giovedì 22 ottobre 2026

Memoria storica sulla ricerca di erbe selvatiche al Circolo vegetariano VV.TT.


Calcata. Vecchia sede del Circolo vegetariano VV.TT.


Per campi e boschi cercando un po' d'erba

I poco conosciuti ma importanti benefici di uno «sport» che non costa nulla e neppure nuoce all'ambiente. Una grande quantità di erbe e piante selvatiche sono utilizzabili per l'alimentazione e per altri scopi utili - come si è fatto per secoli e come si ricomincia a fare in molte località.

Paolo D'Arpini nella valle del Treja

E' facile, nei climi clementi, praticare il lavoro più antico del mondo: la raccolta di vegetali selvatici, venuti su da soli, senza cure né padroni. Ecologico e pacifico. Basta inoltrarsi in un bosco o anche solo imboccare una strada di campagna, posare l'attenzione sui suoi bordi verdi e staccare delicatamente foglie e bacche. Un centinaio di metri e il cesto si riempirà; almeno una quindicina di specie. In piena estate, se gli alberi danno refrigerio al terreno in certe ore della giornata, si possono trovare ortica, finocchiella, menta, melissa, malva, piantaggine, diversi tipi di cicoria, lattuga e carota selvatiche, gramigna, vitalba, tarassaco, e more e sambuco. C'è anche il gigantesco tasso barbasso (verbascum thapsus) ma serve a poco, perché è giusto un sostituto del tabacco. In primavera è un rigoglio di germogli da cura disintossicante, mangiando.

Res nullius, bene di tutti.
Nei boschi che resistono, nei campi non avvelenati e intorno alle stradine sterrate, le piante spontanee che gli anglosassoni chiamano «volontarie» sono res nullius, cosa di nessuno e di tutti, bene comune gratuito e abbondante da quando le donne della preistoria portavano a «casa» molto più cibo dei maschi cacciatori, raccogliendo erbe, semi, frutti spontanei.
Si dice fitoalimurgia l'alimentazione con piante selvatiche; diversa dalla fitoterapia perché per prevenire o alleviare piccoli disturbi, disintossicarsi e fare il pieno di sali minerali e vitamine ricorre non a tisane o infusi ma a risotti, minestre arricchite di erbe, insalate e macedonie (crudo è meglio). L'antica pratica è stata ampiamente messa in pratica in Europa durante le guerre del Novecento ed è in uso tuttora in molte parti del pianeta, là dove sopravvivono foreste e aree verdi; integra l'alimentazione dei poveri sia in condizioni di normale miseria sia nelle emergenze; quante volte si è letto distrattamente dei coreani del Nord o dei sudanesi o degli afgani ridotti a «mangiare erbe selvatiche»? Da noi non è in gioco la sopravvivenza, ma avvicinarsi alle pratiche del Sud del mondo imparando a riconoscere, raccogliere e conservare le erbe e i frutti spontanei, ricollega alle radici (diremmo anzi alle foglie), fa bene alla salute e alle tasche e diventa in fretta una passione leggera, più rinfrescante che bruciante. Fra le informazioni che si scambiano i Bilanci di giustizia, seicento famiglie italiane impegnate a riformare il budget domestico secondo criteri eco-sociali, ci sono le modalità di raccolta e trasformazione delle erbe e dei frutti selvatici.

Preparazione di insalata selvatica al Circolo

L'unico ferro del mestiere è un buon manuale con le foto e indicazione delle parti commestibili. Ma le prime uscite sul campo vanno fatte con un insegnante: per imparare a conoscere e raccogliere senza danni - alla salute e alla vegetazione - almeno alcune decine di «erbe base nostrane» fra le 20.000 commestibili che spuntano sul pianeta, anzi che fioriscono... molti non sanno che si possono mangiare in insalata la primula, il fiore della malva, il nasturzio, la speronella, l'acacia.

In un pomeriggio di agosto, Paolo D'Arpini di Calcata (Viterbo), impedisce agli «allievi» di raccogliere le infiorescenze bianche al sapore di carota, perché gli sembra che ce ne siano poche; e raccomanda di prendere poche foglie per ogni piantina. Pastori, contadini e capre sono stati i maestri di botanica di Paolo, che dal 1984 anima il Circolo vegetariano Vv.Tt in quel particolarissimo villaggio laziale su uno sperone altissimo di tufo. Nessuno ha mai saputo bene cosa significhino quelle quattro lettere nel nome del Circolo ma la sua storia è densa: sensibilizzazione vegetariana ed ecologica; difesa dei luoghi e delle tradizioni locali; petizioni sugli olocausti preventivi di vacche presunte pazze; pensionato di galline montoni conigli e capre sottratti al destino di finire inforchettati e colà invece mantenuti a mais ed erba con alcune «adozioni a distanza», insufficienti a inserire fra gli ospiti anche maiali e buoi.

Si mettono a memoria molte erbe in un minicorso pomeridiano con Paolo, anche se di molte non conosce i nomi latini: lezioni gratuite per chi ha faccia tosta, di una decina di euro cena compresa per chi pensa che la trasmissione della conoscenza vada ricompensata, anche quando l'insegnante è troppo timido. L'imbrunire conclude il corso; si sale un sentierino fra gli alberi (da uno pende da anni un bambolotto nudo e scolorito) per andare cucinare l'acquacotta nel «tempio della spiritualità laica», un boschetto con grotte un tempo rifugio di animali e forse uomini, ora gestito dal VvTt.

Paolo spiega: «Tornando dai campi, uomini e donne si attardavano ancora un po' strada facendo, per raccogliere le diverse erbe che non di rado, insieme a un po' di pane e a un filo d'olio, erano il pasto serale. Finché c'era un po' di luce c'era da fare anche intorno a casa; intanto le erbe cuocevano. Bisogna aver pazienza...

Marinella Correggia







Post Scriptum:

“In questo articolo pubblicato su Il Manifesto nel 2004, si raccontavano alcune attività del Circolo, fra cui la ricerca di erbe selvatiche, iniziata già da parecchi anni, prima sotto la guida del capraio Irmo ed in seguito proseguita con i due erboristi membri dell'associazione: Giuseppe Roveri ed Alessandra Forti. L'ultima operatrice acquisita è stata la marchigiana Sonia Baldoni, con la quale siamo ancora in contatto, da quando il Circolo si è trasferito a Treia.
Per saperne di più potete leggere le nostre avventure sul libro "Dal Treja a Treia" (Viaggio fra bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica. Da Calcata alle Marche) (Edizioni Ephemeria).
(P.D'A.)



mercoledì 21 ottobre 2026

La via del ritorno a casa...


Risultati immagini per Deepak Chopra     La Via del Ritorno... a Casa


Tutta la felicità e pienezza a cui gli uomini aspirano, esiste nel momento presente. Nell’adesso, il tempo cessa di esistere e sperimentiamo una presenza che è totalizzante, completamente in pace e totalmente 
soddisfacente.

Niente potrebbe essere più vicino del presente, ma nulla scivola via altrettanto velocemente. In un istante la nostra mente ci può portare lontano ai ricordi del passato o alle fantasie riguardanti il futuro. O possiamo rimanere catturati in una lotta contro il tempo, sentendoci come se non ce ne fosse mai abbastanza. Diciamo frasi come “il tempo vola”, “il tempo corre”, o “non ci sono abbastanza ore in una giornata”.

In qualche modo dimentichiamo che possiamo scegliere se fare del tempo un nemico o un alleato. Possiamo passare dalla concezione del tempo come limite e vincolo a una percezione dove il tempo non esiste… all’estasi che può essere trovata solo nel momento presente. 

Se vuoi avere tutto il tempo del mondo, puoi allenarti con semplici esercizi:
 Immergiti nella sorgente della consapevolezza. La maniera più efficace per vivere nel flusso senza tempo è la meditazione. Quando mediti la tua coscienza si sveglia dentro di sé. Con la pratica regolare della meditazione, il silenzioso testimone dentro di te colma e illumina la mente
in modo che essa non guarda più al passato o al futuro per la sua realizzazione. Sperimenta la pace e la libertà interiormente e in ogni momento.
 
Presta attenzione. Per tutta la giornata, quando noti che i tuoi pensieri si perdono lontano, ritorna dove sei. Ti accorgerai immediatamente del perché ti sei fatto trascinare, chissà perché sei annoiato, ansioso, perché ti soffermi sul passato o anticipi il futuro. Non giudicarti, semplicemente
rivolgi nuovamente la tua attenzione su ciò che hai davanti ora.
 
Senti le sensazioni nel tuo corpo. Mentre la mente vive nel passato e nel futuro, il corpo vive nell’adesso. Connetterti alle sensazioni del tuo corpo ti riporta alla consapevolezza del momento presente.
 
I nostri pensieri ci spingono sempre verso il futuro o il passato, lontano dal presente. Ma è nel momento presente che troviamo lo Spirito, il nostro essere essenziale e la forza che anima la vita. Connettendoci al presente rivolgiamo la nostra attenzione dentro di noi, lontano dal caos e
dall’attività, e sperimentiamo la nostra eterna, illimitata natura.
 
Deepak Chopra



martedì 20 ottobre 2026

Ravenna: "L'odio per gli alberi si fa recrudescenza..."


A Ravenna si riaccende la polemica sugli abbattimenti degli alberi, in particolare dei pini domestici...


Viale Romagna a Lido di Savio, al via nuovi abbattimenti: il Comune blinda procedura e risponde solo dopo quasi 50 giorni al consigliere Ancisi

Nonostante un’estate rovente con oltre 50 gradi percepiti da esercizi commerciali, turisti e residenti del viale devastato, non si placa la smania del Comune di Ravenna di distruggere ad ogni costo i 26 pini sanissimi superstiti di viale Romagna a Lido di Savio. Lido che ora è ridotto allo squallore delle periferie cementificate degli anni 60.

Dopo quasi 50 giorni e due solleciti, e cioè ben 10 volte tanto il limite massimo concesso, la tecnica del Comune di Ravenna ingegner Principato risponde alla richiesta di aggiornamenti del consigliere Ancisi, costretto a metter in conoscenza della richiesta direttore generale e responsabile della trasparenza, e lo fa … a ridosso degli abbattimenti che, stando alla risposta, inizieranno la prossima settimana! Col terrore che qualcosa possa frapporsi al fremere delle motoseghe, questo succede nel trasparente e democraticissimo Comune di Ravenna!

Nella risposta si fa riferimento al progetto che deve proseguire: ma quale progetto, visto che il Parco Marittimo non completato avrebbe perduto i finanziamenti PNRR? Con quali nuovi finanziamenti va avanti la distruzione del bellissimo viale alberato di Lido di Savio? Nulla è trapelato, niente è stato pubblicato: giovedì scorso, appena saputo dall’ingegner Principato che i lavori riprendono la prossima settimana, il consigliere Ancisi ha effettuato immediatamente un nuovo accesso agli atti, ma al momento non gli è stato mandato nulla. Ricordiamo che in agosto è caduto uno degli alberi sottoposti alle prove di trazione e contestualmente scavato attorno al tronco e sigillato con asfalto bollente, alla presenza degli incaricati delle prove. Una manomissione contraria alle norme di progetto che potrebbe aver messo a rischio l’incolumità delle persone, oltre la vita del povero albero, peraltro già condannato a morte dal progetto “Parco Marittimo”. Un’agonia prolungata e un odio per gli alberi sani e decennali – piccoli ecosistemi ed oasi di biodiversità – che nemmeno l’evidenza e nemmeno le migliaia di firme sdegnate e gli interventi qualificati di tecnici privi di interessi nel progetto, riescono fermare.

Il gruppo “Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna” 




P.S. - 21 ottobre 2026, ore 21.00 presso la Sala Ragazzini di Largo Firenze a Ravenna, serata informativa con il dottore forestale Gian Pietro Cantiani, dove si parla ancora di viale Romagna e di via Maggiore e dei progetti virtuosi di altri comuni che non considerano gli alberi oggetti usa e getta come invece succede nel Comune di Ravenna.

"Ogni pazienza ha un limite!"... Una memoria od un avvertimento?


domenica 18 ottobre 2026

... e finalmente su questi schermi: "L'abbecedario agropastorale di Giuliva e Urbano!"

 


sabato 17 ottobre 2026

Uno, duo e trino...!?

 


C’è un’idea davvero indicativa della miserevole condizione umana, alla quale corrisponde una specie di delirio di onnipotenza, nei confronti del quale non solo tutto tace, ma a causa della sindrome razionalista – quale sola via alla conoscenza – che simbioticamente l’accompagna, non esitiamo a tacciare di relativismo e di soggettivismo chiunque si muova fuori dalle righe del pensiero da noi ritenuto canonico. Procediamo così, costantemente, verso l’inevitabile epilogo del conflitto tra contrapposte e differenti prospettive, dalle quali traguardiamo i mondi che poi, necessariamente, descriviamo.


La malattia è un equilibrio perduto.

Disponiamo tutti dell’esperienza dello sperticamento d’ordine vario a mezzo del quale abbiamo voluto dimostrare d’essere sobri, equilibrati e nel giusto. Uno spertico vissuto con diritto, dovuto alla certezza che si possa e si debba trovare la verità ultima della realtà. Pensiero consuetudinariamente corretto? No consapevolezza? Ahi hai ahi!

Fatto salvo circoscritti contesti chiusi, cercare la vetta della verità nella dimensione duale è uno scopo inopportuno, presuntuoso, lacerante, babelico.  Dunque la verità è solo entro la regola, purché questa sia condivisa da coloro che partecipano al gioco. Diversamente, come non rendere merito a Foucault e riconoscere che la verità è nel discorso narrato da ogni biografia, contenuto in ogni affermazione.

La condivisione di un’idea, di una morale, di una pretesa che ci conferma d’essere nel giusto, di avere ragione, corrisponde alla condivisione della medesima prospettiva dalla quale anche altri guardano il volume immobilizzato in una sua possibile bi-dimensione.

Solo affermazioni d’intento positivistico pavimentano il terreno del dualismo, affinché chi vi cammina possa trarne il senso del giusto e poter così proclamare l’ovvio universale di ciò che incontra e, quindi, avvalersi del diritto alla sopraffazione di coloro colpevoli d’aver incontrato altro o che preferiscono muoversi altrimenti, per esempio sui tappeti volanti delle visioni, dai quali spesso evitano di guardare in basso per non vedere la sofferenza che gli uomini si procurano lanciandosi gli uni contro gli altri, imbracciando entrambi il stendardo della verità.

La dimensione duale si genera dal pensiero – che molti chiamano evidenza autosufficiente a dimostrare sé stessa – di essere al cospetto della realtà, di poterla descrivere con oggettività, di ritenere che tale descrizione possa e debba essere condivisa dal prossimo anche in contesti aperti, relazionali, non suggellati da campi chiusi, regole e linguaggio condiviso da tutti gli interlocutori. Tutto ciò, nonostante i continui esempi e campioni di innumerevoli diversità d’ogni schiatta, che si affacciano al nostro sguardo. Ma non basta. L’inettitudine a riconoscere la legittimità di ciò che non riusciamo a costringere entro la nostra buia prospettiva egocentrica è oggi con il politicamente corretto, la cancellazione delle culture e il pensiero unico ai suoi vertici di scelleratezza, offerti, imposti e venduti come progresso.

Destino

La realtà può stare entro la figurazione del Volume. Nel volume è presente ogni elemento e/o fenomeno fisico e metafisico. Una sorta di iperuranio allargato. Per ognuno di noi, questi elementi corrispondono solo a quanto abbiamo esperito empiricamente e concettualmente. Tuttavia, essendo il volume carico di quanto conosciuto da chiunque, nell’emporio del volume si trova l’intera gamma delle realtà disponibili. Uno degli elementi siamo noi. Insieme a tutti gli altri, animati e inanimati, vortichiamo partecipando a conformare la nebulosa che non concepiamo, a reificare realtà esistenti per noi e invisibili ad altri.

Bidimensione...

Con la supponenza alla quale l’io ci obbliga, rilasciamo le nostre affermazioni e sosteniamo le nostre verità come fossero istantanee. Al pari di una stampa fotografica, riprendiamo quanto osserviamo nel volume, quanto esso in quell’istante visionario ci mostra, quanto vediamo allineato alle nostre esigenze. In sostanza fermiamo il subbuglio del mondo e, come si fa con una immagine, descriviamo la realtà e noi stessi, che da multi- diviene bi-dimensionale. E guai a toccarcela. 

Tanto il simbolismo del volume e il suo vorticoso contenuto, quanto la riduzione della realtà a bidimensionale, per essere riconosciuti, richiedono di avviarsi su un percorso solitamente poco frequentato. È un sentiero di spoliazione, poco interessante per chi predilige agghindarsi, apparire, emergere sostenendo la sua verità.

Con quanto detto finora, va da sé che il diritto alla bi-dimensione altrui, solitamente non è compreso nella immagine piatta e statica che abbiamo tratto noi dal volume. Essa esclude il mondo che non vediamo, cioè che non è compreso nel riquadro della nostra istantanea. 

Va da sé anche che la contraddizione, la scoperta di prospettive prima impensabili, che punteggiano il nostro divenire, non demoliscono l’architettura della nostra biografia, cioè di ciò che diciamo di essere. Quei cambi di opinione ci risultano tanto accettabili in noi quanto deprecabili nel prossimo, a maggior ragione se con il supporto del branco, fosse anche quello democratico, buonista, scientista, europeista, la cui validazione è ancora il diritto a sguainare la spada della verità.

Come in un organismo, nella corrente del divenire, placida, tumultuosa, gorgosa e fiancheggiata da morte, in cui si mescolano, compongono e scompongono lobby, protocorporazioni, moltitudini e solitudini di pensiero d’ogni genere e misura, le cose cambiano e noi con loro. Ma è come se la questione non ci riguardasse, come fosse risibile. Infatti, al pari di serene pagliuzze sul torrente, procediamo innanzi convinti d’essere quelli di sempre. 

Effimera verità...

L’ossessiva ricerca della verità ha alcune evidenze che vanno ricordate. La più facile da menzionare è la violenza in qualunque delle sue innumerevoli forme possa essere compiuta nei confronti di sé e del prossimo, inteso come individuo e come tutti gli insiemi sociali che gli uomini possono comporre. A suffragio di questa evidenza bisogna affiancare il potere, una sorta di droga sublime e assuefante, nei confronti della quale pochi dispongono degli antidoti per non cadere nella lasciva dipendenza.

Poi c’è il proselitismo, spesso supportato da ideologie varie più o meno codificate, nei confronti delle quali, sempre e comunque, la reazione personale è di tipo dottrinale. Le sanzioni alla Russia, la condanna di un film perché di regia omosessuale, il diritto alla menzogna per tenere linda l’immagine di noi stessi, la fede sportiva, filosofica, psicologica e l’odio o la critica nei confronti delle fotografie “opposte”, corrispondono tutte a gioghi ego-ideologici. In quanto tali, si tratta solo di espressioni dozzinali, che solo la legittimazione e la consapevolezza della reciprocità possono emendare.

La sola verità disponibile alla dimensione duale è la centralità dell’ego in ogni affermazione, giudizio e intento proselitico, sempre manicheo, come se avesse in sé il potere mefistofelico di scomporre le diadi degli opposti, il bene dal male e via così. Una centralità che implica la permanente latenza della sopraffazione del prossimo. Una prospettiva esistenziale piuttosto deprecabile, eppure non sufficiente a far cambiare le politiche, le educazioni, le convenzioni. Una legge del più forte travestita in modalità varia ma sempre corrispondente allo stile di chi la applica, inclusi i paludamenti della propria inconsapevolezza, sempre differente per tutti.

Ma dove stare allora? Ovunque, in qualunque tradizione, ma con consapevolezza, sempre identica in tutti, emancipati dall’arroganza che porta gli uomini a quote asfissianti e ai relativi deliri, quali l’esportazione della democrazia e, come già detto, il politicamente corretto, la cancellazione delle culture e il pensiero unico. Nonché la criminalizzazione per le donne patriarcali che non si adeguano all’ideologia del femminismo sessista-ideologico-assolutista e quote rosa.

In sostanza la ricerca della verità in ambito duale aperto, non eleva l’uomo ma lo ottunde fino al punto da fargli credere che il progresso stia nell’abbondanza e nel successo, fino a fargli ritenere di essere il detentore delle idee che esprime, delle scoperte che compie. Un uomo inconsapevole che quelle idee sono già state espresse, che esistono da sempre e che sempre esisteranno. Che saranno replicate da altri che le crederanno loro.

La cultura in corso mantenendo l’attenzione verso un ipotetico esterno a sé stessi, non permette di avvedersi della nostra responsabilità sul nostro stato di malessere e infelicità. Idolatri della ragione – oltre che della scienza e delle medicine – idonea solo per dirimere le dimensioni fisiche e cartesianamente immobilizzate e a trovare blasfemo il principio unicista dell’unione degli opposti, siamo impediti di osservare noi stessi quali causa del destino che incontriamo, ma non di realizzare, invece, l’attribuzione di responsabilità al prossimo. Tragico feticismo, in quanto benda sugli occhi della conoscenza.

La questione riguarda tutti. Anche l’élite, come noi uccelli dalle ali tarpate, è costretta nella medesima voliera di idee. In essa, cercando di acciuffare il Simurgh (1) della verità, non vengono a capo di niente se non con sotterfugi imbambolatori o politiche celebrate dalla pornografia di regime. Anche loro costretti a impacciati svolazzi di una vita energeticamente sterile, inetta a imparare come aprire il cancelletto dell’uccelliera, chiuso appena da una consapevolezza.

Lorenzo Merlo

 


Note


1.     https://iltaccodibacco.it/blog/27032.html

venerdì 16 ottobre 2026

Steadfast Noon 2026 - L’ITALIA AL CENTRO DEI PREPARATIVI DI GUERRA NUCLEARE DELLA NATO...

 


Dal 13 ottobre è in corso Steadfast Noon 2026, l'esercitazione annuale di guerra nucleare della NATO che quest'anno coinvolge 17 paesi e ha come teatro principale l'Italia. Le operazioni si concentrano nei giorni 13, 14, 16 e 20 ottobre, soprattutto nei cieli del Mar Tirreno, a est della Sardegna.

Non è la prima volta che il nostro paese ospita questa esercitazione: è già accaduto nel 2010, 2013, 2014, 2018, 2021 e 2023, sotto governi di diverso colore politico. Un dato che dimostra come il coinvolgimento dell'Italia nelle strategie della NATO non sia una scelta esclusiva dell'attuale governo Meloni, ma una linea portata avanti negli anni dai governi che si sono succeduti. La subordinazione dell'Italia alle strategie militari statunitensi e della NATO è una scelta politica consolidata, portata avanti indipendentemente dalle maggioranze parlamentari.

Attraverso appositi corridoi aerei confluiscono nelle aree di esercitazione velivoli provenienti dalle basi di Ghedi (Brescia), Aviano (Pordenone), Amendola (Foggia), Gioia del Colle (Bari) e Trapani-Birgi. Le basi di Ghedi e Aviano ospitano bombe nucleari statunitensi B61-12. Sebbene non sia previsto l'impiego di ordigni nucleari reali, l'obiettivo dell'esercitazione è verificare le procedure, il coordinamento e la capacità operativa delle forze armate coinvolte in missioni nucleari.

Le operazioni interessano anche la zona militare R51 Eolia nell'Appennino meridionale e la zona D35 nell'alto Adriatico. Particolarmente coinvolta è la Sardegna, dove vengono utilizzate le aree STAR 5 WEST e STAR 5, comprendenti anche il poligono di Salto di Quirra, i corridoi aerei a bassa quota NOON e NOON S, fino a 1.800 metri, e le acque della costa orientale. Sono previste limitazioni al traffico aereo civile nelle zone interessate.

A rendere pubblici i dettagli dell'esercitazione non è stata un'informativa del governo al Parlamento, ma il supplemento AIP S56/26 pubblicato dall'ENAV il 20 agosto scorso, un documento tecnico destinato alla gestione del traffico aereo. Il ministro della Difesa Crosetto, sollecitato sulla questione, ha definito Steadfast Noon una normale attività di addestramento, programmata da tempo, dichiarandosi disponibile a riferire in Parlamento.

È proprio questa pretesa normalità a mostrare fino a che punto la partecipazione dell'Italia ai preparativi di guerra della NATO sia diventata parte ordinaria della politica del nostro paese. Si organizzano esercitazioni nucleari, si mettono a disposizione basi e territori, si addestrano le forze armate all'impiego di ordigni di distruzione di massa e tutto viene presentato come una normale attività amministrativa e militare, sulla quale non ci sarebbe nulla da discutere.

La NATO presenta Steadfast Noon come un'esercitazione di deterrenza, necessaria a mantenere la pace e scoraggiare eventuali aggressioni. Ma la deterrenza nucleare si fonda precisamente sulla capacità e sulla disponibilità dichiarata a impiegare armi di distruzione di massa. Addestrare piloti, verificare procedure e coordinare le forze di diversi paesi significa mantenere concretamente operativa questa possibilità. Il fatto che durante l'esercitazione non vengano utilizzate bombe reali non ne cambia la natura: si tratta di preparativi per una possibile guerra nucleare, non di un'iniziativa per la pace.

Tutto questo avviene in una situazione internazionale segnata dalla Terza Guerra Mondiale in corso, dall'aumento delle spese militari e dalla crescente militarizzazione dell'Europa e quindi dell'Italia. La guerra in Ucraina, il genocidio a Gaza, l'aggressione all'Iran e allo Yemen, il coinvolgimento delle potenze occidentali nei conflitti internazionali, la corsa al riarmo e il rafforzamento degli apparati militari e nucleari sono parte di un processo che coinvolge sempre più direttamente anche il nostro paese.

L'Italia non si limita a ospitare qualche esercitazione. Mette a disposizione basi, infrastrutture, aeroporti, poligoni, spazio aereo e personale militare, partecipando direttamente al dispositivo strategico della NATO. La presenza di armi nucleari statunitensi ad Aviano e Ghedi rende ancora più evidente il ruolo assegnato al nostro paese.

L'Italia non è un semplice spettatore delle guerre e dei preparativi di guerra della NATO: ne è parte attiva. Il territorio nazionale viene utilizzato per operazioni militari che rispondono alla strategia dell'Alleanza Atlantica, mentre il governo Meloni, in continuità con quelli che lo hanno preceduto, sostiene il rafforzamento della NATO e l'aumento delle spese militari. Questa politica espone la popolazione italiana alle conseguenze dell'aggravamento dello scontro internazionale e rende il nostro paese un possibile bersaglio in caso di conflitto diretto tra potenze nucleari.

La questione non è che il governo abbia omesso di informare preventivamente il Parlamento. Non chiediamo di essere informati meglio sui preparativi di guerra, né che questi vengano semplicemente discussi e autorizzati nelle sedi istituzionali. Denunciamo il fatto che l'Italia sia parte integrante della macchina militare della NATO, che il suo territorio venga utilizzato per preparare la guerra nucleare e che governi di ogni colore politico abbiano contribuito a rafforzare questa subordinazione agli interessi strategici degli Stati Uniti e dell'Alleanza Atlantica.

La questione centrale è rompere con questa politica: l'uscita dell'Italia dalla NATO, la chiusura delle basi militari statunitensi e NATO presenti sul nostro territorio e la rimozione delle armi nucleari. Non si tratta di chiedere una gestione più trasparente della partecipazione italiana ai preparativi di guerra, ma di porre fine a questa partecipazione.

La Sardegna rappresenta da decenni uno degli esempi più evidenti delle conseguenze di questa subordinazione. Intere porzioni di territorio, di mare e di spazio aereo sono sottoposte a servitù militari, con pesanti limitazioni per le comunità locali. Steadfast Noon si inserisce in questa realtà già consolidata, nella quale le esigenze militari vengono sistematicamente anteposte agli interessi e alle necessità dei territori. La militarizzazione della Sardegna, così come quella di altre aree del paese, non è un problema esclusivamente locale, ma una conseguenza diretta del ruolo che l'Italia svolge all'interno della NATO.

C'è poi il rapporto tra questa crescente militarizzazione e le scelte economiche e sociali. Mentre si chiede alla popolazione di accettare sacrifici, mentre sanità, scuola, trasporti e servizi pubblici soffrono per la carenza di risorse, l'aumento delle spese militari viene presentato come una necessità indiscutibile. Il riarmo non riguarda soltanto i bilanci della Difesa: comporta una diversa destinazione delle risorse pubbliche, una riorganizzazione delle priorità industriali e un peso crescente delle esigenze militari nella vita economica e politica del paese.

L'economia di guerra non è qualcosa che riguarda soltanto il futuro o l'eventualità di un conflitto più esteso. È un processo già in atto, che si manifesta nell'aumento degli stanziamenti militari, nella riconversione di settori produttivi verso le esigenze del riarmo e nella subordinazione crescente delle politiche economiche e sociali alle priorità della guerra.

Per questo la lotta contro la NATO e contro i preparativi di guerra non può essere separata dalla difesa delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari. Le risorse destinate al riarmo sono risorse sottratte ad altri impieghi sociali, mentre le conseguenze economiche e politiche della militarizzazione ricadono soprattutto sui lavoratori e sui settori popolari.

Come Coordinamento Nazionale No NATO denunciamo Steadfast Noon 2026 come un ulteriore passaggio del coinvolgimento italiano nei preparativi di guerra dell'Alleanza Atlantica. La responsabilità del governo Meloni non consiste soltanto nell'aver consentito lo svolgimento dell'esercitazione, ma nel proseguire e rafforzare una politica di subordinazione alla NATO che lega sempre più strettamente il nostro paese alla strategia militare degli Stati Uniti.

Non basta quindi opporsi a una singola esercitazione, così come non basta chiedere la rimozione di qualche installazione militare lasciando intatto il sistema di alleanze e di accordi che rende possibile l'utilizzo del territorio italiano per le operazioni della NATO.

Le mobilitazioni contro le basi, le iniziative dei comitati territoriali, l'attività delle organizzazioni pacifiste e antimilitariste, le prese di posizione nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università possono contribuire a costruire un'opposizione capace di collegare le singole vertenze territoriali alla questione generale della presenza della NATO in Italia.

L'obiettivo politico è l'uscita dell'Italia dalla NATO e la fine della partecipazione del nostro paese alle sue strategie e operazioni militari.

Coordinamento Nazionale No NATO -

coordinamentonazionalenonato@proton.me