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giovedì 26 aprile 2012

Verso una nuova era.... per l'inarrestabile cambiamento politico economico in corso

E' in corso un cambiamento politico ed economico epocale


Claudio Martinotti Doria



Gli stati nazione partoriti embrionalmente dal Machiavelli all'inizio del Rinascimento (seppur travisato dalle moderne interpretazioni), concepiti idealmente sotto un'unica guida illuminata da Mercurino Arborio di Gattinara (Gran Cancelliere dell'Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V, sui cui domini non tramontava mai il sole ...), concepiti politicamente dalla Pace di Westfalia nel 1648 e consolidati dal periodo napoleonico successivo alla Rivoluzione Francese, in particolare con la Restaurazione, hanno arrecato danni immani all'umanità, con la loro concezione del monopolio dell'uso della forza, della coscrizione obbligatoria e del conflitto bellico permanente come modus operandi integrativo della politica espansionistica. In pochi secoli hanno fatto più morti in guerra e per l'abuso della violenza e coercizione che nel corso dei cinque millenni precedenti di cui si ha documentazione storica.

Gli stati nazione hanno esaurito il loro tempo e le attuali condizioni geopolitiche centrifughe spingeranno verso la frammentazione ed un ritorno alle piccole patrie, nel modo in cui venivano concepite nel Medioevo (legame con la terra e casa avita e la comunità), che non ha nulla a che vedere con la retorica e propaganda inerente la patria che caratterizza la storia contemporanea e di cui si abusa politicamente per poter manipolare giovani menti ed elettori poco accorti ed acculturati.

Paradossalmente ci ritroviamo, soprattutto in Italia, con un esagerato sovradimensionamento dell'apparato statale e con sovrastrutture burocratiche kafkiane, gigantesche e parassitarie, per cui le conseguenze del fenomeno di riconversione non saranno indolore e chi detiene il potere, anche microscopico ed in dosi omeopatiche, non lo abbandonerà spontaneamente e pacificamente ....

Quindi che cosa ci aspetta?

Essendo la casta politica parassitaria italiana priva di senso del limite, dobbiamo augurarci che la magistratura riesca a metterne il maggior numero possibile in galera (anche per la loro protezione) altrimenti finiranno per essere linciati dalla popolazione esasperata ed inferocita … Come nei primi anni '90 (Mani Pulite - Tangentopoli) dobbiamo nuovamente confidare nella magistratura, almeno per quanto attiene all'effetto catartico indotto dal sapere che parecchi dei responsabili sono finiti in carcere, che probabilmente ridurrebbe la violenza latente che altrimenti esploderebbe anche contro capri espiatori …

In assenza di un intervento diffuso della magistratura dobbiamo attenderci il peggio: dapprima esploderà la criminalità sociale, ci saranno saccheggi e rapine, e poi la violenza si scaglierà verso la casta politica e finanziaria, ma la seconda essendo meno conosciuta ed esposta rischierà di meno, saranno invece i politici che pagheranno cara la loro costante presenza e vanità mediatica che li ha resi volti noti e riconoscibili per strada, che non sapranno più dove nascondersi … Anche i cortigiani dei politici diverranno bersagli della rabbia popolare, compresi i giornalisti, per cui si ripeterà pressappoco quanto avvenuto nella primavera del '45 dopo la resa della Germania.

Troppo pessimista? Aspettiamo che si esauriscano le riserve finanziarie delle famiglia (i cosiddetti "risparmi"), che muoiano gli anziani che con le loro pensioni sostengono milioni di famiglie, che gli effetti di una pressione fiscale patologica ormai ben oltre l'80 per cento (tra dirette ed indirette, accise e gabelle varie sui consumi) sortiscano i loro nefasti effetti recessivi e distruttivi sull'economia e sulle famiglie, e poi vedremo se si tratta di pessimismo o semplice capacità previsionale.

Claudio Martinotti Doria

venerdì 6 gennaio 2012

Calze, coscie… donne accasciate… e produzione aliena dell’Omsa

Angelo triste - Dipinto di Franco Farina
 
 
Ante scriptum – Tempo addietro avevo pubblicato una lettera in cui una signora raccontava il dramma suo e quello di altre donne il cui posto di lavoro era messo a repentaglio dal trasferimento della catena di produzione dell’Omsa, che si sposta in Serbia (http://www.circolovegetarianocalcata.it/2010/03/11/faenza-ra-omsa-sposta-la-produzione-in-serbia-e-le-lavoratrici-restano-a-spasso-per-non-soccombere-in-silenzio/).

Nel frattempo la cosa è andata avanti e sul problema dell’Omsa e delle sue dipendenti si sono attivate varie persone e si è innescata una catena di solidarietà, soprattutto sul solito facebook.. Non so a cosa possano servire queste “catene” forse solo a svolgere una funzione “pro consolatio afflictorum”…

Infatti il problema dello spostamento della produzione in altri paesi non riguarda la sola Omsa, che almeno si sposta in Serbia dove sussiste un minimo di garanzia sindacale e di decenza politica.. Che dire delle numerose aziende, magari all’insaputa di tutti, che hanno sin dall’inizio impostato le loro catene di montaggio in lontani paesi del terzo mondo (continuando però a spacciare i prodotti come Made in Italy)? La crisi economica in Europa, massimamente dovuta alla virtualizzazione dell’economia, è iniziata da almeno un ventennio…

L’economia produttiva ha lasciato il posto alla finanza dei pezzi di carta colorata (azioni, buoni, investimenti finanziari, etc.). Il che significa che l’Italia e l’Europa sono destinate nel tempo a non produrre più nulla, di beni reali, ma di limitarsi a mantenere un copyright sui beni prodotti all’estero (finchè dura..). Questo in conseguenza della pesante pressione fiscale mantenuta per soddisfare il sistema parassitario della nostra amministrazione pubblica.

In Italia i reali lavoratori, quelli che veramente producono qualcosa, non arrivano al 20% (contadini, artigiani, tecnici, operai, professionisti, etc.), tutti gli altri campano di rendita o nei “servizi” o come parassiti burocratici e politici. Come si può perciò pretendere che la nazione prosperi?

Purtroppo l’Omsa se vuole sopravvivere, come firma, è costretta a spostare la produzione in Serbia.. come molti italiani, magari intelligenti e preparati, se vogliono lavorare debbono emigrare in Australia, in Africa, in America… Per loro in Europa non c’è più posto.. i posti sono tutti occupati dai consiglieri, presidenti, deputati, senatori, etc. etc.

Paolo D’Arpini

Per solidarietà umana e per completamento dell’analisi pubblico di seguito un intervento di Caterina Regazzi.

Su internet, che ormai é una delle sedi in cui ri-nasce la contestazione al sistema, circola da alcuni giorni ed in diversi profili questo appello, che si può condividere e inviare ad amici reali o solo virtuali, che invita a boicottare la ditta Omsa, con i suoi marchi Omsa e Golden Lady, perchè: “Con un fax inviato alla vigilia di Capodanno, la Omsa ha comunicato a 239 lavoratrici il loro licenziamento.

La decisione di chiudere lo stabilimento di Faenza per riaprirlo in Serbia non ha giustificazione: la Omsa, infatti, non è in crisi, produce e vende tantissimo, si fregia del marchio “made in Italy” e in Italia ha il grosso del suo mercato. Ma in Serbia, forse,può sfruttare meglio chi lavora. Sul web è montata l’indignazione ma anche la volontà di far cambiare idea alla proprietà. Abbiamo poche settimane di tempo per convincerli a non chiudere, a non mandare centinaia di famiglie sul lastrico. Per farlo dobbiamo farci sentire.

Vincere questa battaglia significa lanciare un monito a tutte le aziende che, dopo aver goduto per decenni di benefici e sovvenzioni, in un momento di crisi del Paese, abbandonano la nave al solo scopo difare qualche profitto in più sfruttando manodopera a basso costo all’estero”.

Condivido le motivazioni e il tipo di protesta ed infatti ho pubblicato l’appello anche sul mio profilo di facebook. Stamattina, però mi sono imbattuta sempre su Internet – Informare per resistere – su un altro articolo che ho trovato molto interessante e che mi ha stimolato riflessioni che voglio condividere con voi: riporta “l’intervista adun responsabile di produzione di Calzedonia Group, altro colosso dell’intimo made in Italy, pardon, Sri Lanka.
E’ particolarmente significativo, per capire il perché questi imprenditori amino tanto delocalizzare le produzioni, questo passaggio dell’intervista……….:
“D: torniamo in mezzo all’Oceano Indiano, perché la scelta è caduta suquell’isola?
La localizzazione in Sri Lanka è stata frutto di una accurata indagine e sopralluoghi effettuati qualche anno fa in diverse regioni del Mondo in via di sviluppo, tra cui India, Pakistan, Bangladesh e Cina. Ne ricavammo molte informazioni ma, soprattutto, risaltava in modo particolare il caratteristico ed apprezzato equilibrio e la scarsa conflittualità sociale della popolazione dello Sri Lanka. Naturalmente ha molto influito anche una iniziale intuizione del dottor SandroVeronesi [patron di Calzedonia, n.d.r.], poi rivelatasi fondata, sull’elevata capacità di apprendimento delle maestranze indigene con riflessi evidenti sugli indici qualitativi e di produttività.

L’assenza o quasi di vincoli sindacali garantiscono una flessibilità sulla numerosità degli organici assolutamente impensabile nel mondo industrializzato. Sotto questo punto di vista le localizzazioni dell’est Europa hanno già segnato il passo, determinando rapidi
dietrofront sulle decisioni di nuovi insediamenti o ampliamenti dei siti produttivi. “
D: e nel Belpaese non si produce più nulla?
Poco purtroppo! In Italia utilizziamo talvolta qualche terzista per produzioni integrative a quelle estere, soprattutto in situazioni di emergenza (consegne urgenti, problemi produttivi negli stabilimenti esteri, etc,). E’ una collaborazione assai limitata che rappresenta solo un pallido esempio di quella esistente fino a pochi anni fa., con funzione di back up alle produzioni principali che si avvantaggiano dei bassi costi della manodopera di quei paesi. Qui ad Oppeano rimane il centro distributivo composto dal magazzino di prodotto finito.”


In fondo, viva la sincerità. L’unico problema quindi, l’unico ostacolo alla famosa Crescita è il costo della manodopera. Se si riesce a mantenere basso, perché quello delle materie prime è un po’ più complicato da abbattere, a parità di prezzo da far pagare all’utente finale, il gioco è fatto……. (segue)”


Quindi, la produzione di tali articoli costa all’impresa un prezzo molto conveniente, per il basso costo della manodopera e la scarsa “conflittualità”: gli operai si accontentano, o per loro, comunque, la cifra che guadagnano, é adeguata, e non c’è rischio di scioperi e assenteismo. Altri paesi, come la Serbia offrono a chi investe nel loro paese, incentivi e facilitazioni, economiche e fiscali.

Perciò, va bene boicottare Omsa, perché il problema delle donne che potrebbero essere licenziate é contingente, ma quanti posti di lavoro non sono mai stati creati in Italia perché gli imprenditori italiani vanno ad aprire aziende nuove direttamente all’estero? La ditta in questione sarà pure in attivo e i suoi prodotti sono sicuramente diffusi in Italia, ma potrà a lungo, sopportare la concorrenza di altre aziende che aprono direttamente stabilimenti all’estero?
Si parla tanto di acquistare il più possibile prodotti realizzati localmente, per aiutare la nostra economia e possiamo farlo con, ad esempio, i prodotti alimentari, per i quali esiste già oggi una notevole trasparenza: per quelli confezionati, che sulle etichette devono portare almeno la sede dello stabilimento produttore (ma le materie prime?), per le carni (per quelle bovine c’è una tracciabilità dell’animale dal paese di nascita a quello di macellazione e lavorazione e fra un po’ sarà obbligatorio anche per le altre specie animali), e questo é anche garanzia di una maggior freschezza dei prodotti, ma per gli altri beni, perchè non deve essere certa la provenienza e la sede di fabbricazione? Perché, a quanto pare, per poter etichettare un capo di abbigliamento come “made in Italy” é sufficiente applicarci un etichetta o confezionarlo? Non sarebbe il caso di emanare una legge che, ad esempio, obbligasse i produttori a garantire l’informazione al consumatore, magari pubblicando su Internet le sedi italiane o estere dove vengono espletate le varie fasi della lavorazione, o raccogliere queste informazioni su un cartellino che accompagna la merce?

In questo modo chiunque sarebbe consapevole che facendo una scelta di un certo prodotto, contribuirebbe o meno al mantenimento di un’economia locale. Certo i prezzi dei prodotti veramente italiani potrebbero essere più alti, ma sopportabili se ognuno si attenesse ad acquistare solo il necessario e non il superfluo, e non ci fossero la moda dell’”usa e getta” e il consumismo sfrenato e inconsapevole che forse solo questa crisi potrà ridimensionare.
Non vorrei passare per campanilista, non ho nulla in sé contro il libero mercato, ma se é a parità di condizioni….. non mi pare etico e neanche ecologico, che noi, paese ricco, anche se oggi un po’ meno, dobbiamo continuare a sfruttare risorse (materie prime e manodopera) per soddisfare il nostro consumismo.

Caterina Regazzi