sabato 30 maggio 2026

Lex sed dura lex...



Punteggiatura di un arco che dai proclami del Diritto alla felicità ci ha garantito la Certezza della pena. 

I bambini la sentono dire, ma, presi dai giochi dell’età, non ci fanno caso. Però ne assimilano la formula finché poi, da grandi, dopo mille altre repliche subliminalmente ascoltate, determinati e convinti, la tirano fuori dal proprio cilindro obbligato dalla cultura nella quale sono cresciuti e che li ha forgiati. A quel punto, “è la legge del mercato”, non è più solo una semplice verità esistenziale sempre in bilico tra bisogno e disponibilità e neppure l’espediente usuraio di qualche canaglia coi gemelli e la Rolls, è l’aria, indispensabile alla vita. 


Se la utilizzasse una madre nei confronti del figlio avremmo fatto dell’umanità un Panopticon da tutto esaurito da ergastolani in fasce.

 

Sul monolitico pilastro della legge del mercato sono state oligarchicamente elette le vie della colonizzazione. Per certuni, con boccoli e habit dégagé, non si trattava di nient’altro che un’ovvia conseguenza della propria superiorità e di quella del proprio popolo. Per questi, colonizzare non era depredare ma banalmente arraffare il necessario in cambio dell’azione civilizzatrice resa a negri, irlandesi, indiani, arabi, indios, eccetera, eccetera. L’elenco è geograficamente avvolgente e storicamente esteso.

 

Se con i bottini predati le labbra della voragine di ricchezza che separava colonizzati e colonizzatori si allontanavano inesorabilmente fino a provocare le rivoluzioni emancipatorie. Da quella apertura spalancata seguitano ancora a udirsi le grida dell’ingiustizia. Urla che non oltrepassa il comodo abitacolo a doppi vetri delle Rolls, ma neppure quello cigolante delle utilitarie.

 

Gli strumenti del saccheggio, vascelli e velieri, che avevano portato fucili e bon-bon ed erano ritornati con schiavi e ruberie senza che nessuno ne provasse vergogna, proseguirono dopo un passaggio in camerino per cambiarsi l’abito. Ad un certo punto non si poteva più usare deliberatamente la forza: i diritti umani seppur vessati stavano facendo il loro percorso nella storia.  

 

L’industrializzazione, che aveva ulteriormente dissanguato terre e popoli e che si era sovrapposta agli ultimi decenni delle colonizzazioni, si era trovata davanti a due orizzonti. Su uno campeggiava un cielo sereno, sull’altro, una preoccupante perturbazione. Al primo corrispondeva la disponibilità di mercati in cui affondare la siringa che li sfruttasse. Al secondo, l’avanzata del Quarto stato, l’Internazionale socialista, l’ideologia comunista. 


Ma, anche se la dimensione che coinvolgeva l’industria e i lavoratori aveva un’identità planetario-occidentale, i mercati erano per lo più locali. L’avvento della televisione e della ricerca psicologica nel campo della comunicazione pubblicitaria erano stati sapientemente amalgamati nel crogiolo degli industriali concentrati sul profitto.

 

Impregnati di merci i mercati nazionali, la triplice unità composta dallo spirito industriale, dei servizi e della comunicazione spinse gli uomini a guardare anche oltre confine in cerca di mercati vergini da profanare con la violenza del consumismo, un’inattesa (?) modalità di concezione del mondo, in quanto ormai necessario al sostentamento del sistema. Un’assuefazione che, come quelle di ogni altro genere, comportava la necessità e l’incremento della dose. 

 

Detto fatto. multinazionali, delocalizzazione e globalizzazione provvedevano ad ampliare il potere di pochi, a ridurre il costo del lavoro e delle merci. La legge del mercato lo richiedeva per fronteggiare la concorrenza che non era ancora cinese, ma completamente fratricida, cioè infranazionale e infraoccidentale e per scavalcare le difficoltà di scambio commerciale. 


Quest’ultimo, una specie di tappo tolto il quale, con la favola della distribuzione della ricchezza, tutti i paesi avrebbero subito lo tsunami delle merci e della comunicazione, unguento utile alla marea del consumismo. Una patologia che significa dipendenza dal consumo e che, fatto salvo pochi circoli dal carattere situazionistico, non è stata ancora dichiarata tale da alcuna politica e da nessuna cultura. E come potrebbero queste criticare, frenare o eludere la prima garanzia per l’estensione e il mantenimento dei mercati e dei mercanti vista la loro biologia economica? 


Nel contempo, dei plinti delle storie e delle culture locali, dell’idioma e dell’identità di persone e popoli demoliti dall’onda mortifera, non restavano che relitti lasciati a sé stessi nel liquame addolcito dai bon-bon che tutto stava invadendo.

 

Per il guadagno non si guarda in faccia a niente, la legge del mercato delle virtù morali non solo non sa che farsene, ma le ha surclassate e derise coprendo di buone maniere il vuoto della loro assenza. La mascherata di solito è taciuta, è assente dal dibattito pubblico come se tutti i pensieri fossero sotto incantesimo. Si preferisce legittimare, anzi celebrare, l’avidità, con l’impostura della legge del mercato. E che la legge dei bisogni primari vada a quel paese. Il dono, l’empatia, la condivisione sono per lo più dimenticate anche nelle relazioni più minute. L’ombra del chi più ha più è non smette di stare sul collo dei pensieri. Con tale spiritualità che altro mondo, oltre a quello sanguinante in cui ci troviamo, sarebbe potuto prosperare? 

 

Ma se il capitalismo reale, che con le lobby era in procinto di avere in sé il parlamento occulto del governo di parte del mondo a mezzo del denaro, quello finanziario e digitale è all’altezza di permettersi l’acquisto di un numero crescente di politiche statali. Parlare oggi di bene pubblico e di servizi sociali allappa il pensare dei progressisti uniti – quell’amalgama di rosso, di nero e altri sei colori, che ha venduto la politica al capitale – come se si volesse rimettere a posto le scaglie delle farfalle. Un’utopia socialista, secondo il gergo delle ideologie, che in mano a soggetti privati, resterà tale perché il profitto prevede lo sfruttamento delle persone, non la cura. È la legge del mercato che lo dice! Chiuso il discorso!

 

Se le politiche per il benessere sono una specie di muro del pianto della discarica, quelle del controllo appaiono invece come un’ara al centro dell’attenzione. Non più “patente e libretto” ma biometria come una camicia di forza indossata senza pena, per alcuni con soddisfazione.

 

Dei lavoratori, fatto salvo che in termini di mascherata, non ci si occupa più. Equivalgono a frazioni di macchinari cibernetici, ferri, byte e bit che non piantano grane. Sotto un’egida algoritmica, i lavoratori si trovano finalmente uniti. Ma questa volta il loro potere non sta nella consapevolezza del plusvalore che producono, ma in quanto consumano. Un criterio di mercato che, élite a parte, non esclude nessuno. O meglio, esclude dal diritto all’esistenza chiunque non voglia o non possa sottostare alle richieste del regista della mascherata. In sostanza, chiunque non voglia o non possa consumare. Chiunque non sia ligio nel rispetto della vita a punti.


Intanto, vita natural durante, il più possibile di tutti noi viene raccolto con metodi subdoli – anche quando sembrano trasparenti – e analizzato anche senza il trucchetto del consenso degli interessati. Una messe di informazioni che finisce nell’alambicco algoritmico gocciolante di verità indispensabili al mercato.

 

Guerre come industria da far girare e egemonia da mantenere, guerre senza neppure più il bisogno di favole all’antrace per scatenarle. Ora che il mazziere capitale può giocare a carte scoperte come mai prima, rivela al mondo in che direzione cieca corre il treno bestiame in cui siamo trasportati con tv 4k e connessione permanente. Ma il folle sferragliamento non arriva alle orecchie dei divanisti. Concentrati sul sostenibile, vanno al negozio giulivi per comprare l’auto, la moto, la bici, il quad e la barca elettrica certi di dare il buon esempio ai figli e al prossimo, soddisfatti per il tappo attaccato alla bottiglia e per aver risparmiato portandosi via tre merci al prezzo di due quando gliene serviva soltanto una e spesso nessuna. Sottrarsi così facendo alla responsabilità dell’inquinamento del mondo lo fa stare meglio, un po’ come sapere di Gaza e cambiare canale e delle emissioni del capitalismo e fare appello al magico TINA, ingrediente fondamentale per tutte le salse dello status quo. I divanisti si interessano all’economia circolare e all’impatto zero come fossero davvero medicine per guarire il pianeta. Sulle cause capitalistiche del cancro in cui riversa non sa e non vuole sapere nulla. E se proprio insisti, ti chiama luddista. 

 

La carta dell’immigrazione sconsiderata sarebbe stata geniale per l’uomo che l’avrebbe giocata, ma assolutamente banale per la legge del mercato. Fa parte della sua genetica, biochimica e fisiologia escogitare l’espediente utile a restare in piedi. Un po’ quello che fanno tutti quando s’inciampa. 


Il caporalato con i colletti bianchi – tanto per utilizzare termine datato, ma non estinto – vede nei disperati il necessario per abbattere il costo di produzione indispensabile per far pronte alla nuova concorrenza orientale, nei confronti della quale la legge del mercato da monopolistico-occidentale ha costretto i propri padroni a impegnarla sul tavolo verde della geopolitica, per giocare la partita con il nuovo giocatore chiamato Brics. Un gesto dietro il quale non v’è alcuna solidarietà sociale ma forse l’ultimo trucco dei capitalisti americani per evitare un isolamento dal mondo del proprio paese e il rischio con prospettive di autarchia forzata.

 

Nel grande caos – ma il lume della ragione e la ricchezza distribuita non dovevano portarci altrove? Quello della scienza non doveva condurci alla salute? E quello del benessere materiale non avrebbe estinto i drammi esistenziali? – la riduzione della democrazia, quello della popolazione e l’aumento esponenziale dei rifiuti non sono ancora temi dibattuti come lo erano stati la legge sul divorzio e poi quella sull’aborto. Appena la mentalità sarà stata fatta maturare a puntino, il progressismo che già allora vendeva e ciarlava di diritti individuali tornerà alla ribalta per calcare le vette dei salotti tv e i cortili dei social per sostenere il nuovo ordine mondiale di marca capitalista. E, se l’eutanasia pop non ha più salita ma solo discesa davanti a sé, la mercificazione dei propri organi a morte avvenuta, sarà promossa dal basso, dai poveracci, avvinghiati alla speranza di sottrarre i propri figli dalla pena quotidiana. La legge del mercato ce lo chiede.

 

Esatto, è la legge. Ma la legge si inventa, si cambia, si abroga. Quindi è arbitraria, a vantaggio di pochi e a protezione (si fa per dire) di chi si adegua. Se il liberistico Sogno americano è stato una flebo che a mani basse ha assuefatto lo spirito dei benpensanti/nullapensanti dell’intero occidente, chi non si è fatto intossicare e chi è riuscito a liberarsi dalla dipendenza non ha peso politico, non conta nulla se non nelle proscrittive liste dei copisti velinari che, come sostengono la nazista ma democratica Ucraina, così raccolgono in un solo fascio tutte le erbe dei dissidenti, siano terrapiattisti, nowax, nowar, putiniani e utopisti. 


È giusto! È la legge del più forte! È naturale! Così parlano i sostenitori del sistema che ha creato i problemi esiziali che ci piovono sulla testa come in un fortunale e che – surreale epilogo – crede di risolversi senza abbandonarlo.


E poi, non è per niente naturale, non c’è consonanza tra l’accumulo capitalistico e ciò che accade in natura, dove sussiste solo il necessario al sostentamento.


Infine, le categorie appena citate inventate dai giornalacci e denigrate dalla maggioranza divanistica forse, proprio nella crescente bromurizzazione generale cui stiamo assistendo, troveranno l’idea giusta per radunarsi e fare breccia. È la legge della sopravvivenza!


Lorenzo Merlo





Nessun commento:

Posta un commento