domenica 29 dicembre 2019

Pastoral.- Pastorizia bioregionale, che fu... (e che forse ritornerà)


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Mi sento molto Pastoral... Pastoral transumante come mio nonno che agli inizi del 900 risiedeva in un piccolo paese di montagna vicino Pescara poi è emigrato negli stati uniti, Ellis Island poi California ed è tornato in Italia dal 15 al 18 per la prima guerra mondiale. Finita la guerra di nuovo in America questa volta a Chicago, la mitica Chicago degli anni 20; infine nel 1925 tornato definitivamente in Italia, acquista una masseria e mette su famiglia... 

Qualche giorno fa ho incontrato, mentre passeggiavo per la città, una amica coetanea che non vedevo da tempo. Lei nei primi anni 80 aveva dei nonni in una paese vicino Pescara che facevano ancora i pastori ed è capitato spesso di andarli a trovare assieme. Vivevano in una casa di pietra, senza bagno, la nonna indossava ancora abiti realizzati con tessuti filati a mano, facevano monticazione, transumanza verticale, portavano le pecore nella vicina piana di Voltigno, oggi riserva naturale. Qualche volta è capitato di seguirli, avevano anche un mulo che ci divertivamo a condurre. Nella casa odore forte di formaggi, le caciotte sopra ai graticci di canne appese al solaio: quando stavo la, con loro, conscio di stare al centro di un mondo antico ancestrale sacro rimanevo in silenzio inebetito dalla forza ieratica e catartica nel sentimento e nella consapevolezza di una storia millenaria che portavano dentro... 

Dicevo che abbiamo passeggiato assieme per la città e le raccontavo che a natale avevo mangiato bene riso spesso e amato molto così in cerca di una prospettiva nuova valida e convincente ero uscito di casa e avevo incontrato lei per le vie di pescara; luminarie fantastiche dappertutto una grossa sfera di plastica trasparente come una grande bolla di sapone al centro della piazza principale con all interno una immensa scenografia di bosco con magiche figure che vi si muovevano dentro, teatro per adulti e bambini, lungo il corso le casette in legno del mercatino affollate di gente, centinaia di locali aperti illuminati e riscaldati anche all’esterno dai funghi a gas, pieni di giovani seduti a bere ridere scherzare avvinazzati felici. 

Così ci è tornata in mente la città di quando avevamo vent’anni grigia tutta d’asfalto macchine un po dappertutto senza isola pedonale e con i pochi locali aperti a disposizione. Ecco... ci è venuto un senso di nostalgia per quel minimalismo assoluto di quel tanto poco che circondava le nostre vite, della nostra povertà e della povertà dell’italia di quegli anni, non perché oggi siamo diventati ricchi e non solo per semplice nostalgia del passato, solo che detestiamo tutto questo consumismo, anche se a prima vista può affascinare il magico nuovo mondo del natale. 

La maggior parte di noi rimane talmente inebriata da tutto questo troppo che non riesce più neanche a prenderne parte in modo adeguato; senza parlare poi della incapacità a comprendere e ad accontentarsi ormai del poco e della semplicità, non avrei mai pensato di vivere tutto questo e che saremmo arrivati a questo benessere: varietà di vini birre spumanti dolci e cibi finti tradizionali innovativi new age. Anche se forse la cosa più semplice sarebbe quella di godersi tutto cio con discrezione e forse lo stiamo pure facendo anche se spesso non so perché mi sento addosso un forte senso di solitudine e di smarrimento... ho scritto tutto quanto quasi in apnea, ah mi è tornato in mente che giorni fa un amico mi ha chiesto se matira, divina damatira, matera sia di origine messapica oppure dauna. Anche se si può pensare a una origine messapica propendo più per un origine dauna, anche se sicuramente penso che matira sia più antica e rientri nel contesto delle civilta rupestri che affollavano la Sicilia la Calabria e gran parte del Mediterraneo millenni di anni fa, una grande ghost town under italy e non solo, di cui non sappiamo assolutamente nulla, tu che ne pensi?

Viviamo in un mondo in cui non mi ritrovo. Da bambino giocavo con un pezzo di legno e delle rotelle che avevamo, preso dal monnezzaro e le attaccavamo con un nastro adesivo del papà di un amico. Cascatoni a non finire. Poi costruivamo capanne in in uno spazio dietro l'inizio della strada. Le galline che c'erano si  spaventavano. Giocavamo con un pallone e le porte erano mucchietti di terra. Le porte delle case erano aperte. Ci divertivano un mondo. La tv non la guardavamo quasi mai, tranne a ora di pranzo, una volta settimana, le comiche e i cartoni animati. Andavamo ogni tanto al cinema e ce lo gustavamo; sentivamo il sapore vero delle cose. Non le consumavamo. Le persone erano più felici. Oggi vedo un'abbruttimento sociale che non ha eguali. Bambini reclusi in casa. Persone che non comunicano. Una città vetrina, senza anima. Bulimia da progresso materiale dove tutti ce l 'hanno con tutti. Su Matera non so risponderti!

Si sa che da adulti si rimpiangono sempre i fatti e i luoghi del passato. La memoria tende anche a enfatizzare. Diciamo che seleziona e ingrandisce i ricordi belli. Io sono uno di quelli che rimpiange l'infanzia, l'adolescenza e la prima gioventù. La cosa che dovrebbe far riflettere e' che non ho un buon ricordo della mia città, Pescara. Tranne per i cinema a cui mio padre mi portava almeno una volta a settimana, il giardinetto vicino l'ex università con il trenino e la pasticceria la Bresciana. Ricordo i camion in pieno centro; lo smog che usciva, macchine dappertutto. Il treno che passava in città e i relativi passaggi a livello. Unico posto di ritrovo: piazza Salotto. Nell'87, con la nuova stazione e l'eliminazione dei treni in città gia' la città acquisisce una configurazione più leggera e respirabile. Gia' da alcuni anni i camion non passavano più. Molti si lamentarono per la costruzione della nave di Cascella al posto delle aiuole con l'orologio. Me ne innamorai subito. Dal 2003, con tutte le pedonalizzazioni delle vie centrali ho visto una vera svolta. Ci fu l'inizio dell'uso di massa delle bici. Il problema e' che nel frattempo sono cambiati i Pescaresi. Sono diventati meno accoglienti, più individualisti, fatta di circoli chiusi, dove non si coltiva più la socialità.

Sono in perfetta sintonia con tutto quello che dici. Infatti vado poco in giro in questo periodo e non mi affascinano neanche le bancarelle perché sono finte, piene di cianfrusaglie. Una volta potevi trovare oggetti particolari anche di valore solo che ora...

Le pecore nere siamo noi! è come la famosa storia della frase di Brecht: ci siamo seduti dalla parte del torto perché era l’unico posto che abbiamo trovato libero! così nessuno voleva fare la pecora nera ed è toccato farlo a noi! Faticoso a volte molto faticoso anche se poi ci siamo abituati ed è stato pure piacevole perché si ha una visione della vita del mondo e della realtà completamente diversa e questo spesso è veramente molto affascinante!

Ferdinando Renzetti 

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ferdinandorenzetti@libero.it

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mercoledì 25 dicembre 2019

L'aria inquinata abbassa il livello dell'intelligenza umana

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Un gruppo di ricercatori dell'Università del Colorado, a Boulder, della Colorado School of Public Health e dell'Università della Pennsylvania avrebbero trovato delle prove circa il fatto che un aumento delle concentrazioni di diossido di carbonio nell'atmosfera avrebbero degli effetti nocivi sulle capacità cognitive dell'essere umano.

Come riporta il portale phys.org, gli esperti hanno preso in esame l'impatto dell'aumento dei livelli di CO2 sull'apprendimento in classe.

Degli esperimenti precedenti, infatti, avevano dimostrato che una concentrazione elevata di diossido di carbonio sarebbe in grado di ridurre le nostre capacità mentali.

Dal momento che i livelli globali di concentrazione del diossido sono aumentati in modo considerevole, il nostro cervello si troverebbe costantemente in presenza di un ambiente in grado di ridurne l'efficacia.

Due possibili scenari

Gli scienziati, durante i loro esperimenti, hanno preso in considerazione due possibili scenari: nel primo, viene ipotizzato che l'umanità riesca, in qualche modo, a ridurre la quantità dei gas serra emessi nell'atmosfera; nel secondo, invece, le emissioni restano invariate.

412mila persone morte nell’Ue per l'inquinamento dell’aria

Stando ai risultati, in ambedue i casi le capacità intellettive degli apprendenti e, di converso, di tutti gli esseri umani vedrebbero un sensibile peggioramento.

Si va infatti da un minimo di perdita pari al 25% fino ad un massimo che potrebbe toccare anche il 50% da qui al 2100.  

giovedì 19 dicembre 2019

Terre bioregionali e biodiversità dei margini


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Notizie da Cade il mondo. l’euforia delle dune musica di biciclette nell’ebrezza dell’asino, seduzione e gentilezza nel respiro dell’avventura, vocazione del tempo, danza delle stagioni, canto dei passi nel silenzio della strada 

Biodiversita dei margini. Un’erbaccia è semplicemente una pianta le cui virtù sono ancora da scoprire. L’allopatia o antagonismo radicale è una forma particolare di antibiosi frequente nel mondo vegetale. Molti vegetali rilasciano nel terreno metaboliti secondari che inibiscono la germinazione o lo sviluppo di piante competitrici. Tali sostanze si comportano come fitotossine radicali. [Le infestanti] gradiscono quello che facciamo al terreno: deforestazione, dissodamento, coltivazione, scarico rifiuti.

Prosperano in aree progettate dall’uomo, utilizzano i nostri sistemi di trasporto. Si avvalgono dei nuovi equilibri ecologici che siamo in grado di creare. L’aria e la terra sono impegnate a trasmettere costanti correnti di messaggi chimici (feromoni vegetali) destinati a individuare insetti predatori, sedurre gli impollinatori, limitare i concorrenti, incoraggiare le piante affini e avvisare altre piante degli attacchi di insetti. I feromoni possono essere volatili, e trasmessi nell’aria dalle foglie, oppure essudati radicali solubili in acqua e infiltrati nel terreno. Più piante sono coinvolte, più complessa diventa l’attività dei messaggi, e nelle comunità vegetali di vecchia data questa polifonia può essere uno dei meccanismi con cui intrusi quali le erbacce sono tenuti fuori. 

Le erbacce sono una sorta di sistema immunitario, organismi che entrano in gioco per riparare i tessuti danneggiati, in questo caso, la terra spogliata della vegetazione che la ricopriva. Questo, tuttavia, non significa che le erbacce si prefiggano uno «scopo», non più di quanto facciano tutti gli altri esseri viventi. L’aspetto magnifico, quasi trascendentale, della vita sulla terra è che, per esistere, gli organismi devono relazionarsi gli uni agli altri e alla terra stessa, e quindi trovarsi, se non uno scopo, qualcosa che assomigli a un ruolo. Se le erbacce sono caratterizzate da esistenze fugaci e opportunistiche è perché il loro ruolo, il compito che svolgono, è riempire gli spazi vuoti della terra, riparare la vegetazione che la natura sconvolge da milioni di anni con le frane, le alluvioni e gli incendi boschivi e che oggi è messa a dura prova dall’aggressività delle colture e da un fortissimo inquinamento. In questo processo di riempimento le erbacce stabilizzano il terreno, proteggono dall’inaridimento, forniscono riparo ad altre piante e danno il via al processo che porta all’ avvicendamento di sistemi vegetali più complessi e più stabili. 

Il suono nascosto delle cose di qua e di là sotto e sopra avanti e indietro in alto e in basso a destra e a sinistra The walk Più che un pozzo, una pozza o anche una pozzanghera come quelle che stanno sulle strade quando piove che anche se di acqua putrida e stagnante di notte riflettono luci e colori soprattutto nelle città accendono la quinta dimensione, quella che calpestiamo e in genere guardiamo poco: la strada di notte nera d’asfalto lucente di colorata acqua piovana Il mare immenso strumento musicale, la parola vi giace insonne nel luogo dove più facilmente si raccolgono le emozioni: il tempo Crogiolo alchemico "cosa cè di più semplice che mangiare una mela? Eppure, cosa potrebbe esserci di più sacro e significativo? In questo caso non stiamo solo mangiando una mela come fosse una cosa separata da noi. Entra in noi, si dissolve, ci nutre e diventa noi. Ogni mela rappresenta molto di più! Mangiandola mangiamo la pioggia le nuvole, tutti gli alberi che hanno portato alla nascita della pianta da cui è spuntata nonché le lacrime, il sudore, i corpi e i respiri delle innumerevoli generazioni di animali, piante e persone che a loro volta, sono diventati la pioggia, l'humus e il vento che hanno nutrito il melo". 

Il nostro corpo funziona come un CROGIOLO ALCHEMICO: a partire dalla bocca, con la masticazione e la ptialina contenuta nella saliva, inizia un processi di trasmutazione energetica delle molecole degli alimenti. Tao Insomma il risultato è in conseguenza di una serie di fattori congiunti e collegati inestricabilmente gli uni agli altri. Dal punto di vista naturalistico, vediamo che la vita, nella sua assolutezza, è indipendente da ogni descrizione e senso di identificazione delle sue diverse forme e dei singoli processi vitali. Fiori, foglie, corteccia, rami, radici,pioggia, vento, sole, terra... Tutto avviene in un contesto inscindibile che possiamo chiamare “Tao” oppure... Campo morfogenetico Il campo morfogenetico letteralmente il “cantiere della creazione”. E’ un modello su cui la coscienza individuale è sintonizzata , e che crea l’illusione della solidità. Ogni materia, ogni forma di coscienza, da quelle dei pianeti a quelle dei corpi umani, si manifestano attraverso un’impronta morfogenetica composta di frequenze specifiche. 

Le forme approdano alla manifestazione ed evolvono sulla base di modelli o matrici di frequenze estratti da questi campi.In tal modo governano la forma della manifestazione della materia e l’evoluzione biologica e coscienziose. Il corpo umano è una proiezione olografia (e quindi a tre dimensioni) della coscienza che è costruita a partire dal campo morfogenetico e mediante la quale prende forma l’illusione della materialità del corpo. Il corpo umano è un congegno di proiezione olografia vivente di questi campi. sul bus capto pezzi di una comunicazione tra quattro ragazzi: " almeno i vegetariani non sono estremisti. i vegani mangiano solo solo pasta" "i peggio sono i fruttariani, pensano di avere i superpoteri"" aspetta...e i melariani?!! e dulcis in fundo " ci sono pure i respiriani, che se ci provano,,,respirano terra in comune lentezza valorizziamo l incontro spirito di adattamento impariamo a vivere in gruppo lasciamo fuori ansie quotidiane carichiamoci di poche aspettative trasmettiamo sensazioni e stati animo il forno sarà realizzato in un orto urbano, dove già diverse famiglie usufruiscono degli spazi..è una sorta di piccola campagna circondata da palazzi (si chiama effetto terra - Campagneros). 

Lo spazio è pubblico ma loro hanno avuto la gestione per credo sei anni attraverso un atto che si chiama patto di collaborazione..diverse attività cos' come anche la costruzione del forno sono finanziate attraverso fondi comunali con partecipazione ai vari bandi di rigenerazione urbana della città. Ci faranno eventi serali, ed il forno sarà accesso ogni sabato o domenica mattina per la cottura del pane sociocrazia 1 efficienza 2 assenso 3 empirismo 4 miglioramento 5 equivalenza 6 trasparenza 7 responsabilità gli americani la definiscono affondance o affordanza italianizzato, la danza delle opportunità che poi appunto porta all’ emotional design, il disegno emozionale situazionale che invita al raggiungimento degli obbiettivi preposti, è la comunità che decide work in progress delle variazioni e delle invenzioni che si susseguono e vale la pena leggerle in contemporanea agli avvenimenti man mano che le difficoltà si presentano, per cercare sia intorno a noi sia dentro di noi soluzioni così ogni essere umano essere vivente non sembri più in attesa di ritrovare un senso di appartenenza. è una tesi di scienze della comunicazione che analizza i processi dell autocostruzione dove appunto committente progettista e artigiano partecipano assieme alla realizzazione dell oggetto opera costruzione che appunto si carica di valori emozionali, in senso orizzontale le difficoltà vengono affrontate di volta in volta man mano che si presentano nella vecchia scuola i processi costruttivi si esplicano a livello verticale nel senso che il committente delega il progettista che a sua volta delega l artigiano dall'alto verso il basso ne parla pure Fritjoy Capra in l'ecoalfabeto dove alla vecchia didattica calata dall'alto dall'esterno in senso verticale propone una didattica orizzontale circolare che nasca spontaneamente all interno dell unita scolastica tra genitori bambini ragazzi e insegnanti per esempio un paio di anni fa mi hanno chiamato a facilitare la costruzione di una casupola in una scuola steineriana ecco i primi giorni ho raccontato storie poi abbiamo analizzato le terre in classe e siamo passati alla scoperta del senso del luogo all esterno con nord sud freddo caldo est dove sorge il sole ovest dove tramonta e quindi la scoperta dei punti cardinali e ad ognuno abbiamo assegnato un colore poi abbiamo studiato appunto la via della luce cioè appunto guardando l arco del sole il lato più luminoso le correnti fresche e fredde quindi come proteggere e esporre la casupola nel modo miglior e infine la via delle acque cioè come recuperarle e tenerle lontane dall abitazione con un tetto largo e spiovente e sporgente sul davanti come sorta di portico per ripararsi si perché fondamentalmente questa casupola è stata pensata come piccola aula per educazione ambientale dove dal grande vetro verso sud si possono guardare la luna e le stelle e altri moti cosmici bird watching clouds watching leafes peeping davanti alla finestra all esterno sempre verso sud un grande cesto rola semenzaio per far germinare i semi che poi vengono trapiantati nei vasetti all interno anche rimessaggio attrezzi e riparo in caso di pioggia perché come dicevo l'ispirazione didattica era quella dell asilo nel bosco quindi sostanzialmente gli alunni trascorrono all aperto quasi tutta la giornata tra orto e campagna infatti assieme si era deciso di posizionare la casupola su una leggera pendenza tra l'ecosistema orto e l'ecosistema oliveto in una sorta di unione policolturale tra giochi e scoperte varie attorno alla casupola piccoli terrazzamenti con pallets e sedute in balle di paglia tale da permetterne l'uso come piccolo spazio per leggere fare lezioni all aperto suonare riposarsi... 

Nel frattempo i genitori e gli insegnanti facilitati dalla mia presenza si erano procacciati i materiali per costruire legnami paglia sabbia e quanto altro come forme per fare i mattoni in terra e paglia bio trituratore una piccola impastatrice e bidoni e recipienti vari poi pale zappe secchi cazzuole, abbiamo scelto il luogo e l'organizzazione del piccolo cantiere ecco in una decina di giorni abbiamo fatto trecento mattoni con ragazzi bambini genitori insegnanti tutti hanno partecipato poi abbiamo montato il telaio in legno di castagno abbiamo tirato sul le mura con un bravo genitore muratore soprannominato maestro giapponese issamura alzacase e in una ventina di giorni la casina scuolina aula didattica rimessaggio attrezzi riparo per la pioggia e venuta su e quindi si caricata di quei valori emozionali dell emotional design dove tutti partecipano alla realizzazione dell opera soprattutto i ragazzi e i bambini che hanno partecipato in modo diretto alla realizzazione della loro scuolina nel bosco così spesso quando dico che negli ultimi anni ho facilitato la costruzione di diverse scuole prima sono costretto a spiegare tutto questo perché poi quando vedono la piccola casupola molti pensano quale scuola pensando al concetto tradizionale di scuola, spero di essere riuscito a spiegare quel che volevo dire e l'affordance la danza delle opportunità è la danza tra il nostro corpo e quel che ci circonda le opportunità del movimento rapportato ai materiali del luogo terra paglia legno canne al clima alle sensazioni all energia e alla creatività del gruppo non mi pare difficile che poi ci sia un termine che semplifichi tutto questo sono pure contento affordance se poi tu vogliamo chiamarla amicizia... sono tutti cantieri didattici di autocostruzione dove appunto ho svolto il ruolo di facilitatore nei processi costruttivi comunitari nel senso che tiro fuori dalla comunità l'idea che la comunita ha in nuce in un percorso rapporto empatico dove tutti veniamo coinvolti chi più chi meno, per esempio nelle scuoline in genere partecipano bambini ragazzi genitori maestri insegnanti filosofia dell abitare e psicogeografia: quindi l'approccio è sempre basato sul analisi del senso del luogo punti cardinali croce a sei bracci solstizi equinozi linee solstiziali via della luce percorso delle acque aereazione, poi analisi dei materiali la terra e la paglia con i cinque sensi e alcune prove pratiche di laboratorio e poi gioco danza poesia musica yoga arte impastando la terra a piedi nudi succedono cose sempre belle e divertenti. agricoltura naturale urbana esperimento di permacultura urbana nella periferia di Pescara, talee ortaggi piante officinali oleoliti, un piccolo laboratorio dove si può impastare la terra con la paglia, coltivi anche direttamente sulle balle o sul materiale vegetale secco autoprodotto dal giardino stesso. la scorsa stagione coltivazioni di una varietà di grano solibam, robiglio, lupini, lino, qua e la tracce di forest garden, di orto sinergico e di giardino verticale; coltivi con pacciamatura acqua e biodiversità e con l'aiuto del vento e degli uccelli da diffondere nei spazi verdi residuali dei paraggi, divertente vedere quando sulla strada ai limiti dell asfalto spuntano cicorie e calendule. 

Prendersi cura di un giardino è il primo tassello nel grande mosaico della biodiversita, sulla via trascorro gran tempo nell osservazione di quel che succede nell’intreccio inestricabile delle piante, mi piace l effetto margine sociale ed ecologico. faticoso divertente e anche assolutamente soddisfacente. questo per dire che in tutti i luoghi dove ho seguito processi di autocostruzione ci sono sempre giardini e campi coltivati biodinamici tradizionali permaculturali e naturali... da un po di tempo costruisco meridiane orizzontali o solideum, con un bastone al centro, lo gnomone, il corpo umano con la sua ombra è il nostro primo gnomone, poi si segnano i punti cardinali, con delle tavolette colorate; ho abbinato il blu al nord, inverno, elemento aria, freddo; il verde per l'est, elemento acqua, alba; colore giallo, sud, caldo, elemento fuoco; rosso scuro per l'ovest, autunno, elemento terra, tramonto. la croce dello zodiaco completata dall'alto e dal basso con lo zenit e il nadir, croce a sei bracci, entro alla quale siamo perfettamente sempre inseriti nell'arco della nostra vita e con consapevolezza può indicarci nelle attività quotidiane come orientarci per attività pratiche e spirituali, fisiche e metafisiche... ecologia sociale urbana e di margine Dedichiamo particolare attenzione alla valorizzazione dell’effetto margine ecologico e sociale. I confini tra campo e bosco e anche i confini sociali, rapporti con gli anziani e con tutte le diversità, cerchiamo di sfruttare al massimo l'osservazione e la pluralità dell’ambiente circostante dei luoghi, creando un collegamento tra le persone che vivono ai margini e dar loro possibilità di esprimersi. Facciamo rete sul territorio, comunichiamo le nostre esperienze, le relazioni sociali, le tradizioni e le appartenenze come esempi concreti. 

Mettiamo assieme queste urgenze, facciamo rete ecologica e facciamo nascere qualcosa che prima non cera, come quando su un campo incolto, il bosco si riappropria degli spazi e si sviluppano nuove piante nell’intreccio tra comunità selvatica e coltivata. In questo modo iniziamo a pensare come traghettare la società industrializzata a un nuovo modello sostenibile non dipendente solo dal petrolio. Con la blue economy che si differenzia dalla green perché non chiede di investire di più per salvare l'ambiente, gli scarti e la natura costituiscono le risorse produttive. Gli scarti diventano le materie primarie, nulla viene sprecato. La green ci chiede di usare le batterie che inquinano meno, la blu ci dice che possiamo non usare le batterie. Invece di studiare il modo di smaltire i rifiuti inquinanti evitiamo di produrne. un grande lavoro di s-cultura sociale che coinvolge tutta la comunità. empatia social gardening giardinaggio sociale e di margine, coltivazione di persone e relazioni: laboratorio incontro seminario di ecologia sociale urbana e di margine con l obiettivo fondamentale della pianificazione e la gestione delle risorse comuni: recupero delle acque piovane, autoproduzione dell'energia, i rifiuti come risorsa con recupero in autonomia di carta cartone vetro e alluminio, compostaggio dell umido, realizzazione di una serra con piante autoprodotte, tetti verdi, orti urbani ed extraurbani. un laboratorio dove tutto il nou-au viene messo a disposizione di chi vuole sperimentare e una parte può essere riservata alla trasformazione e vendita o scambio di piante bancali e piccoli giardini già pronti per terrazzi e balconi. Obiettivo fondamentale del giardinaggio sociale e di margine, laboratorio di ecologia urbana, scultura sociale, il totale coinvolgimento di tutta la comunità nella pianificazione, nella progettazione e nella gestione delle risorse comuni. green house laboratorio aperto riciclaggio materiali orti e giardini verticali raccolta acque piovane condivisione del nou-au ecologia urbana e sociale gestione comune delle risorse coperture vegetali e tetti verdi serre solari a induzione termica costruzioni con materiali naturali’ coltivazione di persone e relazioni nuova società nuova didattica uova imprenditoria nuova comunicazione nuovo modo di essere dotati di quella caratteristica definita come climatizzazione passiva. come la terra cruda per gli intonaci che come una spugna assorbe calore di giorno e di notte lo restituisce. di notte assorbe freschezza e di giorno la restituisce. mantiene l'umidita costante, e’ fono assorbente. poi e’ plastica ed elastica e si presta a tantissime rielaborazioni come costruzione di oggetti di design giocattoli per bambini, termosifoni in terra paglia ad accumulo di calore per induzione, forni. sviluppa la creatività e la fantasia. da benessere psico fisico. in tutte queste attività sviluppiamo i tre livelli di intelligenza emotiva cognitiva e sociale perché tutti gli uomini sono costruttori naturali il cibo autoprodotto in modo bio è sano e salvaguarda la salute delle persone. una persona in salute che produce il proprio cibo aumenta il Bil benessere interno lordo e abbassa il Pil che ci viene venduto come indice di benessere in realtà misura l'inefficienza della società. le malattie aumentano il Pil così come quando siamo fermi con la macchina sull autostrada o al semaforo bloccati nel traffico. il cibo autoprodotto non richiede confezionamento quindi diminuisce i rifiuti. con il cibo autoprodotto riduciamo l'inquinamento perché prodotto e consumato senza nessuna filiera. producendo il nostro cibo riduciamo il consumo dell acqua e l'utilizzo di concimi e pesticidi. acquisiamo potere perché non dipendiamo da altri per mangiare. risparmiamo denaro. accorciamo le distanze tra produzione e consumo, sia in termini fisici che umani. riscopriamo il ciclo delle stagioni e il rapporto con la terra. 

L'autosufficienza energetica ci permette di vivere in un ambiente più salubre e più sano. utilizziamo materiali già presenti in natura senza impatto ambientale legato alla produzione e al trasporto. un edificio a risparmio energetico riduce l inquinamento grazie a ridotte emissioni e al minor consumo di energia elettrica e calore. risparmiamo denaro sui consumi. calano i consumi di acqua delle centrali termo elettriche. riducendo i consumi contribuiamo a diminuire l interesse e le lotte per la spartizione delle ultime risorse del pianeta. se ci auto produciamo l energia compiamo un grande passo avanti nel vivere senza petrolio, acquisiamo potere e lo togliamo alle grandi multinazionali che gestiscono il mercato. nell’auto produzione e’ considerata anche l’autocostruzione con materiali naturali. la compagnia dell’otto Raccolgo nell'orto-giardino elicriso e lavanda per oleoliti e albicocche da mangiare, ho mietuto il grano e un po lho trebbiato a mano battendo le spighe e con gran sorpresa ho scoperto che i chicchi sono quasi tutti da decorticare penso orzo e farro. La recensione del libro “il potere dell otto” mi ha fatto tornare alla mente un gruppo di amici che si era formato anni fa che avevamo chiamato la compagnia dell’otto, avevamo deciso che chiunque avesse bisogno di aiuto ed assistenza soprattutto nei processi di autocostruzione tutto il gruppo sarebbe intervenuto a seconda dei tempi e delle possibilità di ognuno, una specie di mutuo aiuto che si poteva estendere anche ad altri campi ambiti e conoscenze, una buona pratica che rientrava all’interno dell economia del dono di cui si parlava tempo fa, poi questa pratica si è interrotta proprio perché molti hanno scelto anche legittimamente di seguire l’altra economia quella di mercato e per molti di noi è divenuta una vera occupazione e così si è interrotta quella buona condivisione che alla fin fine anche difficile da portare avanti proprio per la mancanza di finanziamenti in un mondo come quello in cui viviamo che si basa poco o niente sulla lentezza e sul riconoscimento delle attitudini individuali e corali, funzionava bene anche a livello sociale soprattutto perché all’interno del gruppo di lavoro ognuno si ritagliava un tempo e uno spazio per condividere con gli altri idee progetti esperienze canti suoni e a volte anche disagi e malesseri. Bella esperienza! Avevamo fatto pure uno stendardo su cui campeggiava un grande otto infinito rosso su una stoffa di canapa grezza incorniciata da due bambù. pensiero circolare abitare circolare energia femminile Dentro un abitazione rotonda non esistono spigoli, esiste la circolarità. ce ne accorgiamo solo quando ci siamo dentro. L’energia che le pareti determinano ci spingono a pensieri circolari e questo, in circostanze normali, accade raramente. nell architettura quadrata Il nostro sguardo incontra di continuo spigoli, triangoli, punte che interrompono la visione e quindi l’osservazione. 

I nostri pensieri sono quindi costretti a “stare” dentro linee interrotte. Nella visione interna dell abitazione rotonda il coordinamento del pensiero scorre in modo assai più fluido e se penso all abitare circolare penso immediatamente alla circolarità del pensiero.abitare circolare energia femminile. luoghi reversibili dove abitare la geografia della parola, intreccio che costruisce il luogo della reversibilità. un architetto cinese, karl chu, sostiene che l'architettura andrebbe concepita in relazione alla possibilità di inventare mondi possibili ed è dura, ancora si pensa all'architettura come scienza del cemento e del ferro, in italia poi pensano all'architettura come scienza della somma di due scienze scempio + tangente! karl è un filosofo più che architetto e ogni tanto scrive, tra le righe traspare tutta la delusione sulle condizioni attuali delle scuole e università di architettura. possiamo andare oltre chu sostenendo che è la parola e ancora meglio la scrittura, la parola scrittura veicolata scritta dal suono, a inventare mondi possibili,eliminazione dello stesso bisogno di architetture e architetti, la geografia delle mappe mentali, poca consapevolezza su questo. l'universo vivendo descrive e descrive vivendo la vita sovra descrizione del vivere. voglio dire che costruire con la paglia o con la terra è solo una moda e per niente ecologico sola una nuova fetta di mercato di quel che si chiama bioedilizia o bioarchitettura che poi appunto non è per niente bio perché le normative vigenti pretendono una base in cemento armato e una struttura fissa in legno quindi alla fine sono case quasi interamente di legname. poi è un percorso lento faticoso costoso e complicato, molto più semplice costruire con il poroton una specie di forato largo che si può usare pure per costruire muri portanti, bisogna sempre consultare il regolamento della regione lucania e vedere appunto se è una zona sismica e quanto altro, cmq il poroton è un materiale economico facile da usare veloce e pratico e si può intonacare interno esterno con la terra cruda, poi il principio fondamentale è costruire con il sole nel senso di dotare l abitazione di quel che si definisce come climatizzazione passiva in genere si segue il modello earthship, in genere tre lari chiusi e uno aperto verso sud con una larga tettoia che si può trasformare in serra solare e l'inclinazione della tettoia è studiata in modo da proteggere dai raggi solari estivi e accogliere quelli invernali o delle mezze stagioni, poi bisogna pensare al riciclo delle acque piovane aerazione naturale dell abitazione e quanto altro quindi l analisi fondamentale è quella del senso del luogo infatti io mi occupo più di filosofia dell abitare e di psicogeografia negli ultimi tempi che di costruzioni nello specifico, cioè facilito i processi costruttivi tirando fuori dalla comunità l'idea che la comunità ha in nuce tenendo presente che nei processi costruttivi contemporanei il committente il progettista e larigiano lavorano assieme in senso materiale pratico alla realizzazione dell abitazione opera o prodotto che sia, si chiama emotional design che si attua attraverso l’affordance la danza delle opportunità che si esplica attraverso la conoscenza dei materiali in uso, spero di essere stato chiaro e di essermi spiegato bene e senza confonderti, ho detto la verita di quel che penso del costruire anzi per dirla tutta sono contario in generale a qualsiasi tipo di nuova costruzione perché impattante a tutti i livelli perché come già detto per le norme vigenti nessuno si può costruire una casa organica come vuole interamente in terra o in paglia anche perché fra tempo ho adottato lo slogan stop al consumo di territorio e cemento zero e quindi preferisco le attività di restauro delle vecchie case il recupero dell esistente e il riciclo dei materiali ecologia sociale urbana e di margine Dedichiamo particolare attenzione alla valorizzazione dell’effetto margine ecologico e sociale. I confini tra campo e bosco e anche i confini sociali, rapporti con gli anziani e con tutte le diversità, cerchiamo di sfruttare al massimo l'osservazione e la pluralità dell’ambiente circostante dei luoghi, creandoun collegamento tra le persone che vivono ai margini e dar loro possibilità di esprimersi. Facciamo rete sul territorio, comunichiamo le nostre esperienze, le relazioni sociali, le tradizioni e le appartenenze come esempi concreti. Mettiamo assieme queste urgenze, facciamo rete ecologica e facciamo nascere qualcosa che prima non cera, come quando su un campo incolto, il bosco si riappropria degli spazi e si sviluppano nuove piante nell’intreccio tra comunità selvatica e coltivata. In questo modo iniziamo a pensare come traghettare la società industrializzata a un nuovo modello sostenibile non dipendente solo dal petrolio. Con la blue economy che si differenzia dalla green perché non chiede di investire di più per salvare l'ambiente, gli scarti e la natura costituiscono le risorse produttive. Gli scarti diventano le materie primarie, nulla viene sprecato. La green ci chiede di usare le batterie che inquinano meno, la blu ci dice che possiamo non usare le batterie. Invece di studiare il modo di smaltire i rifiuti inquinanti evitiamo di produrne. un grande lavoro di scultura sociale che coinvolge tutta la comunità. empatia social gardening giardinaggio sociale e di margine, coltivazione di persone e relazioni: laboratorio incontro seminario di ecologia sociale urbana e di margine con l obiettivo fondamentale della pianificazione e la gestione delle risorse comuni: recupero delle acque piovane, autoproduzione dell energia, i rifiuti come risorsa con recupero in autonomia di carta cartone vetro e alluminio, compostaggio dell umido, realizzazione di una serra con piante autoprodotte, tetti verdi, orti urbani ed extraurbani. un laboratorio dove tutto il nouau viene messo a disposizione di chi vuole sperimentare e una parte puo essere riservata alla trasformazione e vendita o scambio di piante bancali e piccoli giardini già pronti per terrazzi e balconi. Obiettivo fondamentale del giardinaggio sociale e di margine, laboratorio di ecologia urbana, scultura sociale, il totale coinvolgimento di tutta la comunità nella pianificazione, nella progettazione e nella gestione delle risorse comuni. green house laboratorio aperto riciclaggio materiali orti e giardini verticali raccolta acque piovane condivisione del nou-au ecologia urbana e sociale gestione comune delle risorse coperture vegetali e tetti verdi serre solari a induzione termica costruzioni con materiali naturali, coltivazione di persone e relazioni nuovo modo di essere nuova didattica nuova imprenditoria nuova società nuova comunicazione dotati di quella caratteristica definita come climatizzazione passiva. come la terra cruda per gli intonaci che come una spugna assorbe calore di giorno e di notte lo restituisce. di notte assorbe freschezza e di giorno la restituisce. mantiene l umidita costante, e’ fonoassorbente. poi e’ plastica ed elastica e si presta a tantissime rielaborazioni come costruzione di oggetti di design giocattoli per bambini, termosifoni in terrapaglia ad accumulo di calore per induzione, forni. sviluppa la creatività e la fantasia. da benessere psico fisico. in tutte queste attività sviluppiamo i tre livelli di intelligenza emotiva cognitiva e sociale perché tutti gli uomini sono costruttori naturali il cibo autoprodotto in modo bio è sano e salvaguarda la salute delle persone. una persona in salute che produce il proprio cibo aumenta il Bil benessere interno lordo e abbassa il Pil che ci viene venduto come indice di benessere in realtà misura l'inefficienza della società. le malattie aumentano il Pil così come quando siamo fermi con la macchina sull'autostrada o al semaforo bloccati nel traffico. il cibo autoprodotto non richiede confezionamento quindi diminuisce i rifiuti. con il cibo autoprodotto riduciamo l'inquinamento perché prodotto e consumato senza nessuna filiera. producendo il nostro cibo riduciamo il consumo dell acqua e l'utilizzo di concimi e pesticidi. 

Acquisiamo potere perché non dipendiamo da altri per mangiare. risparmiamo denaro. accorciamo le distanze tra produzione e consumo, sia in termini fisici che umani. riscopriamo il ciclo delle stagioni e il rapporto con la terra. l autosufficienza energetica ci permette di vivere in un ambiente più salubre e più sano. utilizziamo materiali già presenti in natura senza impatto ambientale legato alla produzione e al trasporto. un edificio a risparmio energetico riduce l inquinamento grazie a ridotte emissioni e al minor consumo di energia elettrica e calore. risparmiamo denaro sui consumi. calano i consumi di acqua delle centrali termo elettriche. riducendo i consumi contribuiamo a diminuire l interesse e le lotte per la spartizione delle ultime risorse del pianeta. se ci auto produciamo l energia compiamo un grande passo avanti nel vivere senza petrolio, acquisiamo potere e lo togliamo alle grandi multinazionali che gestiscono il mercato. nell'auto-produzione e’ considerata anche l autocostruzione con materiali naturali. La rivoluzione verde Negli anni 60 arrivano nelle campagne, dalle città degli intellettuali, persone che hanno studiato, architetti agronomi e veterinari e portano tante novità, concimi, fertilizzanti e antiparassitari di origine chimica, nuove tecniche di coltivazione e allevamento, il cemento armato, la plastica, soprattutto trattori e altri mezzi meccanici. Portano nuovi semi selezionati in laboratorio, scompare la pratica dell’autoriproduzione dei semi, cambia anche la riproduzione degli animali, divenuta scientifica attraverso le provette dei veterinari. Arrivano le nuove fibre dall’america, il cotone e il nylon che sostituiscono lino e canapa. Scompaiono i materiali naturali da costruzione come calce, pietre, terra, paglia e canne. Si inizia a costruire tutto con il cemento. Arriva anche l’asfalto sulle strade, assieme alle tubature dell’acqua potabile e tralicci dell’elettricita. Nel tempo si sono aggiunti anche le tubature del gas, dell’acqua della bonifica per irrigare e i fili del telefono. Un sistema a bassissimo impatto energetico, dove quasi tutto veniva autoprodotto e funzionava perfettamente, viene sconvolto, azzerato e trasformato in sistema energivoro come altri della contemporaneità. Alla cultura dominante non interessava il prodotto agricolo in quanto tale, voleva solo allargare la rete dei consumatori. Un tempo processi culturali, processi economici e processi naturali stavano sullo stesso piano, ora abbiamo una forte gerarchia piramidale, con i processi economici che influenzano in modo preponderante i processi culturali e in fondo quelli naturali. Arriva un altra importante novità, la radio nelle cucine rurali occupando con la televisione, successivamente, uno dei capisaldi della resistenza della cultura tradizionale: la cucina, luogo sacro della cultura subalterna dove quella dominante non era ancora riuscita ad arrivare. Con la radio scompaiono canti balli racconti modi di dire saperi magici giochi filastrocche e tutto cio che veniva espresso e tramandato oralmente nelle lunghe giornate invernali attorno al fuoco. Il paesaggio in poco tempo e’ cambiato tantissimo. Alla fine degli anni 70 sono giunti sempre dalla città, i figli di quegli intellettuali arrivati anni prima, erano ecologisti e ambientalisti, con l’idea forte di proteggere la natura e in particolare uccelli piccola fauna vegetazione spontanea, dimenticandosi spesso dei contadini e dei pastori che vivevano in questi territori e li avevano sempre gestiti. I contadini avevano sempre rispettato l’ambiente in cui vivevano che offriva da vivere in modo naturale e vivevano in sinergia e in simbiosi con gli altri esseri viventi animali e vegetali. Con la rivoluzione verde, così era stata definita la nuova agricoltura, portata dagli scienziati delle città, gli animali erano già scomparsi per via dei pesticidi, antiparassitari e rumori di macchine e trattori. Qualche anno fa sono arrivati dalla città pure i figli degli ecologisti e parlano di agricoltura biologica simile a quella praticata da nostri nonni, agricoltura biodinamica simile alla biologica, si differenzia per uso dei preparati naturali volti ad aumentare lo strato di humus del terreno, permacultura la progettazione sostenibile dell’ambiente naturale partendo dall’abitazione cercando di mettere tutti gli elementi in relazione tra di loro, ogni cosa ha più funzioni. Anche nell’agricoltura tradizionale da una siepe si ricavava foglie frasche per nutrire gli animali, fibre e piccoli legni per cesti ed oggetti, bacche ed erbe per curarsi, verdure da mangiare. Parlano di orti sinergici dove le piante vivono in sinergia tra di loro con l’uomo che le cura e il cielo che le nutre. Anche negli orti tradizionali si combinavano consociazioni spesso non c’era acqua per irrigare e molte piante erano selezionate e adattate alla secca. Viene da pensare, senza fare polemiche che sono movimenti di pensiero arrivati spesso dalla città e mai nati e cresciuti dal basso, dai contadini stessi che si sono visti imporre scelte non loro, ormai da cinquant’anni e sempre addotti come responsabili non si sa bene di cosa. La maggior parte di questi movimenti hanno portato tante novità e non sostanziali cambiamenti alla campagna di oggi,, Con un linguaggio unitario e un unico modo di coltivare più sano per tutti avremmo maggior possibilita di incidere la vita rurale contemporanea. Anche perché tutte queste divisioni sembrano spesso funzionali al sistema consumistico stesso che le manifesta che tende a differenziare i mercati, saziando in questo modo anche tematiche di origine etica e filosofica, è sicuramente anche una alienazione la mancanza di storia nella società urbana industriale. Nessuna volontà polemica verso la città e i cittadini mi e’ piaciuto raccontare questa storia in modo ironico. Ora arrivano nuove forme di pensiero dalle città agronomi architetti geologi biologi sociologi antropologi etnomusicologi vengono da noi e dicono: sapete forse quello che abbiamo detto ai vostri nonni cinquant’anni fa era tutto sbagliato! Ora le chiamano biotradizioni o agricoltura bio-tradizionale. La rivoluzione verde ha presentato il suo conto sotto forma di inquinamento, riduzione della biodiversità, suoli impoveriti delle sostanze organiche, falde acquifere che si sono abbassate, aumenti dei prezzi del cibo, lottizzazione del cibo e delle sementi, quindi torniamo all’agricoltura conservativa che permette di aumentare la produzione agricola, conservando acqua biodiversità e naturale fertilità dei suoli. Il sapere e’ condiviso e la sostenibilità si fonda sul rinnovamento e sulla rigenerazione della biodiversità. Lo stiamo facendo con il movimento dei neorurali che sta salendo dal basso pian piano, stiamo sperimentando materiali naturali di costruzione, ci scambiamo semi, facciamo il pane con farine di grani recuperati e lieviti madre centenari, cantiamo e balliamo i canti della tradizione, stiamo ripercorrendo quotidianamente le tracce lasciate dai nostri nonni e soprattutto coltiviamo. Come tanti piccoli ragni, stiamo creando una ragnatela sempre più grande. Lo stiamo già facendo! quando si parla di diete e filosofie di vita legate all'alimentazione ho la sensazione che la maggior parte di noi faccia scelte di vita piu per appartenere che per esserlo veramente, soprattutto nelle citta dove la mancanza di una storia personale inserita in un preciso contesto sociale ci porta a crearci un appartenenza virtuale: diventiamo qualcosa di alternativa alla vita che abbiamo normalmente condotto, spesso scelte integraliste per darci maggior convinzione, spifferandola ai quattro venti: sono diventato... è facilissimo diventare qualcosa, difficile esserlo veramente. Le persone sensibili fanno le scelte in silenzio senza condizionare e responsabilizzare la vita degli altri. Come dicono i buddisti: sii buddista per essere buddista non per diventare buddista Ferdinando concordo con te… la virtualizzazione ci porta ad affermare tante cose che in realtà non mettiamo in pratica… se vuoi scrivi qualcosa di più "compiuto" su questo argomento e poi mandamelo per email che te lo pubblico Oggi i cittadini parlano di dieta vegana, a base solo di legumi cereali e verdure priva di prodotti di origine animale per rispetto della vita naturale e anche perché la maggior causa di immissione nell’ambiente di anidride carbonica dipende proprio dagli allevamenti intensivi. 

Ci sono i vegetariani che arricchiscono la loro dieta con formaggi latte ed uova e miele. I macrobiotici che basano la loro nutrizione sulla medicina cinese legata all’equilibrio di cibi basici ed acidi e non mangiano solanacee come peperoni pomodori patate e melanzane perché alterano questo equilibrio. Ci sono i fruttariani che si nutrono solo con frutta di stagione, poi i crudisti che si alimentano con cibi crudi per non disperdere le qualità nutrizionali dei cibi nella cottura e anche i brettariani dall’inglese breath, respiro. Pare che si nutrano solo di energia cosmica. Poi mangiare solo a chilometro (quasi) zero e riscoprire la stagionalità che ha un nome ben preciso: “Locavorismo”. 

Il foraging o foraggiamento ovvero l’arte della ricerca di cibo selvatico. La moda del frugalismo, cioè di vivere con poco, importata dagli Stati Uniti, sta seducendo sempre più giovani. O la paleo dieta mangiare come l’uomo primitivo. Nella cultura tradizionale la dieta era quasi vegetariana: un tempo si mangiava solo verdura e frutta di stagione, molti legumi e pochissima carne. Comunque sono filosofie di vita che spesso si possono attuare in società opulenta come la nostra, solo andando al supermercato, Siamo d’accordo razionalmente sull’eliminazione della carne dalle nostre tavole o quanto meno una forte riduzione, solo come spingere le comunità rurali a rinunciare a millenni di conviviale socializzazione e allegria legati alla salsiccia simbolo spesso anche di benessere. 

Ferdinando Renzetti

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ferdinandorenzetti@libero.it



mercoledì 18 dicembre 2019

Una COP tira l'altra, verso la VI estinzione di massa... Avanti c'è posto!

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"Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur"  E’ una famosa frase riportata dallo storico Tito Livio ( 59 a. C – 17 d. C) nelle sue opere relativamente all’assedio di Sagunto da parte del generale cartaginese Annibale Barca avvenuto nel 219 a. C . Per chi non conosce il latino vuol dire letteralmente “Mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata”. Nel senso che dopo mesi e mesi di discussioni al Senato Romano per decidere quando e come aiutare la città spagnola di Sagunto, alleata di Roma, alla fine, nella lunga attesa, la città fu espugnata e rasa al suolo. 

Questa frase si addice in maniera impressionante a quello che sta accadendo negli ultimi COP sul clima e in particolare dopo quello di Parigi del 2015. Carbone, petrolio e gas non si toccano! Questa la parola d’ordine che partita lo scorso anno a Katowice in Polonia si è ripetuta forte ancora a Madrid. Ormai è evidente che esiste una netta spaccatura tra due blocchi di nazioni. Le grandi potenze come USA, Brasile, Australia, Cina, Arabia Saudita non intendono rivedere le loro politiche energetiche di base, a parte qualche ritocchino, come ha promesso di fare la Cina, mentre il Brasile intende ricevere dalla comunità internazionale congrui finanziamenti per avviare una campagna di rimboschimento nelle aree andate a fuoco recentemente e, quindi, penalizzare politiche di aiuto per i Paesi più poveri del pianeta vittime dei cambiamenti climatici causati proprio dai Paesi industrializzati. 

Dall’altra parte l’Europa (di cui va dato merito al nostro Ministro Costa che si è adoperato per sostenere i Paesi più poveri del mondo che dovranno, più degli altri, adattarsi ai cambiamenti climatici) che è risultata la più saggia, infatti ha dichiarato di continuare a perseguire con attenzione le indicazioni dell’Accordo di Parigi sulla limitazione dei gas climalteranti, nonché trovare formule di collaborazione e assistenza verso quei popoli del Sud del mondo vittime del peggioramento del clima terrestre. 

Va menzionata alche la Costa Rica che ha cercato in tutti i modi di convincere gli “intransigenti” a scendere a patti per salvare il pianeta. Un plauso quindi alla Costa Rica e alla nostra Europa, anche se va fatto qualche distinguo con qualche Paese dell’Est che ha posto qualche veto. Tuttavia ci chiediamo cosa possiamo fare solo noi europei che siamo 740.000 contro i 7miliardi del resto del pianeta? Forse riusciremo con le nostre politiche di mitigazione climatica a rallentare la catastrofe globale… e poi? . Al momento, quindi, come fu per Katowice nella COP 24 tutto è rinviato alla prossima COP 26… 

“Sono deluso dai risultati della COP25”, ha dichiarato il segretario generale, Antonio Guterres. “La comunità internazionale ha perso un’importante opportunità per mostrare una maggiore ambizione in materia di mitigazione, adattamento e finanza per affrontare la crisi climatica”. Alla conclusione del summit sul clima uno scienziato canadese che ha partecipato ai lavori, ha detto alla stampa locale: “ …grazie a questa conclusione abbiamo aperto la strada alla sesta estinzione di massa…

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ELM - A.K. Informa N. 51


martedì 17 dicembre 2019

Rete GSE. Salvare il suolo d'Italia (e d'Europa) e Lista Parlamentari italiani al Parlamento europeo

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Il 2020 sarà un anno cruciale per la definizione delle politiche ambientali dell'UE. Il Green Deal for Europe necessiterà di essere precisato e dettagliato. Specie dopo il fallimento della COP25 a Madrid.

Come Forum Sip dobbiamo preparaci a poter agire rapidamente. In quanto Rete GSE dobbiamo "aprire" e indicare la strada su come muoverci per far convergere le nostre idee ai Parlamentari che ci rappresentano.
È meno complicato di quanto si possa immaginare, basta ad esempio contattare il parlamentare che è stato eletto per il territorio in cui viviamo.

Quindi:

Vi  inviamo: la lista dei 73 parlamentari italiani eletti al Parlamento Europeo;


 Vi invitiamo ad individuare quelli che rappresentano il vostro territorio.

 Inviare a tutti - o solo ad alcuni di vostra scelta - i vostri auguri di buone feste e di buon lavoro per il 2020, utilizzando il loro email al Parlamento europeo: nome.cognome@europarl.europa.eu

Prendere nota di coloro che vi risponderanno. Costituiranno i vostri interlocutori al Parlamento europeo.

Mario - Suolo Europa suolo.europa@gmail.com

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Members

Isabella ADINOLFI Non-attached Members Italy Movimento 5 Stelle 
Matteo ADINOLFI Identity and Democracy Group Italy Lega 
Simona  BALDASSARRE Identity and Democracy Group Italy Lega 
Pietro BARTOLO Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Alessandra BASSO Identity and Democracy Group Italy Lega 
Tiziana BEGHIN Non-attached Members Italy Movimento 5 Stelle 
Brando BENIFEI Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Silvio BERLUSCONI Group of the European People's Party (Christian Democrats) Italy Forza Italia Mara BIZZOTTO Identity and Democracy Group Italy Lega 
Simona BONAFÈ Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Anna BONFRISCO Identity and Democracy Group Italy Lega 
Paolo BORCHIA Identity and Democracy Group Italy Lega 17/12/2019 1 
Carlo CALENDA Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Siamo Europei 
Marco CAMPOMENOSI Identity and Democracy Group Italy Lega 
Andrea CAROPPO Identity and Democracy Group Italy Lega 
Massimo CASANOVA Identity and Democracy Group Italy Lega Fabio 
Massimo CASTALDO Non-attached Members Italy Movimento 5 Stelle 
Susanna CECCARDI Identity and Democracy Group Italy Lega 
Caterina CHINNICI Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Angelo CIOCCA Identity and Democracy Group Italy Lega 
Rosanna CONTE Identity and Democracy Group Italy Lega 
Ignazio CORRAO Non-attached Members Italy Movimento 5 Stelle 
Andrea COZZOLINO Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Rosa D'AMATO Non-attached Members Italy Movimento 5 Stelle 
Nicola DANTI Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Italia Viva 
Gianantonio DA RE Identity and Democracy Group Italy Lega 17/12/2019 2 
Paolo DE CASTRO Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Francesca DONATO Identity and Democracy Group Italy Lega 
Herbert DORFMANN Group of the European People's Party (Christian Democrats) Italy Südtiroler Volkspartei 
Marco DREOSTO Identity and Democracy Group Italy Lega Eleonora EVI Non-attached Members Italy Movimento 5 Stelle 
Giuseppe FERRANDINO Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Laura FERRARA Non-attached Members Italy Movimento 5 Stelle 
Carlo FIDANZA European Conservatives and Reformists Group Italy Fratelli d'Italia 
Pietro FIOCCHI European Conservatives and Reformists Group Italy Fratelli d'Italia 
Raffaele FITTO European Conservatives and Reformists Group Italy Fratelli d'Italia 
Mario FURORE Non-attached Members Italy Movimento 5 Stelle 
Gianna GANCIA Identity and Democracy Group Italy Lega 
Chiara GEMMA Non-attached Members Italy Movimento 5 Stelle 
Dino GIARRUSSO Non-attached Members Italy Movimento 5 Stelle 17/12/2019 3 
Valentino GRANT Identity and Democracy Group Italy Lega Elisabetta GUALMINI Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Danilo Oscar LANCINI Identity and Democracy Group Italy Lega 
Elena LIZZI Identity and Democracy Group Italy Lega 
Pierfrancesco MAJORINO Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Fulvio MARTUSCIELLO Group of the European People's Party (Christian Democrats) Italy Forza Italia 
Giuseppe MILAZZO Group of the European People's Party (Christian Democrats) Italy Forza Italia Alessandra MORETTI Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Alessandro PANZA Identity and Democracy Group Italy Lega 
Aldo PATRICIELLO Group of the European People's Party (Christian Democrats) Italy Forza Italia Piernicola PEDICINI Non-attached Members Italy Movimento 5 Stelle 
Pina PICIERNO Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Sabrina PIGNEDOLI Non-attached Members Italy Movimento 5 Stelle 
Giuliano PISAPIA Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Independent 
Nicola PROCACCINI European Conservatives and Reformists Group Italy Fratelli d'Italia 17/12/2019 4 
Luisa REGIMENTI Identity and Democracy Group Italy Lega Antonio 
Maria RINALDI Identity and Democracy Group Italy Lega 
Franco ROBERTI Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Daniela RONDINELLI Non-attached Members Italy Movimento 5 Stelle 
Massimiliano SALINI Group of the European People's Party (Christian Democrats) Italy Forza Italia Silvia SARDONE Identity and Democracy Group Italy Lega 
David Maria SASSOLI Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Massimiliano SMERIGLIO Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Raffaele STANCANELLI European Conservatives and Reformists Group Italy Fratelli d'Italia Antonio TAJANI Group of the European People's Party (Christian Democrats) Italy Forza Italia Annalisa TARDINO Identity and Democracy Group Italy Lega 
Irene TINAGLI Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico Patrizia TOIA Group of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament Italy Partito Democratico 
Isabella TOVAGLIERI Identity and Democracy Group Italy Lega 
Lucia VUOLO Identity and Democracy Group Italy Lega 17/12/2019 5 Source : © European Union, 2019 - EP 
Stefania ZAMBELLI Identity and Democracy Group Italy Lega Marco ZANNI Identity and Democracy Group Italy Lega 
Marco ZULLO Non-attached Members

domenica 15 dicembre 2019

Bioregionalismo: “Proposizione per una economia ecologica…”

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La vera attuazione del bioregionalismo risiede nella messa in pratica dell’economia  ecologica e ciò   si realizza qui,  in mezzo a noi, in questa stessa società!
L’economia ecologica non ipotizza il ritorno al primitivismo bensì individua nelle attuali condizioni della società avanzata l’occasione di un riequilibrio.
La continuità della nostra società, in quanto specie, richiede una chiave evolutiva, una visione globale, per mezzo della quale aprire la nostra mente alla consapevolezza di condividere con l’intero pianeta l’esperienza vita. Questa visione  corrisponde all”ecologia del profondo, la scienza dell’inscindibilità della vita.
Ne consegue che l’economia umana può e deve tener conto dell’ecologia per avviare un progresso tecnologico ed etico che non si contrapponga alla vita e che sia in sintonia con i processi vitali del pianeta. La scienza e la tecnologia in ogni campo di applicazione dovranno rispondere alla domanda: “E’ ciò ecologicamente compatibile?” I macchinari, le fonti energetiche, lo smaltimento dei sottoprodotti, l’utilizzo delle risorse, etc. dovranno essere realizzati in termini di sostenibilità ecologica. Verrà avviato un rapido processo di riconversione e riqualificazione industriale ed agricola che già di per se stesso sarà in grado di sostenere l’economia. Infatti la sola riconversione favorirà il superamento dell’attuale stato di enpasse impartendo grande input allo sviluppo economico e sociale. Una grande rivoluzione umana comprendente il nostro far pace con la vita “globale” del pianeta.
Dopo oltre mezzo secolo di incertezze possiamo dichiarare concluso quell’intermezzo temporale chiamato “dopo-guerra” e “guerra fredda”. Chiudiamo così il momento iniziato con Yalta (di equilibri precari in termini di “destra & sinistra”) per approdare ad un’alba di genuini valori umani ed ecologici basati sul reciproco rispetto delle forme esistenti. Ciò avviene anche attraverso l’acquisizione di un antico/nuovo modo di pensare che fa riferimento alla basilare legge della vita. ovvero: vivi e lascia vivere.
La possibilità che il presente sistema di civilizzazione consumista porti ad un enpasse ed alla caduta di ogni valore vitale è sempre più evidente osservando l’arretratezza con cui i nostri governanti ed amministratori affrontano le problematiche sociali ed ambientali. La chiave evolutiva da noi proposta sta nel cambio radicale di visione, passando dal criterio di “destra-sinistra” (ormai superato dalla situazione) ad una coscienza di compresenza e compartecipazione del contesto vitale, una coscienza priva di ipocrisia e furbizia, tesa all’approfondimento dei valori della vita (nella società e nell’habitat).
Questa visione è alternativa al vecchio sistema superficiale che tien conto solo dell’apparire e del consumo. Infatti abbandonando il concetto ormai obsoleto di “destra-sinistra” possiamo tranquillamente entrare nel mondo “dell’appartenenza e condivisione”. La consapevolezza di essere parte integrante del tutto è l’unica strada per uscire dal vortice di una ripetitiva e rovinosa barbarie.
Paolo D’Arpini, referente P.R. della Rete Bioregionale Italiana
bioregionalismo.treia@gmail.com – Tel. 0733/216293
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Generazioni umane  nel bosco millenario di Manziana (Rm)
"Caminante, no hay camino, se hace camino al andar."
(Antonio Machado  – Nulla dies sine linea)

Bioregionalismo e primitivismo, secondo Enrico Manicardi e compagni


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Enrico Manicardi, come chiunque assume posizioni scomode e critiche, suscita inevitabilmente reazioni non indifferenti: o si è d’accordo con lui o lo si critica aspramente. Spesso gli attacchi sono personali, confondendo il messaggero con il messaggio (attaccare ill messaggero ci permette di non prestare la dovuta attenzione al messaggio). Il fatto è che con le sue approfondite e scomode  riflessioni Enrico mette in crisi le (finte) sicurezze di noi tutti. I suoi scritti passano per “provocatori” ma conoscendolo bene posso assicurare che Enrico non vuole provocare nessuno. Vuole solo capire come e perché siamo arrivati al punto completamente folle a cui siamo arrivati. Non voler vedere la follia del mondo contemporaneo significa semplicemente vivere con la sindrome del diniego (che è una forma di autodifesa inconscia della mente per sopravvivere psicologicamente perché la realtà sarebbe altrimenti troppo dura da accettare) incorporata. Viviamo in un mondo “capovolto” e voler far passare questo “capovolgimento” come una sorta di evoluzione della nostra vita sulla terra è la vera follia. Enrico non vuole provocare nessuno, cerca unicamente di capire quando e perché questo “capovolgimento” ha avuto inizio. Magari per provare a salvarci. 


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“Liberi dalla civiltà” e “L'ultima era” sono i suoi libri, dal titolo evocativo. Lui, Enrico Manicardi, ha 48 anni, avvocato, appartiene da una vita al movimento libertario, amico del filosofo John Zerzan, di cose da dire ne ha tante, le ha condensate nei suoi lavori. Qui ce ne propone una provocatoria sintesi: l’analisi delle origini della società, degli errori strutturali, delle aspirazioni e della possibile “medicina”.
di Giovanni Fez - 4 Marzo 2014

Giovanni Fez 


L'intervista con Enrico Manicardi


Nei tuoi libri parli di Primitivismo, di critica radicale alla civilizzazione e sottolinei che si tratta di una riflessione rivolta all’attualità: puoi spiegarci meglio?

Il Primitivismo è un’analisi delle origini della civiltà, del mondo in cui viviamo. E' un’analisi delle circostanze che hanno portato alla situazione attuale, una riflessione concentrata sull'attualità perché il Primitivismo non guarda al passato meno prossimo della storia umana da una prospettiva puramente accademica o retorica, ma cerca di trarre da questo nostro trascorso primitivo tutti gli spunti e le intuizioni possibili per cercare di rendere vivibile il presente che ci appartiene.


Quali sono questi spunti?
Per più di due milioni di anni abbiamo vissuto come raccoglitori-cacciatori nomadi, senza dominio, senza governi, senza sfruttamento, senza sovrastrutture ideologiche e culturali; e abbiamo vissuto vite libere, sane, serene, egualitarie. Questa non è un’utopia, ma un dato di fatto accertato “sul campo” e ormai riconosciuto anche dall’ortodossia scientifica. Studiando la vita dei raccoglitori-cacciatori nomadi ancora esistenti oggi e confrontando gli studi effettuati in tutte le parti del mondo, si è scoperto che i raccoglitori che hanno potuto preservare uno stile di vita originario vivono molto meglio di noi e godono di un'esistenza sostanzialmente libera, gioiosa e gratificante. Kevin Duffy, antropologo americano che ha vissuto per anni coi Pigmei Mbuti, l’ha riassunta così: «provate a immaginare un’esistenza in cui la terra, la casa e il cibo sono gratuiti, in cui non esistono dirigenti, capi, politica, crimine organizzato, tasse o leggi. Aggiungetevi il vantaggio di far parte di una società in cui tutto è condiviso, in cui non esistono né poveri né ricchi, in cui felicità non significa accumulo di beni materiali».


Cosa ci ha messo, secondo te, sulla strada di una distruttività sempre più ampia e accelerata?
Un cambio di mentalità. Circa diecimila anni fa abbiamo stravolto il nostro modo di vedere le cose: l’avvento dell’agricoltura, considerata l’atto di nascita della civiltà, è l’artefice di questo stravolgimento. Fino a quel tempo, e per centinaia di migliaia di generazioni, gli uomini avevano considerato la Natura un “soggetto”, una Madre (Madre Terra). La coltivazione ha stravolto quel paradigma perché ha fatto della Terra un oggetto. Con l’agricoltura la terra non è più qualcuno, ma qualcosa: qualcosa da manipolare, da sfruttare, da mettere a profitto. Una volta acceso il motore della reificazione (e cioè della trasformazione del vivente in cosa) la macchina civilizzata si è messa in moto e si è diretta verso una sempre maggiore reificazione di tutto e di tutti: dopo le terre sono stati reificati gli animali (nascita dell’allevamento), poi le donne (nascita della società patriarcale), poi i maschi (nascita della schiavitù, della servitù della gleba, del lavoro salariato). Oggi che questa ossessiva riduzione del vivente in cosa ha snaturato ogni elemento della Terra, noi uomini ci concepiamo come oggetti, ci trattiamo come oggetti, ci classifichiamo scientificamente così e come tanti oggetti ci sfruttiamo gli uni con gli altri. Tanto è vero che quel termine agghiacciante col quale definiamo la Natura, e cioè “risorsa” (che vuol dire appunto “capitale”, “cosa da sfruttare”), lo utilizziamo anche per definire noi stessi: i lavoratori sono diventati “risorse umane”, i migranti sono definiti “risorse economiche” e persino i bambini sono diventati “risorse del futuro”.


È questo il significato della crisi di oggi?
Certo, ma non solo. Oggi tutti parlano di crisi, tutti ne sembrano consapevoli, ma quel che sfugge, a mio avviso, è un fatto essenziale: la crisi che ci attanaglia non è una crisi nel mondo moderno, ma una crisi del mondo moderno; il suo naturale epilogo.


Pensi insomma a un problema strutturale del nostro stile di vita?
Dai tempi dell’avvento dell’agricoltura “usare”, “sfruttare”, “esaurire” rappresentano le sintesi concettuali che meglio descrivono il nostro modo di rapportarci agli altri e a noi stessi; oggi siamo arrivati a fine corsa. Non solo perché è rimasto assai poco da sfruttare, ma soprattutto perché questa mentalità ci sta traghettando verso l’autodistruzione. Il riscaldamento globale sta uccidendo la biosfera, le foreste pluviali vengono abbattute, i mari si stanno acidificando, l’aria è resa irrespirabile da ciminiere, inceneritori, nano-polveri, scie chimiche; aumentano le specie in via di estinzione; si fanno guerre ovunque. Allo stesso tempo la vita umana è sempre più passiva, litigiosa e artificiale. Come possiamo credere che questo stato di cose sia solo accidentale e passeggero? Come possiamo pensare che il problema che abbiamo sia nella morsa dello spread, nel PIL, nell’inflazione o nella politica immorale di questo o quell’altro partito? Io penso che si possa dire che abbiamo un problema che riguarda il nostro modo di vedere le cose, la nostra mentalità.


Esiste una "medicina" e quali potrebbero esserne gli ingredienti?
Questo è uno dei punti cruciali dell’analisi Primitivista, un punto che la distingue da ogni movimento alternativo. Prima di chiederci cosa fare, dobbiamo cominciare a porci una domanda ancora più importante: “Perché accade tutto questo?”. Pensare di risolvere un problema senza prima essersi domandati quale sia il problema è assurdo. Significa solo prendersela con i sintomi esteriori e questo fa parte del problema. I sintomi stanno dalla nostra parte: sono il segnale di un corpo sofferente che ci avverte dell’esistenza di un problema a monte. Se sopprimiamo i sintomi senza chiederci cosa li abbia generati – proprio come fanno tutte le medicine – non soltanto non risolveremo mai il problema a monte, ma ci precluderemo ogni possibilità di comprendere quale esso sia. Eppure, se ci pensiamo bene, viviamo in un mondo che ci condiziona tutti i giorni: di fronte al manifestarsi dei sintomi di un mal di testa la nostra preoccupazione è togliere il mal di testa, non capire perché l’abbiamo; di fronte all’alzarsi della temperatura corporea la nostra preoccupazione è abbassare la febbre, non capire perché si è alzata. Uguale facciamo nel campo sociale: di fronte al crescere di rifiuti urbani la nostra preoccupazione è come toglierli via da sotto il naso, non capire perché abbiamo cominciato a produrne così tanti; di fronte al crescere dell’inquinamento ecologico la nostra preoccupazione è come sopprimerlo con trovate geniali, non capire perché lo generiamo. Ecco perché dico che siamo arrivati a fine corsa e che il problema che abbiamo riguarda il nostro modo di vedere le cose. A forza di buttare la spazzatura sotto il tappeto, il tappeto sta ora per esplodere. Vogliamo continuare così? Vogliamo fare come ci suggerisce qualche furbetto quando ci consiglia di cercare un altro tappeto? Io penso che sia venuto il momento di cambiare registro: di cominciare a mettere in discussione la pratica di gettare la spazzatura sotto il tappeto e di provare a capire perché siamo indotti a fare in quel modo. Questo è lo spirito del Primitivismo.


Quali dunque le cause?
Per guardare alle cause di un problema c’è un solo modo: andare indietro fino alle sue fonti. In passato vi abbiamo provato, solo che, ogni volta che ci siamo imbarcati in questo viaggio a ritroso nel tempo, ci siamo sempre fermati troppo presto. Siamo talmente condizionati dalla nostra mentalità civilizzata che ci è sempre parso impossibile pensare a questa come alla causa di tutto. E allora abbiamo pensato che il problema fosse nei sintomi di questa mentalità: nella nascita della società dei consumi del secondo dopoguerra, per esempio, o nel sorgere dell’organizzazione di massa di inizio Novecento, o nel successo dell’industrializzazione del secolo precedente. Naturalmente, tutti questi fenomeni hanno contribuito a rendere il quadro attuale ancora più degradato, ma è sufficiente fermarsi agli inizi dell’Ottocento e alla nascita del capitalismo industriale per individuare le fonti della crisi di oggi? Io penso di no, anche perché l’autoritarismo e l’ingiustizia sociale c’erano anche prima del sorgere della società industriale, esattamente come c’era il sessismo (con le sue discriminazioni di genere), la politica (coi suoi imbonimenti e le sue illusioni), l’economia (con le sue logiche produttivistiche e la sua cultura della scambio). Prima dell’Ottocento c’era lo sfruttamento ambientale e l’inquinamento ecologico. Per non parlare poi della guerra o della schiavitù, che non sono certo delle invenzioni della società industriale. Se vogliamo guardare alle fonti della crisi di oggi dobbiamo andare ancora più indietro. E andando ancora più indietro si giunge necessariamente all’avvento della civiltà, e a quel cambio di paradigma di cui si parlava prima.


La tendenza alla distruzione del mondo è forse insito nella natura umana?
Questo è quello che si sente sempre affermare da tutti, compresi i leader dei movimenti alternativi. Ma è un modo di vedere le cose un po’ troppo riduttivo: serve solo a consolarci e ad assolverci, facendoci credere che il mondo triste, autoritario e tossico in cui viviamo sia inevitabile. Non è così. Se per più di due milioni di anni gli umani hanno vissuto vite libere, serene, gratificanti, e in soli diecimila anni sono arrivati fin sull’orlo del precipizio, mettendo a repentaglio la loro esistenza sul Pianeta e la vita stessa del Pianeta, il problema non è l’umanità. Non erano forse umani gli individui che vivevano nel Paleolitico? Non lo sono forse quei raccoglitori-cacciatori che ancora oggi vivono in perfetta armonia con la Natura? Non è l’uomo il problema del mondo, ma l’uomo civilizzato; ossia l’essere umano irreggimentato dalla civiltà: dalle sue categorie, dai suoi valori, dai suoi processi pervasivi che invadono la vita di tutti. Il problema, insomma, non è l’umanità ma la civiltà!


In questa visione delle cose non si rischia di idealizzare troppo la vita primitiva?
Idealizzare il nostro passato umano fino a trasformarlo in un mito è qualcosa di stupido, esattamente quanto credere a qualsiasi altro mito. Quando dico che per milioni di anni i nostri avi primitivi hanno condotto esistenze serene, stimolanti, sane, egualitarie, nel perfetto equilibrio armonico con la Terra e nella condivisione, non intendo dire che quelle vite fossero prive di vicissitudini e di problemi. Difficoltà e traversie c’erano senz’altro ed è facile supporre che fossero anche tante. Ma erano avversità rapportate alla capacità che gli umani hanno di affrontarle e di provare a risolverle: questo è ciò che fa la differenza. Un infortunio, un periodo di siccità, l’incontro ravvicinato con una belva possono essere fatali, ma restano pur sempre inconvenienti potenzialmente risolvibili se si può far affidamento sulle proprie preservate forze e capacità. Oggi, invece, i problemi che ci sono gettati addosso dal  mondo artificiale in cui viviamo non sono più risolvibili da nessuno di noi. Cosa possiamo fare contro lo scoppio di un reattore nucleare? Cosa possiamo fare di fronte alla colata a picco di una petroliera e all'ecatombe rappresentata da una marea di petrolio riversata in mare? Cosa possiamo fare contro il fatto che l’economia contempli l’esistenza di cicliche depressioni monetarie? Nulla. Abbiamo trasformato un mondo a “misura di natura” in un mondo alieno a noi stessi e alla Natura, e quello che possiamo fare ora è solo subirne le conseguenze: impotenti e rassegnati. Il nostro stato di costante infelicità, la nostra frustrazione quotidiana, lo smarrimento nel quale siamo confinati derivano anche dalla perduta capacità di saper far fronte ai problemi che ci coinvolgono e dall’umiliante necessità di dover dipendere sempre più passivamente dai ritrovati che ci vengono venduti come risolutivi.


La nostra vita, dunque, non è più nelle nostre mani?
Esattamente! È questa la grande differenza che fa della nostra vita moderna una triste e penosa pratica da sbrigare e della vita primitiva invece un'esistenza invidiabile, non l’assenza di drammi o problemi. I primitivi avevano (e hanno ancora) la loro sorte in mano, noi non più. Siamo in balìa degli effetti di quel costrutto artificiale che abbiamo sovrapposto alla Natura e che chiamiamo civiltà. Quando agli etnografi che vissero coi membri di comunità di raccolta e caccia fu chiesto quale fosse il carattere distintivo di uno stile di vita primitivo rispetto a uno civilizzato, la risposta fu unanime: l’autonomia. Ogni essere vivente, dalla felce all’elefante, è autonomo e autosufficiente: noi esseri umani civilizzati non lo siamo più. E non lo siamo più perché la civiltà è appunto un processo che tende ad espropriarci di tutte le nostre capacità di specie per metterci alla mercé dei suoi rimedi. L’economia ci ha tolto la capacità di saperci sostentare da soli e ci ha reso tutti dipendenti da essa; la tecnologia ci sta rendendo incapaci di compiere qualsiasi attività, anche la più fisiologica, senza la mediazione dei suoi strumenti; la politica ci ha insegnato a delegare ogni aspetto della nostra vita a qualcun'altro e ora sappiamo soltanto votare, incaricare, nominare qualcuno al posto nostro. La nostra esistenza non è più nelle nostre mani: dipende dal denaro e dalla schiavitù del lavoro; dipende dall’arrivo di una certa fornitura alimentare in un ipermercato; dipende dal fatto che un filtro antiparticolato funzioni, dipende da una connessione ad internet, da una presa elettrica. Non siamo più in grado di fare nulla con le nostre mani perché ci sono le macchine che lo fanno per noi; non siamo più in grado di fare nulla con le nostre gambe perché ci sono le auto che provvedono; non siamo più in grado di fare nulla nemmeno con la nostra testa perché ci sono i computer. Nel mondo civilizzato stiamo diventando disabili! O, com’è stato scritto: “siamo diventati polli in batteria: se s’interrompe il flusso del mangime, siamo tutti morti”. Se vogliamo provare a uscire da questo cerchio chiuso, allora, la prima cosa che possiamo fare subito è diventarne consapevoli. Ci raccontano che la civiltà ci ha reso più forti dei primitivi, mentre invece ciò che essa provoca è l’effetto diametralmente opposto: più ci civilizziamo, più dipendiamo dai servizi del Sistema e dunque siamo sempre più deboli, insicuri, bisognosi di affidarci a qualcuno o a qualcosa. La civiltà non ci ha liberato la vita, ce l’ha messa in gabbia: questa è la vera crisi!


Come uscirne?
Innanzitutto riconoscendo che siamo prigionieri, primo passo doloroso. Siamo stati educati a credere alla civiltà come a un processo d’emancipazione, irrinunciabile e nobilitante. Sentiamo fisicamente il bisogno di tutto quello che il mondo moderno ci offre: beni, servizi, denaro, potere. Ma abbiamo bisogno di tutto ciò solo perché siamo stati espropriati della capacità di vivere senza. Come potremmo fare oggi senza elettricità? Eppure solo due secoli or sono tutti ne facevano a meno. Come potremmo vivere senza cellulari e computer? Eppure solo vent’anni fa vivevamo lo stesso; e le nostre esistenze di allora, quelle dei nostri genitori e dei nostri nonni non erano meno intense solo perché non esisteva Facebook, Twitter o simili. Noi crediamo di aver bisogno di tutte queste cose solo perché ne siamo stati resi dipendenti. In pratica, come aveva intuito perfettamente l’anarchico Errico Malatesta già nell’Ottocento, la questione della nostra prigionia è sempre la stessa: e cioè quella dell’essere umano legato che, essendo riuscito a vivere malgrado i ceppi, crede di vivere grazie ai ceppi. Noi non viviamo grazie ai rimedi della civiltà ma nonostante quelli e la capacità di rendercene conto è determinante.


Come definiresti questa condizione di dipendenza?
Domesticazione. La vita civilizzata non è un'esistenza libera a contatto con il mondo naturale: è una vita in cattività. Siamo diventati degli animali addomesticati: animali che sono stati appunto prosciugati di tutte le loro capacità di autosufficienza, resi dipendenti dai rimedi venduti dal Sistema e chiusi in gabbia. In questa gabbia dalle sbarre invisibili viviamo come derelitti: supplicando l’arrivo del guardiano di turno che ci venda la dose quotidiana di cibo industriale che ci distruggerà la salute; mendicando le prestazioni prezzolate del veterinario di turno che ci darà il colpo di grazia con le sue medicine, rendendoci sempre più dipendenti dalla loro somministrazione; agognando, come degli ebeti, l’arrivo di qualcuno che ci distragga con i suoi spettacoli da baraccone, con la sua pornografia, col suo gioco d’azzardo, o che ci faccia ridere con le sue sit-com. Si chiama appunto domesticazione ed è la fase successiva al dominio: finché costringo qualcuno a stare in prigione con la forza, lo comando; ma quando l’avrò convinto a starci volontariamente, l’avrò addomesticato. Non scapperà più, nemmeno se aprirò la gabbia in cui è recluso. Perché si crede fortunato, si crede libero.


Pensi sia possibile affrancarsi da questo stato?
Non è facile mettere in discussione radicalmente il proprio stile di vita, il proprio modo di pensare, di sentire, di agire, le proprie finte certezze di carta. Non è facile provare a uscire dalla gabbia nella quale siamo nati e nella quale sono nati i nostri genitori e i nostri avi da diecimila anni. Ma non abbiamo altra possibilità. Anche perché qui non si tratta soltanto di esser stati ingabbiati e resi inerti. Qui si tratta si essere stati ingabbiati sul vagone di un treno che procede impazzito verso il dirupo: se non ci affretteremo a provare a fermare questo treno, o quanto meno a scendere per provare a vivere senza i suoi servizi, finiremo anche noi nel baratro.
Insomma, occorre stravolgere l'attuale mentalità. 

Ipotizzi dei tempi perché ciò possa accadere?
Il treno diretto verso il precipizio non corre a una velocità tale da rendere impossibile il salto. E poi si ferma spesso alla stazione, per raccogliere nuovi passeggeri. È di questo che possiamo approfittare: staccarci progressivamente dalla sua dipendenza per riabilitarci passo passo. La messa in discussione della nostra mentalità dovrà essere radicale, ma siccome sono diecimila anni che viviamo in cattività, prima di divellere le inferriate invisibili della gabbia in cui siamo costretti dobbiamo riabituarci alla vita libera e selvatica. E questo è un altro dei capisaldi del pensiero Primitivista. Come tutti i percorsi che mettono seriamente in discussione le vecchie basi d’appoggio, abbiamo bisogno di un periodo di transizione, che ci consenta appunto di riacquisire quelle abilità che ci sono state strappate; ma deve essere una transizione consapevole: occorre cioè sapere dove vogliamo andare e perché. Finché continueremo a credere che si possa fermare il treno stando seduti davanti a un computer, o aderendo a una campagna informativa, o seguendo il leader di qualche partito o movimento alternativo, tutto continuerà a procedere come sempre. Per liberarsi dal giogo della civiltà ci vuole ben altro di quanto la stessa mette a disposizione a coloro che ancora vi confidano. Dobbiamo avere la forza di opporre un rifiuto generale a un’esistenza determinata dal tecno-capitale: ritrovare la forza e il coraggio di rompere progressivamente i legami della nostra dipendenza da questo universo al collasso ritrovando man mano quell’autonomia che ci è stata sottratta. Più dipenderemo dai servizi della civiltà, più saremo costretti a difendere quella invece della nostra vita; al contrario, più riusciremo a fare a meno di tecnologia, economia, scienza, energia, potere, simbologia, più ci ritroveremo liberi e indifferenti ai suoi diktat.

Quanto c’è di utopico in questa idea Primitivista e quanto invece c’è di immediatamente realizzabile?
Non c’è nulla di utopico nel Primitivismo. È solo una questione di consapevolezza e di volontà. Se le persone si renderanno conto di essere in pericolo, alloggiate su questo treno ipertecnologico che corre verso il dirupo, potranno provare a far qualcosa per fermarlo o per saltarci giù prima che sia troppo tardi; se vorranno invece continuare a far finta di niente, se continueranno a oscurare i finestrini per non vedere fuori, a reclamare sedili più comodi e nuovi servizi in cuccetta, si troveranno sul treno quando questo si schianterà. Perché ci sono almeno due cose che mi paiono sicure: che questo treno non si fermerà da solo; che prima o poi accadrà qualcosa che sarà l’equivalente di uno schianto. A questo proposito, basti pensare alla questione della sovrappopolazione. Già oggi siamo oltre sette miliardi di persone sul Pianeta: una pressione ecologica abnorme che la Terra non è in grado di sopportare. Cosa facciamo? Invece di guardare alle cause del problema continuiamo a credere nel progresso e cioè a credere che una nuova tecnologia ci libererà dai danni provocati dalla tecnologia, che una nuova economia ci libererà dai danni provocati dall’economia, che un nuovo messia politico ci libererà dai danni causati dalla Politica e che una nuova energia pulita ci consentirà di continuare a consumare Madre Terra, ma in modo sostenibile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stiamo continuando a crescere per numero di abitanti e presto saremo otto miliardi, poi nove, dieci, quindici, venti… È ovvio dunque che presto o tardi qualcosa si verificherà: qualcosa di profondamente tragico e che ridurrà in modo drastico la popolazione mondiale. La domanda allora è semplice: quali saranno le persone che a quel punto si salveranno? Quelle che, nel frattempo, avranno imparato a vivere senza dipendere dai servizi del Sistema, magari ritrovando la capacità di dormire all’aria aperta, di non usare il riscaldamento durante l’inverno, di mangiare frutta e verdura cruda che sapranno riconoscere negli spazi aperti della natura, o quelli invece che senza la loro termocoperta elettrica proprio non riescono a prendere sonno? Non c’è nulla di utopico nell’idea Primitivista. Se sapremo farla nostra, quand’anche non dovessimo riuscire a fermare la locomotiva, ci saremo sicuramente dati le migliori possibilità per non farci trovare sul treno quando questo finirà nel vuoto. Tutto qui.


Dunque, dal Primitivismo non solo riflessione teorica, ma anche soluzioni pratiche?
Sicuramente, ma non bisogna confondere la praticità del pensiero Primitivista con l’idea che questo sia una sorta di programma predefinito pronto solo per essere seguito passivamente. La libertà non è un “modello” che qualche “illuminato” possa consentirci di raggiungere seguendo un certo schema pianificato. I santoni e i capipopolo fanno parte di questo Circo Massimo. Non esistono dunque ricette pronte né decaloghi da seguire; e il Primitivismo non vende rimedi, non propone manuali d’istruzione per l’uso e non ha nemmeno finalità generalizzate come quelle della liberazione dell’umanità dalle catene della servitù. Ogni individuo risponde di se stesso e per se stesso. È con le persone singolarmente infatti che ci si confronta, che ci si conosce, che si creano percorsi di affinità e momenti di complicità. Il Primitivismo non è un nuovo credo in cerca di fedeli. Le mie personali scelte di vita, il mio percorso umano di progressiva emancipazione dalla civiltà e d’indipendenza dai suoi rimedi (e dalle sue esche) non dipende dalle decisioni altrui. Naturalmente, se ci fosse qualcuno seriamente interessato al progetto di una progressiva decivilizzazione che io stesso sto conducendo, può sempre contattarmi: sono a disposizione per confrontare esperienze, per incontri e momenti di condivisione. E parlo della necessità di incontrarsi di persona perché anche questo è un modo di fare che dobbiamo recuperare: riabilitare l’universo caldo delle relazioni in carne ed ossa, dei sorrisi, delle chiacchierate faccia a faccia, dei contatti reali contro quello meccanico e freddo dei rapporti virtuali. L’erosione delle nostre capacità relazionali, infatti, è un altro passo fondamentale del processo di domesticazione che stiamo subendo. Quell’enorme “blob” tecnologico che avanza desertificando tutto ciò che tocca sta fagocitando anche la nostra attitudine ai contatti umani, e se non ce ne accorgeremo in fretta, iniziando a resistervi con determinazione, perderemmo presto anche quell’attitudine. Nel mondo della cybersocialità siamo sempre più isolati e separati da tutto e da tutti: non ci parliamo più guardandoci negli occhi; non ci incontriamo più personalmente; non viviamo più momenti improduttivi e di pura convivialità. Ormai abbiamo persino smesso di toccarci sensualmente: non ci stringiamo più, non ci abbracciamo più, non ci massaggiamo più. Nel mondo moderno non ci si tiene più per mano, nemmeno metaforicamente. Persino le madri hanno smesso di tenere in braccio i loro bambini: oggi ci sono i più pratici girellini, le carrozzine, gli ovetti e i baby parking.  Praticamente le nostre funzioni tattili sono ridotte oggi all’attivazione del sistema touch-screen dei nostri IPhone. Vogliamo fare finta che anche questo problema non esista?
Un dramma umano, dunque, oltre che sociale ed ecologico?
Io osservo la realtà, e quello che vedo lo possono notare tutti. L’insensibilità che stiamo maturando verso il contatto diretto è drammatica: e non è solo nel dilagante menefreghismo e nel cinismo che questo universo competitivo e conformante impone a tutti. L’insensibilità la si misura anche nelle piccole cose: nell’incapacità crescente d’immedesimarci negli altri, nella freddezza con la quale conduciamo tutti i nostri rapporti e, soprattutto, nel rifiuto di riconoscere questa nostra emergente insensibilità. Una mail va benissimo per scriversi o mandarsi informazioni, ma non per costruire relazioni umane solide e durature; allo stesso modo un sito web può essere utile per venire in contatto con certe idee, ma poi, se si vuole far nascere qualcosa assieme ci si deve mettere in gioco di persona. Siamo fatti di testa, non vi è dubbio, ma siamo anche fatti di corpo e di cuore e se non riabiliteremo pure quelli ogni altro passo sarà perduto. Come possiamo pensare di tornare a vivere in un contesto ecologico e sociale di nuovo caldo e accogliente se poi le nostre relazioni resteranno anonime, sfuggenti e distaccate come quelle che c’impongono le macchine? Dico sempre: decivilizzare noi stessi per decivilizzare il mondo. Partire da noi stessi è essenziale.


Gli errori che reputi più macroscopici degli ultimi 50 anni?
Tutti quelli che alimentano il problema fingendo di risolverlo. Ho appena parlato del rifiuto di riconoscere la nostra crescente insensibilità: mettere la testa sotto la sabbia è l’equivalente psicologico del buttare la spazzatura sotto al tappeto. Quando Paul Goodman parlava dei mali della nostro modo di vedere le cose ne citava uno che definiva “il male del non c’è più niente da fare”; io vi aggiungerei “il male del va tutto bene così” e, ancor peggio, “il male del mettiamo una pezza qua e tutto tornerà perfetto”. Le trovate della cosiddetta ideologia verde sono forse il caso più eclatante di quest’ultimo “male”. Come possiamo credere che per risolvere il disastro ecologico e sociale nel quale siamo tutti calati basti sostituire il PIL con il BIL, aggiungere il prefisso “green” all’economia o consolarsi con altri ossimori del tipo tecnologia a basso impatto ambientale, politica democratica, scienza etica, energia pulita? Come dice il mio amico Guido Dalla Casa, “l’energia pulita non esiste!”. E questo è un fatto che dobbiamo ficcarci bene nella testa. Per produrre quella che chiamano “energia pulita” ci vuole sempre tanta energia sporca e naturalmente nessuno ce lo fa notare. Per produrre biocarburanti, ad esempio, bisogna radere al suolo foreste millenarie e sostituirle con colture “dedicate” alla produzione di olio di colza, di cocco, di girasole. Per ottenere energia geotermica bisogna sventrare la crosta terrestre con trivelle potenti (che non sono certo fatte di carta riciclata) e rubare questa energia alla Terra, con tutte le conseguenze di tipo idrogeologico che ne derivano. Lo stesso vale per le pale eoliche, che devastano e consumano il territorio esattamente quanto i pannelli solari. Oggi tutti ci spingono verso queste fonti di energia “sostenibile”. Ma sostenibile per chi? Non certo per le migliaia di persone del terzo mondo che vengono costrette a lavorare 16/18 ore al giorno nelle miniere di silicio, coltan, bauxite, terre rare, ecc. La questione è molto semplice: per far funzionare un pannello solare, ad esempio, ci vuole (tra l’altro) il silicio, e per fare incetta di questo metalloide occorre estrarlo a forza dalla Terra; migliaia di uomini, donne, bambini ricattati dai meccanismi impietosi dell’economia vengono ancora oggi schiavizzati a questo scopo e la Terra viene martoriata da questi scavi e da queste estrazioni. Allora, mi chiedo: che tipo di mondo vogliamo con le nostre rivendicazioni ecologiste? Vogliamo un mondo in cui poche centinaia di migliaia di Occidentali possano far mostra del loro finto ambientalismo da réclame basato sulla presenza di innovazioni costruite sulla pelle di migliaia di poveri lavoratori e bambini schiavizzati? Se è questo il “nuovo” mondo che vogliamo, io non ci sto! Questo mondo “verde” è assolutamente identico a quello grigio in cui già vivo: un mondo che sfrutta, consuma, addomestica e che porta conseguentemente a stare male.


È quello che nel tuo ultimo libro hai definito “il bluff della sostenibilità”?
Certamente! Pensiamo solo alla presa in giro del mondo “verde”, sono ormai cinquant’anni che dura. Negli anni Sessanta del secolo scorso, cominciarono col parlarci della Rivoluzione Verde, che avrebbe risolto il problema della fame nel mondo: era solo la scusa per far entrare i concimi chimici nell’agricoltura e arricchire le multinazionali che commerciavano in quel traffico. Negli anni Ottanta è stata la volta della Benzina Verde, che avrebbe risolto tutti i problemi di inquinamento ambientale: era solo la scusa per farci cambiare l'auto e farcene comprare una/due/cinque con la marmitta catalitica. Oggi parlano di economia verde, di tecnologia verde; e noi che facciamo? Ci crediamo ancora? Dobbiamo smettere di farci prendere in giro, smettere di fare la parte dei passivi creduloni e cominciare a guardare alle cause di ciò che ci sta portando alla deriva. Il problema non è questa o quella energia, è l’energia; non è questa o quella economia, è l’economia; non è questa o quella tecnologia, è la tecnologia; è la politica, è il potere. In una parola sola: il problema che abbiamo è la civiltà. Finché opereremo per cercare di sanare la civiltà, di renderla più verde e più sostenibile, non faremo altro che perpetuare la malattia fino a renderla terminale.


Quale messaggio vorresti che arrivasse ai tuoi figli e ai figli di tutti?
Un messaggio di resistenza per tutti. Non credo che sia stato superato il punto di non-ritorno. Sono convinto che si possa fare ancora moltissimo per fermare questa macchina mostruosa che chiamiamo civiltà, e per cominciare a vivere senza dipenderne. Ma occorre mettersi in discussione davvero e non soltanto per proclamazione di facciata: smettere di credere agli illusionisti della politica (e dell’antipolitica condotta in Parlamento) e cominciare ad agire dentro e fuori di noi per ristabilire quelle competenze d’autonomia e quelle relazioni sensibili che ci sono state rubate, e nelle quali risiede tutta la nostra possibilità di vivere liberamente e dignitosamente. Un mondo libero e dignitoso, infatti, non è il mondo della schiavitù sostenibile, ma quello dell’indipendenza individuale, dell’autodeterminazione, dell’autogestione, dell’autosussistenza, della condivisione. D’altra parte, c’è una metafora molto chiara che descrive la condizione di grave pericolo in cui viviamo oggi: l’ha elaborata Bertolt Brecht quando ha scritto che stiamo segando il ramo sul quale siamo seduti. Quella che i media oggi chiamano “crisi” non è altro che la risonanza dei primi scricchiolii del ramo che sta cedendo. Se vogliamo evitare di finire di sotto non servirà segare più lentamente e nemmeno usare una motosega a energia solare. Bisogna smettere di segare subito e prendere la direzione opposta. Perché la civiltà, in ultima analisi, è proprio una follia. In un paragrafo de L’ultima era ho tracciato un profilo di questa follia, un excursus sulla vita delle principali civiltà antiche della storia: dalla Mezzaluna fertile all’Europa mediterranea, all’America precolombiana, all’Asia arcaica, all’Africa. Ebbene, tutte le antiche civiltà della storia sono finite male: sono scomparse, si sono estinte. E tutte secondo un iter che assomiglia in maniera impressionante a quello che stiamo conducendo oggi. Tutte di fronte al dramma ecologico e sociale portato dallo stile di vita agricolo (stratificazione sociale, sovrappopolazione, guerre intestine e di espansione, contaminazione ambientale, degradazione relazionale, ecc.), hanno reagito inventando trovate sostenibili. Naturalmente sono tutte fallite perché, come si è detto, sopprimere gli effetti di un problema non significa risolverlo ma soltanto perpetuarlo. Proviamo a smettere di guardare avanti, di correre in avanti, di credere a quel mito del futuro migliore che ci ha incatenato a un presente degradato e autodistruttivo, e incominciamo a tornare indietro. Oltre a scoprire che in quel modo si migliora notevolmente la qualità della vita, imparare a tornare indietro potrebbe presto esserci anche molto utile.



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