Uomini terminali della natura, non detentori di vita.
Ci identifichiamo con ciò che crediamo di essere o, altrimenti detto, con la parte che rappresentiamo, qualunque sia. Non l’abbiamo scelta tra le molte presenti nei copioni dell’esistenza. È come se cultura, educazione, credenze e circostanze d’ordine vario ci avessero assegnato il ruolo che esprimiamo.
Ce ne identifichiamo al punto che non possiamo dire si tratti di una rappresentazione, ma della vera realtà, quantomeno la nostra, quella che chiamiamo proprio così, “vera realtà”. Non vediamo né il palcoscenico sul cui ci muoviamo, ne la recita altrui.
L’accredito che attribuiamo inconsapevolmente al ruolo e alla vera realtà è assoluto, tanto che, senza bisogno di volontà, è spontaneamente difeso in tutte le occasioni in cui le vediamo criticare e negare. Una reazione certa, una difesa feroce come si fa per ogni aspetto dell’esistenza che consideriamo sacro, ovvero che è vissuto, ancora inconsapevolmente, come una parte, un’estensione di noi stessi. L’incantesimo dell’identificazione ci prende integralmente a partire a partire da bambini, dall’età della ragione o dell’abbandono di quella psicomotoria. Da quel momento, ogni comportamento, affermazione e pensiero sono vissuti come assolutamente nostri, il mondo diviene egocentrico e così rimane finché non si riconosce la stregoneria che ci aveva preso.
Condizioni patologiche e anzianità a parte, tutti sosteniamo noi stessi senza esclusione di stato e condizione fintantoché, per lo scatto di qualche serendipica molla interiore, solleviamo il coperchio della scatola in cui si svolgevano le recite mondane, e scopriamo orizzonti insospettabili. Crinali dai quali “si domina la valle” (1) cosparsa di teatrini, in ognuno dei quali avevamo calcato l’assito con la determinazione e l’efficacia del protagonista e l’incertezza e la marginalità della comparsa. Recitavamo ruoli abietti e nobili, eroici e meschini, di assassini e di filantropi, di professori e di ignoranti, di scienziati e di eretici, di preti e pedofili, di papi e di re, di primi e di ultimi, vanitosi e umili, superbi e gentili, adirati e quieti, suscettibili e tolleranti, maestri e discepoli, bugiardi e onesti, vittime e carnefici, bellicisti e pacifisti, saggi e pedestri.
E ci meravigliava e sorprendeva incontrando qualche attore che non voleva più uscire dal camerino, in cui lo trovavamo nudo, non a guardarsi allo specchio e a truccarsi, ma a contemplare Socrate, la sua bellezza, la sua altezza e a riflettere sulla profusa profanazione del suo messaggio che, invece di essere presente in noi, comporta l’esonero dalla congrega sociale di chi lo pratica. Dura lex dell’importanza personale, sed lex.
Dall’alto delle cime vediamo noi stessi e i nostri simili minuti come formiche intente nella loro incessante opera, che nulla riesce ad arrestare e che ogni evento sospinge. Vediamo la ripetitività del nostro fare, lo scambio delle parti, le gioie e i dolori che, inevitabilmente come fiocchi della sorte, cadevano su alcuni e non su altri, per poi, in quella valle “dove gorgoglia il tempo” (1), osservare come le casacche si invertano, le parabole delle fortune scemino e quelle della pena sorgano.
Nell’incessante frenesia i costumi di scena sbiadiscono e si lacerano, portando all’evidenza il sortilegio che tutti avviluppa e che, a tutti si nasconde, pure a chi declama le parole dell’apota.
Nell’incantesimo tutti si credono individui separati dal resto del mondo, con diritti, che in nome e sotto l’egida di ideologie autoreferenziali –considerati universali – chiamano inalienabili. E l’incantesimo dell’egocentrismo che tutto ha a che vedere con quello dell’antropocentrismo. Ovvero ad una concezione del mondo obbligata all’affermazione di sé e alla difesa della propria morale, cioè del proprio giudizio. Obbligata all’inconsapevolezza dell’eiaculazione di autoreferenzialità con la quale investe tutto e tutto insemina.
Tutto ciò non vuole culminare in un superamento della storia, ma di una modalità per spingerla in una direzione a misura d’uomo, non dei suoi vizi. Un uomo che incarna la vita ma non ne è il proprietario, che vivrebbe la gioia e la meraviglia dell’esistenza, senza più consumarla nella pena e alla famelica ricerca dei piaceri cosiddetti mondani. Un uomo con la cultura dell’ascolto a bilanciare quella dell’affermazione, capace di distinguere tra saperi tecnici, quelli che stanno nei libri e nelle scuole e conoscenza, che sta nel riconoscere cosa significa “non ingannarmi con false immagini
ma lascia che io veda la verità”.
Lorenzo Merlo
Note
.1 In Volo, Banco del mutuo soccorso (musica V. Nocenzi, testo F. Di Giacomo, V. Nocenzi).
Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,
e sfrena il tuo volo dove più ferve l'opera dell'uomo.
Però non ingannarmi con false immagini
ma lascia che io veda la verità
e possa poi toccare il giusto.
Da qui, messere, si domina la valle
ciò che si vede, è.
Ma se l'imago è scarna al vostro occhio
scendiamo a rimirarla da più in basso
e planeremo in un galoppo alato
entro il cratere ove gorgoglia il tempo.


