domenica 6 ottobre 2013

Acqua potabile che scarseggia.... anche a causa dei cambiamenti climatici



La domanda d'acqua aumenta in tutto il mondo ad un ritmo doppio rispetto all'aumento della popolazione. La disponibilità d'acqua viceversa tende a diminuire soprattutto alle medie e basse latitudini con ritmi ancora più veloci non solo per l'aumento della domanda ma anche a causa dei cambiamenti climatici. 

Le risorse idriche saranno sottoposte a una pressione senza precedenti: una pressione che, però, cresce in modo non omogeneo fra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, dove già non è problematico l'accesso all'acqua potabile ed ai servizi igienici. Questa maggiore pressione acuirà, invece di ridurre, le disparità economiche tra paesi ricchi e paesi poveri. Insomma, le risorse idriche rappresenteranno il problema più importante per l'umanità nel prossimo futuro. 

E' questo l'allarme lanciato dall'ultimo rapporto dell'UNESCO (http://www.unesco.org/new/en/natural-sciences/environment/water/wwap/wwdr/wwdr4-2012/) sullo sviluppo delle risorse idriche mondiali (rapporto WWDR4) presentato al World Water Forum.

Il rapporto è ricco di dati ed informazioni, dalle quali emerge che l'agricoltura, compreso l'allevamento del bestiame, consuma da sola, a livello mondiale, il 70% dell'acqua prelevata con tendenza ad ulteriore aumento soprattutto nel campo zootecnico. In un mondo in cui la produzione di cibo dovrà notevolmente aumentare anche per combattere la fame e la malnutrizione, la gestione responsabile ed efficiente delle risorse idriche in agricoltura l'agricoltura, si imporrà come condizione ineludibile per la sicurezza globale dell'acqua e per la sicurezza alimentare di tutti i popoli.

Per quanto riguarda il consumo umano, la principale fonte di domanda di acqua proviene dalle comunità urbane che hanno bisogno di acqua potabile e di acqua per i servizi igienico-sanitari e per le fognature. Quasi un miliardo di persone, nonostante gran parte delle quali vive in ambienti urbanizzati, non ha ancora accesso all'acqua potabile, ma, più grave è la situazione per ben 2,6 miliardi di persone nel mondo, che non hanno accesso a servizi igienici adeguati, con altissimi rischi di malattie ed infezioni.

Le disponibilità di risorse idriche, inoltre, subiranno variazioni anche marcate e fenomeni di estremizzazione in modo diseguale nelle varie parti del mondo, a causa del cambiamento climatico. A parte il fatto che questo influenzerà gli ecosistemi terrestri, la sopravvivenza di specie animali e vegetali e la biodiversità, gli effetti principali dei cambiamenti del clima riguarderanno l'esasperazione delle tensioni sociali attuali e l'insorgenza di possibili conflitti per accaparrarsi le scarse risorse idriche che saranno disponibili in futuro nella fascia subtropicale ed alle basse latitudini, dove maggiori sono le condizioni di povertà. Infine, anche lo sviluppo industriale avrà bisogno crescente di acqua, così come un uso crescente di acqua sarà necessario per migliorare la prosperità dei popoli e per lo sviluppo sociale ed economico.


Vincenzo Ferrara - Accademia Kronos

sabato 5 ottobre 2013

Mangiare meno carne per prevenire i disastri climatici


Bei tempi antichi, ricchi di zuppe...



La dieta nei paesi industrializzati è troppo ricca di carne, la cui produzione sta provocando una rapida crescita delle emissioni di un potente gas a effetto serra: il protossido di azoto. Bisogna ridurre il consumo del 50% di carne bovina entro i prossimi quaranta anni per evitare le peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici. Questo è, in sintesi, la conclusione di uno studio effettuato da un centro di ricerca di ecologia agraria e forestale americano: il "Massachusetts Woods Hole Research Center", pubblicato on-line su Environmental Research Letters,(http://iopscience.iop.org/1748-9326/7/2/024005).

Lo studio esamina l'impatto dell'agricoltura sui cambiamenti del clima e mostra che le pratiche agronomiche normalmente utilizzate producono una rilevante quantità di emissioni, non tanto e non solo a causa dell'uso di combustibili fossili nelle macchine e nelle attrezzature agricole, quanto soprattutto a causa dell'uso eccessivo di fertilizzanti e antiparassitari. I fertilizzanti azotati, in particolare, emettono protossido d'azoto un gas serra che ha un potere climalterante di ben 298 volte superiore a quello dell'anidride carbonica. Una parte di questa agricoltura, però, non serve per produrre cibo, ma per produrre foraggio destinato all'allevamento del bestiame e in particolare di bovini. I bovini, animali erbivori e che nel corso della loro vita mangiano l'equivalente di qualche ettaro coltivato a foraggio, diventano, ovviamente, grandi concentratori di emissioni di protossido di azoto. E non è finita. Durante l'allevamento, per la loro natura di ruminanti, i bovini sono anche responsabili delle emissioni di metano, un altro gas serra che ha un potere climalterante 23 volte superiore a quello dell'anidride carbonica.

Insomma, per ottenere una bistecca di bovino sulla nostra tavola sono state emesse alla fine una quantità totale di gas serra che può risultare, in relazione al tipo di allevamento e all'età del bovino, da 20 fino a 100 volte superiori alle quantità di gas serra emesse per ottenere, per esempio, un piatto di pasta asciutta di pari peso. Se, poi, il confronto si fa rispetto ad un pasto completamente vegetariano di pari peso, le emissioni associate a una bistecca di bovino sono incomparabilmente superiori. Meno impattante della carne bovina è la carne di maiale, un animale piuttosto omnivoro e che non ha bisogno di coltivazioni di foraggio. Ma, ancora meno impattante sul clima è la carne di pollo, anche per i brevi tempi di allevamento del pollame.

Ridurre, tuttavia, le emissioni di gas serra del settore agroalimentare sarà molto difficile se bisognerà sfamare sette miliardi di persone in una situazione, come quella attuale, in cui circa un miliardo di persone soffre di malnutrizione e di fame. Ridurle in futuro diventerà praticamente impossibile, senza modificare radicalmente le attuali pratiche agricole e le attuali abitudini alimentari dei paesi più ricchi, perché in futuro l'agricoltura dovrà espandersi di molto se bisognerà sfamare i nove miliardi di persone che popoleranno il nostro pianeta nel 2050.

Sarà, invece possibile, raggiungere l'obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra dal settore agroalimentare, se si punta decisamente al dimezzamento, entro il 2050, delle emissioni di protossido di azoto che è il più potente dei gas serra provenienti dal settore agricolo. Questo implica, non solo l'uso di pratiche agronomiche che riducano drasticamente l'uso di fertilizzanti azotati, ma anche un cambiamento delle pratiche agronomiche in modo tale che i fertilizzati siano usati con la massima efficienza e che, nel contempo, le inevitabili emissioni di protossido di azoto siano neutralizzate.

Tra i vari scenari esaminati dallo studio americano, la soluzione migliore è quella di cambiare le abitudini alimentari dei paesi industrializzati, giacché non si può impedire ai popoli più poveri di avere un'alimentazione più ricca di calorie e di proteine animali. Pertanto, va ridotto del 50%, rispetto alla situazione attuale, il consumo pro-capite di carne, principalmente bovina, nei paesi industrializzati. Questa è la via maestra affinché il settore agroalimentare sia in grado di ridurre le proprie emissioni, senza, per questo, compromettere la necessità di espandere la produzione di cibo per soddisfare le necessità alimentari di nove miliardi di persone previste al 2050.

Tagliare del 50% il consumo di carne nei paesi industrializzati non è solo una misura utile per mitigare i cambiamenti del clima e per ridurre le conseguenze negative dei cambiamenti climatici, ma è anche una misura utile per la salute umana. Mangiare meno carne bovina sostituendola, per esempio, col pollame, col pesce o con i legumi, riduce i rischi cardiovascolari e di alcuni tipi di tumori dell'apparato digerente, come ha confermato una recente ricerca della Harvard School of Public Health  (http://archinte.ama-assn.org/cgi/content/abstract/archinternmed.2011.2287v1).


"Per combattere i cambiamenti del clima e per mantenersi in buona salute con una dieta equilibrata, non c'è niente di meglio che la dieta mediterranea, un esempio di dieta sostenibile fondata su una varietà di prodotti locali e stagionali", ha commentato Massimo Iannetta direttore dell'Unità dell'ENEA: "Sviluppo sostenibile e innovazione del sistema agro-industriale".


Vincenzo Ferrara

ENEA EAI

venerdì 4 ottobre 2013

San Severino Marche, 31 ottobre 2013 - Il mondo di qua s'incontra con quello di là....




Cari Amici, forse non tutti sanno, o non ricordano, che il 31 Ottobre, prima di diventare la ridicola festa delle "zucche"o del "dolcetto o scherzetto" in cui il consumismo americano l'ha trasformato, è un'antichissima festa Celtica in cui si celebra la notte di tutti gli Spiriti.

E' infatti in questa notte che si creano le migliori condizioni affinché il mondo dei vivi possa comunicare con quello dei defunti, ed in questa data, solitamente, io e i miei amici, rinnoviamo con una piccola cerimonia questo momento di introspezione che ci permette di definire momenti di vecchie incomprensioni con i nostri amici e congiunti che si trovano già  "dall'altra parte".

Ci incontriamo nelle prime ore del pomeriggio,e dopo una breve escursione erboristica,avviene l'accensione del fuoco in memoria degli Spiriti della Natura e dei nostri Cari.

Al termine di questa breve cerimonia,condividiamo del cibo vegetariano e scambiamo riflessioni sulla Vita e sulla Morte.

Mi farà piacere accogliere nella mia casa quanti vorranno partecipare.

Auguro a tutti  buona Vita.
                                                                                          
Lucilla Pavoni


Per info: 338.7073857

giovedì 3 ottobre 2013

La deriva dell'Agricoltura e le bugie delle Multinazionali - "Salviamo la vita finché siamo in tempo"


Risveglio della Natura - Dipinto di Franco Farina


I dati e le informazione derivanti da ricerche storiche ed archeologiche farebbero risalire l’agricoltura a 11.000 anni fa (secondo altri studiosi addirittura a 23.000 anni). Comunque sia un periodo molto breve se paragonato alla presenza dell’Uomo sulla terra ed all’età del nostro Pianeta. Con la nascita dell’agricoltura, possiamo affermare che sia nata la civiltà umana. I primi villaggi e le aggregazioni umane e sociali prendono forma parallelamente allo sviluppo dell’agricoltura.

L’evoluzione e la Scienza Agricola hanno seguito in questo periodo un percorso graduale, fatto di osservazioni, valutazioni, insegnamenti, esperienza. Questa esperienza aveva formato quel grande libro della Tradizione Agricola (spesso non scritto) che era quella Scienza (con la S maiuscola) che si tramandava spesso da padre in figlio. Una Scienza a Misura dell’Uomo e del Territorio.
Questa Scienza si è evoluta anche grazie alla grande sapienza di alcuni studiosi del settore: pensiamo a Catone, Columella, Varrone, Palladio e all’opera naturalistica di Plinio il Vecchio. Nell'alto Medioevo i compendi classici vennero rielaborati: ne è un esempio il De Agris di Isidoro di Siviglia. 

Nel tardo Medioevo ebbero grande diffusione il Libro di agricoltura di Ibn-el-Awwam (XII sec.) e il Ruralium commodorum libri di Pier de Crescenzi (fine XIII sec.) e così via fino al grande sviluppo dei trattati dell’ottocento e soprattutto del novecento.
Ma questa Scienza è stata in tutto questo periodo il compendio dell’osservazione del grande Libro della Natura. Un libro complesso e semplice nello stesso momento; fatto di regole e principi. Fatto soprattutto di Sapienza.
Quando però nell’epoca moderna l’Uomo ha pensato di poter governare questi principi e queste regole con un altro teorema del sapere (un sapere piccolo e riduzionista) il mondo agricolo ha conosciuto una involuzione che negli ultimi decenni ha manifestato tutta la sua incongruenza.
Questo fenomeno nasce in concomitanza con la rivoluzione industriale (1760-1780 al 1830), di cui ne è nel contempo causa ed effetto, e trova nella meccanica e nella chimica una nuova frontiera di conquista; va citata a tal proposito: “The teaching of agricultural chemistry” redatto, nel 1924, da una Commissione di esperti della Divisione Didattica dell’American Chemical Society e pubblicato in uno dei primi fascicoli del Journal of Chemical Education.
Fino agli anni ’50 del secolo scorso il contadino usava come fertilizzante il letame, ed altri prodotti naturali, perfettamente biodegradabili e ricchissimi di principi attivi nutrienti per le varie coltivazioni e l'inquinamento del suolo era pressoché sconosciuto. Poi vennero i fertilizzanti chimici, insetticidi, pesticidi, erbicidi a base di composti organici fosforati, efficaci per “eliminare” parassiti ed erbacce, ma inquinanti per l'ambiente, il suolo, gli animali e l'uomo. Da quel momento il proliferare della chimica e dei principi attivi si è fatto sempre più energico, compromettendo il delicato equilibrio energetico tra suolo, falde, flora, fauna ed atmosfera.
Per semplificare notevolmente il concetto si può affermare che la chimica interferisce sulla termodinamica dei sistemi naturali (ecologia) alterandone cicli e funzioni, valori quantitativi e qualitativi.
L’effetto principale della chimica in agricoltura è (contrariamente a quello che si pensa) quello di diminuire il rendimento energetico del Sistema Agricolo (che è sempre e comunque un Sistema Ecologico) spostandolo verso modelli più semplificati ed instabili.
L’uso poi dei prodotti e dei fertilizzanti di sintesi (congiunto alla diminuzione degli apporti di sostanza organica di provenienza animale) sta portando ad una degenerazione globale del sistema suolo originando una destrutturazione degli stessi con la proliferazione di quelle microfrane che stanno alla base del grande dissesto idrogeologico.
Nel 1997, nel Convegno Internazionale: “I Fitofarmaci”, chi tutela il consumatore e l’ambiente?, presso il centro di cultura Scientifica Ettore Maiorana di Erice (TP), da me presieduto, di fronte ai raccapriccianti dati delle malformazioni, delle malattie (soprattutto dei bambini) e della mortalità legata all’uso dei fitofarmaci, scese un velo pietoso e le Multinazionali, produttrici dei fitofarmaci, si affrettarono ad affermare che si trattava di dati esagerati (dati del Ministero dell’Ambiente) ed inconsistenti.
Da quel giorno i fondi per la Ricerca nella Lotta Biologica furono drasticamente tagliati fino praticamente a scomparire (personalmente sono dovuto “fuggire” dall’Istituto di Ricerca dove lavoravo) e l’unica ricerca esistente è quella delle Multinazionali (fitofarmaci ieri ed oggi, OGM oggi e domani). Per di più molti agricoltori e tecnici (mi spiace dirlo) sono convinti che la chimica (e gli OGM tra poco) siano i veri fattori dell’aumento delle produzioni agricole (è una bufala dimostrabile). Solo che questa Ricerca non viene finanziata ed i pochi lavori realizzati vengono tenuti (ad arte) nell’ombra. Oggi però né la Politica Nazionale né quella Europea vede in questo un limite e un pericolo immane.
Il fallimento degli OGM negli USA, con la proliferazione di nuove specie resistenti viene tenuto sottobanco e questo non fa che aggravare la Conoscenza e la Profondità della questione; persino l’autorevole New York Times, riporta come alcune "erbacce" resistenti al glifosato si sono sviluppate in 22 stati USA; poi tutto è stato riportato “sapientemente” a tacere.
Guarda caso l'USDA (United States Department of Agriculture), dal 2008 non pubblica più le statistiche sull'uso dei pesticidi; meglio non sapere...
Potrei continuare all’infinito questo bollettino della “Censura del Sapere”.
L’aumento delle malattie e delle malformazioni per effetti diretti ed indiretti (dovuti anche alla biomagnificazione) stanno causando un inquinamento chimico ed organico e la necessità di una Spesa Pubblica per la Sanità (sempre gestita dai Grandi Interessi) senza precedenti.
La diminuzione della biodiversità, delle varietà coltivate, dell’agricoltura naturale, degli insetti utili (tra tutti i pronubi), l’avanzare della desertificazione, ecc. ci stanno portando ad una deriva senza precedenti, eppure i Governi centrali (figli degenerati dei Grandi Poteri Economici) si occupano solo di PIL ed Indici Finanziari, conducendo il Pianeta in rotta di collisione.

L’agricoltura, i rari piani di sviluppo e quasi tutti i progetti e bandi europei parlano di mercato, produttività, concorrenzialità, ecc. senza comprendere che si stanno incrinando i due fattori principali del Pianeta, senza i quali nulla ha più senso: l’Uomo e l’Ecosistema.
Ci corre l’obbligo di porre rimedio a tutto questo prima che tutto questo ponga rimedio alla specie umana e al nostro pianeta.

Guido Bissanti


Immagine di Daniela Spurio per il Libro 
"Riciclaggio della Memoria" 


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Di questi temi se ne parlerà a Macerata, il 19 ottobre 2013, alle h. 18, presso il Centro Natura di Mauro Garbuglia (Via della Pace, 83). 
Info. 0733/230387 – 0733/216293

mercoledì 2 ottobre 2013

Macerata, 19 ottobre 2013 - Incontro bioregionale su Ecologia profonda e spiritualità laica





Ecologia profonda bioregionalismo e spiritualità laica - Centro Natura di Macerata - 19 ottobre 2013 - h.18.00 


Quando si odono parole nuove il cui significato è presso che ignorato immediatamente nella mente si forma una barriera, una distanza, che ci porta ad esaminare con una smorfia dubbiosa l'argomento che ci viene sottoposto...

“Che sarà mai sta roba? Si mangia...? Si tocca? Si annusa?.. insomma che roba è...?”.

In effetti abbiamo bisogno che le cose nuove, soprattutto se trattasi di idee sconosciute, divengano usufruibili ed è per questo che vorrei introdurre il discorso dell'ecologia profonda e della spiritualità laica con parole semplici e comprensibili.

Ed è vero che questi termini inusitati non hanno ancora una concreta immagine di riferimento che ci consenta di riconoscere al volo di cosa si stia parlando. In verità questi due nomi astrusi rappresentano due archetipi primordiali, due meraviglie che hanno affascinato l'uomo sin dalla sua venuta sul pianeta Terra.

Ma prima di passare al significato di Ecologia Profonda, che è la stessa cosa del Bioregionalismo, e di Spiritualità Laica vorrei chiarire il significato di “archetipo” anche questa parola infatti è poco consueta. Nella filosofia neoplatonica, ma anche nel pensiero taoista espresso nell'I Ching, l'archetipo è un modello della natura, in forma sottile, ovvero una immagine originaria, che precede le forme di cui le cose materiali sarebbero semplici copie. Insomma secondo gli antichi gli archetipi sono “Forme Pensiero”, modelli mentali, su cui viene a crearsi il mondo sensibile-materiale. Abbastanza simile, ma più ragionata, è la descrizione fatta nella psicanalisi junghiana secondo la quale “archetipo” è un'idea innata e predeterminata dell'inconscio individuale e collettivo del genere umano.

E da qui vorrei partire. Infatti la meraviglia con cui i primi uomini hanno osservato e adorato gli aspetti molteplici della natura, degli animali, degli alberi e dell'habitat, a cui venivano dati nomi, qualità e sembianze divine, il riconoscersi parte integrante di questo insieme, il sapere che nulla può essere separato e che ogni cosa compartecipa ad ogni altra cosa in un afflato panteista, tutto ciò può essere definito “Ecologia profonda”. Trattasi di un neologismo fuoriuscito dal cervello di un filosofo moderno -Arne Naesse- per descrivere qualcosa che era già.. che faceva parte del nostro sentire ancestrale.

E la meraviglia di sé, la coscienza di esistere e di essere consapevoli di esistere, la capacità di comprendere, di sentire emozioni profonde, di riconoscersi in tutto ciò che è... l'intuizione di essere presenti senza ombra di dubbio e di percepire la pienezza del proprio essere, questa è la Spiritualità naturale (o laica).

Insomma parlando di ecologia profonda e di spiritualità laica si parla di corpo e di spirito, senza separazione alcuna fra l'uno e l'altro, due aspetti della stessa incredibile magia....

E qui arriviamo al dunque... Siccome il conosciuto ha bisogno di essere ricordato, conservato e riproposto, tempo dopo tempo, in forme sottili come avviene per la conoscenza filosofica o per le religioni, ed in forme materiali come avviene con il dna e con il tramando delle arti e della capacità tecniche... Ecco che ho pensato di raccogliere le mie esperienze, i miei esperimenti e sentimenti, in un libro in cui si evocano i punti sostanziali della mia ricerca in chiave di spiritualità laica e di ecologia profonda ... si chiama “Riciclaggio della Memoria”...

Paolo D'Arpini


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Di questi temi se ne parlerà, il 19 ottobre 2013, alle h. 18.00, in Via della Pace, 83 - Macerata,  al Centro Natura di Mauro Garbuglia  


Info. 0733/230387 – 0733/216293


martedì 1 ottobre 2013

Denuncia contro le scorie tossiche disperse nell'ambiente - Brescia – 14 e 15 ottobre 2013: “Puliamo l’Italia. Dall’archeologia industriale alla rigenerazione del territorio”

Centinaia, molte centinaia, sono le zone d’Italia in cui si trovano, sul suolo, nel sottosuolo e nelle acque, sostanze tossiche e pericolose per la salute e per la vita animale. Si tratta di terreni su cui si sono svolte, per anni o decenni, attività industriali chimiche o metallurgiche che hanno generato grandi quantità di scorie solide e liquide, spesso sepolte nel sottosuolo. Si tratta di discariche di rifiuti industriali e urbani. Su tali zone è pericoloso vivere o abitare; da tali zone le sostanze tossiche si sono disperse e continuano a disperdersi nei campi, nel sottosuolo, nelle acque sotterranee e da qui nei fiumi e nei pozzi da cui viene prelevata acqua potabile.
Alcune, 39, di queste zone sono vaste e talmente inquinate da richiedere una ampia e costosa bonifica — le chiamano “siti di interesse nazionale” (SIN); la bonifica di altre 18 è stata posta nelle mani delle Regioni; altre centinaia devono (dovrebbero) essere bonificate dagli enti locali.
Dove sono questi “siti contaminati”, da quali processi e attività sono state generate le scorie, quali sostanze chimiche e radioattive contengono ?
Moltissimi uffici, da quelli nazionali a quelli locali contengono dati sulla storia, produzione, natura delle scorie di molti di questi siti 
contaminati. Molte associazioni e molti studiosi locali hanno
volonterosamente ricostruito la situazione dei rispettivi siti. Ma gli effetti nocivi non sono solo locali; prodotti agricoli contaminati da sostanze tossiche presenti nei luoghi di produzione possono circolare in tutti i negozi.
La conoscenza dei siti contaminati, grandi e piccoli, delle sostanze presenti e di quanto si fa (o non si fa) per bonificarli è un problema nazionale. Al fine di coordinare le relative conoscenze la Fondazione Micheletti di Brescia ha organizzato, per il prossimo 14 e 15 ottobre, un convegno sul tema: “Puliamo l’Italia. Dall’archeologia industriale alla rigenerazione del territorio”, a cui sono invitate tutte le persone interessate a restituire a tante zone d’Italia, condizioni di abitabilità in vera sicurezza.
La Fondazione ha anche un sito che sta raccogliendo notizie su singole zone contaminate, da Brescia, a Fidenza, a Pieve Vergonte, un “Atlante dell’Italia da salvare” (www.industriaeambiente.it). Mi auguro che molti partecipino, mandino i propri contributi per arricchire l’Atlante, anche considerando che “bonifica” significa soldi, ma anche posti di lavoro, innovazione tecnico-scientifica — e anche storia dell’industria e del lavoro, e, se volete, amore e rispetto per il proprio paese.
Per informazioni: micheletti@fondazionemicheletti.it, telefono 320.6359812, 338-5898620.
Giorgio Nebbia

Europa - Urge arginare l’impatto delle specie aliene invasive....





Il 9 settembre scorso la Commissione Europea ha definito una proposta di Regolamento per arginare l’impatto delle specie aliene invasive sulla biodiversità degli ecosistemi naturali. 

La proposta, che sarà sottoposta ai pareri del Consiglio e del Parlamento, promuove l’attività di prevenzione ma prevede anche la stesura di una lista comunitaria contenente le specie ritenute potenzialmente minacciose, che saranno bandite dal territorio europeo. Le specie, animali o vegetali, si definiscono aliene (o alloctone) quando si trovano al di fuori del proprio habitat naturale, a seguito di un’importazione intenzionale o involontaria. 

Tali specie possono assumere carattere invasivo quando, in assenza di competitori autoctoni, la loro riproduzione allo stato selvatico si traduce in un aumento considerevole delle popolazioni, che arriva a minacciare la sopravvivenza delle specie locali. Si stima che nel territorio europeo siano presenti circa 12.000 specie aliene, il 15% delle quali presenta una connotazione invasiva. Il fenomeno è talmente rilevante che la presenza di specie aliene è considerata la seconda minaccia più grave per la biodiversità dei sistemi naturali, dopo la distruzione dell’habitat. 

Solo un quarto di queste specie viene introdotto in Europa intenzionalmente, per scopi economici, ricreativi o estetici. I restanti tre quarti vengono invece immessi in modo accidentale, spesso tramite i mezzi di trasporto utilizzati per l’importazione di beni commerciali, com’è avvenuto per la zanzara tigre molti anni fa. Il futuro aumento di volume degli scambi commerciali e turistici si tradurrà probabilmente in un’ulteriore amplificazione globale per questo tipo di minaccia, che riguarda indistintamente specie terrestri e acquatiche, sia vegetali che animali. Le conseguenze sono essenzialmente di 3 tipi:

-Economiche: la presenza di specie aliene può generare problemi per la salute pubblica, danni alle infrastrutture e perdite di raccolti agricoli o stock ittici, per importi stimati attorno ai 12 miliardi di euro l’anno.

-Ecologiche: la regressione delle specie locali può tradursi nell’impossibilità di mantenere l’equilibrio dell’ambiente naturale.

-Strategiche: in assenza di politiche condivise di gestione, l’espansione di una specie invasiva entro i confini di uno Stato può vanificare gli sforzi già profusi all’interno di uno Stato confinante.  

Parte della normativa europea a tutela della biodiversità dei sistemi naturali, come la Direttiva Uccelli, la Direttiva Habitat, la Direttiva Quadro sulle Acque e quella per la Strategia Marina, prevede la conservazione e il ripristino delle condizioni di equilibrio ecologico e, in tal senso, fa riferimento alla necessità di considerare la presenza di specie aliene invasive. Nonostante questo, una valutazione approfondita della legislazione vigente ha rivelato che solo una piccola parte di tali specie è disciplinata per legge.

Per questo motivo, la Commissione Europea si è impegnata a elaborare una strategia comunitaria più forte in materia, in linea con quanto già legiferato in Paesi come Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Canada, dove si applicano misure rigorose di controllo e quarantene di confine.

Il nuovo regolamento sulla gestione delle specie aliene invasive trae origine dalla strategia europea sulla biodiversità fino al 2020 e dalla tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse. La proposta normativa è rivolta soprattutto alla prevenzione e si sviluppa secondo 3 direttrici principali d’intervento: la prevenzione dell’insediamento iniziale attraverso l’individuazione dei vettori volontari e accidentali, lo sviluppo di tecniche di rimozione, ai primi segnali di insediamento, e la messa a punto di strumenti di gestione per minimizzare i danni indotti dalle specie già insediate.

Parallelamente, gli Stati Membri parteciperanno alla stesura di una lista di specie comunitarie potenzialmente invasive, cui farà seguito un piano d’azione congiunto per bandirne l’importo, l’acquisto, la vendita e l’utilizzo su tutto il territorio europeo, con misure speciali di consulenza per accompagnare gli allevatori durante il periodo di transizione.

Il punto di partenza per questo meccanismo di scambio d’informazioni sarà l’European Alien Species Information Network (EASIN), che consentirà l’accesso, da una singola interfaccia, a diversi database già esistenti. Il network sta espandendo il suo campo di applicazione alle specie acquatiche e terrestri, e dovrebbe gradualmente trasformarsi in uno strumento completo di supporto alla corretta applicazione delle nuove regole.

Riguardo alla nuova proposta normativa, Janez Potočnik, Commissario per l’Ambiente, ha dichiarato: "La lotta alle specie esotiche invasive è l'esempio classico di un settore in cui l'Europa dà il meglio collaborando. Il testo di legge che proponiamo aiuterà a proteggere la biodiversità e mira a permetterci di concentrare l'azione sulle minacce più serie. Questo ci aiuterà a migliorare l'efficacia delle misure nazionali e a ottenere risultati nel modo più economico. Mi sta a cuore collaborare con gli Stati membri e il Parlamento europeo per adottare questo testo e incrementare i nostri sforzi per affrontare, su scala europea, questo grave problema".

Anche in Toscana, la presenza di specie aliene invasive è significativa, e viene monitorata attraverso strumenti come il servizio Meta (Monitoraggio Estensivo dei boschi della Toscana ai fini fitosanitari) della Regione Toscana e progetti di ricerca specifici come ALT (Atlante delle specie alloctone in Toscana) e QUIT (Inquinamento biologico e cambi climatici: scenario per la Toscana), cofinanziati dalla Regione Toscana e realizzati in collaborazione con il Museo di Storia Naturale di Firenze, il Dipartimento di Biologia Evoluzionistica dell’Università di Firenze, l’Ente Parco Arcipelago Toscano, la Provincia di Firenze e alcuni enti privati.

Questi progetti hanno evidenziato la presenza, in Toscana, di circa 172 specie alloctone, rappresentate per oltre la metà da insetti, coleotteri in particolare. Le specie a carattere più invasivo sono però il gambero rosso della Louisiana, o gambero killer, (Procambarus clarkii), la tartaruga palustre (Trachemys scripta), il pesce siluro (Silurus glanis) e il bengalino (Amandava amandava).

Fra le aree toscane a rischio, particolare preoccupazione è destata dal lago del Bilancino. Nelle acque del lago infatti, nonostante il breve periodo trascorso dal momento della messa in opera, sono attualmente presenti circa 15 specie invasive, fra cui la cozza zebrata (Dreissena polymorpha), che ha già causato notevoli danni a Publiacqua per spese aggiuntive di pulizia degli impianti, e il gamberetto killer (Dikerogammarus villosus), uno delle 100 specie europee più invasive, che rappresenta la prima segnalazione per la Toscana e per tutta l’Italia centrale. Il lago del Bilancino è considerato un vero e proprio hotspot di allodiversità, e desta preoccupazione fra i ricercatori anche per il suo potenziale ruolo di canale di diffusione: il suo collegamento con l’Arno, tramite il fiume Sieve, lascia supporre infatti che le specie invasive presenti nelle acque del lago possano diffondersi nell’immediato futuro anche in altre zone.


Claudia Becchi