martedì 20 ottobre 2026

Ravenna: "L'odio per gli alberi si fa recrudescenza..."


A Ravenna si riaccende la polemica sugli abbattimenti degli alberi, in particolare dei pini domestici...


Viale Romagna a Lido di Savio, al via nuovi abbattimenti: il Comune blinda procedura e risponde solo dopo quasi 50 giorni al consigliere Ancisi

Nonostante un’estate rovente con oltre 50 gradi percepiti da esercizi commerciali, turisti e residenti del viale devastato, non si placa la smania del Comune di Ravenna di distruggere ad ogni costo i 26 pini sanissimi superstiti di viale Romagna a Lido di Savio. Lido che ora è ridotto allo squallore delle periferie cementificate degli anni 60.

Dopo quasi 50 giorni e due solleciti, e cioè ben 10 volte tanto il limite massimo concesso, la tecnica del Comune di Ravenna ingegner Principato risponde alla richiesta di aggiornamenti del consigliere Ancisi, costretto a metter in conoscenza della richiesta direttore generale e responsabile della trasparenza, e lo fa … a ridosso degli abbattimenti che, stando alla risposta, inizieranno la prossima settimana! Col terrore che qualcosa possa frapporsi al fremere delle motoseghe, questo succede nel trasparente e democraticissimo Comune di Ravenna!

Nella risposta si fa riferimento al progetto che deve proseguire: ma quale progetto, visto che il Parco Marittimo non completato avrebbe perduto i finanziamenti PNRR? Con quali nuovi finanziamenti va avanti la distruzione del bellissimo viale alberato di Lido di Savio? Nulla è trapelato, niente è stato pubblicato: giovedì scorso, appena saputo dall’ingegner Principato che i lavori riprendono la prossima settimana, il consigliere Ancisi ha effettuato immediatamente un nuovo accesso agli atti, ma al momento non gli è stato mandato nulla. Ricordiamo che in agosto è caduto uno degli alberi sottoposti alle prove di trazione e contestualmente scavato attorno al tronco e sigillato con asfalto bollente, alla presenza degli incaricati delle prove. Una manomissione contraria alle norme di progetto che potrebbe aver messo a rischio l’incolumità delle persone, oltre la vita del povero albero, peraltro già condannato a morte dal progetto “Parco Marittimo”. Un’agonia prolungata e un odio per gli alberi sani e decennali – piccoli ecosistemi ed oasi di biodiversità – che nemmeno l’evidenza e nemmeno le migliaia di firme sdegnate e gli interventi qualificati di tecnici privi di interessi nel progetto, riescono fermare.

Il gruppo “Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna” 




P.S. - 21 ottobre 2026, ore 21.00 presso la Sala Ragazzini di Largo Firenze a Ravenna, serata informativa con il dottore forestale Gian Pietro Cantiani, dove si parla ancora di viale Romagna e di via Maggiore e dei progetti virtuosi di altri comuni che non considerano gli alberi oggetti usa e getta come invece succede nel Comune di Ravenna.

"Ogni pazienza ha un limite!"... Una memoria od un avvertimento?


domenica 18 ottobre 2026

... e finalmente su questi schermi: "L'abbecedario agropastorale di Giuliva e Urbano!"

 


sabato 17 ottobre 2026

Uno, duo e trino...!?

 


C’è un’idea davvero indicativa della miserevole condizione umana, alla quale corrisponde una specie di delirio di onnipotenza, nei confronti del quale non solo tutto tace, ma a causa della sindrome razionalista – quale sola via alla conoscenza – che simbioticamente l’accompagna, non esitiamo a tacciare di relativismo e di soggettivismo chiunque si muova fuori dalle righe del pensiero da noi ritenuto canonico. Procediamo così, costantemente, verso l’inevitabile epilogo del conflitto tra contrapposte e differenti prospettive, dalle quali traguardiamo i mondi che poi, necessariamente, descriviamo.


La malattia è un equilibrio perduto.

Disponiamo tutti dell’esperienza dello sperticamento d’ordine vario a mezzo del quale abbiamo voluto dimostrare d’essere sobri, equilibrati e nel giusto. Uno spertico vissuto con diritto, dovuto alla certezza che si possa e si debba trovare la verità ultima della realtà. Pensiero consuetudinariamente corretto? No consapevolezza? Ahi hai ahi!

Fatto salvo circoscritti contesti chiusi, cercare la vetta della verità nella dimensione duale è uno scopo inopportuno, presuntuoso, lacerante, babelico.  Dunque la verità è solo entro la regola, purché questa sia condivisa da coloro che partecipano al gioco. Diversamente, come non rendere merito a Foucault e riconoscere che la verità è nel discorso narrato da ogni biografia, contenuto in ogni affermazione.

La condivisione di un’idea, di una morale, di una pretesa che ci conferma d’essere nel giusto, di avere ragione, corrisponde alla condivisione della medesima prospettiva dalla quale anche altri guardano il volume immobilizzato in una sua possibile bi-dimensione.

Solo affermazioni d’intento positivistico pavimentano il terreno del dualismo, affinché chi vi cammina possa trarne il senso del giusto e poter così proclamare l’ovvio universale di ciò che incontra e, quindi, avvalersi del diritto alla sopraffazione di coloro colpevoli d’aver incontrato altro o che preferiscono muoversi altrimenti, per esempio sui tappeti volanti delle visioni, dai quali spesso evitano di guardare in basso per non vedere la sofferenza che gli uomini si procurano lanciandosi gli uni contro gli altri, imbracciando entrambi il stendardo della verità.

La dimensione duale si genera dal pensiero – che molti chiamano evidenza autosufficiente a dimostrare sé stessa – di essere al cospetto della realtà, di poterla descrivere con oggettività, di ritenere che tale descrizione possa e debba essere condivisa dal prossimo anche in contesti aperti, relazionali, non suggellati da campi chiusi, regole e linguaggio condiviso da tutti gli interlocutori. Tutto ciò, nonostante i continui esempi e campioni di innumerevoli diversità d’ogni schiatta, che si affacciano al nostro sguardo. Ma non basta. L’inettitudine a riconoscere la legittimità di ciò che non riusciamo a costringere entro la nostra buia prospettiva egocentrica è oggi con il politicamente corretto, la cancellazione delle culture e il pensiero unico ai suoi vertici di scelleratezza, offerti, imposti e venduti come progresso.

Destino

La realtà può stare entro la figurazione del Volume. Nel volume è presente ogni elemento e/o fenomeno fisico e metafisico. Una sorta di iperuranio allargato. Per ognuno di noi, questi elementi corrispondono solo a quanto abbiamo esperito empiricamente e concettualmente. Tuttavia, essendo il volume carico di quanto conosciuto da chiunque, nell’emporio del volume si trova l’intera gamma delle realtà disponibili. Uno degli elementi siamo noi. Insieme a tutti gli altri, animati e inanimati, vortichiamo partecipando a conformare la nebulosa che non concepiamo, a reificare realtà esistenti per noi e invisibili ad altri.

Bidimensione...

Con la supponenza alla quale l’io ci obbliga, rilasciamo le nostre affermazioni e sosteniamo le nostre verità come fossero istantanee. Al pari di una stampa fotografica, riprendiamo quanto osserviamo nel volume, quanto esso in quell’istante visionario ci mostra, quanto vediamo allineato alle nostre esigenze. In sostanza fermiamo il subbuglio del mondo e, come si fa con una immagine, descriviamo la realtà e noi stessi, che da multi- diviene bi-dimensionale. E guai a toccarcela. 

Tanto il simbolismo del volume e il suo vorticoso contenuto, quanto la riduzione della realtà a bidimensionale, per essere riconosciuti, richiedono di avviarsi su un percorso solitamente poco frequentato. È un sentiero di spoliazione, poco interessante per chi predilige agghindarsi, apparire, emergere sostenendo la sua verità.

Con quanto detto finora, va da sé che il diritto alla bi-dimensione altrui, solitamente non è compreso nella immagine piatta e statica che abbiamo tratto noi dal volume. Essa esclude il mondo che non vediamo, cioè che non è compreso nel riquadro della nostra istantanea. 

Va da sé anche che la contraddizione, la scoperta di prospettive prima impensabili, che punteggiano il nostro divenire, non demoliscono l’architettura della nostra biografia, cioè di ciò che diciamo di essere. Quei cambi di opinione ci risultano tanto accettabili in noi quanto deprecabili nel prossimo, a maggior ragione se con il supporto del branco, fosse anche quello democratico, buonista, scientista, europeista, la cui validazione è ancora il diritto a sguainare la spada della verità.

Come in un organismo, nella corrente del divenire, placida, tumultuosa, gorgosa e fiancheggiata da morte, in cui si mescolano, compongono e scompongono lobby, protocorporazioni, moltitudini e solitudini di pensiero d’ogni genere e misura, le cose cambiano e noi con loro. Ma è come se la questione non ci riguardasse, come fosse risibile. Infatti, al pari di serene pagliuzze sul torrente, procediamo innanzi convinti d’essere quelli di sempre. 

Effimera verità...

L’ossessiva ricerca della verità ha alcune evidenze che vanno ricordate. La più facile da menzionare è la violenza in qualunque delle sue innumerevoli forme possa essere compiuta nei confronti di sé e del prossimo, inteso come individuo e come tutti gli insiemi sociali che gli uomini possono comporre. A suffragio di questa evidenza bisogna affiancare il potere, una sorta di droga sublime e assuefante, nei confronti della quale pochi dispongono degli antidoti per non cadere nella lasciva dipendenza.

Poi c’è il proselitismo, spesso supportato da ideologie varie più o meno codificate, nei confronti delle quali, sempre e comunque, la reazione personale è di tipo dottrinale. Le sanzioni alla Russia, la condanna di un film perché di regia omosessuale, il diritto alla menzogna per tenere linda l’immagine di noi stessi, la fede sportiva, filosofica, psicologica e l’odio o la critica nei confronti delle fotografie “opposte”, corrispondono tutte a gioghi ego-ideologici. In quanto tali, si tratta solo di espressioni dozzinali, che solo la legittimazione e la consapevolezza della reciprocità possono emendare.

La sola verità disponibile alla dimensione duale è la centralità dell’ego in ogni affermazione, giudizio e intento proselitico, sempre manicheo, come se avesse in sé il potere mefistofelico di scomporre le diadi degli opposti, il bene dal male e via così. Una centralità che implica la permanente latenza della sopraffazione del prossimo. Una prospettiva esistenziale piuttosto deprecabile, eppure non sufficiente a far cambiare le politiche, le educazioni, le convenzioni. Una legge del più forte travestita in modalità varia ma sempre corrispondente allo stile di chi la applica, inclusi i paludamenti della propria inconsapevolezza, sempre differente per tutti.

Ma dove stare allora? Ovunque, in qualunque tradizione, ma con consapevolezza, sempre identica in tutti, emancipati dall’arroganza che porta gli uomini a quote asfissianti e ai relativi deliri, quali l’esportazione della democrazia e, come già detto, il politicamente corretto, la cancellazione delle culture e il pensiero unico. Nonché la criminalizzazione per le donne patriarcali che non si adeguano all’ideologia del femminismo sessista-ideologico-assolutista e quote rosa.

In sostanza la ricerca della verità in ambito duale aperto, non eleva l’uomo ma lo ottunde fino al punto da fargli credere che il progresso stia nell’abbondanza e nel successo, fino a fargli ritenere di essere il detentore delle idee che esprime, delle scoperte che compie. Un uomo inconsapevole che quelle idee sono già state espresse, che esistono da sempre e che sempre esisteranno. Che saranno replicate da altri che le crederanno loro.

La cultura in corso mantenendo l’attenzione verso un ipotetico esterno a sé stessi, non permette di avvedersi della nostra responsabilità sul nostro stato di malessere e infelicità. Idolatri della ragione – oltre che della scienza e delle medicine – idonea solo per dirimere le dimensioni fisiche e cartesianamente immobilizzate e a trovare blasfemo il principio unicista dell’unione degli opposti, siamo impediti di osservare noi stessi quali causa del destino che incontriamo, ma non di realizzare, invece, l’attribuzione di responsabilità al prossimo. Tragico feticismo, in quanto benda sugli occhi della conoscenza.

La questione riguarda tutti. Anche l’élite, come noi uccelli dalle ali tarpate, è costretta nella medesima voliera di idee. In essa, cercando di acciuffare il Simurgh (1) della verità, non vengono a capo di niente se non con sotterfugi imbambolatori o politiche celebrate dalla pornografia di regime. Anche loro costretti a impacciati svolazzi di una vita energeticamente sterile, inetta a imparare come aprire il cancelletto dell’uccelliera, chiuso appena da una consapevolezza.

Lorenzo Merlo

 


Note


1.     https://iltaccodibacco.it/blog/27032.html

venerdì 16 ottobre 2026

Steadfast Noon 2026 - L’ITALIA AL CENTRO DEI PREPARATIVI DI GUERRA NUCLEARE DELLA NATO...

 


Dal 13 ottobre è in corso Steadfast Noon 2026, l'esercitazione annuale di guerra nucleare della NATO che quest'anno coinvolge 17 paesi e ha come teatro principale l'Italia. Le operazioni si concentrano nei giorni 13, 14, 16 e 20 ottobre, soprattutto nei cieli del Mar Tirreno, a est della Sardegna.

Non è la prima volta che il nostro paese ospita questa esercitazione: è già accaduto nel 2010, 2013, 2014, 2018, 2021 e 2023, sotto governi di diverso colore politico. Un dato che dimostra come il coinvolgimento dell'Italia nelle strategie della NATO non sia una scelta esclusiva dell'attuale governo Meloni, ma una linea portata avanti negli anni dai governi che si sono succeduti. La subordinazione dell'Italia alle strategie militari statunitensi e della NATO è una scelta politica consolidata, portata avanti indipendentemente dalle maggioranze parlamentari.

Attraverso appositi corridoi aerei confluiscono nelle aree di esercitazione velivoli provenienti dalle basi di Ghedi (Brescia), Aviano (Pordenone), Amendola (Foggia), Gioia del Colle (Bari) e Trapani-Birgi. Le basi di Ghedi e Aviano ospitano bombe nucleari statunitensi B61-12. Sebbene non sia previsto l'impiego di ordigni nucleari reali, l'obiettivo dell'esercitazione è verificare le procedure, il coordinamento e la capacità operativa delle forze armate coinvolte in missioni nucleari.

Le operazioni interessano anche la zona militare R51 Eolia nell'Appennino meridionale e la zona D35 nell'alto Adriatico. Particolarmente coinvolta è la Sardegna, dove vengono utilizzate le aree STAR 5 WEST e STAR 5, comprendenti anche il poligono di Salto di Quirra, i corridoi aerei a bassa quota NOON e NOON S, fino a 1.800 metri, e le acque della costa orientale. Sono previste limitazioni al traffico aereo civile nelle zone interessate.

A rendere pubblici i dettagli dell'esercitazione non è stata un'informativa del governo al Parlamento, ma il supplemento AIP S56/26 pubblicato dall'ENAV il 20 agosto scorso, un documento tecnico destinato alla gestione del traffico aereo. Il ministro della Difesa Crosetto, sollecitato sulla questione, ha definito Steadfast Noon una normale attività di addestramento, programmata da tempo, dichiarandosi disponibile a riferire in Parlamento.

È proprio questa pretesa normalità a mostrare fino a che punto la partecipazione dell'Italia ai preparativi di guerra della NATO sia diventata parte ordinaria della politica del nostro paese. Si organizzano esercitazioni nucleari, si mettono a disposizione basi e territori, si addestrano le forze armate all'impiego di ordigni di distruzione di massa e tutto viene presentato come una normale attività amministrativa e militare, sulla quale non ci sarebbe nulla da discutere.

La NATO presenta Steadfast Noon come un'esercitazione di deterrenza, necessaria a mantenere la pace e scoraggiare eventuali aggressioni. Ma la deterrenza nucleare si fonda precisamente sulla capacità e sulla disponibilità dichiarata a impiegare armi di distruzione di massa. Addestrare piloti, verificare procedure e coordinare le forze di diversi paesi significa mantenere concretamente operativa questa possibilità. Il fatto che durante l'esercitazione non vengano utilizzate bombe reali non ne cambia la natura: si tratta di preparativi per una possibile guerra nucleare, non di un'iniziativa per la pace.

Tutto questo avviene in una situazione internazionale segnata dalla Terza Guerra Mondiale in corso, dall'aumento delle spese militari e dalla crescente militarizzazione dell'Europa e quindi dell'Italia. La guerra in Ucraina, il genocidio a Gaza, l'aggressione all'Iran e allo Yemen, il coinvolgimento delle potenze occidentali nei conflitti internazionali, la corsa al riarmo e il rafforzamento degli apparati militari e nucleari sono parte di un processo che coinvolge sempre più direttamente anche il nostro paese.

L'Italia non si limita a ospitare qualche esercitazione. Mette a disposizione basi, infrastrutture, aeroporti, poligoni, spazio aereo e personale militare, partecipando direttamente al dispositivo strategico della NATO. La presenza di armi nucleari statunitensi ad Aviano e Ghedi rende ancora più evidente il ruolo assegnato al nostro paese.

L'Italia non è un semplice spettatore delle guerre e dei preparativi di guerra della NATO: ne è parte attiva. Il territorio nazionale viene utilizzato per operazioni militari che rispondono alla strategia dell'Alleanza Atlantica, mentre il governo Meloni, in continuità con quelli che lo hanno preceduto, sostiene il rafforzamento della NATO e l'aumento delle spese militari. Questa politica espone la popolazione italiana alle conseguenze dell'aggravamento dello scontro internazionale e rende il nostro paese un possibile bersaglio in caso di conflitto diretto tra potenze nucleari.

La questione non è che il governo abbia omesso di informare preventivamente il Parlamento. Non chiediamo di essere informati meglio sui preparativi di guerra, né che questi vengano semplicemente discussi e autorizzati nelle sedi istituzionali. Denunciamo il fatto che l'Italia sia parte integrante della macchina militare della NATO, che il suo territorio venga utilizzato per preparare la guerra nucleare e che governi di ogni colore politico abbiano contribuito a rafforzare questa subordinazione agli interessi strategici degli Stati Uniti e dell'Alleanza Atlantica.

La questione centrale è rompere con questa politica: l'uscita dell'Italia dalla NATO, la chiusura delle basi militari statunitensi e NATO presenti sul nostro territorio e la rimozione delle armi nucleari. Non si tratta di chiedere una gestione più trasparente della partecipazione italiana ai preparativi di guerra, ma di porre fine a questa partecipazione.

La Sardegna rappresenta da decenni uno degli esempi più evidenti delle conseguenze di questa subordinazione. Intere porzioni di territorio, di mare e di spazio aereo sono sottoposte a servitù militari, con pesanti limitazioni per le comunità locali. Steadfast Noon si inserisce in questa realtà già consolidata, nella quale le esigenze militari vengono sistematicamente anteposte agli interessi e alle necessità dei territori. La militarizzazione della Sardegna, così come quella di altre aree del paese, non è un problema esclusivamente locale, ma una conseguenza diretta del ruolo che l'Italia svolge all'interno della NATO.

C'è poi il rapporto tra questa crescente militarizzazione e le scelte economiche e sociali. Mentre si chiede alla popolazione di accettare sacrifici, mentre sanità, scuola, trasporti e servizi pubblici soffrono per la carenza di risorse, l'aumento delle spese militari viene presentato come una necessità indiscutibile. Il riarmo non riguarda soltanto i bilanci della Difesa: comporta una diversa destinazione delle risorse pubbliche, una riorganizzazione delle priorità industriali e un peso crescente delle esigenze militari nella vita economica e politica del paese.

L'economia di guerra non è qualcosa che riguarda soltanto il futuro o l'eventualità di un conflitto più esteso. È un processo già in atto, che si manifesta nell'aumento degli stanziamenti militari, nella riconversione di settori produttivi verso le esigenze del riarmo e nella subordinazione crescente delle politiche economiche e sociali alle priorità della guerra.

Per questo la lotta contro la NATO e contro i preparativi di guerra non può essere separata dalla difesa delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari. Le risorse destinate al riarmo sono risorse sottratte ad altri impieghi sociali, mentre le conseguenze economiche e politiche della militarizzazione ricadono soprattutto sui lavoratori e sui settori popolari.

Come Coordinamento Nazionale No NATO denunciamo Steadfast Noon 2026 come un ulteriore passaggio del coinvolgimento italiano nei preparativi di guerra dell'Alleanza Atlantica. La responsabilità del governo Meloni non consiste soltanto nell'aver consentito lo svolgimento dell'esercitazione, ma nel proseguire e rafforzare una politica di subordinazione alla NATO che lega sempre più strettamente il nostro paese alla strategia militare degli Stati Uniti.

Non basta quindi opporsi a una singola esercitazione, così come non basta chiedere la rimozione di qualche installazione militare lasciando intatto il sistema di alleanze e di accordi che rende possibile l'utilizzo del territorio italiano per le operazioni della NATO.

Le mobilitazioni contro le basi, le iniziative dei comitati territoriali, l'attività delle organizzazioni pacifiste e antimilitariste, le prese di posizione nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università possono contribuire a costruire un'opposizione capace di collegare le singole vertenze territoriali alla questione generale della presenza della NATO in Italia.

L'obiettivo politico è l'uscita dell'Italia dalla NATO e la fine della partecipazione del nostro paese alle sue strategie e operazioni militari.

Coordinamento Nazionale No NATO -

coordinamentonazionalenonato@proton.me


Dipartita del compagno Patrick Boylan...

 


Il Coordinamento Nazionale NO NATO esprime il proprio profondo cordoglio per la scomparsa del compagno Patrick Boylan, tra i fondatori del Coordinamento e protagonista del percorso collettivo che ci unisce nella lotta contro la guerra e per un mondo libero dalla minaccia della NATO.

Con Patrick scompare un compagno che ha contribuito, fin dall'inizio, alla costruzione di un impegno comune per la pace, la solidarietà tra i popoli e il contrasto alle politiche di guerra e di riarmo.
Il suo contributo alla nascita e allo sviluppo del Coordinamento resta parte della nostra storia e del cammino che abbiamo intrapreso insieme. 

Il ricordo del suo impegno continuerà ad accompagnarci nelle battaglie per liberare il nostro paese dagli occupanti USA e NATO contro ogni logica di dominio e di guerra.
Ci stringiamo con affetto e solidarietà ai suoi familiari, ai suoi cari e a tutte le compagne e i compagni che hanno condiviso con lui un tratto di strada.

Coordinamento Nazionale NO NATO



"La Rete Bioregionale Italiana si unisce al cordoglio per la dipartita di Patrick Boylan auspicando pace all'anima sua, ovunque sia..." (Paolo D'Arpini)


Un ricordo collettivo di Patrick Boylan: https://www.peacelink.it/peacelink/un-ricordo-collettivo-di-patrick-boylan


Interventi di Patrick pubblicati su "Il Giornaletto di Saul": https://saul-arpino.blogspot.com/search?q=Patrick+Boylan+

Adusi all'uccisione. Si comincia con gli animali selvatici e si finisce con mattatoi e lager...

 


Ci scrive Greenpeace Italia promuovendo una petizione per limitare l'uso della caccia contro animali selvatici.  Ad esempio dice che  "In Italia, il numero di lupi uccisi da cacciatori continua a crescere:  271 nel 2025. E il 2026 è già allarmante: nei primi quattro mesi dell’anno sono stati trovati morti altri 190 lupi, nei boschi e lungo le strade. Anno dopo anno, le morti aumentano. E questi numeri potrebbero raccontare solo una parte della realtà, perché le carcasse di  molti animali scompaiono senza lasciare traccia".

Eppure quello che si sa è di per sé allarmante: milioni di animali, non solo  lupi,  vengono uccisi ogni anno dalla caccia, dal bracconaggio e soprattutto dall'allevamento industriale.

Ma l'assuefazione alla violenza comincia accettando come "normale" uccidere un numero abnorme di animali, appositamente allevati per scopi culinari, da pelliccia o per esperimenti di vivisezione, ecc.. A quando una legge globale per fermare questa mattanza?


Il Circolo Vegetariano VV.TT. (attualmente con sede a Treia nelle Marche), uno dei fondatori della Rete Bioregionale Italiana, ha storicamente promosso e sostenuto diverse iniziative e  manifestazioni e petizioni per la salvaguardia degli animali, siano essi selvatici o  da macello. L'impegno del circolo si concentra tradizionalmente sulla tutela del diritto alla vita di tutti gli esseri senzienti, sulla sensibilizzazione verso l'alimentazione a base vegetale e sulla denuncia delle condizioni di sofferenza negli allevamenti intensivi e nei macelli.

Il Circolo si è distinto negli anni per la difesa degli animali attraverso un approccio che unisce l'ecologia profonda e la spiritualità laica, sostenendo campagne contro la riduzione dell'animale a mera "merce" o cibo. Spesso il Circolo agisce in sinergia con altre realtà nazionali ed internazionali per dare risonanza a raccolte firme istituzionali (in questo caso  alla petizione di Greenpeace Italia contro il DDL Caccia).

Paolo D'Arpini - Circolo Vegetariano VV.TT. e Rete Bioregionale Italiana