle condizioni di lavoro determinato dall’accelerazione di ritmi e turni che sempre i grandi eventi comportano – a fronte di contratti precari o assenti, crisi dell’organico, assenze di tutele: parliamo di alberghiero e ristorazione, ma anche trasporto pubblico locale. Nel tardo pomeriggio invece attraverseremo con comitati e sindacati di lotta per la casa il quartiere popolare di San Siro, a ridosso della zona rossa attorno allo Stadio: una risposta di comunità per contestare la cerimonia di inaugurazione e la militarizzazione del territorio che vediamo in queste settimane e per riportare l’attenzione sulla crisi abitativa e la violenza poliziesca che sta colpendo abitanti e famiglie dei caseggiati popolari.

Il 7 febbraio è prevista una manifestazione nazionale con partenza alle 15 da Piazza Medaglie d’Oro e che attraverserà le parti della città più coinvolte dalla devastazione olimpica. Chiamiamo un corteo nazionale, che sia piazza popolare e dell’opposizione sociale, delle realtà dello sport popolare e di base, dei movimenti civici e ambientalisti, di comitati territoriali e collettivi studenteschi, di chi abita, attraversa e difende le montagne, delle reti di lotta per il diritto all’abitare e del sindacalismo conflittuale, dell’internazionalismo – dai movimenti scesi al fianco del popolo palestinese e della Global Sumud Flotilla alle piazze a difesa della rivoluzione confederale del Rojava e della Siria del Nord-Est -, degli spazi sociali autogestiti, delle reti che si oppongono alla deriva securitaria del DL 1660 e al razzismo di Stato sui corpi di migranti e persone razzializzate, della rabbia transfemminista contro il patriarcato sociale e istituzionale.

L’’8 febbraio, infine, alleniamo corpi e cuori: una grande giornata di sport popolare e pratiche collettive. Un percorso che, accanto alla critica al modello olimpico, prova a costruire qui e ora un’alternativa concreta di sport e di città. Il tutto avverrà in uno spazio liberato temporaneamente per lottare, ballare e fare sport assieme.

Invitiamo tutti ad attraversare le Utopiadi e costruire con noi comunità resistenti: contro Daspo urbani e zone rosse, sicurezza “privatizzata” in mano all’ICE e alle polizie militari di mezzo mondo, scuole chiuse e divieto di sciopero per non disturbare il grande evento e il suo turismo tossico.

Riprendiamoci la città

Liberiamo le montagne


 «Comitato Insostenibili Olimpiadi» per la manifestazione del 7 febbraio e le azioni programmate dal 5 all’8 febbraio, in coincidenza con l’avvio dei Giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026.


(*) Fonte:  https://www.ideeinformazione.org

lunedì 2 febbraio 2026

"Mangiare meglio, mangiare tutti"...

 


...potremmo vivere ecologicamente anche nelle città, senza allevamenti intensivi. Basta cambiare completamente l'impostazione, diminuendo drasticamente il consumo della carne si possono aumentare la coltivazione di frutta, verdura, legumi recuperando suolo ed acqua che viene impegnato per produrre quello che mangiano gli animali nei 24 mesi della loro crescita. 

Naturalmente bisognerebbe anche riprogrammare la distribuzione evitando gli sprechi. 

Se noi smettessimo di comprare cetrioli quando è tempo di broccoli, avocado invece che arance, mandorle anziché anacardi, se le industrie alimentari smettessero di indirizzare verso i consumi più redditizi e scegliessero quelli che con lo stesso sforzo e la stessa acqua producessero una maggiore quantità di prodotti altrettanto proteici, che possano sfamare un numero maggiore di persone, se la grande distribuzione, la piccola distribuzione smettessero di sprecare cibo distribuendolo meglio, ecc. 

Se tutti insomma smettessimo di sprecare ed il cibo fosse ridistribuito in modo logico non ci sarebbe più chi butta e chi digiuna E l'ho semplificata ovviamente, ma partiamo da un concetto già acclarato che è "lavorare meno, lavorare tutti" parafrasando si potrebbe dire "mangiare meglio, mangiare tutti" e ovviamente per meglio intendo in modo più organizzato e responsabile... 

Emanuela Gennuso - Movimento Decrescita Felice







"Mangiare meglio, mangiare tutti" è un concetto legato alla sostenibilità alimentare, che mira a combinare diete salutari con l'accessibilità universale al cibo, garantendo la sicurezza alimentare globale. Questo approccio, spesso esteso in "mangiare sano, mangiare moderatamente, mangiare tutti", punta su diete basate su prodotti  bioregionali, di stagione,  eliminando in gran parte  il  consumo di prodotti di origine animale. 



Libertà dalla schiavitù del denaro - Sì al signoraggio di popolo, no al signoraggio delle banche...

"Il primo passo da compiere, se si vuole liberare la società dal cappio del ricatto bancario e finanziario che impedisce un normale fluire dell'esistenza, è la rivalutazione del denaro in quanto mezzo di scambio per beni e lavoro e non in quanto bene in sé". (Saul Arpino)




Il denaro non è altro che un simbolo della capacità di un popolo, ma anche di un individuo, di poter operare e attraverso la propria opera di poter disporre e scambiare quanto gli è necessario per la sopravvivenza ed il benessere.

Una società libera emette liberamente questo mezzo di scambio, garantito dalla forza lavoro e dalle ricchezze accumulate al suo interno, che esse siano naturali, culturali o di altro genere. Questo diritto all'emissione monetaria viene assicurato dalla "signoria" popolare su quanto posseduto e sulla capacità della comunità stessa di esprimere forza lavoro e creatività. Questa signoria, in termini tecnici e monetari si definisce "signoraggio".

Attualmente il denaro prodotto dalle banche centrali (private) non è che un "buono" cartaceo, sorto dal nulla e privo di controvalore, e dato in prestito agli stati. Questo denaro produce perciò un "debito". E tutto ciò avviene in conseguenza del "signoraggio bancario", ovvero l'alienazione di quel "signoraggio" originale della comunità ceduto alle banche centrali.




Ma cosa è il signoraggio bancario?

Rispondo in poche parole. E’ la più grande truffa mai inventata. E’ la rinuncia alla sovranità dello stato di emettere i propri valori di scambio delegando l’operazione ad una banca privata, (come è la Banca d’Italia o la BCE), e pagando a detta banca congrui interessi.

La carta moneta emessa dalla banca centrale - la BCE nella Comunità Europea- e messa in circolazione nei vari stati viene pagata dallo stato che la riceve attraverso l’emissione di buoni del tesoro ed altri titoli, posti in vendita presso le banche commerciali, e per cui lo stato paga un ulteriore interesse.

Questo processo perverso è alla radice della formazione del cosiddetto “debito pubblico” che non è altro che l’indebitarsi da parte dello stato, ovvero del popolo, nei confronti di un privato, che è la banca.

Allora potreste chiedermi: “Perché lo stato si assoggetta a questo salasso, perché non recupera la sua sovranità monetaria?” Ed io vi rispondo: Perché il processo di commistione e di sudditanza è andato troppo avanti in questo sistema, dominato dal controllo finanziario di enti privati internazionali.

Allorché la politica non sarà più dedita alla corruzione e potrà recuperare la sua funzione primaria, che è quella di servire gli interessi del popolo e non dei potentati finanziari, che sono la causa prima della corruzione, avrà riconquistato la sua indipendenza ed autonomia operativa.

Per quel che riguarda la falsità dell’informazione sulla realtà del signoraggio bancario e la volontà di mantenere il popolo in ignoranza totale su questa triste verità, vale la stessa risposta, ovvero chi detiene il potere finanziario, e di conseguenza quello economico ed amministrativo, è in grado di controllare l’informazione in tutte le sue forme ed è quindi capace di far credere al popolo qualsiasi menzogna, pur di mantenere il potere acquisito.

Spiace dirlo ma in Italia e nel mondo non esiste alcuna libertà e verità d’informazione, se non quella “falsata ed ipocrita” ammannitaci dal potere finanziario mondiale.

Però infine la legge karmica universale (causa effetto) prevarrà sulla menzogna e coloro che l’hanno sparsa saranno costretti a “raccogliere la propria immondizia”. E ciò avverrà quando nella società umana trionferà la consapevolezza di un mondo comune a tutti, concreto e collettivo, di cui tutti siamo compartecipi, in cui le forze e le cose manifeste corrispondono all’insieme del vivente e del non vivente, in cui lo star bene della mano non comporta un danneggiamento del piede, che è l’attuale meccanismo causato dall’ignoranza dell’inscindibilità della vita.

Il senso della comune appartenenza deve affermarsi nella società, coincidendo col bene personale, ed a qual punto sarà chiaro che non possono più risaltare (nelle scelte sociali e di governo) interessi rivolti a soddisfare una parte a scapito dell’altra. Questo mondo presente di attrazioni e repulsioni, di scale di valori, di motivi personalistici e di incentivi egoici, insomma il mondo della competizione, lascerà quindi il posto al mondo della collettività, sia dal punto di vista biologico che del pensiero.

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana












sabato 31 gennaio 2026

La favola bella della memoria...




Il tempo è un’espressione della coscienza, la sua durata è alle dipendenze dei sentimenti e la sua ruota si muove avanti o indietro come un timone in mano alle emozioni.

 


La descrizione della realtà corrisponde a una narrazione quale sfogo delle emozioni. Eppercioché, venendosi a conformare al nostro cospetto non ha sede in noi. Essa corrisponde a un quadro di cui, disponendo di una tavolozza emozionale, saremmo gli autori. 


Ugualmente la memoria non ha sede in noi, tantomeno nel cervello come vorrebbe la scienza, né è un composto di dati. Essa è prossima ad essere un’entità emozionale, sottile e volatile che decanta in ricordo sempre e solo in occasione delle opportune circostanze, in modo direttamente proporzionale al perdurare dell’emozione. 

 

L’emozione non è solo quella di limitata durata, che comporta, nel bene e nel male, uno scuotimento più o meno forte. Essa, esse ci accompagnano costantemente nello stato cosciente. Per esempio credere di avere a che fare con la medesima realtà o considerarsi sempre la stessa persona richiede che sussista in noi una emozione duratura che lo permetta. In assenza della quale non sappiamo più dove ci troviamo, chi siamo, cosa stavamo facendo.

 

Un’emozione forte e di breve durata è quando incroci gli occhi di una ragazza e ti succede qualcosa la cui definizione più prossima è richiamo con fremito, ma anche quando scopri che ti hanno sottratto il portafogli. Una debole e di lunga durata è quando prendi per buone le consuetudini che ci hanno allattato e informati. Così, un Britannico non preferisce la repubblica, un ustaša non ama un četinco, uno scienziato non vede il mondo che non misura.


Se quelle lunghe creano legami e hanno carattere cronico convincendoci di essere proprio ciò che quei lacci impongono, quelle brevi sono volatili ma restano latenti, pronte a ricondensarsi in noi facendoci vivere l’esatta ripetizione di ciò che è stato.

 

L’emozione, quale condizione in cui viviamo sarebbe dunque la sede della memoria. Una sede di tipo quantistico che può restare latente (onda immateriale) o divenire sensazione (materia carnale) in occasione della giusta situazione. Che può ricomporre esperienze estranee alla nostra vita, come forse i déjà vu suggeriscono, a dispetto di un’“alterazione dei ricordi” (1), secondo quanto ci dice la cultura scientista.


Un colore, un suono, una forma e così via, un volto, un’immaginazione possono catalizzare in un’emozione già vissuta. Nel momento, non solo istantaneo, ma anche duraturo, dell’emozione il passato subentra al presente e lo sostituisce. 


L’attenzione è costretta a muoversi solo entro il tubo che l’emozione implica. Lo si osserva nei litiganti, nei confronti dei quali, le parole ragionevoli dei terzi non hanno potere. L’emozione è vita e non c’è dimensione cognitiva né morale che possano frenarne il corso. Infatti, solo un’emozione più forte può interrompere quella che ci muove nel momento. Uno schiaffo potrebbe interrompere lo stato di shock. Stato nel quale potremmo anche non saper riferire chi siamo, cosa è successo, eccetera.

 

Se l’emozione cessa avviene un cambiamento. Il seminarista lascia i voti, il fedele tradisce, la passione svanisce. Il cantante, il politico, il senza tetto, il malato sono coaguli carnosi di energia emozionale. Come lo sono tutti i ruoli che impersoniamo, di lunga o breve durata, che educazione, contesto, istruzione, spirito del tempo, geografia e storia del luogo permettono o impediscono. Ricordare è perciò rientrare nel ruolo e/o nell’emozione che lo permette. E lo è anche il cambiare: abbandonare un’attività appassionante, non avviene per ragioni razionali, ma per aver perduto l’emozione che la permetteva.


Anche una canzone, un’opera creativa, una stagione filosofica corrispondono a emozioni. E queste si mostrano come esaltazioni che generano acume specifico, benigno e maligno. Sono sempre affermazioni di parzialità. Dimentiche infatti del mondo che lasciano indietro, convinte magari, come nell’enfasi del progresso, di spingere sempre in avanti, sulla loro inventata linea retta.

 

La fretta che morde il freno per non tardare e impedisce ai tentativi razionali – a sostegno di restare tranquilli e che prendersela non cambia niente – di modificare l’alterato stato intimo di chi ne è preda. Almeno finché non si disporrà delle consapevolezze necessarie per non cadere nella trappola emotiva.

 

L’emozione o la memoria corrisponderebbero alla concezione circolare del tempo, se non alla sua reversibilità, così tanto esclusa dalla scienza. Una circolarità a raggio variabile in quanto dipende dal nostro intimo stato, dall’esigenza che questo esprime, dal sentimento che ci sta attraversando. Nel dolore il tempo è immobile, nell’amore scorre via.


Circolarità negata dagli eruditi tecnici dei saperi cognitivi, dai protocolli fissi che considerano conoscenza – quelli del mondo e dell’uomo come macchina, del cervello rimpinzato di dati, sede, oltre che della memoria, anche della coscienza e della mente – nonostante l’evidenza dei pochi sentimenti e delle poche emozioni che, giocoforza, sono presenti in noi e in noi si ripresentano, obbligandoci a condizioni, pensieri e azioni ad essi coerenti, indipendentemente dal momento storico, dal contesto in cui li avvertiamo, dal rango sociale, dall’identità che crediamo di essere. 


Gli infiniti libri che si possono scrivere con le poche lettere dell’alfabeto, non contraddicono il presente discorso, lo confermano: qualunque opera sarà sempre e solo espressione dei nostri pochi sentimenti, in sostanza soltanto due, uno di attrazione e un altro di repulsione.

 

A sostegno dell’idea della memoria come emozione che decanta, si possono ricontrare nelle occasioni della vita quotidiana, nella letteratura, nelle arti espressioni che, seppure spesso inconsapevolmente, riferiscono della memoria nei termini in cui ne stiamo accennando. Un tipo di qualificazione e consapevolezza della memoria che, forgiati dall’egregora scientista, abbiamo culturalmente seppellito sotto strali di dati e dimostrazioni scientifiche (nel senso di inoppugnabili), ma che, nonostante la discarica di nozioni che siamo, non può essere elusa dal corpo, tanto che, costantemente emerge nelle nostre espressioni. Ricordare una parola o il luogo di un oggetto, solo dopo averci accanitamente provato, rappresenta la dialettica in questione: sciolta l’emozione legata alla pretesa di ricordare – una specie di cristallizzazione del tempo – subentra quella che ne permette l’inversione, rioffrendoci la circostanza del ricordo.


Sulla medesima linea di osservazione si incontra un altro passo interessante e forse più potente: l’etimologia del lemma ricordare. Una parola di origine latina – recordari – nella quale si legge la consapevolezza che la memoria risiede nel cuore. Secondo le prime pagine segnalate dai motori di ricerca, il termine è composto da ri, che allude a ritorno, a nuovamente e da cor cordis, che riferisce del cuore. Un organo che ha uno spettro ben più ampio di quello anatomico. Un’ampiezza che contiene le tradizioni sapienziali di tutte le geografie e di tutte le culture esistenziali del mondo.


Tale configurazione è presente nella lingua inglese in modo convincente. I britannici utilizzano la formula by heart, che letterariamente corrisponde a con il cuore, ma che semanticamente significa a memoria.

 

Nel raggio d’azione del nostro discorso è compresa, se non centrale, la simbologia del cuore quale fisicità dell’amore e, soprattutto del loro potere a nostra disposizione, sebbene, come già scritto, affogato in quisquiglie di poco conto.


Simbologia e potere che possono permetterci di rivivere l’emozione della nascita e di un trauma e il necessario per ridurre o sciogliere il relativo nodo emozionale che ci ha fino a quel momento condizionato. In sostanza che, ci permette di osservare come il peso del trauma fosse direttamente proporzionale alla nostra interpretazione. E che, assumendocene ora la responsabilità, possiamo liberare l’esistenza da quella ingombrante ciste.

 

Sintesi

Emozione e vita sono sinonimi. Quando l’emozione ha, diciamo, un basso registro l’esistenza è, diciamo, minima. Tuttavia uno stato esistenziale depresso avviene comunque entro il dominio di un‘emozione corrispondente. Anche memoria ed emozione sono sinonimi, in quanto la presenza di una coincide con la pertinente presenza dell’altra.


Il tempo e la durata sono espressioni della memoria, quindi dell’emozione e perciò della vita. In altre parole, il tempo senza di noi non esiste. Eppercioché anche la realtà.


Tutti gli uomini sono attraversati dalle medesime emozioni e dagli stessi sentimenti che nel tempo impongono loro medesimi vissuti e identiche descrizioni del mondo. 


Sono attraversati in quanto non li produciamo noi ma secondo una logica legata alle consapevolezze di cui disponiamo, così come il pennone si presta al fulmine, i sentimenti e le emozioni che viviamo sono rispettosi della nostra evoluzione esistenziale.


L’intero universo sarebbe composto dalla stessa energia che si condensa in emozioni, sentimenti e descrizione della realtà. Ne consegue che la descrizione, qualunque sia, fa capo al gradiente di consapevolezze avvenuto.


L’emozione è anche una risonanza che contiene istruzioni esclusive per chi la vive, la cui decodifica farebbe scuola evolutiva, se solo avvenisse. Ma non avviene perché le emozioni, salvo che sul lettino dello strizzacervelli, sono state declassificate.

 

La piena consapevolezza delle emozioni, ovvero delle ragioni per cui decantano in noi e il limitato mondo entro cui ci costringono, libera energia creativa, prima pretesa e consumata da loro stesse in atti e sentimenti replicativi dei quali eravamo succubi. Con disponibilità creativa, disponiamo della sola energia idonea a fare dell’esistenza qualcosa di corrispondente a noi, alla nostra natura profonda, ai nostri poteri magici, tra cui la chiaroveggenza, quale tersitudine sgombra del pulviscolo filtrante della cultura.


Lorenzo Merlo


 



1.     https://it.wikipedia.org/wiki/D%C3%A9j%C3%A0_vu


Campagna per un interspecismo maturo...



Tra le varie iniziative ecologiste portate avanti durante gli anni trascorsi, al fine di stabilire "pari dignità" con i nostri coinquilini del Pianeta, ovvero gli animali, lanciai una campagna animalista in cui chiedevo che fosse ampliata a tutti i mammiferi la protezione concessa agli  animali da compagnia (cani e gatti). Raccogliemmo al Circolo Vegetariano qualche migliaio di firme su una petizione ad hoc che poi inviai al Presidente della Repubblica, affinché aiutasse la causa con i suoi buoni auspici, senza esito positivo.  Ma non demordo a portare avanti questa iniziativa, cominciando  ovviamente  dall'estensione dei pari diritti ai nostri consanguinei scimmie, che condividono con noi il 99% del patrimonio genetico. Ritengo che questo sia un passo necessario  per l'interspecismo maturo da me  auspicato  e ritengo che la  “pietas” verso i nostri consimili  sia una necessità evolutiva e spirituale. 

La spinta a proseguire in questa campagna di sensibilizzazione è legata ad una esperienza da me vissuta in Africa tanti anni fa (1972/1973) in cui ebbi incontri ravvicinati con molti animali. Di seguito riporto una mia memoria...


Abidjan - La scimmia ed il Kalaò


Dopo un mese ad Abidjan mi sembrava di aver conosciuto tutto della città, perlomeno nell’ambito dei rapporti e dei luoghi che mi erano consentiti. Chiacchierate attorno alla piscina dell’hotel più “in” (quello dove andavano i turisti americani) per stare a contatto con i ricchi, puntate nelle taverne plus africaine (in compagnia di prostitute e gente di malaffare), nottate passate in terrazze della città vecchia fra i tamburi che ripetono senza sosta il loro richiamo verso l’istinto, qualche festa o cena nella villa di qualche annoiato patron francaise e soprattutto permanenze pomeridiane al famoso Kalaò, il bar riferimento dei viaggiatori e della scenografia, una specie di Harris Bar in Costa d’Avorio.


Ero ospite di una signora francese che aveva sposato un alto funzionario africano e poi si era separata e viveva un po’ allo sbando ed un po’ nel finto decoro in una casa normale di Cocodì, il quartiere elegante di Abidjan. Con me c’era anche una piccola banda di giovani avventurosi e di belle speranze, giunti anch’essi ognuno per proprio conto alle porte dell’Africa Nera. Uno svizzero, due francesi ed un altro italiano, oltre ad un meticcio che era anche l’amante della donna. Ripagavamo l’ospitalità con qualche poulet e qualche bottiglia di birra. A quel punto tutte le avventure che si potevano vivere ad Abidjan mi sembravano già vissute, le brochettes avec piment erano state tutte assaggiate, i ristoranti visitati, le ragazze frequentate, non mancava nulla e sentivo veramente di averne abbastanza della solita solfa e delle solite cose di un’apparentemente eterna “vacanza”. Sentivo la necessità di qualcosa di vero. 




Decisi un bel giorno di andarmene in brousse, di andare in qualche villaggio sulla costa, star da solo per scoprire nuovi agganci nuovi rapporti nuove situazioni. Salutai gli amici del Kalaò e partii, non ricordo come, forse su un pullman forse facendo autostop. Giunsi in un posto che era abbastanza lontano dalla città, dove non c’erano bouvettes né turisti, solo l’oceano e qualche rado cottage. Gironzolavo attorno cercando un posto per piazzarmi e trascorrere il tempo in isolamento e riflessione. Percorrevo a piedi una strada che costeggiava l’oceano, sentivo il rumore forte dei flutti e delle onde, attorno a me alberi maestosi che mi riparavano dai cocenti raggi del sole. Ad un certo punto vidi in distanza una specie di tukul disabitato che stava a poca distanza dal mare, proseguii in quella direzione e scorsi, nascosta dalla vegetazione, una grande villa colonica di cui forse il tukul era una dependance, mi avvicinai all’ingresso per capire che aria tirava e proprio allora mi avvidi di una grossa scimmia che mi guardava. Era uno scimpanzé molto grande, alto all’incirca come me, muscoloso e sveglio. Mi sentivo un po’ a disagio ma osservando meglio scoprii che lo scimpanzé era legato ad una catena e capii che era stato messo lì di guardia per spaventare i passanti. 


Mi avvicinai ma restai a due passi dalla bestia, non aveva un’aria minacciosa, anzi mi ispirava molta pena. Pensate un animale così nobile ed intelligente costretto alla catena, davanti alla vastità della foresta e dell’oceano, solo per accontentare le esigenze di qualche riccone egoista. Rimasi per un bel po’ a fissare la scimmia ed anche lei mi guardava, sembrava che leggesse il mio sguardo. Sentii l’impulso di avvicinarmi ancora e restai in silenzio davanti a lei con rispetto e compassione, non osavo avvicinarmi di più, la paura dell’animalità me lo impediva, allungai una mano come per salutarla ed in quel preciso istante la scimmia repentinamente si allungò al massimo della lunghezza consentita della catena e mi abbracciò. 

Si, mi prese fra le sue braccia muscolose e pelose e mi strinse al suo petto con forza. Pensai di svenire, immobilizzato in quell’abbraccio, ma non urlai, non tentai di scappare, ero esterrefatto, fermo, non volevo offenderla o creare una situazione reattiva in lei. Un momento indimenticabile in braccio a King Kong… Ad un certo punto, non so dopo quanto, la scimmia aprì le braccia e mi lasciò andare, indietreggiai di un passo, non fuggii, e continuai a guardarla per capire cosa mi avesse voluto dire. Mi accorsi allora che era una femmina.



Ormai era scesa la sera mi allontanai e mi sdraiai nella capanna, con il vento ed il mare che ululavano divertiti della mia angoscia, rimasi in un trepido ascolto. Ero così sconvolto, così stranito, che la notte non riuscii a chiudere occhio, quel tukul mi sembrava l’ingresso dell’ade, una voce inconscia mi diceva che dovevo lasciarmi andare alle forze oscure della natura, mi masturbai senza alcun piacere come se dovessi semplicemente compiere un dovere od un rito. L’indomani mattina presto ritornai sui miei passi, la scimmia non c’era più. Abbandonai ogni progetto di solitudine e riflessione e feci ritorno al Kalaò ed alla vita di Abidjan.

Ma non durò ancora a lungo….

Paolo D’Arpini