martedì 7 novembre 2023

La scienza materialista conosce solo la legge di "causa-effetto"...

 



Immersi nella superstizione che ci sia un mondo di fronte a noi e quindi preda dell’incantesimo dell’oggettività, incaponiti a seguire l’idolatria del razionalismo, ci sfuggono le prospettive utili per evolvere, per realizzare educazioni e politiche più consone all’uomo meno infettate di idealismo.


Ce l’avevo sotto il naso e non lo vedevo. Quanto volte ce lo siamo detti, quante ce lo hanno detto e quante lo abbiamo detto ad altri. È una formuletta apparentemente ovvia e innocua, ma che contiene una sostanza piuttosto sconosciuta, dal potere deflagrante.

Appare ovvia e innocua perché sembra riferire una realtà alternativa che avremmo effettivamente potuto vedere, conoscere, scegliere, realizzare. Solo che non lo era per niente. Non c’era alcuna alternativa a parte quelle che abbiamo vagliato, ma alla fine comunque scartato, tralasciato, svalutato.

Quella formuletta induce in noi la convinzione d’avere sbagliato e le sue conseguenze, quali la colpevolizzazione, l’esclusione, il senso di colpa. Un suo potere che viene meno una volta emancipatisi dalla superstizione che non era vero avevamo a disposizione paritaria anche ciò che poi non abbiamo scelto.

Solo il cosiddetto senno di poi ci permette, sfacciatamente, di impiegarla, la formuletta. Ma è un ulteriore abbaglio. Infatti solo il visto è il considerato e, al suo interno, solo l’utile è scelto. Tutto è selezionato secondo in filo rosso della nostra biografia, altrimenti detto destino. Ciò che resta fuori, indipendentemente da quanto poi lo si possa aver ritenuto sotto al naso, era stato a noi invisibile.

Misconoscere o, peggio, non avvedersi della nocività dello smodato impiego del senno di poi, non tarda a condurci alla sopraffazione del prossimo che non ha visto quanto aveva sotto al naso. Sopraffazione ricca di tutte le misure possibili. La più impiegata da noi, persone serie, intelligenti e rispettose del prossimo, nonché erudite e religiosamente scientifiche (ma sarebbe opportuno dire scientiste) è il deliberato impiego dell’ovvio. Non esiste ovvio se non nel mondo autoreferenziale che la nostra storia, le nostre emozioni e il nostro allineamento hanno selezionato e se non nel campetto di gioco in cui più persone condividono regole, linguaggio e sue accezioni. Allora sì che è ovvio che 2+2 faccia 4. Ma non è per niente ovvio ciò che secondo altri avremmo dovuto scegliere, quando il campetto di gioco nostro è diverso da quello altrui. Né quando siamo consapevoli che i nostri campi hanno righe che li delimitano secondo l’esigenza del giocatore. È così che tutta la cosiddetta realtà non è che suggestione e che la suggestione dei prepotenti ne elegge una sopra le altre.

Tuttavia anche questi inciampano e battono il naso. Dovrebbe bastare per far insorgere in noi la consapevolezza che stavamo adottando una modalità di relazione col prossimo piuttosto violenta. Ma non va così. Non c’è senno di poi che possa ravvederci. La nostra spinta biografica non ci rende idonei a vedere le verità che la metafora autoreferenziale del campetto ci mette sotto al naso.

Solo dall’esterno di noi, da altri universi, o da noi in altro momento, si può ritenere che altro da quanto avevamo scelto era a nostra disposizione. Passare con il rosso per un sopra-pensiero ne è un campione, non avvedersi delle bugie di chi ci sta a cuore, ne è un altro. Lo stesso avviene quando si pensano cose fuori contesto, quali ridere a un funerale, leggere e non seguire il racconto, dimenticare la pentola sul fuoco.


Ma la questione del ce l’avevo sotto al naso, non riguarda soltanto le sviste, ovvero ciò che grossolanamente si potrebbe spingere dentro la scatola dei cosiddetti errori. No. Per niente. La questione è più ampia ed è estesa a tutto e a tutte le circostanze della vita.

Ogni nostra posizione nei confronti di qualunque situazione segue una via che si apre davanti a noi strada facendo, silentemente condotta dalle esigenze contingenti, a loro volta obbligate della nostra biografia. Ovunque ci porti nel bene e nel male, verso la soddisfazione delle nostre aspettative ed intenti, o verso la loro frustrazione e irrealizzazione, significa che abbiamo scartato le ipotetiche alternative. Oltre, fuori, al di là di quello che vediamo – che il vincolo della nostra biografia ci impone/concede di vedere – il mondo sparisce, e, a causa di quello che vediamo il mondo esiste, ad esso limitato.

Se così non fosse non avremmo problema alcuno a sottrarre alla tristezza un nostro amico, né alcuna difficoltà a far convertire alla nostra ideologia i nemici. La lista degli esempi è lunga quanto la vita. Ogni situazione rivela che non abbiamo potuto considerare altro se non quello cui eravamo obbligati. In ogni momento possiamo trovare nella nostra biografia posizioni che avevamo sostenuto, dalle quali ora prendiamo le distanze inorriditi. Ogni nostro istante, come dice il Tao, è una verità. Giudicarlo un istante dopo è una blasfemia.

Se così non fosse, sarebbero davvero acuti e arguti coloro che si disperano per Cassano e Balotelli, geni del calcio che avrebbero potuto fare di più. Sì, ma solo secondo una teoria – che solo loro concepivano – scambiata per realtà. Come razionalmente non possiamo sottrarre da un’emozione il prossimo, così non possiamo neppure indicare la retta via per non sbagliare. È il potere dell’egregora che ci domina. In quanti avranno provato a redarguire e a “correggere” Cassano e Balotelli? Un acume e un’arguzia purtroppo assai diffusa. Ma non c’è da farne una colpa a coloro che ne dispongono. Siamo figli di una cultura cieca quando si tratta di riconoscere i perché e le radici delle nostre scelte e comportamenti.

È la cultura meccanicista, materialista, fondata sul principio del causa-effetto adottato anche in ambito di relazioni umane, quindi una sorta di elefante in cristalleria. Ovvio, no?

Cultura quantitativa, inetta a concepire che siamo universi diversi, ma geniale nel ritenersi in potere di giudicare stupido chi non si sia avveduto che aveva la soluzione della sua vita proprio sotto il naso.

Lorenzo Merlo 



lunedì 6 novembre 2023

"Viaggi dell'anima". Da qui all'aldilà...




James Van Praagh,  autore di "Viaggi dell'anima", propone un viaggio che ci spingerà a guardare alla vita e alla morte in una prospettiva completamente diversa.

Nel condividere le sue esperienze  di comunicazione con l’aldilà, James Van Praagh ci guida  in un percorso volto a scoprire il destino della nostra anima e ad esplorarne le straordinarie avventure nel suo peregrinare tra i mondi.

Impareremo così ad aprire la mente a una  diversa saggezza, ottenendo una comprensione del ruolo che ci è riservato nella nostra esistenza, per iniziare a vivere una vita che soddisfi  le finalità della nostra anima: seguire la via dell’amore.

Come narrato nel libro, i modi per farsi un’idea di quale sia la nostra vera natura esistono: sono la meditazione; le esperienze extracorporee; i resoconti di chi è sopravvissuto a esperienze di premorte; la regressione alle nostre vite passate. 

L'autore


Calcata. Esperimento di proto-ecovillaggio bioregionale...

 


Olivier Turquet: "Paolo, tu sei stato l’iniziatore e il protagonista per anni dell’esperimento di Calcata, un “proto-ecovillaggio”, come dici tu…"

Paolo D'Arpini: "Secondo me il vivere comunitario non può essere il risultato di considerazioni aprioristiche. Abbiamo visto infatti innumerevoli esempi nella storia di comunità sorte con la funzione di soddisfare intenti collettivi e che per lo più o si frantumavano o perdevano la spinta iniziale. Magari nel tempo cambiando completamente le finalità. 

Partendo da questo presupposto, la mia “discesa” a Calcata non fu in conseguenza di un atto deliberato o di una propensione idealistica. Semplicemente accadde che cercando un nuovo modo di vita comunitario, sotto la spinta delle mie esigenze spirituali ed ecologiste, capitai in questo paesino in corso di definitivo abbandono da parte della popolazione originaria e che era stato addirittura dichiarato inabitabile per ragioni di (presunta) pericolosità sismica. Ciò avvenne nei primi anni ’70 del secolo scorso da poco tornato dai miei primi viaggi in India. A Calcata trovai uno spazio vuoto dalle immense possibilità per rinnovate azioni culturali, abitato da una “masnada” di vecchietti che volevano morire dove erano nati. 


Questi vecchietti, custodi di un sapere antico e di un rapporto unico con la natura che circonda Calcata, furono i miei maestri per un nuovo – antico vivere nell’ecologia, nel sociale e nella totale semplicità e mancanza di pretenziosità nelle funzioni svolte. Da ciò nacque una successiva aggregazione di amici e parenti che come me sentivano l’esigenza di un “ritorno alle origini” e che trovarono sull’acrocoro di Calcata una nuova e promettente casa. 
Nel corso dei primi anni da quel primo gruppo di sperimentatori fu portato avanti un laboratorio assolutamente libero da finalità concrete. Tutto si svolgeva all’insegna del gioco, dell’innovazione fantasiosa, della ricerca culturale in piena libertà espressiva, nella ricerca di nuovi/vecchi mestieri da praticare con le mani oltre che con la mente. 


Un riconoscere la capacità di convivere con gli altri animali come componenti della stessa comunità umana (ovviamente non parlo di cani e gatti, ma di capre, pecore, asini, maiali, galline, ecc. Ecc.) e del poter vivere fra esseri umani in forme anticonvenzionali. Questo meraviglioso esperimento nel vecchio borgo si ampliò e progredì e giunse ad un suo climax. Il culmine avvenne allorché la comunità, inizialmente di pochi elementi, raggiunse il numero di un centinaio di abitanti, mentre il resto della popolazione calcatese, composta da circa 800 persone, si era definitivamente trasferita in un nuovo centro geograficamente separato. 
A quel punto sorse il problema della inabitabilità delle vecchia Calcata. Non essendoci più residenti autoctoni (i vecchietti erano morti tutti), il rischio che il paese potesse subire la demolizione prevista nella legge sulla pericolosità sismica, divenne più tangibile. E fummo costretti a tentare la via istituzionale per modificare la suddetta legge. A quel tempo le mie amicizie politiche e giornalistiche erano consistenti e solide e non fu difficile far presentare una legge specifica di riqualificazione del vecchio borgo da parte di consiglieri regionali del Lazio. Purtroppo, salvata “istituzionalmente” la rupe e quindi restituito un valore reale agli immobili e quindi riportato il contesto comunitario all’interno di un contesto di economia utilitaristica, il destino di Calcata mutò irreversibilmente. 


Da libero e giocoso esperimento per un nuovo vivere libero dal limite dell’utile, divenne un “meccanismo” per la sopravvivenza di chi operava in una qualsiasi attività a quel punto divenuta remunerativa. Insomma, da emanatore di luce propria, il paese divenne uno specchietto per le allodole. Da teatro di strada a teatrino. Certo, non tutto è andato perduto: alcuni elementi hanno tenuto fede allo spirito originario continuando nella sperimentazione e nella “resistenza”, pur relegati in una sorta di esilio interno. 
Io ebbi la fortuna, dopo 35 anni, di poter lasciare Calcata, senza una ragione, ovvero, non per fuga da una situazione che lasciavo, bensì perché attirato nel vortice di un nuovo inizio, intriso d’amore.

Treia - Paolo e Caterina alla Grotta di Santa Sperandia


domenica 5 novembre 2023

Nucleare? Un buon investimento (per la morte)...



Ormai non passa giorno senza che, attraverso i maggiori canali di informazione, venga menzionato il nucleare italiano prossimo venturo.

Intanto il piano delle Comunità Energetiche Rinnovabili (Cer) non procede. A maggio il Parlamento si è espresso a favore di un rientro nazionale nella filiera nucleare,    improvvidamente interrotta dal popolo italiano in versione referendaria.


Il ministro Pichetto dichiara che a distanza di 30-40 anni l’unica soluzione per realizzare la transizione energetica è il nucleare (ovviamente pulito) e attiva una “Piattaforma nazionale per il nucleare sostenibile”.
Sintonia perfetta col ministro Salvini (quello che «a luglio ha sempre fatto caldo» e «i ghiacciai si sono sempre sciolti, basta studiare») che dice che non bisogna perdere tempo. Tripudio di aggettivi magici e scaramantici: “pulito”, “sicuro”, “sostenibile”…


E poi: “quarta generazione” e “piccoli reattori modulari” (Smr) e magari anche, sempre piccoli, reattori navali su navi ancorate fuori costa per fornire energia ad utenze particolari e temporanee, dopodiché la nave si sposta per servire qualche altra utenza (anche questa non è nuova ed è stata pensata per applicazioni militari…).


Ci sono novità?  Che c’è di nuovo nel merito? Niente.
Qualunque reattore basato sulla fissione (sia di terza, quarta, quindicesima generazione; veloce, lento; modulare; raffreddato così o raffreddato cosà) lascia necessariamente delle scorie radioattive che sono un problema per tempi dell’ordine dei centomila anni. Considerato che le prime città in Mesopotamia sono nate sì e no 6000 anni fa vi pare che oggi si possa garantire agli umani di qui a 20.000 anni che non ci saranno problemi?
Ma anche solo di qui a 200 anni? Non mi dilungo sui problemi di sicurezza, sulla connessione inevitabile con il militare tramite gli impianti di arricchimento dell’uranio e di riprocessamento delle scorie (per estrarne il materiale fissile non utilizzato).


Osservo una volta di più che se si hanno delle centrali nucleari si dipende dalle miniere di uranio per l’approvvigionamento primario e dai paesi che sono “abilitati” dai rapporti di forza internazionali a procedere all’arricchimento dell’uranio, risorse generalmente sotto il controllo altrui.


Le energie “rinnovabili”. Il paradossale è che tutti noi (ciascuno di noi) siamo immersi in un oceano di energia costituito da quelle che impropriamente vengono dette “le rinnovabili”.

Il problema tecnico, con soluzioni note e praticate da tempo, è quello di convertire quell’energia nelle forme più opportune per i nostri usi (di solito elettricità, ma anche calore).
Nelle chiacchiere nucleariste contemporanee, anche da parte di titolati, ma non disinteressati, interlocutori, le “rinnovabili” vengono menzionate col dovuto rispetto, aggiungendo però che “non basterebbero”.

In genere non vengono fornite ulteriori spiegazioni, eppure un’affermazione come quella è del tutto infondata. Se prendiamo il sole e ci mettiamo di mezzo il rendimento dei pannelli fotovoltaici troviamo che basterebbe il 2% del territorio nazionale per coprire tutto il fabbisogno energetico italiano, e teniamo anche presente che poco meno dell’8% del territorio è già coperto da infrastrutture ed edifici vari.
L’ipotetico interlocutore a questo punto ti dirà che però il sole, il vento, i flussi idrici sono aleatori per cui c’è il problema dell’accumulo dell’energia per trasferirla nel tempo dai momenti in cui è sovrabbondante a quelli in cui non è disponibile. Certo, e ci sono diverse soluzioni al riguardo già attuate e immediatamente attuabili; non solo, ma riteniamo che sia più facile gestire questo problema oppure quelli connessi con lo sviluppo del nucleare?


Il “mercato” dell’energia. Il vero aspetto critico è che, se nell’energia ci siamo immersi, quest’ultima è un po’ come l’aria.

Per usufruirne abbiamo bisogno di dispositivi e impianti e tutto questo richiede sviluppi tecnologici e ha dei costi, ma la materia prima (sia essa l’aria o l’energia) non è una merce. Quella immessa in rete a partire da grandi e grandissime centrali (nucleari o meno, e ci sono di mezzo anche i grandi campi fotovoltaici o eolici) invece sì che è una merce. Insomma, la preoccupazione incombente e dominante in sede governativa come fra i grandi player (detto così fa più fine) industriali è quella di non turbare il sacro mercato e, se c’è un problema energetico, gestirlo ricavando e massimizzando i profitti qui e ora. Nel giro di non troppi anni (tra l’altro meno di quelli previsti per realizzare nuove centrali nucleari) rischiamo di arrivare a un collasso climatico con conseguenze disastrose e sostanzialmente imprevedibili: “sì, vabbé…”.


Nucleare e profitti. Il nucleare, come in generale tutte le grandi opere, è spinto dalla prospettiva di ricavare fin da subito rilevantissimi profitti assicurati da investimenti fatti con denaro pubblico. In termini economici correnti l’energia nucleare non è oggi più economica (posto che lo sia mai stata) dell’energia ottenuta con altre fonti e in particolare con le “rinnovabili”, ma dietro ci sono le casse dello Stato.
In Francia, Areva (la società che realizzava e gestiva, anche in altri paesi, le centrali nucleari), arrivata alle soglie dell’insolvenza, tra il 2016 e il 2018 ha subito una complessa ristrutturazione di cui l’essenziale è stato il passaggio ad Edf (la Compagnia dell’Elettricità Francese).
Edf a sua volta, pur sempre sotto il controllo dello Stato francese, dal maggio di quest’anno è tornata alla totale nazionalizzazione, spinta dalla necessità di far fronte alla dismissione imminente (e costosissima) di un discreto numero di centrali ormai a fine vita. In ogni caso, la copertura statale consente agli operatori del settore di assicurarsi comunque cospicui profitti: che poi questi corrispondano a debiti pubblici non li riguarda. Così anche nel nostro caso il rilancio del nucleare corrisponde all’allocazione di adeguate risorse pubbliche, che ovviamente risultano in competizione con gli investimenti nel settore delle “rinnovabili” e con tutto il resto.
A premere (senza incontrare grandi resistenze) ci sono industrie a partecipazione statale, come Ansaldo, Eni, Enel che si assicurano ritorni immediati e garantiti e che, per inciso, “investono” in azioni di lobbying, cui la politica da sempre è estremamente sensibile. Per la verità vengono poi anche coinvolti, ahimè, centri di ricerca e università: «a decidere poi sarai tu, per l’intanto se mi paghi io collaboro e va bene così».
Insomma: «Perché dovrei preoccuparmi dei posteri? Cos’hanno mai fatto i posteri per me?» (Groucho Marx).


Le Comunità Energetiche Rinnovabili. Per completare il quadro è il caso di ricordare che il ministro Pichetto è quello stesso che sta tenendo in sospeso le comunità energetiche rinnovabili (Cer), col pretesto, da lui stesso creato, di aver mescolato la definizione dei criteri di incentivazione con quelli di assegnazione dei fondi Pnrr dedicati e dover quindi aspettare l’Europa.

Tra l’altro, nel gran bailamme del Pnrr, i 2,2 miliardi (M2C2 nelle voci previste) destinati a finanziare impianti fotovoltaici a disposizione di Cer nei comuni sotto i 5000 abitanti sono del tutto scomparsi dall’orizzonte, anche se non ci sarebbe nessun problema nello spenderli in tempi rapidi, nonostante tutte le burocrazie. Le Cer vanno bene se restano limitate e utili per gli esercizi retorici, ma non debbono disturbare il mercato! In termini educati e gentili, direi che c’è di che essere alquanto infastiditi. Non vi pare?

Angelo Tartaglia




(Fonte: Volere la Luna -  Fonte secondaria: La Bottega del Barbieri)

sabato 4 novembre 2023

La realtà empirica è un inganno dei sensi...


 Risultati immagini per L'inganno della realtà empirica vedi

La Terra è  un pianeta-scuola in quanto tutte le anime non sono altro che frammenti di Dio che si incarnano qui per sperimentare l’autocoscienza – la sensazione di esserci – e sviluppare qualità sempre nuove. Detto in altre parole, l’anima usa il corpo materiale – una macchina biologica – per attirare intorno a sé persone e circostanze che le permettano di sviluppare sempre più amore, fino a quando un giorno non si sentirà “Uno con tutte le cose”.

Ma questo pianeta è anche una trappola, in quanto ognuno di noi, una volta incarnato sul piano materiale, smette di essere l’Uno onnicomprensivo e si identifica totalmente con una particolare macchina biologica, dimentica il suo scopo evolutivo e, soprattutto, comincia a credere che esista un mondo “là fuori” sul quale non ha alcun controllo e del quale è succube.

Credere che il mondo sia qualcosa di separato da noi e non esclusivamente una nostra proiezione, è la causa prima di tutte le paure che ci affliggono. Le nostre paure originano infatti dalla superstiziosa credenza che possa esistere un mondo esterno a noi, separato da noi, il quale può agire su di noi indipendentemente dal nostro volere. Questo criterio totalmente fasullo di rapportarsi alla realtà è stato inventato, divulgato e viene tuttora alimentato da una élite di uomini che governa il mondo nell’ombra.

Ognuno di noi crea, spesso inconsciamente, le situazioni e le persone che gli sono più utili per compiere il passo successivo sul suo cammino evolutivo. Le persone e le cose non sono fuori di noi, bensì dentro di noi. L’anima – la coscienza – letteralmente materializza dentro di sé solo ciò di cui ha bisogno. Nella misura in cui noi siamo identificati – addormentati – nel corpo, non siamo coscienti di stare creando il mondo e quindi subiamo le decisioni della nostra stessa anima come se non fossero nostre.

Solo il fatto di essere ancora troppo lontani dalla nostra essenza, ci fa apparire improvvisi e inaspettati gli eventi della vita. Mentre nella misura in cui sentiamo di essere anima, diveniamo anche coscienti di stare materializzando tutto ciò che ci accade, momento dopo momento. La conseguenza di questo nuovo atteggiamento è che svanisce ogni paura e diveniamo finalmente liberi.

L’élite che governa il mondo è costituita da individui estremamente intelligenti, raffinati conoscitori della psiche umana. Essi sanno bene che alimentando fra la popolazione la stupida superstizione che ci sia un mondo esterno alla coscienza capace di influenzare l’essere umano, questo rimarrà per sempre uno schiavo pieno di paura. Infatti non è un caso che la scienza, la religione, l’educazione, la politica, l’economia… siano tutte basate su questo paradigma conoscitivo: io e il mondo siamo due cose separate.

Così  il mondo diventa un idolo da adorare e temere. Questo è il paradigma della paura, della povertà, dell’insicurezza. Questo è il peccato dei peccati, che ha costretto l’uomo ad abbandonare il Paradiso Terrestre. Crediamo che nel mondo possano nascondersi sorprese e pericoli inaspettati, quando invece nel mondo incontriamo sempre e solo noi stessi. Tutto appare inaspettato agli occhi di chi non si conosce.

Nani psicologici prigionieri della loro stessa atterrita natura animale. Ecco in cosa si sono trasformati gli esseri umani. Come insetti strisciano sulla superficie del globo, attendendo il momento in cui un piede li schiaccerà mettendo fine alle loro sofferenze. Quanto in basso siamo scesi noi guerrieri divini e immortali?!

Facciamo un esempio. Un giorno dall’ufficio del personale della nostra azienda ci comunicano che siamo stati licenziati. Cosa proviamo?

Ognuno di noi reagisce con una manifestazione emotiva differente. Ognuno di noi reagisce secondo ciò che è. Qualcuno diventa aggressivo, un altro comincia a piangere, un altro è contento perché non vedeva l’ora di andarsene, un altro si sente perduto e tenta il suicidio… e così via.

Un atteggiamento unico però li accomuna tutti: tutti credono che il mondo si sia abbattuto su di loro dall’esterno. Chi di loro avrà il coraggio di pensare: “Io mi sono licenziato. Ho usato il mondo per licenziarmi. Affinché emergessero proprio le emozioni che mi stanno attraversando in questo momento”. Vi ho appena dato una chiave magica, usatela in ogni circostanza e presto aprirete la Porta, non serve altro.

Sono le nostre emozioni a plasmare il mondo, e non viceversa. La realtà è fatta di luce, lo hanno scoperto anche in fisica, e questa luce è facilmente malleabile da parte della nostra coscienza, proprio perché è dentro la nostra coscienza. Siamo guerrieri, Portatori della Fiamma, signori incontrastati della nostra realtà… e invece deleghiamo al mondo esterno il potere di decidere quando ci è concesso essere felici e quando no. Abbiamo eletto il mondo esterno a nostro Dio, lo adoriamo, lo temiamo e ci prostriamo ai suoi piedi, infognati nella superstizione e ormai privi di ogni dignità dell’Essere.

Credere alla materia è solo superstizione, perché il mondo è costituito solo di immagini. Le persone non esistono di per se stesse: i figli, i colleghi di lavoro, i partner… sono solo immagini che ci rimandano parti di noi che non vogliamo conoscere, non vogliamo affrontare, non vogliamo superare lo specchio.

Lamentarsi, accusare gli altri, gli eventi, del nostro star male, è come accusare la nostra immagine allo specchio… e arrabbiarsi con quella… e aver paura di essa. Abbiamo il terrore di venire licenziati, di restare senza denaro, di subire un’aggressione per strada, di venire derubati, di ammalarci, di essere abbandonati dal partner.  Siamo ipnotizzati da un fantomatico “mondo di fuori”. Crediamo che le disgrazie possano colpire “a caso”… non riusciamo a concepire un’Intelligenza Nascosta – la nostra – che crea gli eventi intorno a noi secondo le nostre necessità evolutive… e allora ci preoccupiamo di cosa potrebbe riservarci il mondo, quasi fosse una creatura divina onnipotente.

La nostra idolatria e la nostra superstizione vengono abilmente usate da chi governa il pianeta, per tenerci in uno stato di apprensione: crisi economica, immigrazione, terrorismo, pedofilia… Ma il mondo è solo uno stupido schermo privo di vita sul quale ognuno di noi proietta immagini di se stesso. In noi è la vita, e noi siamo i registi del film.

Questo è un Appello. Per gli anni che verranno servono guerrieri impavidi, uomini e donne, Portatori della Fiamma. La tromba del Giudizio è già squillata: uscite allo scoperto e radunatevi. Non sentite ardere la Fiamma nel petto mentre leggete queste parole? Il guerriero ha il vero potere, perché sa che il mondo non può fargli nulla di male, il guerriero sa che vivrà solo le crisi e le sfide che gli serviranno… che lui stesso andrà creando per autoiniziarsi. Pertanto non ha più paura del mondo, e un essere senza paura sfugge a ogni gabbia psicologica… diventa imprevedibile… pericoloso.

Salvatore Brizzi




giovedì 2 novembre 2023

Evoluzione ecologica o politica di bassa lega?



La politica corrotta non aiuta il cambiamento ma l'attuazione dell'idea bioregionale può farlo.

I politici oggi al governo invero non sono i reali artefici della politica in Italia, sono semplici esecutori di poteri superiori, al massimo possono ingegnarsi a distruggere capillarmente la società, strangolandola in mille codici e codicilli, tasse, nequizie, laccioli burocratici, imbrogli, espropriazioni, bugie e falsità sulla situazione corrente.

Ma la speranza è l'ultima a morire e l'unico cambiamento “possibile” per salvare la specie umana ed il pianeta sta nell'attuazione dell'idea bioregionale. Infatti vale comunque la pena di chiedersi sempre come possiamo provare a cambiare il mondo in cui viviamo, anche con una certa dose di fantasia creativa. Alcune idee risulteranno applicabili a breve termine, alcune solo a medio o lungo termine, alcune forse mai. Ma rinunciando a progettare si otterrebbe solamente la perpetuazione dello status quo, e niente altro.

L'idea bioregionale è una valida alternativa alle forme di governo in auge ma la sua attuazione non può essere semplicemente territoriale locale. Poiché un municipio potrebbe occuparsi di gestire alcune infrastrutture comuni che logicamente sono locali, come strade, acquedotti, reti di distribuzione energetica, tutte cose che richiedono una organizzazione territoriale uniforme. Ci sono però altre leggi, norme e regole che risultano indipendenti dalla posizione geografica... e queste vanno considerate in un ambito diverso, più ampio.

Tenendo sempre presente che cercare la soluzione sociale e territoriale di ogni possibile problema prima che esso si ponga è una pre-ordinazione delle cose che non si attiene alla realtà dei fatti nel loro costante mutamento. Per questo i taoisti, all'inverso dei confuciani, non ponevano regole di condotta ma si limitavano a vivere le situazioni, data la piena consapevolezza del momento e del luogo, risolvendo le difficoltà ed i contrasti nel momento contestuale.

Non credo che in una società multiculturale sia possibile mediare a tutte le esigenze, forse però nel piccolo possono costituirsi aggregazioni affini ed omogenee... Ed in fondo questa è l'idea bioregionale, ovvero l'autogoverno di luoghi che manifestano affinità ambientali e di sistema. Magari anche questa è una configurazione ma basata sull'osservazione di dati e non sulla disposizione di "forze".

Comunque dialogare serve, aiuta l'intelligenza e affina la comprensione. Nella attuazione bioregionale la cosa principale è la pratica, ovvero il vivere il più possibile armonicamente con se stessi in un dato ambiente.

La disobbedienza civile, come diceva Gandhi, ovvero la non collaborazione con i governi centrali va bene ma al giorno d'oggi per non pagare le tasse devi essere un barbone mendicante, altrimenti qualsiasi proprietà ti viene sequestrata, anche un piccolo conto corrente di risparmio postale. Insomma devi essere un cavernicolo completamente autonomo ma a quel punto può anche darsi che la società ti prelevi e ti chiuda in una struttura di recupero disadattati od in galera. Questa la triste realtà. Per questo, alcuni bioregionalisti primitivisti affermano che è meglio cercare di arrangiarsi in proprio, barcamenandosi nei limiti del possibile entro il proprio senso di giustizia e di capacità di sopravvivenza…

Personalmente ritengo invece che valga la pena di inserire nella psiche collettiva un seme di ragionevole evoluzione ecologica, attraverso azioni anche politiche, come questa…

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana



mercoledì 1 novembre 2023

All’uscio della conoscenza non c'è nessuno...



Viviamo dentro emozioni. Più precisamente, siamo emozioni. Esse si mostrano attraverso noi, e noi necessariamente ne siamo espressione. Dunque, l’equazione è facile: il mondo, la realtà, tutto non è che un’emozione.

Paura e panico sono emozioni che impediscono di uscire di casa, che ci impongono uno status segretamente alienato, frustrato e timorato, ovvero di essere in equilibrio con noi stessi. Sono imposizioni di vita e di realtà. Ma le due emozioni citate, eclatanti, che tutti sappiamo riconoscere ed elencare, intendendole nelle loro espressioni apicali, hanno forma anche piatta. In dosi minori, non arrivano a immobilizzare o a compiere scelte sprovvedute. Silenti in noi, si annunciano e non si fanno avvertire, sono croniche, ci accompagnano qualunque strada si stia facendo, non percepite dai radar della consapevolezza.

Prendiamo ad esempio un individuo ideologizzato, – cioè dentro una specifica emozione che non significa vada per strada col libretto rosso in una tasca e l’Hazet 36 sottobraccio. Finché le idee in cui crede e si identifica lo informano, esse saranno parte di lui; finché vorrà difenderle o diffonderle, finché le altre e opposte lo toccheranno direttamente e necessariamente lo coinvolgeranno, tutto, ma proprio tutto ciò che vivrà, esprimerà la sua fede, condurrà la sua biografia, giudicherà la sua coerenza. I suoi pensieri saranno mattoni per costruire la realtà che considera corrispondente alla sua fede; anche quelli contraddittori, in quanto nient’altro – dirà – che questioni cui rimediare o sensi di colpa, cioè manifestazioni della sua genuina fedeltà alla propria ideologia, quindi a se stesso.

Se i sentimenti hanno un carattere binario, nel senso che tutti i tipi sono riconducibili a una sola coppia di opposti, ovvero, come il bianco e il nero, di attrazione e repulsione, le emozioni sono molteplici, come i colori. Per quanto in quantità varino da individuo a individuo o da situazione a situazione, ognuno ne esperisce sfumature personali, piccole variazioni che ci inducono a corrispondenti letture personalizzate della realtà, con qualunque unità di misura la si voglia ponderare. Se i sentimenti sono legami, che implicano una relazione, le emozioni no. Esse possono essere ponti di comunicazione, e antenne per chi si muove sulle lunghezze d’onda dell’empatia. Che non significa ascoltare l’altro ma assumere la sua emozione.

Lievi sfumature o grandi differenze delle emozioni inducono a comportamenti e scelte obbligate, onde per cui realizziamo una sola delle possibili, teoriche scelte che avremmo avuto a disposizione. Per quelle alternative, sarebbero servite altre emozioni. Nonostante ciò sia una considerazione piuttosto popolare, se non totalitaria, si tratta in realtà di una superstizione. Credere di avere più opzioni è solo un fanciullesco senno di poi, basato sull’inconsapevole visione di un mondo del tutto assente al momento della scelta o prevaricato da altre visioni: dentro l’emozione del razionalismo über alles, infatti, il singolo individuo finisce per applicare al prossimo un ventaglio di opzioni del tutto chiare a lui che le ha enunciate, ma del tutto ignote o impossibili da cogliere per l’altro.

Pari gravità di lettura del reale accade quando siamo portatori sani – ma senza la consapevolezza di esserlo – del meccanicismo, del riduzionismo, del determinismo e della loro corrispondente filosofia, il materialismo. Infatti, una popolare emozione è quella che ci fa credere nella scienza quale unico criterio attendibile di ricerca della verità. La descrizione della realtà, operata da chi vanta di averla comprovata tramite metodo scientifico, è pronunciata con assoluta fermezza e – nonostante Popper – è assunta come pienamente, anzi, dogmaticamente attendibile dalla vulgata, a sua volta partecipe della medesima emozione o incantesimo.

Il sortilegio emozionale ci contiene e guida fin quando non si prende coscienza della sua influenza. Fino ad allora ne siamo preda, e a lui consacriamo tutta la nostra energia, bellezza, creatività. L’emozione diventa vera e propria egregora e la sua forza determina ciò che facciamo come la dipendenza fa con il dipendente, come l’aguzzino con la vittima.

Nessun argomento razionale può aprire o scardinare l’invisibile portone che ci rinchiude nella cella dell’inconsapevolezza dell’emozione che siamo. Solo l’accadimento in noi di altre e opportune emozioni può offrirci il ponte per passare l’abisso che ci isolava da noi stessi.

Così, può accadere di prendere coscienza che pensavamo, parlavamo e vivevamo entro il bozzolo dorato dell’autoreferenzialità della scienza e della sua inconsapevole elezione a dogma; nonché, giocoforza, del limite della logica e della razionalità; quindi ancora, della realtà come oggetto nel quale credevamo di muoverci come entro un salotto, a sua volta composto da altri oggetti, ognuno dei quali, da lì asportato e portato in laboratorio, avrebbe mantenuto la sua natura, ragione e identità.

Osservare codesta deriva meccanicistico-scientista è il passo che, nell’aprire i catenacci, ci permette di considerare la realtà come organismo, poiché essa ci ha fatti e ci contiene, poiché non ne siamo una parte, bensì un’espressione, e poiché nulla è indipendente e tutto è in relazione. Una presa di coscienza, questa, che ci farà inorridire, dal momento che finora ci eravamo creduti neutri osservatori del reale.

Se la scienza scientista, quella convinta che la sua linea di ricerca possa condurre alla verità e alla conoscenza, fosse meno arrogante – è un ossimoro – avrebbe chiaro il limite del campo logico in cui va sempre a giocare, avrebbe chiaro che per occuparsi di origine della vita e della conoscenza, dovrebbe prima riconoscere l’origine di se stessa, avvedersi della propria autoreferenzialità, quindi di quanto sia piccolo il mondo racchiuso nel suo regolamento logico-razionale, buono per l’amministrazione della vita, ma fuffa per la vera conoscenza.

Riconoscere in che termini, nel sottoregno scientista della scienza, la conoscenza non sia che fuffa, prima di essere un eureka, è uno shock. Dal buio della nostra assoluta certezza di essere proprietari di noi stessi – certi di sapere perché abbiamo studiato, convinti di essere nel giusto perché abbiamo un’etica e inseguiamo la virtù, perché seguiamo la retta via in quanto detentori del buon senso, piuttosto che abdicare al titolo di degni probiviri della scienza –, ci dimeniamo come anguille nel secchio sotto lo sguardo del pescatore che, tirandoci fuori dall’acqua, ci ha svelato che, oltre al mondo che credevamo, ce n’era un altro.

Avvedersi che l’oggettività della realtà e della conoscenza non era che una bufala, passa attraverso fasi contraddittorie che ognuno, sempre per le solite emozioni, elabora a suo modo, tramite percorsi individuali che avanzano e ci fanno evolvere secondo motivazione personale.

L’emancipazione prima e poi la libertà dal conosciuto cognitivo permette quindi l’accesso a dimensioni della vita non più castrate e costrette entro il limitato campo della logica. Il mondo alogico, quello della magia, ovvero della cosiddetta scienza suprema, diviene disponibile. E così, come prima ci perdevamo nel dilemma dell’uovo e della gallina, cercando con accanimento scientifico l’origine di tutto, ora possiamo riconoscere che eravamo gli arbitrari autori tanto del dilemma, quanto dell’accanimento, e che quel tutto non sta nelle regole del piccolo scienziato a cui ci piaceva tanto giocare. È proprio la logica duale tanto a creare la domanda, quanto a impedirne una risposta soddisfacente. Il paradosso ci avverte sulla sua fallacia se estesa a dio della conoscenza.

Ora potremo comprendere che era proprio quel costretto modo di procedere a impedirci di essere anche il mistero, anche il tempo, anche gli altri, anche la realtà che vediamo e che ora sappiamo essere una nostra creazione.

Porsi domande analitiche, oltre a generare l’impotenza di sentire ed essere il mistero, impedisce anche di vedere, accreditare e relazionarsi al mondo delle forze che si muovono nelle situazioni e ne inducono gli esiti, di constatare i propri punti di forza e di vulnerabilità, di riconoscere attraverso il sentire come sfruttare i primi e ridurre i secondi, sebbene non si tratti di processi lineari, prevedibili, pianificabili. Logici.

Così, col piede della consapevolezza nella porta del cielo, non intravediamo più oggetti, ma l’evidenza che era proprio una certa emozione a impedirci di vedere l’assurdità di spiegare l’universo con la scatola del piccolo scienziato aperta sul tavolo, con le quattro regolette imparate alle lezioncine della scuola. Industrialmente formati per replicare. Veri stampini che, pur credendosi liberi e padroni della propria immaginazione, non possono che ridondare nel già detto, nel già visto e conosciuto, con la sola eventuale opzione creativa di perfezionarlo e nulla più. E anche per condannare coloro che, invece, meno teleguidati dalla sola lunghezza d’onda di questa tecnologica cultura, creano, sanno di creare, sanno riconoscere i limiti e la necessità di quanto accade e per questo sono considerati eretici, idonei al rogo dell’inquisizione degli esperti, dei baroni, dei presidenti, dei bigotti, del potere.

Diversamente dal determinismo, dal meccanismo causa-effetto, dal tempo lineare della meccanica classica, dalle probabilità quantificate, nella fisica dei quanti troviamo la tendenza, l’eventualità, la possibilità inqualificabile. La fisica quantistica induce a una filosofia che permette di cogliere il valore della magia. Nessuna delle due gioca sul campo logico-razionale. Le regole divengono insieme al gioco stesso. La comunicazione non ha ponti industriali-razionali uniformati, ma sempre occasionali-creativi personalizzati. La realtà non è fuori, ma dentro. Entrambe sono oltre l’uscio. Lo vede chi ha messo il piede nella porta.

Del resto le emozioni non sono un salto nel tempo, come tutti abbiamo sperimentato? Ovvero, non realizzano la principale irreversibilità, data per certa, della fisica classica?

Dal tempo della deriva razional-illuminista, la conoscenza oggi è solo conoscenza tecnica, parcellare, specialistica; non ha in sé nulla che possa permettere di emanciparsi dalle ragioni della sofferenza, anzi. Nessun accumulo di questo tipo di conoscenza potrà mutare lo stato di sofferenza in cui consumiamo una vita di superficie, simile a un palco dove, in tempi differenti, recitiamo i ruoli, anche contradditori, dettati dalle emozioni. L’erudizione non ha nulla a che fare con la forza – semmai con il potere materiale – con la bellezza, con l’armonia, con la creatività. Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza non allude alla via dell’accumulo di dati, ma a quella delle consapevolezze; non soltanto allo studio fine a se stesso, frainteso come conoscenza, ma alla contemplazione che ci mostra l’infinito che siamo.

La conoscenza è già in noi. Riuniti al nostro sé, emancipati dal nostro io, possiamo coglierne a piene mani, possiamo navigare in tutti mari e con tutti i tempi, realizzando le migliori scelte. La conoscenza acquisibile, cognitiva, tanto più è creduta la sola, tanto più ci allontana da noi stessi e ci consegna alle ideologie, alle superstizioni, agli incantesimi. E ci porta alla cultura di sofferenza che conosciamo.

Lorenzo Merlo