martedì 12 novembre 2019

"Essere Terra" di Lorenzo Merlo - Recensione –


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Lorenzo Merlo è una guida alpina, giornalista e scrittore milanese, di cui il 24 settembre u.s. è stato presentato a Treia il suo libro "Sul fondo del barile". Egli partecipa da diversi anni ai lavori della Rete Bioregionale Italiana, di cui condivide le finalità, e collabora con diverse testate d'informazione culturale alternativa, come EreticaMente, Bioregionalismo Treia, ecc. Durante la sua recente visita a Treia abbiamo messo in cantere un progetto di "Dialogo-intervista", sui temi a noi più cari, ovvero la spiritualità laica, il bioregionallismo e l'ecologia profonda.

Nel frattempo mi piace segnalare un recente suo lavoro editoriale, frutto di un’esperienza di viaggio "assolutamente unica ed irripetibile". Mi riferisco al suo nuovo libro “ESSERE TERRA, viaggio verso l’Afghanistan”, pubblicato da Prospero Editore.


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Così ne parla Luca Valentini di EreticaMente: "Vincitrice del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como nella sezione dedicata alle opere di viaggio, l’opera non rappresenta una mera narrazione di un viaggio, ma quasi sulle orme di Marco Polo, può essere considerata un’introspezione antropologica nell’ambito dell’animo profonda della cultura islamica ed orientale, priva – ed è un merito che a Lorenzo va sicuramente riconosciuto – di quei pregiudizi tutti europei nei riguardi di tale cultura ormai millenaria"

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Citazioni:

“Ero afgano? Forse si, ma non me ne accorsi. Qualcosa in me manteneva viva l’aleatorietà della partita che stavo giovando” (Essere Terra, pag. 269)

“Come fossimo scienziati della verità, analizziamo lo straniero, convinti che l’analisi possa dirci come stanno le cose realmente. Osserviamo e cataloghiamo credendo di aggiungere sapere a noi e al mondo. E’ per questo che qualcuno è venuto a farci presente che il regolamento del gioco ce lo siamo fatti da soli, che non tutti vogliono partecipare, che ci sono altri regolamenti e altri giochi” (Essere Terra, pag. 127)

Paolo D'Arpini
    Paolo D'Arpini e Lorenzo Merlo a Treia

lunedì 11 novembre 2019

Monos Polis - La rivoluzione bioregionale va fatta dentro di noi...

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...la tua zattera mi ha portato ad attraversare il fiume nel mare di Parakrama nei pressi di Jarmo, Mesopotania remota  ("una zattera per attraversare il fiume, va abbandonata appena si arriva sull'altra sponda").  Il viandante va per la sua via come il Buddha viaggia sulla strada ed è egli stesso la strada, la felicita è la via. 

Poeta dell’indistinto e dell’essere, il viandante cerca la via dove la via non c’è, anche quando l’unica via è una barca e non ci sono barche. Questo per dire: senza soldi in tasca allora verso casa tornò, aveva capito cosa conta di più e tutto come prima e non chiedeva di più delle celtiche casupole di ogni giorno, i sogni, la luce, la vita: accrocco di libri musica e quanto altro, teatro: nell’orto dell’infinito al sabato del villaggio. 

In dialetto calabrese Krishnamurti esclamava: "A rivoluzione sa ddà fà prima ‘nda nua!" .  Prima dentro di noi, va fatta la rivoluzione bioregionale! il punto acuto, l’ottava nota, sacro e profana il punto e virgola nei pressi di Jarmo, Mesopotania remota, alberi che raccontano il mare di Parakrama, neppure una goccia di pioggia, può arrivare fino al mare, senza prima aver dato beneficio; le giornate si accorciano, i venti cambiano e portano umidità, la siccità sta finendo e la polvere, antica come la terra, si prepara al temporale alle miniere di re Salomone di là dal fiume e tra gli alberi in un altro posto nel mondo vicino a Matera Matira Demeter divina mater damatira,  dea madre Demetra nell’unica città! Monos Polis

Ferdinando Renzetti,  bioregionalista  

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domenica 10 novembre 2019

UE. L'aria che tira è "malsana"... lo afferma l’Agenzia europea per l’ambiente

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l rapporto dell'Agenzia europea per l'ambiente sulla qualità dell'aria mostra come l'esposizione all'inquinamento atmosferico abbia causato nel 2016 circa 400.000 morti premature nell'Unione europea
Quanto è inquinata l'aria in Europa?
L'inquinamento atmosferico continua ad avere impatti significativi sulla salute della popolazione europea, in particolare nelle aree urbane. A provocare i maggiori danni alla salute degli europei sono il PM, il biossido di azoto e l'ozono.
Questo è quanto registrato dall’Agenzia europea per l’ambiente nel suo rapporto che prende in considerazione i dati ufficiali sulla qualità dell'aria provenienti da oltre 4.000 stazioni di monitoraggio in Europa nel 2017.
Alcune categorie di cittadini sono più colpite dall'inquinamento atmosferico rispetto ad altre, perché più esposte o vulnerabili ai rischi ambientali. I gruppi socioeconomici più bassi tendono ad essere più esposti, mentre gli anziani, i bambini e le persone con problemi di salute preesistenti risultano più vulnerabili.
Oltre a danneggiare la salute e ridurre l'aspettativa di vita, la scarsa qualità dell'aria causa anche perdite economiche, ad esempio per i costi sanitari più elevati, ridotti rendimenti da agricoltura e silvicoltura e minore produttività del lavoro.
Le stime degli impatti sulla salute attribuibili all'esposizione all'inquinamento atmosferico indicano il PM2,5 quale responsabile, nel 2016, di circa 412.000 decessi prematuri in 41 paesi, di cui circa 374.000 verificatisi in Unione europea. Gli impatti sulla popolazione in questi 41 paesi a causa dell'esposizione a concentrazioni di biossido di azoto e ozono sarebbero stati, nel 2016, rispettivamente, di circa 71.000 e 15.100 decessi prematuri all'anno e nell'UE-28 di circa 68.000 e 14.000, rispettivamente.
I maggiori impatti sulla salute in termini di decessi prematuri e anni di vita persi attribuibili al PM2.5 sono stimati in Germania, Italia (con 58.600 morti premature), Polonia, Francia e Regno Unito. Tuttavia, in termini relativi, considerando gli anni di vita persi per 100.000 abitanti, si osservano gli impatti maggiori nei paesi dell'Europa centrale e orientale dove si osservano anche le concentrazioni più elevate, vale a dire Kosovo, Serbia, Bulgaria, Albania e Macedonia settentrionale. Gli impatti relativi più piccoli si riscontrano in paesi situati nel nord e nel nord-ovest dell'Europa, vale a dire Islanda, Norvegia, Svezia, Irlanda e Finlandia.
Per il biossido di azoto, i maggiori impatti dell'esposizione si riscontrano in Italia (con 14.600 morti premature), Germania, Regno Unito, Spagna e Francia. Se si considerano gli anni di vita persi per 100.000 abitanti, le percentuali più elevate si riscontrano a Monaco, Grecia, Italia, Serbia, Cipro e Regno Unito.
Per quanto riguarda l'ozono, i paesi con i maggiori impatti sono Italia, con 3.000 morti premature, Germania, Spagna, Francia e Polonia e i paesi con i più alti tassi di anni di vita persi per 100.000 abitanti sono Grecia, Albania, Monaco, Kosovo, Italia e Montenegro. I paesi con il minore impatto sono Andorra, Islanda e Irlanda.
Nonostante il persistente inquinamento, i dati dell'Agenzia europea confermano che le normative e le misure locali vincolanti stanno migliorando la qualità dell'aria in Europa con effetti positivi anche sulla salute. Ad esempio, nel 2016 il particolato fine ha causato circa 17.000 decessi prematuri in meno nell'UE rispetto al 2015.
Questi i risultati più in dettaglio per i tre inquinanti
Le concentrazioni di PM hanno continuato a superare i valori limite dell'UE e le linee guida dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) in gran parte dell'Europa nel 2017.
Concentrazioni PM10
Per il PM10 sono state registrate concentrazioni superiori al valore limite giornaliero nel 22% delle stazioni dichiaranti (646 su 2.886) in 17 dei 28 Stati membri dell'UE e in altri sei paesi dichiaranti. Il valore definito dall'Organizzazione mondiale della sanità è stato superato nel 51% delle stazioni (1.497 su 2.927) e in tutti i paesi dichiaranti, ad eccezione di Estonia, Finlandia e Irlanda.
Per il PM 2.5, le concentrazioni al di sopra del valore limite annuale sono state registrate nel 7% delle stazioni dichiaranti (98 su 1.396) in sette Stati membri e altri tre paesi dichiaranti.
Il valore definito dall'Organizzazione mondiale della sanità è stato superato nel 69% delle stazioni (958) situate in tutti i paesi dichiaranti, ad eccezione di Estonia, Finlandia e Norvegia.
Un totale del 17% della popolazione urbana dell'Unione europea è stato esposto nel 2017 a livelli di PM10 superiori al valore limite giornaliero e il 44% è stato esposto a concentrazioni che superano il più severo valore OMS. Per quanto riguarda il PM2,5, circa l'8% della popolazione urbana nell'UE è stata esposta a livelli superiori al valore limite annuale e circa il 77% è stata esposta a concentrazioni superiori al valore OMS.
Nel 2017, il 20% delle stazioni (378 su 1.903) ha registrato concentrazioni al di sopra del valore obiettivo per la protezione della salute umana per l'ozono. Queste stazioni erano situate in 17 stati UE e in altri 6 paesi dichiaranti europei. Il valore raccomandato dall'OMS è stato superato nel 95% di tutte le stazioni segnalanti (1.806).
Concentrazioni ozono
Circa il 14% della popolazione urbana dell'Unione europea è stata esposta a concentrazioni di ozono al di sopra della soglia del valore obiettivo, percentuale che sale al 96% se si prende in considerazione il valore raccomandato dall’OMS.
Concentrazioni al di sopra del valore limite annuale per il biossido di azoto sono state ampiamente registrate in tutta Europa, nonostante un andamento decrescente nel tempo. Nel 2017, circa il 10% di tutte le stazioni segnalanti (329 su 3.260) ha registrato concentrazioni al di sopra di questo standard, che è uguale a quello raccomandato dall'OMS. Queste stazioni sono situate in 16 stati dell'UE-28 e in altri 4 paesi dichiaranti. In totale, l'86% delle concentrazioni al di sopra di questo valore limite è stato osservato nelle stazioni di traffico. Nel 2017 circa il 7% della popolazione urbana dell'UE-28 è stata esposta a concentrazioni superiori al valore limite annuale; questo rappresenta il valore più basso registrato dal 2000.
Per approfondimenti leggi Air quality in Europe — 2019 report
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(Fonte: Arpat)

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Mio commentino: "La Pianura Padana risulta essere l’area più inquinata d’Europa, per questa ragione abbiamo proposto il totale rimboschimento di quel territorio bioregionale (vedi: https://www.terranuova.it/Il-Mensile/Ripartiamo-dagli-alberi-della-Pianura-Padana) «Piantare più alberi non è solo una scelta altruistica, per lasciare un mondo ricco di biodiversità, è anche una scelta utilitaristica, poiché gli alberi producono grandi quantità di ossigeno e assorbono velocemente il co2» (P.D'A.)

venerdì 8 novembre 2019

Bioregionalismo e Rete Bioregionale Italiana - Alcuni chiarimenti


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Secondo definizioni "ufficiali" il bioregionalismo è un fenomeno culturale con risvolti politici, economici ed ambientali legato al territorio in cui si vive,  ma in realtà chi può definirsi "bioregionalista"?

Si è bioregionalisti il momento che si comprende e si vive sapendo che tutto ciò che ci circonda è noi stessi.    Il momento che  si vive in sintonia con il territorio e con gli elementi vitali che lo compongono, indipendentemente dalla propria origine etnica o nazionale. Infatti chiunque può essere bioregionalista nel luogo in cui vive. 


Si è bioregionalisti con  la messa in pratica  dell'ecologia profonda, cercando di restare in sintonia il più possibile col mondo che ci circonda, in un modo in cui, pur sentendosi liberi, non si ha bisogno di provocare danni all'ambiente, cercando quindi di portare l'equilibrio fra l'uomo, l'ambiente e gli altri esseri viventi e non. 

E' molto importante, secondo me, che, anche nei rapporti con gli altri, si tenga sempre presente questo "spirito" in cui  l'ecologia  diventa una costante della vita, come un sottofondo profumato, e non viene dimenticata mai, per ritornare alla superficialità, alla falsità, al consumismo, al...

Siccome il bioregionalsimo e l'ecologia profonda si praticano nel territorio in "cui si vive" ci si riconosce idealmente con qualsiasi altro movimento che si definisce bioregionale e che opera in qualsiasi altra parte del mondo. Ma non esistono  necessariamente veri e propri legami operativi. Certamente si condividono le informazioni e si  cerca di dialogare ed informare... ma questa operazione viene fatta ad ampio raggio, lasciando che ognuno agisca in sintonia con le necessità del territorio in cui dimora ed opera...

Anche la Rete Bioregionale Italiana, in tal senso, non può definirsi  un movimento compatto, dal 1996 (anno della sua fondazione) esistono varie realtà anche disgiunte che agiscono in diversi modi operativi e tematici.  La Rete Bioregionale Italiana sorge dall'incontro di  varie realtà che praticano  l'ecologia profonda, il   bioregionalsimo  ed una spiritualità naturale.  La rete consente libertà di azione locale e il perseguimento di fini comuni, collegati e coniugati ai diversi territori ed alle  tematiche bioregionali e sociali. L'adesione al Movimento/Rete avviene per semplice condivisione dello stile di vita, lasciando ad ognuno la propria libertà di occuparsi degli argomenti che di volta in volta emergono, per dare risposte necessarie contingenziali ai problemi e per proporre iniziative che possano aiutare le comunità.

Paolo D'Arpini


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bioregionalismo.treia@gmail.com

giovedì 7 novembre 2019

ECOLOGIA SOCIALE URBANA E DI MARGINE


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Dedichiamo particolare attenzione alla valorizzazione dell’effetto margine ecologico e sociale. I confini tra campo e bosco e anche i confini sociali, rapporti con gli anziani e con tutte le diversità, cerchiamo di sfruttare al massimo l'osservazione e la pluralità dell’ambiente circostante, creando un collegamento tra le persone che vivono ai margini e dar loro possibilità di esprimersi. Facciamo rete sul territorio bioregionale, comunichiamo le nostre esperienze, le relazioni sociali, le tradizioni e le appartenenze come esempi concreti. Mettiamo assieme queste urgenze, facciamo rete ecologica e facciamo nascere qualcosa che prima non cera, come quando su un campo incolto, il bosco si riappropria degli spazi e si sviluppano nuove piante nell’intreccio tra la comunità selvatica e quella coltivata. In questo modo iniziamo a pensare come traghettare la società industrializzata a un nuovo modello sostenibile non dipendente solo dal petrolio. 

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Con la BLU ECONOMY che si differenzia dalla green perché non chiede di investire di più per salvare l'ambiente, gli scarti e la natura costituiscono le risorse produttive. Gli scarti diventano le materie primarie, nulla viene sprecato. La green ci chiede di usare le batterie che inquinano meno, la blu ci dice che possiamo non usare le batterie. Invece di studiare il modo di smaltire i rifiuti inquinanti evitiamo di produrne. un grande lavoro di s-cultura sociale che coinvolge tutta la comunità.

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EMPATIA SOCIAL GARDENING
GIARDINAGGIO SOCIALE E DI MARGINE
COLTIVAZIONi DI PERSONE E RELAZIONI 
laboratorio incontro seminario di ecologia sociale urbana e di margine con l obiettivo fondamentale della pianificazione e la gestione delle risorse comuni:
recupero delle acque piovane,
autoproduzione dell energia,
i rifiuti come risorsa con recupero in autonomia di carta cartone vetro e alluminio,
compostaggio dell umido,
realizzazione di una serra con piante autoprodotte,
tetti verdi,
orti urbani ed extraurbani.
un laboratorio dove tutto il nou-au viene messo a disposizione di chi vuole sperimentare e una parte puo essere anche riservata alla trasformazione e vendita o scambio di piante, bancali e piccoli giardini già pronti per terrazzi e balconi.

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Obiettivo fondamentale del giardinaggio sociale e di margine, laboratorio di ecologia urbana, scultura sociale, il totale coinvolgimento di tutta la comunità nella pianificazione, nella progettazione e nella gestione delle risorse comuni.

GEEN HOUSE LABORATORIO APERTO
RICICLAGGIO MATERIALI
ORTI E GIARDINI VERTICALI
RACCOLTA ACQUE PIOVANE
CONDIVISIONE DEL NOU-AU
ECOLOGIA URBANA E SOCIALE
GESTIONE COMUNE DELLE RISORSE
COPERTURE VEGETALI
COPERTURE VEGETALI
TETTI VERDI
SERRE SOLARI
MATERIALI NATURALI

Ferdinando Renzetti

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mercoledì 6 novembre 2019

Panspermia cosmica - La ricerca dell’origine della vita sulla Terra

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Un viaggio profondo e documentato alla ricerca dell’origine della vita sulla Terra. 

E’ ormai scientificamente appurato che i “semi” della vita giungono dallo spazio veicolati da meteore e comete. Ci sono voluti decenni, ma più esattamente due millenni e 5 secoli, per accettare la teoria di Anassagora che già nel 496 a.C. asseriva che la vita venisse dalle stelle. Sua infatti la teoria della pluralità dei mondi, ossia l'universo è pervaso da forme caotiche di spore e semi che se ben allineate e indirizzate possono formare pianeti e stelle e la vita. Il tutto grazie al NOUS un qualcosa che presiede la costruzione dell'universo e il suo sviluppo. Pensate che questo si diceva 2500 anni fa. 

Poi, però, giunse la grande censura delle religioni monoteiste che asseriscono ancora che l’uomo fu creato sulla Terra da un Dio supremo che manipolò un conglomerato di fango. Questa “storia” ce la siamo portata avanti fino a qualche decennio fa, poi la scienza, in particolare l’astronomia e la genetica, con stretto rigore scientifico, ci ha dimostrato tutta un'altra cosa e così la teoria della Panspermia Cosmica è stata riconsiderata. L’evento che riaprì la teoria di Anassagora fu la tremenda pandemia della febbre spagnola che solo nell’emisfero nord del pianeta causò in pochi anni più di 20 milioni di morti. Tutto iniziò dopo la prima guerra mondiale, negli anni 2019/20, dove alcuni scienziati ipotizzarono che i virus che causarono la grande pandemia della febbre spagnola fossero giunti dallo spazio a seguito di due passaggi cometari avvenuti precedentemente (1910). 

Questo convincimento degli scienziati di allora fu possibile perché questa pandemia colpì persone che da tempo vivevano isolate sulle montagne dei Pirenei e della Alpi e, quindi, senza contatti con altri individui. Questa ipotesi, comunque, fu subito contestata da gran parte del mondo scientifico ancora fortemente dipendente del dogmatismo della chiesa cristiana. Tuttavia la ricerca scientifica sul rapporto atmosfera terrestre e spazio profondo andò comunque avanti e nel 1960 la scienza ufficiale dichiarò la possibilità di interazione tra lo spazio e il nostro pianeta perché nel cosiddetto vuoto spaziale erano presenti Polimeri organici complessi. Più tardi, verso la fine del 1970, la scienza affermava che la Glicina, l'aminoacido più semplice, è presente nelle nubi interstellari. 

E questa scoperta riaprì definitivamente la questione della Panspermia cosmica, infatti sappiamo che gli Aminoacidi sono i mattoni della vita perché unendosi formano le Proteine (vedi nota alla fine dell’articolo). 10 Nel 1974 lo scienziato Chandra Wickramasinghe, dell’Università gallese di Cardiff e allievo di Fred Hoyle, pubblicò uno studio in cui dimostrava scientificamente che la polvere dello spazio e in particolare quella delle comete sarebbe di origine organica. 

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Tale teoria rivoluzionaria alla fine è stata accettata dal mondo scientifico. Secondo lo scienziato molte forme d’influenza virale non nascono sul nostro pianeta, “ma piovono dal cielo sotto forma di polvere che contiene spore di virus…” A partire dagli anni’90 finalmente la scienza cominciò a rivedere con serietà metodologica quanto 2.500 anni fa asseriva il filosofo greco Anassagora. 

Furono così resi noti i pensieri e gli sperimenti del passato e in particolare fatti conoscere gli scritti del 1845 del medico, fisico e filosofo tedesco Hermann von Helmholtz che dicevano: « Una volta che tutti i nostri tentativi di ottenere materia vivente da materia inanimata risultino vani, a me pare rientri in una procedura scientifica pienamente corretta il domandarsi se la vita abbia in realtà mai avuto un'origine, se non sia vecchia quanto la materia stessa, e se le spore non possano essere state trasportate da un pianeta all'altro ed abbiano attecchito laddove abbiano trovato terreno fertile. » Le scoperte sia in laboratorio che fuori hanno continuato a fornire elementi di riflessione, come il ritrovamento di un meteorite trovato tra i ghiacci dell’Antartide, secondo il quale per gli scienziati proveniva da Marte e che al suo interno conteneva fossili unicellulari. 

Un altro punto a vantaggio della teoria che la vita viene dallo spazio arrivò grazie a due sonde spaziali che hanno raggiunto due corpi astrali vaganti all’interno del nostro sistema solare. La prima è stata la Sonda Rosetta dell’ESA che ha fatto atterrare nel 2014 il suo lander su 67/P Churyumov-Gerasimenko, nucleo di una cometa e l’ultima, ad agosto di quest’anno, una sonda giapponese sull’asteroide Ryugu. In tutti e due i casi dai primi esami dei dati inviati sulla Terra si sono rilevate forti presenze di molecole organiche. Un’altra importante dimostrazione che la vita viene dallo spazio fu vissuta direttamente da Accademia Kronos, perché nata in casa nostra ed esattamente all’Università della Tuscia di Viterbo. Alcuni anni fa, infatti, in collaborazione con la NASA furono spediti nello spazio muschi ed alghe in appositi alloggi per essere poi esposti all’esterno della stazione orbitante, per un periodo di 6 mesi. Lo scopo era di valutare se questi muschi e queste alghe microscopiche potessero resistere ai raggi gamma, al vento solare e ai forti sbalzi di temperature siderali dai – 190 ai + 100° C. 

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Al ritorno sulla Terra questi campioni, per grande meraviglia degli scienziati, avevano resistito e, dopo un po’, ripreso a svilupparsi. Lo scienziato italiano che aveva gestito tutto l’esperimento è l’attuale prof. Silvano Onofri, fisico e biochimico tra i più esperti al mondo nello studio dei batteri estremofili. I risultati di questo esperimento furono presentati 7 anni fa a Viterbo in un convegno organizzato  da Accademia Kronos. Bene a questo punto siamo ormai consapevoli che la vita non è sorta spontaneamente sul nostro pianeta, ma che è arrivata dallo spazio sotto forma di proteine o, forse, di batteri o, ancora, di esseri unicellulari più complessi. Elementi questi che trovando qui sulla Terra “terreno fertile” nei milioni e milioni di anni hanno creato la vita come oggi la conosciamo. 

Quindi lasciamo da parte le “favole” della creazione e guardiamo invece con occhi liberi da bende dogmatiche la realtà che ci circonda. Dobbiamo quindi dire all’astronomia, alla genetica e ad altre scienze, grazie perché finalmente ci hanno consentito di uscire fuori dall’oscurantismo di 2000 anni e, liberi da ogni preconcetto, poter finalmente incamminarci verso la strada che dovrebbe condurci verso la verità. Oggi questo lo possiamo fare e dire tranquillamente, forse al tempo di Giordano Bruno saremmo finiti al rogo. 
(ELM)

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NOTE DI APPROFONDIMENTO Le proteine sono macromolecole, grandi molecole, costituite da catene di molecole più semplici, gli amminoacidi, unite tra loro attraverso un legame chimico, il legame peptidico. Gli amminoacidi sono 20, tutti diversi tra loro, ed è possibile ottenere un infinito numero di proteine a seconda del tipo, del numero e dell'ordine di sequenza con cui vengono legati i diversi amminoacidi. Il nostro organismo riesce a sintetizzare alcuni degli amminoacidi necessari per costruire le proteine, ma non è capace di costruirne altri, che vengono perciò definiti essenziali e devono essere introdotti con gli alimenti. In chimica gli 11 amminoacidi sono molecole organiche che nella loro struttura recano sia il gruppo funzionale amminico (delle ammine) (-NH2) sia quello carbossilico (degli acidi carbossilici) (-COOH). Panspermia dal Greco: πανσπερμία da πᾶς, πᾶσα, πᾶν (pas, pasa, pan) "tutto" e σπέρμα (sperma) "seme" **  

(Fonte: A.K. Informa N. 44)

martedì 5 novembre 2019

La misteriosa scomparsa della civiltà nella valle dell'Indo e del Saraswati - La distruzione di Harappa, Mohenjo Daro e Jodhpur

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 Da alcune anomalie registrate in due antichissimi siti archeologici indiani (attualmente in Pakistan), Harappa e Mohenjo Daro e dall'ultima scoperta di radiazioni pericolose a Jodhpur, si è riaperta la questione della misteriosa distruzione delle due città colpite da un calore superiore ai 1.000 gradi Celsius. Fatto particolare e che questi due siti archeologici sono già descritti in antiche opere letterarie di oltre 6.000 anni fa, come il Mahabharata. 

Entrando nel merito, le due città della Valle dell'Indo e del Saraswati: Harappa e Mohenjo-Daro, scoperte accidentalmente lo scorso secolo, mostrarono subito agli archeologi aspetti particolari, differenti da altri siti archeologici. I mattoni in terra cotta e i resti di vasellame mostravano segni di vetrificazione, fatto questo riscontrabile nei materiali esposti a temperature di migliaia di gradi Celsius. 

 Resti di laterizi vetrificati scheletri rimasti insepolti lungo le strade di Mohenjo-Daro In più gli scheletri trovati dimostravano che era avvenuta una morte improvvisa che li ha accomunati tutti, e poi abbandonati lungo le strade della città di Mohenjo-Daro. Non solo, ma in questi due siti si registra ancora una certa radioattività nel terreno. Per fortuna su queste aree archeologiche non ci sono centri abitati, quindi, il rischio di contaminazione è relativo. Questo invece non accade a 18 Km da Jodhpur, una popolosa città del Rajasthan, una regione confinante con il Pakistan. 

Tutto nasce da un progetto per la costruzione di una vasta lottizzazione edilizia. Quando gli operai hanno iniziato a scavare le fondamenta delle case, a circa un metro di profondità, è apparso un consistente strato di ceneri pesanti; ceneri che hanno cominciato a creare problemi alla salute degli operai. Sono intervenute le autorità sanitarie e per loro grande stupore hanno registrato nella zona un tasso molto elevato di radioattività. Questa scoperta ha messo subito in rilievo l'alta incidenza di malattie, in particolare tumori, della zona. 

A quel punto il governo indiano ha bloccato gli scavi e isolata tutta l'area. Gli archeologi nel frattempo hanno individuato i resti di un antichissimo insediamento umano, calcolato intorno a 8.000 anni prima di Cristo; insediamento che come Harappa e Mohenjo-Daro, 12 presentava fenomeni di vetrificazione causati probabilmente da qualche evento che ha prodotto nel lontano passato temperature elevatissime, capaci di fondere anche la pietra. Questi archeologi, in una recente conferenza stampa, non hanno esitato a paragonare l'accaduto di quest'area con quanto avvenuto nel 1945 a Hiroshima e Nagasaki. 

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Gli studiosi degli antichi testi indù a questa scoperta hanno aggiunto le loro conclusioni e cioè che quanto scritto, soprattutto nel Mahabharata, non è frutto di "fantasie" dell'epoca. Ma cosa dice questo antico testo indiano? Il Mahabharata, scritto nell'antica lingua sanscrita? Descrive un’esplosione catastrofica che sconvolse il continente( tuttala valle dell’Indo in particolare Pakistan e parte dell’india). Si legge, infatti: “Un unico proiettile caricato di tutta la potenza dell’Universo … Una colonna incandescente di fumo e fiamme, brillanti come 10.000 soli, s’innalzò in tutto il suo splendore … era un’arma sconosciuta, un fulmine di ferro, un gigantesco messaggero di morte che ridusse in cenere un’intera razza. I cadaveri erano così bruciati da essere irriconoscibili. I capelli e le unghie caddero, il vasellame si ruppe senza alcuna causa apparente, e gli uccelli diventarono bianchi. Dopo poche ore, tutti i cibi erano infettati. Per uscire da quel fuoco, i guerrieri si gettarono nel fiume.” 

Lo storico Kisari Mohan Ganguli asserisce che gli antichi scritti sacri indiani sono pieni di eventi catastrofici prodotti da armi sconosciute dotate di una potenza simile a quelle nucleari che noi oggi conosciamo. Nel Drona Parva, un capitolo del Mahabharata, si parla chiaramente di battaglie in cielo condotte da "carri volanti", i Vimana, che si combattevano con "fulmini e tuoni". Il capitolo dell'opera sacra si conclude descrivendo l'uso di armi dalla immane forza distruttiva che provocarono alla fine la totale distruzione di interi eserciti. L’archeologo Francis Taylor aggiunge che le raffigurazioni in bassorilievo, in alcuni templi sempre nel Rajasthan, da lui interpretate, mostrano personaggi intenti a pregare al fine d’essere risparmiati dalla grande luce, che stava per portare rovina sulle loro città. -“E’ abbastanza incredibile", afferma Taylor, "immaginare che qualche civiltà possedesse la tecnologia nucleare prima di noi. 

La cenere radioattiva trovata a Jodhpur aggiunge credibilità agli antichi scritti indiani che solo oggi comprendiamo parlano di un'antichissima guerra atomica”. In conclusione, sulla base di queste scoperte e rivelazioni, dobbiamo cominciare a rivedere con più attenzione quanto descritto in tutti i testi antichi giunti fino a noi, come quelli indiani. Forse anche le due opere di Platone: il "Crizia e il " Timeo", che parlano della distruzione di Atlantide, forse non sono solo frutto di fantasie del filosofo greco, ma cronache di fatti realmente accaduti. L'indagine sulle antiche civiltà scomparse pertanto andrà avanti sul nostro notiziario e chissà, forse, un giorno capiremo qualcosa di più sul passato delle civiltà umane.   

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(ELM) - Fonte A.K. Informa n. 45



lunedì 4 novembre 2019

Sostenibilità ambientale e cambiamenti climatici


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Cosa intendiamo per sostenibilità? Il modello di sviluppo a cui siamo abituati e che ha caratterizzato il nostro Paese dal secondo dopoguerra in poi non è più sostenibile, non solo dal punto di vista economico; stiamo infatti assistendo e vivendo una perdurante crisi economica, che è anche una crisi sociale, che pone problemi di equità e giustizia. Le risorse si sono ridotte per tutti ma chi ne soffre di più sono le fasce più deboli. Questo problema non riguarda solo il rapporto tra paesi ricchi e poveri del mondo, ma si ripropone negli stessi termini anche nelle nostre città e nei nostri quartieri. In particolare la questione travolge le nuove generazioni, che  stanno protestando e sottolineando come le precedenti generazioni, con il loro comportamento e le loro scelte, abbiamo rovinato loro il futuro, anche incidendo sulla qualità dell'ambiente. La crisi ambientale, di cui i cambiamenti climatici rappresentano l'espressione più forte ed emblematica, sono ormai sotto gli occhi di tutti.
Le tre componenti, crisi economica, sociale ed ambientale, sono strettamente connesse, quindi, le risposte devono essere strategiche. Non ha senso fare una politica economica che non tenga conto della componente ambientale e/o sociale, bisogna ragionare delle tre crisi se vogliamo affrontarle seriamente e dare delle risposte.
Partiamo dall’economia; come preserviamo il capitale? La gestione del capitale richiede di non intaccare lo stock ma di agire sui flussi. Lo stesso vale per la componente sociale e ambientale.
Il capitale sociale è un sistema di relazioni che creano fiducia, che sono in grado di mantenere e migliorare una certa qualità di vita in un territorio, coinvolgendo diversi attori. Oggi anche il capitale sociale è più fragile e bisogna trovare il modo per ricostruirlo perché le conseguenze negative ricadono soprattutto sulle nuove generazioni, per la prima volta, infatti, ci troviamo davanti ad una situazione in cui i figli stanno peggio dei padri.
Il capitale naturale o ambientale, invece, costituisce una novità, ma bisogna applicare la stessa logica, ovvero non intaccare lo stock. Pensiamo alla risorsa idrica, che fa parte dello stock, ed è il risultato di un ecosistema che funziona in un certo modo da sempre; compromettere quell’ecosistema significa intaccare lo stock e quindi avere a disposizione una qualità della risorsa peggiore. Se ci pensiamo questo già sta accadendo, abbiamo già intaccato lo stock !
Oggi il mondo è insostenibile, infatti, consumiamo molte più risorse di quelle che sono disponibili; se vogliamo tutti insieme lavorare per la sostenibilità, anche l’impresa deve porsi in questa prospettiva, mettendo insieme questi tre valori, solo in questo modo ci poniamo in un’ottica inter-generazionale, cioè ci poniamo il problema di cosa facciamo per il futuro, per i nostri figli e per i nostri nipoti. Se, ad esempio, vogliamo realizzare delle strategie contro il cambiamento climatico che coinvolgano tutto il mondo, dobbiamo trovare soluzioni che fanno stare meglio tutti i paesi, non solo quelli che già stanno bene, come i paesi europei, ma dobbiamo proporre politiche che garantiscano un benessere economico e sociale agli altri paesi che altrimenti non ci seguiranno nel cambiamento.
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Cosa si deve fare?  Ci sono diverse risposte possibili.
La prima risposta, maturata negli ultimi 10 anni, codificata dalla Conferenza di Rio, nel 2012, è incentrata sul modello di green economy, ovvero un’economia in grado di creare un benessere, ciò significa trovare soluzioni che ci facciamo stare bene, non decrescere.
Allora dobbiamo chiederci se il modello economico, che abbiamo acquisito dal dopoguerra, ora ci fa stare bene oppure no. Domandiamoci se ci fa stare bene
  • possedere più di 25 elettrodomestici per famiglia
  • pensare che nella nostra casa ci sono più di un migliaio di oggetti in plastica, molti dei quali inutili
  • avere una serie di telefoni, che non utilizziamo più, abbandonati nei cassetti delle nostre abitazioni.
Finora abbiamo operato nell’ambiente senza farci caso, intaccando il capitale naturale, quel terzo capitale che deve, invece, essere tutelato se vogliamo creare qualità della vita e benessere. Oggi ci rendiamo conto che non possiamo depredare l’ambiente, che non è un capitale illimitato, anche le aziende cominciano a capirlo; ad esempio la Findus qualche anno fa è entrata in crisi perché c’era over-fishing, non c’era più pesce a disposizione.
Oggi sappiamo, il rapporto GreenItaly lo conferma, che le imprese green, impegnate nel rispetto nell’ambiente, fanno meglio delle altre. I numeri sono ancora piccoli ma sono in crescita e dimostrano che queste aziende, anche piccole, sono più innovative, hanno più margine di profitto, hanno migliore occupazione, esportano di più e lo fanno puntando sul prodotto, e non sul processo, che per lo più è quello che si tende ad migliorare dal punto di vista della sostenibilità ambientale a scapito del prodotto.
La seconda risposta focalizza l’attenzione sul ruolo dell’impresa, la svolta verso la sostenibilità non è un affare solo dello Stato e delle Pubbliche amministrazioni.  In quest’ottica è da leggere quanto fatto dal Segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, che si è presentato, dieci anni fa, a Davos, dai grandi dell’economia, chiedendo di fare un patto con le imprese per la sostenibilità.
Questo patto si è tradotto, alcuni anni dopo, nel Global Compact, ovvero 10 principi per favorire un’economia più inclusiva e più sensibile alla sostenibilità ambientale. Con il Global Compact si chiede alle aziende di integrare la sostenibilità nelle proprie strategie, ma anche di impegnarsi nell’attuare quelle sfide che non sono solo di competenza di organi superiori come gli Stati, le istituzioni pubbliche.
La terza risposta è rappresentata da Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che è il risultato di un percorso di diversi anni, in cui le Nazioni Unite hanno coinvolto molti portatori di interessi sul tema della sostenibilità, considerato il driver strategico dei prossimi 15 anni. L’agenda contiene gli obiettivi da raggiungere e gli indicatori per misurare i progressi verso la sostenibilità.
L’Italia ha una serie di indicatori positivi ed altri negativi che vengono messi in luce, ogni anno, dal rapporto curato da Asvis.
A livello globale, viene confermato che si sta contribuendo molto poco al raggiungimento degli obiettivi ambientali contenuti in Agenda 2030. Le istituzioni e le imprese possono fare molto di più in questa direzione, dove ci sono importanti margini di crescita. Gli attori economici, per fortuna, stanno prendendo coscienza che la mancanza di risposte concrete di tipo adattativo al cambiamento climatico corrisponde ad un aumento del rischio d’impresa, che va contabilizzato nei bilanci e richiede di essere valutato nella strategia aziendale.
Se le potenzialità per le imprese in questo ambito sono grandissime, non dobbiamo dimenticare che è necessario anche il coinvolgimento dei cittadini, infatti, ciascuno di noi deve cambiare il proprio comportamento attraverso scelte di consumo che tengano conto della sostenibilità.
Marco Frey della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa
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(Fonte: Arpat)

domenica 3 novembre 2019

Bioregionalismo tra gli argomenti in discussione all'incontro autunnale RIVE di Torre Mileto - Resoconto di Francesca Mastracci


Dal 25 al 27 ottobre 2019, la Rive si è data appuntamento per il raduno autunnale  con i soci e le socie al Giardino della Gioia (Torre Mileto, Fg) viaggiando verso sud, dove le comunità intenzionali esistono e altre ne stanno nascendo. Scopo principale per la scelta del luogo quello di far sentire la presenza, il sostegno e il contatto della rete in zone spesso marginalizzate ma che hanno storia e cultura comunitaria da offrire.

Un raduno scandito anche dal clima temperato del mare e soprattutto dalle coccole dei residenti del Giardino della Gioia - Padma, Polline e Rosa – favolosi nell'accoglienza e nella cucina.

Un incontro raccolto in cui sono stati elaborati i feedback dei campi estivi Gen Conference e Raduno Rive 2019, tra i Gruppi di Lavoro che lo hanno realizzato e nel cerchio allargato dei partecipanti. Ampi momenti sono stati dedicati alla trasparenza, al confronto e all'ascolto profondo all'interno dell'associazione e anche al sogno collettivo per uno sguardo verso il futuro di Rive.


Quest'ultimo è stato un contributo portato dal Consiglio Direttivo e dal Gruppo Rivecrazia – che tra i vari compiti si occupa di fare da ponte nel lavoro tra i vari Gruppi di Lavoro Rive – con il coinvolgimento dell'assemblea, per elaborare i prossimi passi e poi portarli alla concretezza della realtà.
Molti gli spunti emersi sul consolidare il sostegno, favorire il dialogo con e tra gli ecovillaggi, ma anche nel rinnovare il supporto ai nuovi progetti che vogliono prendere corpo in Italia.


Forte il richiamo alla vicinanza con le mobilitazioni dei movimenti ambientalisti come Fridays For Future ed Extintion Rebellion, con temi importanti comuni a Rive, come ad esempio l'ecologia declinata nei fatti con un basso impatto ambientale, pratiche di rigenerazione, recupero e custodia del suolo. Spunti interessanti sono nati anche dalla lettura del bioregionalismo in Italia.

Un occhio di riguardo ha avuto nel raduno autunnale anche la parte economica con il bilancio e uno sguardo verso le modalità di finanziamento associativo. Nel corso dell'incontro si sono tenute anche le elezioni sociocratiche per il rinnovo della Segreteria, che si occupa della gestione soci, contatti con gli ecovillaggi e membri della rete, di vagliare e rispondere alle mail, solo per citare alcuni dei compiti che le competono. La nuova Segreteria sarà formata dai soci Alice Quattrocchi, Andrea Stagliano e Cristina Evangelisti (Torri Superiore).

Non è mancato il richiamo alla situazione dei Curdi nel Rojava, verso cui molti soci hanno espresso la loro sensibilità. 


Un incontro solare che riscalderà autunno e inverno verso nuove orizzonti per la Rive, le comunità intenzionali e i nuovi progetti.

Francesca Mastracci  

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Rete Italiana Villaggi Ecologici
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Foto: Marina Tomazella, Giorgia Consoli, Lara Fontanelli, Francesca Mastracci

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sabato 2 novembre 2019

Geografia bioregionale antropica e la filosofia del "sparagna e comparisci" di Ferdinando Renzetti



Risultati immagini per geografia bioregionale antropicaSono anni che studio il fenomeno dei processi territoriali e la geografia bioregionale antropica nelle città e lungo le coste, in particolare di Puglia e Calabria. Ho scritto pagine e pagine e potrei parlare per ore dell’argomento. Nella periferia urbana di Pescara, dove sono nato, una specie di piccolo e stretto borgo probabilmente di origine vestina, percorsi antichi di crinali verso il mare seguendo il corso dei fiumi; strade strette, dove negli ultimi 50 anni la comunità locale ha investito la maggior parte delle sue risorse su asfalto cemento meccanica plastica consumismo. Ora tutti hanno case riscaldate più grandi a due piani e vivono nel confort; molte auto, solo che appunto, non ci sono parcheggi e sono accatastate lungo la via, dove non ci sono marciapiedi o piazze, non ci sono negozi e per qualsiasi cosa si è costretti ad usare la macchina, nessun servizio e il paradosso è che la maggior parte delle case sono disabitate e alcune pure da parecchi anni in abbandono. 

Negli anni 60 la strada era piena di bambini e ragazzi oggi solo qualche rado passante e i ragazzi dei volantini pubblicitari che riempiono le cassette della posta, delle case disabitate, di mucchi di carta, fradicia sotto la pioggia, tra i bidoni colorati della raccolta differenziata. Sono i frutti del fenomeno della “città diffusa” o “sprawl city” come definito dagli americani, ovvio ogni volta che ci muoviamo siamo costretti a consumare asfalto cemento gomma benzina. Vero che ci sono città, dove si attuano da tempo i principi della cultura della transizione, definite appunto transitions town, vero anche che siamo ben lungi dal pensare che questi principi possano essere adottati presto anche nelle nostre città: asfalto cemento e automobili e il poco verde rimasto costretto entro i pochi giardini rimasti tra le case.

Tra l'altro anche il collegamento con internet fa le bizze... posso a malapena leggere e mi è molto difficile usare altre capacità (copia incolla, etc.). E’ che ci ostiniamo a usare vecchi mezzi riadattati riciclati e ri-arrangiati, ci sono computer portatili comodi semplici e veloci. Se poi ci limitano la rete di internet, questa è altra storia, magari fra un po, per non farci più scrivere, ci tolgono pure l’energia elettrica. 

Tornando al discorso dei mezzi obsoleti, ho una vecchia auto, una punto dei primi anni 90 riciclata da un amico, ha le ruote lisce, la marmitta rotta, perde l olio dal motore, per fortuna consuma poco, anche se periodicamente, sono costretto a fare qualche piccola riparazione, i freni, il carburatore ecc. 

La fiat ci offre una panda nuova a soli 120 euro al mese, senza anticipo, senza interessi, alla fin fine converrebbe pure, anche se non me la compero lo stesso, per ora. Questo per dire che a volte i mezzi usati, sono più dispendiosi e meno funzionali di quelli nuovi che il sistema ci offre a prezzi concorrenziali. 

D’altra parte in Abruzzo diciamo: sparagna e comparisci, sparagna e fai bella figura! Che poi non è sempre così vero, perché un altro detto tradizionale dice che se vuoi fare bella figura e vuoi pure risparmiare, statti a casa! Anche se centra poco o niente con il discorso mi piaceva dirlo! La convenienza economica non sempre corrisponde alla convenienza ecologica anche se il sistema tenta di convincerci che spesso un mezzo nuovo inquina di meno ed è più ecologico di un mezzo vecchio. La scelta migliore per appartenere veramente a una tradizione minoritaria sarebbe quella di non consumare proprio, e seguire il postulato della Blu Economy che dice, per esempio, di non usare le batterie, mentre la Green Economy si inventa batterie che inquinano di meno. 

Quel che voglio dire, è che non ho ancora capito, a livello energetico, qual è la fonte più conveniente, per noi e la natura, perché se non usiamo gas e petrolio, per riscaldare le nostre case, siamo costretti a bruciare la legna degli alberi che viene dal taglio del bosco e questo mi dispiace ancora di più. 

Nonostante l'evoluzione e il progresso ancora esiste una energia veramente pulita e quindi il sistema continua a succhiare e bruciare petrolio illudendoci con l’auto elettrica e altre cose, quando l’unica via da seguire sarebbe il risparmio energetico, come si faceva negli anno 70, solo che oggi le lobby sono così potenti che difficilmente rinuncerebbero ai guadagni dei giorni festivi. Anzi la domenica si consuma ancora di più, visto che i negozi e i centri commerciali sono ormai tutti aperti. 

Ricordo che negli anni 70 e primi 80, di domenica per fare la spesa, bisognava andare ai mercati di qualche paese limitrofo ed era veramente difficile procurarsi le sigarette o anche la benzina per l'auto. Ho notato, in questi ultimi anni, che anche nei paesi più isolati del meridione, dove hanno chiuso scuole forni e negozi di prima necessità, ci sono sempre dei bar che vendono pure le sigarette, come dire che il sistema in qualche modo si preoccupa di noi, ci toglie tutto e allo stesso tempo non ci lascia mai senza alcol e sigarette.

Ferdinando Renzetti

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Abruzzo d'altri tempi....

venerdì 1 novembre 2019

Anche i mistici indiani sono preoccupati per la distruzione della Natura e per l'estensione del degrado


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L’aumento della popolazione mondiale ha portato alla necessità di un numero sempre maggiore di terreni ai fini dell’urbanizzazione, della produzione alimentare, del legname per gli alloggi e delle risorse minerarie. Ciò ha portato alla distruzione indiscriminata degli ambienti e alla perdita della biodiversità su scala mondiale. La lotta al degrado del suolo e al ripristino delle terre degradate è una priorità urgente per proteggere la biodiversità e i servizi ecosistemici vitali per tutta la vita sulla Terra e per garantire il benessere umano. 

Un rapporto pubblicato all’inizio del 2018, prodotto dalla Piattaforma Intergovernativa per la Scienza e la Politica sui Servizi per la Biodiversità e l’Ecosistema (Intergovernmental Science Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services - IPBES), che ha rappresentanti di 129 Paesi, conteneva un’allarmante valutazione sull’estensione del degrado del suolo a livello mondiale. Alcuni risultati chiave sono: attualmente, attraverso le attività dell’uomo, il degrado della superficie terrestre ha un impatto negativo sul benessere di almeno 3,2 miliardi di persone, spingendo il pianeta verso una sesta estinzione di massa di specie e costando oltre il 10% del prodotto annuo lordo mondiale in perdita di biodiversità e servizi ecosistemici; se non viene intrapresa un’azione urgente e concertata, il degrado del territorio peggiorerà con la crescita della popolazione, il consumo senza precedenti, un’economia sempre più globalizzata e il cambiamento climatico; nelle economie sviluppate, lo stile di vita ad alto consumo, combinato con quello in aumento nelle economie emergenti, sono i fattori dominanti che portano al degrado del territorio a livello mondiale; un’azione tempestiva 4 per evitare, ridurre e invertire il degrado del suolo può aumentare la salvaguardia di cibo e acqua, contribuire in modo sostanziale all’adattamento e alla mitigazione dei cambiamenti climatici e ridurre o evitare casi di conflitto e migrazione. 

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La perdita di copertura forestale ha conseguenze negative a livello locale e mondiale. A livello locale, gli alberi contribuiscono a mantenere i livelli d’umidità, forniscono ombra e habitat, temperatura moderata, assorbono l’inquinamento e ci forniscono frutti e prodotti in legno preziosi. A livello mondiale, le foreste assorbono CO2 e rilasciano ossigeno come parte integrante del mantenimento del delicato equilibrio della nostra atmosfera nel sostegno della vita, compresa il contenimento della temperatura globale. Le foreste ospitano anche un gran numero di specie animali e vegetali, che forniscono di tutto, dai prodotti farmaceutici ai pesticidi naturali, e contribuiscono in modo sostanziale alla biodiversità della Terra. Secondo gli indicatori di sviluppo del 2016 della Banca Mondiale, il mondo ha perso ogni ora, dal 1990, l’equivalente di 1000 campi da calcio di foreste. Si tratta di 1,3 milioni di chilometri quadrati di foresta: un’area più grande del Sudafrica. 

Negli oceani del mondo, il fitoplancton ha un ruolo simile a quello delle foreste sulla terra nell’assorbire CO2 e immagazzinare carbonio. Gli scienziati ci dicono che il fitoplancton produce la metà dell’ossigeno che respiriamo, abbassa l’anidride carbonica di superfice e sostiene la vita marina fungendo da fondamento per la catena alimentare oceanica. Esso è parte integrante di un pianeta sano, ma i cambiamenti climatici e quelli delle condizioni oceaniche si traducono in un declino del fitoplancton che, secondo gli scienziati, produrrà un impatto più drammatico sull’equilibrio della Natura rispetto alla perdita delle foreste pluviali tropicali. Attualmente è necessario e urgente capire che cosa stia danneggiando le foreste, gli oceani e la terra, e questo per agire subito per poterli salvare. Per affrontare il cambiamento climatico, è altresì vitale piantare più alberi ovunque sia possibile, beneficiare delle condizioni locali e servire la biodiversità. Allo stesso tempo, per noi è importante scoprire modi alternativi di provvedere ai bisogni delle persone in tutto il pianeta, evitando allo stesso tempo di danneggiare i nostri simili. 

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Sathya Sai Baba, il mistico erede del grande Sai Baba, ha spiegato che: “Poiché la deforestazione avviene in misura allarmante, nell’atmosfera è aumentata considerevolmente la quantità di biossido di carbonio. Pertanto, il rimedio a questa situazione è l’imboschimento intensivo, la crescita di più alberi dappertutto e la protezione di quelli esistenti senza distruggerli per altri scopi. In ogni momento del giorno interagiamo con l’ambiente, direttamente e indirettamente. Le scelte che facciamo e le nostre azioni, come scegliere il cibo che mangiamo, come spendiamo i nostri soldi e il nostro tempo, l’energia e le risorse naturali che utilizziamo, e persino i pensieri che abbiamo, hanno un impatto sull’ambiente.

Essendo consapevoli delle nostre azioni, possiamo apportare semplici cambiamenti che riducono il nostro impatto negativo sull’ambiente e ci aiutano a servire meglio e a valorizzare la Natura. 

L’“Obiettivo 12”, facente parte degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, richiede “produzione e consumo responsabili”, il che necessita che ciascuno di noi sia conscio, informato e consapevole degli acquisti che fa e dell’impatto che questo ha sull’ambiente. Sathya Sai Baba ci ha insegnato come vivere in armonia con la Natura con il proprio esemplare stile di vita, ma ci ricordava anche che la Madre Terra sta perdendo la pazienza... 

Maria Gabriella Lavorgna  

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Fonte: AK Informa n. 44 

giovedì 31 ottobre 2019

Reggio Emilia o Spoltore? I caratteri colorati del paesaggio...


Ho letto  di una performance svoltasi a Reggio Emilia dove una piazza è stata coperta con pezze colorate che mi ha fatto tornare alla mente un breve trattato di antropologia del paesaggio che ho scritto parecchi anni fa dal quale poi avevo tratto una breve presentazione per un avvenimento come quello di Reggio Emilia in dimensioni minori svoltosi nel paese di Spoltore vicino Pescara.



COPERTE COLORATE
Il paesaggio è il substrato di un codice collettivo, una enorme opera realizzata nel tempo dalla natura e dagli uomini, una enorme coperta colorata cucita usando lane colorate filate di vario spessore, stoffe variopinte di grandezze differenti con un risultato finale basato su grana e porosità. Toccando questa coperta, anche ad occhi chiusi, siamo stupiti dalla piacevole sensazione di diversità fluida che scorre al nostro tatto. Appunto come quelle grandi coperte colorate realizzate dalle donne usando stoffe e lane di tutti i generi, avanzate o riciclate da altre lavorazioni. L’opera finale è di grande sensazione anche per la vista, stupefacente l’effetto di questo capolavoro artigianale che potremmo definire di genere etnico e tipologia esotico meridionale. Naturalmente se volessimo analizzare l’opera nelle sue componenti potremmo analizzare lane e stoffe, una per una, colore consistenza e qualità, cercando di risalire a dove e come sono state realizzate, la provenienza dei materiali, la colorazione come è stata effettuata, se collegata a tradizioni e storie particolari, ed altro. 

Per il paesaggio come per la coperta possiamo prendere in esame ogni singolo elemento strutturale per una sua più facile lettura e percorrere con lo sguardo campiture grana e porosità. Occorre tenere alla mentechepuòessere A+B+C=DeancheA:B=C :De A + B - C = D oppure a - C + b = D ecc, non basta fare la somma degli elementi per avere la struttura unitaria, organizzare e ottimizzare le strutture componenti l’unità per una visione totale del tutto; A B C D. Poi il dinamismo delle singole unità A è più veloce di b che può essere più resistente, CCCcc è molto intenso anche se dDd è più marcato. Altro aspetto importante è il livello di trasmissibilità dei concetti. A ha un onda concentrica ampia e di breve intensità B un onda media e di maggior durata C un onda breve e molto intensa D ha un onda con l’eco. Tutte le componenti prese in esame interagiscono tra di loro si sovrappongono in modo orizzontale e verticale, nel tempo e nello spazio. Occorre stabilire dove vogliamo fermarci a livello micro e a livello macro nel processo di conoscenza, il rischio è quello di perdere il contatto con la realtà. Ora stendiamoci su di un prato e copriamoci con questa stupenda coperta multicolore e multiforme e volgiamo lo sguardo ai fili d’erba ai fiori alle farfalle al sole alla luna alle stelle e ai moti cosmici, Buonanotte!

CARATTERI DEL PAESAGGIO
SUPERFICIE: CAMPITURE GRANA POROSITA’
FLUSSI DINAMICI
FENOMENI STORICI: DENSITA’ E DURATA
FENOMENI CULTURALI: INTENSITA’ E TRASMISSIBILITA’
FENOMENI NATURALI: QUALITA’ E QUANTITA

Intreccio fatale - L’ARAZZO - La Strada è Donna!

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L’iniziativa vede protagoniste le donne del corso di arazzo durante la rassegna artistica i colori del territorio. “La strada è donna” sarà una azione simbolica, una performance artistica collettiva rappresentata in una piazza di Spoltore, consistente nel cucire assieme i piccoli arazzi realizzati dalle donne durante il laboratorio trimestrale. Sarà realizzato un grande arazzo collettivo che verrà esposto nei giorni seguenti della rassegna. Il riporto fotografico realizzato durante l’evento rappresenterà il documento di tale iniziativa. La performance potrà essere riproposta in altre manifestazioni culturali mediante la proiezione delle foto e l’esposizione del grande arazzo stesso, se richiesto. L’arazzo multicolore che sarà realizzato richiamerà l’antropizzato e variegato paesaggio spoltorese che si può ammirare dai diversi punti di vista sparsi per il paese. Il paesaggio è il substrato di un codice collettivo, una grande opera collettiva realizzata nel tempo e nello spazio dalla natura e dagli uomini. Una enorme coperta colorata denominata “i colori del territorio”. Una coperta colorata cucita assieme usando lane filate di di vario spessore, variopinte pezze di grandezze differenti, con un risultato finale basato su grana e porosità. Toccando questa coperta ad occhi chiusi, saremo stupiti dalla piacevole sensazione di diversità fluida che scorre sotto il nostro tatto. 

L’opera finale è di grande sensazione per la vista, stupefacente l’effetto di questo capolavoro artigianale etnico meridionale. Ora stendiamoci su un prato copriamoci con questa stupenda coperta multicolore e variegata dei colori del territorio e volgiamo lo sguardo ai fili d’erba ai fiori alle farfalle al ronzio di grilli cicale e altri insetti, al sole alla luna alle stelle e ai moti cosmici.

"E li grill cià candat bonanott coccia pilat!
spuldore lu quattr d’april di lu dumileott"
(firdinand rinzitt)

Ferdinando Renzetti -  ferdinandorenzetti@libero.it 

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