domenica 19 settembre 2021

Ecologia profonda, Bioregionalismo e Biospiritualità sono un "unicum"



La glottologia e -soprattutto- la capacità di evocare concetti attraverso le parole e di chiarirne il significato non ha nulla a che vedere -secondo me- con  distinzioni sul filo di lana caprina tra diverse espressioni della stessa manifestazione vitale.  

La  semantica ha ben diritto di entrare nel discorso ecologista... Pur tuttavia i concetti evocati con i termini "ecologia profonda, bioregionalismo e biospiritualità" non sono nuovi all’uomo… Ciò non ostante spesso  questi neologismi vengono usati per fare un favore alla politica del copy right, ed è solo una concessione a questa “politica”, appunto…

L'ecologia profonda, il bioregionalismo e la biospiritualità  rappresentano un singolo fatto, una realtà nelle sue  diverse sfaccettature, e non possono essere visti  separatamente,  sono  funzioni  dello stesso organismo e non possono incarnare distinzioni separative indipendenti.   (Vedi per un chiarimento:  http://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2018/04/tracce-di-bioregionalismo-spiritualita.html

Vivendo nei fatti e non amando le diatribe dialettiche ma amando dire “pane al pane e vino al vino” debbo confessarvi che non mi piace sentirmi ristretto in un contesto qualsivoglia. Non amo le etichette non amo nessuna coercizione morale, politica, ideologica o religiosa. 

Se si vogliono inserire  nell’ecologia profonda, nel bioregionalismo o nella biospiritualità (anche definita laica)  delle linee di demarcazione e distinzione  definite  da "sacerdoti", esperti  nell’interpretazione,   con  norme   decise a tavolino da sapienti titolati ed autorizzati da un  "copy right", riconosciuto dal sistema, sappiate che non posso essere d'accordo.

Infatti ciò che è da sempre unito in Natura non può essere separato da una nomenclatura. 

Non che con questo intenda abbandonare un dialogo aperto con i separatisti,  semplicemente mi astengo dal appartenere al novero di chi ritiene di essere depositario di “regole codificate”, sui temi dell’ecologia profonda, bioregionalismo e biospiritualità,  e sente di volerle imporre agli altri come un codice pseudo legislativo...

I tempi delle dittature intellettuali sono conclusi, almeno per me, e quindi preciso per l'ennesima volta che: l’ecologia profonda, il bioregionalismo e la biospiritualità, se vissuti in prima persona,   non possono essere  etichette bensì la descrizione di un unico modo di vivere nella nostra società ed in natura, un vivere armonico, amorevole gentile e solidale sulla Terra e per la Terra.

Paolo D'Arpini



sabato 18 settembre 2021

Bioregionalismo e produzione del cibo nel rispetto della biodiversità



Manifesto sul cambiamento climatico e il futuro della sicurezza alimentare

1. Un’agricoltura a bassa intensità energetica.

Tutti gli ecosistemi terrestri utilizzano l’energia che ha origine dalla radiazione solare e che viene in parte trasformata in sostanza organica grazie alla fotosintesi. Anche l’uomo, quando diecimila anni fa, con la rivoluzione neolitica, ha cominciato a coltivare la terra e allevare gli animali, ha prodotto cibo sfruttando questo flusso di energia. Le calorie contenute nei vegetali e nei prodotti animali derivano quasi esclusivamente dall’energia solare, salvo l’energia umana e animale utilizzata per il lavoro dei campi (comunque garantita dal cibo così prodotto). Grazie all’agricoltura la popolazione umana è cresciuta al punto di dover sostituire a boschi e foreste campi coltivati e pascoli, eliminando ogni competitore e appropriandosi di sempre maggiori quote dell’energia solare disponibile sul pianeta.

Dopo la rivoluzione industriale, si cercò non solo di aumentare la superficie coltivata, ma anche di accrescerne la resa produttiva, impiegando altre fonti di energia oltre quella solare.

La recente “Rivoluzione verde”, iniziata negli anni ‘60, ha comportato, oltre a un forte incremento di produttività, anche un notevole aumento di energia impiegata in agricoltura. Questa energia aggiuntiva non proveniva da un aumento della luce solare disponibile, ma era fornita dai combustibili fossili sotto forma di fertilizzanti (gas naturale, principale materia prima per la produzione di urea), pesticidi ed energia per i processi dell’agrochimica (petrolio) e irrigazione alimentata da idrocarburi.

Secondo GIAMPIETRO e PIMENTEL (1) la Rivoluzione verde ha aumentato in media di 50 volte il flusso di energia rispetto all’agricoltura tradizionale e nel sistema alimantare degli Stati Uniti sono necessarie fino a 10 calorie di energia per produrre una caloria di cibo consegnato al consumatore. Questo comprende, oltre ai prodotti chimici e all’uso di macchinari agricoli, anche i consumi di confezionamento e di trasporto (ma esclude la cottura domestica). Ciò significa che il sistema alimentare statunitense consuma dieci volte più energia di quanta ne produca sotto forma di cibo o, se si vuole, che utilizza più energia fossile di quella che deriva dalla radiazione solare.

Considerando solo la produzione dei fertilizzanti, va detto che servono circa due tonnellate di petrolio (in energia) per produrre e spargere una tonnellata di concime azotato: gli Stati Uniti in un anno consumano quasi 11 milioni di tonnellate di fertilizzanti e ciò corrisponde a poco meno di cento milioni di barili di petrolio.

Anche in Italia, secondo una ricerca dell’ENEA compiuta nel 1978-1979 (2), tenendo conto del rendimento energetico relativo alla sola produzione, risultò che il rapporto tra l’energia ricavata dal raccolto (output) e l’energia necessaria a produrre il medesimo raccolto (input) era in molti casi inferiore ad uno ed è ragionevole pensare che tale rapporto sia peggiorato nel corso degli ultimi 25 anni.

Un dato interessante emerso dagli studi sui rendimenti enrgetici in agricoltura è che il sistema agricolo di gran lunga più efficiente sembra essere l’agricoltura tradizionale, come ad esempio quella vietnamita, che può vantare un rendimento da 1 a 10: spende cioè una caloria energetica per ottenere dieci calorie alimentari, facendo a meno di macchine e concimi chimici.

Questi dati dimostrano anche che la superficie destinata all’agricoltura industializzata non solo non è in grado di assorbire la CO2 come potrebbe farlo un equivalente bosco o prato o campo coltivato con metodi tradizionali, ma anzi produce più CO2 di quanta possa assorbire.

Dovendo far fronte, da un lato, a una popolazione mondiale rilevante che ha bisogno di cibo, e dall’altro a disponibilità sempre minori di fonti fossili, che comunque inquinano e comportano il rischio di cambiamenti climatici, l’agricoltura dovrebbe evolversi verso sistemi meno insostenibili che:

· migliorino l’efficienza energetica (ad esempio, l’agricoltura biologica usa l’energia in modo molto più efficiente e riduce notevolmente le emissioni di CO2);

· utilizzino fertilizzanti di origine organica (l’agricoltura biologica ristabilisce la materia organica del suolo, aumentando la quantità di carbonio sequestrato nel terreno, quindi sottraendo significative quantità dello stesso dall’atmosfera);

· impieghino fonti energetiche rinnovabili e riducano la distanza tra produzione e consumo (filiera corta).

2. La novità del Manifesto sul cambiamento climatico e il futuro della sicurezza alimentare

Ecco allora l’importanza di orientarci verso i concetti proposti con forza nel “Manifesto sul cambiamento climatico e il futuro della sicurezza alimentare” (3), pubblicato a luglio 2008 da parte della Commissione internazionale per il futuro dell’alimentazione e dell’agricoltura, iniziativa congiunta del Presidente della Regione Toscana e di un gruppo di leader della società civile, di accademici e di rappresentanti governativi (4).

Questi temi fra loro interconnessi sono anche l’oggetto della prossima conferenza delle Nazioni Unite sulla sicurezza alimentare, il cambiamento climatico e i biocarburanti.

Le notizie che giornalmente ci giungono sulle rivolte per il cibo che sempre di più si sviluppano in tutto il mondo dimostrano il fallimento delle politiche agricole e alimentari degli ultimi decenni e il bisogno urgente di passare a politiche che difendano il diritto delle persone al cibo attraverso la promozione di modelli alimentari ecologici e locali, che riducono gli impatti distruttivi sull’ambiente e allo stesso tempo incrementano la disponibilità di diverse fonti alimentari e nutritive. Il documento dimostra che le attuali politiche commerciali ed economiche impongono un sistema alimentare e agricolo ad alta intensità energetica che è direttamente contrario non solo alla sicurezza alimentare e all’imperativo ecologico del pianeta, ma anche agli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite e dai governi riguardo alle emissioni di gas serra.

Il Manifesto afferma che il sistema alimentare industriale e globalizzato è un responsabile di primo piano del cambiamento climatico, contribuendo con almeno il 25 per cento del totale delle emissioni di gas serra; allo stesso tempo l’attuale sistema alimentare è anche estremamente vulnerabile al cambiamento climatico. Praticamente ogni angolo del pianeta è già stato toccato dai drammatici cambiamenti meteorologici che hanno danneggiato la produzione agricola e la distribuzione del cibo.

Eppure, i Governi non stanno ancora completamente integrando la contraddizione con la promozione di un sistema alimentare industriale e basato sui combustibili fossili che crea insicurezza alimentare, energetica e climatica. Il documento della Commissione fa una sintesi della ricerca scientifica interdisciplinare che stabilisce come l’agricoltura ecologica e biologica sia una soluzione vitale sia per la mitigazione del cambiamento climatico che per l’adattamento ad esso, nonché per assicurare a tutti la sicurezza alimentare.

Il Manifesto illustra, inoltre, le transizioni necessarie per assicurare cibo a tutti e allo stesso tempo proteggere il nostro fragile pianeta; lancia quindi un appello perché i sistemi alimentari siano parte integrante della discussione su clima ed energia nei negoziati attualmente in corso sul clima. Infine, vengono esplorate alcune delle false soluzioni agricole che sono proposte nel nome dell’energia “pulita” o “verde”- leggi organismi geneticamente modificati (OGM) e produzione su larga scala di biocarburanti. E, cosa più importante di tutte, dimostra che i sistemi alimentari biologici sono una soluzione reale agli attuali problemi climatici in termini di mitigazione e adattamento e una transizione energetica verso un’era post carburanti fossili.

2.1. I princìpi del Manifesto

Il Manifesto costituisce dunque una risposta agro-ecologica alle sfide lanciate dal cambiamento climatico per assicurare il futuro della sicurezza alimentare attraverso la mitigazione, l’adattamento e l’equità. Esso si basa su alcuni princìpi, che qui di seguito riportiamo nei loro tratti essenziali.

A) L’agricoltura globalizzata e industrializzata contribuisce al cambiamento climatico divenendo anche vulnerabile ad esso.

L’agricoltura industrializzata, basata sulla chimica, sui combustibili fossili, sui sistemi alimentari globalizzati, che si fondano a loro volta su trasporti ad alta intensità energetica e a lunga distanza, ha un impatto negativo sul clima.

Attualmente l’agricoltura industrializzata contribuisce per almeno un quarto alle emissioni di gas serra. Il sistema dominante, così come promosso dall’attuale paradigma economico, ha accelerato l’instabilità climatica e ha accresciuto l’insicurezza alimentare. Questo sistema aumenta anche la vulnerabilità perché si basa sull’uniformità e sulle monocolture, su sistemi di distribuzione centralizzati e sulla dipendenza da alti apporti di energia e acqua.

B) L’agricoltura ecologica e biologica contribuisce alla mitigazione e all’adattamento al cambiamento climatico.

L’agricoltura costituisce l’unica attività umana basata sulla fotosintesi e può essere completamente rinnovabile. L’agricoltura ecologica e biologica mitiga il cambiamento climatico grazie alla riduzione delle emissioni di gas serra e all’aumento del sequestro di carbonio nelle piante e nel suolo. I sistemi agricoli multifunzionali e biodiversi e i sistemi alimentari localizzati e diversificati sono essenziali per garantire la sicurezza alimentare in un’era di cambiamento climatico.

Una rapida transizione globale verso questi sistemi è un imperativo, sia allo scopo di mitigare il cambiamento climatico, sia per garantire la sicurezza alimentare.

C) La transizione verso sistemi alimentari locali e sostenibili va a vantaggio dell’ambiente e della salute pubblica.

La globalizzazione economica ha portato a una transizione alimentare e a un allontanamento dalle diete locali, diversificate e stagionali verso alimenti sintetici trasformati industrialmente, che stanno causando nuove patologie alimentari e un peggioramento della salute. Le politiche economiche della globalizzazione aumentano l’impatto sull’ambiente tramite modalità di consumo intensivo delle risorse e dell’energia. La localizzazione, la diversificazione e la stagionalità sono importanti per migliorare il benessere, la salute e la nutrizione. Una transizione a livello mondiale verso sistemi locali ridurrà i chilometri alimentari accorciando le catene di trasporto e ridurrà il “carico energetico” degli alimenti in termini di confezionamento, refrigerazione, immagazzinamento e trasformazione.

D) La biodiversità riduce la vulnerabilità e aumenta la resilienza. La biodiversità è il fondamento della sicurezza alimentare.

La biodiversità costituisce anche la base per l’agricoltura ecologica e biologica, poiché offre delle alternative ai combustibili fossili e all’uso dei prodotti chimici. Inoltre accresce la resilienza al cambiamento climatico restituendo più carbonio al suolo, migliorando la capacità del suolo di resistere a siccità, inondazioni ed erosione.

La biodiversità è l’unica forma di assicurazione naturale per l’adattamento e l’evoluzione futuri della società. Aumentare la diversità genetica e culturale dei sistemi alimentari e mantenere la biodiversità nei beni comuni sono strategie essenziali per rispondere alle sfide del cambiamento climatico.

E) L’ingegneria genetica applicata a semi e varietà vegetali costituisce una falsa soluzione pericolosamente fuorviante.

Le colture geneticamente modificate sono una falsa soluzione pericolosamente fuorviante rispetto al nostro compito di mitigare il cambiamento climatico, poiché vanno in direzione opposta rispetto alla possibilità di fornire energia e cibo sostenibili e di conservare le risorse. Gli alimenti, le fibre e i combustibili geneticamente modificati aggravano tutti i difetti delle monocolture industriali: più uniformità genetica e quindi meno resilienza agli stress biotici e abiotici, maggiore fabbisogno di acqua e pesticidi.

Sono stati sviluppati seguendo un paradigma genetico deterministico obsoleto e screditato e di conseguenza comportano ulteriori rischi per la salute e per l’ambiente. Portano inoltre a brevetti monopolistici che non solo ledono i diritti degli agricoltori, ma impediscono anche alla ricerca sulla biodiversità di concentrarsi sull’adattamento al cambiamento climatico.

F) I biocarburanti industriali: una falsa soluzione e una nuova minaccia alla sicurezza alimentare.

L’alimentazione costituisce il più basilare dei bisogni umani e l’agricoltura sostenibile deve fondarsi su politiche che mettano l’alimentazione al primo posto. I biocarburanti industriali non sono sostenibili e diffondono subdolamente gli OGM.

Le colture di biocarburanti stanno aggravando il cambiamento climatico tramite la distruzione delle foreste pluviali e la loro sostituzione con coltivazioni di soia, palma da olio e canna da zucchero. Ciò ha portato a un furto senza paragoni di terre di comunità indigene e rurali.

I biocarburanti industriali sono responsabili di sussidi perversi concessi a un’agricoltura non sostenibile, cosa che minaccia i diritti alimentari di miliardi di persone. Per peggiorare la situazione, i prezzi dei prodotti alimentari stanno salendo a causa del rapido passaggio dalla coltivazione di piante alimentari alla coltivazione di biocarburanti. Si prevede che i prezzi dei prodotti alimentari continuino a salire, raggiungendo livelli record, almeno fino al 2010, sviluppando una “nuova fame” in tutto il mondo e anarchia nelle strade delle nazioni più povere.

Le politiche energetiche sostenibili richiedono un’associazione tra decentramento e riduzione generalizzata dei consumi energetici mantenendo al contempo la sicurezza alimentare come obiettivo prioritario dei sistemi agricoli e alimentari.

G) La conservazione dell’acqua è fondamentale per l’agricoltura sostenibile. L’agricoltura industrializzata ha comportato un uso intensivo dell’acqua e un incremento dell’inquinamento idrico riducendo al contempo la disponibilità di acqua dolce. La siccità e la scarsità di acqua in vaste aree del mondo aumenteranno a causa dei cambiamenti climatici. La riduzione dell’uso intensivo di acqua nell’agricoltura costituisce una strategia di adattamento essenziale.

L’agricoltura ecologica e biologica riduce il fabbisogno di irrigazione intensiva aumentando la capacità del suolo di trattenere l’acqua e di migliorarne la qualità.

H) La transizione delle conoscenze ai fini dell’adattamento al clima. (Il cambiamento climatico è l’esame finale per la nostra intelligenza collettiva in quanto umanità.)

L’agricoltura industrializzata ha distrutto quegli aspetti essenziali di conoscenza degli ecosistemi locali e delle tecnologie agricole che sono necessari a una transizione verso un sistema alimentare post-industriale senza combustibili fossili. La diversità delle culture e dei sistemi di conoscenza necessaria per adattarsi al cambiamento climatico deve essere riconosciuta ed esaltata tramite politiche pubbliche e investimenti. Una nuova alleanza tra scienza e cultura tradizionale rafforzerà i sistemi di conoscenza e aumenterà la nostra capacità di risposta.

I) Transizione economica verso un futuro alimentare equo e sostenibile.

L’attuale ordine economico e commerciale ha svolto un ruolo fondamentale nel creare degli incentivi perversi che aumentano le emissioni di anidride carbonica e accelerano il cambiamento climatico. Il paradigma della crescita basato sul consumo illimitato e su falsi indicatori economici quali il prodotto nazionale lordo sta spingendo i Paesi e le comunità verso condizioni di vulnerabilità e instabilità sempre più gravi. Le regole commerciali e i sistemi economici dovrebbero

supportare il principio di sussidiarietà, a vantaggio delle economie e dei sistemi alimentari locali, riducendo così le nostre emissioni di carbonio e al contempo aumentando la partecipazione democratica e migliorando la qualità della vita.

3. Il quarto rapporto di valutazione del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite

Il quarto Rapporto di valutazione del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite, la più recente valutazione condivisa dei cambiamenti climatici da parte dei principali scienziati del mondo, fotografa la situazione che abbiamo di fronte.

Il Rapporto afferma che “il riscaldamento del sistema climatico è inequivocabile”, con un aumento medio globale della temperatura pari a 0,7°C negli ultimi 100 anni. Tale riscaldamento ha innescato

cambiamenti climatici che hanno già avuto ripercussioni sulla produzione agricola.

L’IPCC conclude che “molto probabilmente la maggior parte dell’aumento registrato nella temperatura media globale a partire dalla metà del XX secolo è dovuta all’aumento delle emissioni di gas serra”. Le concentrazioni atmosferiche totali di anidride carbonica (CO2), metano e protossido d’azoto sono aumentate in misura molto significativa come conseguenza delle attività umane a partire dal 1750 e oggi sono notevolmente superiori ai livelli preindustriali.

Negli ultimi anni le questioni climatiche ed energetiche sono state al centro del dibattito politico in tutto il mondo. La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, svoltasi nel dicembre 2007 a Bali, ha condotto una discussione su quali siano i passi da intraprendere per condurre a un’energia e a sistemi di trasporto che non danneggino il clima. Tuttavia il rapporto tra cibo e sistemi agricoli, da un lato, e clima ed energia, dall’altro, non è entrato in queste discussioni globali.

Eppure, come rivela il Manifesto, oggi la nostra agricoltura industriale e il nostro sistema alimentare contribuiscono in misura rilevante alle emissioni di gas serra: alcuni stimano che siano responsabili addirittura del 25 per cento delle emissioni.

Il dibattito all’interno delle istituzioni politiche, finanziarie e commerciali e sui media deve anche cominciare ad abbandonare l’argomento riduzionista dello “zero carbonio” e del “niente carbonio”, come se il carbonio esistesse solo in forma fossile sotto terra. Ciò che viene ampiamente dimenticato nella discussione e quindi non viene considerato nelle soluzioni, è che la biomassa delle piante è soprattutto carbonio. L’humus del terreno è soprattutto carbonio. La vegetazione delle foreste è soprattutto carbonio. Il carbonio nel terreno, nelle piante e negli animali è carbonio organico e principalmente vivente e fa parte del ciclo della vita. Il problema non è il carbonio in sé, ma il nostro uso crescente del carbonio fossile come carbone, petrolio e gas, che richiedono milioni di anni per formarsi.

Oggi il carbonio fossile viene bruciato in enormi quantità a velocità allarmante. Le piante sono una risorsa rinnovabile; il carbonio fossile non lo è. L’”economia del carbonio”, basata sui combustibili fossili, è un’economia industriale basata sulla crescita e che serve solo quale fonte del gas serra CO2. L’economia e l’ecologia del carbonio rinnovabile comprendono la biodiversità e sono basate su cicli di assimilazione e dissimilazione (sorgente e scolo) e offrono la soluzione per la sicurezza alimentare in tempi di cambiamento climatico.

Il commercio globale e le politiche economiche attuali stanno imponendo un sistema alimentare e agricolo centralizzato, basato sul combustibile fossile, sistema che è direttamente contrario non solo all’imperativo ecologico, ma anche al programma e agli obiettivi di riduzione delle emissioni che la maggior parte dei governi stanno individuando nei forum internazionali. Questa enorme contraddizione deve essere risolta, se vogliamo affrontare le sfide dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale.

Allo stesso tempo il sistema alimentare attuale è anch’esso estremamente vulnerabile al cambiamento climatico, come dimostra anche questo rapporto.

Quasi ogni angolo del globo è già stato toccato da drastici mutamenti atmosferici che hanno avuto effetti negativi sui raccolti e sulla distribuzione del cibo. Il Manifesto esplora, inoltre, alcune delle false soluzioni agricole che vengono promosse in nome dell’energia “pulita” o “verde” – cioè gli organismi geneticamente modificati (OGM) e la produzione di biocarburanti.

La cosa più importante è che il Manifesto dimostra che i sistemi alimentari biologici ed ecologici sono una soluzione reale alle attuali preoccupazioni climatiche in termini di mitigazione e adattamento e a una transizione energetica verso un’era post carburanti fossili.

L’ultimo capitolo di questo rapporto descrive la transizione basata sulla presa di coscienza del fatto che l’agricoltura biologica ed ecologica è una soluzione vitale sia per mitigare i cambiamenti climatici sia per garantire la sicurezza alimentare per tutti.

Infine, esso richiama l’attenzione sul fatto che i sistemi alimentari diventino parte integrante della discussione sul clima e sull’energia nei negoziati post Bali in materia di clima.

L’IPCC prevede fenomeni atmosferici ancora più estremi. L’IPCC ha riscontrato prova del fatto che probabilmente l’area complessiva colpita dalla siccità è aumentata tra il 1900 e il 2005 a causa della riduzione delle precipitazioni nel Sahel, nel Mediterraneo, nell’Africa meridionale e in parti dell’Asia meridionale. L’IPCC dichiara inoltre che probabilmente le ondate di calore sono divenute più frequenti e che la frequenza di forti precipitazioni è aumentata nella maggior parte delle aree della Terra.

L’IPCC avverte che tali impatti peggioreranno via via che le temperature continueranno a crescere; infatti stima che nel 2100 il riscaldamento sarà peggiore di quanto previsto precedentemente, con un probabile aumento della temperatura compreso fra 1,8°C e 4°C, ma che potrebbe raggiungere persino i 6,4°C.

L’impatto sull’agricoltura sarà significativo. Giorni e notti più caldi, ondate di calore più frequenti e un ampliamento delle zone colpite dalla siccità ridurranno i raccolti nelle aree più calde, a causa di stress da calore, aumento delle invasioni di insetti, minore disponibilità di acqua, degrado del terreno, maggiore mortalità del bestiame. Questi effetti negativi sono già sperimentati da molte comunità dei Paesi del Sud del mondo. Vi sarà inoltre un aumento dell’incidenza di forti precipitazioni che danneggeranno ulteriormente i raccolti erodendo e saturando i terreni.

Un’intensificazione dell’attività ciclonica tropicale causerà danni ai raccolti nell’ecosistema costiero, mentre l’innalzamento del livello del mare causerà la salinizzazione delle falde acquifere costiere. Le isole del Pacifico e gli ampi delta sono già affetti da questo problema.

Alcune regioni saranno colpite in modo particolarmente pesante. Entro il 2020, in alcuni Paesi africani i raccolti dell’agricoltura alimentata dalla pioggia – la grande maggioranza dell’agricoltura africana – potrebbero ridursi del 50 per cento. Si prevede inoltre che la produzione agricola di molti Paesi africani verrà seriamente compromessa.

Si prevede che in America Latina la resa di alcuni importanti raccolti diminuirà, con conseguenze negative per la sicurezza alimentare. In gran parte dell’Australia meridionale e orientale e in alcune zone della Nuova Zelanda orientale si prevede che entro il 2030 la produzione agricola diminuirà a causa della siccità. Nell’Europa meridionale l’aumento delle temperature e della siccità ridurrà la resa dei raccolti. Perfino nell’America settentrionale si prevedono gravi difficoltà per le colture vicine all’estremità calda del loro areale o che dipendono da un elevato sfruttamento delle risorse idriche.

Tali circostanze influiscono drammaticamente sulla produzione alimentare e gli esperti prevedono che vi sarà un grave aumento della denutrizione e della fame, fenomeni che colpiranno milioni di persone e che saranno seguiti da una diminuzione della popolazione mondiale a metà del XXI secolo.

Ma non c’è bisogno di attendere il futuro per testimoniare i reali e terribili effetti che i mutamenti climatici hanno sulla capacità delle persone di procurarsi il cibo e di nutrirsi. Questo Manifesto evidenzia l’impatto dell’attuale approccio industrializzato, ottuso e distruttivo sulla produzione di cibo in presenza di parametri meteorologici sempre più variabili e invita invece ad abbracciare una modalità sicura, sostenibile e nutritiva di alimentarci, che aiuti anche a mitigare i rischi del cambiamento climatico e a trovare i modi per adeguarsi a essi.

4. L’attuale ordine economico e commerciale

L’attuale ordine economico e commerciale ha svolto un ruolo fondamentale nel creare degli incentivi perversi che aumentano le emissioni di anidride carbonica e accelerano il cambiamento climatico. Il paradigma della crescita basato sul consumo illimitato e su falsi indicatori economici quali il prodotto nazionale lordo sta spingendo i Paesi e le comunità verso condizioni di vulnerabilità e instabilità sempre più gravi. Le regole commerciali e i sistemi economici dovrebbero supportare il principio di sussidiarietà, a vantaggio delle economie e dei sistemi alimentari locali, riducendo così le nostre emissioni di carbonio e al contempo aumentando la partecipazione democratica e migliorando la qualità della vita.

In termini materiali, fisici e biologici l’economia agricola industriale è un’economia negativa che richiede enormi input di energia. I costi degli input energetici sono esternalizzati e il calcolo finanziario dipende dai sussidi. Ciò deforma il prezzo reale degli alimenti e i suoi costi reali in termini ambientali, sociali culturali e politici.

Le regole finanziarie e commerciali continuano a perpetuare e ad ampliare questa economia negativa. Invece di premiare i sistemi alimentari centralizzati, uniformi e a lunga distanza, le politiche dovrebbero favorire il principio di sussidiarietà. In altre parole, la produzione locale per il consumo locale dovrebbe essere il primo livello della sicurezza alimentare. Ciò significa accorciare la catena alimentare e diminuire i chilometri percorsi dagli alimenti.

La sussidiarietà affida il potere alle comunità locali, ai governi locali e regionali, invece di stabilire a livello internazionale delle politiche uniformi che sono obbligatorie per tutti i Paesi, come viene fatto tramite le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). La localizzazione aumenta più facilmente la democrazia e il controllo da parte delle comunità, delle regioni e degli stati-nazioni. Sebbene il cambiamento climatico sia un problema globale e la comunità globale debba lavorare insieme per il futuro del pianeta, le soluzioni e gli adattamenti devono basarsi su soluzioni locali che assicurino la diversità, strategia chiave per la sopravvivenza.

4.1. I due livelli di azione: azioni delle persone e azioni politiche

Il Manifesto propone due livelli di azione: azioni delle persone e azioni politiche.

Azioni delle persone

1. Mantenere e coltivare la biodiversità – e questo cominciando a promuovere la biodiversità delle sementi e delle razze animali sia in agricoltura che nel proprio giardino.

2. Passare da pratiche agricole basate sulla chimica e su un grande dispendio energetico a una produzione alimentare ecologica e biologica.

3. Scegliere un’agricoltura che sia prudente nell’uso dell’acqua – la conservazione e il recupero dell’acqua dovrebbero essere gli obiettivi primari invece dell’irrigazione intensiva e dell’esaurimento delle risorse acquifere.

4. Scegliere e favorire i mercati degli agricoltori e i prodotti locali, biologici, freschi e di stagione, nonché le filiere corte. In tal modo si alleggerisce il peso energetico.

5. Instaurare e supportare incentivi che permettano il cambiamento per ricostruire economie alimentari locali. Si deve permettere agli agricoltori di essere i garanti della qualità delle sementi e degli alimenti che producono senza essere schiacciati dagli standard burocratici e industriali della registrazione delle sementi e della sicurezza alimentare.

6. Creare degli spazi democratici per gli agricoltori, per le comunità locali e per i consumatori, per decidere come realizzare la transizione a un sistema alimentare post combustibili fossili e basato sulla localizzazione e la sostenibilità.

Queste azioni si sposano alla perfezione con alcune considerazioni concernenti vegetarismo ed ecologia umana.

Negli ecosistemi, a ogni passaggio della catena alimentare (da produttore a consumatore di I ordine, da questo a consumatore di II ordine, e così via) si ha una perdita di produzione biologica fino al 90 per cento dovuta alla respirazione, all’escrezione, alla deiezione e alla decomposizione dei cadaveri, e solo la restante parte è disponibile per l’anello trofico successivo. Pertanto l’uomo, se si comporta come vegetariano, e cioè da consumatore di I ordine, avrà molte più risorse disponibili che se si comporta come carnivoro e cioè da consumatore di II ordine. Gli animali allevati per la carne vengono oggi nutriti prevalentemente con cereali, che potrebbero essere impiegati direttamente per l’alimentazione umana. In particolare, sono necessari 7 kg di cereali per la produzione di 1 kg di carne bovina, 4 kg per per la produzione di 1 kg di carne suina e 2 kg per la produzione di 1 kg di pollame (5).

Inoltre, l’alimentazione a base di carne richiede un maggiore consumo di acqua rispetto a quella a base di vegetali, e l’acqua in molti casi è un fattore limitante della produzione di alimenti. L’alimentazione di paesi come gli Stati Uniti, così ricca di prodotti di origine animale, richiede una quantità di acqua doppia rispetto a quella di molti paesi asiatici ed europei. Se gli americani riducessero il loro consumo di carne, lo stesso volume di acqua potrebbe nutrire il doppio delle persone oppure una parte di esso potrebbe essere lasciata nei fiumi (6).

Azioni politiche

1. Porre fine ai perversi sussidi destinati alle economie alimentari basate sui combustibili fossili: il documento si appella alla Banca mondiale, al Fondo monetario internazionale (FMI) e alle istituzioni finanziarie regionali e globali per porre fine al finanziamento dei mega progetti basati sui combustibili fossili, come la costruzione di dighe, i progetti per la realizzazione di tubazioni e per l’irrigazione, le massicce infrastrutture di trasporto.

2. Eliminare i sussidi destinati ai biocarburanti e le leggi che ne impongono l’impiego.

3. Riassegnare gli investimenti pubblici a modelli alimentari ecologici, locali e biologici che riducono i rischi climatici e aumentano la sicurezza alimentare.

4. Riformare alcune norme chiave dell’OMC. Per far questo, è necessario:

- permettere limitazioni quantitative: poiché le nazioni più ricche non hanno fatto molto per ridurre il livello di sussidi dati ai loro settori agricoli, tutti i Paesi dovrebbero poter rispondere alle distorsioni dovute ai sussidi applicando limitazioni quantitative sulle importazioni, in modo da garantire la sicurezza alimentare.

Come parte degli obblighi di accesso al mercato posti dall’Uruguay Round del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade, Accordo complessivo sul commercio e le tariffe doganali), art. XI, unitamente alle norme poste dall’Accordo sull’agricoltura, le nazioni sono state costrette a togliere ogni divieto o limitazione quantitativa sulle importazioni e le esportazioni.

I Paesi in via di sviluppo hanno tradizionalmente usato le limitazioni all’importazione per proteggere la loro produzione alimentare nazionale e per proteggere i produttori nei confronti della valanga di prodotti importati a prezzi artificiosamente bassi; ora questo meccanismo è stato eliminato. Le limitazioni quantitative sono il solo meccanismo sicuro che può cominciare a costruire la sovranità alimentare e la democrazia alimentare e che può proteggere i mezzi di sostentamento delle nostre comunità rurali;

- eliminare i requisiti di accesso minimo: si dovrebbe eliminare la “norma di accesso minimo” dell’OMC. Questa norma richiede a ogni nazione membro di importare fino al 5 per cento del volume della produzione nazionale in ogni settore designato di prodotti alimentari e beni di prima necessità (in base ai livelli delle quote 1986-88).

Questa norma indirizza le politiche agricole nazionali verso un modello di importazione esportazione, invece di incoraggiare le politiche a favore di una produzione locale per un consumo locale. Essa perpetua un sistema alimentare basato sui combustibili fossili. La tendenza dovrebbe essere quella di rafforzare la produzione locale per il consumo locale e di ridurre i trasporti alimentari su lunghe distanze;

- permettere l’introduzione di tariffe doganali e quote selezionate: nuove norme devono permettere l’uso giudizioso di dazi commerciali selezionati, come pure di quote di importazione, allo scopo di regolamentare le importazioni di cibo che può essere prodotto anche localmente. Per i Paesi in via di sviluppo ciò è chiamato Special and Differentiated Treatment – Trattamento speciale e differenziato (STD). Gli STD possono aiutare a compensare la vendita sottocosto dei prodotti sovvenzionati attuata dai Paesi ricchi (cioè vendere al di sotto dell’effettivo costo di produzione).

5. Promuovere i sistemi di agricoltura biodiversa e porre fine alle norme dell’OMC sul diritto di proprietà intellettuale che consentono sia la concentrazione delle multinazionali delle sementi che la pirateria dei sistemi tradizionali di conoscenza.

Considerando l’”Accordo dell’OMC sui diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio”, si dovrebbero apportare i seguenti cambiamenti.

L’art. 27.3 dovrebbe essere modificato per chiarire che: 1) non può essere brevettata nessuna forma di vita di qualsiasi natura; 2) non può essere brevettato nessun processo naturale per produrre piante e animali; 3) un sistema sui generis può includere le leggi nazionali che riconoscono e proteggono le conoscenze tradizionali di comunità indigene e locali.

L’art. 27.1 dovrebbe essere modificato per consentire agli Stati di stabilire che non possono essere brevettati gli alimenti e i medicinali, nonché di limitare l’ambito temporale di un brevetto o processo (più frequentemente applicabile ai medicinali).

6. Permettere zone OGM-free: le politiche e le norme dell’OMC devono essere riformate per sancire in modo inequivocabile il diritto completo ed esplicito delle regioni e degli stati nazione di rimanere liberi da OGM nella misura che scelgono.

7. Includere il sequestro di CO2 attuato dall’agricoltura biologica nel “Dispositivo per lo sviluppo pulito” (all’interno del Protocollo di Kyoto), in quanto produce effetti molto rapidi ed è molto redditizio, contribuendo al contempo allo sviluppo rurale.

8. L’agricoltura biologica ed ecologica deve essere posta al centro di tutte le strategie di adattamento per far fronte al cambiamento climatico.

9. La conservazione della biodiversità deve essere parte vitale dell’adattamento al cambiamento climatico, in quanto la biodiversità costituisce una forma di assicurazione in un contesto di condizioni climatiche imprevedibili.

10. Le conoscenze locali indigene devono essere protette e incentivate come parte integrante di tutte le strategie di adattamento.

11. Rimuovere gli ostacoli normativi, economici e fisici che impediscono la rilocalizzazione.

5. Conclusioni: verso l’agricoltura ecologica del carbonio rinnovabile

Nei negoziati sui cambiamenti climatici si considera di solito il carbonio nella sua forma fossile e non rinnovabile, formatosi in milioni di anni: petrolio, gas e carbone che, bruciati dall’economia “fossile” planetaria aumentano la concentrazione di gas serra nell’atmosfera.

Ma non bisogna dimenticare che anche la biomassa delle piante è soprattutto carbonio, e così l’humus del suolo, la vegetazione delle foreste. L’ “agricoltura ecologica del carbonio rinnovabile”, nella visione di questo Manifesto, è la via per garantire il diritto al cibo per tutti e al tempo stesso alleggerire l’emergenza climatica, ma anche adattarvisi.

Ne siamo lontani: come abbiamo visto, l’agricoltura industriale o del “carbonio morto” – basata su semi commerciali, chimica di sintesi e un elevato consumo di acqua ed energia fossile – e i sistemi alimentari globalizzati, che richiedono lunghe catene di conservazione e trasporto, contribuiscono per almeno il 25 per cento alle emissioni globali di gas serra (anidride carbonica, metano e ossido di azoto).

Complice del cambiamento del clima, dunque, l’agricoltura ne è anche tra le prime vittime, come l’attuale crisi alimentare dimostra. Per mitigare i cambiamenti climatici, adattarvisi e al tempo stesso nutrire il mondo, le pratiche agricole devono tendere all’autosufficienza, ridurre gli input esterni: l’agricoltura preconizzata da questo Manifesto si basa sulla biodiversità colturale (con il ricorso a varietà autoctone) e la rifertilizzazione organica del suolo (che è in grado di assorbire fino a 3 tonnellate di anidride carbonica per ettaro, se mantenuto ricco), sulla protezione delle foreste e la parsiminia nell’uso dell’acqua scarseggiante (in tempi di siccità le coltivazioni biologiche hanno rese maggiori di quelle convenzionali).

Ma è l’intero sistema alimentare, oggi globalizzato e concentrato, a dover cambiare. Localizzazione, diversificazione e stagionalità dell’alimentazione sono importanti. Passare a sistemi locali significa ridurre il carico energetico di imballaggi, refrigerazione, stoccaggio, trasporto (7).

Per arrivare a questo scenario, il Manifesto propone a coltivatori e consumatori un cambiamento radicale, e chiede alla politica azioni decise. Basta sussidi ai sistemi agroalimentari basati sui combustibili fossili, stop a progetti di grandi dighe e infrastrutture di trasporto. Investire sul sostegno a modelli alimentari ecologici e locali. Riformare le regole commerciali per permettere la protezione dei mercati interni. Cambiare i regimi di proprietà intellettuale che sequestrano biodiversità e agrosaperi locali a scopi di profitto.

In conclusione, l’agricoltura biologica ed ecologica e la produzione alimentare  bioregionale devono oggi essere urgentemente considerate nell’ambito degli sforzi di livello locale, nazionale e internazionale per combattere il cambiamento climatico.

Alcuni credono che la crisi del caos climatico sia il più grande test che la nostra umanità si sia trovata ad affrontare. L’azione collettiva o l’inazione delle nostre società determinerà il destino di milioni di umani e animali.

Fulvio Di Dio – fulvio.didio@libero.it  

Membro della Rete Bioregionale Italiana


Note:

(1) M. GIAMPIETRO, D. PIMENTEL, The Tightening Conflict: Population, Energy Use and the Ecology of Agricolture, Edited by L. Grant. Negative Population Forum. Teanek, NY: Negative Population Growth, Inc., 1993.

(2) Dato riportato in “Biosito: Bioagricoltura: Rendimento energetico”, articolo consultabile in rete su http://www.itlonline.it/biosito/editoriale/bioagricoltura_08.htm.

(3) Il Manifesto sul cambiamento del clima e il futuro della sicurezza alimentare si può trovare ai seguenti indirizzi web: www. future-food.org; www.arsia.toscana.it.

(4) Il gruppo di esperti che hanno collaborato alla realizzazione è composto dalle seguenti persone: Debi Barker, IFG; Marcello Buiatti, Università di Firenze; Gianluca Brunori, Università di Pisa; Andreas Fliessbach, FiBL (Istituto Organic Agriculture Research); Bernward Geier, Rappresentante di COLLABORA e IFOAM; Benny Haerlin, Fondazione Future Farming; MaeWan Ho, Istituto Science in Society; Giampiero Maracchi, Istituto di Agrometeorologia, Consiglio Nazionale Ricerca (IBIMET/CNR); Simon Retallack, Istituto Public Policy Research; Vandana Shiva, RFTSE/Navdanya; Concetta Vazzana, Università di Firenze.

(5) L. BROWN, Nutrire nove miliardi di persone, in L. BROWN (a cura di), State of the world 1999, Edizioni Ambiente, Milano, 1999, pp. 137-57.

(6) S. POSTEL, Riprogettare i sistemi di irrigazione, in L. BROWN (a cura di), State of the world 2000, Edizioni Ambiente, Milano, 2000, pp. 63-84.

(7) Dopo l’insostenibilità insalubre dei cibi precotti, del consumo abbondante di carni, latticini, zuccheri, grassi, la rilocalizzazione alimentare deve essere simbolica (i consumatori devono diventare coscienti), relazionale (con reti dirette tra chi produce e chi mangia), fisica (in uno spazio circoscritto). È cruciale poi il rapporto con l’acqua, come ricordano gli esempi del Darfur, dove il conflitto fra pastori e agricoltori è legato all’esaurimento del lago Ciad, o dell’Himalaya, dove i ghiacciai si assottigliano minacciando l’approvvigionamento di fiumi vitali per l’agricoltura della regione. Il Manifesto sottolinea, come abbiamo visto, proprio la capacità di ritenzione idrica dei suoli gestiti in modo ecologico.




venerdì 17 settembre 2021

La "controinformazione" che non piace al sistema...



Senza dignità 1.

La messe di controinformazione, meglio, di giornalismo dal basso, internazionalmente e nazionalmente disponibile, fatto salvo poche e rare eccezioni, è stata ignorata dai grandi media d’informazione.

L’informazione filogovernativa si è autoproclamata la sola attendibile. Lo stimolo al dibattito che sarebbe potuto derivare da una loro più aperta, meglio, giornalistica politica, avrebbe giovato alla cultura italiana, al giornalismo, alla fiducia nelle istituzioni e negli uomini.

Non contenti e sospinti dai ciclostili istituzionali non hanno esitato ad alzare il livello. Se prima ignoravano le voci non allineati sono passati a censurarle e poi a colpevolizzarle. Non è dunque frutto di se stesso se quelle voci che lamentavano emarginazione, che si chiedevano perché venissero tanto ignorate, che si ponevano e pongono domande elementari, giornalisticamente ineludibili, per i grandi media siano divenute criminali e pericolose. Superfluo è ricordare quanto enfatizzino il malato novax, che dal letto d’ospedale diviene paladino del vaccino; quanto siano taciuti gli eventi avversi, quanto non sia dato spazio a medici e ospedali che hanno avuto successo sul Covid, quanto di quelle voci si faccia solo un numero, private di contenuti e argomenti, a seconda della strumentalizzazione necessaria, definito tra il dieci e il trenta percento dei vaccinabili. E non c’è premio Nobel che possa dire la sua senza divenire bersaglio di gentili ma radical-contumelie.

L’intelligence padronale avrà avuto il suo da fare per occultare chi desiderava solo capire le ragioni delle bugie che sentiva, solo comprendere quelle delle contraddizioni che osservava, solo spiegarsi i motivi di una politica tanto antidemocratica, solo trovare una speranza che gli impedisse di vedere la voragine tra sé e le istituzioni allargarsi sempre più.

Penso che in buona misura (sarebbe bello conoscere il pensiero di altri) il popolo privato di dignità sia tendenzialmente depoliticizzato in quanto emancipato dalle tradizionali e ormai svuotate ideologie contrapposte. Un popolo che osserva il dominio dell’economia e della tecnocrazia sulla politica. Che vede quanto questa non abbia proposte ma solo guinzagli. Che vede tutte le sovranità nazionali sul banco del mercato, nonostante la facciata istituzionale, gestito da commercianti privati, extranazionali. Le sovranità, dalla militare all’economica, dalla monetaria alla nazionale, dall’istruzione alla sanitaria non sono più beni degli italiani. E quel popolo quantificato tra il 10 e il 30 per cento di un qualche totale conteggiato dal contabile di stato lo sa. Per questo si allarma quando qualcuno con mascherina e finestrini su corre a votare per una delega della democrazia in avaria pesante. Per questo il suo mayday-mayday è un urlo nella burrasca in cui non si è trovato per merito suo.

È un popolo che vede liquefarsi la propria identità, sempre più omeopaticamente dispersa nella società dello spettacolo unico. Essere come qualcuno visto in tv, in youtube, in facebook, in twitter, è più importante che essere se stesso. Ma è un modo di dire: quando mai lungo questa china schiavistica qualcuno avrà più modo di riconoscere la farsa in cui, come gli altri, vuole recitare la sua parte?

Senza dignità 2.

Se così non fosse, ovvero, se i media e le istituzioni non avessero ignorato le voci indipendenti e alternative alla loro ma semplicemente non le avessero sentite, né, per distrazione, cercate, non ne avessero indagato il gradiente di attendibilità ovvero, se alle loro intelligence fossero sfuggite, le avessero sottostimate, e se, in sostanza i passacarte, vantando buona fede, semplicemente si fossero attenuti al compitino redazionale, allora è a questi che forse manca la dignità deontologica.

Senza dignità 1 e 2.

In ambo i casi, si tratta di quelli che nei loro giornali scrivono “solo noi siamo l’informazione”, quelli che le fake news riguardano solo gli altri. Quelli che pur di avere un clik tengono on line gossip e paperissime. Quelli che “potrebbero urtare la nostra sensibilità” per immagini che non disturbano nessuno. Che pur di stare a galla sono però disposti a sbatterti in faccia qualunque pubblicità in modi sempre più invadenti e obbligati. Quelli che, lo so per informazione diretta , si occupano dei temi di esclusivo interesse per la proprietà. Quelli che a qualunque informazione di rilievo non viene dato spazio o viene trattata con il minimo trafiletto, senza alcuna ripresa, solo per sottrarsi dalla responsabilità deontologica. Quelli che davanti a questi dati di fatto senza incertezze, invece di piangere vincoli, censure e autocensure si alzeranno altezzosi e con sarcastico sorrisetto ci diranno che in una proprietà privata ognuno fa ciò che vuole.

Esatto. Informazione e proprietà privata. Spero tutto sia chiaro in merito alla questione della dignità non data, la numero 1, e non offerta, la 2.

Lorenzo Merlo



giovedì 16 settembre 2021

La disubbidienza civile può essere una “opportunità”...?

“Nessuno stato, nessuna chiesa, nessun interesse costituito ha mai voluto che tu conoscessi la forza del tuo spirito, perché una persona con una solida energia spirituale sarà inevitabilmente un ribelle.” (Osho)


Solitamente, per modestia ma soprattutto per un radicato rispetto che ho per le istituzioni, tendo a contenere, in un ambito di "politicamente corretto",  il mio disaccordo verso norme, leggi, disposizioni amministrative, ecc. che ritengo ledere i  diritti del cittadino, di chi vive in uno stato definito "democratico". Tale espressione di democrazia è contenuta nella Costituzione che in più punti stabilisce i diritti alla libertà. Tanto che veniamo definiti "cittadini" e non "sudditi".

La prima regola democratica è quella di consentire a tutti di poter esprimere il proprio pensiero ed io  ho sempre cercato di avvalermi di questo diritto. Non mi astengo dal dire ciò che penso, anche se il mio pensiero e le mie parole possono risultare fastidiose per qualcuno, o possono procurarmi noie burocratiche e di carattere sociale.  Negli ultimi due anni, in seguito alle contingenze sanitarie in cui ci siamo trovati, ho potuto sperimentare come la mia "libertà di pensiero e di parola" sia stata  causa -per me- di notevoli difficoltà espressive.

Non sto parlando semplicemente della censura mediatica o dell'oscuramento subito sui social o sui motori di ricerca. Infatti da anni ormai ho imparato come il "mettersi contro", opponendosi al sistema, venga retribuito con la cancellazione pubblica dell'opinione.

 Molti anni addietro, quando sembrava che la libertà d'espressione e l'indipendenza da ogni "opportunità di comodo"   fosse un "bene" da salvaguardare, vissi -come intellettuale, ecologista e opinionista politico e spirituale- un lungo periodo sulla cresta dell'onda.  Conservo ancora a Calcata, ove massimamente godei di un lungo tempo  di gloria mediatica, centinaia di copie di giornali, riviste e di emissioni di agenzie nazionali (ma anche internazionali) e menzioni  di apparizioni in tutte le reti televisive e radiofoniche.  Purtroppo a mano a mano che le mie "dichiarazioni" o battaglie  non collidevano con  gli interessi dei potenti o addirittura avevano causato debacle politiche  gravi, pian piano scomparii da ogni organo di comunicazione pubblico... fino al punto che -oggi- persino le mie  iniziative culturali più innocenti, pur di un certo livello,  vengono ignorate anche dai giornaletti di paese. Insomma ormai vengo "sopportato" da appena una manciata di "media" controcorrente 
 (gli ultimi coraggiosi della libertà espressiva)   o che non sanno ancora quanto siano "nocive" per il sistema (e per chi mi ospita) le mie idee bislacche.

Ad esempio qui a Treia, in provincia di Macerata, nella periferia delle Marche profonde, dove mi sono ritirato in esilio  per evitare il rogo, per ottenere una piccola "audience" spesso sono costretto a parlare per metafore, alludendo a storie  vere o inventate (che potrebbero comunque aprire spiragli di verità).  Come quelle, ad esempio, dell' "l'isola somarabile" o  della "la raccolta di fichi e di immondizie" o "la festa dell'acqua cotta", ecc...

Beh, per consentire una migliore comprensione della situazione in cui ci troviamo e dalla quale dobbiamo uscire, vorrei qui riportare alcuni pensieri sulla necessità della disobbedienza civile, espressi  dal filosofo ecologista  H. D. Thoreau.

"L'autore statunitense allineato, Paley,  sul "dovere di sottomissione al governo civile" riduce ogni obbligo all'opportunità  e si spinge sino a dire che finchè l'interesse della società lo richiede, vale a dire, finché il governo in carica non si può contrastare o cambiare senza pubblico disagio, è volontà di Dio (sic) che il governo in carica venga obbedito...".

Ma  questo Paley sembra non aver mai contemplato quei casi in cui non si applica la regola dell'opportunità, nei quali un popolo, così come un individuo, deve chiedere giustizia, costi quel che costi... altrimenti possiamo di nuovo assistere a giustificazioni, come quelle  portate dai criminali di guerra nazisti, che dichiararono al processo di Norimberga "mi sono limitato ad ubbidire agli ordini".

Tali persone che privilegiano solo "l'opportunità politica" non sono semplicemente degli ignavi, incapaci di discriminazione e di poca intelligenza comunitaria, ma dei veri e propri delinquenti che dovrebbero smettere di tenere la gente in schiavitù con la scusa dell'ordine pubblico e della decenza.  Una decenza degna di una "sudiciona di rango, sgualdrina vestita d'argento, con lo strascico levato in alto, e l'anima caduta nel fango" (Thomas Middleton).

Diceva ancora Thoreau: "Approvo con entusiasmo la massima 'Il governo migliore è quello che governa di meno' e gradirei vederla adottata più radicalmente e sistematicamente. Messa in pratica finisce per equivalere a un'altra di cui pure sono convinto: 'Il governo migliore è quello che non governa affatto' e quando gli uomini saranno pronti, sarà questo il tipo di governo che avranno”

Ed in previsione di ciò riporto un mio pensiero, una sorta di carta degli intenti della nostra "associazione fra  uomini" sulla necessità di precorrere i tempi che verranno.

E' giunto il momento di usare  discriminazione  verso alcune regole e  consuetudini della società in cui viviamo. Insomma  dobbiamo prenderci  la briga di cambiare il nostro atteggiamento, ribellandoci alle norme restrittive e meschine della politica corrente. Ecco perché  è giusto perseverare  nello scopo di far da rompighiaccio, aprendo  nuove  strade evolutive per la nostra comunità,  degli umani e dei viventi in generale.

Alcuni detrattori dicono che siamo sessantottini non pentiti, oppure che siamo inveterati illusi, poiché il nostro voler cambiare il mondo si risolve in un nulla di fatto... Sarà così... ma almeno stiamo cercando di farlo cominciando dal cambiare noi stessi, decidendo per noi stessi quei comportamenti necessari a creare una nuova civiltà ecologica e spirituale.

Ed allora ci definiamo “ribelli” e non “rivoluzionari” poiché il rivoluzionario appartiene ad una sfera terrena mentre il ribelle e la sua ribellione sono sacri. Il rivoluzionario sente il bisogno di rivolgersi alla folla, muovendosi in ambiti politici e di governo, insomma ha bisogno di “potere”. Ed il potere quasi sempre corrompe (lo sappiamo bene) ed i rivoluzionari che lo hanno assunto ne sono stati corrotti. Il potere ha cambiato la loro mente mentre la società è rimasta la stessa, solo i nomi sono cambiati.

Per questo il mondo ha bisogno di precursori ribelli e questo è un momento in cui se non vi saranno parecchi spiriti ribelli i nostri giorni sulla terra sono contati... 

Paolo D'Arpini


Le proposte della Rete Bioregionale Italiana per una legge nazionale sull'Agricoltura Contadina.

In previsione dell'incontro nazionale per la Campagna dell'Agricoltura Contadina, previsto a Mondeggi il 17 settembre 2021 (*) come Rete Bioregionale Italiana reiteriamo le nostre proposte, come a suo tempo presentate ai coordinatori della Campagna.



Innanzitutto sarebbe necessario identificare quelle attività agricole portate avanti da famiglie o singoli individui, che potrebbero non essere soggette a vincoli burocratico-sanitari e fiscali. 
 
Tra questi “attori”, a nostro parere, potrebbero essere compresi “operatori” che, in primis, producono per il proprio fabbisogno, il proprio sostentamento e quello della propria famiglia, in secondo luogo, dato che è impensabile che si possa produrre, in ambito agricolo, tutto quello che necessita, hanno una modesta  produzione eccedente il fabbisogno domestico, che non può essere però oltre ad una certa quantità o valore economico, e che viene “scambiata”, anche con l’utilizzo di denaro, con altri piccoli produttori locali. Il tutto dovrebbe avvenire all’interno della “bioregione” o al territorio che comprende il comune in cui l’attività insiste ed i comuni limitrofi (ad esempio).
 
La commercializzazione potrebbe magari avvenire anche all’interno di uno o più mercati contadini, sempre considerando il basso volume di affari e le località della medesima zona identificata per gli scambi in modalità “baratto”.
 
L’allevamento eventuale di animali dovrebbe comunque rispettare le regole igienico-sanitarie e di benessere degli animali, considerando che quello che si fa per sé, per ovvie ragioni, dovrebbe sempre essere prodotto rispettando requisiti igienici e di rispetto degli animali, anche se questi produttori potrebbero non essere inseriti nei piani di controllo delle AUSL, (servizi veterinari), purché il numero degli animali risulti al di sotto di quelli che per le normative regionali e nazionali vengono considerati “autoconsumo”. Per quanto riguarda l’alimentazione degli eventuali animali, così come non si può pensare che tutti gli alimenti per uso umano vengano autoprodotti, così anche per gli animali, sarebbe previsto di poter “scambiare” con produttori della zona, piccole quantità di integrativi.
 
Da tutto ciò risulta che difficilmente una “famiglia contadina” potrebbe “campare” solo con questo sistema. Qualche ulteriore entrata monetaria dovrebbe essere necessaria, se non altro per le spese in utenze domestiche, rifornimento energetico (per gli automezzi, anche agricoli), assicurative, sanitarie, previdenziali (?).
 
Tra le proposte avanzate  in passato dalla Rete Bioregionale Italiana, relativamente alle caratteristiche di aziende contadine  che rispondano ai requisiti dell’ecologia profonda, c’era  l’istituzione di un albo di aziende  o famiglie contadine che non sfruttassero gli animali. Si potrebbe  individuare una nicchia di aziende  in base a un criterio  di rispetto per la vita animale e partendo dall’insieme di tutte le aziende agricole sia piccole che grandi, in quanto una azienda agricola può essere rispettosa dei criteri  dell’ecologia profonda  anche se di dimensioni grandi mentre  un’azienda di grandi dimensioni  non farebbe parte della campagna per l’agricoltura contadina di piccola scala che stiamo portando avanti. 
 
La proposta ha un suo risvolto etico interessante e al fine di non limitarla potrebbe essere oggetto di un altro settore della campagna per l’agricoltura bioregionale contadina che prenda in considerazione tutte le aziende agricole senza vincoli di dimensioni e fra queste individuare la nicchia di quelle che rispettano i principi ecologisti, con  definizione delle specializzazioni produttive…
 
Risultando essenzialmente individuabili in: 
1) aziende esclusivamente agricole; 
2) aziende agricole con piccole incidenze di allevamento bestiame per latte ed uova e concimi; 
3) aziende agricole massimamente indirizzate all’allevamento bestiame (pastorizia ed affini) per vari usi.
 
Comunque sia andrebbe sempre  considerata la ecologizzazione  del processo lavorativo, cioè utilizzare risorse locali, in linea con l’ecologia di carattere bioregionale, meno impattanti possibile sull’ambiente. Per ogni azione che si fa, per ogni risorsa che si usa e per ogni prodotto che si ottiene ci si deve chiedere: è questo il sistema più ecologico per avere questo bene? E’ la produzione di questo bene necessaria?
 
Paolo D’Arpini, Portavoce RBI
e Caterina Regazzi,  Referente per il rapporto Uomo Natura Animali




mercoledì 15 settembre 2021

Medici per l'ambiente...

 


Un quarto delle cause di morte proviene oggi dall'ambiente, ma di questo ancora nel nostro Paese c'è scarsa coscienza. L'Italia è infatti tra i paesi europei con la più bassa percezione dei rischi ambientali ed in particolare con una bassa consapevolezza della correlazione tra fattori ambientali e salute umana.

Tenendo presente questo dato, l’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente ISDE ritiene da sempre importante promuovere un'assunzione di responsabilità da parte dei medici e degli altri professionisti sanitari che, rivestendo spesso il ruolo di opinion leader nei confronti della popolazione, dovrebbero diventare promotori nel proprio territorio di azioni di sensibilizzazione e advocacy a favore di salute e ambiente. Si pensi in particolare alla popolazione anziana, più distante dalle tematiche green e nei confronti della quale i medici di medicina generale possono diventare vettori importanti di informazione e sensibilizzazione su questi temi.

Ecco che ISDE Italia, con il patrocinio dell'Istituto superiore di sanità e di FNOMCeO e il contributo della società farmaceutica Chiesi, ha messo recentemente a punto il manifesto “Io sono un medico per l'ambiente”, rivolto in primis a medici e operatori sanitari ma anche a pazienti e decisori politici.

Concentrandosi su 4 tematiche (crisi climatica, inquinamento ambientale, stili di vita salutari e acquisti verdi), il manifesto indica 6 specificità per quanto riguarda le buone pratiche da promuovere tra operatori sanitari, pazienti e decisori politici:

non spreco o contamino l'acqua
mangio poca carne
uso la bicicletta o vado a piedi
riciclo per un futuro senza plastica
scelgo cibo non contaminato
tutelo gli alberi e il verde

La Federazione italiana medici di famiglia FIMMG, sempre a questo proposito, ha stilato il Green project, con l'intento di incentivare l'adozione di buone pratiche da parte dei medici, ma anche di fornire supporto per azioni più impegnative come la riqualificazione energetica degli impianti e degli studi e per un uso più consapevole delle fonti energetiche. Si tratta di un progetto avviato nel gennaio 2020, prima dello scoppio della pandemia; quest'ultima, dal canto suo, ha permesso di accelerare certi passaggi previsti e cercati da anni, come ad esempio la dematerializzazione della ricetta.

Con il progetto, la Federazione si pone l'obiettivo di promuovere tra i medici di famiglia la consapevolezza del tema dell'emergenza ambientale dell'impatto ambientale generato dalle proprie azioni nell'agire quotidiano della necessità e concreta possibilità di assumere comportamenti virtuosi ed ecosostenibili anche nel proprio ambiente professionale (es abbattere uso carta, uso plastica e materiali non riciclabili in uso nello studio, fare raccolta differenziata dei materiali in uso allo studio, scegliere in ottica di sostenibilità prodotti e metodi).

Lo stesso Ordine dei medici può assumersi il compito di patrocinare e sostenere l'attenzione alla questione ambientale, anche attraverso la formazione professionale, in particolare

aumentando la consapevolezza fra i medici sul ruolo dell'inquinamento e dei cambiamenti climatici rispetto alla salute, collaborando con enti e associazioni locali in iniziative specifiche di informazione, nonché di citizen science, collaborando attraverso i propri dati a studi e ricerche sul territorio, facendo rete con istituzioni locali e università, integrando in quest'ultima i percorsi formativi.



(Fonte: Arpatnews)

martedì 14 settembre 2021

La città bioregionale deve essere ecologica...



Parecchi anni addietro tra le proposte bioregionali  che feci a Rutelli e poi ad Alemanno, quando erano sindaci di Roma, c'era l'istituzione di un'isola verde pedonale, nel centro storico di Roma, interdetta alle auto ma accessibile ad asini e cavalli ed anche a monopattini, pattini a rotelle e tricicli. Purtroppo l'idea fu  scartata e recentemente in parte  rubata e manipolata per promuovere i monopattini elettrici (che però  inquinano a causa delle batterie, ecc.)... La vera transizione ecologica viene ignorata per far contenti gli inquinatori...


In verità la proposta di un’isola somarabile, prima che ai sindaci di Roma,  era stata fatta  in anteprima all'allora sindaco di  Calcata, Luigi Gasperini, con grande riscontro mediatico (ma bocciata) - http://www.circolovegetarianocalcata.it/2009/05/07/se-gli-asinelli-di-calcata-fossero-diventati-navette-la-proposta-del-circolo-vegetariano-che-fece-discutere-tutto-il-mondo-non-fu-attuata-per-mancanza-di-lungimiranza-e-fantasia/ -   comunque ritenevo che fosse ancora più necessaria per Roma, asfissiata da un traffico veicolare indegno della Città Eterna.  Nella mia proposta  presupponevo che il centro storico  di Roma tornasse alle origini, con le vie  frequentate da artisti di strada, poeti, attori, giocolieri, artigiani e soprattutto da neo-contadini che rivalutassero il verde urbano.  Infatti se l'Urbe avesse al suo interno “un polmone verde” non ci sarebbe più bisogno per i romani di andare in giro in macchina per campagne a cercare un po’ di natura, basterebbe andare in centro città.

Questa è una proposta bioregionale che mi sta molto a cuore e che porto avanti da parecchi anni. Ritengo che se adeguatamente protetti, curati e foraggiati, i cavalli e gli asini a Roma ci potrebbero anche stare. Fanno parte della tradizione e inoltre con la crisi del petrolio, l’inquinamento automobilistico, etc. potrebbero fornire un’alternativa ecologica per il trasporto urbano (essendo l’altra alternativa possibile la bicicletta ed il risciò a pedali o triciclo). Il cavallo ed il somaro da tempo immemorabile sono compagni dell’uomo, allontanare questi equini, come è successo per altri animali, dalla comunità umana non è certo una buona idea. Ritengo però che i birrocci andrebbero alleggeriti al massimo, facendo in modo che l'animale non si affatichi, trasportando un massimo di due passeggeri.
 

Questo potrebbe essere un buon approccio iniziale per ecologizzare e rendere percorribile la parte centrale della città eterna, riservandola  solo a pedoni ed a persone munite di  mezzi di trasporto ecologici. Il traffico veicolare automobilistico dovrebbe essere relegato alle aree periferiche della metropoli,  creando anche un servizio navetta efficiente, in modo così da alleggerire il tasso d’inquinamento cittadino ed inoltre  favorire la crescita nel cuore della città di professioni alternative e fantasiose.

Ma sulla politica di Roma non ho potuto  decidere,  nemmeno la Raggi mi ha ascoltato.   Per non far morire l'idea, ci proverò  ancora almeno a  Treia, ove ora abito, che è tra l’altro un bellissimo borgo medioevale,  anche se  qui ancora prevale una mentalità "meccanizzata"  che  predilige l’uso di vie e piazze come parcheggi e percorsi automobilistici. Credo  però che limitando il traffico automobilistico   al solo  carico e scarico  sicuramente il paese ci guadagnerebbe  e potrebbe ritrovare la sua vecchia immagine pulita e fiorita senza  macchine che la sviliscono rendendo le sue stradine pericolose  e puzzolenti.

A dire il vero ci ho già provato a lanciare questa idea, alcuni anni fa, candidandomi in una lista alternativa - http://paolodarpini.blogspot.com/2019/05/treia-26-maggio-2019-evento-elettorale.html - purtroppo mi è andata male  e non sono stato eletto, ma non demordo  chissà  che magari una futura amministrazione treiese voglia sposare la proposta di trasformare Treia in “isola somarabile”?

Paolo D’Arpini