domenica 12 marzo 2017

Bioregioni del pianeta Terra: la Groenlandia



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Il nome Groenlandia non è casuale: tradotto significa, infatti, “terra verde”. Fu per via di un’ondata di caldo anomalo che interessò l’emisfero boreale fra l’anno Mille e il Trecento. Le stagioni impazzirono e le estati duravano fino a cinque mesi. Poi il clima cambiò repentinamente e fra il 1450 e il 1850 si entrò in una nuova fase detta Piccola Età Glaciale. Ora, secondo gli esperti, staremmo tornando a vivere un processo analogo a quello che consentì alla Groenlandia di coprirsi di verde e ai vichinghi di raggiungere le coste del Nord America, secoli prima l’arrivo di Cristoforo Colombo.

Eric Post è un professore dell’Università della California a Davis. E su Biology Letters ha appena divulgato il suo ultimo studio nel quale rende noto che la primavera, in Groenlandia, arriva con quasi un mese di anticipo. Post lavora nella “terra verde” da dodici anni, ai confini del ghiacciaio Russell, a 250 chilometri dal mare. Dice che non si sarebbe mai aspettato un mutamento del clima così repentino. Secondo lo scienziato i fiori sono sbocciati con ventisei giorni di anticipo rispetto a dieci anni fa. Il riferimento è un genere particolare, molto resistente, nominato carice, della famiglia delle piperacee. È simile alle graminacee e cresce bene anche in condizioni estreme.

La Groenlandia tornerà a essere verde? Sembrerebbe essere questa la tendenza. In contemporanea a un arretramento notevole dei ghiacci, segnalato al Polo Nord, ma anche al Polo Sud. Un fenomeno circoscritto alle alte latitudini? Non proprio. Il Servizio Geologico americano (Usgs) rivela che la primavera è arrivata in anticipo anche a Washington, in Usa; ventidue giorni prima del solito. C’è chi gioisce nel sapere che anche dove dominano freddo e oscurità si potrà presto vivere comodamente; ma potrebbero esserci gravi ripercussioni di natura biologica.

Si teme per la sorte di molti animali. Che seguono l’andamento della luce solare e si spostano in relazione alla durata del giorno e della notte (che non dipendono necessariamente dagli eventi atmosferici). Di questo passo finiranno per subire l’incertezza delle stagioni, e la compromissione dei loro piani alimentari e riproduttivi. Si è visto che i caribù quando giungono nei luoghi dove sono soliti trascorrere l’estate, si trovano a pascolare su radure già “invecchiate”. Circostanza che ha già provocato una diminuzione delle nascite. E potrebbe essere solo l’inizio.

  Gianluca Grossi  



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sabato 11 marzo 2017

...canapa, pianta salvifica


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... et libera nos a malos

“Medicine alla cannabis disponibili in Vaticano ... e perché non sono di pubblico uso? Perché avrebbero effetti molto positivi sulla salute pubblica e quindi negativi sugli introiti dell’industria farmaceutica, controllata, come le altre industrie, dal vaticano. E' una riprova dell’ignoranza in cui ci tengono è data dall’occultamento dei poteri straordinari della cannabis  e del suo THC, che possono aiutare a guarire qualunque malattia, mentre ci costringono a fare la chemioterapia, che ha una mortalità del 98%, dopo averci convinto che la cannabis è una droga che porta direttamente all’inferno?”

Da ricerche e sperimentazioni effettuate da Rick Simpson (phoenixtears.ca), il divulgatore dei benefici praticamente illimitati della cannabis e del suo THC, è venuto alla luce o è stato confermato che:

- le malattie sono praticamente tutte dovute ad una acidificazione eccessiva del sangue

- l’acidificazione del sangue avviene a causa di cibi acidificanti quali la carne, i formaggi, i cereali e in genere tutti i cibi di derivazione animale, soprattutto se pieni, come lo sono oggi, di pesticidi, antibiotici, geni modificati ecc.

- l’acidificazione provoca un abbassamento drastico della capacità della ghiandola pineale di produrre melatonina

- la melatonina è l’agente guaritore che il nostro corpo usa per combattere le aggressioni esterne alla sua salute da parte di batteri e virus  nocivi e interne da parte di cibi non adatti, agenti chimici di vario genere, onde elettromagnetiche generate da cellulari e linee di alta tensione che alterano l’elettrochimica della ghiandola e ne provocano il malfunzionamento, fluoro e cloro immessi nell’acqua dell’acquedotto con la scusa di potabilizzarla e di preservarci i denti dalle carie, in realtà per renderci più assuefatti alle imposizioni dei governi e di chi li controlla

- l’uso di THC e/o di cannabis (tisane, ingestione, ....) fa aumentare drasticamente il tasso di melatonina nel sangue e quindi DISTRUGGE gli aggressori, comprese le cellule cancerose, al posto delle quali si ripresentano cellule sane e perfette, nel giro di pochi giorni se presi presto o di qualche settimana se più vecchi

- anche l’invecchiamento è ritardato e il corpo di chi già è su con l’età ne risente positivamente

Liberalizzare la cannabis e l’uso dei suoi straordinari poteri guarenti è l’obiettivo per avere una vita più sana e felice e raggiungere la libertà che ci è stata donata fin dai primordi della Creazione. Sei invitato anche tu a documentarti e a fare la tua parte.

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Mio commentino: "Finché la canapa bioregionale non potrà ritornare libera nei nostri campi e giardini, assieme a tutte le altre piante medicinali, alimentari e di varia natura, non potremo mai attuare una sana ecologia botanica....”

venerdì 10 marzo 2017

Inquinamento acustico -- Nuove superfici stradali con materiale riciclato per assorbire parte dei rumori molesti


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In Europa sono 125 milioni le persone esposte quotidianamente a livelli eccessivi di rumore da traffico e che per questo rischiano conseguenze anche gravi per la salute, come sottolineato più volte anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Una problematica che, anche se spesso sottovalutata, si fa "sentire".

Tra le azioni di contrasto possibili c'è l'impiego di asfalti “fonoassorbenti”, realizzati grazie all'aggiunta di polverino di gomma da Pneumatici Fuori Uso al bitume.

Per testarne caratteristiche e vantaggi, a settembre 2016 ha preso il via il progetto Life Nereide, co-finanziato dall’Unione Europea, che mira proprio ad ottimizzare i benefici acustici di pavimentazioni stradali realizzate con l'aggiunta di gomma riciclata e fresato di asfalto, il materiale che si ricava dal recupero di vecchie pavimentazioni stradali e utilizzato in sostituzione dei minerali vergini comunemente utilizzati.            
Il progetto Nereide (acronimo di Noise Efficiently REduced by recycleD pavements - rumore ridotto efficacemente con "asfalti riciclati") intende portare benefici non solo dal punto di vista dell'inquinamento acustico, ma anche negli impatti ambientali complessivi e dell’inquinamento atmosferico nelle realizzazioni di nuove pavimentazioni.

Nel corso del progetto saranno stesi 5.250 metri di queste nuove superfici stradali sperimentali (5.200 m di nuove superfici a bassa emissione sonora in Toscana e 50 m di superficie di prova in Belgio), grazie anche all’utilizzo del 35-50% di asfalto riciclato.

Saranno sviluppate anche nuove metodologie di misurazioni acustiche, che consentiranno una maggiore affidabilità dei risultati del monitoraggio, aiutando e orientando anche la Pubblica Amministrazione e le stazioni appaltanti nella scelta tra i nuovi asfalti con prestazioni migliorate.

Obiettivo del progetto è realizzare un miglioramento della qualità della vita delle persone per ciò che concerne l’esposizione al rumore, in quanto le nuove superfici saranno realizzate in aree urbane dove i limiti di rumore sono superati e dove è già previsto un intervento di mitigazione.

Il miglioramento previsto della qualità del suono percepito sarà valutato attraverso circa 700 sondaggi che saranno somministrati ai cittadini e che valuteranno gli effetti psico acustici e le differenze avute con le nuove superfici in riferimento al fastidio percepito e ai disturbi del sonno.

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(Fonte: Arpat)

giovedì 9 marzo 2017

Bioregionalismo applicato al contesto di un nuovo Centro Urbano Bioregionale


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Il bioregionalismo e la visione bioregionale non sono applicabili solo ad un bosco, lungo un fiume, su una catena montuosa, od in mezzo a una palude, etc. Dobbiamo considerare che c’è un’altra realtà ambientale, ormai maturata in secoli di civilizzazione, ed è la realtà bioregionale di una grande città, com’è ad esempio la capitale d’Italia.

Quando nel 1992 proposi per la prima volta di istituire una Bioregione specifica per Roma e sua area metropolitana non pensavo certo ad una ghettizzazione forzosa di una parte dell’umanità, costretta a vivere nel degrado e nell’inquinamento, mentre il circostante popolo campagnolo si difende con una serie di barriere. Non credo infatti, al contrario di Mao Tze Dong, che “la campagna deve assediare la città”, questa è una visione parziale che non tien conto della parità dei diritti di tutti gli esseri viventi, in qualsiasi ambito geografico ed ambientale essi vivano.

Una parte sostanziosa di umanità vive attualmente in aree urbane ed è un dato di fatto che questi particolari territori omogenei esistono. Ciò mi sprona a porre l’accento sull’attuazione di una sana qualità della vita. Se in città esistono dei problemi è evidente che le condizioni della vita devono essere riequilibrate alle esigenze dell’organismo bioregionale metropolitano e di tutti i suoi abitanti, rendendo così la città un luogo ideale. A parer mio una città diventa ideale non soltanto attraverso il rispetto di alcuni requisiti, per altro indispensabili, di armonia ambientale e sociale fra “civitas” ed “urbs”, ritengo infatti che le caratteristiche dell’idealità risiedano soprattutto nel pervicace e costante perseguimento di tale idealità. 

Con ciò immagino che sia sempre presente nel consesso sociale ed ambientale della città una tendenza correttiva che porti a modificare, all’occorrenza, qualsiasi devianza dal criterio di armonia socio-ambientale. In verità questo è il compito da sempre delegato alle Leggi che hanno regolamentato la nostra società ma c’è differenza tra la compulsione forzosa di una Legge e l’autoaggiustamento spontaneo che dovrebbe essere sempre presente in una città ideale di carattere bioregionale.

Vanno però considerate alcune “condizioni” per il mantenimento di un centro urbano che persegua l’armonia ed alcune d’esse riguardano gli aspetti sociali del bioregionalismo, ovviamente altri aspetti vanno visti ed integrati con l’analisi delle diverse realtà, della composizione geomorfologica, architettonica, della flora e della fauna che compartecipa del particolare ambiente urbano esaminato. Ma l’idea politica di base, riguardo Roma, è di avvicinarsi al criterio federalista europeo attraverso il suo “riconoscimento” di Città Regione. Questo modello è stato già in parte attuato in Francia (con la Region Parisienne). Questo sarebbe un ottimo metodo per rendere le pari opportunità effettive, soprattutto in considerazione del fatto che le grandi città debbono essere europee e quindi il più possibile staccate da legami e concetti campanilistici. Quindi le capitali europee, secondo il nostro metodo, dovrebbero tutte divenire Città-Regione (è avvenuto anche in Germania con Monaco di Baviera).

Vorrei ora inserire un altro elemento di discussione, quello del controllo sull’espansione dei grandi nuclei urbani, una espansione spesso incontrollata che viene indicata come causa di sperequazione ecologica. Tale crescita delle aree metropolitane, sproporzionata alle reali possibilità di assorbimento del territorio, è dovuta alla rivoluzione industriale e tecnologica degli ultimi anni. Questo aspetto delle città moderne potrebbe esser compreso come un necessario sfogo prima della spallata finale: un’ultima ratio consumistica che, succube del criterio di un utilizzo incondizionato delle risorse, è in realtà una rincorsa prima del salto finale che porterà l’umanità all’attuazione del bioregionalismo. 

In verità non dovrebbe esserci antitesi nella presenza umana su questa Terra, una città in sé stessa non può esser considerata negativa, infatti esistono città per molti esseri viventi (formiche, api, etc) e l’importanza del bioregionalismo sta nel capire il valore di un giusto equilibro fra la crescita ed il mantenimento della città che si pone armonicamente nell’ambiente.

Tutti conoscono la teoria dello Yin e dello Yang; secondo questa filosofia la Vita (Tao) adatta costantemente le sue manifestazioni all’ambiente che le ospita. Se un agglomerato urbano “Yang” è in espansione, oppure se esso è troppo cresciuto, bisognerà aprire al suo interno una fessura naturale “Yin”. Per far ciò occorre restituire alla natura ed al verde una parte della città, nonché interrompere la crescita delle sue appendici esterne. Un esempio? Il centro di Roma dovrebbe assomigliare a ciò che era ai suoi inizi, ovvero un territorio in cui nulla (o poco) veniva modificato, essenzialmente accettando i soli cambiamenti imposti dal trascorrere del tempo e delle stagioni. Insomma la parte storica di Roma diverrebbe uno spazio “liberato” in cui la vegetazione sia padrona di ammantare piazze e palazzi ed in cui gli animali si riapproprino di un loro habitat naturale. La presenza umana può essere mantenuta rispettando questi aspetti di riequilibrio. Le strade, ad esempio, potranno essere dei percorsi in terra battuta o selciato frequentati da animali come gli asini ed i cavalli. In questa “nuova” città, situata nel cuore della “vecchia”, si dovrebbero consentire unicamente quelle attività ecocompatibili, come l’artigianato, l’arte ed il gioco; tutto all’insegna di una semplicità di vita. 

Ovviamente non si può tornare all’età della pietra ed il cordone ombelicale con la tecnologia va mantenuto attraverso l’uso di energia pulita e di materie prime riciclabili.

Un siffatto Centro Urbano Bioregionale sarebbe inoltre una valvola di sfogo impagabile per gli abitanti metropolitani che ritroverebbero nella città stessa quelle condizioni di vita “selvatica” che vanno cercando nell’hinterland extraurbano. Questo esperimento potrebbe essere inizialmente attuato in alcune aree specifiche della metropoli, meglio se le più antiche, in modo da riarmonizzare lentamente l’ambiente naturale con il costruito, mantenendo così la necessaria integrazione uomo-ambiente e conseguendo una costante ed elevata qualità della vita.

Paolo D'Arpini

Portavoce  della  Rete Bioregionale Italiana
Via Mazzini, 27 - Treia (Mc) - Tel. 0733/216293

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mercoledì 8 marzo 2017

Con lo stop all'invecchiamento cellulare si potrebbe vivere a lungo (se ne valesse la pena)


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STOP all’invecchiamento cellulare. Con questa recente scoperta, potremo rimanere per sempre giovani?

I telomeri sono piccole porzioni di DNA, che si trovano alla fine di ogni cromosoma, con la funzione di mantenere integro il DNA che vi è contenuto. Hanno la proprietà di impedire all'elica di sfibrarsi e determinano la durata della vita di ciascuna cellula. Più sono lunghi, più si è giovani, ma quando si accorciano cominciano i problemi.

Ebbene, con la scoperta di un team di Ricercatori dell’IFOM di Milano, probabilmente sarà possibile non invecchiare più, perché, per la prima volta, è stata individuata una classe di molecole specifiche per bloccare i segnali che portano all’invecchiamento cellulare, causato dal deterioramento dei telomeri. Ora non ci resta che attendere, fiduciosi, il proseguimento della ricerca e le sue “miracolose” applicazioni…!


(Fonte: A.K. n. 9 2017)

martedì 7 marzo 2017

DNA non-modificativo reliquia di origine "aliena"...?


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Uno dei più famosi scienziati australiani ha scritto che il nostro DNA contiene dei messaggi “alieni” che provengono dallo spazio. In un articolo comparso sulla rivista “New Scientist” il Professore Paul Davies del Centro Australiano di Astrobiologia presso l’Università Macquarie di Sidney, ritiene che quello che viene definito “DNA spazzatura” che è presente in ogni cellula umana (telomeri) è in realtà nient’altro che un messaggio cosmico che ci è stato lasciato in eredità.

Davies, come molti altri scienziati è sicuro che la vita si deve essere evoluta da qualche altra parte nell’Universo. E’ una conclusione naturale, se si crede che la vita abbia potuto evolversi così rapidamente qui sulla terra. Si è pensato che se l’universo ha miliardi di anni di esistenza, gli extraterrestri potrebbero essersi evoluti prima di noi, e perciò essere molto più progrediti della nostra specie umana. Di questi tempi, tutto ciò che ha a che fare con “Lo spazio” oltre alla caccia agli extraterrestri, sono assai popolari –alimentati dal SETI (Search for Extra Terrestrial Intelligence) le ricerche per le trasmissioni aliene e l’esplorazione di Marte della NASA. 


Paul Davies , una persona che non ha paura della pubblicità, ha persino ipotizzato che la vita sulla Terra in realtà proviene in prima istanza, da Marte. La sua nuova concezione di DNA aiuterebbe risolvere i problemi di coloro che credono nella evoluzione cosmica e biologica. Egli sottintende che una delle ragioni per le quale il SETI non ha mai scoperto un messaggio codificato intelligente dallo spazio, è che gli esseri umani al momento, sono troppo primitivi per comprendere i messaggi degli alieni. Questi esseri potrebbero usare una tecnologia molto più avanzata della nostra. Una strategia più attraente, da parte degli alieni, potrebbe essere, lasciare delle codificazioni che gli uomini possano scoprire quando siano sufficientemente evoluti – come per l’obelisco nero nel film “2001: Odissea nello spazio” . Tuttavia assicurarsi che tali codificazioni possano sopravvivere per miliardi di anni sarebbe difficile da realizzare.’

Per anni i creazionisti hanno stigmatizzato il comportamento di certe organizzazioni quali la SETI che sprecano milioni di dollari dei contribuenti alla vana ricerca di messaggi codificati dallo spazio, mentre trascurano di indagare la vita del nostro pianeta che contiene abbondanti informazioni codificate complesse nel nostro DNA.

Una sorgente di intelligenza più grande della nostra è responsabile di queste informazioni codificate proprio nel DNA. Molti scienziati famosi, come Sir Francis Crick, uno dei co-scopritori della struttura molecolare del DNA, riconoscendo le implicazioni di questa codificazione, suggerisce che quella immensa e complessa codificazione è stata messa lì dagli alieni miliardi di anni fa.

Molti evoluzionisti sostengono che il cosiddetto “DNA spazzatura” è un sovrappiù che è rimasto dal nostro passato evolutivo. Questo è come dire che si tratta di “organi vestigiali” come per esempio la nostra appendice L’appendice, insieme ad altri 100 organi, si è ritenuto erroneamente, che non avesse alcuna funzione pratica nel corpo umano. Il termine “DNA spazzatura” è stato creato perché non genera codificazioni per le proteine. Semplicemente, gli scienziati non hanno identificato alcuna funzione. Ma il fatto che nessuna funzione sia conosciuta non vuol dire che non abbia alcuna funzione. Scoperte recenti hanno rivelato che (i telomeri) hanno molti usi e presto ne verranno scoperti degli altri. Un esempio è rappresentato dalla capacità di questo “DNA spazzatura” di passare a cromosomi con segmenti di DNA interrotti, inserirsi tra l’interruzione e riparare il danno – una funzione essenziale per la sopravvivenza.

L’idea di Davies fornirebbe una potente idea per spiegare la preponderanza del “DNA spazzatura”, che sino ad ora è stato essenzialmente un ostacolo all’idea evoluzionistica dell’uomo. Dato che questo DNA non-modificativo occupa sino al 98% del genoma, il processo di selezione naturale tenderebbe a favorire quegli individui che non debbano sprecare risorse ad elaborare un genoma che sia riempito al 98% di spazzatura.

Da un punto di vista evolutivo agli esseri umani è permesso di essere soltanto il 2% di ciò che sono in potenza. Infatti, le recenti ricerche scientifiche cominciano a comprendere che questo DNA di "scarto" può avere molte più funzioni pratiche di quante gli scienziati non abbiano mai considerato.


Riccardo Lautizi

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(Fonte: Accademia Kronos)

lunedì 6 marzo 2017

"Salvare l'ambiente naturale per salvare la specie umana dall'estinzione" - Anche la Pontificia Accademia delle Scienze è d'accordo



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Servono giustizia sociale e sostenibilità per evitare la distruzione della Casa Comune e le guerre di competizione per le risorse. Sono le conclusioni del Workshop in Vaticano organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze dal titolo: “Estinzione biologica. Come salvare l'ambiente naturale da cui dipendiamo”.

Il tessuto del Pianeta ci sta scivolando tra le dita e per quanto sembri un problema lontano, quello dell’estinzione biologica è invece irreversibile, dietro le porte, colpa in primo luogo del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici che rischiano di distruggere il 20-40 per cento di tutta la biodiversità sulla Terra entro la fine di questo secolo; colpa del consumo intensivo, dello sfruttamento delle risorse, della deforestazione massiccia. La sopravvivenza del mondo naturale e in ultima analisi la nostra, avvertono scienziati ed esperti, dipendono dall’adozione di principi di giustizia sociale e sostenibilità: pensare al bene comune e convertirlo in azioni. Mons. Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze:

“Questa è l’idea fondamentale della Chiesa: pensare il bene comune e il bene di ciascuna persona e non pensare solo al profitto. Si dice chiaramente nel Documento finale che la cosa più importante è sradicare la povertà; la seconda cosa è cercare la giustizia sociale mondiale: non è possibile che pochi ricchi delle multinazionali abbiano oltre il 50% di tutti i beni prodotti dalla natura. E’ una cosa che non è giusta. E per questo è necessario che i governi utilizzino le tasse, anche imponendole, per il bene comune, perché i poveri in Amazzonia possano tenersi le foreste, per esempio, e non siano costrette a venderle per sopravvivere”.

Il problema - ha detto invece il presidente della Pontificia Accademia delle Scienze e Premio Nobel Werner Arber - non è tanto il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti, ma se il mondo sarà in grado di operare sostenibilmente durante il resto della nostra vita, perché l’attività umana sta spingendo all’estinzione specie che attualmente ci consentono di vivere. La risposta è un modello di crescita sostenibile che contempli una riduzione della attività umana sull’ambiente e l’utilizzo di tecnologie non rapaci, non avide, come spesso appare la mano dell’uomo. Ancora Sorondo:

“Noi neanche conosciamo tutte le specie che ci sono… ne conosciamo solo una minima parte. Del resto, lo dice il Papa, anche, nell’Enciclica. Sappiamo che molte specie si stanno estinguendo e questo è terribile: è terribile per il futuro ed è terribile anche per l’armonia della vita umana. La causa fondamentale di tutto questo è l’uso di energie che vengono dal petrolio a dal carbonio e che cambiano il ciclo dell’acqua e cambiando il ciclo dell’acqua perdiamo la biodiversità”.

Il dato che deve farci più riflettere è che fino alla fine degli anni 60 usavamo circa il 70% della capacità del pianeta, oggi ne utilizziamo circa il 156% questo perché siamo di più e sfruttiamo di più le risorse. Tuttavia, ci sono 800 milioni di persone che soffrono di malnutrizione cronica e 100 milioni che subiscono la fame. Il nodo cruciale, ha voluto però ribadire mons. Sorondo, non sta nel contenimento della popolazione con metodi artificiali di controllo delle nascite ma su un consumo più equo che non distrugga la Terra e non provochi guerre di competizione per le risorse:

“Non è la popolazione che produce anidride carbonica. E’ l’attività umana, invece, che utilizza l’energia e dunque produce la contaminazione ambientale. Noi chiediamo che l’attività umana non usi più questo tipo di energia e che si utilizzino buone tecnologie capaci di dare più cibo alla gente. La prima cosa è salvare l’acqua: salvare l’acqua da questa attività umana che provoca inquinamento … La questione dell’acqua, come ha detto il Papa, è centrale perché la prima cosa che produce il riscaldamento globale è alterare il ciclo dell’acqua e poi può provocare guerre”.

Che cosa fare in concreto dunque per fermare la deriva dell’estinzione? Sforzarci di preservare la biodiversità: conservare le aree naturali in particolare quelle con rilievo topografico, garantire interazioni sostenibili; “addomesticare” gli organismi o coltivarli o metterli nelle banche dei semi, per preservarne il maggior numero possibile, fintanto che esistano ancora. Per alcuni di essi potrebbe funzionare la crioconservazione. Tutti questi metodi vanno migliorati e applicati sulla base di una conoscenza approfondita degli organismi, ma avranno successo a lungo termine solo quando saranno messe in atto le appropriate condizioni sociali e quando verranno trovate delle alternative all’aggressione destabilizzante che noi e i nostri antenati pratichiamo da decine di migliaia di anni.



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