domenica 12 aprile 2026

La donna come punto d’incontro di tutta l’umanità...

 

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Oggi osserviamo che il cambiamento nelle relazioni fra il maschile ed il femminile può essere considerato un termometro per misurare il decorso della malattia nella specie umana. Tale malattia prese origine con l’avvento dell’era oscura, definita in India Kali Yuga. L’inizio di quest’era, che corrisponde al termine della guerra descritta nel Mahabarata, diede avvio ad un lento processo di degrado che portò la società egualitaria e sacrale, fino allora vigente in quasi tutto il mondo conosciuto, a deteriorarsi sotto l’influsso sempre più pressante del patriarcato e dell’affermazione del senso del possesso.
In Europa quello stesso periodo, definito tardo neolitico, descritto con dovizia di particolari dalla studiosa ed archeologa Marija Gimbutas si concluse con l’affermarsi del potere maschile esercitato con la violenza e con la perdita della libertà femminile (tramite l’acquisto della donna a scopo riproduttivo, guerre di razzia, perpetuazione della patrilinearità etc).
Malgrado l’avvento del patriarcato, e sino all’affermazione delle tre religioni moneteiste (giudaismo, cristianesimo ed islamismo), tutte le divinità si mostravano in aspetto femminile od in forme che evocavano tale qualità, a cominciare dalla Grande Madre, la natura stessa, sino a Madre Acqua, Madre Luna ed anche Madre Sole etc (la formula sacra più antica, il Gayatri Mantra, è dedicato a Savitri, la dea dell’energia solare).
Le donne in quanto incarnazione primigenia del potere procreativo erano pertanto degne di amore e di devozione. La paternità era “sconosciuta” (ovvero ignorata), la madre esisteva di certo e questo era un dato incontrovertibile… Come poi l’operazione procreativa accadesse era lasciato agli umori materni che venivano influenzati o sollecitati dall’amore rivolto dai maschi verso tutte le madri. Insomma il padre era un semplice elemento ispirante per promuovere la maternità, non un fattore primo ma un incidentale aiuto…
Questo sino ad un certo punto, finché non cambiarono pian piano le cose e le responsabilità nelle funzioni creatrici si rovesciarono. Ma non avvenne tutto assieme, questo andamento evolutivo dal matrismo al patriarcato prese secoli e secoli per consolidarsi. Gli studi dell’archeologa lituana Gimbutas tendevano proprio a dimostrare l’esistenza di un lunghissimo periodo di transizione fra matrismo e patriarcato. Sicuramente gli “autori” del patriarcato nacquero sulle sponde dell’Indo e del Saraswati, la civilizzazione più antica sulla faccia della terra (antecedente ai Sumeri ed agli Egiziani di migliaia di anni), in quel “paradiso terrestre” avvenne il riconoscimento del valore della paternità come fattore “portante” e di conseguenza come elemento stimolativo per una nuova religione e mitologia. Ma il processo anche qui fu lento, dovendo giustificarsi con fatti sostanziali che ne garantissero l’accettazione per mezzo di consequenzialità storica e di significati allegorici.
Avveniva così ad esempio nella mitologia induista in cui Parvati, la Dea primordiale crea da se stessa un figlio che la protegga dall’arroganza dei maschi che servivano Shiva, il suo sposo. Questo suo figlio, Ganesh, è talmente potente che è in grado di impedire l’accesso alla camera della madre a Shiva stesso (perché non aveva chiesto il permesso di avvicinarsi, notate bene questo particolare importante in cui si garantisce alla madre il diritto di scelta nel rapporto). A questo punto Shiva invia le sue truppe maschili all’attacco di Ganesh ma tutti i suoi “gana” vengono sconfitti e Shiva medesimo vien lasciato con un palmo di naso ed infine è solo con l’inganno e chiedendo aiuto all’altro dio maschile, Vishnu, definito il conservatore, che riesce a sconfiggere Ganesh… ma non fu una totale debacle…. poiché poi, per amore di Parvati, Shiva accetta di essere padre, ovvero riconosce che Ganesh è suo figlio e lo ristora alla vita, cambiandogli però testa… (ed anche qui notate le simbologie connesse…).
Questa descrizione fantastica la dice lunga sul significato della trasformazione epocale in corso 15.000 anni prima di Cristo…. Molto più tardi, ma sempre in un ambito di civiltà indoeuropea, vediamo addirittura che è il dio maschile a creare da se stesso. Ed è quanto avviene a Giove che, non aiutato dalla consorte, produce dal proprio cervello Minerva. I tempi a questo punto son già mutati, il patriarcato ormai impera sovrano, le donne sono fattrici (od etere buone solo a passare il tempo), persino l’amore, quello vero e nobile, si manifesta fra maschi (vedasi la consuetudine di tutti i maestri greci di avere ragazzini per amanti). In quel tempo la condizione femminile era alquanto scaduta ed in Europa od in Medio Oriente restavano sacche di resistenza solo qui e lì.
Ad esempio nella tradizione giudaica la trasmissione della appartenenza al “popolo eletto” avveniva (ed è ancora oggi così) per via materna, ultimo rimasuglio matristico in mezzo ad una serie di regole molto patriarcali e misogine. Tale misoginia fu assunta –in modi differenti- anche dalle altre due religioni monoteiste: il cristianesimo e l’islamismo. Nell’islamismo però, malgrado la visione della donna in chiave di sudditanza, si salvò il criterio di bellezza e nobiltà dell’amore sensuale, infatti il profeta Maometto ebbe diverse mogli e persino il suo paradiso era riempito di belle donne accoglienti. Questo almeno consentiva un naturale intercourse di rapporti fra i due sessi. Purtroppo non avvenne la stessa cosa nel cristianesimo ove prevalse, anzi peggiorò, la misoginia originaria ebraica e persino la pedofilia.
Se nell’ebraismo la divinità, sia pur vista in chiave di “dio padre”, manteneva un distacco verso le cose del mondo, essendo un dio non rappresentabile e puro spirito, nel cristianesimo per poter giustificare la divinità del “figlio” si cancellò completamente il ruolo creativo della madre. Maria concepì vergine dallo spirito santo, la sua è una prestazione completamente passiva e deriva da una scelta del dio padre di impalmarla e renderla madre. Insomma la povera Maria è equiparabile ad una “prostituta” spirituale. Da questa visione deriva anche la ragione cartesiana pseudo scientifica che indica la natura come passiva, inerte e pure stupida… Insomma lo spirito maschio “infonde” la vita e la “buona” madre porta in grembo quanto le viene concesso di portare….
Capite da voi stessi che tale proiezione è ormai improponibile ed obsoleta, sia pur che la maggioranza degli uomini ancora vi si crogiola, illudendosi con favole religiose ed ideologiche della “superiorità” maschile, della “superiorità” dell’intelligenza speculativa scientifica, della “superiorità” del potere e della forza. Così non si fanno passi avanti nell’evoluzione della specie. E’ ovvio che entrambi questi aspetti, matrismo e patriarcato, hanno avuto una loro funzione storica per lo sviluppo delle “qualità” della specie umana. Ora è giunto il tempo di comprenderne la totale complementarietà e comune appartenenza, ma non per andare verso una specie unisex, bensì per riconoscere pari valore e significato ad entrambi gli aspetti e funzioni…. in una fusione simbiotica.
Paolo D’Arpini - Rete Bioregionale Italiana 
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"L'ecologia profonda. Lineamenti per una nuova visione del mondo" Un libro di Guido Dalla Casa...



Sinossi:


Vengono distinti due tipi di ecologia: - una “ecologia di superficie” che recepisce le idee correnti in materia, cioè la necessità di evitare gli inquinamenti e salvare le specie animali e vegetali, in quanto utili all’uomo; - una “ecologia profonda” che intacca il concetto di progresso e le idee-guida della civiltà industriale, che hanno portato all’attuale modo di vivere e quindi al dramma ecologico. Solo con il passaggio a una filosofia compatibile con il secondo tipo di ecologia, spesso presente nelle culture tradizionali, si possono ottenere risultati a lunga scadenza. 


Nel quadro di pensiero dell’ecologia profonda, vengono accennate alcune questioni filosofiche di fondo, come il libero arbitrio, l’evoluzione, la posizione della nostra specie in Natura, la fine delle certezze. Come azione concreta, viene proposta la diffusione dell’ecologia profonda, nella speranza che il mutamento di pensiero sia così rapido da evitare fenomeni gravi e traumatici per tutta la Terra.


Sull'autore:
 
Guido Dalla Casa (Bologna, 1936), Ingegnere Elettrotecnico, è docente presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa di Rimini, corso di Ecologia Interculturale. Tra le sue pubblicazioni: L’ultima scimmia, Torino 1975; Ecologia Profonda, Torino 1996; Inversione di rotta, Roma 2008; Guida alla sopravvivenza, Bologna 2010; Ambiente: Codice Rosso, Roma 2011.




venerdì 10 aprile 2026

Cercasi persone per la vita nel bosco...

 


"Ciao a tutte e tutti,  condivido questo messaggio di Tijaa, una  persona che vorrebbe condividere il suo progetto di vita in natura che porta avanti da più di  30 anni". festautoproduzione@googlegroups.com

Ciao, mi chiamo Tijaa e ho 63 anni,  vivo nella Val di Taro in provincia di Parma in una grande casa tra i castagni a 3 km dall'asfalto. Per arrivarci c'è un sentiero da percorrere a piedi e l'ultimo tratto prevede il guado del fiume e i carichi pesanti possono viaggiare su teleferica a manovella.

La casa è senza allacciamenti (niente bollette!): ci si scalda e si cucina a legna, acqua di sorgente, minima elettricità da un piccolo pannello solare, rete telefonica instabile e compost-toilet nel bosco.

Cerco una coppia o due amici affiatati, con concreta esperienza rurale e autonomia gestionale, per un progetto a lungo termine (minimo 3 mesi, ma ben più a lungo se ci si trova). Offro alloggio in cambio di aiuto nell'orto, nel bosco e nella ristrutturazione della casa. Bambini e cani sono benvenuti.

Per contatti: 327.042 2823



giovedì 9 aprile 2026

Consigli pratici per sopravvivere... con i tempi che corrono!

 


Credo che allo stato attuale delle cose in Italia, come persone oneste ed integre, in quanto tali desiderose di mantenersi coerenti con l’etica esistenziale finora applicata (con sempre maggiori oneri, fatica e penalizzazioni di ogni genere), non rimanga che attuare i comportamenti sotto elencati, per dare il proprio contributo al necessario cambiamento, che potrà avvenire solo per costrizione, accelerando quindi il fallimento traumatico dello stato liberticida e parassitario (cioè la sua riduzione ai minimi termini, come dovrebbe essere per garantire essenziali valori di libertà ed autonomia alla popolazione):

– chi dispone di riserve finanziarie liquide o investite in titoli, se ne liberi e compri oro e argento fisico e lo metta al sicuro custodendolo in prima persona oppure acquisti commodities e macchinari utili all’autonomia energetica…

– condurre una vita estremamente sobria, frugale, in antitesi con il consumismo compulsivo, non cedendo ad alcuna lusinga…

– fare scorta di alimenti a lunga conservazione e buona qualità, non scordando l’acqua e riassortirla periodicamente…

– per l’alimentazione quotidiana con prodotti freschi rivolgersi il più possibile a filiere locali evitando inutili passaggi, ricarichi e trasporti…

– lavorare (chi ha la fortuna di avere lavoro e produrre reddito) solo quanto occorre per vivere e dedicarsi a propri interessi culturali e spirituali, alla famiglia ed organizzare meglio la propria vita…

– evitare nei limiti del possibile di pagare tasse ed imposte allo stato liberticida e parassitario, per non finanziarlo, ne farebbe solo un pessimo uso (corruzione, sprechi e devastazioni)  come dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio, si accelererà in tal modo la sua fine ed il necessario cambiamento…

– ridurre i consumi dei generi maggiormente tassati contribuisce ad accelerarne la fine, come benzina,  tabacchi, liquori,  etc…

– aderite ed alimentate più che potete tutti quei sistemi di relazione economica commerciale basata sul sociale, sullo scambio di beni e servizi, sulla cooperazione, sul social lending, circuiti di monete locali e complementari, ecc., in tal modo ci si libera anche dalle banche e finanziarie (spesso sotto lo stesso controllo) che sono altri parassiti collaterali e complici dello stato liberticida e predatore…

– abbandonare il linguaggio ipocrita, buonista e lassista (politicamente corretto) e cercare di utilizzare un linguaggio determinato a far capire come la pensate, soprattutto a coloro che dallo stato ricevono nutrimento perenne, in modo che si rendano conto che i tempi stanno cambiando, che sta salendo la consapevolezza ed una sana intolleranza verso il parassitismo pubblico, evitare quindi di frequentare (men che mai ossequiare) personaggi ambigui ed indegni, compromessi con la politica corrotta e parassitaria…

– contestare in tutti i modi ed in tutte le sedi appropriate ogni ingerenza dello stato nella vostra vita privata e sfera economica, aderite ad ogni organizzazione consumeristica o di categoria che faccia propri gli assunti da noi condivisi di riduzione dello stato ai minimi termini, evitare i complici dello stato come le organizzazioni sindacali riconosciute e conniventi…

– informatevi selettivamente tramite la rete e gli amici fidati, evitando i giornali mainstream ed i media televisivi finanziati con contributi pubblici e compromessi politicamente e finanziariamente…

– agire soprattutto  bioregionalmente, dove ancora si può influire socialmente, diffondendo il valore dell’autonomia e della libertà ed aborrendo l’attuale concezione da tifoseria della politica, la partitocrazia, il culto della personalità, le strumentalizzazioni demagogiche e populiste…

– cercate la felicità interiormente, nel vostro atteggiamento percettivo, nel vissuto quotidiano, nelle piccole progettualità, difficilmente la potrete trovare all’esterno di Voi ed in obiettivi ambiziosi e che richiedono il coinvolgimento partecipativo di una pluralità di individui …

– alimentate nonostante tutto l’altruismo e l’arte maieutica, l’apertura al rinnovamento, alla cooperazione, alla solidarietà, ecc., ma fatelo sempre in maniera oculata e selettiva, valutate sempre il background di coloro (individui o enti) che si propongono ed agiscono …

Buona fortuna nella sopravvivenza creativa!

Claudio Martinotti Doria - Rete Bioregionale Italiana




mercoledì 8 aprile 2026

"Parlare, pensare e vivere senza dire io" - Intervista di Lorenzo Merlo con Paolo D’Arpini


Treia - Chiacchierata a colazione


Lorenzo Merlo: Paolo, come sei definito dalle persone?

Paolo D’Arpini: Sderenato. Anzi mezzo sderenato, perché sono anche una persona abbastanza equilibrata e anche un po' impegnata.

Ma mezzo sderenato penso sia una tua definizione di te stesso, le persone, come ti definiscono?

Se potessero conoscere il significato del termine mezzo sderenato credo che lo userebbero volentieri perché mi rappresenta.

Ma non conoscendolo?

Non conoscendolo forse potranno dire che sono un tipo particolare molto strano, un po’ mezzo sciroccato in sostanza, anche perché il mio modo espressivo si manifesta in questa forma.

In occasione della tua presentazione a una mia pubblicazione, ho scritto di te: "Uno dei referenti della ricerca umanistica, per non dire spiritualistica italiana". In che termini ti calza? O non ti calza?

Ci sta perché nella ricerca spirituale non è importante ricoprire una carica autorevole anzi, è esattamente il contrario. Se noi andiamo a vedere la funzione che svolsero gli insegnanti, o santi, o maestri che furono, erano sempre sotto traccia. Poi dopo, successivamente magari, venivano portati in auge e descritti come chissà che, ma nel momento in cui vivevano la loro normale esistenza terrena, erano persone normalissime, probabilmente anche abbastanza emarginate. È un aspetto da tenere in considerazione.


C’è una sorta di piccola vanità – senza accezione negativa – nel ricordare questa similitudine?

Certo, senza accezione negativa. Perché effettivamente non ci si può vantare di essere un maestro. E se non c’ è il vanto, non c’è neanche l’esposizione di se stessi nel mondo; ne è una conseguenza. O perché si è magari incapaci di esprimere sentimenti, pensieri o, scusa la parola, insegnamenti. Non si può fare come se fosse un insegnamento cattedratico dove uno si erge a maestro. Il compito o la missione deve essere, o può essere fatto soltanto in una forma del tutto semplice e conviviale.

Quanto hai appena detto, ha dei legami con la tua educazione, la tua famiglia, la tua biografia diciamo giovanile?

Può darsi. Nel senso che devi sapere che la mia famiglia (dal lato paterno) era di origine ebraica. Durante il periodo fascista, per evitare i problemi che tutti possiamo immaginare, mio nonno decise di cambiare il cognome e di convertirsi al cristianesimo e così evitò di essere perseguito. In seguito a ciò, non è che la nostra famiglia fosse diventata cristiana, però era diventata laica. Nel senso che non seguiva più nessuna forma religiosa. Questo imprinting in qualche modo mi è rimasto, nonostante a quel tempo non è che fossi particolarmente consapevole di ciò che era avvenuto. In seguito ne venni a conoscenza e compresi il motivo per cui non c’erano particolari convenzioni religiose nella mia famiglia e ci si limitava nel perseguimento di un’etica umana. Tutto ciò è stato importante per me, perché non sono stato impregnato di una particolare religione. In seguito alla morte di mia madre fui invece mandato in collegio dai salesiani e lì cominciai ad apprendere anche qualcosa della religione cattolica. La novità mi prese però per breve tempo, nel senso che appena capii che il cattolicesimo non era altro che una sequela di dogmi e favole, capii che tutto sommato non faceva per me e quindi proseguii sulla strada della laicità. Nella prima parte della vita tutti i bambini vivono in una dimensione dove ciò che sognano si realizza, perciò se sognano di cavalcare nel cielo, prendono una scopa e la cosa si compie. E non possono che riferire di aver cavalcato nel cielo.


Quell’incanto quando si è interrotto per te? Ti ricordi il momento, o la circostanza o l’episodio che ha provocato l’infrazione?

L’interruzione avvenne per un fatto fortuito che improvvisamente mi rese consapevole della vacuità di ciò che appare. Avvenne tantissimi anni fa quando i miei si erano trasferiti a Trieste a causa di mio padre che lavorava nelle ferrovie. Ero un bambino piccolissimo, avrò avuto forse tre anni, o qualcosa di più. Una sera, voci sotto casa annunciavano lo spettacolo di un circo. La promessa dei miei genitori, che mi avrebbero portato a vedere lo spettacolo, accese – come sarebbe accaduto ad ogni bimbo – la mia eccitazione.
Mi ero piazzato sotto al tavolo e mi agitavo come fa un bambino che cerca di attirare la attenzione. Improvvisamente, alzandomi in piedi sbattei la testa e persi i sensi. O forse no, perché ricordo che ero perfettamente consapevole di ciò che stava accadendo. Tuttavia caddi a terra senza più riuscire a muovermi. Intanto però vedevo che i miei genitori mi prendevano, mi portavano a letto, cercavano di rianimarmi. Ero completamente cosciente e allo stesso tempo non compivo alcun gesto, alcun movimento.
Fu da quell’esperienza che mi resi conto, che ciò che consideriamo reale, non è la realtà come se fosse un oggetto, ma è soltanto uno stato interiore della consapevolezza. Quello stato permaneva nonostante l’apparente o effettivo svenimento. Quando riaprii gli occhi mi ritrovai in mezzo al mondo con questa consapevolezza. Per la prima nella mia vita mi accorsi di non essere nel mondo pur essendo del mondo, almeno in qualche forma.


Lungo il tuo percorso ti sei avvicinato alla dimensione altra, alla dimensione che la cultura non ci passa, chiamiamola genericamente spirituale. Pur condividendo la tua critica al concetto di insegnamento, hai avuto un maestro?

Da un punto di vista formale intendi?

Volevo arrivare a chiederti, da cosa è scaturita la tua ricerca spirituale?

È scaturita soltanto da esperienze vissute, non da trasmissioni consapevoli, di conoscenza se così vogliamo chiamarla. A parte l’apprendimento attraverso libri in cui magari venivo a conoscenza di una certa forma di spiritualità “altra” basata sull’autoconsapevolezza e sulla ricerca di sé. Ma quello era un accrescimento se vogliamo intellettuale. Dal punto di vista invece spirituale vero e proprio, quella conoscenza non può essere trasmessa sul piano intellettuale. Può essere invece assorbita soltanto attraverso una trasmissione diretta, attraverso un riconoscimento diretto. Potremmo chiamarlo energetico, vibratorio o estetico. Ed è esattamente il tipo di rapporto che ebbi in primis con il mio maestro spirituale. Con il quale scambiai pochissime parole, ma tutto quanto passò attraverso una trasmissione energetica, diretta, immediata. Non c’era assolutamente bisogno di spiegazioni perché la consapevolezza avveniva da sé. Usare il termine telepatia è limitante. Avveniva perché c’era un’osmosi totale, una totale condivisione. E quindi quello che passava era semplicemente ciò che veniva risvegliato. Non poteva proprio essere definito un insegnamento.


Da allora, dalla giovinezza ad oggi, sono passati diversi decenni. Puoi puntualizzare i passaggi della tua evoluzione, della tua ricerca?

Corrispondono alle fasi della vita. Nei periodi in cui la giovinezza ci rende più baldi, più fieri e più dediti all’agire, le forme di esperienza si manifestavano anche in modi concreti come attraverso ad esempio dei viaggi. Intrapresi infatti un lungo viaggio in Africa con mezzi di fortuna, spesso a piedi. Tutta l’Africa nera mi insegnò il ritorno alla presenza nella natura, mi sentii vicinissimo agli animali. Incontrai anche animali che consideriamo pericolosi come leoni, elefanti, scimmie soprattutto. Sono una forma di riconoscimento della nostra origine che ci fa capire quanto siamo loro affini.

Il momento in cui sei inserito ora, sul quale sei concentrato, si chiama spiritualità laica, ecologia profonda e bioregionalismo?

In questa fase è come quando si va avanti con l’età. A un certo punto si fa una sintesi di tutto quello che si è vissuto e che si è appreso attraverso l’esperienza. In qualche modo si chiama elaborazione e rielaborazione, memoria, visione all’interno e proiezione. Accade anche in forma di dialogo, come stiamo facendo in questo momento.
Magari, come negli anni trascorsi, quando non ero così propenso a un dialogo di questo tipo, che in qualche modo comporta anche una concettualizzazione se vogliamo così chiamarla, avevo uno spirito più poetico, scrivevo poesie o raccontini. Adesso invece per poter condividere non disdegno l’uso anche di terminologie che forse potrebbero essere definite intellettualismi, perché comunque è un modo per precisare il significato.
Mi viene in mente un amico, Massimo Angelini. Un giornalista anche lui, che ha scritto (e che abbiamo presentato qui a Treia) un libro dal titolo Ecologia della parola. In cui, attraverso il percorso etimologico, si scoprono i cambiamenti dei significati. Si da un valore alla parola attraverso la sua vera accezione. È uno studio sui significati reali che le parole hanno assunto nel tempo, senza mai trascurare l’accezione originale. Quindi, quando si parla di spiritualità laica – un tema sul quale scrivo da diversi anni per la rivista NonCredo – Il primato laico del dubbio, tengo presente che il primo punto della spiritualità laica è quello di non identificarsi con qualsiasi credo, con qualsiasi fede religiosa, perché la spiritualità laica non è soltanto una forma di laicità o di laicismo, è la spiritualità naturale dell’uomo. Quella che in forma di ecologia profonda possiamo definire l’intelligenza-coscienza, che ci consente di poter testimoniare la vita.
Tuttavia, nella spiritualità laica c’è una predilezione della relazione con la natura o addirittura un annullamento della relazione con la natura, a causa di un’identificazione di noi stessi come parte della natura.


Questo non è in qualche modo legato al paganesimo o all’animismo e perciò con un contenuto di fede?

Ci sono delle affinità. La differenza sostanziale è che nel paganesimo si faceva riferimento ad enti, ad entità reali rappresentative della natura. Quindi Genius Loci o, Spiritus Loci. Mentre invece nella spiritualità laica si tiene conto della valenza di tutti gli elementi viventi, o anche non viventi che però rappresentano una sostanzialità nella natura, ma non come forme di dignità altre, sono solo espressioni diverse della totale manifestazione naturalistica. Allora potremmo definire l’ecologia profonda una forma di naturalismo, ma nell’accezione in cui tutto è, non nell’accezione di una parcellizzazione delle forme.
Questa differenza delle forme è chiaro che esiste come esiste la differenza tra tutti gli esseri umani o fra tutto ciò che è vivente. Non c’è una foglia dello stesso albero che sia uguale all’altra. Non c’è un granello di sabbia su migliaia e migliaia di granelli che sia uguale all’altro. Ciò non toglie che tutti rappresentino la medesima sostanza, origine, madre. Questo è importante.
Per cui la spiritualità laica, è laica perfino nei confronti della spiritualità laica.

Proviamo a descrivere la natura o l’identità del Bioregionalismo e dell’Ecologia profonda.

Inizialmente il bioregionalismo aveva un carattere prevalentemente geografico. Adottava gli habitat naturali per suddividere le regioni della natura. Dava all’area considerata il titolo di entità organica. In quanto i suoi differenti abitatori, minerali, vegetali e animali si erano aggregati a mo’ di organismo unico.
Peter Berg è stato colui che s’è inventato la parola. Di lui ricordiamo Alza la posta. Saggi storici sul bioregionalismo. La sua scia è stata seguita da altri, tra cui Gary Snyder con La pratica del selvatico. Buono, selvatico, sacro e altri titoli.
Nel frattempo – la questione era iniziata negli anni ’60 del secolo scorso, negli Stati Uniti, connessa alla Cultura Beat – il bioregionalismo ha evoluto il suo contenuto andando praticamente a condividere il principio base dell’Ecologia Profonda, ovvero che c’è una sola vita, che tutto è sua espressione.
Ma il tuo stesso libro Sul fondo del Barile - Crisi sociale e recupero del sé o quello di Guido della Casa, Ecologia Profonda, sebbene, appunto, in chiave di ecologia profonda fanno riferimento alle espressioni della natura come differenze formali, tutte interdipendenti, di una sola vita. Come è per i vari organi di un organismo vivente. Solo successivamente interviene la descrizione degli organi specifici, ma sempre tenendo presente che esso, come tutti gli altri sono terminali della stessa natura. Una montagna, un fiume, un deserto, una pianura, cioè ogni cosa, ha la sua specificità, in cui la vita si manifesta in un certo modo, con forme differenti e con aggregazioni funzionali. Un’eventuale pan-ingegneria sarebbe disastrosa.

Siamo espressioni di un grande corpo dunque?

Questo grande corpo non è soltanto la terra. Di solito nell’ecologia profonda ci occupiamo del pianeta Terra, Gaia, come una forma vivente in se stessa no? Allo stesso tempo l’ecologia profonda compie un passo verso quello che potremmo definire anche panteismo, secondo la visione di Giordano Bruno, dove tutto quanto ciò che è Uno si manifesta in ciò che è in tutte le forme.


Rispetto a questi tre temi Spiritualità Laica, Ecologia Profonda e Bioregionalismo, e coniugando la tua ricerca e contemporaneamente la conduzione di un blog e di diversi siti dedicati a questi argomenti, pensi di avere il polso della diffusione di questi concetti e della cultura che implicano? Oppure, qual è la maggiore difficoltà o il più frequente equivoco in cui le persone rischiano di incappare nei confronti di questi temi che interessano lo Spirito e il Tutto? Il Tutto in che cosa viene colto, in che cosa viene equivocato?


L’equivoco si manifesta a tutti i livelli, ad esempio nell’ambito bioregionale, ricordo che tanti anni fa partimmo con La Rete Bioregionale Italiana (ufficialmente nata ad Acquapendente nella primavera del 1996) e con l’idea di diffondere il bioregionalismo. Se ne appropriò la Lega Nord per definire le bioregioni come ambiti etnici, dove la vita delle persone era praticamente condizionata dalla cultura locale e quindi dall’etnia che viveva in quel luogo. Questo è stato un fraintendimento, perché tutti noi bioregionalisti ci riconosciamo nel luogo in cui siamo nati o viviamo.
Quindi bioregionalista può essere anche una persona che non è nata nel luogo, ma che vivendolo lo riconosce come un’espressione di sé. A quel punto si integra completamente nel luogo. Ma non solo nel luogo, anche nella comunità con cui vive. E non solo quella umana, ma di tutti gli esseri viventi che vi partecipano. Per questo chiunque può essere bioregionalista in qualsiasi luogo, perché è soltanto un’apertura verso la presenza nel luogo. Questo è stato il primo fraintendimento.
Il secondo fraintendimento riguarda l’ecologia profonda. Come dicevi prima si fa quasi menzione a una sorta di New-age, dove tutto quanto è legato alla natura e i riti Wicca e questo e quell’altro.
Anche noi bioregionalisti organizziamo le celebrazioni dei vari equinozi e solstizi… ci sono determinati momenti dell’anno che vanno riconosciuti come importanti. Però non gli diamo un’importanza assoluta in quanto riconoscimento di una qualche divinità naturalistica. È soltanto un percorso da celebrare per essere felici di poter vivere nel momento in cui siamo. Un modo per riconoscere che altri, più belli o più brutti, hanno un loro significato e valore.
La maggior parte della gente, soprattutto quelli che fanno riti un po', diciamo così, pagani, magari preferisce festeggiare il solstizio d’estate, ricordare i Celti, Stone Ange e tutte le cose di quel genere, per contemplare la bellezza del sole nella sua pienezza. Ma altrettanto importante, chiaramente, è il solstizio invernale perché dopo la vita che si è richiusa ad approfondire le radici, risorge e pian piano ritorna ad esprimersi. Oppure l’equinozio di primavera, dove la vita ci riporta ad una bellezza. O quello d’autunno, come in questa occasione, dove condividiamo la consapevolezza che questa bellezza ha un grande valore.
Se in primavera di questo valore non ce ne rendiamo conto perché tutto quanto fiorisce, in autunno le cose che cominciano pian piano a scemare, hanno un significato più forte. Non a caso si dice che proprio l’autunno è il momento per la raccolta dei frutti migliori dell’uomo, per l’uomo. Come ad esempio la vite e l’ulivo. L’ulivo è simbolo di vita in assoluto, non soltanto in termini cristiani. La vite perché è quello spirito, il senso dello spirito e non a caso anche nella religione cristiana viene utilizzato il vino per la comunione.

Il mio pensiero è che il messaggio di Cristo abbia un grande valore, che i contenuti del cristianesimo abbiano un grande valore, mi riferisco per esempio non solo all’amore ma al perdono, soprattutto rispetto a quanto succede in altre religioni, dove il perdono è sostituito dalla legge del taglione. Il vero messaggio cristico più che cristiano, nella vulgata è andato perduto e sono rimasti quelli i dogmi, gli schemi, le gerarchie. Sei d’accordo con questa lettura? Sei d’accordo con il fatto che il cristianesimo abbia un grande annuncio da fare e l’ha fatto a suo tempo, del tutto frainteso, del tutto dimenticato?

Certamente sono d’accordo per quanto riguarda l’insegnamento del Cristo di cui noi abbiamo ricevuto soltanto briciole e anche travisate e manipolate. Sarebbe bella una ricerca, soprattutto per quanto riguarda dei messaggi più genuini di quelli che sono chiamati i Vangeli Apocrifi e anche dei famosi Rotoli di Qumran, dove c’è l’insegnamento esseno che corrisponde a quello cristico ma a lui antecedente. Comunque possiamo riscontrare che questa filosofia, continuiamo a chiamarla cristica, è sicuramente un messaggio innovativo all’interno di tutta una serie di impostazioni religiose che in quel periodo erano dominanti nel Medio Oriente mediterraneo.
Il senso del perdono che non è come viene inteso, un calcolo per sottrarci alle nostre responsabilità, come molti fanno nei confronti della confessione. Come stavo leggendo in un testo scritto da Franco Berrino, Daniel Lumera, David Mariani – Ventuno giorni per rinascere – Mondadori, dove il perdono è un reggente della guarigione se autentico amore.
Poi c’è il perdono razionale che calcola, che si considera valido per cancellare dalla nostra mente la tendenza alla recriminazione. E poi c’è quello emozionale, che è invece rivolto ad un perdono verso se stessi e quindi alla cancellazione anche del senso dell’offesa, perché si rivede nella trasposizione della posizione come: “è successo” e basta. E quindi non c’è neanche più bisogno del perdono.

Il perdono perciò corrisponde o è sovrapponibile a quello che la tradizione orientale ci tramanda come accettazione?

Io direi che è molto simile al concetto della compassione buddista. In quel caso la compassione equivale al perdono.

Quindi il perdono, la compassione, hanno un valore terapeutico nei confronti dell’individuo che riesce ad arrivare a quel livello per non ritenersi più offeso nell’orgoglio?

Certo non solo quello, ma è anche la porta di ingresso per poter accedere all’autoconoscenza. Perché poi essendo in grado di poterci identificare nell’altro attraverso il perdono, automaticamente siamo anche più propensi ad accettare noi stessi per quel che siamo e quindi siamo in grado di poterci vedere sempre più in profondità, fino a superare quel velo dell’illusione che ci fa identificare con un nome e una forma. Quel vedersi sempre più in profondità è ulteriormente terapeutico. Beh a quel punto direi che la terapia scompare. Fino ad un certo punto ci può essere, fino alla psicologia transpersonale noi possiamo intuire che c’è un percorso attraverso l’approfondimento, ma poi c’è una fase successiva che non può essere più razionalmente analizzata e quindi non ci può essere più neanche una terapia. Se vogliamo intraprendere un percorso in cui piano piano ci liberiamo della zavorra e dalle sovrastrutture è comunque corretto interpretarlo come perdono-terapia. Le vie spirituali, se sono sincere ed oneste tutto sommato danno questo indirizzo. Nel Taoismo, c’è l’abbandono. Pian piano impariamo a rilasciare ciò che ci aveva fatto assumere una posizione, che ci faceva considerare particolarmente benedetti, fino al punto di pensare di essere in grado di poter decidere, per la natura, per la vita, per gli altri esseri senzienti. Quindi fino a farci credere nel nostro egoismo.

P.S. Questa conversazione è  stata poi inserita, assieme a molte altre domande e risposte, nel libro:  
Vivere, parlare, pensare. Senza dire io. Interviste a uomini come noi


martedì 7 aprile 2026

"Cieli Blu". Disegno di legge di iniziativa popolare contro le pratiche di geoingegneria e manipolazione climatica...

 


Nel marzo 2026 è stata annunciata la promozione di un disegno di legge di iniziativa popolare in Italia volto a vietare le pratiche di geoingegneria e la manipolazione climatica. L'iniziativa, definita DDL "Cieli Blu", punta a proibire il rilascio di sostanze chimiche nell'atmosfera, spesso associate nel dibattito pubblico al fenomeno delle scie chimiche. 

Ecco i punti salienti emersi dalla conferenza stampa e dall'annuncio pubblico:

  • Promotori: La proposta è sostenuta da vari comitati e figure attive nella tutela ambientale e della salute, tra cui viene citato il maresciallo Nuzzo come divulgatore delle motivazioni del DDL.
  • Obiettivi: Il DDL "Cieli Blu" mira a ottenere uno "stop alla geoingegneria in Italia", sostenendo che le modificazioni artificiali del clima siano nocive per la salute umana e l'ambiente.
  • Raccolta firme: A partire da maggio 2026, sarà possibile firmare la petizione a sostegno del disegno di legge nei comuni italiani.
  • Contesto: L'annuncio si inserisce in un quadro di crescente attenzione, nel dibattito non istituzionale, verso le tecniche di cloud seeding (inseminazione delle nuvole) o altre forme di geoingegneria, distinguendole dalle normali scie di condensazione degli aerei. 
La conferenza stampa ha sottolineato l'urgenza di regolamentare o vietare tali pratiche per difendere l'ecosistema italiano da presunte manipolazioni artificiali. 

Vittoriano Mezzi  - mvittoriano@ymail.com


A seguire il video di alcuni interventi tenutisi nella conferenza stampa avente per tema la promozione di un disegno di legge di iniziativa popolare in Italia volto a vietare le pratiche di geoingegneria e la manipolazione climatica. (iniziativa definita DDL "Cieli Blu") :



lunedì 6 aprile 2026

Mestre/Venezia - Gli eventi di Michele Boato (con Gianni Tamino, Livio Giuliani e Carlo Giacomini)...

 


Questo sabato 11 aprile 2026 ti aspettiamo al settimo incontro di  ABC Ambiente Bene Comune   "Da dove veniamo, dove stiamo andando?" che si tiene a CittAperta in via Col Moschin 20, Mestre  
(traversa di via Sernaglia a 400 m. dalla stazione).
- alle 15 Gianni Tamino docente di Biologia, tratta il tema  Quali energie nell'attuale caotica crisi mondiale,
 


- alle 16 Livio Giuliani  biofisico, portavoce assoc.mondiale scienziati contro l'elettrosmog, tratta Quali tecnologie per un futuro sano e sostenibile
 
Le registrazioni di Francesco Brunello degli interessantissimi incontri precedenti sono visibili sul canale YouTube "Amico Albero".

A settembre tutte le sintesi formeranno un libro spedito gratis dalla Fondazione ICU a migliaia di insegnanti delle superiori di tutta Italia.

Diffondi la voce, ti aspettiamo, 
Michele Boato




Post Scriptum
- Sabato 18 aprile 2026, Interviene il trasportista Carlo Giacomini su Mobilità urbana ed extra.


- chi vuole, può firmare per la presentazione della lista di ABC al Comune e Municipalità (abbiamo bisogno di 350 firme)


domenica 5 aprile 2026

La storia rivisitata... in Italia

 


E’ in corso ormai da parecchi anni una “rivisitazione” della storia secondo canoni interpretativi che potremmo definire  "bioregionali" con particolare riferimento all’Italia. 

Oltre alla presunta origine “italiana” di re Artù (che semmai sarebbe “romana” in senso lato), che non costituisce certo una novità, essendoci stati già alcuni film che propongono tale versione, personalmente ho già letto diverse teorie sull’origine italiana del primo Gran Maestro dell’Ordine dei Templari Hugues de Payns (Ugo de’ Pagani), sull’origine peninsulare dei primi insediamenti imperiali di Carlo Magno che avrebbe praticamente fondato la sua principale corte e capitale imperiale e gestito il potere in Italia -alcuni ricercatori dicono nelle Marche- e non sul suolo francese o tedesco, ecc. 

Una sequela di personaggi, autori ed opere, primazie, precursori, vicende ormai entrate a pieno titolo nell’immaginario collettivo, che non visto ad elencare, che la tradizione e la storiografia ha collocato altrove, secondo questi studiosi “alternativi”, troverebbero giustificati motivi per essere collocati sul suolo patrio. 

E’ vero che l’Italia è all’origine d’innumerevoli vicende storiche e culturali che hanno influenzato la storia universale, ma sarebbe bene non esagerare ed attenersi alle sole fonti storiche e documentarie, distinguendo tra storia e congetture, per quanto affascinanti ed apparentemente legittimate. Già nel corso dell’’800 abbiamo assistito ad un fenomeno simile dovuto alle mode, all’emotività, all’entusiasmo contagioso, ecc., che ha rivisitato interamente il medioevo alterandolo gravemente nel modo di approcciarlo, inventando una moltitudine di miti e leggende, così come negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una riproposizione della storia dei templari che ha poco a che fare con la storiografia e che è ormai divenuto un fenomeno di massa con risvolti “consumistici”. 

Proseguendo su questa china e con i mezzi che la tecnologia pone a disposizione, rischiamo di condizionare ed appassionare la popolazione ad una versione “altra” delle vicende storiche, più vicina  alla fantastoria che non psicostoria. Per giungere  alla conoscenza delle nostre effettive radici e del nostro passato il principio di precauzione andrebbe sempre applicato, altrimenti si corre il rischio di passare da un addomesticamento ad un altro. 

Claudio Martinotti Doria - Rete Bioregionale Italiana

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sabato 4 aprile 2026

Chiamale se vuoi... "emozioni"...

 


L’emozione di esistenza.

 

 

Viviamo costantemente entro un’emozione. Ognuna di esse detiene un potere di movimento. Nel suo massimo agiamo come automi, molle cariche dall’energia inesauribile, verso uno scopo che è già in noi. Nel suo minimo ci avviciniamo alla morte, ovvero all’immobilità. Nel suo medio conduciamo la vita cosiddetta ordinaria. Egoismo e empatia sono estremi di uno spettro di emozioni, sono raggi colorati che escono dal prisma della coscienza colpito dal raggio della vita.

 

Le mozioni sono poche e sempre identiche. Esse si manifestano negli esseri viventi recettori di energia. Nel caso degli uomini, da metallica a lignea. In noi, se ne contano le varietà disponibili agli esseri con autocoscienza di sé. Tutte riflettono lo stato identitario del momento e nel tempo, ne sono rispettose e in quanto tali veritiere, più delle parole che possiamo aver detto prima e pronunciato poi in merito a qualsivoglia situazione. Esse aprono e chiudono la relazione con l’ambiente esterno in funzione sensoriale del mantenimento del proprio equilibrio e stato.

 

Nel subentrare di un’emozione differente da quella in corso, lo stato di chi la vive cambia, come rispettasse una forza maggiore, nuovi comandamenti, ordini e leggi. Cambia allora anche la descrizione dei fatti, della realtà. Cambia l’energia che ci attraversa e ci muove e, con essa, il gradiente di creatività e quello della disponibilità alla volontà altrui. 


Le emozioni sono come la superficie del mare. Le impongono il movimento, la fanno quieta, agitata e burrascosa. E noi, sul nostro natante, non possiamo che rispettarne il potere.

 

Con tale assunto, si può parlare di emozione di esistenza. Infatti, al pari di come esiste il mondo che stiamo vivendo nella nostra descrizione di esso, la vita stessa, nel senso di esistenza, non può che essere un’emozione.


Cosa l’abbia provocata, causata, scatenata, non sarà merito dell’indagine logico-razionale fornirne risposta pertinente. 


La logica corrisponde ad un dominio assai limitato del reale, una briciola detta storia che fluttua nell’infinito credendo di poterlo contenere e raccontare. Tronfia d’inconsapevolezza, la logica, che non può gestire altro che questioni meccaniche, di fatto genera il problema del mistero con la presunzione di essere lei sola a poterne dare risposta. 


Così come siamo ed esistiamo in ciò che esce dalle nostre mani e dai nostri pensieri, solo essendo il mistero potremo pacare la tanto furibonda quanto ottusa ricerca filosofico-scientifica sull’origine di tutto. 


Soltanto emancipandoci dall’emozione di poter conoscere attraverso l’assunzione di dati, scomposizione della materia e dalla speculazione metafisica, ovvero dal campo d’azione della coscienza duale e della realtà oggettiva, ovvero dall’incantesimo scientista, potremo farci nuovamente prendere dall’emozione della nascita, della creazione e, così accadendo, scacciare l’emozione assolutistica della conoscenza cognitiva.

 

Le emozioni non scaturiscono da noi, ma, come violenti saette o tenui voltaggi ci attraversano costantemente. La perduta divinità sciolta nell’acido antropocentrista, ci fa credere di esserne gli autori e i proprietari, mentre siamo, invece, più simili ad attori che, talentuosamente, rispettano le volontà del regista. 

 

La vita ci attraversa come se a costituire il cosmo, il mondo, la realtà, la verità – qualunque essa sia per ognuno di noi – non fosse altro che un’emozione. Energia libera, i cui flussi e la cui condensazione decantano al cospetto della nostra condizione sentimentale e del nostro stato relazionale – come se emozioni e sentimenti fossero la trama e l’ordito della storia – dando forma ad ogni affermazione di qualsivoglia argomento e presunto spessore e che dà forma ai differenti talenti di ognuno. Così avviene l’evento del mondo che corrisponde alla condensazione che ci compete o cui siamo destinati da noi stessi. Più comunemente, che meritiamo. Ogni giudizio che emettiamo ne è una dimostrazione, con buona pace degli adoratori del metodo scientifico. 


Così procedendo, l’emozione del circo della storia umana non sarebbe che il nodo della configurazione dualistica del pensiero, dunque dell’immaginazione e, infine, della realtà. 


Ma si tratta di una conclusione per modo di dire, in quanto intermedia o arbitraria. Infatti, se di condensazione si può parlare – anche la meccanica quantistica ci è arrivata – si deve parlare pure della possibilità di emancipazione da tale nodo, come le tradizioni sapienziali da sempre ci hanno fatto presente. Una liberazione dall’identificazione con le idee che, a loro volta, ci attraversano, la cui natura risente dello stato di emancipazione del momento. È un percorso verso la sospensione del peso della storia e della biografia. Una via verso la salute e la bellezza. 


Sì, perché solo la bellezza fa vibrare e sentire l’energia dell’infinito. È nel momento della bellezza che la vita sublima e tocca l’intero. È in quello della degradazione che conosciamo la pazzia detta inferno. Intendendo per pazzia il gorgo intorno a se stessi, provocato dalla distorsione dovuta all’assolutistica centratura egocentrica delle proprie ragioni, con conseguente disagio reattivo in caso di insoddisfazione. Uno stato che caratterizza questa nostra storia, che tutti conoscono e che, per persistenza, è patologico in alcuni, purtroppo non pochi. E quelli che campeggiano nei telegiornali, americani o israeliani, europei che siano, non sono altro che i nostri migliori campioni del nostro stesso spirito.

 

Riguardo alle emozioni primarie, comunemente citate dalla letteratura, quali la paura, la sorpresa, la delusione eccetera si potrebbe quindi sostenere che tra la paura della volpe, quella della rondine e quella di qualsiasi essere la esperisca e i bambini e gli uomini, non vi sia differenza. Per il saggio, il santo, il criminale e il politico la paura e tutte le emozioni comunemente considerate sono identicamente vissute.


Se quanto detto relativamente alle emozioni primarie potrebbe apparire accettabile, l’idea che sia sempre un’emozione ad accompagnarci, anzi, a muoverci vita natural durante, appare forse più ostico da riconoscere ed accettare. Ma non è necessario trovarlo scritto nei manuali di psicologia per constatarlo. Una delle modalità sta nell’osservazione del momento del cambio di emozione e nel relativo cambio di stato, di condizione, di narrazione del mondo che noi stessi o chi stiamo osservando esprimiamo.


“La vita ti sorride?” si chiede a chi sprizza pienezza e soddisfazione. “Sei giù di careggiata?” sentivo chiedere una madre a suo figlio mogio. Chi non è stato quel figlio? Chi non ha vissuto un momento di liberazioni dai pesi della sua ordinaria condizione? Se conosciamo questi stati è perché vi ci siamo entrati e, se non permangono in noi è perché ne siamo usciti. Osservarne l’ingresso e/o l’uscita, evidenzia quanto sia attendibile l’idea che siamo sempre entro un’emozione.


“Ho pensato di uccidermi” è un’affermazione che spaventa alcuni, che provoca un motto di giudizio morale in altri e che permette a chi l’ha già pensato di sapere di cosa si stia parlando. Quel pensiero-sentimento ha una corrispondente emozione nella quale, pur orientati alla morte, si avverte la continuità della biografia.

 

Sebbene il passaggio da un’emozione all’altra, la cui dinamica è ben rappresentata dalla formula “chiodo scaccia chiodo”, sia costantemente a disposizione per essere osservato, per vedere lo svanire in noi di una e il subentrare di quella che ne prenderà il posto, ci sono due momenti quotidiani nei quali è forse più facile assistere al processo del mutamento. Sono il momento della sveglia e del sonno. La sveglia compiuta avviene solo quando un’emozione d’urgenza, cancella definitivamente quella torporica o del sonno vero e proprio. Similmente l’attività cessa lasciandoci entrare nel ristoro del sonno, soltanto quando l’eccitazione di qualche emozione ci lascia. Se non si dovesse riuscirci al primo tentativo, con la pratica si può assistere al cambiamento del nostro stato.

 

Unendo i puntini che vediamo nell’immaginario delle forme-pensiero di cui siamo prede, scelti – come dicono quelli del buon senso – tra gli infiniti che non vediamo (come sarebbe possibile comporre qualunque altro disegno, scrivere qualunque altro nuovo romanzo e nuova scienza, se non ci fossero?) emerge all’evidenza il disegno che sostiene l’identicità degli uomini in quanto mossi da identiche forze, ragioni, istinti e desideri, che solo la cultura quantista permette, anche in ambito relazionale, aperto, non chiuso tra regole, ad alcuni di essere considerati superiori di altri necessariamente classificati come inferiori.

 

L’esigenza autopoietica di ogni essere vivente di mantenere se stesso, cioè l’efficienza della propria “organizzazione interna” (1), impone all’essere stesso, meglio, alla sua autocoscienza non necessariamente consapevole e razionalizzata, un’identità nella quale riconoscersi e sentirsi vivere, cioè sentire sussistere la propria organizzazione interna, indipendentemente dai cambiamenti che avvengono lungo il percorso esistenziale. Al contrario si avverte un cedimento, nelle mortificazioni, nei traumi, negli scioc, nelle delusioni. Tutti eventi con un relativo lutto spirituale o emozionale, necessario per riprendere il filo della propria biografia o per riorganizzare e riformulare le concezioni e compiere così una svolta angolare dell’esistenza. Interrompere un vizio richiede un’emozione che ne sostituisca la presenza, non di razionale forza di volontà, necessariamente sempre perdente di fronte ad un’emozione contraria.


Considerando che nel sonno, come i sogni potrebbero dimostrare, permane uno stato di coscienza seppur spesso alogico – che allude a condensazioni di energia svincolati dai regolamenti socio-razionali – si deve ulteriormente considerare che, solo con la cessazione del transito delle emozioni, cioè con l‘avvento di quello stato della vita detto morte, cessiamo di interpretare, di unire puntini a favore di noi stessi, lasciando così che le medesime energie che hanno animato la nostra esistenza si condensino in altre entità viventi.

 

Ma se davvero stessero così le cose, allora l’apparenza cavernicola di Platone, quella buddhista e quella tolteca raccontata da Castaneda non sono verità illegittime, non hanno unito puntini per dare forma ad uno stupido disegno di cui non tenere conto. E lo è altrettanto, ma con maggior gravità, quel disegno in cui crediamo, che sta dominando l’epoca della nostra esistenza. Troppe volte preso per buono e per vero, tragicamente per unico, nonostante il dramma umanistico, sociale, politico in cui si mostra a tutti noi. 

 

Che fare?


Affidandosi all’idea che ogni consapevolezza muta il mondo nella sostanza, lasciandolo intatto nella forma, ve n’è una che potrebbe avere il potere di modificare la condizione di pazzia del mondo attuale. Ma le consapevolezze avvengono per autopoietiche riorganizzazioni interne e queste non sono necessariamente e direttamente provocate da stimolazioni esterne, tantomeno razionali. È per un’emozione, non per un ragionamento che, per esempio, dal rancore si può passare al perdono, che dalla pigrizia passiamo all’essere energici. Ed è per un’emozione che possiamo seguire la linea razionale, non certo perché essa può sterilizzarsi dalle emozioni.

 

La consapevolezza riguarda l’emancipazione dalla condizione di pensiero e creatività costretta ed esaurita entro i confini della logica, del causa-effetto, perciò del meccanicismo. A mezzo di tale liberazione si po' accedere alla dimensione alogica o magica del reale. Un passo che permette di riconoscere in che termini è vero che siamo creatori di realtà, che ogni realtà che creiamo è acqua per il nostro mulino, che quanto pensiamo e i sentimenti che abbiamo sono mattoni dell’edificio che crediamo di trovare fatto di fronte a noi, che tutto ciò in cui abbiamo creduto, semplicemente, non l’hanno creduto i talebani, né gli sciamani e, con loro, molti altri di cultura e concezione differente dalla nostra. 


Un passo che comporta l’assunzione di responsabilità di tutto, forse il solo che ci può permettere di uscire dall’abisso nero dell’antropocentrismo e dell’egoismo, matrici autentiche dell’inconsapevolezza dell’insopprimibile presenza di noi in ogni descrizione del reale per la quale siamo ogni giorno disposti a emulare Muzio Scevola. Affidarsi ad una o ad un’altra narrazione è fideismo che, a sua volta, è negazione del sé e realizzazione dell’io, quel parassita al quale abbiamo inconsapevolmente devoluto tutta l’energia emotivo-creatrice per i suoi opinabili, superficiali, futili desideri.


Lorenzo Merlo




 

 

Nota

1.     Humberto Maturana, Francisco Varela, L’albero della conoscenza. Le radici biologiche della conoscenza umana, Sesto San Giovanni (Mi), Mimesis, 2024, p. 77.