Quanto sta avvenendo in questi giorni, in termini di manifestazioni giovanili e popolari e scioperi in Europa ha a che vedere con una sorta di pustola socio-politico-valoriale scoppiata spandendo pus potenzialmente virulento, nei confronti del quale i macchinisti dei governi pertinenti, attuali e precedenti, essendosi venduti all’economia e avendo tradito il legame con le proprie genti e sperperando nella corsa il patrimonio valoriale della cultura europea filo cristiano-socialista, non possono che reagire con bieca condanna e facile repressione. Guarda a caso, proprio ciò che le proteste proclamano (condanna) e vorrebbero compiere (repressione) nei confronti della classe dirigente, al di là della facciata, uniformata.
Una classe assolutamente assoggettata al progressismo, all’atlantismo, al globalismo, costi anche lo spirito di una nazione, di un’identità, di una vocazione. Nel guardare soprattutto a sé stessa, è assurta all’incredibile risultato d’aver perso ogni credibilità, non solo da parte del popolino ignorante e populista (così pensano), ma anche da quella di intellettuali di rilievo di sedicente destra e di sedicente sinistra, fatto salvo l’intera categoria dei passacarte delle testate pornografiche e del pornhub delle tv di regime in mano a direzioni extraterritoriali. È l’informazione del coro “aggressore-aggredito”, della neo-corsa agli armamenti “sennò quello arriva a Lisbona”, del genocidio dichiarato ma meglio raccontare la storia del cattivone Mladić, del “siamo buoni facciamoli entrare tutti”, del prezzemolico “sei un fascista”, del disarmante “sei un complottista”, de ”l’ha detto la scienza”. Alcune tra le veline in formato letter che arrivano puntuali sulle scrivanie dei “veri giornalisti”, come amano definirsi per cercare di arginare la perdita di clic e di ascolti, per screditare tutti gli altri loro colleghi e i reporter per caso, dai quali ora non esitano a comprare clip che, per una visita in più, vendono presentandole come “immagini forti” anche se non contengono niente di che, facendo finta di curarsi della sensibilità del prossimo, mentre incassano denari verdi per dire quanto gli viene detto di dire. Video per i quali anche il più genuino si chiede il perché di quell’avviso libidinante.
Il nascituro culmine biforcuto della repressione popolare e del desiderio di governi forti, che sta venendo al mondo, è un regalo inseminato dalle spermatiche promesse e svendute politiche pluridecennali della sinistra che hanno perlopiù governato i paesi europei, che hanno perlopiù taciuto sul progetto mondialista a mezzo immigrazionismo devastatorio programmato. Come i “veri giornalisti” facevano finta di occuparsi dei loro elettori mentre li tradivano. Il passo dalla separazione al divorzio, breve o non breve comunque lo si voglia misurare, si è compiuto. All’amore si è sostituito l’odio, al rispetto la violenza.
Sedotta e imbambolata dalla ciarlatanesca equazione progresso-uguale-benessere, irrorata da steregonesche pozioni di democrazia, l’abbraccio esiziale della politica intera con l’ordine delle cose globalista-capitalista-
Più che una copula un mercimonio sguaiato che ha dato alla luce uno stato di fatto in cui tutto è replicato, tutto viene desiderato, tutto è da sostituire, tutto dura poco, tutto è possibile, tutto è mio, in cui si è dimenticato il significato e il valore dell’autentico, dell’astinenza, della frugalità, della cura, del riguardo, del limite, della comunità, della propria biografia storica.
Zygmunt Bauman (1925-2017) aveva previsto tutta questa liquefazione del tessuto culturale tradizionale dell’Europa, poi moltiplicato dalla diffusione popolare del web, surfato dai social, divorato dall’intelligenza demenziale detta artificiale, trangugiato e digerito dai macchinisti sovra-continentali del momento. Tutto moltiplicato dall’accoglienza extraorganica delle nazioni spudoratamente a coste e gambe aperte.
Se per l’attualità e le prime pagine, in merito alle sommosse che stanno avvenendo in questi giorni europei, si possono additare i diretti, scellerati responsabili del palazzo, antropologicamente e cristianamente parlando si tratta soltanto di una deriva colposa della politica avvallata dagli intellettuali. Categorie che, sotto la pressione materialista e razionalista, giunta a bar rivoluzionari a partire dai moti del ’68 e del ’77, hanno concesso libera espressione, affermazione e assoluzione a dimensioni umane che, per tutte le tradizioni sapienziali della storia e della terra, corrispondono a ciò che ci mantiene in uno stato d’inconsapevolezza, che ci rende disponibili al degrado individuale e sociale.
Se per il cristianesimo tale osservazione ha un suo picco con i cosiddetti vizi capitali, per una certa psicologia si tratta del dominio dell’ego, per la tradizione di stirpe mesoamericana dell’importanza personale e dell’autoindulgenza, per la narrazione buddhista il punto è nella presunta pretesa dell’uomo di essere separato dal cosmo, per quella taoista del Qi, quale energia fonte di tutte le espressioni mondane, per la quale credersi altro da essa e da tutto è permanere lontano dalla conoscenza.
Così, formando uomini intenti al successo, l’altro, da fratello e simile, diviene ostacolo e nemico. Anche se la moltitudine seguace della linea individualista, soddisfatta dalla droga cognitiva dell’io voglio dice: “non male”, il destino implicito al quale non sospetta di andare incontro, sta in una vulnerabilità e relativa caduta pressoché ingestibile degli individui che la compongono. Appartenenza, identità e radice non sono tre parti ma una triade costitutiva del senso di sé stessi, antidoto preventivo della perdizione, del fallimento esistenziale, della rovina personale e sociale.
Pare coerente iscrivere a tale oscura direzione i cosiddetti atti scellerati, lesivi del prossimo e di sé stessi, compiuti da individui e gruppi cresciuti a valori effimeri, cangianti, di breve durata, rinchiusi nella camicia di forza di fameliche aspirazioni di corto raggio, consumistiche, edonistiche, imitative, opulente. E da dove altro può provenire il culto dell’utero come merce, della cultura woke, della cancellazione delle culture, dei genitori extranatura.
Siamo perciò al centro di un panorama-Panopticon nel quale gli ignari della situazione, inetti a prendere in considerazione quanto qui accennato quale inconsistente base d’appoggio elusiva della vita piena, procedono sereni con la Champions, la Bmw, il centro commerciale, la seconda casa e il fine settimana sportivo in tasca.
La discesa incontrollata e incontrollabile è ormai conclamata e incontrovertibile. Non ci sono medicine per organismi affetti da malattie degenerative allo stadio terminale. Solo palliativi buoni ad aggiungere agonia la cui durata non è prevedibile, ma certo dolorosa. I colpi di coda, le impennate, i canti dei cigni (neri), gli ultimi respiri possono protrarre a lungo il tormento.
Anche coloro che ignari non si considerano, purtroppo sempre con risorse necessariamente risibili al cospetto di quelle a disposizione dei macchinisti e relativi potentati privati e lobby kippahike, tentacolari, militari, oscure, oltre a non disporre di ricette pertinenti alla dimensione del problema, col criterio del cane sciolto, convergono tacitamente l’un l’altro a temere e a sperare in una fine quanto più possibile imminente e repentina. Mortale consolazione esistenziale – e anch’essa individualista – auspicata in nome di una nuova vita, di una nuova nascita neo-socialista che, almeno per un po’, per qualche generazione a venire, sappia fare tesoro del tempo in corso, che era stato commedia, quindi dramma ora tragedia. A sopravvivere saranno proprio i macchinisti e i loro accoliti, sollevati dalla preoccupazione degli otto miliardi di uomini e relative scorie, che toglieva loro il sonno.
Il vicolo cieco imboccato non ha vie di uscita. L’ultimo atto dell’epopea babelica della quale siamo stati protagonisti, ci vedrà tutti ulteriormente ammassati là in fondo in una orgia boschanamente (Hieronymus) immonda di salse per cibo velenoso, indaffarati a sgomitare per merci scadenti e dosi di tecnologia rese necessarie dal progresso, tra merci firmate, rese necessarie dall’apparire. E, come non bastasse, disponibili a trasformare in arma quanto alla mano pur di sopravvivere nella lotta tra poveri contro diversi all’ultimo sangue, in difesa di qualche risibilità, non certo di qualche valore tramontato da decenni. Sebbene controvoglia, anche i meno sprovveduti vengono trascinati dalla corrente, che lungamente hanno cercato, con insuccesso, di frenare, limitare, eludere.
Ciò che sta accadendo in Italia e in Europa è il frutto anche di quanto finora accennato. Se i consapevoli ne sono culturalmente e politicamente preoccupati mentre gli individualisti computano vantaggi e svantaggi, i macchinisti sono in libidinosa baldoria per il successo ottenuto dal loro progetto pluridecennale di sfacelo sociale, realizzato a colpi di demolizione culturale, di solitudine, assenza di appartenenza e di radicamento, a dosi equine di desideri nichilistici iniettate nelle vene dei pensieri dalla pubblicità regresso come vivessimo dentro una spugna senza uscita, gonfia di ridenti dj.
Va da sé, che ognuno a modo proprio si trova a ipotizzare quale uomo e quale società nascerà dopo l’esiziale orgia sanguinaria. Una congettura percepisce l’avvento di una figura che corrisponde alla radice quadrata dell’ultimo uomo di Nietzsche, il più sideralmente lontano da quello compiuto, ovvero consapevole della propria creatività e del proprio potere rigenerativo, capace di agguati spietati alla propria autoindulgenza. Un uomo compiuto che la cultura europea e il suo fondamento cristiano-socialista-
Con un simile piccolo spirito, pare legittimo supporre una società facilmente organizzata in modalità razional-gerarchica dai kapò e dai loro occulti tecno-generali. Replica civile dell’architettura militare, in cui ognuno avrà mansioni, responsabilità, premi e punizione definite dal regolamento unico o a discrezione del superiore, il cui giudizio di condanna dipenderà dal suo gradiente di vanità. Se questo genere di ufficiali senza baffi né stellette dovesse come presumibile spopolare, i loro contraltari, cioè i comandanti amati, ricchi della cura e dedizione nei confronti dei subalterni, non saranno che un retaggio mnemonico, disponibile ormai solo alla generazione ora in estinzione. L’ultima a scendere in piazza senza pensare a cosa mettersi.











