La realtà è nella relazione del soggetto con il mondo. Un mondo che nell’immaginazione crediamo sia il solo, oggettivo e condiviso dagli altri. Il nostro io è una specie di vomere che avanza convinto di realizzare il solco giusto. Pensiamo infatti sia condiviso anche quando, con magnanimità intellettual-moralistica, sosteniamo di rispettare i portatori di idee opposte alle nostre. Invece quel mondo varia e dipende dallo stato intimo dell’osservatore, dall’imposizione delle sue emozioni, dallo zodiaco delle sue galassie, sistemi e pianeti, a mezzo del quale viene osservato. È una verità, per lo più ignota alla cultura del misurabile, che da sola basterebbe alla comprensione, al rispetto, alla conoscenza. La cui assenza nelle carni di tutti è forse una delle cause prime della storia, in qualunque ordine e grado la si voglia prendere in considerazione, come conflitto permanente.
Adottando binomi semplici, la realtà descritta vincitore non è la stessa di quando la vive nella demoralizzazione della sconfitta; il mondo in controluce non è quello descrivibile a favore; alcuni trovano offensive le pubblicità e il loro bombardamento, altri ne sono indifferenti e altri ancora entusiasti; per alcuni non è possibile mangiare polli industriali, si sentono complici della terribile condizione di vita inflitta agli animali, ma sono un minoranza; c’è chi sventola bandiere rosse e ritiene giusto censurare chi agita le nere; Se tale esempio riferisce di possibili estremi manichei, ognuno nella propria biografia ha a disposizione infinite modulazioni grigie, via via più bianche e più nere.
La banalità che il mondo è dentro noi e che fluttua secondo le burrasche e le bonacce sentimentali ed emozionali risulta assente nella cultura del progresso, la cui ansia di miglioramento è fisiologica e travestita da belle promesse e speranze che i demagoghi, con i loro commenti nei blog, i loro giornali, le loro politiche, spargono a destra e a manca. Bene che vada ciurlano nel manico, costringendo i mondi dei più semplici entro il comodo e tranquillizzante grafico cartesiano e le verità della scienza analitica, dell’eloquenza dialettica, della logica stringente. “La legge” – artefatta da alcuni di questi – “è uguale per tutti”, ne rappresenta un culmine eloquente. Ordinariamente che vada, appena ne hanno il potere, il congenito proselitismo insito nel loro pensare soggioga e sopraffà chiunque non disponga della consapevolezza che la realtà è nella relazione e che, quindi, le ideologie non sono che palloni gonfiati col perenne punto debole dello spillo.
La malattia
Se le ragioni socio-organizzative possono rendere accettabile l’obbligo alla sottomissione dell’uniformizzazione ad un modello centralizzato, senza il quale verrebbe meno molto della cosiddetta civiltà, è necessario fare presente che tale legittimazione fluttua e scema man mano che le società rimpiccioliscono verso i clan, le tribù, le piccole comunità. In queste l’organizzazione artefatta viene meno. Al suo posto emerge un’organizzazione naturale, basata sul talento individuale. Non a caso la cultura razionale e industriale è espressione delle società a grandi numeri e la spontaneo-artigianale di quella a piccoli numeri.
Se nella prima il male di vivere è fisiologico – cancro metafisico generato della perdita di identità o rotta da seguire secondo il senso di sé – nella seconda il rischio di realizzazione individuale-sociale tende a crescere e con esso la salute comunitaria. La prima avanza a petto in fuori verso la conquista violenta di un orizzonte oltre il quale la attende il vuoto sordido e disperante del nichilismo. La seconda, disponendo di un’umiltà spontanea, rispettosa dei ritmi, delle cadenze e dei cicli naturali, di qualunque raggio d’azione li si voglia considerare, realizza pensieri, azioni e opere fondate sull’armonia, ontologicamente sane.
La bit.malattia
Un’infelicità ampiamente riconosciuta, argomentata e descritta nella sua genesi fin dai primi decenni del secolo scorso, ora esponenzializzata dalla digitalizzazione dell’esistenza, naturalmente venduta e concepita come progresso. Cioè dalla radicalizzazione della spersonalizzazione delle relazioni umane, dell’irrequietezza dell’attenzione, della sostituzione della morale comunitaria con quella mercificata e usa-e-getta.
Siamo precipitati dalla fune d’equilibrio dal lato dell’avere. L’essere non è più presente nel fare degli uomini. Stimolati dalla carota fasulla della legge del più forte, abbiamo sempre meno remore a dimenticare comportamenti indulgenti e ad adottarne di cinici. Riconoscerlo è forse il solo pertugio per uscire dal guscio duale, razionalista, positivista e scientista che ci ha costretti entro il centro commerciale della miserabilità sempre più a buon prezzo, impregnato di nientezze alla dj, di offensivi e ossessivi richiami al consumo e cambiare il mondo. Un pianeta di bottegai contenti, al quale sì è diligentemente arrivati su un’auto elettrica, nel quale nessuno getta cartacce a terra, convinto così della propria partecipazione alla creazione di un mondo migliore.
Fino a che punto?
La concezione dell’uomo come essere nella relazione, che con difficoltà si manteneva a galla avvinghiandosi ai fasciami del vascello spirituale affondato dal siluro dell’individualismo lanciato dai sottomarini dell’opulenza, ora nell’epoca faustiana dei Saperi specialistici scambiati per Conoscenza, è spinta giù dall’occulto peso dei chip cibernetici e si può conclamare perduta, affogata nell’oceanico liquame baumiano.
La presenza della consapevolezza che gli esseri viventi, il loro ambiente e le loro strutture sociali siano organismi e come tali si comportino, è infatti assente nella cultura del vale solo il misurabile. Ma animali, piante ed entità da loro generate non sono costituiti da assembramenti di cellule o idee specializzate e neppure l’ambiente in cui vivono può essere ridotto ad un elenco di parti. Essi organizzano la loro sopravvivenza a mezzo non di forza superiore al vicino o al nemico ma attraverso aggiornamenti interni che non compromettono la loro stessa esistenza come potrebbe, invece, un trauma di qualunque tipo.
Con criterio autopoietico (Humberto Maturana, Francisco Varela) la struttura di un’entità vivente può mutare quando è provocata dalle sollecitazioni dell’ambiente in cui vive.
In ogni momento l’identità è comunque sempre difesa e ciò avviene in modo bivalente. Chiudendosi se la sollecitazione è stimata inadeguata alla propria sopravvivenza, aprendosi in caso contrario. Così avviene l’evoluzione individuale, sociale, anatomica, spirituale, comportamentale, emozionale, sentimentale.
Non è quindi il contesto, l’ambiente, a spingere il cambiamento e a provocare l’evoluzione ma la relazione tra le parti e dalla consapevolezza di sé, senza la quale tendiamo alla dipendenza e all’involuzione.
Socialmente certe abitudini culturali, tendenzialmente definibili di natura opulente, edonistica e individualistica, possono assuefare gli spiriti delle persone fino all’accondiscendenza e all’indifferenza al cospetto delle uniformanti sollecitazioni esterne. Come in una fiera a ingresso gratuito si assiste, infatti, all’inermità generale nei confronti della mefistofelica politica europea, occidentale, nazionale e nella geopolitica di questi tempi.
Dunque, una perturbazione che genera timore in un organismo e interesse in un altro, sarà fuggita dal primo e cercata per il secondo. Entrambi, rifiutando o accettando, evolveranno secondo la propria struttura interna. In questi termini, ai quali siamo costantemente soggetti dalla nascita alla morte, si può rilevare in che termini la realtà è nella relazione.
L’equilibrio del bonsai
In conseguenza a quanto appena detto, tanto l’organismo individuale quanto quello sociale, adagiati entro il guscio fragile di spiccioli interessi, mantengono la loro sussistenza restando estranei alle perturbazioni provenienti dall’esterno e a quelle morali e razionali provenienti dal loro io. Affabulati dai mezzibusti, vorticano ignari dentro il guscio di piccole faccende dal valore volatile e di efemerica durata. Nessun argomento, nessuna dialettica e nessuna coercizione che non sia la menzogna, che non provenga dalle fonti che ascolta dal divano possono attraversare il diaframma intessuto da semplificazioni e luoghi comuni.
Uno stato delle cose che, nei consapevoli della corrente che ci sta trascinando in mare sempre più aperto genera uno stato d’impotenza, la cui simbiotica frustrazione ormai esasperante, è in piccola parte curata dalle loro invettive intellettuali. Ma, anche questi, pur avvertendo l’esizialità del momento, non riescono a produrre in se stessi quel cambiamento privato per realizzarlo nel politico. Anche la loro psicologia è un organismo che avverte l’insostenibile tanto che, come un faggio nato sulla cresta ventosa, invece di crescere imponente supportato dalle sue ragioni rivoluzionarie, sente che è più opportuno alla propria esistenza restare contenuto come un bonsai spontaneo.
Ma come biasimarli. Il loro come il nostro libero arbitrio non è che un portatore d’acqua al sistema sempre assetato che ci sostiene. La lotta per l’equilibrio dell’organismo o universo che siamo, anticipa e informa ogni concezione, valore, verità e comportamento. Riconoscerlo e darsi da fare per incarnarlo affinché non sia solo un vessillo intellettuale da sguainare alla bisogna, ma lo si possa invece esprimere nel piccolo fare quotidiano e domestico è forse il solo pertugio per uscire dal guscio e cambiare il mondo. O almeno di credere di poterlo fare, visto che buttare le cartacce nel cestino non basterà. E non basteranno neppure i Cole Tomas Allen (ammesso non sia un attore), i Luigi Mangione, i Theodore Kaczyinski.
Lorenzo Merlo
