venerdì 16 giugno 2017

La scissione del 2010 nella rete bioregionale vista dal sentiero bioregionale ... Ed alcune spiegazioni sui fatti


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Spilamberto. Il 15 giugno 2017  aveva piovigginato  e dalla cassetta della posta spuntava l'angolo di una bustona contenente l'ultimo numero di Lato Selvatico,  si era un po' bagnata, ma senza grandi danni, dal che ne ho tratto un omen. Questo numero della rivista "underground" (come viene definita dall'editore), celebra il 50° numero del 25nnale, e riporta tutte le copertine e brevi sunti degli articoli contenuti nelle diverse edizioni trascorse. 

Caterina ed io ringraziamo Giuseppe Moretti per l'invio di questa opera di memoria, molto utile a descrivere il percorso bioregionale in Italia. La narrazione -per quel che ci interessa- comincia dal n.1 di Lato Selvatico, uscito per il solstizio invernale del 1992, prosegue sino alla descrizione della fondazione della Rete Bioregionale,  nel n. 8 del 1996, proseguendo  sino al momento in cui l'esperienza aggregativa subisce una scissione, nel 2010,   dalla quale sorse il nuovo gruppo Sentiero Bioregionale. Ed è proprio la descrizione di questo fatto, come percepito e vissuto da Giuseppe Moretti, che vorrei qui riportare, per compensare ed integrare le mie precedenti relazioni sullo stesso tema. 

Allora  il n. 37 del 2010 di Lato Selvatico inizia con l'annuncio dell'uscita della maggior parte dei suoi referenti... (...)
"Dunque cosa è successo nella Rete Bioregionale? Niente che non sia già successo nell'ambito di comunità o gruppo di persone in ogni luogo, società e latitudine del pianeta. E' successo che una piccola minoranza ha iniziato a pretendere che la pratica vegetariana-vegana diventasse la linea guida della Rete Bioregionale Italiana.... (...) Un atteggiamento questo che andava a cozzare con l'ultimo paragrafo del "documento d'intesa" della Rete stessa, che così recita: "nell'introdurre questo concetto (riferito al bioregionalismo) si richiede la sensibilità di esporlo in modo che ogni persona, gruppo o realtà sociale, lo senta proprio e nel proprio luogo si organizzi per realizzarlo.". Dire perciò che per essere un buon bioregionalista occorre essere vegetariani o vegani poneva dei "paletti" inammissibili ad una Rete che aveva fatto del rispetto  per i percorsi, le storie e le vite di chi, con spirito sincero e volontà d'intenti, si accosta all'ipotesi bioregionalista. Insomma la visione bioregionale è una visione inclusiva, non esclusiva, e questo perché l'obiettivo che si propone (il ritornare ad essere un filo della trama della vita) è molto più importante della somma delle nostre peculiarità, inclinazioni o convincimenti (per quanto in buona fede essi siano). Inutile dire che s'è fatto l'impossibile da parte nostra per evitare la rottura ma alla fine ci siamo arresi all'evidenza che non si poteva più lavorare costruttivamente e serenamente assieme, e così prima uno poi altri la maggioranza dei referenti locali ha lasciato la Rete Bioregionale. Ora si dirà "ma se c'era una maggioranza come mai questa non si è imposta?". Semplice, perché la Rete era (ed è ancora?) una organizzazione orizzontale, cioè senza capi, dirigenti o amministratori, e quindi il rivendicare una maggioranza significava imporre il volere di una parte sull'altra. Detto questo e per sgomberare la strada a possibili fraintendimenti non è stata una diatriba fra bioregionalismo e vegetarismo (o veganismo), poiché queste anime all'interno della Rete da sempre convivono nel rispetto reciproco.  Il punto è che quando ci si lascia travolgere dall'idealismo è facile che questo poi sfoci nel fondamentalismo."

Ecco ho riportato, quasi integralmente, la spiegazione fornita da Giuseppe Moretti, che ringrazio per la chiarezza e la sincerità,  in merito alle ragioni che lo spinsero a "dimettersi" da coordinatore e da membro della Rete Bioregionale (vedi il relativo scambio di email del luglio 2010: 

Ordunque, cosa ho da dire io al proposito di questa "scissione"? Espressi il mio parere in diversi miei articoli e risposte a persone che mi chiedevano ragguagli. Il fatto è che sostanzialmente mi trovo d'accordo con Giuseppe Moretti sul "metodo" inclusivo e pertanto pur essendo io vegetariano dal 1973 ed avendo  illustrato le ragioni ecologiche e salutistiche di questa mia scelta, sin dall'incontro fondativo della Rete nella primavera del 1996 ad Acquapendente, ma non avendo il mio perorare tale causa incontrato il favore della maggioranza dei convenuti accettai tranquillamente di far parte della Rete, sapendo -appunto- che ognuno ha il proprio percorso e non si possono mettere paletti alle altrui funzioni e modi di vita. 

Continuai a restare vegetariano accettando di convivere in un mondo pressoché composto di non vegetariani, a cominciare dai membri della mia famiglia sino ai compagni di viaggio bioregionalisti, spiritualisti od ecologisti che fossero. 
Ovviamente non smisi di ritenere valide le mie scelte alimentari limitandomi però a spiegarne le ragioni senza imposizioni. Il problema all'interno della Rete, in verità, subentrò  allorché uno dei suoi membri fondatori, convertitosi nel frattempo per sue ragioni personali al veganesimo, iniziò una campagna "confessionale" per spingere gli altri membri ad accettare le sue conclusioni. Questo atteggiamento, facendosi un po'  insistente, "costrinse" Giuseppe Moretti, Etain Addey ed altri bioregionalisti, che non ritenevano opportuno piegarsi alle "imposizioni vegane",  alle dimissioni ed all'uscita dalla Rete. 

Io rimasi nella Rete, per le stesse ragioni espresse nell'articolo di Lato Selvatico su riportato, ovvero non ritenevo argomento sufficiente, la differenza di opinione sul modo di alimentarsi,  tale da obbligarmi a prendere una decisione di parte in proposito, sì o no che fosse. Dice bene Giuseppe riguardo all'esercizio di potere di una maggioranza sulla minoranza. Essendo sempre convissuto  con tutti, non ritenni opportuno accodarmi  ad una maggioranza di onnivori transfughi e nemmeno pensai  di restare in una minoranza vegetariana (o vegana che fosse). Restai perché non c'erano ragioni di andarsene... Infatti  con la partecipazione alla  Rete, che  non è una associazione verticistica, ognuno poteva e può convivere nell'accettazione delle differenze (pur fastidiose che fossero o siano), d'altronde non avviene così anche  nella società (in senso ampio) e nel contesto della natura?

Siamo forse d'accordo con tutti i nostri fratelli umani, possiamo accettare la comunanza con gli altri animali indistintamente? Eppure nel contesto bioregionale siamo tutti presenti e vivi! Certo se una presenza è troppo fastidiosa ed impossibile da sostenere non è obbligatorio conviverci, in quel caso  come ultima ratio si  potrà allontanare l'importuno, come avveniva nelle tribù dei pellirossa in cui un elemento socialmente insostenibile veniva prima rabbonito e si tentava di emendarlo dalle sue fisime ma se proprio non era possibile  si ricorreva  all'esclusione dalla comunità. Un buon modo per insegnare la convivenza civile a chi non sa mantenerla.
  
Eppure questo, forse, è un esercizio di potere di una maggioranza su una minoranza? Può darsi... Ma in questo caso la maggioranza non se ne andava dalla tribù originaria...!

Da parte mia  un tentativo di  riappacificazione con i membri transfughi dalla Rete non è mai stato escluso, ho continuato a cercare un dialogo con i "colleghi" di Sentiero Bioregionale e  nel maggio 2016  mi recai con Caterina  all'incontro di Sentiero Bioregionale (avendo ottenuto il permesso di Giuseppe), che si teneva in Val Samoggia, cercando un riavvicinamento e riproponendo le mie buone intenzioni. Giuseppe rispose che i "tempi non sono ancora  maturi"... quindi attendo che maturino un dì, magari prima della dipartita visto che l'anzianità avanza, e  se non sarà in questa vita magari succederà nella prossima, chissà? 

Non si finisce mai d'imparare.

Paolo D'Arpini




giovedì 15 giugno 2017

Blera, 17 e 18 giugno 2017 - La Festa del Pane



Pane, canti  e fantasia
La festa del pane
BLERA
17-18 GIUGNO 2017

Due giornate di canti, riti e panificazione dedicati al grano, all’acqua e al pane

Una festa per cantare i luoghi e le relazioni conviviali, intrecciando storie e racconti intorno all'acqua, al grano e al pane, favorendo la conoscenza di chi produce grano biologico, in uno scambio di esperienze e propositi per un buon vivere... 

17 giugno
h. 18.00 Camminata nei luoghi significativi del nostro territorio con momenti di canto, accompagnati da Francesca Ferri (TusciainCanto). Appuntamento davanti la Pro Loco
19.30 Preparazione del pane e narrazione  di antichi rituali  a cura di  Sonia Baldoni (Vivere con Gioia)
Segue cena conviviale con cibo portato da ognuno

18 giugno
h.7.00 Infornata del pane fatto lievitare tutta la notte
h. 9.30 Laboratorio di panificazione a cura di Carlo Nesler
h.12.30 “Bene come il sale”, fiaba tradizionale italiana narrata da Carla Taglietti (Le Strologhe)
h. 13.30 Pranzo sociale
h.16.00 “Dai grani antichi un pane nuovo” Conferenza  con Carlo Nesler . Saranno presenti produttori   di grano biologico ( presso il Museo del Cavallo nell’ambito dell’iniziativa “Il Museo ospita l’Arte”).

La partecipazione alle attività è gratuita

Per la passeggiata di sabato 17 consigliamo di indossare scarpe comode. Per il laboratorio di panificazione  munirsi di spianatoia e spatola. 
Il pranzo sociale  di domenica 18 giugno è su prenotazione !


Presso  Casamatta, Vicolo Civitella 24
Per  info e prenotazioni : info@tempocreativo.it  3384476764


martedì 13 giugno 2017

La chimica può essere "verde"? Non tutti sono d'accordo....


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Il fondamento della chimica verde è che chi progetta un prodotto chimico di qualsivoglia natura deve considerare gli effetti che dal suo uso si possono avere per l'ambiente e la salute umana. Questo significa cambiare la vecchia impostazione secondo la quale i 2 termini del binomio economia/ambiente sono fra loro incompatibili: o si procede pensando agli interessi dell'uno o dell'altro, non è possibile farlo negli interessi di entrambi. 

Oggigiorno le compagnie si accollano costi dell'ordine delle centinaia di milioni di dollari per rimuovere diossine, metalli pesanti, amianto ed altri inquinanti. L'unica soluzione per ridurre drasticamente questi costi sta nella prevenzione: questo è il reale motivo che ha fatto divenire in questi ultimi 10-15 anni la chimica verde un affare da molti milioni di dollari. Essa consiste sostanzialmente nel ripensare gli schemi di produzione in modo tale da cambiare i nostri stili di vita e di non danneggiare il nostro ecosistema.  Molti chimici vi lavorano da anni ma la sede per eccellenza può essere considerata l'Agenzia Americana per la Protezione dell'ambiente (EPA) sotto la cui egida sono stati portati avanti programmi di ricerca, di sviluppo e di implementazione di tecnologie chimiche innovative che vogliono prevenire l'inquinamento con metodi scientifici ed economici. 

Ufficialmente la nascita della chimica verde si fa risalire al 1991. Da quella data la crescita progressiva che ne è seguita è stata sostenuta dalle nuove conoscenze relative ai materiali pericolosi ed a quelli innocui, dalla crescente abilità dei chimici a manipolare le molecole per creare i composti desiderati, dai costi crescenti derivanti dalle esigenze di smaltire materiali pericolosi. 

Il programma Chimica Verde di EPA non è regolato e sostanzialmente procede con le partecipazioni volontarie di industrie, accademie, agenzie governative, società scientifiche, organizzazioni commerciali, laboratori nazionali e centri di ricerca per promuovere la prevenzione dell'inquinamento. L'IUPAC e l'OECD sono fra i partners più importanti di EPA in questo programma. I principi della chimica verde possono essere individuati nella prevenzione di rifiuti e scarti da smaltire o detossificare, nella produzione di "chemicals", sicuri ed efficaci, nella progettazione di metodi di sintesi meno rischiosi sia per l'uomo che per l'ambiente, nell'impiego di materie prime rinnovabili (prodotti agricoli o scarti di altre produzioni), nell'uso di catalizzatori riutilizzabili più che di reattivi stechiometrici, nell'evitare in un processo chimico il procedere di processi aggiuntivi secondari (che produrranno altre scorie), nella ricerca della massima economia atomica e molecolare (come rapporto fra le moli della materia prima e quelle del prodotto finale), nell'uso di solventi e condizioni sperimentali quanto più sicure possibile, nella ricerca del massimo rendimento energetico (se possibile scegliere reazioni che avvengono a temperature e pressione ambiente), nelle progettazioni di prodotti che possono, alla fine del loro ciclo, essere smaltiti e degradati, senza accumuli ambientali, nel monitoraggio continuo al fine di evitare che si producano prodotti secondari, nel ridurre al minimo il potenziale rischio per incidenti (esplosioni, incendi, sversamenti). 

(Fonte A.K. n. 22 - 2017)


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Qualcuno la pensa diversamente:

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Nel maggio 2011 il governo italiano, le istituzioni pubbliche della Sardegna, i sindacati, Novamont ed ENI (con le sue società consociate Versalis, Syndial e Enipower) hanno firmato un "Memorandum of under standing - MoU per il progetto di Chimica Verde a Porto Torres ", che è stato il punto di partenza per un importante progetto per la riconversione del complesso petrolchimico di Porto Torres verso una terza generazione di bio-raffineria. Questa è stata l'origine di Matrica, un’accordo di collaborazione al 50% tra Versalis (ENI) e Novamont, responsabile per l'attuazione e la gestione del nuovo progetto.
L'area, inquinata per anni dal complesso petrolchimico, è identificata come un Sito di Interesse Nazionale (SIN). I SIN sono delle grandi aree contaminate, classificate come le più pericolose da parte dello Stato italiano e che necessitano di bonifica del suolo, sottosuolo, delle acque superficiali e delle acque sotterranee, per ridurre i danni all'ambiente e alla salute. 

Il progetto prevede la costruzione di sette impianti chimici utilizzando ingenti quantità di oli vegetali per la produzione di sostanze biochimiche (bio-plastiche, bio-lubrificanti, additivi per gomma ed elastomeri) e prevede l'installazione di una centrale a biomasse. L'impianto di energia da biomasse (205 MWt), che sarà gestito da Enipower, avrà due caldaie. Una sarà alimentata con il cardo per la produzione di 135 MWt (poi trasformata in 43,5 MWe), 250.000 t / anno, la cui coltivazione è previsto che copra circa 100.000 ettari. La caldaia ausiliaria produrrà 70MWt utilizzando gas di petrolio liquefatto (GPL), in sostituzione del FOK (Fuel oil of cracking, cioè l’olio combustibile prodotto con un processo chimico di cracking), come previsto invece dal progetto iniziale. Il progetto prevede anche la bonifica degli impianti esistenti e la costruzione di un centro di ricerca su nuovi prodotti di chimica verde.

Nel 2011, cittadini locali, agricoltori, associazioni di medici per l'ambiente e movimenti sociali, hanno iniziato a protestare contro quest'enorme progetto. Il comitato "No Chimica Verde / No Inceneritore", creato dai cittadini locali dopo aver avuto conoscenza del protocollo d'intesa, è fortemente contro il progetto e ha sollevato diverse critiche. In primo luogo per quanto riguarda la mancanza di informazioni sul processo di bonifica (dati, procedure tecniche, estensione delle terre coinvolte) che devono essere forniti con urgenza da ENI nella zona altamente inquinata (ci sono 3.000 ettari di terra intensamente inquinata); in secondo luogo, l'impianto a biomasse richiederebbe una vasta coltivazione di cardo che invaderebbe le colture dell'isola. Proprio per questo il piano non è accettato dagli agricoltori locali. Un'alternativa temuta potrebbe essere quella di alimentare l'impianto con i rifiuti solidi urbani (o una miscela di biomasse e rifiuti), consentito dalla legge italiana (decreto legislativo 6 luglio 2012), in contrasto con la legislazione europea [1]. Inoltre, il complesso rilascerà emissioni nell'aria che si sommeranno alla contaminazione già esistente provocata negli ultimi anni dalle attività di ENI nella zona, ancora in attesa di essere bonificata.

Diverse Valutazioni d'Impatto Ambientale (EIAs, cioè Environmental Impact Assessments) sono state presentate al SAVI (l'ufficio regionale per la valutazione dell'impatto ambientale) per ottenere l'autorizzazione per convertire l'impianto chimico e per la nuova centrale a biomasse, nonostante le mobilitazioni dei comitati locali e delle organizzazioni mediche e le osservazioni formali sulle EIAs presentate. Nel dicembre 2011, Matrica S.p.A. ha ottenuto un parere positivo sulla EIA dalla Regione per "Impianti per la produzione da oli vegetali naturali di monomeri e lubrificanti biodegradabili ". Poi Matrica ha ottenuto l'autorizzazione e nel 2012 la costruzione è iniziata. Nel giugno 2014 è stato inaugurato il primo impianto chimico verde di Matrica. Nel luglio 2012 la procedura di EIA relativa alla centrale a biomasse gestita da Enipower è stata avviata. Il progetto di alimentare l'impianto con biomassa e FOK è stata criticata dall'ISDE (Società Internazionale dei Medici per l'Ambiente) attraverso l'osservazione ufficiale al SAVI [Osservazioni ISDE 2011, 2012, 2013]. Dopo il parere negativo ricevuto dalla Regione sull'uso di FOK, Enipower ha presentato nel 2013 una integrazione alla EIA, con la sostituzione dell'olio combustibile da Cracking (FOK) con il GPL. La Regione ha approvato il nuovo progetto di centrale elettrica, che è atteso per l'autorizzazione finale da parte del Dipartimento regionale dell'Industria.

A novembre 2015 ENI fa un clamoroso dietrofront, dichiarando non più strategico il progetto di Porto Torres nel suo nuovo piano industriale.



lunedì 12 giugno 2017

Bioregionalismo = Essere presenti nel luogo in cui si è - Esperimento del 24 e 25 giugno 2017 a Ca Lamari di Montecorone di Zocca

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Chi può definirsi bioregionalista?  Questo termine non denota una appartenenza etnica bensì la capacità di rapportarsi con il luogo in cui si risiede considerandolo come la propria casa, come una espansione di sé.

La definizione diviene appropriata nel momento in cui si vive in sintonia con il territorio e con gli elementi vitali che lo compongono. Infatti chiunque può essere bioregionalista indipendentemente dalla provenienza originaria se si riconosce nel territorio e nella comunità in cui vive.
L’approccio bioregionale comprende la visione dell’ecologia profonda e della spiritualità della natura (o laica). Questi tre aspetti sono inseparabili.
L’ecologia profonda è il riconoscimento dell’inscindibilità della vita ed il bioregionalismo non è altro che la descrizione dei vari processi vitali e delle forme visibili della vita e della materia nella consapevolezza di tale inscindibilità.
La spiritualità laica (o naturale) è l’intelligenza- coscienza che pervade la vita, è il suo profumo. Questa spiritualità -o senso di presenza- si manifesta nella consapevole pratica, sincera ed onesta, del condurre la nostra esistenza considerando che noi tutti siamo presenti in ogni aspetto del processo vitale.
Quindi l’ecologia profonda, il bioregionalismo, la spiritualità naturale (o laica) sono espressioni del vivere consapevole, amorevole, gentile e solidale sulla Terra.
Per fornire un esempio concreto di ciò, durante le giornate del 24 e 25 giugno 2017, dell'Incontro Collettivo Ecologista che si tiene a Ca' Lamari di Montecorone di Zocca (Mo) vivremo insieme varie esperienze significative, come la ricerca di erbe spontanee commestibili ed officinali, la preparazione dell'acqua benedetta di San Giovanni, giri di trasmissione di conoscenze ed esperienze, piccoli aiuti reciproci, presentazione di testi ecologisti, condivisione del cibo vegetale reperito in loco o da ognuno portato.  E poi godremo di alcuni momenti di musica spirituale attorno al fuoco, dello scambio di opere d'arte e dei propri prodotti agricoli, delle testimonianze di vita armonica ed altro ancora che potrete scoprire partecipando a questa iniziativa che viene organizzata annualmente dalla Rete Bioregionale Italiana in corrispondenza del solstizio estivo...
Paolo D'Arpini

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Programma generale della manifestazione:


domenica 11 giugno 2017

Edilizia bioregionale, "nou-au" e la terra cruda... in viaggio


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Tempo fa credevo che nou-au fosse un concetto giapponese tipo zen quando ho scoperto che si tratta semplicemente dell'inglese "know-how" - sapere come, saper fare, in un certo senso mi è crollato un mito e il termine  ha perso parte del suo fascino evocativo anche se continuo a usarlo alla giapponese nou-au: insieme di bagaglio culturale e esperienza pratica che ognuno possiede.

Dicevo che la terra cruda mi porta lontano, la settimana scorsa mi trovavo a
lecce per un laboratorio di costruzione in terra cruda nei pressi di un orto
giardino nella periferia urbana organizzato dallassociazione di promozione
sociale culturale gaia. abbiamo intrapreso un viaggio di diversi giorni nelle
tecniche specifiche terra e paglia, terra sabbia e paglia e terra e sabbia su
come e quando usare i diversi impasti per intonaci strutture oggetti di design.
negli ultimi giorni abbiamo realizzato mattoni sempre nei diversi impasti per
testare resistenza e consistenza della terra locale, abbiamo dedicato un intera
giornata al Dorodango l arte giapponese di far brillare il fango realizzando
palline di terra da lucidare pian piano durante l asciugatura anche come sorta
di pallina meditazione dinamica, (pallinomedinamica) effetto strabiliante con
tutti veramente presi dalla scoperta di questa nuova arte meditazione. 


laboratori la mattina iniziavano sempre con una sorta di percorso senso
emozionale con l assaggio dei vari pasticciotti che ognuno portava dai diversi
bar o pasticcerie leccesi quindi analisi dell aspetto visivo su come si
presentava il prodotto poi la pasta frolla  e la crema. a volte l assaggio
avveniva anche ad occhi chiusi per gustare maggiormente i sapori gli aromi e le
fragranze. comunque sono stato ospite in un luogo vicino monteroni chiamato
NATURARE maturare naturale che ho subito ridenominato giardino delle sette
meraviglie. qui un gruppo di ragazzi e’ vissuto per un po di anni costruendo
diverse abitazioni soprattutto in legno in tufo calcareo con isolamenti in
argilla espansa o semplice argilla. e’ stata anche per un po di tempo una
scuola steineriana. ora si sta trasformando in un luogo dove fare benessere
psico fisico con sessioni di yoga, yoga in volo, contact improvvisation, terra
yoga, orti sinergici, ce ne uno bellissimo a forma di tao e poi massaggi thai,
aromarerapia, cromoterapia e ortho bionomy nuova disciplina per il benessere
del corpo.


Abbiamo dedicato una giornata a visitare alcuni luoghi e giardini particolari
tra cui la masseria  fortificata aragonese del 1500 nei pressi di casarano dell
amico mario designer e architetto, grande macchina del vapore anche se nessuno
sa come funziona, probabilmente sorta di torre del vento con camino torretta
chiusa a forma di cipolla per aerare, riscaldare rinfrescare naturalmente la
costruzione.


Poi siamo andati ai famosi orti dei tu’rat progetto di aridocoltura nei pressi
di Ugento, affascinante opera  di land art con enormi vele realizzate in pietra
per condensare l'umidita dei venti e dell aria .


Tu’rat (Puglia)
Le tu’rat sono dei tumuli di pietra a forma di mezzaluna. Sfruttando le nebbie e
i venti umidi della costa jonica, al loro interno è possibile far crescere
piante e alberi per l’effetto di accumulo di acqua piovana.
Questa tecnica è molto antica ed è diffusa anche nel deserto del Negev, in Perù,
negli USA, in Cina e in Nuova Zelanda.


Siamo stati poi agli orti sinergici di Vito che coltiva ortaggi anche in serra
con i preparati dell agricoltura rigenerativa metodo deafal. infine nel
giardino di David artista sperimentatore nei pressi di Copertino dove ha
realizzato un enorme pista in terra cruda per le bici acrobatiche, bellissima!
bello anche il suo giardino in una dimensione urban con piante antropiche e
anche un po mutoid e ciber punk con piccole unita abitative e camper sparsi qua
e la, grande orto sinergico a spirale, sta realizzando un grande dome con la
tecnica del super adobe.Il Superadobe è una tecnica recente, ideata
dall'architetto Nader Khalili, che varia il metodo antico della terra battuta
inserendo materiali contemporanei.


La terra viene messa in sacchi o tubolari di polipropilene o juta. Il sacco
pieno di terra viene posato per creare il muro e poi viene battuto con delle
mazze apposite. Il sacco diventando la forma di contenimento rimpiazza le
armature della tecnica della terra battuta. I sacchi vengono quindi messi uno
sopra l'altro in modo da creare un muro. Tra le varie file di sacchi viene
posato ed incastrato del filo spinato il quale crea frizione tra i sacchi e
lega le varie file aumentando notevolmente le proprietà tensili del muro.


Questa tecnica è particolarmente adatta per creare cupole ripartito da lecce
sono approdato a sulmona e con giulio poeta sulmonese siamo stati in giro con
la vecchia mehari per a raccogliere terra, paglia e quanto altro per la
performance di costruzione di un forno aborigeno o stufa pirolitica primordiale
o forno neolitico nella piazza centrale di pescassero per la fiera della
neoruralita che si e’ svolta il 3 e il 4 giugno con concerti e laboratori di
terra cruda appunto ciclo della lana produzione saponi scultura in legno pietra
cuoio e altri laboratori vari. siamo stati ospiti in un verdissimo e fiorito
campeggio a villetta barre nella bioregione Valle del Sangro a dove i cervi al
tramonto pascolano liberamente sui prati circostanti.


Ferdinando Renzetti


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venerdì 9 giugno 2017

La coscienza è la capacità della vita di conoscere se stessa... ... tra conoscenza empirica e conoscenza trascendentale


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La vita nasce dall’inorganico ma se non fosse già presente nella materia in forma germinale come potrebbe sorgere e trasformarsi in intelligenza e coscienza?
Da ciò se ne deduce che la coscienza e l’intelligenza sono come una “fragranza” della materia e quindi non vi è reale separazione.
La differenza è solo nella fase… La vita è un'espressione manifestativa della materia e la coscienza è la capacità della vita di conoscere se stessa. Partendo da questa considerazione osserviamo che la spinta evolutiva di questa intelligenza/vita si evolve attraverso stati diversi di consapevolezza.
Nelle forme pensiero esistono gradi descrittivi della maturità assunta da questa intelligenza. Tralasciamo per il momento gli aspetti più vicini all’animalità, all’istinto, e prendiamo in considerazione solo gli aspetti “sottili” del pensiero umano. Osserviamo che sia in occidente che in oriente vengono descritti gli aspetti separativi e unificativi del processo mentale che conosce l'interno e l'esterno (solve et coagula).
In Grecia come in India si è parlato di pensiero duale e pensiero non-duale. Nel pensiero duale viene inserita ogni forma cristallizzata separativa, come il teismo e l’ateismo. Queste due categorie infatti sono viste come sfaccettature della stessa conformazione separativa.
Il teista è colui che crede in un dio separato da sé, lo immagina in veste di essere superiore e dotato di immensi poteri e vede se stesso come creatura alla sua mercé.
L’ateo crede di non credere, ovvero nega ogni sostanza all’ipotetico dio basando il suo credo sul relativismo materialista. Ovviamente entrambe queste "fedi" si basano sulla piccolezza e separatezza dell’io ed abbisognano di uno sforzo continuo e costante per affermare o negare, un tentativo frustrante che comunque non prende in considerazione l’agente primo, l’io, se non in forma passiva e marginale. Questo modo di pensare duale è lo stesso sia per il religioso che per l’ateo materialista che crede in causa-effetto o nella fortuità del caso. E’ un percorso puramente speculativo, basato comunque sul credere.
La fase evoluta dell’auto-conoscenza, definita non-duale, è quella in cui si inizia a tener conto del soggetto reale, ovvero la coscienza attraverso la quale ogni percezione e sentimento sono possibili, si riconosce nella consapevolezza la matrice della propria esistenza.
L’esperienza empirica viene portata alle sue estreme conseguenze con il riconoscimento della costante presenza dell’io nel processo implicato. Viene superato così il modello del credere in verità precostituite accettando la realtà intrinseca dello sperimentatore che esperimenta, in quanto entità inscindibile.
L'uomo di conoscenza, il saggio che conosce se stesso in quanto pura consapevolezza, non ha assolutamente bisogno di credere in alcunché, la sua realizzazione è totale e definitiva, la sua presenza non è limitata ad un nome forma, egli si conosce come il tutto dal quale ognuno di noi proviene e risiede.
In questo stato né sente il bisogno né ha mezzi per esprimere la sua esperienza, giacché il linguaggio umano è molto distante dall’esperienza diretta del Sé.
Il saggio non vede differenza alcuna fra sé e l'altro, egli sa che la base vitale è la stessa per ognuno (materia-spirito in continua trasformazione), egli “conosce” che la coscienza e l’esistenza sono inseparabili nell’assoluta unità (uno senza due) e resta in silenzio.
Infatti anche queste parole, descrittive del suo stato, non possono significare la sua esperienza.

Paolo D'Arpini

La coscienza è la capacità della vita di conoscere se stessa...

giovedì 8 giugno 2017

Con le erbe spontanee si può vivere sino a 256 anni – Il caso di Li Ching Yuen


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La speranza di vita media in occidente è tra i 70 e gli 85 anni e, pensare che qualcuno possa vivere addirittura più di 200, è molto sospetto. E’ quasi impossibile credere che le persone possano vivere così a lungo, ma ecco la storia di Li Ching Yuen, la persona più longeva del mondo, un uomo vissuto per ben 256 anni, e non si tratta di una leggenda o di una favola…

Secondo un articolo del 1930 del “New York Times”, Wu Chung-chieh, professore della “Chengdu University”, scoprì dei documenti del periodo Imperiale Cinese, risalenti al 1827, di congratulazioni con Li Ching-Yuen nel giorno del suo 150esimo compleanno e documenti successivi di congratulazioni nel giorno del suo 200esimo compleanno, nel 1877. 

Nel 1928, un inviato del “New York Times” scrisse che molti degli anziani vicini a Li affermarono che i loro nonni l’avevano conosciuto quando erano ragazzi e che lui a quel tempo era già un uomo adulto. Secondo quanto riferito, Li Ching Yuen cominciò la sua carriera di erborista all’età di 10 anni, raccoglieva erbe in montagna e ne valutava il potenziale di longevità. Per circa 40 anni visse facendo una dieta a base di erbe come lingzhi (Reishi), bacche di Goji, ginseng selvatico, he shoo wu, gotu kola (Centella asiatica) e vino di riso. Nel 1749, all’età di 71 anni, si unì al servizio militare cinese come insegnante di arti marziali. 

Si dice che fosse una figura molto amata nella sua comunità, si sposò 23 volte e fu padre di più di 200 figli. Secondo i racconti diffusi nella sua provincia, Li da bambino era già in grado di leggere e scrivere, ed a partire dal suo decimo compleanno, viaggiò in Kansu, Shansi, Tibet, Annam, Siam e Manciuria per raccogliere erbe. Per i primi 100 anni di vita si dedicò a questa attività, poi passò alla vendita delle erbe raccolte da altri e continuò la dieta a base di erbe e vino di riso. 

Un giorno incontrò un uomo di 500 anni, che gli insegnò alcuni esercizi di Qigong e gli diede alcune indicazioni dietetiche che lo avrebbero aiutato a prolungare ulteriormente la durata della sua vita. Ma a parte il Qigong e la dieta ricca di super piante, cos’altro possiamo imparare da questo maestro della longevità? 

“Ho fatto tutto quello che potevo fare in questo mondo” disse sul letto di morte Potrebbero queste sue ultime, pacifiche parole suggerire uno dei più grandi segreti di una vita lunga e prospera? E’ interessante notare che noi occidentali vediamo l’invecchiamento come qualcosa da combattere con la tecnologia e i farmaci avanzati, ma quando a Li fu chiesto quale fosse il segreto della sua longevità rispose: “Avere un cuore sereno, sedersi come una tartaruga, camminare briosamente come un piccione, e dormire come un cane”. 

Li sosteneva che la calma interiore e la pace della mente, combinati con le tecniche di respirazione, fossero il segreto della longevità. Ovviamente anche la dieta ha giocato un ruolo fondamentale. Ma è affascinante il fatto che la persona vissuta più a lungo nella storia attribuisca la sua longevità allo stato della mente! 


Fonte: Energy training

Fonte secondaria: A.K. Informa n. 21 - 2017