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lunedì 8 giugno 2020

Bioregionalismo, etnologia e antropoarchigroltura

La Rete delle Reti: Bioregionalismo e antropologia del paesaggio ...
Calcata (Vt) - Costruita con il tufo nel tufo

L’antropoarchigroltura è una scienza che studia le forme del paesaggio partendo dall’abitazione. La casa è il punto fermo della vita dell’uomo, allo stesso tempo, una meridiana e una clessidra. Come meridiana solare, indica nel ciclo dell’anno la direzione delle semine e da la forma ai campi, nell’immediato contesto della casa. Nel ciclo di vita, invece, attraverso il lavoro delle generazioni che la abitano, da forma al territorio e al paesaggio. Al suo interno, la casa funziona come una clessidra, segnando la vita dell’uomo nello scorrere delle stagioni e degli anni, nei suoi rapporti sociali e naturali più intimi. In pratica, materiali come pietre, terra, legnami, canne, vengono trasformati in abitazioni, inserite in modo naturale nel paesaggio che le circonda. 

Durante il ciclo di vita la casa, assorbe tutti i prodotti della terra. Il lavoro dell’uomo struttura lo spazio abitativo in rapporto al clima e ai materiali naturali presenti. Si può usare come metodo di analisi, per schematizzare, la forma dei cerchi concentrici, come quando si butta una pietra nell’acqua. La casa segue la vita degli uomini nelle diverse generazioni, finché è abitata, vive, caricata della fatica di quelli che l’hanno costruita, vissuta, abitata. Al centro c’è sempre l’uomo, visto da vicino, con le tradizioni, il modo di muoversi, di pensare, i suoni, gli amori, il cibo. L’unico modo di approfondire la conoscenza è di studiarne le radici culturali: l'etnologia.

Agli inizi degli anni 50, due geografi Mario Ortolani e Piero Dagradi, pubblicano i risultati della loro ricerca in abruzzo in “ la casa rurale negli Abruzzi” e “memoria illustrativa dell’utilizzazione del suolo degli Abruzzi” sovrapponendo questi due testi si ottiene la mappa archigrolturale degli Abruzzi negli anni 50-60. In linea generale a una determinata architettura, corrispondono specifiche coltivazioni, a seconda dell’altitudine, delle qualità del terreno e dalla presenza o meno di acqua. Per esempio attorno alla Maiella orientale ci sono una serie di paesi, tutti diversi, per modalità costruttive e coltivazioni.  

Lettomanoppello - Wikipedia

Lettomanoppello: il paese della pietra morbida calcarea della Maiella, usata in blocchetti per costruire case e stalle: attività prevalenti la lavorazione della pietra e la pastorizia, coltivazioni cereali di montagna, legumi patate ortaggi.  

Manoppello: il paese del grano, il nome stesso deriva da manoppolo fascio di spighe. La presenza rilevante di cave di argilla ha portato all’impianto di fornaci, per la cottura dei mattoni.  

Serramonacesca: paese dove si sono mischiati diversi materiali, si possono trovare abitazioni in terra cruda, pietra riccia della rocca, pietra della Maiella, pietre di fiume e mattoni cotti, a seconda delle esigenze, delle vicinanze e delle possibilità. Si trovano muri costruiti riciclando tutte le pietre trovate. Attività prevalente pastorizia; coltivazioni grano, patate, legumi, ortaggi, olive.

Roccamontepiano: paese famoso per la pietra riccia o travertino fossile; usata per costruire abitazioni, frantoi, stalle e fienili, infatti attività prevalente era l’allevamento delle mucche da latte. Coltivazioni olive da olio, frutta e ortaggi, per l’abbondante presenza di acqua.  

Casalincontrada: il paese della terra cruda. Centinaia di case in terra. Coltivazioni specifiche sono grano, mais, pomodori e peperoni adattati alla secca, per la poca acqua presente.  

Pretoro: la roccia dura calcarea è scavata e poi usata per costruire sopra i vuoti scavati, ipogei. Attività prevalente, lavorazione del legno; coltivazioni, ortaggi, legumi, patate olive. 

Gessopalena: i banchi di gesso venivano scavati e usati in mille modi.  

Questo per dire delle varietà dei materiali presenti in un territorio di circa 100 chilometri quadrati, naturalmente a ogni materiale è stato adattato un metodo e uno stile costruttivo. Anche le coltivazioni sono state adattate nel tempo dalle diverse generazioni. Un analisi approfondita ci darebbe foto, rilievi e disegni di stili e tecniche di costruzione, cosi come le coltivazioni specifiche, paese per paese, zona per zona.

Architetture rurali sempre diverse in relazione al clima, ai materiali e al sapere condiviso, con coltivazioni sempre diverse in relazione alla presenza di acqua, qualità del terreno, adattamenti e scambi dei semi, nella rete sociale di appartenenza, un sistema abitazione-coltivazione unico, sempre diverso, anche dal vicino, sia in senso verticale, sia in senso orizzontale. Quindi se adoperiamo il metodo dei cerchi concentrici, al centro mettiamo l’uomo e le sue radici, poi la casa, di seguito coltivazioni, vegetazione ed altri organismi viventi, qualità del suolo, correnti d’aria e precipitazioni.

Condizioni pessime - Recensioni su Grotta Sant'Angelo ...

Etnodiversità; archidiversità; agridiversità;
biodiversità; geodiversità; climadiversità.

Una semisfera trasparente come quelle di vetro che si rovesciano con la neve dentro.

Dagli anni 60 questo sistema archigrolturale è stato quasi azzerato, come se qualcuno si fosse divertito a stendere sulla superficie, una mano di vernice uniforme, sul paesaggio, a base di cemento, asfalto, plastica, lamiere, ferro e poche varietà agronomiche vendute dai consorzi. Nel tempo la vernice si è scolorita e si sta mischiando con i forti colori locali e stanno venendo fuori nuovi e affascinanticolori. Quindi anche se quel sistema è andato perduto, possiamo recuperare quello che ancora si trova, senza mettere tutto in un barattolo, mischiando e ridiffondendo casualmente. Facciamolo in modo sistematico, senza fare confusione. Ognuno mantiene il caratteristico colore del proprio territorio, cercando magari di riavvicinarsi a quello originario. Ricicliamo, ristrutturiamo, restauriamo! Dal senso di vuoto e dagli spazi ampi degli anni 60, ora viviamo luoghi pieni, merci dappertutto, macchine e costruzioni. L’immensa memoria del mondo è satura di cemento, ferro, lamiere e plastica. pensiamo e lavoriamo per sottrazione!

Il principio è solo uno

stop al consumo di territorio

cemento zero

Come quando nevica l’aria si pulisce e i rumori sono attutiti. Incredibile come basta un po di silenzio, per cambiare ciò che quotidianamente abbiamo davanti agli occhi, liberiamo la mente, rallentiamo la nostra vita e contempliamo meglio quanto la realtà quotidiana ci mette davanti.

La casa di terra di Treia e il suo piccolo museo - I viaggi di ...
Lettura di un paesaggio. Casa di terra a Treia (Mc)

La casa di terra è stata costruita agli inizi del 900 sul bordo della collina, per preservarla dal ristagno e arearla naturalmente. La tecnica adoperata è quella del massone, impasto di terra bagnata e paglia. La casa è dello stesso colore della terra della collina. Mani sapienti come un gioco di bambini sulla sabbia, hanno trasformato la terra della collina in una struttura monolitica abitativa, asciugata e seccata dal sole. Nella cultura costruttiva locale, non ci sono riferimenti a uno stile o a un nome di un costruttore, quindi architettura come espressione di una volontà costruttiva collettiva. Aria e luce: Esposizione del versante della collina, nel nostro caso verso sud-est, rifrazione e incidenza della luce. Studio delle correnti d’aria.


Ferdinando Renzetti 




mercoledì 29 agosto 2018

Presto il cibo tornerà ad essere un bene primario...

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L'agricoltura tradizionale perché è in crisi? Perché i prodotti dell'agricoltura, nei paesi in cui vige il benessere materiale, hanno perso sempre più valore a scapito di altri beni, sempre materiali, che ne hanno acquistato uno sempre maggiore e penso prima di tutto, a quelli tecnologici, beni che richiedono un consumo di altri beni (territorio, energia) sempre maggiori. Da qui l'aumento dei campi lasciati incolti.
Del resto, la frutta e i pomodori, tanto per fare esempi eclatanti, ogni anno vengono distrutti o lasciati marcire sulle piante perché, per questo benedetto (maledetto) mercato il gioco non vale la candela, la raccolta e il trasporto non vengono ripagati dal ricavato.Vengono invece impiegati terreni ex agricoli, per impiantare pannelli fotovoltaici o coltivare colza. Lasciamo perdere il discorso degli allevamenti intensivi. Quando è iniziata la meccanizzazione del lavoro ed ora l'informatizzazione sarebbe diminuita la necessità di lavorare fisicamente (ed anche temporalmente) invece più o meno si lavora come prima e quindi è necessario produrre beni per far lavorare persone e quindi altre persone devono essere incentivate ad acquistare questi beni, poi c'è la globalizzazione, scarpe prodotte nel terzo mondo che costano meno di quelle prodotte in Italia e quindi altra sottrazione di lavoro per noi... insomma è un casino.
Comunque ritorniamo al discorso iniziale: i prodotti agricoli, tranne qualche prodotto particolare costano sempre meno in proporzione, da cui l'abbandono del mestiere del contadino tradizionale. Di contro si sta sviluppando una nuova figura di "contadino alternativo" che ha con la terra un rapporto di amicizia, di amore e complice il fatto di un desiderio di ritornare ad una vita in sintonia con la natura, vorrebbero vivere in semplicità, dei frutti del loro lavoro, svolto con cura, ma in quantità modeste, senza dover affrontare la moltitudine di balzelli burocratici e pseudo sanitari, quando questi produttori produrrebbero come si faceva in casa una volta o poco più e con la stessa cura che utilizzerebbero per produrre per sé.
Secondo me c'è  spazio per questo approccio  e ce ne sarà sempre più, in questo momento di crisi e nella eventuale ulteriore crisi futura dovuta all'impoverimento delle riserve di combustibili fossili e di altre fonti energetiche non rinnovabili.
Il cibo diventerà un bene, ritornerà anzi, un bene primario, al quale dare il giusto valore, anche in funzione di un recupero di uno stato di benessere inteso proprio come salute del genere umano che per troppo tempo si è "accontentato" di cibarsi di prodotti ottenuti da terreni impoveriti e contaminati da prodotti tossici, da liquami, con un'aria e piogge piene di gas di scarico, di fumi di fabbriche e di riscaldamenti domestici, da animali allevati in condizioni stressanti, al limite della sopravvivenza, che non sopravvivono se non riempiti di antibiotici.
Se torniamo ad un'alimentazione naturale, basata principalmente sui prodotti della terra, avremmo tutti da mangiare e senza bisogno di ricorrere a tante sostanze di sintesi. In questo mondo il mestiere del contadino, potrebbe diventare quello più importante e ben pagato o comunque tale da dare a tanti piccoli operatori da che vivere più che dignitosamente, senza bisogno da parte delle ausl di fare tanti controlli.
Caterina Regazzi

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mercoledì 22 agosto 2018

Montombraro - Verbale incontro con Rete Bioregionale Italiana del 29 luglio 2018

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Il giorno 29 luglio 2018, presso il podere Malprevisto a Montombraro (MO), è stato organizzato un incontro di coordinamento bioregionale; hanno partecipato: Paolo d'Arpini responsabile bioregionale, Caterina Regazzi responsabile bioregionale, Pietro Rossi agricoltore di Roccamalatina (MO), Danusia artista ed erborista responsabile del progetto GeART di CaBortolani (BO), Lucrezia Allevatrice ovina di Ca' Bortolani (BO), Carlo Farneti dell'azienda agricola ca' Battistini di Valsamoggia (BO), Maria artista di Roccamalatina (Mo), Jacopo Bartali dell'azienda agricola le Salde di Montombraro, Lorenzo e Barbara erboristi di Montombraro (Mo), qualcun altro di cui non ricordo i nomi.

L'incontro è stato indetto in seguito alla decisione dell'associazione CampiAperti di Bologna di organizzarsi per bioregioni. Per poter chiarire le idee e le modalità del bioregionalismo Paolo ha spiegato il significato e ruolo della Rete Bioregionale Italiana, il cui scopo è riabitare attivamente il luogo che ci ospita; questo è da fare tramite l'agricoltura contadina e il coinvolgimento dei comuni, soprattutto per organizzare feste di condivisione che servano a sensibilizzare la gente.  

Un altro intervento importante secondo Paolo è di coinvolgere le istituzioni nei concetti di bioregionalismo.

Ma di fondamentale importanza è sicuramente vivere il luogo che ci ospita per coinvolgere la gente che ci vive.

Il bioregionalismo dovrebbe promuovere una territorialità, in modo che il territorio si muova per portare il bioregionalismo alla città, per far sì che non sia la città a fagocitare le campagne circostanti (come sta succedendo a Milano, Roma..). Questa territorialità serve ad alimentare l'Identità locale per radicalizzarsi sul territorio.

Le tematiche affrontate in quella giornata sono:
- La necessità di prendere consapevolezza della propria bioregione difendendo la territorialità, e promuovendo la sensibilizzazione dei suoi abitanti.

- La necessità di integrarsi nel luogo e nella cultura che ci ospita.

- Chiarimento del concetto di Ecologia profonda com pratica attiva nel territorio bioregionale; Ecologia profonda come mutua collaborazione tra gli abitanti e il territorio che li ospita.

- spiegazione del Biodistretto MedioPanaro, un idea per dare più risalto ai produttori biologici della zona.

- l'importanza di esaminare i problemi locali uno ad uno per trovare le soluzioni.

Un estratto dal manifesto della rete bioregionale italiana:

La Rete è ispirata dall'idea di Bioregione, aree omogenee definite dall'interconnessione dei sistemi naturali e dalle comunità viventi che la abitano. Una Bioregione è un insieme di relazioni in cui gli umani sono chiamati a vivere e agire come parte delle comunità naturali che ne definiscono la vita. La Bioregione è un luogo geografico riconoscibile per le sue caratteristiche di suolo, di specie vegetali ed animali,di clima,oltre che per la cultura umana che da tempo immemorabile si è sviluppata in armonia con tutto questo.

Per Bioregionalismo si intende la volontà di ri-diventare nativi del proprio luogo, della propria Bioregione considerandola non più come un’entità da sfruttare, ma piuttosto come un insieme di esseri ed elementi viventi, piante, animali, monti, terra, acqua, di cui l’uomo ne è una parte. Possiamo fare tutte le scoperte possibili, usare la tecnica, la scienza, possiamo andare sulla luna e comunicare via satellite, ma alla base della nostra sopravvivenza fisica,psichica e spirituale vi sono questi alberi, queste erbe, questi animali, queste acque, questo suolo del luogo dove viviamo. L'evoluzione sociale e tecnologica è ecologicamente compatibile solo su "piccola scala", localmente, e se ancorata ad una visione olistica del sapere.

L'idea bioregionale consiste essenzialmente nel riprendere il proprio ruolo all'interno della più ampia comunità di viventi e nell'agire come parte e non a-parte di essa, correggendo i comportamenti indotti dall'affermarsi di un sistema economico e politico globale, che si è posto al di fuori delle leggi della natura e sta devastando,ad un tempo, la natura stessa e l'essere umano. Il bioregionalismo si rifà ai principi ecocentrici, riconoscendo che l'equilibrio ecologico esige una profonda trasformazione nella percezione che abbiamo come esseri umani riguardo al nostro ruolo nell'ecosistema planetario...

Questa consapevolezza non è qualcosa di completamente nuovo, ma affonda le sue radici negli antichi saperi popolari e nelle grandi tradizioni spirituali occidentali ed orientali. 

In seguito alle decisioni prese in assemblea, ho rifatto le bioregioni, attenendomi ai bacini idrografici principali, e alle zone di pianura est e ovest di bologna.

questo è quello che si è deciso riguardo ai gruppi bioregionali:

Compiti:
- gestione visite 
- accoglienza nuovi ingressi
- mutuo soccorso
- contatti per iniziative locali
- organizzazione mercati delocalizzati


Resoconto a cura di Barbara e Lorenzo Strulgador  - strulgador@gmail.com


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Articolo collegato: http://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2018/04/agricoltura-bioregionale-contadina.html

lunedì 20 agosto 2018

Agricoltura bioregionale - Humus e fertilità dei suoli, grazie al lombrico


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Il lombrico è  un  “agricoltore” naturale bioregionale. Il Lumbricus terrestris è la specie appartenente al genere “Lumbricus” (i lombrichi) maggiormente diffusa. Il genere Lumbricus comprende circa 700 specie, tutte composte da anellidi terrestri della sottoclasse degli oligocheti (Oligochaeta). Il phylum degli anellidi (Anellida) è il più importante gruppo di “vermi metamerici” nel regno animale, ovvero vermi che presentano una suddivisione del corpo in tanti elementi uguali serializzati (detti metameri). 

L’etimologia del nome “Anellida” deriva proprio da ciò; i tanti metameri in cui è suddiviso il loro corpo hanno forma ad anello (dal latino “anellus”, diminutivo di “anulus”: piccolo anello). Gli oligocheti sono un raggruppamento di organismi formato in prevalenza da specie di terra e di acqua dolce, sebbene ci siano anche alcune specie marine di acqua interstiziale (l’acqua che colma gli spazi fra i granuli di sabbia e ghiaia dei depositi incoerenti nei litorali marini). La maggior parte degli organismi di questa sottoclasse ha una spaziosa cavità corporea piena di liquido, chiamata celoma, utilizzata come “scheletro pneumatico” per consentire all’animale di muoversi. Il nome oligocheti deriva dal greco “óligos” (poco) e dal latino “chetae” (setole), infatti ogni segmento (metamero) presenta un numero ridotto di piccole appendici (chete), aventi la funzione di ancorare l’animale al substrato e quindi di coadiuvare e facilitare il movimento derivante dalle contrazioni/decontrazioni del celoma. 

I lombrichi sono elementi di estrema importanza negli ecosistemi terresti, infatti, oltre a costituire il nutrimento per molte specie animali, sono fondamentali per l’areazione/idratazione dei terreni e per la formazione dell’humus (componente chimica del terreno, risultante della degradazione e rielaborazione delle sostanze organiche). I lombrichi ingeriscono il suolo, nutrendosi dei residui organici presenti in esso. Per fare ciò scavano gallerie sotterranee, creando, quindi, condizioni favorevoli all’aerazione e ai movimenti idrici nel sottosuolo. Inoltre i cataboliti del loro metabolismo, insieme alla parte inorganica del terreno, vengono espulsi attraverso l’orifizio anale, andando a formare una componente base dell’humus. 

Il lumbricus terrestris ha dimensioni che possono arrivare a 25 cm di lunghezza e scava gallerie che vanno da poche decine di centimetri di profondità fino ad oltre 2 metri! Questi piccoli tunnel nel terreno, soprattutto quelli più profondi, non si disfano facilmente, ma possono mantenersi intatti per anni nel sottosuolo. I lombrichi hanno un corpo formato da 110-180 metameri, tutti uguali tra loro ad eccezione di quelli che contengono l’apparato riproduttore maschile e femminile. Tali segmenti presentano un ispessimento, chiamato clitello, ricco di ghiandole mucipare, con la funzione di facilitare l’adesione di due individui durante l’accoppiamento e, in seguito, di produrre i secreti per l’ooteca atta ad ospitare le uova (detta cocoon). 

Alla nascita i piccoli, dimensioni a parte, hanno la stessa forma degli adulti. Tutti i lombrichi sono ermafroditi insufficiente, hanno sia l’apparato riproduttore maschile che quello femminile, ma non possono autofecondarsi e necessitano, dunque, di un altro individuo. La serializzazione del corpo in elementi uguali gli conferisce una buona capacità rigenerativa e anche la possibilità di una riproduzione asessuata nel caso l’animale venga spezzato trasversalmente in due parti (purché entrambe le parti siano sufficientemente grandi). 

Il lombrico non dispone di un vero e proprio apparato respiratorio, tutti gli scambi gassosi avvengono per semplice diffusione dal terreno ai tessuti. Per tale motivo necessita che nel suolo ci sia sempre un discreto grado di umidità. Diversamente dispone di un apparato circolatorio completo, seppure semplice, composto da un grosso vaso dorsale contrattile che attraversa l’animale per tutta la lunghezza e che alimenta gli organi segmentali tramite i numerosi vasi capillari afferenti. 

Ogni segmento è dotato di alcune coppie di setole (chete), che piantandosi nel terreno, congiuntamente ai movimenti di allungamento e contrazione dei metameri/celoma, permettono al lombrico il movimento nel sottosuolo. Le setole fungono anche da “remi”, vengono orientate posteriormente per avanzare e anteriormente per retrocedere. 

Gabriele La Malfa

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(Fonte: A.K. Informa N. 33)

venerdì 27 aprile 2018

Treia. Una scuolina di agricoltura bioregionale sempre aperta


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Continuando il lungo discorso sul ritorno alla terra in chiave bioregionale a  questo punto è necessario che io  parli  della reale condizione della nostra ‘azienda agricola sperimentale’ di Treia, che in effetti azienda non è ma trattasi di un orticello urbano in cui apprendere (o ricordare) un diretto contatto con la natura e con le piante.   

La partecipazione  prevede un incontro riavvicinato con il luogo in modo da trarne un senso di appartenenza e di presenza, allo stesso tempo sperimentando dal vivo il contatto con la terra. 

Teoricamente questo è un discorso ancora molto sentito  nelle realtà rurali di Treia, dove ancora si prativa la cura dell'orto, ed in verità i miei veri maestri son stati proprio quei ‘vecchi contadini’ dai quali ho appreso alcune verità basilari sulla terra e sull’arte di trarne frutto senza danneggiarla.

Parlando in termini di agricoltura ‘naturale’ poniamo l’esempio della cura rivolta alla prole, che si manifesta con l’incoraggiamento alla crescita e non con la   coercizione,  allo stesso modo poniamoci  verso le risorse che  madre terra offre.

In termini di agricoltura bioregionale ciò significa prima di tutto rendersi consapevoli di quello che spontaneamente cresce nel posto in cui si vive.
Questo iniziale processo di osservazione, o accomunamento alla terra,  è necessario per scoprire quante erbe e frutti commestibili son già disponibili, cresciuti in armonia organolettica con il suolo e quindi
esprimenti un vero cibo integrato per chi  là vive. 

Una accurata analisi consente l’immediato utilizzo di cibo integrativo spontaneo per arricchire la dieta corrente,  oggi limitata a poche specie coltivate (sia pure in modo biologico).  Il passo successivo è quello di sperimentare l’eventuale inserimento nel terreno prescelto di piante coltivate  che siano in sintonia o meglio delle stesse famiglie di quelle spontanee. 

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Questa graduale promozione ovviamente non può essere fatta con l’occhio distaccato di un botanico o di un tecnico agricolo ma va accompagnata da una reale presenza e compartecipazione al luogo, in modo da trarne occasione per un riconoscimento di appartenenza  e condivisione  (con la vita ivi presente) divenendo in tal modo noi stessi cooperatori della natura e suoi custodi.  

E’ una convergenza, una osmosi, che si viene pian piano a creare fra noi e l’ambiente ed è anche  la base della produzione di cibo vero (per uomini veri) che non va però relegata alla sola categoria dei contadini ma vista come la premura di ognuno.

E’ un atteggiamento di consapevolezza alimentare.  Infatti il mio consiglio -dopo una breve permanenza presso  di noi è quello di intraprendere  piccole coltivazioni casalinghe ovunque sia possibile,  nel giardino dietro casa o sulla terrazza di un condominio, e di approfittare di ogni passeggiata per cogliere delle erbe commestibili,  in modo da spezzare la totale dipendenza dal cibo fornito dal mercato,  rendendoci così responsabili -sia pure in minima parte- della nostra alimentazione.  E’  un aspetto essenziale della cura per la vita quotidiana e della presenza consapevole nel luogo.

Personalmente  ho cominciato ad occuparmi  di attività ecologiste, vegetariane e di spiritualità a partire dal 23 giugno del 1973,  facendo esperienza in vari luoghi dell’India (Ashram e comunità rurali) e dal 1977 a Calcata, in provincia di Viterbo, ed ora continuo la pratica a Treia, in provincia di Macerata.  

Nell'orticello di Treia insistono 4 piante di olivo, un melo, una angolo coltivato a topinambur, un piccolo melograno, finocchiella e tante piante selvatiche commestibili. 

A questo punto mi sembra ‘opportuno’ trasmettere la
conoscenza acquisita  a quelle persone ‘esterne’,  interessate a questo tipo di  ricerca, volendo con ciò  sviluppare  quelle attività ecologiche, bioregionali e spirituali sinora portate avanti.  

Paolo D'Arpini -  Rete Bioregionale Italiana: bioregionalismo.treia@gmail.com

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Treia. Orticello urbano