Come bimbi felici che danno forma al loro castello di sabbia, così noi costruiamo, ugualmente rapiti dalle nostre visioni, la nostra realtà, ugualmente autoreferenziale al gioco sulla battigia.
Realtà che ci appare forte e certa, strutturata e intelligente, giusta e onesta. Una sorta di giubbotto antiproiettile cognitivo che inconsapevolmente indossiamo ogni volta che ci troviamo in stato di veglia. Vale per chi procede spavaldo, ma anche per le psicologie affaticate dalla pena dell’esistenza.
Se servisse un campione a sostegno dell’idea che “la mappa non è il territorio” (Alfred Korzybski, 1879-1950. Concetto ripreso e reso più noto da Gregory Bateson, 1904-1980), il castello di sabbia svolgerebbe egregiamente la funzione. Concetto sostanzialmente sovrapponibile a quello del mito della caverna di Platone (428/7-348/7 a.c.).
Nonostante l’enorme valore pedagogico contenuto nella formula del pensatore e matematico polacco, niente di questo è presente nella cultura che respiriamo. Tracce e coltivazioni sono limitate entro alcuni settori, tra cui quello terapeutico, psicomotorio, esistenziale evolutivo, psico-neuro-endocrino-
Tra l’altro, si tratta di settori che, invece di farsi portabandiera politica di quell’enorme valore formativo e relazionale, se ne stanno nel loro cantuccio come ragni sulla tela in attesa del paziente-preda. Ruolo che le persone non rivestirebbero se cresciute con la consapevolezza che la mappa non è il territorio, ovvero che la loro realtà è arbitraria al pari di quella altrui e che difenderla fino a morire o a dare la morte corrisponde con precisione al carburante necessario a mantenere e mantenersi nella realtà conflittuale, cioè nella dimensione in cui il conflitto di ogni schiatta è legittimo.
Se non possiamo consumare l’esistenza senza un’identità forte e certa, strutturata e intelligente, giusta e onesta e il relativo senso delle cose, possiamo però sfruttare le occasioni disseminate su tutti i sentieri della vita, per passare da uno stato profondo di affermazione di noi stessi, della nostra importanza personale, ad uno di ascolto, in cui tralasciarci, per scoprire l’universo presente dietro le quinte delle mappe altrui.
Ma anche questo passaggio è precluso dalla cultura che inneggia alla competitività in cui conta solo emergere. La medesima cultura che agevola l’afflizione nelle vite di chi resta sotto a fare da tappeto a quelli il cui castello di sabbia non è ancora crollato sotto l’onda delle burrasche della storia.
Scambiare la mappa per il territorio corrisponde a muoversi sulla mappa credendo sia il territorio, tanto che la mappa autoreferenziale assume inconsapevolmente in noi lo stato di territorio. Una sorta di rimpiattino dovuto all’inconsapevolezza, dalle latenti sorprese per lo più in forma di scontro frontale, con degenze più o meno lunghe, ammesso d’essere sopravvissuti. Un’inconsapevolezza che, da un lato riguarda le necessità del proprio sostentamento e dall’altro cosa tali necessità comportano a noi e al prossimo se e quando vengono affermate secondo le modalità del maglio sull’acciaio.
Se, con parole gentili si può dire che fraintendere mappa e territorio significa tenere accesa la miccia di una bomba a orologeria di cui siamo ignari, si può traslare la confusione nella figura del casellario. Un insieme di scomparti creati alla bisogna – senza necessità di razionalizzazione – quali contrafforti per sostenere il nostro fragile castello.
Casella dopo casella componiamo con ordine cartesiano i criteri della vita. Un ordine che, non di rado, visto dal prossimo, ci appare come un rebus troppo difficile per accedere alla conoscenza dell’altro, del suo universo, delle sue coordinate di lunga e breve frequenza. È quest’ultimo un epilogo che non aggiunge né toglie niente a quanto già appena detto, fatto salvo per coloro che, per una volta, invece di utilizzare il proprio casellario di sabbia, vomitatore di giudizi e interpretazioni lontane dal significato originario di queste righe, si fermino un istante e provino a vedere come la propria mappa o interpretazione del mondo non fosse che un fragile castello di sabbia. Che cessino di vedere la verità nel proprio casellario e scoprano in che termini è presente anche in quello altrui. E anche che la realtà, che si impegnavano a descrivere più minuziosamente possibile, di fatto non c’è, almeno finché non ci siamo noi, e il nostro casellario, a descriverla.
“Non esiste esperienza oggettiva
[...]
L'esperienza del mondo esterno è sempre mediata da specifici organi di senso e da specifici canali neurali. In questa misura, gli oggetti sono mie creazioni e l'esperienza che ho di essi è soggettiva, non oggettiva.
Tuttavia, non è banale osservare che pochissimi, almeno nella cultura occidentale, dubitano dell'oggettività di dati sensoriali come il dolore o delle proprie immagini visive del mondo esterno. La nostra civiltà è profondamente basata su questa illusione”. (Gregory Bateson, Mente e natura, 1991, Milano, Adelphi, p. 49.)


