mercoledì 26 agosto 2026

“Bioregolatori” o assassini...?

 


Quando non puoi difendere una scelta con i fatti, puoi sempre provare a cambiarle nome.  È quello che sta accadendo con la nuova riforma sulla caccia. Nel testo approvato dal Senato compare una parola che sembra uscita da un piano di tutela ambientale:  “Bioregolatori”.

Un termine rassicurante, quasi scientifico.  Peccato che dietro questa nuova etichetta ci siano i cacciatori, che sarebbero chiamati a svolgere attività di abbattimento della fauna selvatica.  Un vero capolavoro di greenwashing.

Perché una cosa è certa: cambiare il nome a un'attività non cambia la sua natura.  Un animale ucciso resta un animale ucciso.  E un fucile non diventa uno strumento di conservazione solo perché viene presentato con un linguaggio più accettabile.

La natura non ha bisogno di operazioni di immagine.  Ha bisogno di informazioni scientificamente corrette, protezione degli habitat e delle specie a rischio e soluzioni che funzionano davvero.

Eppure il Governo italiano sta scegliendo una strada opposta.  Mentre da oltre 25 anni gli studi scientifici dimostrano che la convivenza con la fauna selvatica richiede prevenzione, monitoraggio e gestione intelligente del territorio, questa riforma apre a una maggiore pressione venatoria e riduce il peso delle valutazioni scientifiche.

A rischio c'è un principio fondamentale: le decisioni sulla fauna selvatica devono essere guidate dalla conoscenza, non dagli interessi di chi vuole aumentare la possibilità di sparare.

Il parere di ISPRA, l'istituto scientifico pubblico di riferimento per la gestione della fauna selvatica, rischia infatti di perdere il suo ruolo centrale.  Come se decenni di ricerca potessero essere messi da parte.  Come se la scienza fosse un ostacolo da superare invece che lo strumento per prendere decisioni responsabili.

E tutto questo viene giustificato con una promessa: proteggere agricoltori e allevatori dai conflitti con la fauna selvatica.

Greenpeace Italia

 

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