venerdì 22 luglio 2022

La struttura obbligata...

 


Se legittimamente possiamo non essere consapevoli di tutto, altrettanto colpevolmente non possiamo esimerci dall’operare per emanciparci dai vincoli che la struttura ci impone.

La struttura corrisponde a solidità.

La formazione che subiamo, succubi, servi e promotori di una cultura positivista e scientista, impone in noi il dominio di una prospettiva progressista. Crediamo così di procedere in avanti verso un futuro che, per sua storpiata ontologia, sarà meglio del passato. Siamo perfettamente idonei all’inettitudine verso tutto ciò che esula dal campetto di gioco che ci ha cresciuti e che, con giochi di specchi, ci pare il solo e disponibile a contenere la conoscenza.

Con quella struttura prêt-à-porter, avanziamo nella vita impettiti di verità, capaci all’occorrenza di uccidere – metaforicamente e non – chiunque non dimostri pari allineamento alla verità costituita, quella che noi e solo noi possiamo vantare e dobbiamo difendere.

Assumiamo la struttura senza colpa. Tutto l’orizzonte è coordinato per dimostrare che è la sola possibile. Non ci offre alternative. La realtà è quella! Le cose sono così! La verità è chiara!

Ma – almeno per contrasto narrativo – con colpa non ce ne emancipiamo. Preferire il divano, il tg, la société sécuritarie, il progresso senza fine, l’America, Speranza, le sanzioni alla Russia, Zelensky non è una scelta. Corrisponde al vero, al giusto. Perché mai dovremmo fare diversamente, dialogare con chi non ha capito nulla, cambiare idea? Ma neppure ci poniamo quest’ultima domanda. Siamo oltre.

Oltre, dentro la nostra stessa struttura, la cui prima attenzione è cercare cibo per alimentarla, travi di moltiplicate controventature. Chi più delle Fonti ufficiali, delle Istituzioni, del Governo, della Scienza, degli Esperti, dei Veri giornalisti può offrirne? Non sono loro che hanno censurato innumerevoli volte i “miserabili del web”(1), i falsi giornalisti? Non sono loro che ci dicono chi diffonde notizie false sul covid, sul Great reset, sullo stato profondo, sulla guerra della Nato contro la Russia? Non sono loro che ci hanno rassicurato sulla necessarietà e innocuità dei vaccini, mentre i miserabili volevano farci credere altro?

Così oltre da non potere altro che stare sul binario dove siamo stati posti fin dall’inizio dell’esistenza. Una linea, un percorso obbligato. Cosa potevamo fare di diverso da quanto abbiamo fatto? Come potevamo dare ascolto ad altre narrazioni? Come potevamo sottrarci dal ruolo dei boia, che sul binario tutti dicevano essere onorevole! Come potevamo evitare di augurare la morte a chi non si vaccinava? Come potevamo evitare di urlare in faccia, a chi ci faceva presente le ragioni russe, di andare a vivere in Russia se gli piaceva così tanto?

Non potevamo, finché non ci siamo accorti della struttura che ci conteneva. Di più, nella quale eravamo identificati. Non potevamo! La struttura avrebbe pericolato! Saremmo morti! L’orizzonte ci sarebbe stato sottratto, ci saremmo trovati perduti!

Ma è accaduto che la resistenza dei “miserabili” alla fine ci ha scosso. Dai sottoscala, le loro contronotizie, sono arrivate anche in tv e su qualche testata. Qualcuno di noi, forse in stato di grazia, si è messo a fare due conti e ha visto che qualcosa non tornava. Ha visto la gabbia concettuale in cui era stato rinchiuso e soprattutto che, se non se ne fosse liberato, la responsabilità non era che sua. Ha visto che non sarebbe più riuscito a comprimere il mondo dentro le quattro categorie che la cultura gli aveva servito.

Così, ora che non lo siamo più, non vogliamo fare la quarta dose e capiamo le ragioni russe. Capiamo che la politica è finita, venduta e governata dalla finanza, che la strada sulla quale ci beavamo di andare a sciare è criminale, è senza uscita. Capiamo solo ora che non è vero che il vaccino ci salverà, né che Nato corrisponde a bene.

Ora vediamo anche il tentativo di costringerci entro la nuova struttura del Great reset dalla quale, nuovamente, cercheranno di mostrarci un solo orizzonte, nel quale riconosceremo una sola realtà e una sola verità.

Lorenzo Merlo 


Note:

  1. https://www.iltempo.it/esteri/2022/03/16/news/massimo-giannini-disinformazione-guerra-russia-ucraina-orrore-nascondere-miserabili-web-accuse-otto-e-mezzo-30859176/ https://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/guerra-di-bombe-e-di-propaganda-otto-e-mezzo-puntata-del-1632022-16-03-2022-429219


giovedì 21 luglio 2022

Il guerrafondaio Draghi è caduto....


Al Senato, il 20 e 21 luglio 2022, si è chiusa l'esperienza, a giudizio degli scriventi disastrosa, del governo Draghi: si va presto a votare, e noi speriamo che la prossima rappresentanza parlamentare sia più in ascolto dei bisogni popolari di questa che, a prescindere dai giudizi sull'operato nelle crisi pandemiche, ecologiche e sociali, ad esempio, si è, nella quasi totalità, lasciata coinvolgere - sia sul territorio ucraino sia come conflitto globale -  nella guerra della NATO contro la Russia.

Proprio quello che il popolo italiano, con tendenza pacifista per niente scontata, contrario - secondo tutti i sondaggi svolti dagli stessi media embedded - all'invio delle armi all'esercito ucraino (senza che questo significhi simpatizzare per Putin e per il suo anacronistico sogno imperiale), non vorrebbe;  così come non capisce - stiamo sempre parlando del nostro popolo - il senso di sanzioni che fanno più male alla economia europea che non alla Russia contro cui sono ufficialmente indirizzate.
La campagna elettorale è già iniziata ed è il caso che, anche dietro nostra spinta, forze politiche e candidati si esprimano chiaramente su cosa farebbero su nucleare, spese militari e guerra  non in termini programmatici astratti ma se si trovassero al governo.

Noi società civile ecopacifista dovremmo incalzarli sull'adesione alle nostre campagne più battute: il percorso della proibizione delle armi nucleari, l'uscita dalla condivisione nucleare NATO (rifiuto di B61-12 e F35), la riduzione delle spese militari, cominciando da quelle offensive, quindi incostituzionali, convertendole in ambiente, sanità e cultura, l'appoggio a obiettori e disertori sia russi che ucraini quale contributo a fermare l'escalation bellica che può - non è una ipotesi fantastica - degenerare in scontro nucleare.  

Avremmo da porci come intermediari degli elettori che desiderano giustamente garanzie sul fatto che la propria espressione di voto non venga malamente strumentalizzata, come il più delle volte è finora successo.

In un appello che dobbiamo preparare - noi Disarmisti esigenti & partners avanzeremo in questo senso una bozza-  porremo, da ecopacifisti attivi, richieste precise ai candidati e segnaleremo e valorizzeremo le risposte con le assunzioni di impegno più stringenti e credibili.

E proprio perché dolorosamente scottati da ripetute deleghe a forze radicali nelle promesse di cambiamento, ma opportuniste e burocraticamente minimaliste alla prova dei fatti, auspichiamo, secondo quanto emerso da tanti nostri incontri online, che gli animatori sociali - le cosiddette avanguardie della società civile - la facciano finita con le facili dismissioni e cessioni di responsabilità.
Forse è il caso che comprendiamo, noi attivisti sociali dotati di competenze temprate nel fuoco delle lotte, di dover convergere per promuovere un nuovo soggetto dell'alternativa all'élite che proponga l'opposizione alla guerra prospettando la pace come condizione di vita e di giustizia nonché modello complessivo  di sviluppo.

La pace come centro organizzatore delle convergenze e come priorità, non come annesso e dettaglio residuale dei programmi di intervento sociale, in molti contesti addirittura omessa.
La pace globale con la Natura, obiettivo della conversione ecologica, quale condizione per la giustizia e la libertà delle società umane.

E' possibile combinare qualcosa in questo senso nei pochi giorni che ci distanziano dal voto per la nuova legislatura?

Alfonso Navarra




Ne discutiamo già la prossima settimana, giovedì 28 luglio 2022, dalle ore 18:00 alle ore 20:00. Con la bozza di documento-appello già da noi predisposta. E che avrà come base testuale e di orientamento politico-culturale un documento contro la deterrenza nucleare già apparso come articolo sul Manifesto quotidiano (titolo: "Un genocidio programmato da disinnescare") e che è stato ampliato come petizione online sottoscrivibile al link: no deterrenza nucleare genocidio da disinnescare - Petizioni.com

mercoledì 20 luglio 2022

Buone notizie per le foreste...



Tempo fa ho firmato la Petizione in difesa delle Foreste 🌴🌳e finalmente ci sono dei passi avanti! L’Ue si è impegnata a scrivere 🖊una normativa che assicurerebbe che nessun prodotto proveniente dalla distruzione della natura finisca sugli scaffali dei nostri supermercati. 

Le pressioni di alcuni governi e multinazionali vorrebbero rendere blanda la bozza di normativa per poter continuare a sacrificare la natura sull’altare del profitto. Greenpeace Italia con la campagna in difesa delle foreste, ha chiesto ai Ministri e alle Ministre dell’Ambiente dei Paesi Ue,  agli europarlamentari  e alle europarlamentari, una normativa forte, che potesse davvero migliorare la protezione delle foreste e i diritti di chi le abita da sempre. 
La scorsa settimana, la commissione ambiente del Parlamento europeo ha votato diversi emendamenti utili a migliorare la bozza di normativa, nonostante permangano alcune lacune.  E' un grande passo avanti in difesa delle foreste!

Pensate che oltre 1 milione di persone in Europa hanno chiesto questa normativa  europea contro la deforestazione, e insieme a loro forse ci siete stati anche voi!

Sono queste le notizie che vogliamo comunicarvi insieme a Greenpeace Italia, e sono questi gli obiettivi che vogliamo raggiungere grazie a chi sostiene queste campagne.

Se la normativa proteggerà solo le foreste, gli impatti della produzione agricola industriale rischiano di spostarsi su altri ecosistemi come savane e zone umide che, esattamente come le foreste, ospitano Popoli Indigeni, specie animali e vegetali rare, e svolgono un ruolo cruciale nell’assorbimento dell’anidride carbonica e quindi nella lotta alla crisi climatica.

Il voto della settimana scorsa è un ottimo risultato, ma dovrà essere confermato a settembre. Dobbiamo assicurarci che mantengano alta l'ambizione e votino su questa posizione forte!
 Grazie a queste campagne, la bozza di normativa è migliorata!

Ecco cosa si è ottenuto:

definizioni più solide di deforestazione e degrado forestale;
un rafforzamento degli obblighi di tutela dei diritti umani, in particolare quelli dei popoli Indigeni e delle comunità forestali tradizionali;
oltre ai sei prodotti proposti dalla Commissione europea (olio di palma, soia, caffè, cacao, carne bovina e legno), la commissione ambiente ha votato per includere nell’elenco anche gomma, mais e carne di pollo, maiale, pecora e capra;
è poi stata sostenuta l’estensione dei requisiti di “dovuta diligenza” della normativa alle istituzioni finanziarie europee, i cui investimenti non dovranno essere legati a progetti o società che causano la distruzione delle foreste.

Ma non possiamo fermarci! Dobbiamo continuare a fare pressione, finalmente siamo ad un passo da una normativa ambiziosa, ma dobbiamo continuare a fare di più se vogliamo che i consumi europei non siano più legati alla distruzione della natura.

Da Grazia Francescato 




martedì 19 luglio 2022

Per una Pac Agroecologica e un maxi-processo contro i Pesticidi e gli OGM...

 


Contro l'ignavia che alimenta conflitti d'interesse ed ignoranza, dobbiamo vietare gli allevamenti Industriali e, nel rispetto della Costituzione,  finanziare solo agricoltori che NON usano PESTICIDI, Assistenza tecnica, giovani agricoltori e formazione agroecologica nel recupero della tradizione, dell'ambiente e paesaggio. 

Per salvare la salute Umana e Planetaria dal dissesto agro-climatico-ambientale causato da 60 anni di Pesticidi tossici, anacronistici ed economicamente controproducenti.

Pesticidi e Politica Agricola Comune

La Corte dei Conti UE – nel rapporto speciale n. 13/20, di cui abbiamo già riferito (2) – ha offerto un riscontro negativo alla domanda se ‘La PAC ha contribuito positivamente a mantenere e rafforzare la biodiversità?’. Riconoscendo che la Commissione e gli Stati membri avevano intrapreso azioni per promuovere l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, ma la situazione è peggiorata anziché migliorare.

La PAC (Politica Agricola Comune) non ha introdotto nessuna condizionalità, per vincolare gli aiuti in agricoltura all’effettiva riduzione d’impiego di pesticidi, erbicidi, fungicidi. E i nodi del SAIO – lo schema di regolamento UE su (Statistics on Agricultural Input and Output, SAIO) – non sono ancora stati sciolti. (3).

Produzione integrata

La c.d. ‘produzione integrata’ è prescritta a tutti gli agricoltori, sulla carta, ormai da un decennio. Proprio in Italia venne pubblicata la norma tecnica Uni 11233:2009, per controllare e ridurre al minimo indispensabile l’uso di input chimici in
agricoltura. (4)

I pesticidi dovrebbero rappresentare una extrema ratio, la soluzione finale a cui ricorrere – al di fuori dell’agricoltura biologica – quando altre le pratiche agronomiche non risultino efficaci. Ma nel corso degli anni sono invece aumentati sia i consumi, sia i residui di pesticidi nelle acque sotterranee e di superficie, come si è visto (5,6).

Giuseppe Altieri



E ricorda che… "Il rispetto della Natura inizia dalla tua Natura" 

lunedì 18 luglio 2022

Salviamo i nostri oceani... prima che sia troppo tardi....

 


L’oceano copre il 70% della superficie terrestre, è la più grande biosfera del pianeta e ospita fino all’80% di tutta la vita nel mondo. Inoltre genera il 50% dell’ossigeno di cui abbiamo bisogno, assorbe il 25% di tutte le emissioni di anidride carbonica e cattura il 90% del calore aggiuntivo generato da tali emissioni. Tuttavia anche la salute dell’Oceano è minacciata costantemente dalle azioni dell’uomo, per questo la Conferenza di Lisbona, si pone l’obiettivo di proporre soluzioni innovative per la difesa delle risorse marine dalle minacce più gravi: acidificazione, rifiuti marini e inquinamento, pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata e perdita della biodiversità.

Nel messaggio introduttivo, dal suo Paese, il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha delineato quattro raccomandazioni per garantire che venga invertito il declino della salute degli oceani, citando il poeta portoghese Fernando Pessoa, con l’auspicio che la Conferenza rappresenti un momento di unità per tutti gli Stati membri:
L’oceano ci collega tutti, ma poiché abbiamo dato per scontato l’oceano, oggi dobbiamo affrontare una emergenza oceanica e la marea deve essere invertita. La nostra incapacità di prenderci cura dell’oceano avrà effetti a catena sull’intera Agenda 2030”.

Dopo questa premessa, il segretario generale dell’Onu ha delineato quattro raccomandazioni chiave:

  1. Investire in economie oceaniche sostenibili per il cibo, le energie rinnovabili e i mezzi di sussistenza, attraverso finanziamenti a lungo termine. Guterres ha ricordato alla platea dei delegati dell’Ocean Conference che di “tutti i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, (Sustainable Development Goals - SDG) l’obiettivo numero 14, Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile, ha ricevuto il minor sostegno di qualsiasi SDG”. “La gestione sostenibile degli oceani potrebbe aiutare a produrre fino a sei volte più cibo e generare quaranta volte più energia rinnovabile di quanto non faccia attualmente”, ha proseguito il Segretario generale delle Nazioni Unite. Più di 3,5 miliardi di persone dipendono dall’oceano per la sicurezza alimentare, mentre 120 milioni lavorano direttamente in attività legate alla pesca e all’acquacoltura, la maggior parte nei piccoli stati insulari in via di sviluppo e nei paesi meno sviluppati. Tuttavia - ha concluso Guterres - l’obiettivo di conservare e utilizzare in modo sostenibile i mari oceanici e l’ambiente marino per lo sviluppo sostenibile è il meno finanziato di tutti gli SDG.
  2. Replicare il successo oceanico. Per Guterres, “L’oceano deve diventare un modello su come possiamo gestire i beni comuni globali per il nostro bene superiore e questo significa prevenire e ridurre l’inquinamento marino di ogni tipo, sia terrestre che marittimo. Questo comporterebbe l’intensificazione di efficaci misure di conservazione basate sulle aree marine protette e la gestione integrata delle zone costiere”.
  3. Proteggere le persone. Il Segretario delle Nazioni Unite ha anche chiesto “una maggiore protezione degli oceani e delle persone le cui vite e mezzi di sussistenza dipendono da essi, affrontando il cambiamento climatico e investendo in infrastrutture costiere resilienti al clima: “Lo shipping dovrebbe impegnarsi ad essere a emissioni net zero entro il 2050 e a presentare piani credibili per attuare questi impegni. E dovremmo investire di più nel ripristino e nella conservazione degli ecosistemi costieri, come le mangrovie, le zone umide e le barriere coralline”. Guterres ha poi invitato tutti gli Stati membri dell’Onu a partecipare a “Early warning system”, un’iniziativa lanciata di recente per raggiungere l’obiettivo della copertura completa del sistema di allerta precoce nei prossimi cinque anni: "Questo aiuterebbe a raggiungere le comunità costiere e coloro i cui mezzi di sussistenza dipendono dalle misure di protezione dell’allerta precoce marina”.
  4. Più scienza e innovazione. Infine, segretario generale dell’Onu ha sottolineato la necessità di investire in scienza e innovazione per spingerci verso un nuovo capitolo dell’azione oceanica globale ed ha lanciato l’invito a aderire all’obiettivo di mappare l’80% dei fondali marini entro il 2030. “Incoraggio il settore privato a partecipare a partnership che supportano la ricerca oceanica e la gestione sostenibile – ha concluso Guterres – ed esortato i governi ad aumentare il loro livello di ambizione per il recupero della salute degli oceani”.

Dalla prima Ocean Conference Onu, tenutasi cinque anni fa a New York, sono stati compiuti alcuni progressi, con la negoziazione di nuovi trattati per affrontare la crisi globale dei rifiuti di plastica che sta soffocando gli oceani e i progressi della scienza, in linea con l’United Nations Decade of Ocean Science for Sustainable Development (2021-2030). Ma c’è ancora molto da fare.

Secondo il rapporto sul clima globale dell’Organizzazione mondiale l’innalzamento del livello del mare, il riscaldamento e l’acidificazione degli oceani e le concentrazioni di gas serra hanno tutti raggiunto livelli record.

Le zone costiere devono affrontare inondazioni sempre più frequenti, mentre l’inquinamento sta creando danni irreversibili e la pesca intensiva paralizza gli stock ittici.
L’inquinamento marino è in aumento e le specie sono in declino: gli esemplari di squali e razze sono crollati di oltre il 70% negli ultimi 50 anni. Quasi l’80% delle acque reflue del mondo viene scaricato in mare senza trattamento, mentre almeno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani ogni anno.

“Senza un’azione drastica, la plastica potrebbe superare tutti i pesci nell’oceano entro il 2050”, ha avvertito Guterres, che ha anche evidenziato come l‘egoismo di alcune nazioni stia ostacolando gli sforzi per concordare un trattato tanto atteso finalizzato a proteggere gli oceani del mondo.

(Fonte: Arpat)




venerdì 15 luglio 2022

La transizione "ecologica" che ci fa tanto male...



Ricordate lo slogan siamo ancora in tempo che qualche anno fa riassumeva la necessità, a livello globale, di modificare il paradigma energetico per attutire l’impatto dei cambiamenti climatici?

Beh, forse è il caso che l’insieme del mondo ambientalista e di quella parte della politica più sensibile alle sorti del pianeta, lo rivolga al proprio interno per rivedere l’approccio fin qui tenuto nei riguardi della transizione energetica. Lo dico anche a seguito dei commenti susseguiti alla ratifica della Tassonomia UE da parte del parlamento europeo, giudicata senza mezzi termini un tradimento, come se quanto fin qui prodotto sul tema della transizione non fosse anche frutto di uno strabismo concettuale di quelle componenti sopracitate, senza dubbio più avvedute di quanto dimostrino di essere i governi e lo stesso parlamento europeo.

In estrema sintesi a me pare che la differenza sostanziale tra le due posizioni, non stia tanto nella manifestazione di intenti, quanto nei tempi e nelle modalità di attuazione, ma onde evitare di concedere al diavolo che, come si dice, si nasconde nei “particolari” un qualsivoglia pretesto, bisogna essere assolutamente certi della validità dei “fondamentali”. Ed è su questi che, fuori da ogni intento polemico, vorrei sollecitare una riflessione.

Alla base di tutto c’è un cambio epocale di paradigma che risiede, sostanzialmente, nel passaggio da un mix energetico centrato sui combustibili fossili, ad un modello “tutto elettrico” esclusivamente alimentato da energie rinnovabili (con appendice parziale di idrogeno verde). Le tappe per realizzarlo, secondo le ultimissime decisioni UE, sono: -55% di emissioni entro il 2030 con conseguente aumento della quota rinnovabili dal 40 al 45%; zero emissioni per il 2050; divieto di produzione veicoli a combustibili fossili entro il 2035; aumento della produzione di idrogeno verde da 1 a 10 milioni di t entro il 2030 a cui vanno aggiunte altre 10 milioni di t di importazione.

Come si presenta, complessivamente il bilancio di questa operazione? Tralasciando, per il momento, i costi economici, mi soffermo su alcuni aspetti “tecnici”: secondo l’IEA per produrre 1 Mwe occorrono 700 Kg di minerali strategici se si impiega il gas, mentre ne occorrono 7 t per il solare fotovoltaico, 10 t per l’eolico onshore e 15 t per quello offshore. Analogamente un automobile tradizionale impiega 40 Kg di questi materiali contro i 200 Kg di un’automobile elettrica di cui buona parte dovuti alla batteria, componente quanto mai problematico dato che al suo ciclo di vita (dall’estrazione dei minerali allo smaltimento) sono associate emissioni di CO2 eq stimate in 150-200 Kg per ogni Kwh erogabile dalla batteria.

Considerate le quantità in gioco, lo scenario che ci si presenta è sconvolgente: secondo l’IEA da qui al 2040 sarà necessario estrarre circa 190 miliardi di t di minerali con un picco di 20 miliardi di t nel solo 2040 (stimando per quell’anno una percentuale di rinnovabili pari al 70%), che da sole produrranno il 21% delle emissioni globali.

Ciò comporta che la neutralità climatica prevista nel 2050 potrà, semmai, verificarsi solo per i processi di generazione dell’energia, ma non per quelli relativi all’estrazione di materie prime con l’aggravante che questi appesantiscono significativamente l’inquinamento del suolo causato dall’estrazione e raffinazione di questi materiali. A corollario di questi macro-parametri aggiungo qualche problematica applicativa la cui soluzione non è affatto scontata: le reti elettriche cresceranno a dismisura (vedere per credere gli sviluppi previsti in Germania) con conseguente occupazione di suolo utile e per quanto le si immagini “smart” queste reti presentano ancora complessi problemi di stabilità. La mobilità elettrica ha un vero e proprio collo di bottiglia nelle stazioni di ricarica che nelle situazioni urbane comporterà un nuovo cablaggio delle rete, mentre per il traffico extraurbano (specie il trasporto merci) gli studi più avanzati fanno rizzare i capelli dato che per una stazione media si prevedono fino a 10 Mwe di potenza erogabile, prodotta in via autonoma, per cui la soluzione che al momento appare più adatta è quella di impiegare dei microreattori nucleari. Tutto ciò con lo scopo evidente di consentire ricariche rapide (paragonabili a quelle assicurate dalle odierne stazioni di servizio) che però accorciano la vita utile delle batterie anticipandone la sostituzione con conseguenze negative sul bilancio delle emissioni. Quanto alla possibilità che le tecniche di riciclo possano attutire gli effetti dell’estrattivismo, uno studio recente (Metals for clean energy, della KU Leuven) stima che per i minerali strategici non ci saranno ricadute significative nel breve termine e che solo nel 2040 queste tecniche potranno risultare tecnicamente mature ed economicamente competitive. Infine il capitolo idrogeno: la UE vuole decuplicarne sia la produzione interna che le importazioni entro il 2030. Tenuto conto che per ogni Gw di elettrolisi occorrono da 1 a 4 Gwe di energie rinnovabili aggiuntive e considerate le perdite di trasformazione dell’intero ciclo, per centrare l’obiettivo di 10 milioni di t nel 2030, si stima che occorrano 163 Gwe di potenza rinnovabile aggiuntiva, l’equivalente di 20.000 turbine eoliche da 8 Mwe. Quanto all’importazione delle altre 10 milioni di t, non si fa mistero che queste provengano da paesi limitrofi, come l’Ucraina, ma soprattutto dall’Africa.

L’insieme di questi aspetti ha un costo inimmaginabile che forse, e sottolineo forse, potrà essere alla portata dei paesi più ricchi, ma certamente non è nelle disponibilità di tutti gli altri che, oltre ad essere esclusi dai relativi benefici, saranno considerati alla stregua di una servitù dove produrre energia a basso costo: basta guardare all’Africa dove si concentrano gli interessi di tutti i paesi UE per sviluppare enormi campi eolici e fotovoltaici per produrre elettricità o idrogeno verde da esportare in Europa, mentre 600 milioni di africani non dispongono ancora di elettricità!

In buona sostanza: si alleggerisce l’impatto sull’atmosfera (la neutralità climatica è una chimera) ma si aggrava quello sul suolo, nel mentre si aumenta la disuguaglianza sociale tra nord e sud del mondo verso cui si delinea un perverso neo-colonialismo green.

Rispetto a questo scenario, qual è l’atteggiamento dell’insieme del mondo ambientalista? Fatte salve le critiche (sacrosante) per l’imbroglio della Tassonomia UE, a me sembra che si risolva in un costante richiamo a fare di più (più rinnovabili) e presto, vale a dire un atteggiamento di tipo accelerazionista del tutto alieno dal prendere in esame le contraddizioni su esposte perché, in definitiva, incurante del fatto che senza un cambiamento sostanziale nel modo di produzione capitalistico (cosa assai diversa dal rivendicare l’economia circolare, il riciclo e/o altre pratiche virtuose) il cambio del solo paradigma energetico è foriero di incalcolabili costi sociali tra cui va incluso quello di incentivare nuovi conflitti.

Le energie rinnovabili infatti, in tutte le loro forme, si basano sull’utilizzo di un certo numero di minerali, non a caso definiti strategici, senza i quali la transizione energetica non è realizzabile. Molti di questi minerali non sono nelle disponibilità dell’Occidente, ma in quelle di paesi come Russia e Cina che ne detiene (è il caso delle terre rare, ma non solo) il monopolio. E’ dalla fine della guerra fredda che gli apparati militari della Nato, degli Usa, della Germania e della Gran Bretagna studiano il modo di affrontare minacce non convenzionali come quelle rappresentate dai cambiamenti climatici e, con diverse sfumature, le conclusioni convergono sulla inevitabilità di nuove guerre rivolte all’accaparramento delle materie prime, delle fonti di energia o per il controllo dell’acqua.

L’avvento della transizione energetica ha fatto precipitare la situazione mettendo in moto interessi giganteschi che vanno ben oltre quello di salvare il pianeta; interessi che non possono arrestarsi di fronte al fatto che le supply chain (linee di fornitura) di certi materiali non siano nelle piene disponibilità dei settori industriali interessati e a prezzi competitivi: ma è proprio questo che sta succedendo da qualche anno a questa parte provocando ritardi nella produzione (auto elettriche) ed aumento dei costi delle rinnovabili.

Occorre prendere atto che siamo entrati nell’era delle guerre per le materie prime dove primeggia il tema della transizione energetica che a sua volta è propedeutica alla IV rivoluzione industriale e, non a caso, l’Occidente (allargato a Giappone, Corea del Sud e Australia) ha già circondato militarmente Russia e Cina, deliberando, nel contempo, un aumento senza precedenti delle spese per gli armamenti. In tale contesto perseverare in un atteggiamento accelerazionista sulla transizione energetica senza richiedere un contestuale abbattimento nella produzione e consumo di merci, ci rende inconsapevoli complici di queste guerre con buona pace per le sorti del pianeta e, soprattutto, dell’umanità. Ripensiamoci, siamo ancora in tempo.

Giorgio Ferrari



Fonte: https://www.labottegadelbarbieri.org/tag/giorgio-ferrari/

giovedì 14 luglio 2022

Criticare il fotovoltaico selvaggio a terra non significa favorire le energie fossili...


La tutela dei suoli e la produzione di energia solare non devono essere messe in conflitto. Ecco perché è importante richiamare l’attenzione sul metodo sbagliato adottato dal Governo Draghi per individuare le aree idonee alla pannellizzazione. La risposta del prof. Pileri all’accusa di fare il gioco dei combustibili fossili.

Il 20 giugno abbiamo pubblicato l’opinione del prof. Paolo Pileri intitolata “Questa corsa alla pannellizzazione fotovoltaica non fa il bene dei suoli agricoli”. È parte di un dibattito che vogliamo stimolare anche a seguito del nostro recente approfondimento “Fotovoltaico a terra: tra rischi e benefici per il (fragile) suolo”. Tra chi ha commentato su Facebook sotto al contributo di Pileri c’è anche il prof. Mario Grosso, ingegnere ambientale che insegna al Politecnico di Milano. Grosso ha scritto: “Poiché se l’energia non si produce da fonti rinnovabili va prodotta da combustibili fossili, con questo scritto Pileri si schiera ufficialmente a favore di questi ultimi, i quali stanno sì mettendo in crisi tutti i nostri ecosistemi. Imbarazzante…”. Ecco la risposta di Paolo Pileri. Questo spazio è naturalmente aperto (redazione@altreconomia.it).

***

L’accusa che mi viene mossa da Mario Grosso mi obbliga a un chiarimento.
Provare a dire qualcosa che non va nel modo in cui si sta disegnando la transizione energetica non equivale a schierarsi con l’uso dei combustibili fossili. Starei molto più cauto nel fare queste equivalenze che, onestamente, sono spericolate.

Comunque, voglio chiarire. La vicenda del “Decreto energia” ci ripropone di nuovo il medesimo dilemma che spesso questo modello di sviluppo usa: mettere una contro l’altra due sostenibilità. Da un lato la tutela dei suoli (agricoli, in questo caso) e dall’altro la produzione di energia solare. È chiaro che vorremmo entrambe e di entrambe abbiamo diritto. Ed è proprio per questo che non possiamo sceglierne una a scapito dell’altra perché quel che davvero la transizione ecologica dovrebbe fare, diciamolo alla politica, è darci entrambe al posto di qualcosa di altamente insostenibile.

Quello che ho provato a spiegare è proprio il fatto che il decreto energia non fa questo, ovvero non fa iniziare la nostra transizione energetica con un principio ecologico alto, ma bassissimo: va a occupare terre agricole in nome della fretta o dell’emergenza che la situazione internazionale ha aperto. A onor del vero, questo stesso governo e pure il precedente non avevano dato migliori soluzioni prima della guerra, questo dobbiamo ricordarlo (e lo avevo già scritto nella mia rubrica “Piano Terra” l’1 luglio 2021, quando però nessuno si è preso la briga di dirmi nulla).

E infatti nelle prime stesure del Pnrr non vi era scritto che le terre agricole non si sarebbero toccate. Non vi era scritto nulla di chiaro e certo e tutto faceva sospettare al peggio. E oggi eccolo il peggio (e in un anno non si è riusciti a pensare a nessuna alternativa per le aree idonee?).

Il mio articolo non è contro la transizione energetica verso il fotovoltaico, che io voglio, ma è una riflessione su un’infilata di decreti che ha scelto una strada iper-semplificata (banale potremmo probabilmente dire senza essere smentiti) per avviare una transizione energetica necessaria ma non per questo da deregolamentare, urgente ma non per questo con la licenza di non rispettare la sfida ecologica nel suo complesso.

Vorrei che si facesse di tutto e di più per fare energia pulita partendo da tutte le superfici impermeabili (tetti, piastre, strade abbandonate, ex aeroporti, edifici abbandonati e dismessi, capannoni e magazzini, impianti, etc.) e poi, solo poi, se davvero vi sarà necessità, parleremo di aggredire i suoli agricoli con i quali mangiamo e non solo.

Ma dico di più. Vorrei anche che si accelerasse per attivare tutte le misure possibili per il risparmio energetico, per orientare a una dieta meno carnivora (che sappiamo eccessiva e sballata dal punto di vista delle unità di energia spese rispetto a quelle rese), per ridurre spostamenti urbani inutili o sostituibili (i cugini tedeschi stanno offrendo in questo momento ai loro cittadini un abbonamento a tutti i mezzi pubblici per soli nove euro al mese: questa politica fa risparmiare un sacco di energia privata e pure di consumo di suolo), per obbligare tutto il comparto logistico e delle grandi superfici di vendita a pannellarsi, e così via.

Insomma sto dicendo che prima di far fuori la risorsa più preziosa e meno rinnovabile che abbiamo, il suolo, avrei gradito che il “governo dei migliori” ci proponesse qualcosa di migliore e non un metodo geometrico con il compasso per decidere le aree idonee alla pannellizzazione. Se questo mio appello è totalmente infondato e per questo volete accusarmi di essere del clan dei petrolieri, accomodatevi. Comunque ci hanno teso una trappola e ci stiamo cascando: ci accusiamo tra noi anziché denunciare chi non è sostenibile.

Paolo Pileri 



Ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)


Integrazione di Giuseppe Altieri:

"Bravo Pileri,  sfasciamo questi impianti a terra e spostiamoli immediatamente sui capannoni e sulle autostrade e ferrovie…Riportiamo i 4 milioni di ettari abbandonati alla coltura dei cereali e dei frutti antichi e salviamo l'italia prima che i terreni agricoli se li compri tutti zio Bill Gates…"