Proprio sotto il naso e non vederlo. Escursione su sentieri poco battuti che portano a riconoscerne il perché.
Senza una visione da descrivere, la tela resta bianca e anche il foglio. E così il discorso resta muto, la scelta, l’atto, l’azione non avvengono. Al loro posto, l’assenza di iniziativa, l’inconcludenza, la noia, la depressione.
Il cosiddetto senso delle cose è il latte materno di un’esistenza percepita come nostra; è l’antidoto all’alienazione. Malfattori o santi non fa differenza, ne cercano la mammella e lo succhiano.
Cercare, con avidità occulta, il senso delle cose è il corpo della condizione esistenziale duale e positiva. Una dimensione che ci sospinge, senza incertezza alcuna, verso una descrizione del mondo concepita come oggettiva, coerente con il nostro senso delle cose e quindi accettata, o incoerente, e quindi scartata. Accettazione e rifiuto che corrispondono al nostro insindacabile giudizio, predilezione o condanna; che, rispettosi della morale che ci affardella, corrispondono perciò al bene e al male de noantri, fatto in casa, autoreferenziale fino al midollo anche se mimetizzato nella consuetudine del così fan tutti. Significa che ci si muove nell’esistenza, come se la realtà fosse un museo che stiamo visitando con assoluto diritto di giudizio. carico di diritto di vita e di morte, delle opere esposte. Allontanarsi, emanciparsi dall’idea dell’oggettività, cioè che il mondo è fuori da noi, non riguarda tutti e spaventa molti.
Il semino
Come dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, senza incertezza alcuna, avanziamo petto in fuori pronunciando affermazioni varie sempre sensate per noi, sempre – “incomprensibilmente”, diciamo a noi stessi – insensate per altri. Una conclusione nota a tutti, alla quale, secondo circostanza, si resta stupiti, allibiti, basiti, adirati, eccetera, quale conseguenza dell’inconsapevolezza del potere magico di cui disponiamo, che conforma a noi la realtà e le sue verità, che impone una descrizione a noi coerente, sempre opposta a quella di altri visitatori del museo, che girovaga tra le sale con la mappa di altra coerenza.
Come seme pronto a schiudersi in ogni persona, la consapevolezza di tale magia e relativo potere giace sotto strati di morali, di dati, di saperi, di superstizioni scientifiche. Bagaglio appresso che impedisce la conoscenza del sentire, energetica, sottile. Che impedisce la visione energetica delle dinamiche che popolano e animano la realtà.
Il visitatore del museo
Si tratta di una stratificazione consistente, non demolibile a suon di argomentazioni logico-razionali, nient’altro che inadeguati colpi con un piccone di gomma contro la più resistente delle materie, l’identità risiedente nelle nostre affermazioni. Tuttavia, quando – apparentemente – avviene che dette argomentazioni sbriciolino il plinto sul quale appoggiamo la nostra esistenza, si avvia dipendenza da quale dottrina, ideologia, religione e guru, e non evoluzione e autonomia, scoperta della propria magia e di come impiegarla.
Concentrati sull’accumulo di dati e sulla celebrazione di competenze tecniche, quest’ultimo aspetto, corrisponde a una ciarlatanata, della quale è opportuno non solo non occuparsi, ma bandirla, censurarla. Così ci dice veementemente il visitatore ordinario del museo.
Nessuna una per tutti
Più che sfaldabile, il pesante spessore della falsa conoscenza e del falso progresso è saltabile... a piedi pari, sempre a mezzo di una magia. Falsa conoscenza in quanto soltanto tecnica e soltanto valida entro il campo che l’ha generata, falso progresso in quanto non comporta alcuna consapevolezza della propria magia – o potere creativo o assunzione id responsabilità di tutto – e trattiene nel malessere del proprio giudizio.
La natura pesante e solida della massa opprimente perdura solo e soltanto entro la dimensione oggettiva e materiale della realtà-museo, regno della quantità, del positivo, della misurazione e della pedestre dimostrazione, quest’ultima concepita quale suprema garanzia di verità assoluta. Se la dimostrazione è funzionale in campo chiuso o tecnico, è riduttiva e fuorviante in campo aperto/umanistico.
È a mezzo di consapevolezze varie che riconosciamo nel museo le proiezioni di noi stessi, che prendiamo coscienza della osservato-osservatore. Consapevolezze dall’innesco imprevedibile, serendipidico, per ognuno diverso, non massificabili in una formula né in una dialettica razionale. Non è per questo che possiamo leggere tra le parole del nostro bambino o del nostro amico la storpiatura, a loro coerente, dei fatti presenti nella loro narrazione?
Ah ah
Come fare per saltare a piedi pari il cavolo o il macigno culturale sotto il quale siamo nati? La domanda pare legittima e volenterosa, ma non lo è. Il come fare non esiste neppure nel giardino del re delle latenti consapevolezze. Le dinamiche che conducono ad una presa di coscienza non hanno natura meccanica, quindi massiva, addestrativa. Anche se i figli di questa cultura si comportano come se credessero il contrario, le persone non sono uniformi nelle loro reazioni, narrazioni, sentimenti. Ad ognuna serve una precisa emozione che non può essere pianificabile, identificabile, provocabile, confezionabile.
Un’emozione, come e più di un fulmine, percorre linee che ridono dell’eloquenza razionale a cavallo della quale avevamo scoccato i nostri migliori e lineari argomenti, convinti che avrebbero cambiato le persone. Anche, soprattutto e nonostante le formule meccanicistiche – devi, bisogna, ti dimostro, è chiaro che..., eccetera – che di frequente si trovano nei discorsi e nei libri, che vorrebbero spiegarci (ah ah) cosa fare per evolvere verso la saggezza, verso il benessere, verso il sé.
Nonostante lo spadroneggiamento di razionalisti e scientisti, che sanno dire tutto della materia, della materia e della superficie e niente della poesia, il tappeto volante del razionale può trasportare un potere il cui valore è simile a un fiato nella burrasca dell’infinito. Affidarcisi è sfacciataggine babelesca.
Foglia nella corrente
In merito all’emozione o colpo di fulmine, quale brillamento di consapevolezza e levitazione, conseguente alla demolizione del macigno culturale, che pensavamo contenesse tutta la realtà e tutta la verità, va fatto cenno all’accredito, quale condicio sine qua non dell’uscita dal cerchio autarchico nel quale ci eravamo rinchiusi ricchi e vanitosi per i nostri sussidiari di medicina, di filosofia, di economia.
Quando famelici si seguono le dottrine di guru e santoni d’ogni schiatta, la demolizione tarda o non avviene. Ciò, a causa del contesto comando-dipendenza in cui si sviluppa la relazione tenuta unita da un guinzaglio: dove va il padrone, va l’animale. Il primo carattere che ci convince della bontà del nostro fare è l’accredito nei confronti di chi promuove quel fare. Anelare a possedere una borsa di Gucci richiede un inconsapevole accredito del presunto valore di ritorno che investirebbe chi la possiede. Ciò che avviene entro il circolo magico dell’accredito è identico a quello del bimbo che, con “l’ha detto la mia mamma” prende posizione nel momento in cui pronuncia la formula, di fatto, magica.
“Uscita”
Senza cambiare una virgola, quanto detto finora, è anche ciò che avviene quando ci si libera da una dipendenza, siano le sigarette, sia una relazione penosa, eccetera, financo nei confronti di una malattia. Se questa corrisponde spesso alla somatizzazione fisica e psicologica, cioè generata dall’inconsapevolezza di essere semplici terminali della vita e corpo unico con la natura, appesantita dalla presunzione di credersi individui con diritto di autonomia e verità e arricchita da una immancabile spruzzata di prezzemolo vittimistico, possiamo rompere il cerchio o uscire dal museo entro cui ci eravamo rinchiusi.
Oltre il cerchio si assiste alla reificazione della realtà imposta da ogni nostro sguardo, osservazione, emozione. Come se da un iperuranio nel quale tutto è già presente, ognuno cogliesse senza avvedersene quanto serve per, un istante dopo, poterne affermare la realtà.
Dottorino
È un processo che avviene costantemente e che da un secolo, con l’avvento della fisica quantistica e, in particolare, con la filosofia che ne consegue, ha anche una forma accettabile o accreditabile, da una piccola parte della cultura razionale.
E qui che il cambio di emozione non è più distinguibile dal salto da un campo quantico ad un altro. Campi o emozioni entro i quali esiste una ed una sola realtà, quella che descriviamo. Ce lo avevano detto Jung, Watzlawick, Wittgenstein, Von Foerster, Von Glasersfeld, Maturana, Varela, Feyeraeand, Bateson, Foucault, Watts e certamente altri, nonché tutte le tradizioni sapienziali della terra, ma non è bastato se non a chi, per qualche motivo, è stato colpito dal fulmine che, invece di annientarlo, gli ha bruciato il recinto dove brucava la solita cultura.
Se la magia era malamente e inappropriatamente maltrattata dai razionalisti, dai materialisti, dai meccanicisti, dagli scientisti, ora, forse ma forse, emozione permettendo essa da perseguibile superstizione potrebbe passare a consapevolezza e potere in mano a tutti noi, ignari maghi sotto copertura, utile a gestire le relazioni, indispensabile alla guarigione e al benessere, ben più di quanto possa un dottorino da sotto il suo macigno.
Lorenzo Merlo
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