martedì 20 ottobre 2015

Spandimento dei fanghi di depurazione... il Comune può intervenire

Il Comune può dettare, per le aree agricole, una disciplina del territorio non limitata al solo aspetto della trasformazione fisica

Spandimento fanghi di depurazione

L'amministrazione comunale può, nel regolamentare l’uso del proprio territorio, stabilire le zone in cui è consentita l’attività di spandimento dei fanghi di depurazione e dove invece è vietata: il Consiglio di stato lo ha stabilito, con sentenza della IV Sez. n°. 2986 del 16.06.2015, respingendo il ricorso presentato contro il Piano di governo del territorio di un Comune lombardo che vieta lo spandimento entro 500 metri dai centri abitati.

Il Comune in questione, secondo la sentenza, non avrebbe dunque invaso la sfera di competenza della regione ai sensi delD.Lgs 99/1992 (Utilizzazione dei fanghi di depurazione – Attuazione della Direttiva 86/278/CE); la norma infatti non può escludere che l’attività di spandimento, se interessa anche ulteriori profili di interesse pubblico, possa essere regolata da altri soggetti competenti in materia.
Poiché secondo la normativa lombarda in materia di pianificazione urbanistica il comune può dettare per le aree agricole una disciplina “d’uso, di valorizzazione e di salvaguardia” non limitata al solo aspetto della trasformazione fisica, questo è ovviamente valido anche per la regolamentazione delle attività esercitate su queste aree; tale regolamentazione deve tener conto della sostenibilità delle attività anche sotto il profilo ambientale, paesaggistico ed ecologico.

In materia di fanghi di depurazione è stato recentemente pubblicato da Ispra il report Uso dei fanghi di depurazione in agricoltura: attività di controllo e vigilanza sul territorio che confronta l’approccio alla gestione dei fanghi di depurazione destinati all’utilizzo agronomico di 3 regioni del nord Italia (Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto). Partendo dalle norme vigenti nelle tre regioni, la pubblicazione prende in esame i criteri delle attività di controllo applicati nei diversi ambiti territoriali. Lo scopo è quello di definire delle linee di indirizzo comuni, per poter migliorare l’efficacia dei controlli e contribuire alla revisione della normativa nazionale ed europea.

(Fonte: Arpat)

lunedì 19 ottobre 2015

Treia, 31 ottobre 2015 - Festa tra amici al santuario del SS Crocifisso



Quest'anno a Treia non sono ancora  apparsi avvisi di festeggiamenti per halloween, la mascherata americana.  Si vede che la campagna contro gli zombies ed i diavoli e gli spettri, che il vescovo di Macerata sta portando avanti, da i suoi frutti. Anzi, sono frutti che riportano alla religione tradizionale, ed un frate del  santuario francescano del SS. Crocifisso di Treia ha  lanciato un messaggio ".. noi il 31 ottobre 2015 festeggiamo i santi e non le streghe, con una manifestazione gioiosa e conviviale..".  

Ed il programma dell'intera giornata sembra azzeccato per un sano divertimento senza oscurità morale.  In effetti anche noi bioregionalisti, non per motivi religiosi ma di qualità del tempo, da parecchi anni stiamo cercando di rivalutare la tradizione antica della fine ottobre/primi di novembre (vedi una edizione passata tenuta a Calcata: http://www.circolovegetarianocalcata.it/2009/10/19/calcata-il-ciclo-della-vita-morte-e-rinascita-programma-degli-eventi-principali-dal-31-ottobre-all8-novembre-2009/),   in cui si celebra la raccolta degli ultimi frutti prima dell'inverno. Tra questi frutti ci sono anche le zucche,  che  per tenere lontani gli spiriti maligni venivano svuotate e poste ai crocicchi con una candela accesa  dentro.  Questa consuetudine è tipica delle Marche, io l'appresi tantissimi anni fa (credo nel 1954) in visita a certi amici contadini di Falerone (nel Piceno),  e mi dicono che questa usanza era viva anche qui in provincia di Macerata. Però le zucche vuote ed illuminate con halloween non c'entravano niente,  erano come degli spaventa-spiriti notturni, il contrario di come sono considerate  adesso che sembra vogliano attrarre   anime dannate e spiriti del male.

Malgrado le buone intenzioni, però, il messaggio del frate minore francescano pecca di misoginia infatti ancora  egli nomina le streghe in antitesi con i santi.. ove sappiamo benissimo che tali streghe non sono mai esistite ma erano semplici guaritrici o erboriste. Mi ha scritto un'amica di  Filottrano dicendomi che:" si credeva molto al malocchio: in paese c'era la fattucchiera di professione (quella che faceva le carte). E certe donne solitarie e trasandate , venivano discriminate e giudicate streghe (quando erano solo delle poveracce)... Prima degli anni '60  da noi era ancora Medioevo".  Infatti troppe volte le donne venivano ingiustamente accusate di stregoneria, anche se erano semplicemente libere e fuori dal coro,  questa la tragedia del bigottismo e dell'inquisizione.. 

Paolo D'Arpini 


Roma - Un Contratto di Fiume (contratto bioregionale) per l'area urbana e sub-urbana romana



Un Contratto di Fiume (Contratto Bioregionale) per l’area urbana di Roma: in questi giorni l’Amministrazione Capitolina, con carattere d’urgenza (nonostante il particolare momento), sposa l’idea di sostenerne la nascita, lanciata dal Consorzio Tiberina e dall’Associazione Amici del Tevere in due dibattiti presso il C.C. Lazio di Roma, successivamente raccolta nel Pro-Memoria dell’Assessore all’Ambiente per la Giunta Capitolina di circa 8 mesi or sono, disponibile agli Atti. Roma Capitale delibera dando un segno di assoluta mancanza di interessi particolaristici – vista la lunga gestazione – e al contempo di non dimenticanza del lavoro partecipativo svolto.

E lo fa non in maniera “centralistica” (cioè non ipotizza che per partecipare al Contratto lo debba necessariamente coordinare, pur avendone di certo massimo titolo), ma attiva un Osservatorio, strumento coerente con la natura del Contratto Territoriale stesso (che non è un Ufficio o un nuovo Ente, ma un accordo multilaterale pubblico-privato).

La Delibera di Giunta del 12 ottobre scorso ancora non è on-line sul sito di Roma Capitale, ma se ne ha già notizia da comunicati-stampa. Il Pro-Memoria si ispirava anche a quanto raccolto in forma partecipativa dal Consorzio Tiberina (http://www.urbanisticainformazioni.it/Il-Tevere-a-Roma.htmlhttp://www.contrattidifiume.it/fetcher/media/news_eventi/Abstract_-_Il_contratto_di_fiume_del_Tevere_nell.area_urbana_di_Roma.pdf), arrestatosi a un certo punto proprio per non assumere un ruolo a sua volta eccessivamente protagonistico: ma l’interscambio, la condivisione, la messa a disposizione di conoscenze e degli esiti di processi partecipativi, il mutuare esperienze, orizzontalmente e verticalmente, fanno parte dei principi d’azione di un Soggetto pubblico-privato (il Consorzio stesso) che ad oggi comprende 7 Università, 1 Fondazione, 20 Enti Locali, Associazioni (ivi compresa Amici del Tevere), Onlus, Imprenditori, Enti di Ricerca, etc, già da anni in forte relazione con Roma Capitale (cfr per esempio http://www.turismoroma.it/cosa-fare/2700).Ragion per cui in questo caso l’Amministrazione Capitolina, avendo seguito il processo partecipativo e promosso l’aggregazione istituzionale (area “Eventi” in http://www.comune.roma.it/wps/portal/pcr?jppagecode=commissioneiv.wp), ne ha democraticamente raccolto gli esiti aggiungendovi le necessarie valenze istituzionali. Il processo propedeutico alle elaborazioni del Consorzio aveva coinvolto, oltre che i partecipanti a sessioni pubbliche (consultati anche presso l’Autorità di bacino del fiume Tevere), gli iscritti a una mailing-list di oltre 60.000 indirizzi, da cui sono giunti parecchi suggerimenti.

Vi è altresì da sottolineare che l’“ottica di Bacino”, che impronta l’attività del Consorzio, è coerente con l’elemento centrale di perseguire il raggiungimento del “buono stato” di qualità dei corpi idrici, la prevenzione e la riduzione dell’inquinamento, l’utilizzo sostenibile dell’acqua, la protezione dell’ambiente e degli ecosistemi acquatici, la mitigazione degli effetti delle inondazioni e della siccità, la coerenza delle azioni e degli interventi previsti. Difatti, Roma non può proteggere e valorizzare il Tevere senza considerare ciò che accade nei circa 17.000 kmq a monte della regione Tiberina; si pensi anche soltanto all’Aniene e al suo sub-bacino. Storia, natura, cultura, turismo, viver sano sono le ulteriori polarità da sempre trattate in seno all’Associazione e al Consorzio, cui si devono aggiungere infrastrutturazione, decoro e manutenzione; non è superfluo ricordare che il Tevere al Centro Storico fa parte di Sito UNESCO (iconografia fotografica di un fiume “ospitale” inhttp://whc.unesco.org/pg.cfm?cid=31&l=en&id_site=91&gallery=1&&maxrows=57 e http://whc.unesco.org/pg.cfm?cid=31&l=en&id_site=91&gallery=1&&index=58). C’è comunque tanto ancora in tanti cassetti, e altro lavoro da svolgere, per giungere a particolarizzare alla specifica realtà dell'area urbana di Roma quanto previsto dalle Linee Guida del Ministero dell'Ambiente, tenendo per l'appunto conto di ciò accade a monte, per realizzare - in una situazione così complessa e anche frammentata, quanto a competenze - un modello eccezionale e un'operazione che porterà frutti all'intera Città, e non solo agli alvei fluviali, verso una rigenerazione di un asse urbano - fisico e simbolico - così importante.

Diviene ora urgente procedere nell’attuazione dell’Osservatorio, visto anche lo svolgimento del Tavolo Nazionale sui Contratti di Fiume proprio il 15 e il 16 ottobre scorsi, pochi giorni dopo la Delibera di Giunta.

CONSORZIO TIBERINA – Agenzia di sviluppo per la valorizzazione integrale e coordinata del Bacino del Tevere
[t] 063202087 – 0632500420  [f] 0632650283  [@] tiberina@unpontesultevere.com  [w] www.unpontesultevere.com

domenica 18 ottobre 2015

"Il gatto e l'uomo" - Dall'1 al 29 novembre 2015: Mostra e discorso sui felini alla Loggia della Gran Guardia di Verona



Perché il gatto è l’animale domestico preferito dagli italiani? Perché per gli antichi egizi era un semidio? E cosa c’è dietro il gatto nero e la stregoneria? Chi sono i grandi della storia appassionati del felino che fa compagnia a milioni di famiglie italiane? Le risposte proverà a darle ‘Il Gatto e l’Uomo’, in programma alla Gran Guardia di Verona per tutto il mese di novembre (1-29 novembre 2015), la prima mostra in Italia che indaga sull’enigmatico rapporto con l’animale di casa più misterioso e numeroso (7,4milioni i gatti in Italia). Alla mostra – ideata dall’esperta, Costanza Daragiati Farinelli e curata dal direttore del Cats Museum di Cattaro (Montenegro), Pier Paolo Pazzi - saranno 20 le sezioni tematiche su cui andrà in scena un racconto quasi filologico tra il gatto e l’uomo con fatti, aneddoti, credenze, passioni e curiosità raccontate attraverso decine di pitture, immagini, icone e testimonianze.

Tra le sezioni, il gatto nei giornali, il gatto e la donna, il gatto e la Prima Guerra Mondiale, il gatto nella pubblicità, nel collezionismo e nei dipinti, il gatto e i bambini, il gatto nella musica e nel cinema, il gatto nel moderno, il gatto e i personaggi famosi. “Il gatto – ha detto il curatore della mostra e direttore del Cats Museum, Pier Paolo Pazzi - è l’animale più presente nelle nostre case e allo stesso tempo il più imprendibile, imperscrutabile, misterioso compagno di vita dell’uomo. E proprio da questo alone di mistero abbiamo ripercorso la storia del legame tra uomo e gatto”.

“Dopo 30 anni di mostre feline – ha aggiunto l’ideatrice e promotrice della mostra, Costanza Daragiati - era per me quasi un dovere cercare di indagare su un rapporto particolare, molto diverso rispetto all’altra grande passione degli italiani: il cane. Una mostra la cui prima tappa è a Verona e che contiamo di sviluppare e portare in altre città italiane ed europee”.

Eventi speciali, con convegni, degustazioni, incontri con appassionati, completano il programma della mostra (ingresso: 7,50 euro - o 6 € su presentazione del coupon -, 4,50 euro per under19 e anziani e gratuito per bambini sino a 6 anni). Tra questi, l’evento serale di vernice alla mostra, ‘Black Cat Night’ (27 ottobre) o il week-end (20-22 novembre) dedicato al gatto di casa, in cui ognuno potrà portare il proprio felino o il concorso fotografico tra i bambini delle scuole elementari. Tra i convegni, il focus sulla genesi e sull’evoluzione dei tabù legati al gatto ‘Il gatto nell'occulto e nella superstizione’ (8 novembre ore 14.30); ‘Il gatto nella storia’ (15 novembre ore 14.30); ‘Pet therapy e art therapy’ (29 novembre ore 14.30).

La mostra, patrocinata dal Comune e dalla Provincia di Verona, è realizzata da Movimento Azzurro e Cats Museum di Cattaro con la collaborazione di Anfi (Associazione Nazionale Felina Italiana) e gli sponsor Prolife, Italpet, Consorzio Tutela Vini Soave e Consorzio Tutela Vino Lessini Durello.



Giorgia Vincenzi (ufficiostampa@agenziaintercom.it – 320.9580392)

Simone Velasco (simovela@gmail.com – 339.5818511)

sabato 17 ottobre 2015

Semantica del bioregionalismo e formazione del pensiero bioregionale moderno





(...) ...Proprio negli Stati Uniti, dove più evidenti e futuribili sono le contraddizioni del modello di sviluppo occidentale, un nutrito gruppo di ecologisti dai nomi misconosciuti in Europa come Wendel Berry, Gary Snyder, Kirkpatrick Sale, sono iscrivibili nell’ambito del movimento bioregionalista. La parola stessa, bioregione, è da noi quasi sconosciuta, citata da qualche avvertito articolista in ambiti minoritari ed ecologisti, dove comunque non ha trovato spazio adeguato né come concettualizzazione, né – il che è più grave – come prassi. 

Questo, sebbene anche da noi il movimento del ritorno alla terra, magari non strutturato, sia piuttosto pronunciato, unito a svariate iniziative produttive e commerciali legate al biologico, e quindi alla “riduzione di scala”, sempre più radicate e credibili. Pensiamo alla estrema difficoltà che le multinazionali dei prodotti alimentari transgenici stanno incontrando nella diffusione dei loro prodotti nel paese. Ora, se c’è qualcosa che crediamo sia difficile contestare da un punto di vista ecologista, è la necessità di un totale mutamento, di un cambiamento radicale nelle abitudini di vita degli abitanti del mondo supersviluppato, nonché dei rapporti fra questo e il resto della popolazione del Pianeta, che del supersviluppo paga quotidianamente le conseguenze. 

Questa necessità si manifesta con grande evidenza proprio nel momento storico in cui le ideologie e le “visioni del mondo” alternative denunciano i loro limiti e fallimenti. Ma c’è di più. La necessità di un mutamento radicale è legata anche all’atrofizzarsi dell’ecologismo, sempre più divaricato fra la reale consapevolezza e le idee mutuate dai comportamenti di vasti settori della nostra società. Il fatto è che, senza un punto di riferimento ideale, che serva da matrice per le scelte di vita personali e, quindi, politiche, le varie ricette filantropiche per la salvezza del Pianeta, il “nuovo modello di sviluppo”, la compatibilità ambientale e tutto il bagaglio del riformismo verde non sono in grado di colmare questa distanza. 

È sicuramente vero che l’ecologia, nella sua sfumatura “naturistica”, è diventata “di moda”, ma ci auguriamo si avverta tutto il desolante significato di questa affermazione. Se l’ecologismo è di moda, ciò significa che è stata metabolizzata dalla società dei consumi, che il rispetto per l’ambiente è divenuto un luogo comune della banalizzazione mediatica, con il deprecabile doppio risultato di agire superficialmente e di porsi, inevitabilmente, al servizio di chi indirizza mentalità e comportamenti collettivi. 

Ora, chi gestisce il potere, reale o virtuale che sia, non ha alcun interesse a proteggere la natura di tutti, a meno che questo comportamento non corrisponda ad esigenze di mantenimento del potere stesso. Non ne ha interesse reale, perché la funzione di potere è intrinsecamente anti-ecologica, essendo la natura un organismo che tende all’omeostasi e si autoregola attraverso una serie di interdipendenze relazionali e la compartecipazione delle specie a tutto il processo vitale. Il potere, al contrario, irrigidisce gerarchicamente i rapporti - oggi in forme tecnocratiche - ed ha come logica tutta moderna l’applicazione di astratte leggi economiche quali vere “leggi di natura”, determinando la mercificazione dell’esistenza. 

Lo sfruttamento ne è, dunque, elemento sostanziale: sulle persone, i popoli, la natura. Se l’ecologia è di “moda”, cessa di essere conflittuale con lo status quo, perdendo quella capacità unica di rottura e critica alle cause stesse della civilizzazione industrialista e tecnomorfa. All’oggi, ad esempio, il compostaggio dei rifiuti, il loro riciclaggio o le bonifiche, sono regolati da logiche profittevoli identiche a quelle che generano inquinamento e corruzione. Per assurdo, al deteriorarsi delle condizioni di sopravvivenza relativamente allo scarseggiare di materie prime e altre implicazioni dovute al titanismo industriale, potrebbe affermarsi una sorta di ecologia di Stato – o di super Stato mondiale – destinata a fronteggiare le emergenze ambientali con una politica di restringimento delle libertà, personali e comunitarie. 

È la logica secolare dell’affermazione degli Stati nazionali e dei loro mercati sui Popoli e le culture. È la logica progressista che reprime gli effetti incapace di rimuovere le cause che detronizzerebbero la sua egemonia culturale e politica. 

Già si hanno piccoli riscontri di questa tendenza nella contrapposizione fra le amministrazioni e le popolazioni locali per la realizzazione di discariche e inceneritori. La gente ovviamente non li vuole vicino casa ma vive in modo da renderli indispensabili… Il potere pubblico è ovviamente pronto a imporli con la forza, o comunque senza consenso, e dunque senza partecipazione, essenza della democrazia. 

Nel bioregionalismo troviamo stimoli per una risposta coerente a tutto questo. Se gli Stati Uniti sono l’avanguardia mondiale della dilapidazione naturale e dello stile di vita consumista che gli è proprio, solo sotto due aspetti hanno favorito condizioni vantaggiose per il bioregionalismo. 

La spontanea tendenza – peraltro non dominante – al decentramento ed alle autonomie locali (l’aspetto che impressionò positivamente Alexis de Tocqueville nel suo Viaggio in America) e il riferimento alle culture indigene, native. Ma il continente europeo non è sicuramente da meno in fatto di riferimenti al localismo. La tradizione autonomistica, regionalistica in senso lato, è molto radicata. Ci sembra perciò che il bioregionalismo sia al cento per cento prodotto da esportazione. Ovviamente, però, non a “scatola chiusa”: le differenze storiche, culturali e sociali tra l’Europa e gli Stati Uniti sono tali da rendere impraticabile una equiparazione. Ma una simile precisazione è tautologica, visto che parliamo di una visione del mondo che nasce “aperta”, e contraddirebbe la propria essenza se pretendesse di fornire indicazioni assolute, ideologiche, universalmente valide. 

Un riferimento certo è che la prospettiva bioregionalista vede nello Stato-nazione un’istituzione storicamente recente e, contemporaneamente datata, che si è imposta dopo una spietata lotta contro le autonomie locali, trasformando l’abitante da agente attivo e partecipante alle decisioni politiche – qual era nel contesto comunitario – a recettore passivo di beni a servizi in cambio della sua anonima “cittadinanza”. In controtendenza, il bioregionalismo propone una ristrutturazione complessiva dell’organizzazione territoriale, per il bene non solo degli esseri umani, ma di tutta la biosfera, ridiscutendo gli arbitrari confini statuali della tarda modernità, a partire dal principio di autodeterminazione, esprimendo autonomie ed interconnessioni naturali sulla base delle identità culturali. 

Dalla più semplice – la comunità locale – alla più complessa – il pianeta terra: la mitica Gaia. Non è difficile immaginare l’alternativa al pericolo in cui il modello industriale-scientifico ci ha posto: si tratta semplicemente di tornare ad essere abitanti della terra. 

Dobbiamo recuperare lo spirito che caratterizzò il “senso del limite” degli antichi Greci, considerando nuovamente la Terra come una creatura vivente. 

Vi è un modo sacrale di confrontarsi con essa e con le sue creature, un modo che implica rispetto e ammirazione, un respiro comune che inibisca l’abuso e la relativa obsolescenza. 

La parola bioregione si compone semanticamente di bio, la parola greca che significa vita e “regione” che deriva dal latino regere, cioè governare. La vita che si autogoverna nel limite biotico di un territorio. Un territorio abitato, un luogo definito dalle forme di vita che vi si svolgono, piuttosto che da decreti legge; una regione governata dalla natura. Tutto ciò è credibile solo coltivando una rinata sensibilità per la specificità dei luoghi e delle culture, una lealtà politica verso il territorio in cui viviamo, unite a pratiche economiche e sociali indigeste al sistema mondo capitalista. 

Vorrà dire un’economia radicata nella particolarità del territorio e delle sue tradizioni, espressa dalla sensibilità delle comunità locali. La pluralità delle identità comunitarie evita i rischi di accentramento del potere e quindi di colonialismo o imperialismo. 

La complementarietà e lo sviluppo di una fitta rete di relazioni intercomunitarie – tra cui la sussidiarietà e l’interdipendenza – possono definire con sufficiente approssimazione l’intento di un “federalismo ecologista”. Il problema di fondo è di ripensare pluralisticamente il mondo fuori dall’Occidente, dal suo universalismo monistico e dalla sua visione etnocentrica rispetto alla quale tutto diventa periferia. Il problema è di comprendere, per dirla con Mircea Eliade, che “in ogni posto c’è un centro del mondo” possibile. 

E quel “centro del mondo” è, per ogni uomo, la sua identità personale e comunitaria, il suo specifico territorio umano, naturale e culturale. Saranno il viaggio e l’ospitalità a tessere, come capi opposti di un unico filo, le trame di una convivenza qualitativa tra le diversità, appagando la necessità profonda, per noi moderni, di ritrovare nel contatto con altre culture, la radice del nostro essere, la risposta al disagio esistenziale indotto dalla civilizzazione di massa: una risposta alla insopprimibile ansia di radicamento.

Stralcio di un saggio di Edoardo Zarelli 

(Fonte: Arianna Editrice)

venerdì 16 ottobre 2015

Treia – Pratiche di vita bioregionale raccontate davanti ad un caminetto acceso


Paolo attizza il fuoco a Treia
L’incontro sul bioregionalismo e l’identità locale, che doveva svolgersi alle Guglie di Passo Treia, per problemi tecnici all’ultimo minuto è stato spostato al Circolo Vegetariano VV.TT. di Treia. A dire il vero si è tenuto nella grande cucina della casa di Caterina, davanti al camino acceso, perché sentivamo il bisogno di un po’ di calore e di intimità per raccontarci le nostre “storie di vita bioregionale”. Così formando un gruppettino familiare, completato dalla presenza benedicente di Martino, il bambino di pochi mesi di Francesco e Francesca, che ha seguito il discorso senza dar noia anzi rallegrando l’incontro con la sua curiosità ed i suoi giochi.
Eravamo “solo” in 6, ma il 6 è un buon numero perché significa “esserci”, e la presenza è la cosa di prima importanza nella pratica bioregionale. E c’eravamo veramente tutti noi sei, presenti ed attenti, davanti al fuoco, con sulla tavola una ciotola di noci, nocelle e mandorle ed una zucchetta arancione, il colore dell’autunno. Prendo ispirazione, per continuare questo articolo, dagli appunti di Francesca su quel che è stato detto durante l’incontro.
15.10.2015, ore 21.30 circa, in Via Mazzini 27 al Centro Storico di Treia. Inizio: Facciamo conoscenza. Come ci siamo conosciuti con Fra + Fra nel 2010 ed abbiamo avuto occasione di collaborare. 

Nel libro Treia: storie di vita bioregionale, si parla delle cose da me vissute giorno per giorno. Bioregionalismo significa: vita “insieme”, il territorio va vissuto per essere condiviso insieme. Parliamo di persone, animali, piante ma anche rocce poiché anch’esse sono “vita in evoluzione”. Il libro è anche un compendio di apporti culturali di persone che hanno collaborato, come Meriggi, Catani, Borgiani, Pedicelli e soprattutto la mia compagna, Caterina Regazzi. I quali riportano quanto vissuto durante gli incontri tenuti al Circolo nel corso degli anni, in cui si risveglia una coscienza che si integra con una forza attuativa. Queste sono le energie dell’ecologia profonda, già presenti in natura, che trovano espressione per simpatia sincronica nelle menti e nelle azioni degli esseri viventi. Esistono vari tipi di ecologia: sociale, ambientale, politica, economica, sessuale… ed anche spirituale.
Per sperimentare la pratica bioregionale innanzitutto si richiede un’auto-analisi introspettiva e poi un confronto ed un allineamento con le persone che sono in sintonia con questo tipo di energia empatica per la vita. Occorre scoprire chi veramente noi siamo e l’auto-analisi serve per capire le nostre vere qualità intrinseche, non contaminate dagli influssi di una società che corrompe e modifica, per adattarci al sistema. Se ritroviamo noi stessi possiamo quindi influire positivamente alla crescita della coscienza collettiva. Il bene del singolo è il bene comune. Il vantaggio di questo processo non è per vanto personale ma per una evoluzione collettiva, in cui anche noi siamo compresi. Questi aspetti di consapevolezza erano presenti, ad esempio, anche nel taoismo, che è una forma antesignana di bioregionalismo. Il Tao è la Natura in cui tutto si manifesta: yin e yang, positivo e negativo, luce e buio.
Questi concetti ed intuizioni esistevano anche nella antica cultura europea, pur che successivamente furono offuscati ed emarginati da un sistema ideologico religioso contrario all’integrazione interno-esterno. Ma questa conoscenza del Tutto che si manifesta nel Tutto è presente anche oggi, anche qui. Perciò è necessario riscoprirla attraverso la riflessione ed un agire integrativo. Per stimolare questo processo è nata una aggregazione denominata “Treia Comunità Ideale”, che si prefigge varie attività per la riscoperta dell’identità locale in chiave bioregionale.
Ad esempio, per apprendere l’habitat in cui viviamo l’8 dicembre 2015, la mattina, si terrà una passeggiata con Sonia, esperta semplicista, per riconoscere le erbe spontanee. Poi mangeremo insieme convivialmente quel che ognuno avrà portato e nel pomeriggio si terrà sotto il mercato coperto di Treia una sorta di fiera della creatività paesana: artigianato, agricoltura, arte, pratiche olistiche, musica, poesie, etc. Il tutto per valorizzare e condividere l’espressività ecologica bioregionale.
Paolo D’Arpini

Firenze, 21 ottobre 2015: Voices of Transition



Il  21 Ottobre 2015  (ore 21) Odeon Firenze in collaborazione con Transition Italia; TerraNuova Edizioni, FairMenti, Senza Spreco e con il patrocinio del Comune di Montespertoli, presenta  "Voices of Transition" (sarà nostro ospite in sala Cristiano Bottone, tra i fondatori di Transition Italia). Come provvederemo alla nostra nutrizione in un futuro imminente? Quali sono le alternative all’agricoltura industriale? Come possiamo rendere possibile la transizione verso un sistema economico re-localizzato e davvero resiliente? Il film prova a rispondere a queste domande e mette in luce le contraddizioni intrinseche al nostro sistema di agricoltura industriale. L’opera indica un percorso verso un nuovo modello di esistenza umana, un percorso giusto, sano per l’ambiente, dove la terra e l’uomo si supportano a vicenda in un sistema equilibrato e sostenibile.

Sorretto dalla convinzione che la crisi in corso possa trasformarsi in catalizzatore di un cambiamento positivo, questo stimolante documentario punta i riflettori su un nuovo movimento globale. Incontriamo ricercatori, agronomisti, permacultori e pionieri del movimento Transition Town, che ci guidano tra Francia, Inghilterra e Cuba – verso comunità già in transizione verso una locale resilienza.

Voices of Transition, diretto dal regista franco-tedesco Nils Aguilar, esplora emozionanti esempi di cambiamento socio-ecologici in Francia, Inghilterra e Cuba. Il film è un documento indipendente e partecipatorio con l’ambizioso obiettivo di voler stimolare tutti gli spettatori a prendere parte al movimento sociale e ambientale mondiale. Si tratta di un “action movie” nel vero senso della parola: invece di rimanere seduti e guardare passivamente il documentario, gli spettatori sono chiamati ad alzarsi , unirsi al progetto e contribuire alla trasformazione della nostra società.

“Questo film educa, apre la mente a nuove possibilità e presenta una nuova visione di come il nostro sistema di produzione alimentare potrebbe essere. Alla luce della transizione storica in atto, questo film è uno strumento davvero potente” (Rob Hopkins).

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 Gloria Germani - gloria.germani@alice.it