lunedì 1 giugno 2026

A qualcuno piace "nucleare"...

 



Giorgia Meloni ha annunciato la prossima proposta di legge per un ritorno al nucleare civile in Italia.

In sé non è una novità: è parecchio tempo che si assiste a una campagna di propaganda a favore del ritorno al nucleare civile: campagna basata sulla bellezza e efficienza delle nuove centrali (più piccole e più sicure), sulle rassicurazioni riguardo allo stoccaggio delle scorie, sulla necessità di aumentare la produzione di energia.

La verità è che un serio dibattito sul tema dell’energia è assente dalla pubblica piazza. Come direbbero in coro tutti i movimenti ecologisti: businness as usual, ciò che conta è fare soldi.

Il sistema di produzione e distribuzione dell’energia è basato sul concetto che l’energia sia un bene da vendere; l’energia in sé e i metodi per produrla; la sostanziale sopravvivenza delle fonti fossili, nonostante tutti i conclamati “effetti collaterali” (CO2, malattie, inquinamento di terreni e falde acquifere ecc.), è dovuta al tremendo businness che c’è intorno alla medesima: estrazione, trasporto, trasformazione, consumo e smaltimento: tutte attività altamente lucrative e, in gran parte, nelle mani delle lobbies finaziarie. Questo circuito malefico produce ricchezza per ogni attore del medesimo. Per questo il sistema si basa su centri di produzione e su un sistema di distribuzione: che il produttore sia fossile, nucleare o perfino centrali elettriche basate su fonti rinnovabili (grandi estensioni fotovoltaiche o parchi eolici giganteschi perfino off shore) non cambia la visione: l’obiettivo è vendere. E in questa visione vediamo cascare perfino amici che si definiscono “ecologisti”.

Le cose sarebbero diverse se cominciassimo a considerare l’energia come un bene comune collegato con il bene comune più grande che abbiamo a disposizione: il pianeta. E, conseguentemente, considerare che il pianeta ha risorse limitate e che, come attestano ogni anno gli studi dell’Overshoot Day, noi ne stiamo abusando.

Se consideriamo l’energia e la sua produzione come bene comune la prima cosa da fare sarebbe curarne l’efficienza: le reti elettriche hanno un livello di dispersione variabile che può superare il 10% e che è proporzionale alla distanza percorsa. Le reti elettriche sono state utili a portare, molti anni fa, la corrente elettrica in ogni casa; sono ancora utili per portare grandi quantità a una fabbrica energivora. Ma la tecnologia attuale consente perfettamente a tutti gli edifici pubblici di essere trasformati in una casa passiva, cioè in un edificio che produce l’energia che consuma; a Bolzano, per esempio,  l’hanno fatto molti anni fa, perché altrove no?

Perché nel fare una casa passiva non si compra più energia da nessuno, finisce l’affare Il famoso criticatissimo superbonus ma molto di più la Legge sulle Comunità Energetiche sono stati tentativi di andare nella direzione del bene comune. Ma della legge sulle Comunità Energetiche non si parla e già alcune holding di profitto stanno provando a vedere se si può lucrare anche lì e stravolgere l’idea che il risparmio, la localizzazione e la condivisione siano la soluzione al problema.

Alla politica bisognerebbe chiedere di pensare, finanziare ed implementare sistemi di liberazione dell’energia dal profitto, cominciando da tutto quello che si può fare direttamente con le proprietà dello Stato. Sarebbe un investimento che, tra l’altro, comporterebbe nel giro di poco tempo un guadagno da parte delle amministrazioni locali e nazionali, così come possono testimoniare coloro che l’hanno fatto, sia nel pubblico che nel privato. Una questione pratica di buon senso.

Ma, come al solito, il tema di fondo è che dovremmo cambiare paradigma e prospettiva e mettere al centro il Bene Comune, l’Essere Umano e la sua casetta blu, velata dalle nubi.

Olivier Turquet


(*) ripreso da www.pressenza.com

domenica 31 maggio 2026

La cosidetta "intelligenza artificiale" incombe...


Un articolo del sociologo, ex vice-Presidente dell’ONU, ed ex-europarlamentare Pino Arlacchi apparso sul sito dell’Antidiplomatico il 29 maggio scorso (e ripreso dal Fatto Quotidiano del 27 maggio) ci permette di impostare una discussione su come l’introduzione e lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale viene gestita in Occidente (in particolare negli USA) e in Cina.
 
La possibilità di produrre dei dispositivi che potessero sostituire attività tipiche dell’essere umano pensante era stata già prospettata nel secolo scorso da Turing, considerato l’inventore e il padre del computer. Ma solo agli inizi di questo secolo la IA ha cominciato ad avere una vasta diffusione a partire inizialmente dagli USA.
 
Le caratteristiche di questo sviluppo negli USA sono, in primo luogo, che la IA (o tutto quello che viene presentato come IA anche senza esserlo, o esserlo solo parzialmente) è sviluppata da alcune grandi imprese tecnologiche private che badano solo alle vendite (incrementate anche attraverso una pubblicità molto invasiva) e ovviamente al profitto.
 
Ne segue che i prodotti non sono sempre all’altezza di quanto sarebbe utile e secondo le promesse.
 
I metodi usati per creare grandi schemi di linguaggi artificiali dei dispositivi sono essenzialmente statistici, basati sull’introduzione nel dispositivo di miliardi di dati dalla cui elaborazione ottenuta con complicati algoritmi matematici dovrebbero scaturire risposte a domanda.
 
Ad esempio nel campo giornalistico, o legale, o dell’immagine audiovisiva, introducendo miliardi di articoli, commenti su leggi, o immagini create da persone reali, dovrebbero scaturire le risposte medie più probabili, che spesso sono prive di originalità e talvolta risultano anche fuori tema.
 
Questi metodi sono molto usati ad esempio in campo giornalistico dove ai giornalisti è imposto un alto ritmo di produzione di articoli, cui si po' sopperire con la IA realizzando un gran numero di articoli che differiscono poco tra loro. Lo stesso avviene in campo scientifico dove le carriere dei ricercatori universitari sono legate al numero di pubblicazioni realizzate. Si sopperisce quindi con la IA che può produrre molti articoli similari di scarsa originalità, e comprende anche la citazione di tutta la bibliografia, ma spesso senza distinguere tra fonti attendibili e inattendibili, con risultati a volte discutibili.
 
Un altro pericolo fondamentale che riguarda la IA è quello della possibiltà di creare vaste zone di disoccupazione sostituendo con metodi automatici attività ripetitive. Si è detto giustamente che questa situazione ricorda quella della rivoluzione industriale e tecnologica della fine del ‘700 e dell’inizio dell’800 quando furono introdotte le macchine mosse dalla forza del vapore. Gli operai che perdevano il posto di lavoro spesso aderirono al movimento “luddista” i cui membri andavano a distruggere le macchine nelle fabbriche. Ma in realtà i “luddisti” non erano dei trogloditi scervellati. Chiedevano solo che la rivoluzione industriale avvenisse a favore di tutti senza lasciare nessuno per strada, e non solo a favore del padronato.
 
Oggi negli USA il nuovo padronato è costituito dal mondo della finanza, ma anche dalle “big Tech” che agiscono nel campo informatico della comunicazione e nel settore della IA. Un’azienda come Anthropic vale da sola circa mille miliardi di dollari, quanto il bilancio di uno stato medio. Queste grandi aziende possono influire con la loro potenza in modo sostanziale nel campo della politica.
 
Un settore in grande sviluppo è quello della IA per usi militari e di sorveglianza sociale. Un’azienda come Palantir (che vale circa 500 miliardi) produce materiale bellico che arriva fino alle armi automatiche (che agiscono senza il controllo umano). La sua dirigenza pretende addirittura con arroganza di orientare in modo più aggressivo la politica degli USA e di dettare le linee guida persino al Pentagono.
 
In Cina, come spiega bene Arlacchi, la IA ha avuto ultimamente un grande sviluppo che tende a superare in qualità e quantità ciò che viene prodotto in Occidente. La caratteristica di questo sviluppo è però che vi è da parte dello stato un forte controllo ed una accurata pianificazione. Anzi la stessa IA è utilizzata per sostituire ai vecchi piani economici rigidi di stile sovietico (che hanno mostrato alla fine molti limiti) un piano complessivo agile e rinnovabile a secondo delle esigenze. Questo piano versatile tiene conto sia della complessità del sistema misto cinese, che comprende anche settori privati sotto il controllo statale, sia della potenziale disoccupazione della forza lavoro sostituita dalle macchine automatiche, che viene gestita indirizzando in modo pianificato la forza-lavoro a secondo delle esigenze dell’impetuosa crescita economica cinese.
 
In definitiva, come succede per tutte le nuove tecnologie, e come successe già nella rivoluzione industriale di due secoli fa, le innovazioni possono servire ad aumentare diseguaglianze e profitti, o - diversamente gestite – a essere messe al servizio dell’umanità. In un recente convegno organizzato dal gruppo GAMADI l’amico e compagno Andrea Martocchia diceva che con lo sviluppo della IA - che è in grado di sostituire molti lavori umani, specie ripetitivi – riacquisisce significato il vecchio detto “lavorare meno, lavorare tutti”. 

La IA, a seconda di come venga gestita, può essere una maledizione, ma potrebbe  anche essere una prospettiva per alleviare la "fatica" del genere umano.
 
Vincenzo Brandi



sabato 30 maggio 2026

Lex sed dura lex...



Punteggiatura di un arco che dai proclami del Diritto alla felicità ci ha garantito la Certezza della pena. 

I bambini la sentono dire, ma, presi dai giochi dell’età, non ci fanno caso. Però ne assimilano la formula finché poi, da grandi, dopo mille altre repliche subliminalmente ascoltate, determinati e convinti, la tirano fuori dal proprio cilindro obbligato dalla cultura nella quale sono cresciuti e che li ha forgiati. A quel punto, “è la legge del mercato”, non è più solo una semplice verità esistenziale sempre in bilico tra bisogno e disponibilità e neppure l’espediente usuraio di qualche canaglia coi gemelli e la Rolls, è l’aria, indispensabile alla vita. 


Se la utilizzasse una madre nei confronti del figlio avremmo fatto dell’umanità un Panopticon da tutto esaurito da ergastolani in fasce.

 

Sul monolitico pilastro della legge del mercato sono state oligarchicamente elette le vie della colonizzazione. Per certuni, con boccoli e habit dégagé, non si trattava di nient’altro che un’ovvia conseguenza della propria superiorità e di quella del proprio popolo. Per questi, colonizzare non era depredare ma banalmente arraffare il necessario in cambio dell’azione civilizzatrice resa a negri, irlandesi, indiani, arabi, indios, eccetera, eccetera. L’elenco è geograficamente avvolgente e storicamente esteso.

 

Se con i bottini predati le labbra della voragine di ricchezza che separava colonizzati e colonizzatori si allontanavano inesorabilmente fino a provocare le rivoluzioni emancipatorie. Da quella apertura spalancata seguitano ancora a udirsi le grida dell’ingiustizia. Urla che non oltrepassa il comodo abitacolo a doppi vetri delle Rolls, ma neppure quello cigolante delle utilitarie.

 

Gli strumenti del saccheggio, vascelli e velieri, che avevano portato fucili e bon-bon ed erano ritornati con schiavi e ruberie senza che nessuno ne provasse vergogna, proseguirono dopo un passaggio in camerino per cambiarsi l’abito. Ad un certo punto non si poteva più usare deliberatamente la forza: i diritti umani seppur vessati stavano facendo il loro percorso nella storia.  

 

L’industrializzazione, che aveva ulteriormente dissanguato terre e popoli e che si era sovrapposta agli ultimi decenni delle colonizzazioni, si era trovata davanti a due orizzonti. Su uno campeggiava un cielo sereno, sull’altro, una preoccupante perturbazione. Al primo corrispondeva la disponibilità di mercati in cui affondare la siringa che li sfruttasse. Al secondo, l’avanzata del Quarto stato, l’Internazionale socialista, l’ideologia comunista. 


Ma, anche se la dimensione che coinvolgeva l’industria e i lavoratori aveva un’identità planetario-occidentale, i mercati erano per lo più locali. L’avvento della televisione e della ricerca psicologica nel campo della comunicazione pubblicitaria erano stati sapientemente amalgamati nel crogiolo degli industriali concentrati sul profitto.

 

Impregnati di merci i mercati nazionali, la triplice unità composta dallo spirito industriale, dei servizi e della comunicazione spinse gli uomini a guardare anche oltre confine in cerca di mercati vergini da profanare con la violenza del consumismo, un’inattesa (?) modalità di concezione del mondo, in quanto ormai necessario al sostentamento del sistema. Un’assuefazione che, come quelle di ogni altro genere, comportava la necessità e l’incremento della dose. 

 

Detto fatto. multinazionali, delocalizzazione e globalizzazione provvedevano ad ampliare il potere di pochi, a ridurre il costo del lavoro e delle merci. La legge del mercato lo richiedeva per fronteggiare la concorrenza che non era ancora cinese, ma completamente fratricida, cioè infranazionale e infraoccidentale e per scavalcare le difficoltà di scambio commerciale. 


Quest’ultimo, una specie di tappo tolto il quale, con la favola della distribuzione della ricchezza, tutti i paesi avrebbero subito lo tsunami delle merci e della comunicazione, unguento utile alla marea del consumismo. Una patologia che significa dipendenza dal consumo e che, fatto salvo pochi circoli dal carattere situazionistico, non è stata ancora dichiarata tale da alcuna politica e da nessuna cultura. E come potrebbero queste criticare, frenare o eludere la prima garanzia per l’estensione e il mantenimento dei mercati e dei mercanti vista la loro biologia economica? 


Nel contempo, dei plinti delle storie e delle culture locali, dell’idioma e dell’identità di persone e popoli demoliti dall’onda mortifera, non restavano che relitti lasciati a sé stessi nel liquame addolcito dai bon-bon che tutto stava invadendo.

 

Per il guadagno non si guarda in faccia a niente, la legge del mercato delle virtù morali non solo non sa che farsene, ma le ha surclassate e derise coprendo di buone maniere il vuoto della loro assenza. La mascherata di solito è taciuta, è assente dal dibattito pubblico come se tutti i pensieri fossero sotto incantesimo. Si preferisce legittimare, anzi celebrare, l’avidità, con l’impostura della legge del mercato. E che la legge dei bisogni primari vada a quel paese. Il dono, l’empatia, la condivisione sono per lo più dimenticate anche nelle relazioni più minute. L’ombra del chi più ha più è non smette di stare sul collo dei pensieri. Con tale spiritualità che altro mondo, oltre a quello sanguinante in cui ci troviamo, sarebbe potuto prosperare? 

 

Ma se il capitalismo reale, che con le lobby era in procinto di avere in sé il parlamento occulto del governo di parte del mondo a mezzo del denaro, quello finanziario e digitale è all’altezza di permettersi l’acquisto di un numero crescente di politiche statali. Parlare oggi di bene pubblico e di servizi sociali allappa il pensare dei progressisti uniti – quell’amalgama di rosso, di nero e altri sei colori, che ha venduto la politica al capitale – come se si volesse rimettere a posto le scaglie delle farfalle. Un’utopia socialista, secondo il gergo delle ideologie, che in mano a soggetti privati, resterà tale perché il profitto prevede lo sfruttamento delle persone, non la cura. È la legge del mercato che lo dice! Chiuso il discorso!

 

Se le politiche per il benessere sono una specie di muro del pianto della discarica, quelle del controllo appaiono invece come un’ara al centro dell’attenzione. Non più “patente e libretto” ma biometria come una camicia di forza indossata senza pena, per alcuni con soddisfazione.

 

Dei lavoratori, fatto salvo che in termini di mascherata, non ci si occupa più. Equivalgono a frazioni di macchinari cibernetici, ferri, byte e bit che non piantano grane. Sotto un’egida algoritmica, i lavoratori si trovano finalmente uniti. Ma questa volta il loro potere non sta nella consapevolezza del plusvalore che producono, ma in quanto consumano. Un criterio di mercato che, élite a parte, non esclude nessuno. O meglio, esclude dal diritto all’esistenza chiunque non voglia o non possa sottostare alle richieste del regista della mascherata. In sostanza, chiunque non voglia o non possa consumare. Chiunque non sia ligio nel rispetto della vita a punti.


Intanto, vita natural durante, il più possibile di tutti noi viene raccolto con metodi subdoli – anche quando sembrano trasparenti – e analizzato anche senza il trucchetto del consenso degli interessati. Una messe di informazioni che finisce nell’alambicco algoritmico gocciolante di verità indispensabili al mercato.

 

Guerre come industria da far girare e egemonia da mantenere, guerre senza neppure più il bisogno di favole all’antrace per scatenarle. Ora che il mazziere capitale può giocare a carte scoperte come mai prima, rivela al mondo in che direzione cieca corre il treno bestiame in cui siamo trasportati con tv 4k e connessione permanente. Ma il folle sferragliamento non arriva alle orecchie dei divanisti. Concentrati sul sostenibile, vanno al negozio giulivi per comprare l’auto, la moto, la bici, il quad e la barca elettrica certi di dare il buon esempio ai figli e al prossimo, soddisfatti per il tappo attaccato alla bottiglia e per aver risparmiato portandosi via tre merci al prezzo di due quando gliene serviva soltanto una e spesso nessuna. Sottrarsi così facendo alla responsabilità dell’inquinamento del mondo lo fa stare meglio, un po’ come sapere di Gaza e cambiare canale e delle emissioni del capitalismo e fare appello al magico TINA, ingrediente fondamentale per tutte le salse dello status quo. I divanisti si interessano all’economia circolare e all’impatto zero come fossero davvero medicine per guarire il pianeta. Sulle cause capitalistiche del cancro in cui riversa non sa e non vuole sapere nulla. E se proprio insisti, ti chiama luddista. 

 

La carta dell’immigrazione sconsiderata sarebbe stata geniale per l’uomo che l’avrebbe giocata, ma assolutamente banale per la legge del mercato. Fa parte della sua genetica, biochimica e fisiologia escogitare l’espediente utile a restare in piedi. Un po’ quello che fanno tutti quando s’inciampa. 


Il caporalato con i colletti bianchi – tanto per utilizzare termine datato, ma non estinto – vede nei disperati il necessario per abbattere il costo di produzione indispensabile per far pronte alla nuova concorrenza orientale, nei confronti della quale la legge del mercato da monopolistico-occidentale ha costretto i propri padroni a impegnarla sul tavolo verde della geopolitica, per giocare la partita con il nuovo giocatore chiamato Brics. Un gesto dietro il quale non v’è alcuna solidarietà sociale ma forse l’ultimo trucco dei capitalisti americani per evitare un isolamento dal mondo del proprio paese e il rischio con prospettive di autarchia forzata.

 

Nel grande caos – ma il lume della ragione e la ricchezza distribuita non dovevano portarci altrove? Quello della scienza non doveva condurci alla salute? E quello del benessere materiale non avrebbe estinto i drammi esistenziali? – la riduzione della democrazia, quello della popolazione e l’aumento esponenziale dei rifiuti non sono ancora temi dibattuti come lo erano stati la legge sul divorzio e poi quella sull’aborto. Appena la mentalità sarà stata fatta maturare a puntino, il progressismo che già allora vendeva e ciarlava di diritti individuali tornerà alla ribalta per calcare le vette dei salotti tv e i cortili dei social per sostenere il nuovo ordine mondiale di marca capitalista. E, se l’eutanasia pop non ha più salita ma solo discesa davanti a sé, la mercificazione dei propri organi a morte avvenuta, sarà promossa dal basso, dai poveracci, avvinghiati alla speranza di sottrarre i propri figli dalla pena quotidiana. La legge del mercato ce lo chiede.

 

Esatto, è la legge. Ma la legge si inventa, si cambia, si abroga. Quindi è arbitraria, a vantaggio di pochi e a protezione (si fa per dire) di chi si adegua. Se il liberistico Sogno americano è stato una flebo che a mani basse ha assuefatto lo spirito dei benpensanti/nullapensanti dell’intero occidente, chi non si è fatto intossicare e chi è riuscito a liberarsi dalla dipendenza non ha peso politico, non conta nulla se non nelle proscrittive liste dei copisti velinari che, come sostengono la nazista ma democratica Ucraina, così raccolgono in un solo fascio tutte le erbe dei dissidenti, siano terrapiattisti, nowax, nowar, putiniani e utopisti. 


È giusto! È la legge del più forte! È naturale! Così parlano i sostenitori del sistema che ha creato i problemi esiziali che ci piovono sulla testa come in un fortunale e che – surreale epilogo – crede di risolversi senza abbandonarlo.


E poi, non è per niente naturale, non c’è consonanza tra l’accumulo capitalistico e ciò che accade in natura, dove sussiste solo il necessario al sostentamento.


Infine, le categorie appena citate inventate dai giornalacci e denigrate dalla maggioranza divanistica forse, proprio nella crescente bromurizzazione generale cui stiamo assistendo, troveranno l’idea giusta per radunarsi e fare breccia. È la legge della sopravvivenza!


Lorenzo Merlo





Carta astrologica della Repubblica Italiana - Data di nascita: 2 giugno 1946

“L’Italia è una Repubblica dal 2 giugno del 1946. Questa data è come un atto di nascita ed è possibile stabilire le qualità insite nella fondazione del nuovo Stato partendo dalle qualità temporali della sua fondazione. L’aspetto più evidente, dal punto di vista dello zodiaco occidentale, è che l’Italia manifesta tutte le caratteristiche dei Gemelli. Il 2 giugno rientra nel secondo decano, quindi nella pienezza degli aspetti “gemellari”. Castore e Polluce ci sono entrambi, ed è forse per questa ragione che l’Italia ha avuto, ed ha, un destino sia artistico, culturale e poetico che truffaldino, speculativo e corrotto. 
In particolare si può dire che la Repubblica Italiana manifesta capacità di cambiamenti rapidi ed una quantità di talenti. Benedetta dalle qualità del “divo nato” la nostra patria rappresenta la personificazione caratteriale dell’uomo di spettacolo, una specie di prestigiatore Houdini o –al meglio- un accorto Disraeli. Lo spirito mercuriale dei gemelli predispone la Repubblica Italiana a trasformazioni repentine, cambiamenti di scena e facili entusiasmi. In tal modo si può perdere di vista la necessità contingente ed infatti la vita privata degli italiani -in generale- ne soffre, anche se nel pubblico tutti cercano di essere brillanti….
Nel calendario romano il 2 giugno era indicato come il “quarto giorno prima delle none. Fasto. Sacro a Marte, alla Dea Carna ed a Giunone Moneta” Secondo Microbio Carna è la divinità tutelare della parti vitali del corpo, forse questa la ragione per cui gli italiani sono così amanti della buona tavola e delle “rotondità” femminee. Il termine invece affibbiato a Giunone, “Moneta”, significa “l’Avvertitrice” e le venne conferito in occasione del celebre episodio dell’assalto dei Galli al Campidoglio, sventato dalle oche sacre del tempio di Giunone. L’attributo passò poi ad indicare la moneta (in senso di denaro) poiché la zecca si trovava nei pressi del tempio della Dea.
Questo particolare della “difesa” fatta dalle oche può servire da introduzione al contenuto semantico e zodiacale connesso all’oroscopo cinese. Infatti l’anno 1946 è quello del Cane di Fuoco. Il cane è animale da guardia per antonomasia ed il Fuoco rappresenta la vista, da cui se ne deduce che l’Italia è un paese che si guarda attorno e cerca di adeguarsi alle regole secondo termini di giustizia condivisa. Questa è una chiara immagine del dharma del nostro paese. In aggiunta il 2 giugno rientra nella stagione del Cavallo, simbolo della libertà e della leggerezza, da cui se ne deduce che il motto più vicino alla realtà ideale della nostra Repubblica, secondo i cinesi, sarebbe “giustizia e libertà”. Ed effettivamente, malgrado i grandi difetti, queste aspirazioni sono nel cuore di tutti gli italiani…..
Buon Anniversario della Repubblica a tutti quanti! 
Paolo D’Arpini - Rete Bioregionale Italiana

giovedì 28 maggio 2026

Le profezie di Peter Deunov sulla fine della nostra "era"...


mercoledì 27 maggio 2026

No NATO: Assemblea nazionale, 20 giugno 2026 ore 14.30, Spin Time (Roma)

Assemblea nazionale, 20 giugno 2026 ore 14.30, Spin Time (Roma)

La spirale della Terza guerra mondiale avanza e con essa il coinvolgimento del nostro paese e la complicità dell’Italia con i crimini di guerra di USA e sionisti. In maniera sempre più aperta e smaccata, l’articolo 11 della Costituzione italiana viene violato nello spirito e nella lettera dalle scelte politiche della classe dominante che vuole sempre più il nostro paese intruppato nella guerra. Non solo la difesa quindi, ma l’attuazione dell’articolo 11 della Costituzione sono una responsabilità che non può essere più elusa. Non è più sufficiente denunciare che le autorità del paese e il governo Meloni, più alacremente dei governi che lo hanno preceduto, viola l’articolo 11 della Costituzione: si tratta oggi di individuare le campagne, le iniziative e le attività che in maniera sempre più coordinata, facendo fronte comune, dobbiamo mettere in campo per valorizzare la ricchezza del movimento popolare contro la guerra che è vivo e vegeto nel paese e la sua iniziativa quotidiana dal basso.

Si tratta oggi di passare dal concepirsi come soggetti che denunciano il cattivo presente e la spirale della guerra mondiale, al concepirsi come capaci di non dipendere dal governo Meloni per rendere effettiva l’attuazione di tutte quelle iniziative e attività che oggi servono a rendere concreta l’attuazione dell’articolo 11 della Costituzione.

In ogni città e provincia esistono esperienze di resistenza e lotta contro la guerra mondiale, variamente declinate, con capacità ed esperienza, con storia e legami con i settori popolari della società. Tutte queste esperienze sono significative e importanti, possono esserlo ancora di più se via via convergono verso l’obiettivo di attuare la lettera e lo spirito dell’articolo 11 della Costituzione, di farne pratica di lotta e mobilitazione, collante del fronte delle forze popolari necessario a cambiare il corso delle cose in senso alternativo alla guerra imperialista.

Dalla lotta contro la leva obbligatoria alla lotta contro le installazioni USA e NATO in Italia coperte dal segreto e dall’impunità, fino alla lotta contro il riarmo, la conversione bellica e per l’obiezione di coscienza nei luoghi di lavoro, dobbiamo operare affinché sempre di più i vari fronti di lotta confluiscano nel fare dell’obiettivo dell’attuazione dell’articolo 11 della Costituzione non solo un principio etico e morale da rivendicare al governo Meloni, ma un obiettivo pratico da conseguire che contribuisce a dare un nuovo, diverso, alternativo indirizzo politico del paese.

Invitiamo quindi a partecipare all’assemblea del  20 giugno 2026 a Roma, dando conferma di partecipazione ed eventuale richiesta di intervento scrivendo a coordinamentonazionalenonato@proton.me

Coordinamento Nazionale No NATO

martedì 26 maggio 2026

"MAGNIFICA HUMANITAS" - DISARMARE L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE....