giovedì 28 aprile 2022

Nuovi veleni nel piatto - Dagli OGM ai NBTs

 


Lo scontro politico che si è riaperto con il tema NBTs (o nuovi OGM) non riguarda naturalmente solo i ricercatori e gli accademici perché investe lo sviluppo del sistema agricolo e alimentare, con tute le sue ricadute sociali, ambientali, ecologiche, economiche. Quel che è ancora in gioco, esattamente come alla fine del secolo scorso, quando si estese un enorme movimento mondiale anti-OGM, è cosa vogliamo mangiare e con quali garanzie sui processi produttivi.

Garantire che i nuovi OGM rimangano strettamente regolamentati e con un’etichettatura trasparente. È l’appello del Coordinamento Italia libera da OGM, composto da 27 associazioni contadine, ambientaliste e della società civile affidato alla petizione europea #ItaliaLiberadaOGM  che mobiliterà i cittadini comunitari con l’obiettivo di prevenire la deregolamentazione dei prodotti di una serie di biotecnologie sviluppate negli ultimi 15 anni e fortemente propagandate dall’agroindustria.

Le associazioni hanno ripetutamente denunciato e fermato i tentativi di accelerare l’iter legale per la coltivazione dei nuovi OGM a scapito del principio di precauzione e dei diritti dei consumatori e dei produttori.

Ma cosa sono i nuovi OGM? E perché oggi rischiamo ancora di ritrovarli sulle nostre tavole?

Che cosa sono i nuovi OGM?

Rispetto agli OGM di prima generazione, che prevedevano l’inserimento di geni di specie diverse all’interno del DNA di una pianta o di un animale, le nuove biotecnologie (New Breeding Techniques – NBT) promettono di inserire tratti e sequenze tra individui della stessa specie. La razionalità è tuttavia sempre la stessa: modificare forme viventi in laboratorio per ottenere varietà di interesse commerciale, che presentino tratti come maturazione omogenea, assenza di semi, resistenza a patogeni, erbicidi o siccità.

In pratica, i vantaggi tecnici – richiamati dalle industrie sementiere ma non riconosciuti da nessuna istituzione – delle NBT sono rappresentati da una modifica mirata e site specific dei geni, e dal fatto che le colture commercializzate “non conterranno un transgene inserito”, ma avranno una modifica al corredo genetico che già possiedono.

Foto tratta dal fliker Stephen Melkisethian

I sostenitori delle NBT sostengono che queste tecniche sono molto precise, mentre in realtà sono sempre più evidenti gli effetti fuori bersaglio provocati da queste biotecnologie. Le conseguenze imprevedibili e ancora poco studiate, perché la ricerca si concentra quasi totalmente sulla rilevazione dei risultati desiderati, senza indagini di medio periodo o valutazioni degli impatti ecosistemici. Una scienza riduzionista e meccanicista che vediamo all’opera in tanti ambiti della nostra vita, ma che in agricoltura è particolarmente egemone.

Ciò che è più preoccupante per gli agricoltori – e soprattutto per i sistemi di sementi contadine – è la somiglianza tra i prodotti ottenuti con le NBT e quelli che portano i tratti primitivi delle piante, rendendoli difficilmente distinguibili. Nonostante questa somiglianza con le piante che si trovano in natura, infatti, la pianta ottenuta con le NBT può essere brevettata. In altre parole, dopo la mappatura del genoma di una pianta o di un animale, e dopo aver identificato il gene interessato ad essere trasferito ad una varietà locale trovata nei campi o in natura, il risultato di questo processo è considerato come un’invenzione. Pertanto, l’”invenzione” può richiedere il brevetto di quella nuova varietà attraverso un normale brevetto industriale. Anche la direttiva europea 98/44 sulla brevettabilità, trascritta nel Regolamento dell’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO) permette di brevettare:

prodotti che provengono da processi essenzialmente biologici (piante intere e/o componenti);
materiali biologici (informazioni genetiche, proteine…) ottenuti da processi non essenzialmente biologici ma non distinti dai processi nativi;
qualsiasi tipo di materiale biologico isolato dal suo ambiente naturale.

Ciò significa che la direttiva 98/44 permette di brevettare qualsiasi pianta che contenga l’equivalente “naturale” del materiale biologico brevettato – come il gene, i tratti genetici, ecc. Questo quadro non protegge una tecnica, un processo, un materiale biologico o un qualsiasi prodotto. Permette di brevettare l’informazione genetica, cioè una serie di piante o animali molto diversi tra loro, che non possono essere ridotti a una sola varietà vegetale o a una sola specie animale: tutti potrebbero contenere un’informazione genetica simile ed esprimere un carattere o una funzione ereditaria associata a questa informazione genetica specifica – che rappresenta la resistenza a un insetto o a un erbicida, la precocità, la qualità nutrizionale, il gusto, ecc. Così, i creatori di varietà e i contadini non saranno proprietari di quei brevetti, ma se incrociano o coltivano quelle piante, incontreranno grandi difficoltà nel dimostrare che non hanno utilizzato materiale coperto da proprietà intellettuale. In questo senso, potrebbero essere accusati di furto e falsificazione. Il rischio di una deregolamentazione dei nuovi OGM, dunque, è che le industrie sementiere avranno un monopolio esclusivo per l’utilizzo commerciale di quei semi.

Come siamo arrivati a rischiare nuovamente di mangiare cibo geneticamente modificato?

Nel quadro giuridico dell’UE, gli alimenti e i mangimi OGM sono considerati sotto tre direttive e due regolamenti, che garantiscono che lo sviluppo delle moderne biotecnologie – e in questo caso specifico gli OGM – avvenga in condizioni di sicurezza. La ragione di queste regole si basa sul principio di precauzione, inesistente ad esempio negli Stati Uniti dove l’onere della prova è a carico del consumatore. Sulla base di questo pilastro, il quadro giuridico dell’UE protegge la salute umana e animale e l’ambiente introducendo una valutazione di sicurezza dei più alti standard possibili a livello UE prima che qualsiasi OGM sia immesso sul mercato. Inoltre, le regole dell’UE assicurano un’etichettatura chiara per i prodotti OGM che sono commercializzati, al fine di consentire ai consumatori – così come ai professionisti – di fare una scelta informata. Infine, il quadro dell’UE garantisce la tracciabilità degli OGM immessi sul mercato.

Dall’avvento delle NBTs, le compagnie sementiere hanno cercato di escludere i prodotti ottenuti con le NBT dalla legislazione sugli OGM messa in atto nell’UE. Sostengono che le NBT non dovrebbero rientrare nel campo di applicazione della direttiva sugli OGM, perché i prodotti vegetali che risultano dalle NBT non differiscono dalle piante ottenute con mezzi di creazione varietale convenzionali – come l’incrocio sessuato o – anche – la mutagenesi. Una grande pressione è in corso sulla Commissione Europea e gli Stati membri, per permettere l’entrata nel mercato di questi nuovi prodotti.

Nell’estate del 2018, la Corte di Giustizia Europea ha stabilito che gli organismi ottenuti mediante alcune di queste nuove biotecnologie debbano essere soggetti alla direttiva europea sugli OGM, così come tutti quegli organismi che sono frutto di processi o tecniche non ‘naturali’. In questo senso, tutte le NBTs non possono essere considerate esenti dalla normativa OGM.

Riguardo alle New breeding techniques, la Corte sottolinea come “i rischi legati all’impiego di tali nuove tecniche di mutagenesi potrebbero risultare simili a quelli derivanti dalla produzione e dalla diffusione di Ogm tramite transgenesi”. E per questo i giudici, rifacendosi al principio di precauzione, ritengono che “la direttiva sugli Ogm si applica anche agli organismi ottenuti mediante tecniche di mutagenesi emerse successivamente alla sua adozione”.

A questo punto, alle lobby restava una sola cosa da fare. Se la legge inchiodava i nuovi OGM, bisognava cambiare la legge.

Ecco perché oggi è in corso un tentativo concreto di deregolamentazione delle NBTs, mascherata da una retorica che le vorrebbe come tecnologia in grado di salvare l’agricoltura dalla crisi climatica.

Qual è la vera posta in gioco?

La posta in gioco sul tema NBTs (o nuovi OGM) è che non si tratta di una questione meramente scientifica – e quindi non riguarda solamente i ricercatori e gli accademici – ma un elemento fondamentale del pacchetto tecnologico che si intende applicare allo sviluppo del sistema agricolo e alimentare, con tutte le sue ricadute sociali, ambientali, ecologiche, economiche. La posta in gioco è quindi tutta politica: cosa una società intende mangiare, come vuole che si produca il suo cibo, quali garanzie vuole dai processi produttivi, come vuole fronteggiare i cambiamenti climatici ma anche la crisi economica e sociale che stiamo vivendo. Politica agricola e alimentare, diritti fondamentali come diritto al cibo, sostenibilità e cambiamento climatico, crisi della povertà, sistemi agrari e loro prospettive future: questo è l’ambito su cui siamo chiamati a decidere.

Alla scienza dovrebbe restare la dimostrazione dei risultati della ricerca, l’analitica descrizione dell’oggetto, la correggibilità del processo conoscitivo. Nonostante ciò, oggi lo sviluppo delle nuove varietà vegetali è in gran parte in mano alle imprese e quindi – per definizione – di parte. Alle imprese sementiere interessa aumentare la quota di profitto prodotto dai loro investimenti. Remunerare proprietari e azionisti è la loro missione.

La reazione della società civile

Alla società civile spetta una battaglia epocale per evitare la liberalizzazione di nuovi OGM e la forzatura delle regole.

Per il nostro paese questa battaglia è quantomai cruciale. L’intera filiera agroalimentare italiana, convenzionale e biologica, è nota in tutto il mondo anche per il fatto che da oltre vent’anni il nostro paese ha deciso di restare libero da OGM. Questa decisione, grazie anche ad una legislazione sempre più stringente, rappresenta una chiave della forza commerciale e della garanzia di qualità del nostro cibo sul mercato. La deregolamentazione dei nuovi OGM metterebbe invece a rischio l’intero comparto con conseguenze irreversibili. Per questo la richiesta delle organizzazioni è che la sperimentazione resti nei laboratori accreditati e il rilascio rimanga sottoposto alle attuali condizioni della Direttiva UE del 2001, che obbliga a valutare accuratamente il rischio, tracciare ed etichettare gli organismi geneticamente modificati.

I prodotti ottenuti con le nuove biotecnologie, infatti, non risolveranno la crisi climatica, né aumenteranno la sostenibilità o ridurranno l’uso di fitofarmaci, e nemmeno miglioreranno le rese delle produzioni agroalimentari. Solo l’agricoltura biologica, l’agroecologia, le scelte responsabili di produttori e consumatori potranno assicurare la tutela della biodiversità, la riduzione effettiva di pesticidi ed erbicidi, la produzione di cibo sano in un ambiente sano.

È importante quindi oggi – come lo era vent’anni fa – proteggere il nostro sistema alimentare e rafforzarlo, invece di alimentare un modello agricolo che sta impoverendo chi già appartiene agli strati sociali più marginali della società e che rischia di cancellare l’esistenza dei contadini, unici veri custodi di saperi, biodiversità e paesaggio del nostro paese.

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Il coordinamento Italia Libera da OGM è composto da:

Crocevia, Associazione Rurale Italiana, AIAB, Federbio, Slow Food, Legambiente, WWF, LIPU, Firab, VAS, Navdanya, Terra!, Associazione Italiana per l’agricoltura biodinamica, Deafal, Isde, Terra Nuova ONG, Terra Nuova Edizioni, Civiltà Contadina, Fairwatch, Pro Natura, USB, ACU, Egalité, Alleanza Contadina, ASCI, Transform! Italia, Coordinamento Zero OGM, Agorà, Rete Bioregionale Italiana

È possibile partecipare attivamente alla raccolta firme contattando il coordinamento all’email italialiberadaogm@gmail.com - Vedi anche: https://www.associazioneterra.it/2021/12/17/nuovi-ogm-tea/



Fonte: https://comune-info.net/respingere-lassalto-dei-nuovi-ogm


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