sabato 5 settembre 2026

Castelli di sabbia e autoreferenzialità della realtà...


 

Come bimbi felici che danno forma al loro castello di sabbia, così noi costruiamo, ugualmente rapiti dalle nostre visioni, la nostra realtà, ugualmente autoreferenziale al gioco sulla battigia. 


Realtà che ci appare forte e certa, strutturata e intelligente, giusta e onesta. Una sorta di giubbotto antiproiettile cognitivo che inconsapevolmente indossiamo ogni volta che ci troviamo in stato di veglia. Vale per chi procede spavaldo, ma anche per le psicologie affaticate dalla pena dell’esistenza. 


Se servisse un campione a sostegno dell’idea che “la mappa non è il territorio” (Alfred Korzybski, 1879-1950. Concetto ripreso e reso più noto da Gregory Bateson, 1904-1980), il castello di sabbia svolgerebbe egregiamente la funzione. Concetto sostanzialmente sovrapponibile a quello del mito della caverna di Platone (428/7-348/7 a.c.).


Nonostante l’enorme valore pedagogico contenuto nella formula del pensatore e matematico polacco, niente di questo è presente nella cultura che respiriamo. Tracce e coltivazioni sono limitate entro alcuni settori, tra cui quello terapeutico, psicomotorio, esistenziale evolutivo, psico-neuro-endocrino-immunologico, programmazione neuro-linguistica. 


Tra l’altro, si tratta di settori che, invece di farsi portabandiera politica di quell’enorme valore formativo e relazionale, se ne stanno nel loro cantuccio come ragni sulla tela in attesa del paziente-preda. Ruolo che le persone non rivestirebbero se cresciute con la consapevolezza che la mappa non è il territorio, ovvero che la loro realtà è arbitraria al pari di quella altrui e che difenderla fino a morire o a dare la morte corrisponde con precisione al carburante necessario a mantenere e mantenersi nella realtà conflittuale, cioè nella dimensione in cui il conflitto di ogni schiatta è legittimo.

 

Se non possiamo consumare l’esistenza senza un’identità forte e certa, strutturata e intelligente, giusta e onesta e il relativo senso delle cose, possiamo però sfruttare le occasioni disseminate su tutti i sentieri della vita, per passare da uno stato profondo di affermazione di noi stessi, della nostra importanza personale, ad uno di ascolto, in cui tralasciarci, per scoprire l’universo presente dietro le quinte delle mappe altrui.


Ma anche questo passaggio è precluso dalla cultura che inneggia alla competitività in cui conta solo emergere. La medesima cultura che agevola l’afflizione nelle vite di chi resta sotto a fare da tappeto a quelli il cui castello di sabbia non è ancora crollato sotto l’onda delle burrasche della storia.


Scambiare la mappa per il territorio corrisponde a muoversi sulla mappa credendo sia il territorio, tanto che la mappa autoreferenziale assume inconsapevolmente in noi lo stato di territorio. Una sorta di rimpiattino dovuto all’inconsapevolezza, dalle latenti sorprese per lo più in forma di scontro frontale, con degenze più o meno lunghe, ammesso d’essere sopravvissuti. Un’inconsapevolezza che, da un lato riguarda le necessità del proprio sostentamento e dall’altro cosa tali necessità comportano a noi e al prossimo se e quando vengono affermate secondo le modalità del maglio sull’acciaio. 

 

Se, con parole gentili si può dire che fraintendere mappa e territorio significa tenere accesa la miccia di una bomba a orologeria di cui siamo ignari, si può traslare la confusione nella figura del casellario. Un insieme di scomparti creati alla bisogna – senza necessità di razionalizzazione – quali contrafforti per sostenere il nostro fragile castello. 


Casella dopo casella componiamo con ordine cartesiano i criteri della vita. Un ordine che, non di rado, visto dal prossimo, ci appare come un rebus troppo difficile per accedere alla conoscenza dell’altro, del suo universo, delle sue coordinate di lunga e breve frequenza. È quest’ultimo un epilogo che non aggiunge né toglie niente a quanto già appena detto, fatto salvo per coloro che, per una volta, invece di utilizzare il proprio casellario di sabbia, vomitatore di giudizi e interpretazioni lontane dal significato originario di queste righe, si fermino un istante e provino a vedere come la propria mappa o interpretazione del mondo non fosse che un fragile castello di sabbia. Che cessino di vedere la verità nel proprio casellario e scoprano in che termini è presente anche in quello altrui. E anche che la realtà, che si impegnavano a descrivere più minuziosamente possibile, di fatto non c’è, almeno finché non ci siamo noi, e il nostro casellario, a descriverla.

 

“Non esiste esperienza oggettiva

[...]

L'esperienza del mondo esterno è sempre mediata da specifici organi di senso e da specifici canali neurali. In questa misura, gli oggetti sono mie creazioni e l'esperienza che ho di essi è soggettiva, non oggettiva.

Tuttavia, non è banale osservare che pochissimi, almeno nella cultura occidentale, dubitano dell'oggettività di dati sensoriali come il dolore o delle proprie immagini visive del mondo esterno. La nostra civiltà è profondamente basata su questa illusione”.   (Gregory Bateson, Mente e natura, 1991, Milano, Adelphi, p. 49.)

 

Lorenzo Merlo



venerdì 4 settembre 2026

Salviamo la vita, difendiamo i territori...

 


Tra caldo estremo, alluvioni e territori sempre più fragili, la crisi climatica è già qui. Eppure, mentre il Piano Nazionale di Ripristino della Natura dovrebbe diventare uno degli strumenti centrali di risposta, il Governo tace e ANCI chiede di indebolirne proprio le misure di salvaguardia.

Il 27 agosto l’Italia ha vissuto un’altra giornata di caldo eccezionale e localmente estremo, nel pieno della quinta ondata di calore di questa estate, un dato strutturale, non l’anomalia di una singola stazione.

Il 26 agosto una violentissima alluvione ha colpito il bacino del Bhote Koshi, in Nepal, causando una strage e devastando abitazioni, infrastrutture, ponti e impianti idroelettrici. Le prime ricostruzioni indicano che l’evento è stato innescato dal collasso di una porzione di ghiacciaio, con una gigantesca valanga di ghiaccio, roccia e detriti. ICIMOD segnala da tempo che perdita di massa glaciale, degradazione del permafrost e instabilità della criosfera stanno aumentando i rischi nell’Himalaya.

La crisi climatica è già qui

Il 22 agosto, a pochi giorni dalla scadenza per la presentazione alla Commissione europea del Piano Nazionale di Ripristino della Natura, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin alla domanda su cosa intenda fare il Governo per prevenire e limitare i danni a famiglie e imprese risponde:

«Purtroppo tutto questo non è risolvibile con un decreto che faccia piovere o che faccia piovere di meno».

Nemmeno una parola sul Piano Nazionale di Ripristino della Natura

Eppure è proprio lo strumento che il suo Ministero sta predisponendo in attuazione del Regolamento europeo 2024/1991 per stabilire come ripristinare ecosistemi terrestri, fluviali, urbani, agricoli, forestali e marini degradati.

Nessuno chiede al Governo un decreto che faccia piovere. Gli si chiede qualcosa di molto più concreto: non rendere ancora più vulnerabili i nostri territori. Fermare l’impermeabilizzazione, proteggere verde e alberi, depavimentare, restituire spazio ai fiumi, ripristinare zone umide, adeguare la pianificazione urbanistica alla realtà climatica che stiamo già vivendo.

Nel percorso di elaborazione del Piano il MASE ha aperto una consultazione pubblica. Ma, a oggi, il report finale non è stato pubblicato, nonostante il cronoprogramma ufficiale ne prevedesse la redazione entro il 10 luglio. Non è disponibile un quadro dei contributi ricevuti, della loro valutazione e del loro eventuale recepimento. Non risultano pubblicate neppure le registrazioni degli incontri con gli stakeholder.

Salviamo il Paesaggio lo denuncia da mesi. Con la campagna #RipristiniamoLaNatura abbiamo raccolto proposte e segnalazioni dai territori e chiesto che associazioni e comitati abbiano un ruolo stabile nell’attuazione e nel monitoraggio del Piano. Chi vive un territorio conosce spesso con precisione le sue fragilità, le aree verdi residue, i corsi d’acqua compromessi, i suoli minacciati da nuove impermeabilizzazioni. Escludere questa conoscenza significa indebolire il Piano prima ancora della sua attuazione.

ISPRA aveva predisposto per gli ecosistemi urbani numerose misure concrete nella bozza di Piano. ANCI, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, ha chiesto di cancellarle o indebolirle, dichiarando di voler evitare “prescrizioni immediatamente operative” e “nuovi vincoli”.

In termini concreti, vengono eliminate le principali misure di salvaguardia: la non riduzione degli spazi verdi urbani e della copertura arborea, la sospensione delle trasformazioni, la tutela dei suoli urbani non artificializzati.

Vengono inoltre cancellate o ridimensionate misure su Piani urbani della natura, strumenti urbanistici, VAS e VIA, regolamenti edilizi, depavimentazione, ricostituzione dei suoli, ripristino delle perdite avvenute dal 2024 e compensazioni.

Il dato complessivo è chiarissimo: delle 19 misure ISPRA esaminate da ANCI, 11 vengono stralciate e le altre 8 modificate o sostituite (vedi infografiche).

Meno obblighi, meno prescrizioni, meno criteri tecnici; più ricognizioni, incentivi, rinvii e ridimensionamento del ruolo dell’ISPRA.

Mentre le città soffocano sotto ondate di calore sempre più violente, chiedere di cancellare la tutela preventiva del poco suolo libero e del verde urbano rimasto è una scelta che consideriamo semplicemente vergognosa.

Il problema delle capacità amministrative dei Comuni esiste. Lo ha ricordato anche Carlo Salvemini, già sindaco di Lecce e per cinque anni delegato nazionale ANCI su energia e rifiuti. Salvemini riconosce come fondato l’allarme sollevato da Paolo Pileri: cancellare le misure ISPRA senza sostituirle rischia di lasciare l’Italia con un Piano ambizioso nelle premesse ma incapace di produrre risultati.

Ha ragione quando chiede risorse, competenze, assistenza tecnica e strutture sovracomunali. Ma tra mettere i Comuni nelle condizioni di applicare il Piano e cancellarne le salvaguardie c’è un abisso.

La mancanza di un agronomo o di un esperto GIS può giustificare la richiesta di supporto. Non può giustificare nuovo consumo di suolo, perdita di verde o riduzione della copertura arborea.

E c’è un altro dato che merita attenzione: le osservazioni di ANCI sono state accolte con grande favore da ANCE, l’associazione dei costruttori, che ha dichiarato pubblicamente di riconoscere nel documento ANCI molte delle proprie proposte.

Che ANCE difenda gli interessi delle imprese di costruzione è legittimo. ANCI, invece, dovrebbe rappresentare i Comuni e l’interesse generale delle comunità locali.

Per questo chiediamo ai Sindaci italiani:

Avete letto ciò che ANCI ha chiesto di cancellare dal Piano Nazionale di Ripristino?

Condividete davvero questa posizione?

E se non la condividete, prendete pubblicamente le distanze, chiedete ad ANCI di ritirare quelle proposte e, se continuerà a sostenerle, ritirate l’adesione del vostro Comune.

Perché su questo vogliamo dirlo con chiarezza:

#noninnostronome

Quelle proposte non ci rappresentano.

Non basta dichiararsi “Comune sostenibile”, piantare qualche albero o parlare di resilienza nei convegni. Quando arriva il momento di scegliere fra salvaguardare il suolo che resta e lasciare aperta la possibilità di trasformarlo, bisogna scegliere.

Indignez-vous.

Chiediamo conto delle scelte a chi le compie.

Articolo a cura di Jasmine La Morgia (Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio)


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Riferimenti

ARPAS Sardegna – rete di monitoraggio meteorologico, temperature massime del 27 agosto 2026 (dati definitivi).

Reuters, “How a glacier collapse triggered a deadly landslide and flooding along the Nepal-China border”, 27 agosto 2026.

ICIMOD, “Major flash flood sweeps through Nepal’s Rasuwa district, raising fears of further downstream flooding”, 26 agosto 2026.

Luca Fraioli, “Pichetto Fratin: «La crisi del clima non si risolve per decreto, ma vorrei avere più fondi»”, la Repubblica, 22 agosto 2026.

MASE / ParteciPa, “Consultazione per la definizione del Piano Nazionale di Ripristino (PNR)”.

Salviamo il Paesaggio, “#RipristiniamoLaNatura – NRL. Verso il Piano nazionale – prossima scadenza: 1° settembre 2026”, 25 agosto 2026.

Salviamo il Paesaggio, “Piano Nazionale di Ripristino: i report degli incontri con i portatori di interesse”, 6 agosto 2026.

Salviamo il Paesaggio, “Ripristino della natura: cosa prevede il decreto attuativo”, 3 giugno 2026.

Paolo Pileri, “L’inedita coppia Anci e Ance vuole mandare all’aria il Piano di ripristino della natura”, Altreconomia, 9 agosto 2026.

Paolo Pileri, “Piano nazionale di ripristino della natura: che cosa non convince dei «chiarimenti» di Anci”, Altreconomia, 19 agosto 2026.

Carlo Salvemini, “Il Piano di ripristino della natura alla prova dei Comuni italiani”, Gli Stati Generali, 26 agosto 2026.

ANCE, “Piano nazionale di ripristino della natura: condivise dall’Anci molte delle osservazioni avanzate da Ance”, 4 agosto 2026.

giovedì 3 settembre 2026

Perdita della matrice culturale indoeuropea e separazione tra spirito e materia...

 


Tra le differenze d'impostazione e di espressione  che contraddistinguono le religioni orientali e quelle di matrice giudaico-cristiana,  va considerata l'aderenza alla vita e la non differenziazione tra spirito e materia, che prevale presso gli asiatici,  mentre  in Europa ed in Medio Oriente prevale la condanna dei piaceri mondani e la separazione tra spirito e materia.

La causa di questo scollamento dal quotidiano nella cultura occidentale  è una conseguenza della conversione ai dettami biblici (e sue elaborazioni in termini cristiani e maomettani) che ha  provocato la progressiva corruzione  e cancellazione della originaria visione naturalistica indoeuropea.  Questa sostituzione di valori  si riflette anche in tutte le forme artistiche e culturali, in particolare nell'assoluta iconoclastia musulmana   ma anche nelle fissazioni moralistiche cristiane, sia protestanti che cattoliche od ortodosse, che tendono a descrivere il male della vita  e della sessualità, imputando alla "mondanità" la ragione della sofferenza  - a partire ovviamente  dal cosiddetto peccato originale-  e proponendo come soluzione la mortificazione della carne, l'ascetismo e la rinuncia  (al fine di potersi guadagnare  la gioia in un aldilà).

Nelle manifestazioni rappresentative di tale "mortificazione" vi sono anche le auto-fustigazioni in pubblico, la scalata di santuari a ginocchioni, l'automutilazione, le sceneggiate infernali,  le vie crucis, le torture e gli olocausti inflitti nelle piazze agli eretici, alle donne, etc.

Insomma lo spettacolo  religioso in occidente può essere definito un "teatro dell'orrore", a sfondo sadomaso.  Ma non è mia intenzione continuare a descrivere  l'alienazione che pervade l'Europa dopo l'adozione di  certe "religioni" aliene. Posso solo rimpiangere l'antico spirito bacchico e dionisiaco scacciato (per sempre?) dal nostro DNA.

Per fortuna  la  rappresentazione religiosa  in Oriente ha mantenuto -malgrado le perfide influenze esportate in India ed in Cina da missionari vittoriani e cattocristiani-   la sua caratteristica originaria di glorificazione e celebrazione dell'esistenza.  Il teatro, la danza, le processioni, l'arte in generale, tutto trabocca di sensualità e di gioia di vivere.

Sulle scene indiane vengono rappresentati gli amori di Krishna, le adivasi danzano lascivamente nei templi, i cortei sono un'orgia di colori, suoni e godimento. Persino i funerali vengono celebrati con grande ricchezza e dispendio di musiche e di lauti pranzi.

Tra l'altro parlare di teatro  "religioso" indiano in un certo senso è improprio. Poiché in esso  non si espongono norme, precetti od episodi metafisici astratti. Si mettono in scena episodi delle epiche classiche, il Ramayana ed il Mahabharata ad esempio, che potrebbero corrispondere alle storie mitologiche dell'Iliade e dell'Odissea. Storie di re, di amori, di guerre, insomma di vita vissuta. Certo queste rappresentazioni offrono anche una "morale" ma è sempre una morale mondana, non religiosa come noi intendiamo la religione. Tant'è che in India non esiste una traduzione esatta  per "religione", esiste solo il "sanatana dharma", la legge eterna del corretto agire nel mondo. Poiché la parola religione sta a significare "riunire ciò che è diviso" mentre per la filosofia indiana non c'è mai stata  alcuna divisione. Il tutto è sempre presente nel tutto. 

Questa è anche una vera espressione di laicità, una laicità pura, naturale, non macchiata da una rivalsa nei confronti del pensiero religioso o spirituale.  Per questa ragione durante gli spettacoli teatrali ai quali ho assistito in India, a volte della durata di parecchie ore, se non giorni, sembrava di rivivere nel presente quel  "pathos" delle vicende vissute dai grandi eroi ed eroine, incarnazioni divine, che veniva riportato sulle scene. Scene che spesso erano la strada, il tempio, un antico monumento, un bosco,  raramente un teatro (quest'ultimo una invenzione della cultura occidentale che tende a racchiudere ed ad astrarre il vissuto dal suo contesto naturale).

In un certo senso lo stesso modello è espresso anche nelle funzioni "teatrali" dell'antica Cina, basate sulla musica e sulla cerimoniosità ma non indirizzate ad una ipotetica divinità, bensì agli antenati od alle forze della natura. Per contraltare assistiamo poi all'assoluta mancanza di etichetta o formalità in quelle "rappresentazioni", se così possiamo chiamarle, che avvenivano nei monasteri Chan, in cui tutto era recita assurda, con il fine di risvegliare i ricercatori alla presenza cosciente del qui ed ora. Quando leggiamo le storie di vita nei monasteri cinesi non possiamo fare a meno di riconoscere la "pazzia" spirituale  che diventa "spettacolo".

Ricordo, ad esempio, la storia di una bellissima  monaca, chiamata Ryonen, vissuta in un monastero zen. Un monaco che stava nello stesso monastero si innamorò perdutamente di lei ed una notte si introdusse furtivamente nella sua stanza. Ryonen non si turbò affatto ed accettò volentieri di giacere con lui. Ma l’indomani quando l’innamorato si ripresenta ella disse che in quel momento non era possibile… Il giorno seguente si svolgeva nel tempio una grande cerimonia per commemorare l’illuminazione del Buddha alla presenza di una gran folla e di parecchi monaci venuti da lontano. Ryonen entrò senza indugi nella sala colma e con totale naturalezza si pose di fronte al monaco che diceva di amarla, si denudò completamente e gli disse: “Eccomi, sono pronta, se vuoi amarmi puoi farlo qui, ora…”.

Il monaco se ne fuggì per non far più ritorno mentre Ryonen con quel gesto aveva reciso le radici di ogni illusione. La storia di Ryonen e la sua totale aderenza alla verità può essere presa ad esempio lampante di cosa sia il "teatro religioso" nella tradizione zen.
Con il  metodo teatrale zen, infatti, in considerazione che tutto è una “commedia”, non vale celare le pecche e i difetti, le antipatie e le simpatie (spesso immotivate). Il render complici gli altri anche “forzosamente” serve a rompere quel muro di ghiaccio che solitamente si instaura fra persone che non si conoscono, o che stentano a manifestarsi liberamente.

Insomma il teatro religioso in Oriente attinge ancora direttamente alla vita di ogni giorno, in un certo senso potremmo definirlo un "teatro di strada". In particolare penso a quella rappresentazione teatrale giapponese chiamata Kabuki, che ritengo collegato all'esperienza dello zen,  e il significato di questo termine è quello di “provocazione” cioè si intende provocare  mettendo in “scena” anche esplicite allusioni sessuali.  Ka che sta per canto, bu è ballo e ki conoscenza tecnica. Quindi si riassume in un  insieme inscenando una recita che oltre a rispettare le origini (cioè provocare o essere una rappresentazione realistica) prevede cambi d’abito repentini (che vengono agevolati dai “servi di scena” ed è una pratica chiamata bukkaeri) perché sotto quelli indossati, che si lasciano cadere, ce ne sono altri, a significare il “cambio” (non solo nell’azione ma nel ruolo dell’attore) e quindi delle diverse funzioni vitali.

Tempo fa lessi l’autobiografia di un attore giapponese (di cui purtroppo ho dimenticato il nome) in cui egli narra le peripezie vissute per compiere  lo straziante destino dell’attore, le parti strane, le umiliazioni, la fame, la fatica, le scomodità, gli applausi, i fischi e tutte il resto.. mi sembrava di leggere la vita di un santo… Io stesso -che sono un attore e regista dilettante- misi in scena, per strada o in luoghi all'aperto od in grotte, diverse storie zen che avevano lo scopo di trasmettere la consapevolezza che la verità è presente in tutto quel che ci circonda. Certo, come fanno i maestri zen, anche attraverso bastonate psicologiche od anche reali.

Questo perché ho notato che parecchia  gente in Europa solitamente vive con una etichetta di rispettabilità e di santità artificiosa. Le persone sovente assumono dei comportamenti falsi, mettendo in risalto gli aspetti convenienti della propria personalità od oscurandone altri.

Mi auguro che la freschezza del teatro d'Oriente possa ancora una volta contagiare le menti libere d'Europa, mostrando loro lo squallore dello  spettacolo finto trasgressivo del cinema hollywoodiano  o peggio ancora delle sacre rappresentazioni bacchettone della pseudo cultura occidentale. Una cultura corrotta prima dalle perversioni religiose e poi da un laicismo materialista che tende a trasformare l'essere umano in un robot, cancellandone lo "spirito".

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica

Risultati immagini per teatro paolo d'arpini


Commento di Vittorio Marinelli: “Stupenda analisi. Mi Ricorda un libro che ho letto il primo anno di università a sociologia e che riguardava i grandi pensatori dell'India. In pratica c'era un confronto tra le religioni che esaltavano la vita e quelle che la mortificavano. Questa sostituzione di valori si riflette anche in tutte le forme artistiche e culturali, in particolare nell'assoluta iconoclastia musulmana ma anche nelle fissazioni moralistiche cristiane, sia protestanti che cattoliche od ortodosse, che tendono a descrivere il male della vita e della sessualità, imputando alla "mondanità" la ragione della sofferenza - a partire ovviamente dal cosiddetto peccato originale- e proponendo come soluzione la mortificazione della carne, l'ascetismo e la rinuncia (al fine di potersi guadagnare la gioia in un aldilà)...”

mercoledì 2 settembre 2026

Livorno, 5 settembre 2026. Corteo in difesa del verde urbano...



 A Livorno esiste un bosco urbano di 6 ettari in centro città. Da 14 anni questo rifugio climatico è minacciato dalla speculazione.

Da 14 anni l’area è occupata da un comitato di lavoratori, cittadini e residenti del quartiere che la presidiano notte e giorno per evitare che tutti gli alberi vengano abbattuti per far posto al cemento. Qui si è dato vita a iniziative sociali, incontri, momenti di dibattito. Il 30 luglio di quest’anno l’area è stata venduta all’asta per un milione e duecento mila euro ad un imprenditore. Entro 120 giorni il Tribunale deve consegnare il terreno “libero da persone e cose” quindi nelle prossime settimane è previsto lo sgombero.

In questi giorni si sono svolte assemblee molto partecipate e per il 5 settembre 2026 è previsto un grande corteo che partirà dalle ore 16 dal Polmone verde di Via Goito fino a Piazza del Municipio. La manifestazione sarà affiancata da 3 giorni di campeggio libero, dal 3 al 6 settembre. Nel mentre sono partiti 4 presidi permanenti, dislocati nei 4 ingressi del terreno, per prepararsi a resistere allo sgombero.

Qui, Arianna, del comitato degli orti urbani di Via Goito, ci spiega meglio la situazione, evidenziando come la manifestazione nazionale sarà importante non solo per prendere parola contro la speculazione edilizia a Livorno, ma in modo più ampio, difendere un modello di giustizia sociale e ambientale. Un modello dove spazi verdi come gli orti oltre ad essere polmoni verdi per le nostre città diventano luogo di auto-organizzazione.




martedì 1 settembre 2026

Corteo luminoso al lago di Nemi... con le lucciole!

 

ITALIA NOSTRA CASTELLI ROMANI vi invita a partecipare ed aderire alla seconda edizione della "Lucciolata" prevista per SABATO 5 settembre 2026 con appuntamento presso il Museo delle Navi Romane, ore 20:00 (partenza ore 21:00) vicino al Lago di NEMI. 



Corteo a difesa di laghi e boschi, contro
 
lo sfruttamento del territorio dei Castelli Romani
 
 
Ritrovo alle ore 20.00 presso il Museo delle Navi Romani
Partenza ore 21.00, con percorso fino alla Ex-Fiocina e ritorno
 
Torna la "Lucciolata", la camminata notturna lungo le sponde del Lago di Nemi.
 
Un momento suggestivo in cui la luce delle lucciole romperà l'oscurità per far sentire, forte e chiara, la voce di chi ama i Castelli Romani e non si piega alle logiche di sfruttamento che li stanno devastando...
 

 
I laghi dei Castelli stanno letteralmente scomparendo sotto i nostri occhi e l'ecosistema boschivo è sotto il continuo attacco dell'industria del taglio ceduo (-20% di alberi in 8 anni) coaudiavata dall'operato di comuni ed Ente Parco, mentre il turismo d'assalto e la cementificazione vengono presentati come opportunità di sviluppo.
 
Proseguono inoltre i lavori per l'ecomostro dell'inceneritore a S. Palomba che avvelenerà l'aria che respiriamo e prosciugherà ancor più velocemente le falde idriche, provocando l'aumento di malattie gravi che poi saremo costretti a curarci sempre di più a pagamento visto lo stato di "salute" della sanità pubblica.
 
Non possiamo restare a guardare.
 
In sintesi, chiediamo:
 
- la Dichiarazione immediata dello Stato di Emergenza Ambientale per i laghi di Nemi e Albano.
 
- lo Stop ai prelievi idrici intensivi in falda da parte di ACEA e il blocco dei potenziamenti dei pozzi.
 
- una Moratoria sui tagli boschivi in tutto il Parco dei Castelli Romani e studi in merito ai danni già provocati
 
- lo Stop alla turistificazione dei laghi per tutelare la fauna da immondizia, rumori, traffico: vogliamo lasciare
 
Nemi incontaminato e far tornare Castel Gandolfo più naturale possibile. I laghi sono ecosistemi, non location turistiche.
 
- lo Stop alla cementificazione speculativa che minaccia il territorio sfruttandone oltremodo le risorse idriche
 
- il Passaggio da Parco Regionale a Parco Nazionale, per garantire la massima tutela legale e ambientale.
 
Anche ad agosto abbiamo continuato a lottare contro la trasformazione di un vivaio in un distributore di carburanti in via dei Laghi a Nemi, per il ripristino dei luoghi trasformati da "verdi" a inutili e costosissimi aree di palestra basate su piattaforme di cemento vicino la spiaggia del Museo delle Navi di Nemi, contro i tagli boschivi sull'Artemisio di Velletri che lo stanno rendendo un deserto e per fermare il progetto del "potenziamento" della condotta ACEA del "Pozzo Sforza Cesarini" che preleva ogni anno ingenti quantità di acqua dal lago Albano
 
Nonostante le reticenze di tutti gli enti pubblici interpellati, ci sono numerosi importanti aggiornamenti
 
  • Il progetto di "Sport Lineare" sul lago di Nemi non ha ricevuto il parere dell'Ente Parco, nonostante fosse stato elencato tra quelli necessari in apertura della Conferenza dei Servizi: da qui tutte le difficoltà dell'Ente, chiamiamole così, ad intervenire per bloccare le colate di cemento.
    Per questo abbiamo continuato a chiedere anche di persona, diverse volte, un incontro con la dirigenza e i funzionari del Parco, insieme a dati e atti amministrativi. Siamo ancora in attesa ma non demordiamo.
  • Il vivaio in area boscata, che ha subìto una variante urbanistica per trasformarlo in benzinaio lungo la via dei Laghi, ha avuto il parere positivo della Conferenza dei Servizi ma adesso dovrà essere tutto rimesso in discussione perché i cittadini ci hanno fatto sapere che in zona c'è un pozzo idrico di ACEA che rende incompatibile la presenza un impianto di distribuzione di idrocarburi.
    Il Comune di Nemi lo sapeva, anche perché per lo stesso motivo fu bloccata pochi anni fa la costruzione dell'isola ecologica: c'è il forte rischio di inquinamento e non si possono fare in zona simili progetti.
     
  • L'Ente Parco continua a dare nulla osta di qualsiasi tipo, con numerose prescrizioni stringenti ma che nessuno controlla: è stato il caso del potenziamento del "Pozzo Sforza Cesarini" di ACEA sul lago Albano, nonostante lo stesso Parco abbia evidenziato che la multinazionale dell'acqua e dell'energia non dispone di nessuna concessione per l'uso delle acque da quel pozzo....eppure sono decenni che è in funzione.
     
  • A Rocca di Papa come a Velletri ed in altri comuni riprenderà a ottobre il disboscamento, che viene denominato "taglio ceduo" dagli interessati alle questioni economiche che ci sono dietro la filiera del legname. La devastazione degli habitat comporta un maggiore dissesto idrogeologico, un'alterazione del microclima locale dei Castelli Romani, una diminuzione della quantità di ossigeno prodotta ed un aumento della CO2, oltre che ad una maggiore probabilità che il rischio idrogeologico aumenti.
    Inoltre la rete sentieristica è quasi tutta interrotta da cantieri forestali, che ne hanno anche fatto scempio, come lungo la via Sacra, la via Francigena, le Grotticelle, l'Artemisio più volte decantati tra le bellezze storico-paesaggistiche del territorio.
Per evitare il sovraffollamento delle auto al lago, vi chiediamo di organizzarvi venendo a macchine piene.
 
Servizio Navetta: sarà garantito il trasporto A/R da Piazza Dante (Genzano) al Museo delle Navi Romane per chiunque ne avesse bisogno.
 
Si prega di portare con se una torcia (elettrica)
 
La lotta non si ferma, invitiamo tutti/e a dare massima pubblicizzazione a questa importante iniziativa che prelude al corteo che vogliamo organizzare insieme ad altri comitati ed associazioni a Rocca di Papa sabato 17 ottobre (non più il 3 ottobre), passando prima per quello che ci sarà ad Albano contro l'inceneritore il prossimo 26 settembre che dovrà essere partecipato in massa da tutta la popolazione dei Castelli Romani.
 
Comitato per la Protezione dei Boschi dei Colli Albani



lunedì 31 agosto 2026

Sincronicità... onda?




"Chiudi gli occhi e vedrai con chiarezza
Smetti di ascoltare e sentirai la verità.
Resta in silenzio e il tuo cuore potrà cantare.
Non cercare il contatto e troverai l'unione.
Sii quieto e troverai l'onda dello spirito.
Sii delicato e non avrai bisogno di forza.
Sii paziente e compirai ogni cosa.
Sii umile e manterrai la tua integrità."
(Meditazione Taoista)

Le qualità, le sensazioni, le attrazioni e repulsioni che appaiono nel campo della coscienza, sono proiezioni come lo sono i sogni che appaiono al sognatore. Tutto si risolve nella stessa realtà, unica ed indivisibile, inspiegabile perché non vi è nessuno a cui poterla spiegare…

La nostra mente è il risultato di una combinazione psichica e energetica delle forze combinate dalla natura in questo caleidoscopio che è la coscienza individuale. In effetti nulla ci appartiene (se inteso specificatamente) oppure tutto ci appartiene (se inteso come la totalità del conosciuto)... 

Cosa volete che sia una bella parola proferita in silenzio od una brutta parola urlata al vento? Andiamo avanti perché tornare indietro è impossibile... nel senso che non si può correggere nulla degli eventi vissuti (nel passato), possiamo solo osservare con maggiore attenzione gli eventi che si presentano davanti ai nostri occhi nel presente...

Qualcuno allora potrebbe chiedersi come sia possibile modificare ciò che è già descritto nel destino. Eppure nel pensiero c'è  una leva di movimento, se un chiaro intento si manifesta nel pensiero possiamo scoprire che le ispirazioni che abbiamo avuto su qualsiasi argomento innovativo vengono poi seguite a ruota da una messe di interventi nello stesso filone...

Sincronicità? Onda? Nel bioregionalismo si chiama "il grande flusso", e la funzione dei precursori è appunto quella di avviare un processo evolutivo dell'intelligenza umana... per questo è importante che i precursori non assumano su di sé una specifica "laurea" o "copyright", il loro lavoro è solo quello di preparare il terreno, seminare e procedere... 

Ognuno comincia a qualche punto e poi prosegue e lascia il suo percorso come esempio.

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana 

Percezione empirica e visione nondualistica...