martedì 8 agosto 2017

Inquinamento ambientale - Troppi pesticidi nelle acque


Risultati immagini per Monitoraggio dei  pesticidi nelle acque

Il rapporto di ISPRA “Monitoraggio nazionale dei pesticidi nelle acque. Indicazioni per la scelta delle sostanze” si inserisce a pieno titolo nell’ambito della regolamentazione dei pesticidi perché il Piano di Azione Nazionale previsto dalla Direttiva CE sull’utilizzo sostenibile dei pesticidi definisce compiti e scadenze per il monitoraggio.

Le Regioni inviano a ISPRA, che svolge un ruolo di indirizzo tecnico-scientifico, i risultati del monitoraggio che vengono successivamente elaborati e valutati dall’Istituto, tenendo sempre come riferimento il contesto della normativa per la tutela delle acque.

Lo scopo di questo rapporto, a copertura nazionale, è quello di individuare lacune nella fase autorizzativa e effetti negativi nella fase di utilizzo, di fornire informazioni sulla qualità delle risorse idriche rispetto alla contaminazione da pesticidi e di seguirne l’evoluzione 

vendite prodotti fitosanitari
Dal punto di vista normativo, i pesticidi si dividono in due famiglie:
  • prodotti fitosanitari utilizzati in agricoltura
  • biocidi, impiegati in vari campi di attività (disinfettanti, preservanti, pesticidi per uso non agricolo, ecc.).
Spesso i due tipi di prodotti utilizzano gli stessi principi attivi e, essendo concepiti per combattere organismi considerati nocivi, possono essere pericolosi per gli organismi viventi in generale.
Poiché sono circa 400 le sostanze impiegate in agricoltura in vaste aree di territorio, il monitoraggio dei pesticidi risulta essere molto complesso.

La conoscenza dell’effettivo consumo di prodotti fitosanitari e delle aree di utilizzo sarebbe il necessario punto di partenza per l’individuazione delle sostanze nella pianificazione del monitoraggio perché questi dati sono indicatori della pressione antropica e della possibilità di contaminazione ambientale. Purtroppo però, in assenza di un sistema di rilevazione dei consumi effettivi, si può solo far ricorso ai dati di vendita che l’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) elabora annualmente sulla base delle dichiarazioni delle ditte che li producono e commercializzano.

Nel 2014 sono stati immessi in commercio circa 130 mila tonnellate di prodotti fitosanitari, con un contenuto di principi attivi pari a circa 59 mila tonnellate. Il 62,1% dei principi attivi sono fungicidi, seguono i “vari”- fumiganti, i fitoregolatori, i molluschicidi, i coadiuvanti, etc.- (14,8%), gli erbicidi (13,1%), gli insetticidi e acaricidi (9,4%) e i biologici (0,5%).

Dal 2001 al 2014 c’è stata una sensibile diminuzione delle quantità messe in commercio, i formulati sono diminuiti del -12% e i principi attivi hanno avuto un calo più marcato del -22,2%. La diminuzione è anche più sensibile per quanto riguarda i prodotti più pericolosi, tendenza favorita dagli orientamenti della politica comunitaria e nazionale.

distribuzione principi attivi

Con il passare degli anni la rete di monitoraggio si è molto rafforzata, nondimeno resta un forte divario fra le regioni del nord e quelle del centro-sud, inoltre vi è la necessità di un aggiornamento continuo che includa l’utilizzo di nuove sostanze.
Nel rapporto vengono prese in considerazione non solo le sostanze che hanno una rilevanza normativa ma anche quelle che non la hanno e quelle che sono “candidate alla sostituzione” ai sensi del Regolamento 1107/2009; vengono inoltre forniti i dati di vendita da cui si possono dedurre i carichi sul territorio e sono analizzate le caratteristiche di pericolo delle sostanze tenendo conto della classificazione europea del Regolamento 1272/2008 concernente classificazione, etichettatura e imballaggio delle miscele.

Il report prende in esame anche altre caratteristiche di pericolo, come quelle delle sostanze persistenti, bioaccumulabili e tossiche o molto persistenti e molto bioaccumulabili e quelle degli interferenti endocrini, che, pur non avendo una classificazione specifica, sono di particolare rilevanza sanitaria e ambientale perché definite sostanze “estremamente preoccupanti” nel quadro regolamentare europeo.

Rispetto al passato, in questo studio sono stati presi in considerazione anche i biocidi e viene data un’importanza significativa ai prodotti di degradazione, tuttora poco considerati nei programmi di monitoraggio; infine un capitolo è dedicato alle miscele di sostanze perché è ampiamente riconosciuta la necessità di tenere conto dei possibili effetti cumulativi.

Il rapporto fornisce importanti informazioni sulle combinazioni e sulle frequenze delle miscele e di questo si dovrebbe tenere conto nella programmazione del monitoraggio, includendo le sostanze che possono determinare effetti rilevanti nelle combinazioni più frequentemente riscontrate nelle acque.

Gli esperti ribadiscono però che il ritiro dal mercato può non risolvere i problemi di contaminazione dovuti all’uso passato delle sostanze, come dimostrano i dati di monitoraggio, mentre le valutazioni previsionali dell’esposizione risentono della carenza e dell’estrema variabilità dei dati disponibili.

Il "Monitoraggio nazionale dei pesticidi nelle acque"
(Fonte: Arpat)

lunedì 7 agosto 2017

L'attuazione bioregionale ed il messaggio ecologista del Circolo vegetariano VV.TT.

Cielo
Usando un termine un po’ inflazionato potremmo dire che la nostra è un’azione sulla memoria degli elementi: acqua, aria, terra, fuoco ed etere aggiungendovi l’essere umano in quanto componente della natura. Se si perde il senso di appartenenza all’intera comunità dei viventi, infatti, si va verso l’annichilimento della nostra gloriosa specie umana.
Come dice l’amica Aurora Bussi: “Tutte le civiltà nascono e muoiono raggiungendo il limite di ciò che sfruttano”. In questo contesto occorre fare un parallelo fra elementi naturali e la presenza umana, nonché il rapporto fra i vari esseri.
Finché si continua a vedere l’uomo e la donna come separati dal resto del mondo non avviene quel processo alchemico trasmutativo della coscienza in termini di condivisione globale dell’uomo nella natura. Il nostro è un viaggio verso ciò in cui siamo sempre stati: la casa Terra. Ed una volta realizzato che siamo già a casa possiamo cominciare a prendere in considerazione un ritmo diverso, uno stile di vita diverso della nostra presenza sul pianeta. Possiamo definirlo Armonia?
“La flessibilità dell’ambiente ecologico e della civiltà umana, che risulta dalla combinazione di entrambi, è così un sistema ecologico che si definisce per ‘variabili interconnesse’ con soglie di tolleranza superiori ed inferiori. L’adattamento si consegue con la modificazione delle variabili”.
Paolo D’Arpini – Circolo Vegetariano VV.TT.
Treia - passeggiata a Santa Sperandia
Per info 0733216293 – circolovegetariano@gmail.com

domenica 6 agosto 2017

Biopsicologia - Comunicare attraverso gli elementi della natura: con l’acqua, con l’aria…


In Fisica si dice che tutto è energia, in varie forme e frequenze. In neuropsicofisiologia che è una integrazione tra psicologia cognitiva, fisiologia e neurologia, si afferma che i nostri sensi sono in realtà dei trasduttori di forme di energia fisica in altre forme di energia biochimica che entra in risonanza col nostro DNA e con il nostro sistema nervoso e col cervello. (Fisica dell’informazione, M. Trimarchi, M. Manzelli, 89)
Quindi possiamo scientificamente dimostrare che tutto é comunicazione: anche le informazioni che riceviamo dall’ambiente, siano sonore, luminose, gustative, olfattive, tattili, trasmesse tramite l’aria, il corpo e tramite l’acqua di cui siamo composti in gran parte. Lo stesso avviene pure negli animali, piante, minerali, quindi gli alimenti che mangiamo e che diventano sangue e nutrimento dentro di noi. Si tratta quindi di informazioni biologiche che comunicano coi nostri organi e influiscono sul nostro umore e sul benessere psicofisico globale, come si afferma secondo una visione olistica integrata. (N. Montecucco, 2005)

Per fare un esempio immaginiamo il sasso che cade nell’acqua e fa cerchi concentrici, che si ampliano e portano lontano il movimento generato dal sasso: ogni comunicazione fa questo nell’aria o nell’etere, ecc., quindi energia, informazioni e comunicazione sono presenti ovunque.
Dato allora che tutto è comunicazione anche l’acqua, elemento comune in natura e di cui siamo composti oltre il 70%, trasmette la comunicazione come l’aria e come pure la carta o altri elementi in natura o artificiali, ad esempio nei computer. Dei recenti studi che seguo da anni, cercano di dimostrare, tramite ricerche scientifiche la cosiddetta ‘memoria dell’acqua’ . Questo potrebbe dare spiegazione dell’omeopatia come medicina energetica che veicola informazione tramite l\’acqua, anche quando la sostanza è molto diluita e non presente più a livello chimico. Sono infatti in corso nuovi studi in questo nuovo campo, finora ancora considerato alternativo.
Ricordiamo il caso Benveniste, che scrisse su Nature (1988) e fu poi considerato un falso e contestato, anche per aver messo in discussione idee e interessi consolidati. Ora il premio Nobel francese Luc Montagner, scopritore del virus dell\’Aids, recentemente con la sua equipe ha scoperto che il DNA si può trasmettere da una provetta a una contenente solo acqua, tramite onde elettromagnetiche e poi ricomporsi tramite i suoi componenti naturali messi nella provetta dell\’acqua, nella stessa sequenza di quello dell’altra provetta, sempre tramite l’acqua, (vedi intevista Montagner del 2012 della televisione di Stato italiana.)
Si sta sperimentando come sfruttare questi esperimenti già riprodotti in altri laboratori nel mondo e con il supporto della teoria scientifica del fisico italiano Emilio Del Giudice, (2010), pure intervistato nello stesso servizio, in cui si parla anche della necessaria integrazione tra chimica e fisica, la Biofisica. (P. Spaggiari, 2002)

Lo stesso principio varrebbe secondo questi fisici nella omeopatia, dove l’ informazione di sostanze vegetali, minerali, ecc. viene veicolata dall’acqua. Penso poi in medicina naturopatica ad altre terapie naturali, come l’idroterapia, che usa l’acqua stessa come elemento principale di cura e lo stesso si può fare con l’acqua di mare o l’acqua in cui siano state immesse alcune sostanze naturali, chimiche o frequenze fisiche, acqua detta ‘informata’.
Tuttavia secondo i miei studi da psicologo in Neuropsicofisiologia che accennavo all’inizio ciò vale anche per le terapie psicologiche, in quanto la parola può essere usata come farmaco, se opportunamente dosata per stimolare il Sistema nervoso, il cervello sinistro e destro e quindi l’umore e le funzioni fisiologiche del corpo umano. Considerando che queste strutture fisiche sono composte a livello chimico in gran parte come dicevo da acqua e sostanze in essa disciolte e gli studi di Masaru Emoto sono interessanti anche a questo riguardo, come pure la Fisica dell’informazione, creata da Michele Trimarchi in Italia negli anni ‘80, col paradigma E=m=i Energia uguale materia, uguale informazione, che amplia la formula di Einstein (M.Trimarchi, 1982).
Infine come vegetariano sono consapevole che frutta, verdura e legumi sono composte in gran parte di acqua e specie se biologiche possono veicolare la Vita in modo certamente migliore che cibi a base di carne e cibi con aggiunta di additivi chimici o molto raffinati a livello industriale…integrando queste conoscenze è quindi possibile gestire meglio la propria vita e alimentazione in modo consapevole.

dr. Ciro Aurigemma, psicologo
Risultati immagini per Ciro Aurigemma, psicologo

sabato 5 agosto 2017

10 agosto, non son lacrime... ma semi di vita!


Risultati immagini per acca larentia  stelle cadenti

Tutti noi quando eravamo bambini, e forse anche da adulti, aspettavamo la notte del 10 Agosto per esprimere quei desideri che non potevamo apertamente manifestare, affidandoli alle scie luminose. Le famose stelle cadenti della notte di San Lorenzo.
Nella mitologia cristiana questa data è legata al martirio del santo, che dal III secolo si dice sepolto nell’omonima Basilica a Roma. La leggenda narra che le stelle cadenti siano le lacrime del martire versate durante il suo supplizio, che vagano in eterno nei cieli, e scendono sulla terra, soltanto nel giorno in cui Lorenzo morì, creando così un’atmosfera del tutto magica.
In questa notte infatti, si crede, si possano avverare i desideri di chi con il naso all’insù aspetta di vedere una stella cadente mentre si pronuncia una filastrocca che così recita: “Stella, mia bella stella, desidero che…”, e sognando come in una fiaba si attende che l’evento desiderato si avveri e verifichi durante l’anno. Ma la tradizione magica delle stelle cadenti è ben più antica.
I cristiani si inventarono la figura di San Lorenzo traendola dalla Divinità etrusca Acca Larentia, poi acquisita dai Romani, un tempo: Madre Terra, poi: Sacra Prostituta (che si prostra), protettrice di plebei e della fertilità dei campi, era assimilata a Fauno e Lupesco. Dalla Dea  Larentia a San Lorenzo il passo è brevissimo.

Immagine correlata

Dal che se ne deduce che le celebrazioni del 10 agosto risalgono alle divinità fecondative che, oltre all'aspetto femminile di Acca Laurenzia, sono identificate nel maschile: Priapo (anche detto: Pan, Dioniso, Luperco, Inu, Fauno). Le Falloforìe, erano festeggiate il giorno dello Sciame meteorico annuale, come simbolo della pioggia del seme fecondatore che cade sulla terra.
Nel “De cupiditate divitiarum”, Plutarco così ci illustra la processione in onore del Gran Dio Priapo del 10 di agosto e giorni seguenti: "In testa è portata un’anfora di vino misto a miele, ed un ramo di vite. Segue un altro processionista con un cesto di fichi.
Infine, le Vergini portatrici del fallo gigantesco col quale erano irrorati i campi". In Grecia, invece, le processioni col fallo terminavano con una pioggia di acqua mista a miele e succo d’uva indirizzata verso i campi, quale eiaculazione del seme primordiale, origine della Vita.

Paolo D'Arpini

Risultati immagini per paolo d'arpini

venerdì 4 agosto 2017

Specie "aliene" colonizzano le nostre spiagge...


Risultati immagini per Specie aliene colonizzano le nostre spiagge... vedi

L’attenta osservazione dei campioni prelevati da alcune stazioni di monitoraggio  ha permesso di descrivere una nuova specie di polichete: Caulleriella mediterranea Lezzi 2017.
La specie descritta appartiene alla famiglia Cirratulidae, piccoli anellidi comuni nei substrati delle acque marine, caratterizzati da un corpo vermiforme ricoperto da tentacoli e branchie.
Non è un caso aver scoperto e dato un nome ad una specie appartenente a questa famiglia; è infatti risaputo dalla comunità scientifica che tale macrogruppo è largamente sconosciuto e la sua biodiversità sottostimata.
Lo studio descrittivo è stato svolto sugli esemplari di quella che poi sarebbe stata riconosciuta come una nuova specie di polichete, di cui non ne esisteva alcun organismo con caratteristiche simili.
Ovviamente il concetto di “nuova” specie non significa che non esisteva prima del suo ritrovamento ma semplicemente che se ne ignorava l’esistenza e probabilmente si confondeva con specie congeneriche simili.
Caulleriella mediterranea (vedi immagine) è stata individuata in molteplici località Tirreniche su sabbia a circa 10 metri di profondità dove rappresentava fino al 6% della totale abbondanza di organismi.
La nuova specie è di piccole dimensioni (2,5 cm) e si contraddistingue per la particolare forma delle chete (nome delle loro appendici) e da un insieme di caratteri morfologici accuratamente descritti nell’articolo pubblicato sulla rivista internazionale “The European Zoological Journal” [M. Lezzi (2017) Caulleriella mediterranea, a new species of polychaete (Annelida: Cirratulidae) from the central Mediterranean Sea].
Gli organismi descritti sono stati donati al Museo di Storia Naturale dell'Università di Pisa e al Natural History Museum of London dove saranno disponibili all’intera comunità scientifica.
Rimane comunque sorprendente come sia ancora possibile “scoprire” nuove specie in ambienti apparentemente ben conosciuti. Accanto alle azioni che mirano alla tutela della biodiversità, rimane indispensabile la sua conoscenza e il suo valore nella funzione degli ecosistemi.

Testo a cura di Marco Lezzi – U.O. Biologia – Settore Laboratorio – Area Vasta Costa

giovedì 3 agosto 2017

EmergenSea - Il Mare è Vivo (se non lo uccidiamo con i nostri rifiuti...)


Risultati immagini per mare vivo

L’unico modo per contrastare l’inquinamento del mare è essere coscienti e attivi in prima persona, facendo quei piccoli gesti, anche semplici, che diventano però decisivi, una volta moltiplicati nel tempo.

Questo il messaggio lanciato dall'associazione Marevivo con #EmergenSea, la nuova campagna di sensibilizzazione e informazione a bordo di navi, nelle marine, sugli stabilimenti balneari, presso i club velici, il cui claim è “Ognuno di noi può fare qualcosa per difendere il mare”. Raccogliere e riciclare sono infatti gesti di responsabilità che contribuiscono a salvare il nostro mare.
sito web emergensea 

Ogni anno, nel mondo, vengono prodotte 280 milioni di tonnellate di plastica e, secondo diversi studi, si stima che oltre il 10% finisca in mare. È come se, ogni minuto, un camion versasse il suo contenuto di rifiuti nelle acque. Si prevede che nel 2050 le tonnellate prodotte diventeranno 400 milioni.
Ogni giorno, 200 milioni di mozziconi di sigarette, che impiegano fino a 5 anni per decomporsi, vengono gettati nell’ambiente.
L’anidride carbonica prodotta da un giorno di condizionatore è pari a quella che producono tre corse di un autobus in una grande città e spesso si lascia con leggerezza il climatizzatore acceso anche quando non si occupano le stanze.
Sono dati che possono sconfortare, invece Marevivo, impegnata a contrastare l’inquinamento dal 1985 e che, in questi mesi, sta portando avanti una campagna contro la marine litter “Mare mostro”, non vuole arrendersi, anzi rilancia.­­ Quest’estate arriva #EmergenSea per mettere in evidenza come i rifiuti possono diventare una risorsa.
“RICICLA, RIDUCI, RIUSA” è uno degli slogan utilizzati nel video prodotto.
Lo stesso messaggio è presente nel materiale informativo distribuito a bordo delle navi e negli esercizi aderenti all’iniziativa. Vengono evidenziati i piccoli gesti e comportamenti virtuosi da tenere per contribuire a salvaguardare l’ambiente e il mare:
  • Gettare i rifiuti solo dove è consentito e non disperderli nell’ambiente
  • Riciclare e recuperare
  • Risparmiare le risorse
  • Consumare in maniera responsabile
  • Avere comportamenti corretti in spiaggia rispettando la Natura
Attualmente nel mondo solo il 14% della plastica viene riciclato, quando non lo facciamo il 32% della plastica prodotta finisce nel nostro ecosistema.
“Solo attuando un’economia circolare, con azioni concrete come quelle del recupero e del riciclo di tutti i rifiuti prodotti della nostra civiltà, si potrà sperare di arrestare l’inquinamento che sta distruggendo il nostro mare, mettendo a rischio la sopravvivenza dell’uomo sul pianeta” - ha spiegato Rosalba Giugni, presidente di Marevivo, presentando la campagna - Il mare infatti è il polmone blu della Terra, produce l'80% dell'ossigeno e assorbe 1/3 dell'anidride carbonica, solo quando è in buona salute".
A bordo delle navi e dei traghetti e nelle marine che aderiscono sarà possibile trovare i materiali informativi e su alcune imbarcazioni, inoltre, saranno presenti macchine compattatrici per bottiglie di plastica e lattine che separano e compattano i materiali rendendoli pronti per il riciclo. In questo modo si faciliterà lo smaltimento dei prodotti che potranno essere più agevolmente conferiti a seconda delle situazioni, direttamente ai Comuni o alle industrie di trasformazione, contribuendo ad eliminare il rischio della loro dispersione nell’ambiente.

locandina salvailmareconnoi
Fonte: Arpat

martedì 1 agosto 2017

Cargo - Come distruggere il pianeta... facendo affari!



Risultati immagini per cargo portacontainer

Pieni di alta coscienza ambientale,   di sicuro siete già molto preoccupati di quanto inquinano   gli automezzi a combustione interna, specie Diesel.  Presto vi faranno allarmare sempre più, grazie ad appositi servizi mediatici.  Ma ecco la soluzione: come a segnale convenuto, Volvo annuncia che produrrà  solo auto elettriche  o ibride, BMW costruirà una Mini elettrica in Gran Bretagna , “Mercedes sfida Tesla: dieci modelli elettrici dal 2022”.  Elon Musk , il più geniale imprenditore secondo i media ,   ha già costruito  la Tesla  Gigafactory,  “la più grande fabbrica del mondo”, che (promette)  “dal 2018 potrà fornire celle al litio per 500.000 vetture all’anno”.

E se accadesse che la maggior parte dei consumatori, arretrati ed ecologicamente scorretti,  non fossero convinti della convenienza di acquistare  auto elettriche con batterie al litio,  decisamente più costose?  Niente paura: ecco i governi che, sempre solleciti del vostro bene,   già annunciano:   vieteremo l’entrata delle auto a Londra entro il 2040, a Berlino  entro il 2020, “Parigi ed Oslo dichiarano la guerra al Diesel”,  i sindaci di diverse capitali stanno seguendo:  solo  auto elettriche  nei centri cittadini. Il governo Usa elargirà a Elon Musk 1,3 miliardi di sussidi pubblici,  per la sua  geniale impresa (Musk è geniale anche nell’intercettare  sussidi  pubblici).  Vi toccherà comprare un’auto elettrica.  Ostinarsi a tenere un diesel sarà  segno di rozzezza e  insensibilità, come essere “omofobo” e populista.

Di punto in bianco, l’auto elettrica.

E   anche i governi, avrete notato, si sono schierati per l’elettrico  “a segnale convenuto”  –  signo dato, come dice Giulio Cesare nel De Bello Gallico.  Chi  e da qual luogo abbia dato lo squillo di tromba convenuto a cui tutti i leader e le Case obbediscono,  è difficile dire;  ma dev’essere  lo stesso centro,  che sta dovunque e  in nessun luogo,  che ha comandato di  insegnare il gender ai bambini dell’asilo,  l’obbligo di 12 vaccini ai neonati,  il matrimonio ai sodomiti,  puntare all’abolizione del contante,   ridurre la Chiesa  cattolica ad una copia sbiadita di Human Right Watch, e presto legalizzare  l’eutanasia per le bocche inutili.  Tutte cose di cui fino a pochi anni fa nemmeno si parlava, e d’improvviso vengono attuate  dalle due parti dell’Atlantico, simultaneamente,  come da segnale convenuto.

La   decisione titanica di riconvertire l’industria dell’auto non può esser venuta che molto dall’alto, ed  esser dovuta a motivi strategici che saranno chiari più avanti. Forse s’è deciso di tagliare per sempre il lucro petrolifero ai paesi produttori, specie a quello che, solo, si rifiuta di piegarsi alla Superpotenza. Forse hanno  pronta una innovazione cruciale nelle batterie, e questa innovazione è nelle mani “giuste”. Forse hanno escogitato questo processo per rivitalizzare – letteralmente con un  elettroshock –   l’economia dell’intero mondo occidentale,  dal 2008 in stagnazione irreversibile nonostante i troppi  trilioni di dollari iniettati dalle banche  centrali nel sistema:  nonostante il denaro a costo sottozero, le banche non lo offrono, le imprese non lo chiedono, i privati   se possono li tengono in deposito;  la   velocità di circolazione  di moneta cala invece di salire, di inflazione non si vede l’ombra . L’obbligo di comprare auto elettriche,  con la  riconversione di tutta la rete di rifornimento  dalla benzina alla corrente, dovrebbe innescare l’auspicata ripresa e la fiammata inflazionista.

Contro l’inquinamento, naturalmente

Qualunque sia la ragione,  quella che vi diranno è  la più virtuosa:  contro l’inquinamento, contro l’effetto serra, per   bloccare il riscaldamento globale prodotto dalle auto  coi loro particolati dannosi.

Questo  serve ad introdurre  e spiegare il  titolo  di questo articolo.   Voi non   lo sapete, ma   venti   navi porta containers  inquinano   quanto  la totalità degli automezzi  circolanti nel mondo.  Sono cargo colossali, lunghi trecento metri –  Maersk ne ha di 400 metri, quattro volte un campo di calcio  –  perché più  sono colossali, più peso e containers possono trasportare, e quindi più il costo del trasporto diminuisce.  I loro titanici motori, onnivori,  bruciano  ovviamente tonnellate di carburante:  ovviamente il meno costoso   sul mercato,  residui della distillazione catramosi, financo “fanghi di carbone”, con altissime percentuali di zolfo che alle auto, semplicemente, sono vietate.

Per questo 20  cargo  fanno peggio che tutto gli automezzi sulla Terra.  Il punto è che non sono venti;  sono 60 mila supercargo che stanno navigando gli oceani,  traversano gli stretti di Malacca, fanno  la fila per entrare nel canale di Suez,  superano  Gibilterra  e dirigono alle Americhe.

Non solo, ma ogni anno  si contano 122 naufragi – uno ogni tre giorni – di cargo con più di 300 containers; che finiscono in mare col loro contenuto:  quanto di  questo contenuto è inquinante? Secondo gli esperti,  ogni  anno vanno a  fondo in questo modo 1,8 milioni di tonnellate l’anno di prodotti tossici.  Insieme,  beninteso, a duemila marinai; duemila morti l’anno,  perché  il loro è il secondo mestiere più pericoloso del mondo.

Il primo è quello del pescatore, spiega un’esperta intervistata in una inchiesta di France 5, “Cargos, la face cachée  du Fret” (Cargo, la faccia nascosta del trasporto  marittimo):  una inchiesta impressionante, che non   si capisce come sia riuscita a passare in un medium  mainstream – evidentemente ci  sono ancora giornalisti  non-Botteri.  Una indagine spietata su questo settore   – le multinazionali dell’armamento – che preferisce stare nell’ombra;  i cui colossi battono bandiere di comodo,  dalla Liberia alle Isole Marshall,  da Tonga a Vanuatu, e persino della Mongolia,  che non ha sbocco a nessun mare, ma offre condizioni di  favore agli armatori  globali. Fra le quali c’è  questa:  che qualunque sia la nazionalità dei marinai, le leggi sul lavoro,   obblighi salariali ed assicurazioni  infortunistiche e sanitarie applicate loro sono quelle della nazione di  bandiera. Tonga e Mongolia sono famose per l’avanzata legislazione sociale.

Di fatto, metà del personale navigante  è  filippino, perché “i filippini sanno l’inglese e costano poco”; un saldatore  filippino  su un cargo conferma, guadagno quattro volte più di quello che prenderei al mio paese, “ma è come stare in prigione”.  Gli smartphone non prendono, Internet  nemmeno a pensarci, gli alcoolici sono vietati sulla  flotta Maersk.  Se poi un’ondata ti porta via dal  ponte durante una tempesta,  oppure resti schiacciato dallo scivolare dei containers male assicurati,   la famiglia può adire alle  corti  mongole o di Vanuatu.    Ormai non si sbarca più nel porti, non c’è riposo:  la grande invenzione dei containers, questi parallelepipedi di quattro misure standard, intermodali, ossia concepiti come caricabili su pianali di treno o di camion, non consentono soste:  lo stivaggio non esiste più, ormai dagli anni ’60;   uno solo di questi  mega-cargo, ci informano, può  caricare 800 milioni di banane (abbastanza per dare una banana ad ogni abitante d’Europa e Nordamerica),  scaricarle in 24  ore,  e poi via, perché  il tempo è denaro.  Il comandante (il servizio ne intervista uno,  è un romeno) non sa cosa trasporta e non gli importa:   del contenuto di ogni container   – che parte sigillato – è legale responsabile lo speditore,   e il destinatario.  Ciò praticamente azzera i  controlli doganali, con gran risparmio del tempo  che è denaro. Vari dirigenti di frontiera sostengono che “solo” il 2% può contenere armi o droga, “perché  la massima parte degli spedizionieri rispetta le leggi”.  Un’industria senza regole ,  del tutto estraterritoriale, che rende alle compagnie giganti 450 miliardi di giro d’affari.

Quando i grandi cargo ripartono, sono in parte scarichi avendo lasciato sulla banchina parte dei containers: allora, per stabilizzare l’equilibrio, pompano   nei cassoni decine di tonnellate di  acqua  di mare.  Con migliaia di pesci e creature viventi che  poi trasportano, e scaricano, a migliaia di chilometri dal loro habitat nativo.    Per tacere del rumore dai motori  (sott’acqua, risulta 100 volte il volume sonoro di un jet), un inquinamento  acustico fortemente sospettato di disorientare i grandi cetacei, che sempre  più spesso finiscono spiaggiati.

Ma allora – direte voi  – se governi e  lobbies ecologiste sono così preoccupati per l’inquinamento dei mari e il riscaldamento globale, tanto da aver deciso di vietare prossimamente tutte  le auto a motore a scoppio del pianeta  e sostituirle con motori elettrici puliti e più  efficienti,  perché non pongono qualche limite ai mega-cargo e  alle mega-petroliere? Se 20 di loro   inquinano come la totalità degli automezzi,  basterebbe ridurre dello  0,35 per cento il traffico navale per ottenere lo stesso  risultato di disinquinamento  della riconversione globale all’auto elettrica.

Risultati immagini per auto elettrica

Ma no. Avete fatto la domanda sbagliata.  Vi deve mettere sull’avviso il fatto che il Protocollo di Kioto non copre il trasporto marittimo, ignora quel che inquina e distrugge.    Come spiega  l’economista  Mark Levinson, autore dello studio più  approfondito sui containers, The Box: How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger, (Princeton University Press), “la gente crede che la  globalizzazione sia dovuta alla disparità dei salari, che provoca la delocalizzazione della produzione in Asia o dovunque la manodopera è meno cara.  Errore: la disparità di salari esisteva anche prima della mondializzazione. Quello che permette lo sfruttamento della manodopera a basso  costo per fare prodotti da vendere poi  sui  mercati di alto reddito,  è  l’abbassamento tremendo dei costi di trasporto navale. Questo è il  fattore cruciale, reso possibile dai containers e dalle mega-cargo, che   riducono il costo all’osso”.

Costi talmente bassi, “che conviene spedire i merluzzi pescati nel mar di Scozia  in Cina  in container refrigerati   per essere sfilettati e ridotti a bastoncini in Cina, e poi rimandati  ai supermercati e ristoranti di Scozia, piuttosto che pagare retribuire sfilettatori  scozzesi”.   Questo lo racconta Rose George, giovane giornalista britannica, che dopo 10 mila chilometri fino a Singapore a bordo della Mersk Kendal, una portacontainer da 300 metri, manovrata da   solo 20 uomini, ha scritto un libro chiamato “Novanta per cento di tutto – Dentro l’industria invisibile che ti porta i vestiti che indossi, la benzina   nella tua auto e il cibo nel tuo piatto”. (Ninety Percent of Everything: Inside Shipping, the Invisible Industry That Puts Clothes on Your Back, Gas in Your Car, and Food on Your Plate).   Perché la   brava giornalista ha scoperto questo: che nella nostra società post-industriale dove non produciamo più ma compriamo, il 90 per cento di ciò che ci occorre e che acquistiamo, ci viene portato dalle portacontainers.  Tutto: dalla carta al legname, al bestiame vivo al macellato e surgelato.   Il giaccone di sintetico imbottito, i jeans, le giacche   che trovi da Harrod’s  o alla Standa, sono cuciti in Vietnam o Bangladesh;  smartphone e tablets e tutta l’elettronica di consumo, viene dalla Corea, dalla Cina,dal Giappone; non parliamo di  frigoriferi e lavatrici; il grano, dal Canada o dall’Australia; le primizie   di frutta e verdura fuori stagione, dagli antipodi.

Immagine correlata

Una volta scaricati, i containers  sono vuoti a rendere, che sono noleggiati per altri viaggi; prima o poi finiscono  per rifare la rotta di ritorno, dall’Occidente all’Asia. Riempiti, per non fare il viaggio a vuoto, di   rottami metallici e di plastica,  di  stracci e vestiti vecchi, di  carta usata da riciclare.  Tutto ciò che ci resta  dopo aver consumato  cose che un tempo sapevamo fare,  ma che adesso compriamo perché ci costano meno che  pagare i nostri  operai.  Un “meno” che ha un costo altissimo, sociale, di civiltà, ed ambientale.  Basta pensare all’eventualità che   il colossale traffico si debba bloccare, come è possibile per un una guerra guerreggiata che blocchi, poniamo, il Canale di Suez, o renda impraticabile Malacca  o – facilissimo – Ormuz  : la nostra autosufficienza, insomma autonomia economica vitale, sarebbe il 10 per cento di quel che ci abbisogna.