C’è un pressoché invisibile contenitore del nostro pensiero che, in quanto tale, ci fa credere di progredire nella conoscenza mentre, di fatto, comporta il permanere nella cosiddetta ignoranza, ovvero nella dimensione materiale, analitica e oggettiva di una realtà separata da noi.
L’incantesimo conclamato dell’egocentrismo impedisce di osservare e fare scuola della identicità e reciprocità di noi, delle nostre forme fisiche, delle nostre affermazioni, siano da bar sporta o auliche. Ponendo al centro dell’esistenza il totem dell’importanza personale e tutto ciò che questo comporta, ci troviamo ad essere anche cronocentrici. Noi affermiamo ciò che è prima e ciò che è dopo, come fossimo l’immoto faro al centro dell’oceano del tempo, che vede passare i vascelli delle esperienze, ma non vede quanto queste non siano che la proiezione del proprio sguardo.
Su questa base culturale comune, inconsapevole, comunque indiscussa e, così, resa vera e unica, deambulano gli uomini e i loro pensieri, inclusi quelli rivolti alla conoscenza. Serpenti nella teca. È, infatti, una base circoscritta, della quale non hanno contezza. Pochi hanno osservato il limitare di quella piatta landa ricoperta da fittizie differenze di forme, adorate da singoli, gruppi e moltitudini.
Oltre che in forma di base, l’ambito di vita detto egocentrismo può essere chiamato volume. Questo è figurabile da quelle bocce di vetro, spesso natalizie che, quando agitate, sollevano rutilanti particelle bianche simili a fiocchi di neve che pervadono la sfera di cristallo entro cui hanno libertà di muoversi.
Ogni fiocco, nel nostro caso ogni uomo, ogni pensiero, ogni scelta ed azione, ogni sentimento ed emozione, ogni affermazione, occupa un punto del volume, al pari di ogni altro. Ciò permette di cogliere due aspetti della condizione egocentrica. Il primo, l’ineludibilità della parzialità delle affermazioni di chiunque. Il secondo, che tali affermazioni prorompono dall’autore – individuo, gruppo e moltitudine – nel momento in cui dal punto di vista che occupa e concepisce come fisso – ma a rotazione disponibile a chiunque – vede allineati i puntini necessari alla generazione della visione, della verità, per poi, senza apparente consequenzialità, pronunciarla forte e chiara, ignaro degli aggiustamenti fisiologici con cui la impasta per consolidare il proprio piedistallo.
L’insorgenza e l’esigenza dell’affermazione di matrice egocentrica si presta ad essere descritta anche in altro modo. Questa, infatti, avviene solo e soltanto quando il fiocco rutilante, ovvero il soggetto, coglie dal bailamme della sfera di cristallo o iperuranio in cui sono presenti tutte le idee pure, quelle utili al proprio intento o al sostentamento di sé stesso, della propria biografia. Idee opportunamente agghindate secondo il proprio gusto di coerenza e di necessità che, come gocce di ossigeno, briciole di Pollicino, fili di Arianna, mantengono l’emozione di esistenza e sono necessari per tornare sempre a casa, su sé stessi, gongolanti nella propria ragione, credo, abitudine e consuetudine. Sebbene ciò corrisponda al mantenimento dell’identità, in tale atteggiamento va anche riconosciuta immobilità, che altro non è che la mammella dalla quale lo status quo succhia nutrimento. Uno status impotente d’evoluzione ed emancipazione personale nei confronti dei modelli appresi, che ricalchiamo, infatti, come individui programmati a farlo. Uno status d’inettitudine nei confronti della propria infinita creatività, autoguarigione, benessere, salute.
Vivendo inconsapevoli entro lo spazio esistenziale della boccia, vantiamo uno svergognato, ma presunto, libero arbitrio, una fantomatica libertà e una incendiaria tendenza ad universalità varie che, ad ogni ciclo della microbica storia umana, sbraitiamo nel nostro piccolo o grande ambito d’azione come indemoniati cavalieri lancia in resta.
Volendo, con forse inopportuna indulgenza, si può comprendere l’insistenza della coatta condizione umana con la giustificazione dell’impercettibilità del cristallo diamantino che ci contiene.
L’astrazione permette di cogliere lo spirito unico presente in forme diverse e offre potere magico alla metafora. È un espediente del pensiero alogico con cui si può saltare da una forma (contesto) ad un’altra, a mezzo del quale è possibile muoversi entro il tempo. Ma non è carta in mano a tutti i giocatori presenti nella dura sfera. Serve un percorso personale, dunque una volontà – identica a quella della passione che ci porta ad essere ciò che non eravamo – per arrivare a toccare l’orizzonte terrapiattistico della cultura intellettualistica o impotente, per trovare come andarne oltre o osservare il vetro della boccia di cui eravamo fiocco rutilante. Per constatare quanto quella perfetta trasparenza che ce lo occultava fosse tale a causa dell’arrogante presunzione di conoscenza definitiva che ci muove, fossimo malviventi o premi Nobel.
Ci troveremmo dunque in un cul de sac, ovvero in una concezione della realtà, di noi e della verità, che riciclandosi perpetuamente, nasconde a noi stessi l’elemento intoccabile detto logica, che rende il mondo una catasta di oggetti da organizzare, fossero anche concetti, e la sfera praticamente indistruttibile. La sfera o il volume o l’esistenza degli uomini sono quindi contenute, soggiogate e sottomesse al dolce dominio duale della logica, prediletta sovrana di tutti i suoi sudditi. Se a ciò si aggiunge l’esigenza diffusa di capipopolo, la regina aristotelica ben si presta a tale scopo.
Così, quando leggi certi commenti (1, 2, 3, 4) [che, per scelta, riporto senza riferire la fonte; nda] rilasciati nei confronti di qualche mio articolo, come si fa a non vedere ben prima della critica che esprimono, la camicia di forza o sfera di cristallo in cui possono esistere e prosperare? In cui possono con lancia in resta scagliarsi contro ciò che non intendono? Che, nel frullatore del reductio ad unum, vedono applicato il tutto a sé stessi? Tuttavia, come non essere indulgenti nei confronti di tanta inconsapevolezza della base, del volume, della sfera, della teca, della voliera nonché del regno del conflitto, della guerra e della sofferenza? Chi possono colpire se non un altro a loro simile che gira intorno al totem del proprio egocentrismo?
Commenti e critiche che comportano tanto la replicazione dell’esistente quanto l’assenza e la negazione della ricerca della verità dell’esistente e quella personale – specificamente quella che si muove chiedendosi in che termini ciò a cui assiste porta verità –, quella che permette di comprendere e tollerare gli uomini e che esclude perciò la condanna del giudizio quale separazione di sé stessi dal mondo contenuto nella sfera di cristallo. Affidare la verità al proprio giudizio interrompe la conoscenza e alimenta il conflitto. Un po’ come dire, con sarcasmo, supponenza o ira “ma era ovvio” di fronte a qualcuno che l’ovvio non l’ha proprio visto. Quella che, costretta dalla propria logica, è incapace di constatare che un fiocco non può avere più diritto di altri. Oppure il tiglio ne ha più del gincobiloba? Quella che, in quel fiocco criticato, non vede sé stessa. Come se il cirmolo non vedesse anche nel pino loricato, l’albero che è.
Come dire loro che solo l’inconsapevolezza di egocentrismo e importanza personale permette l’arroganza del vero e del falso e contemporaneamente impedisce la lucidità che non c’è il vero e il falso se non per sé stessi e sodali, nonché entro i piccoli campi chiusi della tecnica e del gioco, e che il pertugio per uscire dalla sfera, il trucco per aprire le fibbie della camicia di forza, sta nel riconoscere che la domanda è: in che termini quell’affermazione è vera? E in quale è falsa?
Note
.1 “Io mi rifiuto di leggere scritti di interpretazione ambigua, con vocaboli volutamente oscuri, fumosi o troppo generici; scritti che sfoggiano termini inutilmente eruditi, che spesso giudico fuori luogo; scritti che richiedono tempo e sforzi per tentare di tradurli in un linguaggio comprensibile.
Poi magari, alla fine, ne scopro la banalità delle argomentazioni o addirittura l’assurdità delle tesi”.
.2 “E oggi, L. Merlo mi viene a dire:
‘Le attuali ed epocali dinamiche di pensiero soggiogate dall’egregora razionalista – ovvero dall’idea della superiorità della ragione quale unica via alla verità – ci impediscono di riconoscere che ogni discorso contiene la sua verità, che ogni affermazione è una prevaricazione, che la verità avviene entro campi chiusi, sempre e tutti sostanzialmente uguali a quello della nostra valle’.
Merlo, ma vaffa..ulo! Sembra che la TUA VALLE non sia la NOSTRA, ma TUA soltanto!”
.3 “Glossario spicciolo di propaganda gnostica. Lorenzo Merlo è convinto che ripetendo le stesse cose ad ogni articolo qualche lettore finisca col dargli retta. La pubblicità è l’anima del commercio, no? Incluso il… commercio col Diavolo. Anche Goebbels raccomandava l’uso di simili tecniche ripetitive. A furia di sentir ripetere menzogne, apparentemente verosimili, la gente dovrebbe convincersi che sono vere. Io, no [...]”.
.4 “Sono spicciolate di massoneria che degradano le buone intenzioni del sito, ma tant’è. [...].
Però dai, non mi mettere nemmeno in paragone un Grande come Goebbels con un piccolissimo merlo qualsiasi”.
Lorenzo Merlo

