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lunedì 28 dicembre 2020

"Animalia" di Alberto Giovanni Biuso. Evoluzionismo, etologia, ecologia, genetica, ermeneutica...



Evoluzionismo, etologia, ecologia, genetica, ermeneutica. Questi e altri ambiti fondano il discorso che Alberto Giovanni Biuso conduce in "Animalia" (Villaggio Maori Edizioni *), pervenendo alla tesi che tra le forme d’esistenza del pianeta intercorre sempre un rapporto orizzontale. Tutte le forme sono identiche nella comune condizione di viventi e tutte differiscono l’una dall’altra sviluppando a modo proprio ciò che è comune. Le gerarchie di valore tra gli enti non hanno dunque ragion d’essere.

Restringendo il campo al regno animale, Biuso mostra come l’umano comprenda davvero se stesso «soltanto a condizione di conoscere le radici biologiche dei comportamenti individuali e collettivi», ovvero la struttura unitaria, la «naturacultura» che lo distingue ma anche lo congiunge e apparenta agli altri animali. Questa struttura infatti, come «soggettività corporea e desiderante», «non necessariamente coscienzialistica» e fatta di senso del tempo, è presente in tutto il regno animale.

Da qui l’urgenza e la necessità di disfarsi del paradigma antropocentrico dominante, iniziando dalle concezioni che lo rinsaldano (creazionismo, umanismo, specismo). Concezioni con cui l’uomo si autoqualifica signore del mondo e legittima qualsiasi azione serva a mantenere il suo regno. Sfondando ogni limite.

Homo sapiens infatti va sempre oltre. Un oltre che potrebbe infine significare dopo e senza l’umano. Perché l’effetto delle sue azioni è non solo la conservazione della specie ma anche la dissoluzione delle condizioni dalle quali essa stessa si origina. Ormai abituato alle lenti distorte dell’antropocentrismo, egli non vede come l’ordinamento organico e inorganico dia corpo alla sua essenza e non vada quindi stravolto.

Da una diagnosi rigorosa l’antropocentrismo risulta una potente e nefasta negazione della comunanza in cui ogni cosa avviene e si relaziona al mondo. Il suo meccanismo di gerarchizzazione investe tutto: separa l’umano dagli animali, oscura la sua animalità e presenta la realtà restante come fosse uno scarto, un corpo dissanguato che non ha senso se non quello di adattarsi alla vita di un’unica specie.

Il primo modo per disintossicarci da questa visione del mondo è metterci nell’ottica opposta. Dalla prospettiva antropodecentrica si risolvono infatti scissioni tenaci nella storia del pensiero come il dualismo uomo-animale, cultura-natura, mente-corpo, innato-appresso; si impara a coniugare ogni termine con tutti gli altri e a riconoscere come ogni cosa sia ontologicamente unitaria mentre la sua fenomenologia è complessa e molteplice.

Cambiando prospettiva impariamo anche a vivere con gli animali, a educare non solo la nostra fisicità al fine di convivere tra noi umani ma anche il nostro rapporto complessivo con l’animalità estesa e plurale di cui siamo parte. Scopriamo come l’appartenenza a un regno comune limiti ciò che possiamo fare delle altre specie; come curarci di loro significhi curarci di noi; come macellazioni, vivisezioni, biotecnologie risultino controproducenti pure per noi. La cultura serve a questo. Essa coevolve con la natura, sviluppandosi come mezzo con cui Homo sapiens può esprimere e preservare nel tempo anche ciò che condivide con le altre specie: la vita animale.

Grazie a ogni contributo non antropocentrato relativo al mondo animale potremo saldare un nuovo paradigma funzionale alla vita umana. «Un paradigma etoantropologico», che matura da una filosofia del limite – preliminare all’«abbandono del concetto di centralità e di primato attribuito a un qualunque ente nel mondo» – e serve da «antidoto alle azioni distruttive verso l’umano e verso il pianeta».

Il limite come condizione necessaria di ogni forma d’esistenza. L’umano come specie tesa a sfondare il limite finché non comprende pienamente se stessa. Il rapporto con gli animali come parametro della nostra capacità o incapacità di conoscere ciò che siamo e restare umani. Cosa significhino e comportino queste questioni essenziali continuerà a dirlo Biuso ai suoi lettori.

Con un’ultima provocazione: «L’animale, infatti, non esiste», se questa parola fomenta l’illusione di un’estraneità irrisolvibile tra due nature monolitiche. «L’animalità diventa invisibile», scompare sotto il dominio della specie che se ne sente affrancata. Animale «è un significante al quale non corrisponde un’accezione biologica ma un significato politico». Per questo è un fatto politico, di lotta politica, anche la gnosi con cui scopriamo noi stessi e disinneschiamo l’illusione.

Lucrezia Fava  - Il Manifesto











*) Nota della Casa Editrice (Villaggio Maori Edizioni):  Pensare l'animalità significa ridisegnare il confine delle riflessioni sulla vita umana. Cosa rimane del presunto primato per cui l’essere umano è sempre stato considerato il vertice del biocentrismo? Possiamo ancora considerarci superiori in quanto appartenenti a una specie che mette a rischio persino la propria sopravvivenza? Animalia suggerisce un cambiamento di prospettiva, in cui l’arroganza dell’umano viene messa in discussione dallo sguardo con cui veniamo scrutati dagli altri animali, i quali compongono una molteplicità splendente e millenaria. Alberto Giovanni Biuso indaga gli scenari filosofici, letterari e antropologici che sostengono il reticolato fitto e complesso dell’animalità, svelandone somiglianze e differenze: «un’anatomia comparata» come viene definita da Roberto Marchesini nella sua Prefazione. Una riflessione necessaria non per decretare un vincitore unico all’interno del regno animale ma per creare una connessione diversa, nel rispetto della vita di tutti gli animali. Umani e non.
(ISBN: 9788894898743 - Pagine: 186 - Euro 16)

domenica 27 maggio 2012

Antropolog​ia, ecologia e biodiversi​tà - Allevament​o, ripopolame​nto e caccia

Ritorno all'habitat originario?


“Non so qual’è il confine fra l’uomo e gli animali, quali sono i loro reciproci diritti e doveri, qual’è il punto d’incontro della sopravvivenza reciproca, senza causare sconvolgimenti ecologici, non so nulla di questo, mi limito io stesso a sopravvivere, a volte combatto a volte recedo, non mi pongo modelli, sono anch’io un animale che ha bisogno della natura, sono una espressione della natura”.  (Saul Arpino)
 

Gli interventi dell'uomo nel tentativo di "aggiustare" le presenze del mondo animale sono diventati talmente pesanti da mettere a rischio la stessa esistenza umana. Infatti il controllo sulle altre specie coinvolge anche l'uomo, che non è separato dal mondo animale.
Le regole della vita sono molto semplici, ogni specie sia vegetale che animale ha una interrelazione mutualistica con il suo habitat e con tutte le specie che lo condividono. Le piante hanno bisogno degli animali per la loro riproduzione e propagazione, gli erbivori sono controllati dai carnivori  e così  si mantiene un equilibrio fra ambiente e suoi abitanti.

Ma dove l'uomo è intervento immediatamente questo equilibrio è andato perso. Lo abbiamo visto con la desertificazione del nord africa e del medio oriente causata da un esagerato incremento dell'allevamento domestico e di transumanza. Questo più l'abitudine venatoria nei confronti di specie ritenute nocive o -al contrario- utili all'economia umana hanno trasformato talmente  l'habitat da renderlo irriconoscibile... Tuttò ciò in passato avveniva in modo quasi impercettibile, poichè gli avvenimenti sopra descritti si protraevano per lunghi periodi di tempo, secoli, se non millenni, ed era alquanto diffilcile per l'uomo riconoscerne gli effetti (legati al suo comportamento).

Ben diversa è la situazione attuale. Oggi l'intervento umano ha una conseguenza pressochhè immediata e non si può far a meno di considerare le cause -come gli effetti strettamente interconnessi-  delle mutazioni ambientali in corso.  Dove l'uomo interviene immediatamente la natura e la vita recedono..

Persino ove l'uomo cerca di rimediare ai mali del suo operato anchè lì combina guai peggiori. Lo abbiamo visto ad esempio con la politica dei ripopolamenti artificiali di specie faunistiche scomparse in una data bioregione  e recuperate in altri luoghi del pianeta per esservi reimmesse. Questa politica  di recupero ambientale è invero deleteria. I danni causati all'habitat dall'introduzione di specie non autoctone sono enormi. Tantè che di tanto in tanto, con la scusa del sovrappopolamento, ci si inventa partite di caccia per il contenimento di dette specie.

A dire il vero la mia impressione è che questa politica ambientale è solo funzionale ad interessi altri.. che non sono quelli della natura.  La natura, se lasciata a se stessa, trova sempre il modo di armonizzarsi, creando una altalena di presenze fra specie predate e specie predatorie.. ma dove interviene l'uomo appare il caos...  Ma é impossibile che la natura sia lasciata a se stessa, dovrebbe scomparire l'uomo. L'uomo é aumentato numericamente a dismisura e non ha predatori, né le grosse epidemie che secoli fa decimavano la popolazione umana, e cibare tutte queste persone, carnivori o vegetariani che siano, porta comunque ad un'alterzione dell'habitat naturale.

Inoltre gli animali sono sempre più visti come oggetti di abbellimento -se inseriti nei parchi- o d'uso alimentare o industriale -se allevati intensivamente.         

Il rapporto fra uomo ed animali è andato nel corso di questo ultimo secolo deteriorando sino al punto che  essi, un tempo simboli di vita,  totem, archetipi e divinità, sono relegati nelle riserve o negli zoo ed utilizzati come cavie o produttori di carne da macello, come fossero “oggetti” e non esseri viventi dotati di intelligenza, sensibilità e coscienza di sé.  Anche se etologi famosi, come ad esempio K. Lorenz e tanti altri, hanno raccontato le similitudini comportamentali e le affinità elettive che uniscono l’uomo agli animali, il metodo utilitaristico, che per altro si applica anche nella società umana verso i più deboli ed i reietti, ha preso il sopravvento.  

Pare… ma non è detto che al momento opportuno si risvegli nella coscienza umana la consapevolezza della comune appartenenza alla vita.

Ma oggi vorrei solo toccare alcuni aspetti dell’incongruenza nel rapporto umano con gli animali. Da una parte vi sono quelli cosiddetti “da compagnia” -e cioè i cani e gatti- che godono di una relativa protezione ed anzi contribuiscono assieme all’uomo allo sfruttamento delle altre specie  -in chiave alimentare,  sotto forma di allevamenti intensivi da carne- e poi vi sono gli “ultimi selvatici”  quelli che apparentemente vivono in libertà ma è solo una finzione costruita per favorire l’uso della caccia. 

Spesso leggiamo (nelle  notizie  di cronaca)  di delibere di vari enti di abbattere un certo numero di animali selvatici (ma immessi dall'uomo) dichiarati “in  eccesso” in una certa area. Cervi, caprioli, cinghiali.. etc.  Questo fatto  causa ogni volta un polverone mediatico e politico, estrinsecato nel gioco delle parti. Ovvero l'antagonismo fra  associazioni venatorie da una parte e  le associazioni animaliste  dall’altra,  con le istituzioni nel mezzo che cercano di soddisfare entrambe, ben sapendo che è tutta una finzione e che la selvaticità e la difesa della vita o il diritto alla caccia sono solo funzionali alle entrate economiche previste (turismo o carne, o tutti e due).  

La verità è che i "selvatici" sono stati “immessi” sul territorio non per il  loro  bene ma a scopo speculativo, essi  non  sono    dissimili dalle capre, pecore, maiali, etc.  allevati dall’uomo.  Ma come  fare un discorso ragionevole con tanti scalmanati a parlare? Il fatto è che bisogna stare molto attenti al numero di ungulati o facoceri  che  pascolano in un territorio, questo non solo nel caso di greggi difese dall’uomo, ma anche per gli pseudo selvatici  che vi vengono immessi, queste bestie ai giorni nostri  non sono  soggette alla falcidiatura naturale causata dai predatori. Qui in Italia il lupo, la lince e l'orso sono praticamente estinti e nei boschi i caprioli od i cervi  non hanno  nemici naturali che limitino la loro prolificazione, per cui si "deve" ricorrere a battute di caccia.

Come il deterioramento nel rapporto uomo/animali porta al deterioramento nel rapporto fra umani e l'habitat.


Insomma bisogna capire le “ragioni” di queste immissioni…. che certo non avvengono per amore delle bestie anzi… vi è la certezza che siano  operazioni di ripopolamento legate ad interessi manipolatori  od -al meglio- a false speranze di recupero naturalistico.  Basti vedere  quanto è  avvenuto -ad esempio- con i grossi cinghiali dell’est europeo che,  come sappiamo, sono stati liberati sul territorio del centro Italia proprio per la loro prolificità e stazza, con il risultato che hanno soppiantato i cinghialetti italici  ed ora imperversano a centinaia di migliaia  e con le loro disastrose incursioni   procurano anche un danno all’erario (per via dei rimborsi dovuti ai contadini). La storia dei caprioli e dei cervidi  è la stessa, un ripopolamento  voluto dagli assessorati alla caccia di varie province d'Italia. 

E così  avviene ogni anno con lepri e  fagiani e simili, che massimamente vengono importati da allevamenti della Slovenia e viciniori a prezzi stratosferici. Questi animali “liberati”  servono solo alla categoria dei cacciatori  -tra l’altro- anch’essi ben salassati da imposte e tasse varie.  In verità la caccia è tutto un bussines basato sulla morte  ed è anche causa -per inciso- di  inverse speculazioni da parte di associazioni che fanno da contro-canto  ponendosi contro la caccia e ricevendo anch’esse prebende e fondi pubblici dallo stato.

Potete allora vedere  che questo gioco delle parti danneggia tutti i cittadini  e la natura stessa che è continuamente manipolata pro e contro questo e quello. Insomma un pretesto affaristico in una società che non considera  l’animale diversamente da un plusvalore qualsiasi.

Io personalmente sono vegetariano ma sono pure ecologista e quindi non sono affatto favorevole all’immissione di nuove specie in natura,   ed è per questo che ritengo che la caccia andrebbe completamente vietata in Italia  per il semplice fatto  che  è un esercizio “vizioso”  inutile e dannoso in assoluto. 

Giacché  la caccia non è   un’attività libera e naturale ma una specie di gioco di ripopolamento ed uccisione, un divertimento  sadico e crudele. 

Ma anche l'allevamento di armenti e animali da cortile va ripensato. Consentendolo solo allo stato brado o semi-brado e limitando il numero dei capi in considerazione di quanti ne possono vivere al pascolo in un dato fondo,  riequilibrando così la ciclicità della presenza animale con l'uso agricolo del territorio.


Paolo D’Arpini

bioregionalismo.treia@gmail.com

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Di questo e simili temi se ne parlerà durante l'Incontro Collettivo Ecologista del solstizio estivo 2012, previsto ad Aprilia dal 22 al 24 giugno 2012 - Programma: http://retebioregionale.ilcannocchiale.it/post/2718386.html