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lunedì 8 giugno 2020

Bioregionalismo, etnologia e antropoarchigroltura

La Rete delle Reti: Bioregionalismo e antropologia del paesaggio ...
Calcata (Vt) - Costruita con il tufo nel tufo

L’antropoarchigroltura è una scienza che studia le forme del paesaggio partendo dall’abitazione. La casa è il punto fermo della vita dell’uomo, allo stesso tempo, una meridiana e una clessidra. Come meridiana solare, indica nel ciclo dell’anno la direzione delle semine e da la forma ai campi, nell’immediato contesto della casa. Nel ciclo di vita, invece, attraverso il lavoro delle generazioni che la abitano, da forma al territorio e al paesaggio. Al suo interno, la casa funziona come una clessidra, segnando la vita dell’uomo nello scorrere delle stagioni e degli anni, nei suoi rapporti sociali e naturali più intimi. In pratica, materiali come pietre, terra, legnami, canne, vengono trasformati in abitazioni, inserite in modo naturale nel paesaggio che le circonda. 

Durante il ciclo di vita la casa, assorbe tutti i prodotti della terra. Il lavoro dell’uomo struttura lo spazio abitativo in rapporto al clima e ai materiali naturali presenti. Si può usare come metodo di analisi, per schematizzare, la forma dei cerchi concentrici, come quando si butta una pietra nell’acqua. La casa segue la vita degli uomini nelle diverse generazioni, finché è abitata, vive, caricata della fatica di quelli che l’hanno costruita, vissuta, abitata. Al centro c’è sempre l’uomo, visto da vicino, con le tradizioni, il modo di muoversi, di pensare, i suoni, gli amori, il cibo. L’unico modo di approfondire la conoscenza è di studiarne le radici culturali: l'etnologia.

Agli inizi degli anni 50, due geografi Mario Ortolani e Piero Dagradi, pubblicano i risultati della loro ricerca in abruzzo in “ la casa rurale negli Abruzzi” e “memoria illustrativa dell’utilizzazione del suolo degli Abruzzi” sovrapponendo questi due testi si ottiene la mappa archigrolturale degli Abruzzi negli anni 50-60. In linea generale a una determinata architettura, corrispondono specifiche coltivazioni, a seconda dell’altitudine, delle qualità del terreno e dalla presenza o meno di acqua. Per esempio attorno alla Maiella orientale ci sono una serie di paesi, tutti diversi, per modalità costruttive e coltivazioni.  

Lettomanoppello - Wikipedia

Lettomanoppello: il paese della pietra morbida calcarea della Maiella, usata in blocchetti per costruire case e stalle: attività prevalenti la lavorazione della pietra e la pastorizia, coltivazioni cereali di montagna, legumi patate ortaggi.  

Manoppello: il paese del grano, il nome stesso deriva da manoppolo fascio di spighe. La presenza rilevante di cave di argilla ha portato all’impianto di fornaci, per la cottura dei mattoni.  

Serramonacesca: paese dove si sono mischiati diversi materiali, si possono trovare abitazioni in terra cruda, pietra riccia della rocca, pietra della Maiella, pietre di fiume e mattoni cotti, a seconda delle esigenze, delle vicinanze e delle possibilità. Si trovano muri costruiti riciclando tutte le pietre trovate. Attività prevalente pastorizia; coltivazioni grano, patate, legumi, ortaggi, olive.

Roccamontepiano: paese famoso per la pietra riccia o travertino fossile; usata per costruire abitazioni, frantoi, stalle e fienili, infatti attività prevalente era l’allevamento delle mucche da latte. Coltivazioni olive da olio, frutta e ortaggi, per l’abbondante presenza di acqua.  

Casalincontrada: il paese della terra cruda. Centinaia di case in terra. Coltivazioni specifiche sono grano, mais, pomodori e peperoni adattati alla secca, per la poca acqua presente.  

Pretoro: la roccia dura calcarea è scavata e poi usata per costruire sopra i vuoti scavati, ipogei. Attività prevalente, lavorazione del legno; coltivazioni, ortaggi, legumi, patate olive. 

Gessopalena: i banchi di gesso venivano scavati e usati in mille modi.  

Questo per dire delle varietà dei materiali presenti in un territorio di circa 100 chilometri quadrati, naturalmente a ogni materiale è stato adattato un metodo e uno stile costruttivo. Anche le coltivazioni sono state adattate nel tempo dalle diverse generazioni. Un analisi approfondita ci darebbe foto, rilievi e disegni di stili e tecniche di costruzione, cosi come le coltivazioni specifiche, paese per paese, zona per zona.

Architetture rurali sempre diverse in relazione al clima, ai materiali e al sapere condiviso, con coltivazioni sempre diverse in relazione alla presenza di acqua, qualità del terreno, adattamenti e scambi dei semi, nella rete sociale di appartenenza, un sistema abitazione-coltivazione unico, sempre diverso, anche dal vicino, sia in senso verticale, sia in senso orizzontale. Quindi se adoperiamo il metodo dei cerchi concentrici, al centro mettiamo l’uomo e le sue radici, poi la casa, di seguito coltivazioni, vegetazione ed altri organismi viventi, qualità del suolo, correnti d’aria e precipitazioni.

Condizioni pessime - Recensioni su Grotta Sant'Angelo ...

Etnodiversità; archidiversità; agridiversità;
biodiversità; geodiversità; climadiversità.

Una semisfera trasparente come quelle di vetro che si rovesciano con la neve dentro.

Dagli anni 60 questo sistema archigrolturale è stato quasi azzerato, come se qualcuno si fosse divertito a stendere sulla superficie, una mano di vernice uniforme, sul paesaggio, a base di cemento, asfalto, plastica, lamiere, ferro e poche varietà agronomiche vendute dai consorzi. Nel tempo la vernice si è scolorita e si sta mischiando con i forti colori locali e stanno venendo fuori nuovi e affascinanticolori. Quindi anche se quel sistema è andato perduto, possiamo recuperare quello che ancora si trova, senza mettere tutto in un barattolo, mischiando e ridiffondendo casualmente. Facciamolo in modo sistematico, senza fare confusione. Ognuno mantiene il caratteristico colore del proprio territorio, cercando magari di riavvicinarsi a quello originario. Ricicliamo, ristrutturiamo, restauriamo! Dal senso di vuoto e dagli spazi ampi degli anni 60, ora viviamo luoghi pieni, merci dappertutto, macchine e costruzioni. L’immensa memoria del mondo è satura di cemento, ferro, lamiere e plastica. pensiamo e lavoriamo per sottrazione!

Il principio è solo uno

stop al consumo di territorio

cemento zero

Come quando nevica l’aria si pulisce e i rumori sono attutiti. Incredibile come basta un po di silenzio, per cambiare ciò che quotidianamente abbiamo davanti agli occhi, liberiamo la mente, rallentiamo la nostra vita e contempliamo meglio quanto la realtà quotidiana ci mette davanti.

La casa di terra di Treia e il suo piccolo museo - I viaggi di ...
Lettura di un paesaggio. Casa di terra a Treia (Mc)

La casa di terra è stata costruita agli inizi del 900 sul bordo della collina, per preservarla dal ristagno e arearla naturalmente. La tecnica adoperata è quella del massone, impasto di terra bagnata e paglia. La casa è dello stesso colore della terra della collina. Mani sapienti come un gioco di bambini sulla sabbia, hanno trasformato la terra della collina in una struttura monolitica abitativa, asciugata e seccata dal sole. Nella cultura costruttiva locale, non ci sono riferimenti a uno stile o a un nome di un costruttore, quindi architettura come espressione di una volontà costruttiva collettiva. Aria e luce: Esposizione del versante della collina, nel nostro caso verso sud-est, rifrazione e incidenza della luce. Studio delle correnti d’aria.


Ferdinando Renzetti 




mercoledì 22 agosto 2018

Montombraro - Verbale incontro con Rete Bioregionale Italiana del 29 luglio 2018

Risultati immagini per montombraro Strulgador

Il giorno 29 luglio 2018, presso il podere Malprevisto a Montombraro (MO), è stato organizzato un incontro di coordinamento bioregionale; hanno partecipato: Paolo d'Arpini responsabile bioregionale, Caterina Regazzi responsabile bioregionale, Pietro Rossi agricoltore di Roccamalatina (MO), Danusia artista ed erborista responsabile del progetto GeART di CaBortolani (BO), Lucrezia Allevatrice ovina di Ca' Bortolani (BO), Carlo Farneti dell'azienda agricola ca' Battistini di Valsamoggia (BO), Maria artista di Roccamalatina (Mo), Jacopo Bartali dell'azienda agricola le Salde di Montombraro, Lorenzo e Barbara erboristi di Montombraro (Mo), qualcun altro di cui non ricordo i nomi.

L'incontro è stato indetto in seguito alla decisione dell'associazione CampiAperti di Bologna di organizzarsi per bioregioni. Per poter chiarire le idee e le modalità del bioregionalismo Paolo ha spiegato il significato e ruolo della Rete Bioregionale Italiana, il cui scopo è riabitare attivamente il luogo che ci ospita; questo è da fare tramite l'agricoltura contadina e il coinvolgimento dei comuni, soprattutto per organizzare feste di condivisione che servano a sensibilizzare la gente.  

Un altro intervento importante secondo Paolo è di coinvolgere le istituzioni nei concetti di bioregionalismo.

Ma di fondamentale importanza è sicuramente vivere il luogo che ci ospita per coinvolgere la gente che ci vive.

Il bioregionalismo dovrebbe promuovere una territorialità, in modo che il territorio si muova per portare il bioregionalismo alla città, per far sì che non sia la città a fagocitare le campagne circostanti (come sta succedendo a Milano, Roma..). Questa territorialità serve ad alimentare l'Identità locale per radicalizzarsi sul territorio.

Le tematiche affrontate in quella giornata sono:
- La necessità di prendere consapevolezza della propria bioregione difendendo la territorialità, e promuovendo la sensibilizzazione dei suoi abitanti.

- La necessità di integrarsi nel luogo e nella cultura che ci ospita.

- Chiarimento del concetto di Ecologia profonda com pratica attiva nel territorio bioregionale; Ecologia profonda come mutua collaborazione tra gli abitanti e il territorio che li ospita.

- spiegazione del Biodistretto MedioPanaro, un idea per dare più risalto ai produttori biologici della zona.

- l'importanza di esaminare i problemi locali uno ad uno per trovare le soluzioni.

Un estratto dal manifesto della rete bioregionale italiana:

La Rete è ispirata dall'idea di Bioregione, aree omogenee definite dall'interconnessione dei sistemi naturali e dalle comunità viventi che la abitano. Una Bioregione è un insieme di relazioni in cui gli umani sono chiamati a vivere e agire come parte delle comunità naturali che ne definiscono la vita. La Bioregione è un luogo geografico riconoscibile per le sue caratteristiche di suolo, di specie vegetali ed animali,di clima,oltre che per la cultura umana che da tempo immemorabile si è sviluppata in armonia con tutto questo.

Per Bioregionalismo si intende la volontà di ri-diventare nativi del proprio luogo, della propria Bioregione considerandola non più come un’entità da sfruttare, ma piuttosto come un insieme di esseri ed elementi viventi, piante, animali, monti, terra, acqua, di cui l’uomo ne è una parte. Possiamo fare tutte le scoperte possibili, usare la tecnica, la scienza, possiamo andare sulla luna e comunicare via satellite, ma alla base della nostra sopravvivenza fisica,psichica e spirituale vi sono questi alberi, queste erbe, questi animali, queste acque, questo suolo del luogo dove viviamo. L'evoluzione sociale e tecnologica è ecologicamente compatibile solo su "piccola scala", localmente, e se ancorata ad una visione olistica del sapere.

L'idea bioregionale consiste essenzialmente nel riprendere il proprio ruolo all'interno della più ampia comunità di viventi e nell'agire come parte e non a-parte di essa, correggendo i comportamenti indotti dall'affermarsi di un sistema economico e politico globale, che si è posto al di fuori delle leggi della natura e sta devastando,ad un tempo, la natura stessa e l'essere umano. Il bioregionalismo si rifà ai principi ecocentrici, riconoscendo che l'equilibrio ecologico esige una profonda trasformazione nella percezione che abbiamo come esseri umani riguardo al nostro ruolo nell'ecosistema planetario...

Questa consapevolezza non è qualcosa di completamente nuovo, ma affonda le sue radici negli antichi saperi popolari e nelle grandi tradizioni spirituali occidentali ed orientali. 

In seguito alle decisioni prese in assemblea, ho rifatto le bioregioni, attenendomi ai bacini idrografici principali, e alle zone di pianura est e ovest di bologna.

questo è quello che si è deciso riguardo ai gruppi bioregionali:

Compiti:
- gestione visite 
- accoglienza nuovi ingressi
- mutuo soccorso
- contatti per iniziative locali
- organizzazione mercati delocalizzati


Resoconto a cura di Barbara e Lorenzo Strulgador  - strulgador@gmail.com


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Articolo collegato: http://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2018/04/agricoltura-bioregionale-contadina.html

domenica 27 maggio 2012

Antropolog​ia, ecologia e biodiversi​tà - Allevament​o, ripopolame​nto e caccia

Ritorno all'habitat originario?


Non so qual’è il confine fra l’uomo e gli animali, quali sono i loro reciproci diritti e doveri, qual’è il punto d’incontro della sopravvivenza reciproca, senza causare sconvolgimenti ecologici, non so nulla di questo, mi limito io stesso a sopravvivere, a volte combatto a volte recedo, non mi pongo modelli, sono anch’io un animale che ha bisogno della natura, sono una espressione della natura”.  (Saul Arpino)
 

Gli interventi dell'uomo nel tentativo di "aggiustare" le presenze del mondo animale sono diventati talmente pesanti da mettere a rischio la stessa esistenza umana. Infatti il controllo sulle altre specie coinvolge anche l'uomo, che non è separato dal mondo animale.
Le regole della vita sono molto semplici, ogni specie sia vegetale che animale ha una interrelazione mutualistica con il suo habitat e con tutte le specie che lo condividono. Le piante hanno bisogno degli animali per la loro riproduzione e propagazione, gli erbivori sono controllati dai carnivori  e così  si mantiene un equilibrio fra ambiente e suoi abitanti.

Ma dove l'uomo è intervento immediatamente questo equilibrio è andato perso. Lo abbiamo visto con la desertificazione del nord africa e del medio oriente causata da un esagerato incremento dell'allevamento domestico e di transumanza. Questo più l'abitudine venatoria nei confronti di specie ritenute nocive o -al contrario- utili all'economia umana hanno trasformato talmente  l'habitat da renderlo irriconoscibile... Tuttò ciò in passato avveniva in modo quasi impercettibile, poichè gli avvenimenti sopra descritti si protraevano per lunghi periodi di tempo, secoli, se non millenni, ed era alquanto diffilcile per l'uomo riconoscerne gli effetti (legati al suo comportamento).

Ben diversa è la situazione attuale. Oggi l'intervento umano ha una conseguenza pressochhè immediata e non si può far a meno di considerare le cause -come gli effetti strettamente interconnessi-  delle mutazioni ambientali in corso.  Dove l'uomo interviene immediatamente la natura e la vita recedono..

Persino ove l'uomo cerca di rimediare ai mali del suo operato anchè lì combina guai peggiori. Lo abbiamo visto ad esempio con la politica dei ripopolamenti artificiali di specie faunistiche scomparse in una data bioregione  e recuperate in altri luoghi del pianeta per esservi reimmesse. Questa politica  di recupero ambientale è invero deleteria. I danni causati all'habitat dall'introduzione di specie non autoctone sono enormi. Tantè che di tanto in tanto, con la scusa del sovrappopolamento, ci si inventa partite di caccia per il contenimento di dette specie.

A dire il vero la mia impressione è che questa politica ambientale è solo funzionale ad interessi altri.. che non sono quelli della natura.  La natura, se lasciata a se stessa, trova sempre il modo di armonizzarsi, creando una altalena di presenze fra specie predate e specie predatorie.. ma dove interviene l'uomo appare il caos...  Ma é impossibile che la natura sia lasciata a se stessa, dovrebbe scomparire l'uomo. L'uomo é aumentato numericamente a dismisura e non ha predatori, né le grosse epidemie che secoli fa decimavano la popolazione umana, e cibare tutte queste persone, carnivori o vegetariani che siano, porta comunque ad un'alterzione dell'habitat naturale.

Inoltre gli animali sono sempre più visti come oggetti di abbellimento -se inseriti nei parchi- o d'uso alimentare o industriale -se allevati intensivamente.         

Il rapporto fra uomo ed animali è andato nel corso di questo ultimo secolo deteriorando sino al punto che  essi, un tempo simboli di vita,  totem, archetipi e divinità, sono relegati nelle riserve o negli zoo ed utilizzati come cavie o produttori di carne da macello, come fossero “oggetti” e non esseri viventi dotati di intelligenza, sensibilità e coscienza di sé.  Anche se etologi famosi, come ad esempio K. Lorenz e tanti altri, hanno raccontato le similitudini comportamentali e le affinità elettive che uniscono l’uomo agli animali, il metodo utilitaristico, che per altro si applica anche nella società umana verso i più deboli ed i reietti, ha preso il sopravvento.  

Pare… ma non è detto che al momento opportuno si risvegli nella coscienza umana la consapevolezza della comune appartenenza alla vita.

Ma oggi vorrei solo toccare alcuni aspetti dell’incongruenza nel rapporto umano con gli animali. Da una parte vi sono quelli cosiddetti “da compagnia” -e cioè i cani e gatti- che godono di una relativa protezione ed anzi contribuiscono assieme all’uomo allo sfruttamento delle altre specie  -in chiave alimentare,  sotto forma di allevamenti intensivi da carne- e poi vi sono gli “ultimi selvatici”  quelli che apparentemente vivono in libertà ma è solo una finzione costruita per favorire l’uso della caccia. 

Spesso leggiamo (nelle  notizie  di cronaca)  di delibere di vari enti di abbattere un certo numero di animali selvatici (ma immessi dall'uomo) dichiarati “in  eccesso” in una certa area. Cervi, caprioli, cinghiali.. etc.  Questo fatto  causa ogni volta un polverone mediatico e politico, estrinsecato nel gioco delle parti. Ovvero l'antagonismo fra  associazioni venatorie da una parte e  le associazioni animaliste  dall’altra,  con le istituzioni nel mezzo che cercano di soddisfare entrambe, ben sapendo che è tutta una finzione e che la selvaticità e la difesa della vita o il diritto alla caccia sono solo funzionali alle entrate economiche previste (turismo o carne, o tutti e due).  

La verità è che i "selvatici" sono stati “immessi” sul territorio non per il  loro  bene ma a scopo speculativo, essi  non  sono    dissimili dalle capre, pecore, maiali, etc.  allevati dall’uomo.  Ma come  fare un discorso ragionevole con tanti scalmanati a parlare? Il fatto è che bisogna stare molto attenti al numero di ungulati o facoceri  che  pascolano in un territorio, questo non solo nel caso di greggi difese dall’uomo, ma anche per gli pseudo selvatici  che vi vengono immessi, queste bestie ai giorni nostri  non sono  soggette alla falcidiatura naturale causata dai predatori. Qui in Italia il lupo, la lince e l'orso sono praticamente estinti e nei boschi i caprioli od i cervi  non hanno  nemici naturali che limitino la loro prolificazione, per cui si "deve" ricorrere a battute di caccia.

Come il deterioramento nel rapporto uomo/animali porta al deterioramento nel rapporto fra umani e l'habitat.


Insomma bisogna capire le “ragioni” di queste immissioni…. che certo non avvengono per amore delle bestie anzi… vi è la certezza che siano  operazioni di ripopolamento legate ad interessi manipolatori  od -al meglio- a false speranze di recupero naturalistico.  Basti vedere  quanto è  avvenuto -ad esempio- con i grossi cinghiali dell’est europeo che,  come sappiamo, sono stati liberati sul territorio del centro Italia proprio per la loro prolificità e stazza, con il risultato che hanno soppiantato i cinghialetti italici  ed ora imperversano a centinaia di migliaia  e con le loro disastrose incursioni   procurano anche un danno all’erario (per via dei rimborsi dovuti ai contadini). La storia dei caprioli e dei cervidi  è la stessa, un ripopolamento  voluto dagli assessorati alla caccia di varie province d'Italia. 

E così  avviene ogni anno con lepri e  fagiani e simili, che massimamente vengono importati da allevamenti della Slovenia e viciniori a prezzi stratosferici. Questi animali “liberati”  servono solo alla categoria dei cacciatori  -tra l’altro- anch’essi ben salassati da imposte e tasse varie.  In verità la caccia è tutto un bussines basato sulla morte  ed è anche causa -per inciso- di  inverse speculazioni da parte di associazioni che fanno da contro-canto  ponendosi contro la caccia e ricevendo anch’esse prebende e fondi pubblici dallo stato.

Potete allora vedere  che questo gioco delle parti danneggia tutti i cittadini  e la natura stessa che è continuamente manipolata pro e contro questo e quello. Insomma un pretesto affaristico in una società che non considera  l’animale diversamente da un plusvalore qualsiasi.

Io personalmente sono vegetariano ma sono pure ecologista e quindi non sono affatto favorevole all’immissione di nuove specie in natura,   ed è per questo che ritengo che la caccia andrebbe completamente vietata in Italia  per il semplice fatto  che  è un esercizio “vizioso”  inutile e dannoso in assoluto. 

Giacché  la caccia non è   un’attività libera e naturale ma una specie di gioco di ripopolamento ed uccisione, un divertimento  sadico e crudele. 

Ma anche l'allevamento di armenti e animali da cortile va ripensato. Consentendolo solo allo stato brado o semi-brado e limitando il numero dei capi in considerazione di quanti ne possono vivere al pascolo in un dato fondo,  riequilibrando così la ciclicità della presenza animale con l'uso agricolo del territorio.


Paolo D’Arpini

bioregionalismo.treia@gmail.com

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Di questo e simili temi se ne parlerà durante l'Incontro Collettivo Ecologista del solstizio estivo 2012, previsto ad Aprilia dal 22 al 24 giugno 2012 - Programma: http://retebioregionale.ilcannocchiale.it/post/2718386.html