Tra caldo estremo, alluvioni e territori sempre più fragili, la crisi climatica è già qui. Eppure, mentre il Piano Nazionale di Ripristino della Natura dovrebbe diventare uno degli strumenti centrali di risposta, il Governo tace e ANCI chiede di indebolirne proprio le misure di salvaguardia.
Il 27 agosto l’Italia ha vissuto un’altra giornata di caldo eccezionale e localmente estremo, nel pieno della quinta ondata di calore di questa estate, un dato strutturale, non l’anomalia di una singola stazione.
Il 26 agosto una violentissima alluvione ha colpito il bacino del Bhote Koshi, in Nepal, causando una strage e devastando abitazioni, infrastrutture, ponti e impianti idroelettrici. Le prime ricostruzioni indicano che l’evento è stato innescato dal collasso di una porzione di ghiacciaio, con una gigantesca valanga di ghiaccio, roccia e detriti. ICIMOD segnala da tempo che perdita di massa glaciale, degradazione del permafrost e instabilità della criosfera stanno aumentando i rischi nell’Himalaya.
La crisi climatica è già qui
Il 22 agosto, a pochi giorni dalla scadenza per la presentazione alla Commissione europea del Piano Nazionale di Ripristino della Natura, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin alla domanda su cosa intenda fare il Governo per prevenire e limitare i danni a famiglie e imprese risponde:
«Purtroppo tutto questo non è risolvibile con un decreto che faccia piovere o che faccia piovere di meno».
Nemmeno una parola sul Piano Nazionale di Ripristino della Natura
Eppure è proprio lo strumento che il suo Ministero sta predisponendo in attuazione del Regolamento europeo 2024/1991 per stabilire come ripristinare ecosistemi terrestri, fluviali, urbani, agricoli, forestali e marini degradati.
Nessuno chiede al Governo un decreto che faccia piovere. Gli si chiede qualcosa di molto più concreto: non rendere ancora più vulnerabili i nostri territori. Fermare l’impermeabilizzazione, proteggere verde e alberi, depavimentare, restituire spazio ai fiumi, ripristinare zone umide, adeguare la pianificazione urbanistica alla realtà climatica che stiamo già vivendo.
Nel percorso di elaborazione del Piano il MASE ha aperto una consultazione pubblica. Ma, a oggi, il report finale non è stato pubblicato, nonostante il cronoprogramma ufficiale ne prevedesse la redazione entro il 10 luglio. Non è disponibile un quadro dei contributi ricevuti, della loro valutazione e del loro eventuale recepimento. Non risultano pubblicate neppure le registrazioni degli incontri con gli stakeholder.
Salviamo il Paesaggio lo denuncia da mesi. Con la campagna #RipristiniamoLaNatura abbiamo raccolto proposte e segnalazioni dai territori e chiesto che associazioni e comitati abbiano un ruolo stabile nell’attuazione e nel monitoraggio del Piano. Chi vive un territorio conosce spesso con precisione le sue fragilità, le aree verdi residue, i corsi d’acqua compromessi, i suoli minacciati da nuove impermeabilizzazioni. Escludere questa conoscenza significa indebolire il Piano prima ancora della sua attuazione.
ISPRA aveva predisposto per gli ecosistemi urbani numerose misure concrete nella bozza di Piano. ANCI, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, ha chiesto di cancellarle o indebolirle, dichiarando di voler evitare “prescrizioni immediatamente operative” e “nuovi vincoli”.
In termini concreti, vengono eliminate le principali misure di salvaguardia: la non riduzione degli spazi verdi urbani e della copertura arborea, la sospensione delle trasformazioni, la tutela dei suoli urbani non artificializzati.
Vengono inoltre cancellate o ridimensionate misure su Piani urbani della natura, strumenti urbanistici, VAS e VIA, regolamenti edilizi, depavimentazione, ricostituzione dei suoli, ripristino delle perdite avvenute dal 2024 e compensazioni.
Il dato complessivo è chiarissimo: delle 19 misure ISPRA esaminate da ANCI, 11 vengono stralciate e le altre 8 modificate o sostituite (vedi infografiche).

Meno obblighi, meno prescrizioni, meno criteri tecnici; più ricognizioni, incentivi, rinvii e ridimensionamento del ruolo dell’ISPRA.

Mentre le città soffocano sotto ondate di calore sempre più violente, chiedere di cancellare la tutela preventiva del poco suolo libero e del verde urbano rimasto è una scelta che consideriamo semplicemente vergognosa.
Il problema delle capacità amministrative dei Comuni esiste. Lo ha ricordato anche Carlo Salvemini, già sindaco di Lecce e per cinque anni delegato nazionale ANCI su energia e rifiuti. Salvemini riconosce come fondato l’allarme sollevato da Paolo Pileri: cancellare le misure ISPRA senza sostituirle rischia di lasciare l’Italia con un Piano ambizioso nelle premesse ma incapace di produrre risultati.
Ha ragione quando chiede risorse, competenze, assistenza tecnica e strutture sovracomunali. Ma tra mettere i Comuni nelle condizioni di applicare il Piano e cancellarne le salvaguardie c’è un abisso.
La mancanza di un agronomo o di un esperto GIS può giustificare la richiesta di supporto. Non può giustificare nuovo consumo di suolo, perdita di verde o riduzione della copertura arborea.
E c’è un altro dato che merita attenzione: le osservazioni di ANCI sono state accolte con grande favore da ANCE, l’associazione dei costruttori, che ha dichiarato pubblicamente di riconoscere nel documento ANCI molte delle proprie proposte.
Che ANCE difenda gli interessi delle imprese di costruzione è legittimo. ANCI, invece, dovrebbe rappresentare i Comuni e l’interesse generale delle comunità locali.
Per questo chiediamo ai Sindaci italiani:
Avete letto ciò che ANCI ha chiesto di cancellare dal Piano Nazionale di Ripristino?
Condividete davvero questa posizione?
E se non la condividete, prendete pubblicamente le distanze, chiedete ad ANCI di ritirare quelle proposte e, se continuerà a sostenerle, ritirate l’adesione del vostro Comune.
Perché su questo vogliamo dirlo con chiarezza:
#noninnostronome
Quelle proposte non ci rappresentano.
Non basta dichiararsi “Comune sostenibile”, piantare qualche albero o parlare di resilienza nei convegni. Quando arriva il momento di scegliere fra salvaguardare il suolo che resta e lasciare aperta la possibilità di trasformarlo, bisogna scegliere.
Indignez-vous.
Chiediamo conto delle scelte a chi le compie.
Articolo a cura di Jasmine La Morgia (Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio)
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Riferimenti
ARPAS Sardegna – rete di monitoraggio meteorologico, temperature massime del 27 agosto 2026 (dati definitivi).
Reuters, “How a glacier collapse triggered a deadly landslide and flooding along the Nepal-China border”, 27 agosto 2026.
ICIMOD, “Major flash flood sweeps through Nepal’s Rasuwa district, raising fears of further downstream flooding”, 26 agosto 2026.
Luca Fraioli, “Pichetto Fratin: «La crisi del clima non si risolve per decreto, ma vorrei avere più fondi»”, la Repubblica, 22 agosto 2026.
MASE / ParteciPa, “Consultazione per la definizione del Piano Nazionale di Ripristino (PNR)”.
Salviamo il Paesaggio, “#RipristiniamoLaNatura – NRL. Verso il Piano nazionale – prossima scadenza: 1° settembre 2026”, 25 agosto 2026.
Salviamo il Paesaggio, “Piano Nazionale di Ripristino: i report degli incontri con i portatori di interesse”, 6 agosto 2026.
Salviamo il Paesaggio, “Ripristino della natura: cosa prevede il decreto attuativo”, 3 giugno 2026.
Paolo Pileri, “L’inedita coppia Anci e Ance vuole mandare all’aria il Piano di ripristino della natura”, Altreconomia, 9 agosto 2026.
Paolo Pileri, “Piano nazionale di ripristino della natura: che cosa non convince dei «chiarimenti» di Anci”, Altreconomia, 19 agosto 2026.
Carlo Salvemini, “Il Piano di ripristino della natura alla prova dei Comuni italiani”, Gli Stati Generali, 26 agosto 2026.
ANCE, “Piano nazionale di ripristino della natura: condivise dall’Anci molte delle osservazioni avanzate da Ance”, 4 agosto 2026.
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