“Una perturbazione dell’ambiente non contiene in sé la specificazione dei suoi effetti sull’essere vivente, ma è questo con la propria struttura che determina il suo stesso cambiamento in rapporto alla perturbazione”. (1)
I mondi abitati dai nostri pensieri, dai valori intorno ai quali roteano, dalle aspirazioni che ne divengono, dalle azioni che si realizzano, avvengono in circuiti confinati dall’ambiente fisico e metafisico in cui ci riconosciamo, come si muovessero in una valle chiusa tra alte montagne. Un confine identitario, entro il quale, come in una ideologia, ci sentiamo esistere, al quale inconsapevolmente teniamo e che difendiamo, lasciandolo attraversare solo da ciò che non ci disturba, che non ne altera l’equilibrio.
Se qualcosa lo scavalca con la forza si tratta di trauma, un evento che, più o meno lungamente, spezza la linea rossa della biografia. Se altro lo valica subdolamente, nuovamente perdiamo la stabilità identitaria scivolando verso un altro stato senza la volontà creatrice. È la condizione del soggiogato. Una condizione indolore ma che diviene insopportabile quando se ne prende coscienza.
Tale premessa – ampiamente argomentata da Humberto Maturana e Francisco Varela (2) – fa da sfondo a ogni evoluzione, biologica, psicofisica, relazionale. Traumi e raggiri a parte, alcun cambiamento accade in noi senza la nostra volontà, cioè senza una preventiva accettazione, apertura. Sembra una banalità, ma l’osservazione delle dinamiche personale e di quelle sociali, conferma sia necessaria. Infatti, tanto dall’ambito individuale quanto da quello culturale si può costantemente evincere quanto il concetto “selezione naturale”, di anima illuminista-positivista-
L’inconveniente epocale detto darwinismo va, di pari passo, con quello della prevaricazione dell’epistemologia analitica della realtà. E ciò, indipendentemente dal frammento di essa che si voglia porre sul vetrino del microscopio. L’analisi di una parte estrapolata dal tutto in cui essa è nata, si è sviluppata ed è vissuta, è ancora creduta efficace e, soprattutto, esaustiva. È ancora il plinto sul quale erigiamo il faro dei nostri piccoli pensieri e ricerche dedicate all’indagine della conoscenza e della verità.
Sulla medesima onda concezionale della realtà frammentabile, plana virtuoso il surf della comunicazione relazionale. Le pinne fendono l’acqua e tengono la direzione senza avvedersi delle ferite, delle mortificazioni e delle morti che provocano. Un’eventualità ad alta frequenza e, secondo i portatori della bandiera positivista, un necessario, che colpirebbe chi non sa adeguarsi. Ma anche, un effetto collaterale del presunto primato logico-razionale, sotto la cui egida riteniamo che l’affermazione contenga comunicazione inequivoca.
Una modalità che non recede dal suo dominio al napalm neppure in ambito didattico, sia quello cognitivo-intellettuale, sia quello motorio, che sarebbe, infatti, nel rispetto della concezione organica dell’essere vivente, più opportuno chiamare psicomotorio. Modalità che per sua propria natura ha esaltato il metodo e il protocollo. Due perle che al di là di ogni ragionevole dubbio nascono dalle valve della cozza meccanicista. Mollusco in cui l’uomo è concepito al pari di una macchina, con parti sostituibili e uniformità di spirito.
Non è un caso che i discepoli del dogma dell’infallibilità del linguaggio logico-razionalista inorridiscano quando fai loro presente che l’esperienza non è trasmissibile. Come ogni dogma, impedisce l’osservazione.
L’altro, nel nostro caso il discente, infatti, è l’altro e basta, chiunque sia, qualunque universo gli rotei nel cuore, qualunque firmamento componga le sue costellazioni.
È qui la mortificazione che, come una lava di verità rovente, gerarchicamente scende dal sapere del docente verso l’uniforme e informe moltitudine di grado inferiore. Eppure, basterebbe la dimensione fisica, corporea, anatomica, formale delle persone. Variegate, sottili ed enormi differenze per urlare anche alle orecchie dei tecnici dei saperi che siamo universi diversi, biografie che non stanno in un solo romanzo.
“Ogni esperienza conoscitiva coinvolge colui che conosce in un modo personale, radicato nella sua struttura biologica, per cui ogni esperienza di certezza è un fenomeno individuale, sordo all’atto conoscitivo di un altro”. (3)
La ghigliottina competitoria, malamente detta meritocratica, non tarderà a scendere sul collo di coloro che non hanno appreso, ma mai risalirà la corrente culturale per andare a decapitare i docenti frontali. Ruoli in cui possiamo cadere tutti, in preda al delirio dialettico-eloquente-
Non a caso infatti, la pena capitale della derisione, dell’emarginazione, dell’indifferenza e dell’offesa personale è spesso, anzi sempre, comminata a coloro che criticano la tirannia scientista. Un verdetto emesso senza senso del dubbio, tantomeno di colpa, dai giudici e dai probiviri seduti sugli scranni della nostra cultura, ovvero da quella categoria maggioritaria ignara dell’autoreferenzialità della scienza.
“Per esempio la magia (per chi la accetta) è esplicativa tanto quanto lo è la scienza (per chi la accetta). La differenza specifica tra la spiegazione magica e quella scientifica sta nel modo in cui si genera il sistema esplicativo scientifico, il quale costituisce di fatto il suo criterio di validità”. (4)
Se così non fosse non si crederebbe, senza averne contezza, nel progresso, nell’accumulo come indiscutibile valore, nel sapere come somma di nozioni sempre in crescita e da far crescere, come inseguendo la chimera di un’inevitabile ottimizzazione.
Se così fosse gli uomini si capirebbero, si rispetterebbero, cesserebbero di rinnovare la propria incompetenza relazionale. Impiegherebbero repetita iuvant in modo appropriato, cioè nei confronti di chi sa già, ma sta scordando, per far memorizzare o consapevolmente sottomettere, e non in modo universalistico, come un mantra sempre valido per evolvere e fare evolvere.
“Rendersi conto che il fenomeno della conoscenza non può essere concepito come se esistessero ‘fatti’ o ‘oggetti’ esterni a noi che uno prende e si mette in testa. L’esperienza di qualcosa là fuori è convalidata in modo particolare dalla struttura umana che rende possibile ‘la cosa’ che emerge dalla descrizione”.
[...]
“La conoscenza è dunque l’azione di colui che conosce, e trova le sue radici nell’organizzazione di colui che conosce in quanto essere vivente. Da questo punto di vista, studiare le basi biologiche della conoscenza significa individuare il problema della conoscenza nel meccanismo di identità dell’essere vivente preso nella sua totalità, respingendo in particolare l’idea che tali basi possano essere comprese solo tramite lo studio del sistema nervoso Lo stesso funzionamento del sistema nervoso non può essere compreso facendo astrazione dalle radici organiche e del suo operare all’interno dell’essere vivente.
Se dunque il problema della conoscenza si trova nel cuore stesso del problema della vita, il punto di partenza di ogni indagine epistemologica e di ogni biologia della conoscenza consiste nell’affrontare il problema delle modalità di riconoscimento di un essere vivente”. (5)
Lorenzo Merlo
Note
.1 Humberto Maturana, Francisco Varela, L’albero della conoscenza. Le radici biologiche della conoscenza umana, Sesto San Giovanni (Mi), Mimesis, 2024, p. 90.
.2 Humberto Maturana, Ximena Dàvila, Emozioni e linguaggio in educazione e politica, Milano, Elèuthera, 2006.
. Humberto Maturana, Francisco Varela, Autopoiesi e cognizione, Venezia, Marsilio, 2012.
. Humberto Maturana, Francisco Varela, L’albero della conoscenza. Le radici biologiche della conoscenza umana, Sesto San Giovanni (Mi), Mimesis, 2024.
. Humberto Maturana, Francisco Varela, Macchine ed esseri viventi, Roma, Astrolabio Ubaldini, 1992.
Francisco Varela, Evan Thompson, Eleonor Rosch, La mente nel corpo. Scienze cognitive ed esperienza umana, Roma, Astrolabio, 2024.
.3 Humberto Maturana, Francisco Varela, L’albero della conoscenza. Le radici biologiche della conoscenza umana, Sesto San Giovanni (Mi), Mimesis, 2024, p. 37.
.4 Humberto Maturana, Francisco Varela, L’albero della conoscenza. Le radici biologiche della conoscenza umana, Sesto San Giovanni (Mi), Mimesis, 2024, p. 45.
.5 Humberto Maturana, Francisco Varela, L’albero della conoscenza. Le radici biologiche della conoscenza umana, Sesto San Giovanni (Mi), Mimesis, 2024, p. 11, 12, 13. Dall’introduzione di Mauro Ceruti.
