Vivere nell'ombra di un arsenale atomico silenzioso e negato non è una novità per il nostro Paese, ma la ripresa di un dibattito pubblico su questi temi interroga oggi le coscienze con un'urgenza inedita. A riportare brutalmente la questione al centro dell'attenzione mediatica ci ha pensato, nella puntata del 4 ottobre 2026, Presa Diretta con "Base Italia - Italia atomica". Condotta da Riccardo Iacona, la trasmissione ha squarciato il velo su una realtà rimossa: la corsa al riarmo globale brucia cifre spaventose.
I 3.290 miliardi di spesa militare globale citati da PresaDiretta non sono SIPRI 2025, ma sono la somma di due cose che SIPRI stesso segnala come trend 2026: il budget USA approvato dal Congresso per il 2026 che ha già superato 1 trilione e che potrebbe arrivare a 1,5 trilioni nel 2027 più il resto del mondo in forte crescita.
119 miliardi sono destinati unicamente all'ammodernamento nucleare delle nove potenze mondiali, segnando un più 19% rispetto al 2025.
Un'escalation spinta anche dall'obiettivo NATO del 5% del PIL entro il 2035, una prospettiva che per l'Italia significherebbe un salasso finanziario senza precedenti, già attestato ad esempio dalla cifra record di 34 miliardi allocati questo anno per la difesa italiana.
Il reportage ha avuto il grande merito di rompere il muro del silenzio di Stato, affrontando il nodo cruciale del nucleare condiviso. Richiamando le stime dell'esperto Hans Kristensen, è stato ribadito come l'Italia ospiti decine di bombe B61 americane tra le basi di Aviano e Ghedi, in un regime di opacità in cui le autorità locali restano all'oscuro. La giornalista Stefania Maurizi ha svelato i dettagli dell'accordo segreto Stone Ax, che sancisce l'esclusivo controllo di Washington sul lancio, ricordando peraltro come la Grecia abbia avuto il coraggio di rimuovere simili ordigni già nel 2001. Il tutto mentre il Doomsday Clock, l'orologio dell'apocalisse nucleare, segna appena ottantacinque secondi dalla mezzanotte. L'inchiesta si è poi spinta a mappare le basi strategiche del Sud — da Sigonella fino al MUOS di Niscemi — impiegate per delicate operazioni e voli di ricognizione verso l'Iran, oltre a denunciare i controlli fallaci nei porti di Gioia Tauro e Ravenna lungo le rotte di materiali dual use destinati ad Israele.
Tuttavia, da una prospettiva di disarmo rigoroso ed esigente, l'inchiesta di Rai Tre, pur lodevole, mostra limiti strutturali evidenti. Il limite principale risiede nella mancata connessione tra le infrastrutture materiali e le dottrine strategiche che le governano. L'esempio di Comiso è emblematico: l'ex base dei Cruse atomici non era un semplice punto di lancio isolato, bensì il fulcro avanzato di disseminazione in tutta la Sicilia degli euromissili, concepiti per una folle dottrina di guerra nucleare limitata, combattibile e vincibile in Europa. Quel concetto di teatro europeo come campo di battaglia sacrificabile è esattamente ciò che torna oggi d'attualità, ma che la trasmissione non ha esplicitamente nominato.
La fine del trattato INF ha spinto sia Washington, con i vettori Dark Eagle previsti in Germania dal 2026, sia Mosca a reinstallare armi a medio raggio nel cuore del continente: senza questo retroterra fattuale, Aviano e Ghedi appaiono erroneamente come reliquie del passato e non come la prima linea di un nuovo fronte.
Sottolineiamolo: siamo alla replica della doppia decisione NATO del 1979. Allora Pershing II e Cruise per rispondere agli SS-20 sovietici. Oggi Dark Eagle/Tomahawk per rispondere a Iskander, Zircon e Oreshnik russo schierato in Bielorussia.
La continuità dottrinale è perfetta: gittata intermedia proibita dall'INF (500-5.500 km). Trattato morto nel 2019, ora la lacuna viene riempita. Ambiguità convenzionale/nucleare. Ufficialmente Dark Eagle è convenzionale, ma come gli euromissili anni '80 è dual-capable per dottrina, tempo di volo troppo breve per discriminare, e destabilizza il calcolo di Mosca. Teatro e limitatezza. È l'arma per la "guerra nucleare limitata di teatro": si può lanciare dalla Germania, colpire in profondità in Russia senza usare ICBM strategici, illudendosi di contenere lo scambio all'Europa. È esattamente la dottrina che PresaDiretta non ha nominato. Per un disarmista: è un first-strike convenzionale che apre al first-strike nucleare. Se si schiera a Wiesbaden un'arma che decapita Mosca in 8 minuti, si rende razionale per l'antagonista l'uso anticipato.
Allo stesso modo, la campagna ICAN è stata sfiorata marginalmente, mancando il cuore della battaglia politica dei disarmisti esigenti: l'impegno al non primo uso (No First Use). Mentre potenze come Cina e India lo adottano, USA, Russia, Francia, Regno Unito e la stessa NATO lo rifiutano categoricamente, trasformando le B61 non in (presunti) strumenti di deterrenza difensiva, ma in armi di primo attacco (first strike). A completare questo quadro inquietante vi è la rimozione della memoria storica: i quattro milioni di morti causati dai test nucleari in atmosfera rappresentano un monito che il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) non dimentica, e che smentisce la pericolosa retorica del nucleare pulito.
Questa deriva materiale e culturale trova una sponda inquietante nel circuito dell'informazione mainstream, perfettamente speculare all'analisi offerta da Angelo Panebianco nel suo editoriale sul Corriere della Sera dello scorso 2 ottobre. Da un lato, si etichettano come "bluff" da non tenere in conto le esplicite minacce nucleari russe (sempre "difensive", per carità!)*; dall'altro, si dipinge un Vladimir Putin pronto a scatenare un'offensiva totale contro la NATO. Questa narrazione contraddittoria e bellica gioca con il fuoco: minimizza ad arte il rischio atomico pur di rendere socialmente accettabile una riconversione totale della società dal welfare al warfare. In definitiva, sebbene Presa Diretta abbia offerto un servizio pubblico di altissimo profilo colmando lacune storiche, l'analisi complessiva resta orfana di quella cassetta degli attrezzi dottrinale indispensabile per comprendere davvero a cosa servano oggi quegli ordigni di morte.
Alfonso Navarra - Disarmisti Esigenti
*Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che la Russia è pronta a impiegare l'intero arsenale a sua disposizione, comprese le armi nucleari, nel caso in cui i paesi della NATO tentassero di isolare o attaccare l'enclave di Kaliningrad. Per la precisione, la dichiarazione è arrivata durante l'intervento di Putin al Forum di Valdai ed anche tramite comunicazioni formali del Cremlino. La reazione di Mosca fa seguito alle esercitazioni Baltic Sentry e alle tensioni con la NATO e i paesi baltici riguardo al controllo e alla sicurezza attorno all'enclave. Putin ha ribadito che Mosca considererebbe l'uso di "tutti i tipi di armi" per difendere il territorio russo di Kaliningrad da eventuali manovre volte a tagliarne i collegamenti o a colpirlo come obiettivo militare. (Riunione del Club di Discussione Valdai • Presidente della Russia)
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