sabato 25 luglio 2026

Fiat lux...

 


Il buio delle egregore e la luce della libertà dalle forme-pensiero.

Consuetudine, educazione ed abitudine, potrebbero essere considerate l’apocrifa trinità corrispondente al Padre, al Figlio e allo Spirito santo della realtà. Una specie di Dio, perciò, quest’ultima, altrettanto incircoscrivibile e ugualmente malleabile, comunque sempre e soltanto a nostra misura ed interpretazione. 

In essa abbiamo fede, ovvero versiamo in uno stato il cui primo requisito e valore corrisponde all’inconsapevolezza della permanente devozione che le tributiamo. 


La fede è anche formalizzabile da un’inconsapevolezza, ovvero dalla natura autoreferenziale di cui è composta e per la quale esiste. Ed anche e per questo corrispondente alla magia dell’esistenza in quanto istante per istante, di salto quantico in salto quantico, di emozione in emozione, identificandoci in un nostro qualsiasi interesse, contemporaneamente, gli tributiamo la fede necessaria alla sua manifestazione (Heidegger, Contributi alla filosofia – 


Dall’evento), realizzazione e soddisfazione. Una magia che si intravede, anzi, che si palesa nell’elementare osservazione che l’esperienza non è razionalmente trasmissibile, ma deve essere ricreata. Solo due madri possono intendersi sulle dimensioni del parto e reciprocamente evocarne le emozioni, quindi il vissuto. Solo due commilitoni possono ugualmente a proposito della battaglia esperita insieme, dei rischi corsi. Diversamente potremmo passare da una fede ad un’altra a mezzo della dialettica razionale, senza riempire di noi stessi il percorso che le separa, senza cioè montare il film dell’esistenza secondo il filo rosso imposto dalla nostra biografia. 

 

Se il passaggio da una prospettiva di realtà ad un’altra che non vedevamo, in cui non credevamo, richiede la presenza di noi stessi e se ciò può avvenire così fluidamente da impedirci di scorgere quanto le nostre fondamenta slittino e mutino sotto i piedi senza avvedercene, significa che la dimensione materiale e razionale, invece di essere – come si dice e si crede – i caposaldi della verità, non sono che due espressioni disponibili alla fede, quindi autoreferenzialmente elevati a dogmi universali che tutto condizionano a partire dall’immaginario. 

 

Fluidità fa facile rima con continuità. Lo si può osservare nei comportamenti e nei pensieri nostri e altrui. Se si dovesse fare un podio dell’autoreferenzialità del romanzo inventato che chiamiamo esistenza, al primo posto, almeno per tracotanza, metterei le definizioni di noi stessi che forniamo al prossimo, spesso convinti, ma a volte in malafede, sempre con uno scopo che, appunto, non può che corrispondere ai nostri interessi, scienziati dell’oggettività inclusi.

  

Sul piano di sviluppo di questo discorso, la geometria euclidea, basamento sul quale è appoggiata la separazione della realtà in oggetti distinti deve recedere dal suo potere assoluto. Le forme-pensiero, al pari delle forme geometriche e di qualunque altra, come libere dai profili in cui esistevano, da coriacea materia si dissolvono in labili idee aggregate (egregore) da noi, dalle consuetudini, dall’educazione e dalle abitudini.


Un piano in cui si rivelano contemporaneamente due consapevolezze. La prima, che è la nostra presenza, con il suo fardello di bisogni, dogmi e timori, a generare la realtà che descriviamo, composta da oggetti e tempi distinti. La seconda che, in funzione del medesimo fardello passiamo fluidamente, omeostaticamente, da una descrizione all’altra, non di rado anche opposta, senza, per esempio, alcun senso di contraddizione. Senso, peraltro, che non è null’altro che un’egregora imposta dall’incantesimo logico-razionale.


Su tale piano, che sarebbe opportuno chiamare volume, quindi, entro tale volume le realtà che possiamo narrare tendono a essere infinite. Un’eventualità soddisfacentemente sostenuta dalla quantità di romanzi creati e di scienze circoscritte dagli uomini che, dall’interno del volume, inconsapevoli di proiettare sé stessi, credono di avere distinto dal resto che sanno classificare e da tutto il resto sostanzialmente per loro inesistente.


È allora che la nostra entità, che per essere e mantenersi, al pari di un magnete con la limatura di ferro, orienta il mondo, la realtà, la verità e la relativa descrizione a suo gusto.

 

Se ogni uomo così è tenuto a fare, gli altri uomini sono dei noi in altro tempo, spazio, modo, sentimento ed emozione. Quindi non altri uomini, da noi distinti, perché essi, al pari delle volatili mise che cuciamo insieme secondo il nostro stile, non sono che nostre sfasate repliche. Entità coscienti ma tutt’altro che consapevoli che non esistono se non nell’egregora che chiamano vita.

 Una forma-pensiero, che come un buco nero o un essere di Giger, divora la luce che siamo comprimendola in buio orrifico, quello che la storia ci mostra ogni giorno, quello che, per consuetudine, educazione ed abitudine, chiamiamo realtà, senza sapere che è figlia nostra. Uomini pregni di saperi vuoti di conoscenza.


Lorenzo Merlo






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