venerdì 10 luglio 2026

L'Intelligenza Artificiale consuma tanta energia quanta il Giappone...

 

Nel 2025, lo studio Onu stima che i data center mondiali abbiano consumato 448 TWh di elettricità: l’equivalente di un paese all’11° posto a livello globale per consumo di energia.

Siamo portati a considerare l’immateriale come un qualcosa che è davvero intangibile in tutto il suo sviluppo. In particolare, ora, parlo di ciò che ha a che fare con l’immenso mondo di internet. Magari fosse così, immateriale. Peccato che, come qualsiasi azione umana, ripeto, qualsiasi azione umana, abbia un impatto sulla Terra. Esempio: inviare una mail può generare da 0,3 a 4 grammi di CO₂ (generata da fonti fossili), mentre una mail con allegati pesanti o inviata a più destinatari può arrivare a 50 grammi di CO₂. Questo considerando l’intero sistema di trasmissione: data center (centri di elaborazione dati), reti di telecomunicazione e hardware. È quello che io chiamo iperoggetto, mutuando il sostantivo dal filosofo Timothy Morton. E un deciso passo in avanti nel campo dei consumi legati a internet è legato all’entrata in campo dell’intelligenza artificiale.

E qui, dato che non mi posso certo definire un esperto, lascio la parola ad un recentissimo studio (3 giugno 2026) delle Nazioni Unite: “Il costo ambientale dell’intelligenza artificiale: impronte di carbonio, acqua e terra”. Come denuncia il titolo dello studio, i ricercatori hanno analizzato tre diverse impronte ambientali: quella legata alle emissioni di CO₂, quella relativa al consumo di acqua (l’acqua necessaria a raffreddare le macchine dei data center) e quella associata al consumo di suolo (per costruire gli stessi data center). Nel 2025, lo studio stima che i data center mondiali abbiano consumato 448 TWh di elettricità: l’equivalente di un paese che si situerebbe all’11° posto a livello globale per consumo di energia elettrica.

Questi consumi hanno generato un’impronta di carbonio pari a 189 milioni di tonnellate di CO₂ e un’impronta idrica di 4.500 miliardi di litri d’acqua, sufficienti a riempire 1,8 milioni di piscine olimpioniche. Secondo le stime del rapporto, entro il 2030 (mancano solo quattro anni) i data center legati alla diffusione dell’AI potrebbero arrivare a consumare circa 945 TWh di elettricità all’anno, una quantità paragonabile all’attuale fabbisogno energetico del Giappone. Nello stesso periodo, si potrebbero raggiungere i 9.300 miliardi di litri d’acqua all’anno consumati e si arriverebbe a ben 399 milioni di tonnellate di emissioni associate.

L’impronta sul suolo sarebbe superiore a 14.500 km², più dell’intera regione Campania. Se in compenso consideriamo che le politiche degli Stati dovrebbero andare in controtendenza e mirare al risparmio di energia, di acqua e di suolo ci accorgiamo di entrare dentro un enorme pasticcio di difficile risoluzione. Diciamo che gli effetti si cominciano già a sentire per quanto riguarda la realizzazione dei data center ed il conseguente consumo di suolo. In Piemonte, a Caselle, in un prato dove doveva essere realizzato un enorme centro commerciale (progetto poi abbandonato), ora è probabile che venga edificato un data center hyperscale (di grandi dimensioni) di 150.000 mq, costituito da sei edifici alti trenta metri (a fianco delle piste dell’aeroporto…), e con un consumo presunto di 252 MW. E sempre e nel solo Piemonte sono state presentate più di settanta richieste di data center.

Nella vicina Lombardia in questi giorni si parla invece delle stazioni che Terna dovrebbe realizzare per soddisfare le richieste di energia dei data center. Due stazioni in aree integre a Trezzano sul Naviglio e a Lacchiarella con 67.000 mq e 95.400 mq di consumo di suolo rispettivamente previsti, e relative linee elettriche. A fronte di questa avanzata delle big tech, nell’altra parte del globo c’è chi dice no. Lo scorso marzo, con voto unanime, la nazione Seminole dell’Oklahoma è diventata una delle prime tribù di nativi americani ad attuare una moratoria completa sullo sviluppo di data center all’interno della sua giurisdizione. Un voto unanime che ha approvato una risoluzione per “attuare una moratoria sul progresso della tecnologia di intelligenza artificiale (AI) generativa e sullo sviluppo di data center su scala hyperscale all’interno della nazione Seminole e all’interno di terre e territori tribali”. Soprattutto allo scopo di salvaguardare le risorse idriche per le prossime generazioni.

So già che i miei numerosi detrattori mi contesteranno di essere anch’io responsabile di questo attuale disastro. Vero, scrivendo questo post e facendo le ricerche a monte, lo ammetto: mi dichiaro colpevole.

Fabio Balocco (Scrittore in campo ambientale e sociale)


Articolo pubblicato su ilfattoquotidiano.it.

giovedì 9 luglio 2026

Fiordifango l'agapanto e i novantanove alberi...

 


Ferdifango  di fungo fingo in arte mago arfango cosi mi presentavo ai ragazzi durante i laboratori di educazione ambientale dedicati alla terrapaglia e alla costruzione all interno delle scuole di forni panchine e oggetti vari anche giocattoli con materiali naturali. cosi iniziarono a chiamarmi Ferdifango anche se dopo poco tempo durante un laboratorio di emotional design uscirono macchinine aerei bambole  pupazzi cuori lune stelle e fiori tanti fiori in particolare uno molto grande e nacque Fiordifango che poi in seguito ho scoperto che è il fiore del loto a otto petali simbolo dell armonia cosmica in sanscrito pad me, om mani pad me hum che si puo tradurre come la collocazione del fior di loto nella mente umana: l’illuminazione. 


Yogananda diceva di chiedere i segreti del fiore del loto all'architetto celeste, all'intelligenza del cosmo, alla luce del sole e alla grazia divina i segreti del fiore del loto, e non al fango delle paludi. ci sarebbe pure il nome fiordinando personaggio ispirato a una fiaba di italo calvino in fiabe italiane. un periodo mi hanno chiamato pure Dorodango, l'artista che fa brillare il fango. 

E' un termine giapponese che si traduce con gnocco di terra, una pratica che consiste anche come sorta di meditazione nel realizzare sfere perfette e lucidarle fino a farle diventare lucenti comprimendo con una spatola le molecole di argilla pian piano a far vetrificare la superficie della sfera dandogli spesso anche un aspetto metallico dal bronzo al rame al ferro secondo il colore della terra. in giappone questa pratica viene promossa pure nelle scuole come attività didattica. 

Spesso Dorodango ha lavorato con cunegonda una mistica che crea l’onda o anche con zobeide artigiana delle idee. pul trop anche se esperienze molto belle creative costruttive, semini variopinti multiformi e multicolori spesso brevi, sono stati nella mia vita come tanti fuochi di paglia quello che è mancato è stata la continuità didattica e domani per dire il giorno dopo sono tornato sempre alla normalità. sono capitato sempre in bei posti dove durante le attività pratiche ho sempre cantato ballato recitato e raccontato storie… quando parlo di normalità voglio dire che di queste situazioni ne ho vissute almeno cento anzi novantanove negli ultimi anni, in genere tre giorni una settimana o anche un mese atmosfera di festa con artisti di strada musicisti poeti yoga poesia tarantelle meditazione dinamica biodanza contact improvvisation teatro tamburi africani chitarre sassofoni tamburelli tutto integrato durante i processi di autocostruzione o i laboratori didattici sempre circondato di ragazzi e ragazze giovani e giovane adulti poi all'improvviso tutto finisce e mi ritrovo da solo  e svuotato a fare un gran lavoro su di me nel recupero dell'equilibrio emozionale e sociale. 

Come dicevo tante situazioni bellissime anche se tanti viaggi tanti sacrifici tanta solitudine e sempre guadagnato poco. un onda continua di pieno e vuoto. Senza soldi in tasca allora tornò. Nostalgia per il passato senza un futuro. La parola giusta sarebbe artificio, infatti un architetto egiziano aveva costruito un quartiere con case di terra per i poveri e questi resisi conto dell'artificio non le vollero abitare e il quartiere divenne residenziale per piccola e media borghesia anche se quando lo spirito risuona  con la bellezza e si nutre di bellezza riuscendo a intravedere anche in mezzo al caos e alla confusione anticipandola in ogni cosa allora c’è davvero  poco spazio per la mancanza ed è quasi tutto saturo e pieno e questo è l’artificio più bello che c’è. 


Ho partecipato a diversi progetti Erasmus Plus uno in particolare ad Altamura con una ventina di ragazzi provenienti da tutta europa una immersione totale nella socialità condivisa corrisposta consapevole. Ieri ho impastato tutto il giorno per terminare una scultura che sto realizzando nel giardino un po guerriero di capo che strano un po messicano e un po moai dell isola di pasqua, con un grande cappello in terraepaglia realizzato anche con il materiale secco delle piante delle fave e dei piselli. potrebbe essere anche una figura orientale con occhi a mandorla con in mano un bicchierino di sakè. 

Io agapanto tu agapanti noi agapantiamo… l’agapanto il fiore dell’amore dal greco agapao amore puro disinteressato e profondo come il mondo. ci innamoriamo delle buone sensazioni che ci arrivano, la vita è perfetta così com’è, anche se non da un punto di svista logico… umano! è  stato l’agapanto a comunicarcelo in realtà siamo sempre innamorati anche quando le nuvole coprono il sole del nostro cuore e ogni tanto spunta fuori quello che consideriamo il soggetto dell’amore, è solo una scusa su cui riversare il nostro amore esistenziale che ci ruba e restituisce il cuore solo quando vuole. non so se una vita stabile e convenzionale mi sarebbe piaciuta, la mia natura si esprime liberamente anche nell’indecisione e nella fragilità. questo vale per tutti e possiamo solo celebrare questa folle vita libera, fino al midollo, sia nel bene che nel male. un tempo un uomo si innamorò di una donna bellissima che abitava laggiù. la donna per metterlo alla prova disse all’innamorato che doveva venire cento volte a dichiararle il suo amore e solo alla centesima lei avrebbe acconsentito. 

L’innamorato tornava da lei ogni giorno muovendo dal suo lontano luogo di vita e ogni giorno piantava un albero davanti alla casa della bella e sdegnosa donna. arrivò così a piantare novantanove alberi, ancora una volta e la bella sarebbe stata sua… a quel punto dimostrata la costanza dei suoi sentimenti, certo ormai della conquista decise di ritirarsi, di rinunciare e non si fece  più vedere. gli alberi crebbero in un bosco, il bosco dei novantanove alberi come è chiamato ancora oggi…

(al secolo) Ferdinando Renzetti





mercoledì 8 luglio 2026

Questa notte ho sognato... Ronciglione...

 


Ho sognato di camminare lungo il viale della Stazione di Ronciglione. Tantissime persone, moltissimi bambini camminavano insieme a noi verso la stazione. Con mia moglie ed accanto la nipotina, poco avanti le mie figlie, anche se con il forte desiderio di giungere in tempo alla Stazione, camminavamo lentamente, respirando a pieni polmoni il profumo emanato dai grandi tigli, che fiancheggiano la strada. In lontananza già si scorgeva il piazzale della stazione pieno di gente. Bisognava affrettarsi per potere entrare nella stazione e trovare posto lungo il marciapiede per vedere giungere il treno dopo tanto tempo. Era il primo giorno, sulla piazza le meravigliose note musicali diffuse dalla banda cittadina, diretta magistralmente dal maestro Fernando De Santis. Poco accanto al gonfalone della Città di Ronciglione, il Sindaco Mario Mengoni con la fascia tricolore, sorridente, contornato dalle Autorità militari, dai volontari della Protezione civile, della Croce Rossa e della Pro loco. Festanti i rappresentanti del comitato per la riapertura della Ferrovia.  

Stavo vivendo un momento stupendo. Il mio sogno è continuato e dal viale profumato dai tigli ci siamo fatti largo e siamo giunti in stazione. La gente ci lasciava passare e finalmente siamo entrati in stazione, tutta ripulita e addobbata per la festa, dall’ingresso principale che immette nella sala d’aspetto, abbiamo potuto riammirare gli stupendi affreschi sul soffitto, da sempre tutelati dal Ministero dei Beni culturali. Per la verità quelli di questa notte sono affreschi che hanno dovuto, come tutta la stazione, essere restaurati, dopo il colpevole abbandono e le vandalizzazioni subite. Anche la sala d’aspetto ora è divenuta più grande: è stata eliminata la parete che divideva la sala dall’ufficio movimento, con la piccola apertura adibita a biglietteria.

Ho chiesto ai miei famigliari se avessero piacere di fare un piccolo viaggio da Ronciglione a Capranica. Ho anche detto loro che finalmente avremmo potuto fare anche il viaggio un poco più lungo per giungere in 30 minuti a Civitavecchia, visitare il porto e le grandi navi di crociera, bagnarsi nell’acqua del mare, fare un bel pranzetto, seduti all’esterno in uno dei tanti ristoranti sul lungo mare, ammirando l’azzurro che in esso si rispecchia, le vele dei surfisti e in lontananza le navi. Hanno acconsentito di farlo nei prossimi giorni. Oggi si sarebbero accontentate di vedere il treno arrivare a Ronciglione.

Ho ricordato, per un attimo, i momenti passati nell’ufficio movimento quando ricevuta la comunicazione di essere stato assunto in ferrovia, avevo chiesto al gestore di allora di fornirmi qualche nozione sul movimento. Ricordo anche che la cosa non venne gradita dal capo gestore della stazione, che rimproverò il mio insegnante. Infatti non era ammessa per nessuna ragione l’ingresso di estranei nell’ufficio movimento.

Non so quanto il mio sogno sia effettivamente durato. So che questa notte, meglio dire questa mattina, ad occhi chiusi, ho richiamato dolci immagini, rimaste impresse nella mia mente.
Ho visto i miei trascorsi, qualsiasi cosa tutto della stazione, il personale che in essa si era succeduto. Ho visto il locale dove operava il dirigente unico, allora a Ronciglione, la fontanella di acqua potabile, nel piazzale accanto ai gabinetti.
Ho rivissuto le immagini di quando bambino mi piaceva trascorrere il mio tempo presso la stazione. Ho visto con chiarezza la persona che dal camion militare proveniente dal Centro Nucleare Batteriologico Chimico del lago di Vico, poneva sul carretto per portarle nel magazzino, quelle che ritenevo fossero bombe. Ho visto caricare una infinità di pacchi dal magazzino sui treni merci e pacchi meno voluminosi per brevi distanze anche sul bagaglietto dei treni viaggiatori.

Non sò come sia stato possibile, ma ho sentito nuovamente il profumo gradevole proveniente dal piccolo giardino, meravigliosamente curato dal manovale della stazione. Ho rivisto Ortenzi, il padre di miei amici contemporanei e dell’ultimo capostazione di Ronciglione, accarezzare i fiori dolcemente e mi è tornato alla  mente il premio da lui ricevuto dalle FS,  che a quei tempi era attenta alla cura delle stazioni e della loro bellezza.

Ho  ricordato che, dopo essere stato avvisato telefonicamente della partenza del treno dalla stazione limitrofa, il mio insegnante, gestore in servizio, si precipitava a manovrare la chiusura del passaggi a livello.

Quando nella stazione avveniva l’incrocio dei treni, il primo treno entrava in stazione sul binario di corsa, mentre l’altro treno era fermo al segnale d’ingresso della stazione. Scendeva il capotreno prendeva la chiave comando e apriva il quadro delle chiavi per la movimentazione degli scambi, normalmente predisposti tutti per il binario di corsa, consegnava al manovratore la chiave idonea a predisporre lo scambio per l’ingresso dell’altro treno sul binario deviato. Mi sono tornate alla mente Immagini indelebili, piacevoli, della cordialità tra lavoratori. Ho ricordato il mio lavoro sui treni anche percorrenti la linea Orte Capranica, prima da conduttore e poi da capotreno. Ho ricordato le manovre per aggiungere carri al treno merci.

Ho ricordato il mio grande disappunto per la chiusura anche di questa parte della linea e l’inizio del mio impegno perché venisse riaperta all’esercizio.      

Sono immagini di persone, di atti, che nella mia mente questa notte si sono piacevolmente rianimate.

Nella stazione di Ronciglione, è ora previsto un incrocio, non è più una linea a dirigenza unica, ma moderna con la dirigenza del servizio centralizzata. Sono sul marciapiede con i miei famigliari. Arriva il primo treno sul binario di corsa, proveniente da Civitavecchia-Capranica. Scendono molte persone: tutti i sindaci dei Comuni attraversati dalla linea e dei Comuni limitrofi interessati, scende il presidente di RFI e di Trenitalia, i responsabili compartimentali delle FS,  il presidente e il direttore di Fondazione FS e il suo staff , il presidente della Giunta regionale, la vice presidente, il presidente del Consiglio regionale, i vice presidenti, l’assessore regionale ai trasporti, molti consiglieri regionali, i dirigenti nazionali e regionali del premio Euroferr, dell’Association Europeen des Cheminots, la coordinatrice della Alleanza Mobilità Dolce sen. Anna Donati, il presidente dell’Autorità portuale di Civitavecchia, il presidente e vice presidente dell’Interporto di Civitavecchia, gli associati all’Osservatorio regionale dei trasporti con il suo presidente Andrea Ricci e il vice presidente Gabriele Bariletti. Attraversano i binari ad attenderli il Sindaco di Ronciglione, tutti i consiglieri comunali e tanti cittadini. Poco dopo arriva il secondo treno sul secondo binario. Scendono altri Sindaci provenienti da Orte e dai paesi attraversati dalla linea, c’è anche il presidente della Provincia di Viterbo e i consiglieri, il presidente della provincia di Terni,  l’assessore ai trasporti il sindaco di Terni, il presidente dell’Interporto Centro Italia di Orte.

Tutti, compresi moltissimi dirigenti aziende e industrie del comprensorio, ci siamo portati di fronte alla  lapide fatta mettere dal comitato per la riapertura della ferrovia, con inciso il primo premio consegnato alla stazione di Ronciglione dal presidente del premio EUROFERR gen. Mario Pietrangeli, che è stata finalmente scoperta al suono dell’inno nazionale, che la banda cittadina ci ha regalato.

Dopo questa cerimonia, dalla stazione percorrendo circa 100 metri siamo andati ad ammirare il Ponte in ferro unico al mondo per la sua fattura, finalmente illuminato la notte, divenuto un’attrazione per turisti provenienti da tutto il mondo.

Al termine della visita tutte le autorità sono salite nuovamente sui treni. Chi  per Orte e chi per Civitavecchia. Ad ogni stazione era prevista la sosta dei treni, accolti da una folla festante. 

Ho avvertito che il mio sogno era terminato, quando mi sono accorto di piangere, forse lacrime di gioia. Difficilmente ricordo i miei sogni. Questa volta no. Ho visto scorrere nella mia mente sognante immagini così nitide, che le ritengo ancora vere. 

                                                                                                          Raimondo Chiricozzi




martedì 7 luglio 2026

Considerazioni sulla spiritualità laica...

 


La coscienza non può essere spiegata solo in termini di funzionamento fisiologico e sicuramente  possiede una sua propria natura e realtà. L'osservato non è mai scisso dall'osservatore, l'immagine non può sostituirsi alla sostanza.

L'individuazione mentale delle forme e dei nomi non basta a completare il quadro della vita dandogli un interezza. Perciò alla ricerca di una matrice comune, a sé stante ed allo stesso tempo onnicomprensiva, mi sono interrogato ed ho indagato sulla natura di colui che si interroga. Ho chiamato questo riflettere sulla riflessione: Spiritualità Laica.

Il mio percorso verso la realizzazione dell'unitarietà della vita è iniziato nel 1973, durante una profonda esperienza "spirituale" ottenuta alla presenza del mio Maestro Swami Muktananda. 

Da quel momento imparai a riconoscere l'ambiente, le persone, tutto ciò che si manifesta nel mondo, come una proiezione della stessa coscienza.

Coscienza e materia non sono separati. In considerazione di ciò la mia vita assunse nuovo significato e non vedendo divisione fra l'io e l'altro anche il mio agire si uniformò a questa consapevolezza. Tutto si manifesta in ogni singola parte  e ogni parte  compartecipa al tutto. In seguito trovai che questa percezione aveva  una somiglianza anche  con le descrizioni  del sentire bioregionale e dell'ecologia profonda.

Mettere in pratica questo sentire olistico è lo spontaneo  risultato di quella esperienza iniziale, ma non è un sentiero tracciato, è essenzialmente una capacità di rispondere alle diverse situazioni nel modo più adeguato senza dover ricorrere al costruito basato sulla memoria.

Non che la memoria diventi inutile o dannosa, anzi acquista nuovo significato in considerazione dell'arricchimento che essa ne riceve ad ogni nuova esperienza, senza dover sottostare all'obbligo di una corresponsione con esperienze precedenti, in modo che non sia una trappola nella quale restare invischiati. Il riciclaggio della memoria è la capacità di recuperare in altre forme quei modi che servirono alla soddisfazione di altre e diverse esperienze e situazioni. Non quindi memoria nella ripetitività del discorso ma nell'accrescimento della capacità di risposta. Inutile cercare di dare dettagliate spiegazioni... si potrebbe solo definire: capacità di crescita.

Non è tempo questo di ritirarsi su una "torre eburnea" ma è tempo di mescolarsi ai nostri simili, nella situazione in cui essi si trovano, cercando di condividere esperienze e sentimenti che possano contribuire a sviluppare un discorso evolutivo...

Tutte le qualità che noi incarniamo sono già lì...  tutte derivano da quel Potere Originario. Non potrebbero esistere in noi se non esistessero già in Quello. Come succede per un commediografo che crea diversi personaggi dotando ognuno delle caratteristiche necessarie...

Ognuno di noi incarna quelle caratteristiche necessarie a svolgere la specifica parte che gli è stata concessa… ma è lo stesso commediografo che recita, che dirige, che passa le luci, che assiste come pubblico, che applaude e piange e ride…

In questo palcoscenico che è la vita non possiamo né contrastare né favorire. Possiamo solo essere presenti ed agire nel ruolo che ci compete...


Paolo D'Arpini  - Comitato per la Spiritualità Laica




lunedì 6 luglio 2026

Torniamo sulla terra...

 

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Bioregionalismo, agricoltura biologica e salvezza planetaria… Senza virtualizzazioni ulteriori .. pur che «Senza immaginazione, la gente muore» (Jean Monnet)

Le soffiate su internet, spesso definite "bufale",   hanno anche  la funzione di fermare per qualche momento il senso di impotenza e la disperazione dei poveracci che  si sentono tagliati fuori dalla gestione del loro futuro. Allo stesso tempo osserviamo  il tempismo eccezionale  del sistema di controllo  che ha portato il gossip politico, economico e finanziario a recuperare l’attenzione sul futile, lasciando in disparte il necessario… I pettegolezzi e le sparate delle lingue profonde all'interno dei palazzi del potere hanno coperto di silenzio anche  l'ultima piazza della democrazia, che è appunto internet,  in cui si potrebbe decidere il  futuro del mondo...


La situazione nel mondo "reale"  ovunque è allo sfascio, molte famiglie sono in stato precario,  perciò, hanno pensato in alto loco, meglio ricorrere alle barzellette… od alle canzonette, od alle partite di pallone, od agli scandaletti pornogaysex, etc. Il tutto mentre aumentano gli sbarchi di migranti e procede la sostituzione e la schiavizzazione del popolo italiano.

Scrive un amico scettico, Antonio Pantano: “Caro Paolo, il "gran bar dello sport" oggi  si è trasferito in internet (apparentemente libera e "democratica"). Falsi problemi! Le notizie sono tutte CONTROLLATE! Sopratutto quelle che fingono d'esser rivelatrici degli affari inumani ed antiumani che i "votati al potere" del nostro miserabile tempo svolgono a solo vantaggio personale e a danno dell'umanità tutta (prona e pronta a "credere", sopratutto allo inverosimile). Nichilismo, il mio? Esperienza, e... accortezza”

Sarà pur vero quanto affermano gli amici catastrofisti, epperò occorre aiutare il "popolo" a sgrullarsi di dosso l'idea che tutto è inevitabile e che noi non "possiamo farci nulla". Sono sicuro che nell'inconscio collettivo qualcosa di "quella" semplice verità resta! Anche se in apparenza tarpata e negata. E qual’è la semplice verità? Ovviamente si tratta della considerazione che l’uomo non si può arrogare il diritto di dirigere la vita a suo piacimento.. essendo lui stesso un prodotto della vita. Per cui occorre saper riconoscere il “potere” superiore che in questo momento sta facendoci passare degli esami particolari, per scoprire se davvero siamo la “specie” più evoluta sul pianeta…

Intanto, per semplificare al massimo, cerchiamo vie di uscita dal marasma in cui siamo sprofondati scegliendo di tornare alla semplicità di vita. Ecco cosa ci consiglia –ad esempio- il nostro ottimo agro ecologo Giuseppe Altieri: “…oggi non è più il caso di difendere un posto di lavoro rischioso per la salute e costruito sull'inquinamento dell'Ambiente, smettiamo di essere pedine di un gioco internazionale che fa perdere sovranità nazionale alla nostra cara Italia. Bisogna approfittare della crisi industriale per smettere di inquinare e tornare all'Agricoltura Biologica, unica fonte produttiva reale di reddito a partire dal sole e dalla terra madre….”

Bene… torniamo dunque a casa, sulla Terra, e riportiamo al lavoro dei campi quelle braccia rubate all’agricoltura. 

Paolo D’Arpini - Rete Bioregionale Italiana



P.S. "Sto leggendo in questi giorni il libro "Il mondo secondo Monsanto - Dalla diossina agli OGM: storia di una multinazionale che vi vuole bene..." - di Marie Monique Robin. Un testo allucinante, basato su prove scientifiche definite e su numerose sentenze di Giustizia.. che hanno riconosciuto la Monsanto colpevole di innumerevoli e disastrosi danni a persone, animali ed all'ambiente. Se consideriamo anche i morti delle varie guerre "chimiche" aiutate dalla mortifera ditta sono milioni le vittime causate dalla cieca e proterva sete di denaro ai danni del mondo intero... Eppure la Monsanto fa affari e trova ancora -qui in Italia- chi è disposto a dar credito ai suoi prodotti pestilenziali irrorandoli sulle nostre strade.. Intanto la Monsanto si prepara all'assalto finale.. con gli OGM e con l'appropriazione di tutte le sementi presenti sulla terra l'azienda si prepara a un dominio indiscusso e satanico del pianeta. Rammentiamo che con enormi capitali, sempre la Monsanto, nel circolo polare artico ha costruito un colossale silos contenete piante e semi delle specie vegetali anche meno comuni... cosa si teme?" (P.D'A.)



domenica 5 luglio 2026

Il monopolio della cultura razionalista sull’immaginario e la fandonia della meritocrazia...

 


Monopolio

Il capo-famiglia illuminista della nostra cultura, è stato prolifico. I numerosi figli, nipoti e pronipoti naturali e acquisiti, quali il razionalismo, il meccanicismo, il materialismo, il positivismo, lo scientismo, il determinismo e il riduzionismo ne hanno mantenuto lo spirito irraggiando il pensiero e l’immaginario con l’idea che ogni aspetto della realtà potesse essere messo sotto calcolo, sotto controllo e quindi realizzando la prevedibilità. Un mito razionalista per il quale è stata impiegata l’energia avuta a disposizione da numerose generazioni di ricercatori. Visto il contesto in cui sono vissuti, nulla di strano. Come biasimarli. Immersi in un mondo composto da oggetti materiali, tutti soggetti al principio di causa-effetto, tutti con proprietà proprie ed oggettive, sostenuto dalla ripetitività di molti eventi come per esempio il rimbalzo di una palla spinta a terra come fanno i cestisti, al pari del giogo di qualunque altra ideologia non avevano alternative. 

L’idea di prevedere il comportamento di ogni aspetto del reale era una specie di missione alla quale nessun pazzo vi si sarebbe sottratto, sul cui successo si poteva scommettere e vincere. E a ragione. Infatti, tanto più si alza la capacità di calcolo e si riducono gli oggetti in campo, tanto più la prevedibilità tende a crescere e ad essere confermata e rispettata. Viceversa, in contesti metafisifi-umani, caratterizzati da interazioni esponenzializzate verso numeri che inseguono l'infinito si generano spontanee nuove relazioni imprevedibili che obbligano i sacerdoti del controllo ad aggiornare i dati immessi nei sistemi algoritmici e la relativa potenza di calcolo. 

 

Nella furia della salita al sapere – è questa la figurazione che diviene dall’idea positivista del mattoncino dopo l’altro, insistente rappresentazione dell’incedere umano nonostante il ripetersi brutale della storia, se non il suo peggioramento – sono stati travolti, cioè resi oggetti e dati, anche gli uomini e il loro pensare. Le ragioni di controllo, d’induzione di paura e di riduzione a consumatore non hanno più palizzate etiche, tutte scavalcate dai salti disumani del digitale. 

Siamo quindi travolti da un’orda cognitiva che, con languida coercizione, ci irreggimenta e deforma a propria immagine e somiglianza ogni genere di pensiero, scartando e denigrando quelli non ammansibili. Una crociata d’annientamento dell’indipendenza intellettuale, aulica o da bar sport non fa differenza. Tutti siamo sospinti a succhiare il medesimo nettare che sgorga da ogni dove: scuola, famiglia, master, chiesa, giornalacci pornografici, tv non da meno, radio offensive, pubblicità a battuta perpetua, amici e nemici.

Così, uno dei risultati è che bimbi e adulti, molti cosiddetti scienziati inclusi, si nutrono dalla sola mammella cognitiva disponibile, che li cresce sotto l’egida che verità fa rima baciata con scienzah, È lo scientismo, la più fallace delle filosofie, ora cavalcate a spron battuto da aziende, commercianti, e potere economico. 

 

Il lungo passaggio nel tubo culturale ci tritura l’immaginazione uniformando il pastone indistinto che ne risulta, trasformando pressoché chiunque in inconsapevoli scudieri di catafratti al comando del più grande partito razzista in quanto radicale nel suo criterio selettivo. Razzista come se le idee avessero tra loro natura e diritto differente, tanto da poterne stilare una gerarchia perfetta. Come se la loro proprietà fosse di chi le esprime. Un’ottusità preclara che svela l’incantesimo dell’ego in cui è intrappolato chi la stila e chi la rispetta.

 

La sostanza è facile da riassumere. È modalità comune macchiare tutti i contesti col grasso dei lumi, buono per far girare pistoni e bielle, ma inefficace e altamente dannosa come una motonave fuori controllo in porto quando applicata alle dimensioni sottili a mezzo delle quale ci relazioniamo al mondo. Talmente immateriali che nessuna rete, tantomeno a strascico, può catturare. 

 

Meritocrazia

Sembra banale, anzi lo è, ma in pratica è un grande segreto. Ne è campione il concetto e strumento detto meritocrazia. Un grezzo attrezzo, una clava con la quale si ritiene di eludere il nepotismo – e fin qua potremmo condividere – e dare il giusto merito alle competenze effettivamente acquisite dalle persone. Ma, se non positivisticamente parlando, è qui che viene meno la presunta superiorità del criterio meritocratico. Come essere meritocratici – ne possono essere il soggetto i docenti, i sistemi, le istituzioni, i club, ecc – senza aver arbitrariamente adottato griglie di valutazione e protocolli compiacenti al proprio intento? Criteri di selezione che per antonomasia non possono che tener conto del livello specifico dimostrato dai selezionandi. E che, contemporaneamente escludono coloro che non lo dimostrano – e, questo è il punto – indipendentemente dalle doti che mostrerebbero se il processo di educazione/apprendimento non fosse stato dozzinale, per lo più mai estetico, adatto alla maggioranza normale, ma inadatto a questi, minoranza razziata dal riguardo che meriterebbero.

L’apprendimento è un processo individuale fondato sulla relazione con le persone, gli argomenti e le discipline. Se per buona parte risulta soddisfacente la più diffusa modalità a mezzo della quale esso avviene, che potremmo chiamare a-personale, per alcuni tale modalità è totalmente sterile. 

In funzione di come la relazione viene vissuta – soddisfacente/insoddisfacente, piacevole/spiacevole – dalle parti (persone, concetti, oggetti), in campo pedagogico-formativo, terapeutico-evolutivo e psicomotorio il principio meritocratico passa da efficiente a inefficace, mentre resta per lo più eccellente, in ambito selettivo-addestrativo. 

Il principio della meritocrazia ha abbagliato le persone desiderose di stare dalla parte del giusto al pari di quanto sia accaduto con sostenibilità, impatto zero, economia circolare (manche inclusività sfrenata, cancellazione delle identità e delle culture). Palliativi buoni per allungare il brodo, che resta comunque esiziale.

Ancora figurativamente parlando, l’applicazione della modalità meccanicistica al territorio umanistico si palesa come una grave incompetenza della presunta intelligenza razionalista, una scatola dal carattere etico, come tutte vuota di empatia estetica. È un’immagine che esprime il tentativo di una cultura e dei suoi palafrenieri di rinchiudere l’infinito delle persone entro la scatoletta dei suoi saperi e ragionamenti.


Lorenzo Merlo





sabato 4 luglio 2026

Michele Boato è fuori dalla Municipalità di Mestre...

 

NESSUN SEGGIO A MICHELE BOATO

Ho partecipato alle recenti elezioni come candidato presidente della Municipalità di Mestre a nome di due liste, ABC-Ambiente Bene Comune e Tutta la Città Insieme. Il risultato è stato 1.335 voti, somma di 834 voti di ABC, 419 di TCI e altri 78 voti (in parte “disgiunti”) attribuiti direttamente a me.


    Molto meno di quanto ci aspettavamo, ma comunque un dignitoso 3,72%, superiore alla soglia di legge del 3% e ai risultati di sette liste: 

Mov.5 Stelle (3,41%), Venezia Riformista (1,83%), Forza Italia (1,20%), Rifondazione (1,18%), UDC (0,95%), Venezia è tua (0,88%) e Mestre in azione (0,60%).


Ciononostante, il metodo usato dalla Commissione elettorale del Tribunale di Venezia ha decretato che io non faccia parte degli 11 consiglieri riservati alle minoranze in Municipalità di Mestre-Carpenedo, facendovi rientrare, invece un consigliere del M5S che ha ottenuto una percentuale e un numero di voti inferiori ai miei (1.189 voti, corrispondenti al 3,41%).


Vorrà dire che, come ho sempre fatto, continuerò  anche da fuori, a sostenere le iniziative e le lotte per una città più bella e accogliente e contro ogni tipo di speculazione. 


Michele Boato, amico delle biciclette, degli alberi e di tutta Mestre