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lunedì 20 agosto 2018

Agricoltura bioregionale - Humus e fertilità dei suoli, grazie al lombrico


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Il lombrico è  un  “agricoltore” naturale bioregionale. Il Lumbricus terrestris è la specie appartenente al genere “Lumbricus” (i lombrichi) maggiormente diffusa. Il genere Lumbricus comprende circa 700 specie, tutte composte da anellidi terrestri della sottoclasse degli oligocheti (Oligochaeta). Il phylum degli anellidi (Anellida) è il più importante gruppo di “vermi metamerici” nel regno animale, ovvero vermi che presentano una suddivisione del corpo in tanti elementi uguali serializzati (detti metameri). 

L’etimologia del nome “Anellida” deriva proprio da ciò; i tanti metameri in cui è suddiviso il loro corpo hanno forma ad anello (dal latino “anellus”, diminutivo di “anulus”: piccolo anello). Gli oligocheti sono un raggruppamento di organismi formato in prevalenza da specie di terra e di acqua dolce, sebbene ci siano anche alcune specie marine di acqua interstiziale (l’acqua che colma gli spazi fra i granuli di sabbia e ghiaia dei depositi incoerenti nei litorali marini). La maggior parte degli organismi di questa sottoclasse ha una spaziosa cavità corporea piena di liquido, chiamata celoma, utilizzata come “scheletro pneumatico” per consentire all’animale di muoversi. Il nome oligocheti deriva dal greco “óligos” (poco) e dal latino “chetae” (setole), infatti ogni segmento (metamero) presenta un numero ridotto di piccole appendici (chete), aventi la funzione di ancorare l’animale al substrato e quindi di coadiuvare e facilitare il movimento derivante dalle contrazioni/decontrazioni del celoma. 

I lombrichi sono elementi di estrema importanza negli ecosistemi terresti, infatti, oltre a costituire il nutrimento per molte specie animali, sono fondamentali per l’areazione/idratazione dei terreni e per la formazione dell’humus (componente chimica del terreno, risultante della degradazione e rielaborazione delle sostanze organiche). I lombrichi ingeriscono il suolo, nutrendosi dei residui organici presenti in esso. Per fare ciò scavano gallerie sotterranee, creando, quindi, condizioni favorevoli all’aerazione e ai movimenti idrici nel sottosuolo. Inoltre i cataboliti del loro metabolismo, insieme alla parte inorganica del terreno, vengono espulsi attraverso l’orifizio anale, andando a formare una componente base dell’humus. 

Il lumbricus terrestris ha dimensioni che possono arrivare a 25 cm di lunghezza e scava gallerie che vanno da poche decine di centimetri di profondità fino ad oltre 2 metri! Questi piccoli tunnel nel terreno, soprattutto quelli più profondi, non si disfano facilmente, ma possono mantenersi intatti per anni nel sottosuolo. I lombrichi hanno un corpo formato da 110-180 metameri, tutti uguali tra loro ad eccezione di quelli che contengono l’apparato riproduttore maschile e femminile. Tali segmenti presentano un ispessimento, chiamato clitello, ricco di ghiandole mucipare, con la funzione di facilitare l’adesione di due individui durante l’accoppiamento e, in seguito, di produrre i secreti per l’ooteca atta ad ospitare le uova (detta cocoon). 

Alla nascita i piccoli, dimensioni a parte, hanno la stessa forma degli adulti. Tutti i lombrichi sono ermafroditi insufficiente, hanno sia l’apparato riproduttore maschile che quello femminile, ma non possono autofecondarsi e necessitano, dunque, di un altro individuo. La serializzazione del corpo in elementi uguali gli conferisce una buona capacità rigenerativa e anche la possibilità di una riproduzione asessuata nel caso l’animale venga spezzato trasversalmente in due parti (purché entrambe le parti siano sufficientemente grandi). 

Il lombrico non dispone di un vero e proprio apparato respiratorio, tutti gli scambi gassosi avvengono per semplice diffusione dal terreno ai tessuti. Per tale motivo necessita che nel suolo ci sia sempre un discreto grado di umidità. Diversamente dispone di un apparato circolatorio completo, seppure semplice, composto da un grosso vaso dorsale contrattile che attraversa l’animale per tutta la lunghezza e che alimenta gli organi segmentali tramite i numerosi vasi capillari afferenti. 

Ogni segmento è dotato di alcune coppie di setole (chete), che piantandosi nel terreno, congiuntamente ai movimenti di allungamento e contrazione dei metameri/celoma, permettono al lombrico il movimento nel sottosuolo. Le setole fungono anche da “remi”, vengono orientate posteriormente per avanzare e anteriormente per retrocedere. 

Gabriele La Malfa

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(Fonte: A.K. Informa N. 33)

lunedì 20 giugno 2011

Philippe Lemoussu.. ed il messaggio di un albero



Questa primavera mentre arrancavo ancora nella morsa dell’inverno un albero mi disse: guardami meglio e capirai !

Ecco ciò che ho visto e quanto ho capito.

Quando guardiamo un albero viene spontaneo percepire il suo slancio verso l’alto. Questo movimento che avviene molto lentamente, anno dopo anno, i nostri occhi lo leggono nelle tante ramificazioni che si allargano progressivamente nell’aria. 

Questa lettura tuttavia ci porta ad un inganno perché a questo slancio associamo anche un flusso di materia (acqua, minerali,…) che l’albero porta su dalle radici sino alle foglie tramite la linfa. In un certo modo il nostro occhio ci porta a pensare che tutta la sua costruzione legnosa sia il frutto di un attività estrattiva che trasferisce lentamente materiali piccolissimi provenienti dalla terra per trasformarli tramite la famigerata fotosintesi clorofilliana in mattoncini di legno. L’albero quindi viene visto come un “frutto” della terra.

In effetti le cose non sono cosi perché oltre il 95% della massa dell’albero proviene dall’atmosfera e meno del 5 % proviene dalla terra.

Se aggiungiamo che tutta l’energia usata per assicurare la crescita di questa massa vegetale proviene soltanto dal nostro caro sole allora possiamo tranquillamente affermare che quando guardiamo un albero stiamo vedendo il frutto del cielo e del sole. Possiamo cosi riprendere l’espressione biblica dicendo che contrariamente alle apparenze l’albero nasce dall’alto.  Se prolunghiamo questo rovesciamento dello sguardo con le conoscenze relative al BRF, allora scopriamo che, a dirittura, è la terra fertile stessa ad essere il frutto dell’albero.

Il processo naturale di produzione di humus nasce proprio dalla grande disponibilità di rametti e di foglie sul suolo. Senza il loro rilascio da parte dell’albero, non potrebbero innescarsi nel suolo quelle bombe vitali che riescono ad aggradare un mondo minerale morto in un ambiente in grado di generare infinite forme di vita. Quindi a questo punto, non solo l’albero ma anche la terra fertile nasce dall’alto.

Se avete voglia di seguirmi ancora, ecco altre cose che ho visto e spero capito. I lettori esperti di botanica mi scuseranno per l’uso di termini forse troppo generici per il loro gusto.

Abbiamo tutti notato la grande differenza di comportamento tra 2 grandi gruppi di alberi, le conifere e le latifoglie. Nella storia del nostro pianeta i primi sono i più antichi ed erano i padroni della terra ora sono stati ampiamente superati dai secondi.

Con poche eccezioni i primi tengono le loro foglie (gli aghi) tutto l’anno. Ciò li rende sempre uguali a loro stessi con poche variazioni nell’arco dell’anno. Quasi tutti i secondi invece (almeno alle nostre latitudini) si spogliano al punto di sembrare morti nel periodo invernale. Tra i primi troveremo gli alberi più alti, più grossi e più vecchi del pianeta potremo quasi dire i più forti.

Eppure è tra i secondi che la vita si diverte di più in una gamma infinita di variazioni. Questo loro ciclo vitale cosi sensibile alla disponibilità della luce integra perfettamente il momento in cui la luce viene a mancare cosi come il momento in cui ritorna.

Hanno imparato ad adattarsi al ridursi della fonte energetica. Potremmo forse dire che si adattano per limitare il dolore e salvare la propria vita. Proprio questa capacità che pianifica l’abbandono del proprio fogliame diventa una fonte di vita per tanti altri esseri viventi.

Tutto questo materiale che cade in autunno avvia una vasta catena alimentare che consente l’aggradamento del suolo e la produzione di terra fertile. Quando la luce ritorna, le latifoglie rendono subito disponibili le riserve accumulate nelle ramaglie cioè nei pressi delle gemme, dei fiori,…

In milioni di anni hanno imparato proprio bene a nutrire la loro vita e quella di chi le circonda,… Occorre riconoscere che intorno alle potenti conifere e al loro andamento imperturbabile la biodiversità invece non aumenta nella stessa misura, li il terreno rimane acido, la fertilità cresce poco.

A volte a noi umani, che siamo una specie cosi giovane rispetto agli alberi, viene voglia di essere come le conifere ma poi facciamo fatica ad integrare nella nostra vita quei momenti in cui l’energia per qualche motivo si riduce. Le latifoglie ci invitano ad amare questa nostra apparente fragilità che i nostri occhi associano alla morte quando invece è il motore della vita.

Philippe Lemoussu
Genova / Equa

sabato 11 giugno 2011

Osservazioni sull'alimentazione bioregionale, argomento in discussione all'incontro del 18 e 19 giugno 2011 a Ospitaletto di Marano



Bioregionalismo ed economia ecologica

Le responsabilità primarie della fame e dei cambiamenti climatici sono dovute all’agricoltura e la zootecnia industriale-commerciale “globalizzata”, che oggi producono “troppo cibo per poter mangiare tutti”, mentre, nel contempo, consumano le risorse naturali ed economiche dei popoli, inquinando la biosfera con prodotti chimici di sintesi che si accumulano nelle catene alimentari. Sembra assurdo ma è proprio così. Oggi al mondo alleviamo circa 45 miliardi di animali, corrispondenti ad almeno 10 miliardi di Bovini equivalenti, che consumano più di un SUV…

Questi animali mangiano almeno come  20 – 25 miliardi di Persone!

Mentre 1 miliardo di esseri umani, su 6 miliardi di popolazione terrestre, soffre e muore di fame !!!
Sarà il caso di svegliarsi …finchè siamo ancora in tempo…?

Secondo il recente rapporto del Worldwatch Institute, la CO2 e gli altri gas serra, prodotti dagli allevamenti industriali, superano il 50% delle emissioni totali delle attività umane responsabili dell’effetto serra (industria, energia, trasporti, ecc.). E la maggior parte dei trasporti interessa merci alimentari, che girano per il mondo globalizzato, prodotte al più basso costo possibile, ovvero con il massimo sfruttamento possibile della manodopera, a danno massimo per le risorse della Natura (Disboscamenti, distruzione dell’Humus, inquinamento con Pesticidi e Diserbanti chimici, liquami, ecc.). E durante gli stoccaggi, i trasporti, la trasformazione industriale e la grande distribuzione al dettaglio se ne perde almeno il 20% per deterioramento o scadenza (più quello che buttiamo via dal nostro frigorifero).

Se teniamo conto, poi, che circa l’80% dei rifiuti prodotti dalle famiglie interessa le confezioni alimentari in plastica, forse ci rendiamo conto del disastro economico, ecologico e tossicologico che sta attentando al futuro della specie umana sulla Terra. Un vero e proprio “suicidiolocausto”, che ci vede spesso attori-consumatori inconsapevoli di una realtà oggi drammatica, frutto di un’economia perversa, dove la malattia e la morte rappresentano ormai gran parte del PIL. Sotto l’abile e capillare regia delle multinazionali Nuclearpetrolagrochimicofarmaceuticogm (vedasi: “Il Mondo secondo Monsanto”, di Marie Monique Robin, Arianna Editrice – Film su: http://www.youtube.com/)

Gli allevamenti zootecnici senza terra in capannoni industriali, ad esempio, inquinano con liquami e nitrati, consumando moltissima energia per la climatizzazione. Gli animali mangiano soia, mais, residui di colza e cotone, spesso OGM, derivati da coltivazioni agroindustriali e monocolture che impiegano concimi, pesticidi e diserbanti chimici di sintesi, medicinali veterianari, ormoni, ecc., consumando altro petrolio ed inquinando la biosfera con ossidi di azoto (nella produzione dei concimi), residui tossici non biodegradabili, ogm, che si diffondono ed accumulano nelle catene alimentari. Aumentando ulteriormente gli sconvolgimenti climatici e naturali conseguenti.

E provocando il cancro… in campagna come in città.

La carne degli allevamenti senza terra o di allevamenti  super-intensivi, seppur all’aperto, che mangiano OGM dopo aver distrutto foreste o pascoli naturali, esportata a basso costo, distrugge le economie degli allevatori tradizionali locali, invadendo i mercati con merci “pericolose”, ottenute  spesso sfruttando gli stessi popoli affamati quale manodopera al più basso costo. Si crea così altra fame, per il conseguente fallimento delle economie agricole “autoctone” e la conseguente perdita delle sovranità alimentari nazionali tradizionali.

Partendo dai paesi più poveri, fino ad arrivare a quelli più ricchi.

Vengono colpiti allevatori locali tradizionali, che sopportano costi maggiori, mandando gli animali a pascolare in modo equilibrato, facendo mangiare loro ciò che l’uomo non può mangiare direttamente, come l’erba in rotazione di coltivazione o dei prati di montagna,. Ma falliscono oggi soprattutto gli allevamenti industriali europei senza terra, dipendenti dai mangimi importati, contaminati da OGM e da elevati capitali di produzione, ormai al capezzale, indebitati fino al collo e tenuti in vita solo dalle flebo della PAC (Politica Agricola Comunitaria) che dissanguano l’economia europea (3 miliardi di € di sussidi alla zootecnia industriale nel solo 2007; fonte: Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione – NEIC- http://www.nutritionecology.org/).

La stessa spirale perversa colpisce frutta, ortaggi, grano, vino, olio, ecc. E finisce spesso in una guerra tra poveri, laddove non ci sono soldi neanche per pagare la manodopera per la raccolta, essendo il prezzo offerto dai commercianti assetati un’offesa alla dignità umana degli agricoltori, per ottenere il massimo sfruttamento dei poveri consumatori, nel sistema della cosiddetta grande distribuzione. L’agricoltura industriale, nell’illusione di poter sopravvivere incrementando al massimo la produzione agricola e il numero di animali allevati, cade in una spirale perversa nella quale si accumulano i pesticidi venduti da una rete fittissima di avvelenatori di professione, legalmente autorizzati (soprattutto nelle carni, nei formaggi, nella frutta, negli ortaggi, nei vini, cereali) e cerca di sopravvivere con la tentazione continua della frode, massacrando le tradizioni alimentari, con il destino inevitabile del fallimento e dell’esproprio della terra, da parte del latifondismo bancario e dei grossi gruppi internazionali di acquirenti della terra.

La globalizzazione delle produzioni di cibi “sotto costo”, che invadono i mercati locali, si attua attraverso importatori selvaggi  e “Supermercati” ad essi collegati, diffusi ovunque, ormai, anche nei piccoli paesini. Luoghi di pornografia del cibo ben “vestito”. Sono loro gli unici che ci guadagnano da questo sistema infernale, insieme alle ditte produttrici di Pesticidi, Sementi, Mangimi, OGM. Oltre alle Multinazionali farmaceutiche che “vivono a spese dei loro clienti ammalati” di patologie degenerative, provocate dall’inquinamento chimico da esse stesse prodotto e dalle diete a prevalenza di Proteine e Grassi animali e OGM.

Supermercati assolutamente da boicottare: “prendi due e paghi tre” !

La salute planetaria è minacciata e danneggiata in maniera vergognosa. L’Italia, ad esempio, oggi spende circa l’80% dei bilanci regionali per la Malattia … ma la chiamano “Sanità”. Non sarebbe molto meglio curare i sani… attraverso la corretta coltivazione e nutrizione biologica, basata su alimenti di stagione, in prevalenza o totalmente vegetariana?

Siamo invece sprofondati, oramai, nell’economia della morte, dove le guerre economiche e tossicologiche, sono dichiarate a “fuoco lento”, preconfezionate o precotte in quarta e quinta gamma mangi 1 e consumi 100.

Pertanto è sicuramente utile ricordare:

Non mangiare carne ed alimenti d’origine animale se non di allevamenti biologici ed al massimo una volta alla settimana, o meglio, al mese. In fondo è molto meglio essere vegetariani… si diventa più sereni e, soprattutto in pace con la “coscienza planetaria”, si corre di più nello sport e si fa anche meglio l’amore, vivendo più a lungo. Ovviamente con varietà e fantasia, a tavola come in tutto il resto.  L’alimentazione a prevalenza vegetariana oggi si impone come atto di civiltà e rispetto della Natura del pianeta Terra e dev’essere la prima risposta dell’Istinto di sopravvivenza della specie Umana.

Nel contempo è necessario interrompere il sostegno agli allevamenti industriali, oggi calcolato sul numero di capi venduti o sulle quote di latte prodotto, che dissangua le finanze europee per sostenere ormai solo il mercato dei mangimi e dei farmaci, essendo gli allevatori in perdita netta. Spostando tali immense risorse sulla Zootecnia Biologica, che in un paese civile dovrebbe essere semplicemente obbligatoria, non foss’altro per la sofferenza degli animali allevati in veri e propri lager o in gabbie (…e di coloro che se li mangeranno).
Chiudiamoli, prima che falliscano definitivamente, portandosi dietro la disperazione degli allevatori ed agricoltori, oggi indebitati fino al collo.

Mentre le acque “potabili” sono sempre più inquinate di nitrati e pesticidi, diserbanti, ecc., spesso fuorilegge, come denunciano le ARPA nei loro resoconti pubblicati recentemente in un convegno a Perugia. Speriamo che non si aumentino ancora i “limiti di (in)tolleranza” di Pesitcidi nelle acque, come è già successo in passato, “legalizzando la violazione dei diritti inviolabili” alla salute e all’ambiente…

Mangiare prevalentemente cibo locale e di stagione, così come è previsto dal nostro organismo vivente, regolato in maniera perfetta dal suo DNA, memoria genetica evolutasi in miliardi di anni di vita sulla Terra. Andando quindi a far la spesa in campagna o, laddove non sia possibile, nelle reti specializzate biologiche, stando bene attenti alla provenienza degli ingredienti in etichetta: “biologici, italiani, possibilmente locali e rigorosamente al 100% liberi da OGM”, ovviamente. Ed organizzando gruppi familiari di acquisto locale, equo e solidale.

Aumentare l’Humus dei terreni agricoli, con opportune rotazioni delle coltivazioni, vietando l’uso di disseccanti o diserbanti chimici, attraverso l’inerbimento delle coltivazioni arboree, le concimazioni organiche, ecc. La sostanza organica dei terreni fissa quantità enormi di CO2 atmosferica, ma negli ultimi 50 anni abbiamo distrutto più del 50% dell’humus agricolo, provocando, di conseguenza, alluvioni e frane, in quanto la terra non trattiene più l’acqua. Il protocollo di Kyoto stabilisce che coloro che dimostreranno dei crediti di carbonio (fissazione della CO2) e riduzione degli altri gas serra, hanno diritto a pagamenti per il beneficio sociale complessivo. Per l’Agricoltura Biologica si aprono, pertanto, prospettive di grande opportunità finanziarie. Altre centinaia di Miliardi di € che si potrebbero distribuire a chi dimostra di aver incrementato l’humus stabile nei propri terreni, invogliando in tal modo i contadini all’Agroecologia. Essendo, tra l’altro, gli agricoltori le prime vittime economiche e sanitarie dell’attuale situazione disastrosa, oltreche distruttiva della biodiversità planetaria.

Si rammenta inoltre che l’humus è il principale elemento di trattenimento dell’acqua nei suoli e la perdita di sostanza organica causa alluvioni, erosioni e frane… cronaca drammatica della nostra Italia massacrata dalla Chimica in Agricoltura. E’ necessario obbligare al mantenimento delle siepi e degli inerbimenti nei frutteti e delle coperture vegetali prima delle coltivazioni, vietando immediatamente ogni impiego di disseccanti chimici (Roundup e similari), tossici e controproducenti.

Gli OGM rappresentano un vero fallimento premeditato per gli agricoltori… con rischio di perdita della sovranità alimentare delle Nazioni… da cui deriva solo miseria e FAME. Oltre 200.000 sono i contadini suicidatisi in India, negli ultimi 10 anni, per il fallimento delle coltivazioni OGM.

Si pensi, inoltre, al fatto che molte erbe infestanti sono ormai resistenti al Raundup, l’erbicida chimico che verrebbe irrorato in modo massiccio sulle coltivazioni OGM, assorbendosi nei semi (di soia e di mais, cotone, colza, ecc.) delle piante OGM “resistenti ai disseccanti chimici totali”. Con conseguente accumulo nell’ambiente e nelle acque.

La Natura che vogliamo salvare.

Una tradizione ricevuta in eredità dai Padri, ma soprattutto… in prestito dai nostri Figli.

Prof. Giuseppe Altieri, Agroecologo,  agernova@libero.it