domenica 4 gennaio 2026

L'impianto Montedison di Bussi... gli inizi...

 



 
L'impianto idroelettrico di Bussi fu progettato nei primi anni del '900 insieme alla Società Elettrica Italiana "Vola", poi riconvertita dalla Montecatini nel 1904, di Piano d'Orta (Bolognano). Nel 1887-888 venne realizzato anche il tronco ferroviario che passava per Bussi, da L'Aquila verso il tracciato Sulmona-Popoli Terme-Scafa-Chieti Scalo-Pescara. L'impianto di Bussi Officine in cui si produceva energia elettrica attraverso il clorito sodico e l'acido cloridrico, fu inaugurato nel 1901. Durante il fascismo a partire dal periodo coloniale in Libia, il sito venne utilizzato per la produzione del gas mostarda, un acido estremamente dannoso, capace di corrodere la pelle e distruggere le cellule.
 
 
 
Nell'epoca della seconda guerra mondiale, la disponibilità di iprite del servizio chimico italiano nel 1939-40 era aumentata di 400 tonnellate: Mussolini contava di vincere la guerra avvalendosi dell'uso di gas, in barba alle regole della Convenzione di Ginevra del 1925, e fu Bussi con la società Dinamite Nobel per la produzione di aggressivi chimici: le officine sono raccolte in 10 ettari del SIN "Sito di Interesse Nazionale per la Bonifica"; durante la guerra era la prima a produrre Iprite e Disfogene durante la guerra in Abissinia, era tra le maggiori fabbriche specializzate in aggressivi dopo le fabbriche di Rumianca a Pieve Vergonte (Verbano); in Val Pescara si producevano al giorno tonnellate di iprite tecnica e ancora una tonnellata al giorno di Fosgene e un'altra di Difosgene. Tali informazioni sono nei documenti del libro I gas di Mussolini di Angelo Del Boca, Editori Riuniti.
 
Delle 20 tonnellate di Yprite quotidianamente prodotte in Italia, per armare le bombe e le granate dei soldati fascisti impegnati contro i gli Etiopi, 10 tonnellate erano garantite dallo stabilimento S.A. Dinamite Nobel di Bussi. Nessuno riferimento ai rifornimenti bellici prodotti in un'altra fabbrica che sempre in Val Pescara e a breve distanza dal sito industriale, sembra avesse finalità militari simili a quelle dello stabilimento della Dinamite Nobel. Una terza società, dopo la Montecatini di Piano d'Orta, era attiva dal 1927 in Pratola Peligna presso le falde acquifere di San Cosimo, che produceva polveri da sparo ed esplosivi. Nel 1943-44 gli alleati bombardarono ripetutamente queste fabbriche.
 
S.I.N. “BUSSI sul fiume TIRINO”
 
Il fiume Tirino significa triplice sorgente. È uno degli affluenti del fiume Pescara che sfocia nel Mare Adriatico. Il fiume Tirino è attraversato dal piccolo paese Bussi sul Tirino e fa parte del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Bussi è stato da sempre considerato un sito comodo grazie all’acqua. Nel 1901 nel piccolo paese Bussi sul Tirino fu impiantata la fabbrica “Officine di Bussi sul Tirino”. Durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale la fabbrica produceva iprite, arsine, fosgene, difosgene e lewisite. Finite le guerre, la fabbrica ha convertito la chimica militare in chimica civile, producendo coloranti, concimi sintetici, carburanti. Dalla fabbrica uscivano cisterne di cloro, cloroetani, ipoclorito, cloruro ammonico, piombo tetraetile, trielina, carburo di calcio, dicloroetano, acido monocloroacetico. I primi allarmi riguardo l’inquinamento del fiume Tirino arrivano negli anni 70: mercurio nei pesci, nel grano, nella vite, nell’olivo, piombo nel grano nei semi, nell’olivo…
 
Fine ‘800, a pochi anni dall’unità d’Italia, altro che terra di briganti e pastori, l’Abruzzo al centro di una delle più importanti operazioni industriali di quegli anni. Una Holding franco-svizzera tedesca decide di stabilire in Val Pescara, tra Piano d’Orta e Bussi, il più grande polo elettrochimico d’Europa, é il primo vero insediamento industriale frutto d’investimenti d’oltralpe nella storia della nostra Regione che da quel momento scriverà pagine importantissime nella storia dell’ingegneria elettrochimica mondiale convogliando in Val Pescara i più grandi ingegneri del tempo. Nel 1902 il primo impianto di cloro soda; nel 1907 il primo impianto per la produzione dell’alluminio; nel 1925 la produzione dell’ammoniaca attraverso un metodo innovativo. 
 
Poi negli anni ’60 l’inesorabile declino quando l’allora Montecatini non fu più in grado di reggere il passo con le multinazionali tedesche, francesi e statutintensi. 
 
In un paese civile, Bussi, 2500 abitanti – con la gola di Tremonti tra le montagne carsiche dell’Appennino e con i due fiumi, il Tirino e il Pescara, che vi si incontrano – sarebbe un luogo protetto. Un’area strategica per la vita, visto che vi scorre gran parte dell’acqua che dalle montagne va verso l’Adriatico. Enormi quantità passano in ogni istante attraverso un imbuto naturale, sia nei corsi superficiali, sia con il lento fluire delle falde. L’acqua sotterranea, quella che non si vede ma che costituisce la parte più consistente del patrimonio, ha purtroppo perso la sua purezza.
 
Agli inizi del Novecento il sito fu individuato da una società franco-svizzera – poi Società italiana di elettrochimica – per l’installazione di una grande fabbrica di cloro, che sfruttava la copiosa presenza delle acque per la produzione di energia elettrica e, purtroppo, per ricevere gli scarichi degli impianti. Inizia così la storia tragica di uno dei poli chimici più grandi d’Italia, dove per decenni è stata tralasciata ogni precauzione nell’uso delle sostanze pericolose che vi si producevano. La Procura di Pescara, ha accertato che fino agli anni Sessanta del secolo scorso le scorie venivano gettate tal quali nel fiume Tirino in enormi quantità, anche fino ad una tonnellata al giorno. Non deve quindi stupire che ancora oggi, a valle – a 50 km dal sito, alla foce del Pescara – vi siano grandi quantità di mercurio nei sedimenti del fiume. Così come nei capelli dei pescatori e negli scampi pescati nel mare antistante la città. A documentarlo due studi.
 
DALLA CHIMICA DI BASI ALLE ARMI CHIMICHE
 
Negli anni successivi all’apertura, nel polo industriale di Bussi sono state avviate produzioni molto diversificate, a partire dall’impianto clorosoda in cui venivano usate enormi quantità di mercurio. Negli anni Trenta l’azienda fu usata dal regime fascista per assicurarsi la produzione di sostanze per la guerra. Non solo esplosivi, ma armi chimiche. Pochi sanno che a Bussi veniva prodotta l’iprite, il gas mostarda che gli italiani usarono in Africa orientale per gasare ed uccidere migliaia di persone. A partire dagli anni Sessanta si aggiunse l’impianto per la produzione di piombo tetraetile, anti-detonante per le benzine.
 
Nelle segrete stanze della Montedison, negli anni Novanta, oltre a parlare degli scandali della tangente Enimont, portati alla luce da Mani Pulite, si discuteva riservatamente della situazione di gravissimo inquinamento. Un rapporto interno del 1992 diceva chiaramente che a valle del polo chimico c’erano pozzi – inquinati con solventi clorurati – che davano acqua potabile a tutta la Valpescara, comprese le città di Chieti e Pescara. Nessun dirigente ebbe un sussulto di dignità pensando agli ignari cittadini, neonati, donne, malati, che ancora per lunghi anni, fino al 2007, avrebbero bevuto quell’acqua contaminata.
 
 
In Italia l’industria chimica moderna nasce a fine Ottocento quando si sviluppa un nuovo paradigma tecnologico: l’elettrochimica. Tramite l’elettrochimica diventa possibile realizzare prodotti chimici utilizzando energia idroelettrica. I primi poli produttivi nascono in Piemonte, in Lombardia, in Veneto e in Abruzzo. Nonostante l’economia prevalentemente agricola, l’Abruzzo sarà un territorio dove il comparto elettrochimico troverà grande espansione. 
 
 
La storia della grande chimica in Abruzzo ha inizio a Torino. Il 17 giugno 1899, nel capoluogo piemontese, si costituisce la Società Italiana di Elettrochimica (Sie). L’organigramma societario era costituito da una holding franco-elvetica-tedesca che per la tecnologia utilizzata risultava allora ai vertici dell’industria elettrochimica europea. La Sie utilizzava i brevetti delle società tedesche BASF (Badsiche Anilin und Soda Fabrik) e Cianyd Gesell Schaft. Il programma, sfruttando le risorse idriche del fiume Tirino, aveva l’obiettivo di produrre a Bussi alluminio, cloro-soda e derivati: prodotti altamente inquinanti. 
 
 
 
In base al ciclo produttivo si evince che il polo industriale di Bussi avesse, fin dalla sua realizzazione, una vocazione bellicistica. Infatti il ciclo cloro-soda e derivati è principalmente rivolto alla produzione di esplosivi e gas nocivi. Con lo scoppio della prima guerra mondiale la produzione bellica del complesso elettrochimico di Bussi venne incrementata. Infatti alcuni impianti furono convertiti per la produzione di gas bellici. Non a caso durante il primo conflitto mondiale il polo produttivo di Bussi fu dichiarato ausiliario dal Ministero per le Armi e Munizioni, per la produzione di gas tossici. Dopo il primo conflitto mondiale il ciclo cloro-soda fu ulteriormente potenziato. Di fatto si cominciarono a fabbricare iprite, gas lacrimogeni, arsine e T4 (un potente esplosivo). 
 
Un anno fondamentale nella storia del polo elettrochimico abruzzese fu il 1931, quando alla guida del complesso industriale subentrò la Società Chimica Nazionale, di Guido Donegani. Donegani fu un personaggio di primo piano nel panorama industriale del Paese. Presidente della Montecatini e senatore con il Partito nazionale fascista, ricoprì anche il ruolo di consigliere della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Durante la sua gestione la predisposizione bellicistica del complesso di Bussi aumentò. Infatti, proprio in quel periodo, il Ministero della Guerra decise di installare reparti produttivi, gestiti dal Centro Chimico Militare (CCM), intensificando la produzione di gas bellici. 
 
 
Nel 1935 la Società chimica nazionale fu rilevata dalla Dinamite Nobel, nel frattempo entrata a far parte del gruppo Montecatini. Con la Dinamite Nobel, Bussi diventò tra i più importanti centri di produzione di armi chimiche d’Europa. Infatti l’iprite utilizzata per gasare gli Abissini, durante la guerra d’Etiopia (1935-1936), fu fabbricata a Bussi. 
 
 
Nella prima metà degli anni Quaranta le vicende del polo chimico di Bussi si legano inevitabilmente alla seconda guerra mondiale. Incuneati tra le gole di Popoli, in provincia di Pescara, gli impianti di Bussi subirono lievi danni dai bombardamenti degli Alleati. Un fatto curioso, che dimostra il rilevo acquisito dall’elettrochimica abruzzese, riguarda proprio il secondo conflitto mondiale. Nell’ottobre 1943 la Wermacht occupò il polo di Bussi e, per ordine di Albert Speer, ministro plenipotenziario per gli armamenti del terzo Reich, gli impianti furono difesi da possibili attacchi. In definitiva: la produzione bellica, sebbene in forma ridotta, continuò. L’occupazione degli stabilimenti di Bussi terminò nel giugno 1944 quando i tedeschi, in ritirata, distrussero gli impianti. 
 
 
Seguendo la storia del complesso elettrochimico di Bussi si ha la possibilità di capire la natura bellicistica del capitalismo. Si ha l’opportunità di comprendere che, nell’attuale sistema sociale di produzione, di fronte ad una congiuntura sfavorevole, i rapporti di produzione e le forze produttive, in determinati periodi storici, s’indirizzano verso il comparto bellico. Sono proprio le crisi di sovrapproduzione che hanno causato, in ultima istanza, il primo ed il secondo conflitto mondiale. Eventi che, come si è visto, hanno contribuito a rendere il complesso di Bussi tra i più notevoli a livello europeo. 
 
 
L’aspetto più interessante, completamente velato dai mezzi di comunicazione servi del capitale, è che l’inquinamento prodotto a Bussi è stato causato dalla produzione bellica. Il ramo militare, in linea generale, è il fulcro dell’attività produttiva capitalistica. Infatti sono solo i conflitti, in ultima istanza, a risolvere le crisi economiche a cui necessariamente il capitalismo va incontro. 
 
 
Dunque la vicenda di Bussi mostra, in tutta la sua chiarezza, la finalità devastatrice del capitalismo che si manifesta sia nella guerra, fonte d’indicibili sofferenze per l’umanità, in particolar modo per il proletariato, sia nella distruzione della natura, per cui il caso Bussi è emblematico, in quanto si tratta di uno dei maggiori disastri ecologici d’Europa. 
 

Notizie raccolte da Ferdinando Renzetti sul web




sabato 3 gennaio 2026

La vita in comunità religiose... alcuni esempi!

 


L’evoluzione esistenziale non è lineare come certo razionalismo-positivista tenta di farci credere. L’avanzamento verso lo stato di serenità richiede dedizione ed è caratterizzato da interruzioni e cadute. Per ridurre il rischio di scivolare nella pazza e sofferente dimensione governata dall’ego, è utile frequentare un ambiente che favorisca il mantenimento dell’emancipazione dall’io. Un destino da considerare per chi è consapevole che cambiare se stessi è realmente cambiare il mondo. 

 

 

I luoghi

Avrei potuto dire convento, ritiro o monastero, ma ashram è, per me, più evocativo. 

Convento – quanto arbitrariamente non so – ma lo connoto molto disciplinato e ritualizzato, forse adatto precipuamente a una chiamata inequivocabile e prepotente, forte come quella che vivono i talentuosi, costretti dalla propria strabordante dote a dedicarsi ad essa, musicista o calciatore, artista o commerciante, organizzatore o esploratore.

Ritiro, andrebbe bene, ha un fondo civile sebbene spesso riguardi una struttura della curia. Ma alla fine non mi attrae per il carattere troppo anziano – così mi suggerisce il mio immaginario – concretizzato perciò da persone avanti con l’età. In una battuta, ritiro chiama vecchiaia, debolezza, sgoccioli della vita. Non fa al caso mio.

Monastero mi piace, più di quello zen e di quello buddhista, quello ortodosso declinato alla balcanica, manastir. Così spesso gemma antica, incastonata nella storia e nella foresta, dai gradini consunti, silenziosa di fringuellii, immersa nei fiori e nell’incenso. Ma anche alla greca, monastiri, non di rado luoghi di pietra tra le pietre, essenziali ed elevati, forse, per questo, involontariamente più vanitosi e altezzosi di quelli macedoni, bulgari e serbi.

Tuttavia, per quanto monastero mi faccia intendere un luogo aperto a tutti, esso ha, ancora, troppo carattere religioso in senso stretto. 

 

I moventi

Chi sente il bisogno di fermarsi, per breve periodo o fuggevolmente, in quei luoghi lo fa in cerca di un riposo dei pensieri, in cerca di un momento d’inconsapevole meditazione per un’unione che la normalità quotidiana, soprattutto delle città e della mondanità in generale, non concede o gli ha rubato. Chi sente il bisogno di fermarsi, ha in sé anche quello di riavvicinarsi a quel punto che ha scoperto tralasciato, magari per una vita intera, oscurato da perturbazioni e frivolezze d’ordine vario che ne impediscono la presenza nel quotidiano. Così, senza saperselo dire, senza alcuna razionalizzazione, tutti noi siamo esposti al rischio di capire attraverso il sentire dove andare e cosa fare o smettere di fare, per liberare noi stessi dall’ossessiva cadenza di stimoli che avevamo preso con estrema serietà, senza che lo meritassero.

A causa di questi opinabili motivi, in cima ai luoghi adatti al ricongiungimento con se stessi, ovvero col mondo proprio e con quello opposto, metto l’ashram. 

 

Ashram

Dai pochi che ho conosciuto traggo l’immagine si tratti di spazi fisicamente delimitati entro i quali si svolge la vita ordinaria e i momenti di raccolta individuali, comuni o al cospetto del maestro del sito, sono di libero accesso e frequenza. 

I colori, le forme, i suoni e le fragranze di un ashram, forse ancor più dei suoi fratelli e cugini sorti altrove nel mondo, hanno a che vedere con il concetto di enclave e di cittadella. In questo caso non quale sinonimo di segregazione o fortezza, ma di ambiente raccolto, di zona del corpo e dello spirito riparata, di luogo di serenità dove cercare, trovare e dare la pace. Dove, in altre parole, poter meglio mantenere fede alle consapevolezze che permettono agli uomini di allontanarsi dalla frenesia delle oscillazioni imposte dalla concezione materialista del mondo e di ridurre il rischio di perdersi nel proprio ego e quindi essere inconsapevolmente esposti a cadute sempre energivore e, a volte, esiziali.

È una pace che non viene da una legge umana, dalla morale, dallo studio ma dalla conoscenza di sé, ovvero dalla consapevolezza di ciò che corrisponde al proprio io e al proprio sé e di ciò che corrisponde all’intera umanità oppure, di ciò che è la vita e ciò che sono gli orpelli egoici con la quale la soffochiamo.

Svolge la funzione di ashram ogni ambiente che frequentiamo e quella di allenatore la situazione che cerchiamo di più. La famiglia, la scuola, la strada, il carcere, il circolo privato, il partito, la passione sono tutti ashram che alimentano una certa concezione di noi stessi e favoriscono pensieri e visioni, ovvero meditazioni utili per raggiungere gli scopi ad essa coerenti. 

 

L’esigenza

Colui che a suo modo si trova in tale prospettiva, cade nell’obbligo della ricerca cosiddetta spirituale – inopportunamente, a mio parere, in quanto fuoco per le micce ai lazzi schierati nella cartuccera di ogni materialista ranger della verità con autodiritto di scadente sarcasmo – il cui culmine ha a che vedere con un’emancipazione dalla realtà gonfia e tronfia dell’importanza personale, nella quale soggiornava, arrancava o era protagonista.

Se nella realtà che si sta allora afflosciando vigeva il criterio della competizione, del gradino più alto del podio quale esclusiva unità di misura di sé e del prossimo, della pretesa di riconoscimento come solo criterio d’autostima, in quella che sta prendendo forma a causa di emancipazioni e consapevolezze varie, il modo quantitativo fa sorridere e non è più il solo e il prossimo non è più un competitore, ma uno come noi.

 

La sola permanenza

L’oscillazione dello stato intimo e fisico, degli interessi, valori, giudizi ed attenzioni è l’unica costante esistenziale. In essa si ravvisa un’allegoria bonsai della vita, la quale cessa nella morte storica, proprio per poter rifiorire invariata in altri corpi solo formalmente differenti, come foglie d’erba di un solo pascolo. 

Ma lo ravvisa il consapevole, non certo lo scientista che crede nella crescita infinita, nell’immortalità, nell’elisir di eterna giovinezza che, sono tutte condizioni incluse nella dimensione sottile dell’energia, ma escluse da quella fisica, caduca per definizione. Ma lui, lo scientista, inconsapevole di tutto, ma muzioscevolmente patriota della scienza quale unica, solitaria via alla conoscenza, non lo sa. E incaponito prosegue dannando di materialismo le culture e gli uomini che ne sono allattati.

 

Cadute e ricadute

Monaci, abati, maestri, igumeni, guru, abbadesse, archimandriti e altri sanno che per il mantenimento di una certa condizione di benevolenza, salute e forza è necessario l’allenamento. Come l’atleta si reca alla pista, si cambia e scende in campo ad allenarsi, consapevole che soltanto in quel modo – doping a parte – può migliorarsi, ugualmente, per mantenere la pace interiore è necessario un’area protetta dalle distrazioni, in cui le dinamiche egoico-vanesie tendono ad avere vita breve, abortire o a divenire inconcepibili. E perciò i luoghi comuni trovano la data di scadenza e i traumi e i lutti a comportare il minimo sconvolgimento in forza e durata. 

Dunque l’ambiente, l’ashram, è anche concentrazione facilitata, aiuta a “stare sul pezzo” della ricerca, concorre a ridurre il rischio di scivolate, cioè a smorzare l’avvento della circostanza giusta alla caduta, quella in cui non agiamo ma reagiamo, in cui non rispondiamo ad altro che al toboga dell’emozione che ci ha rapiti, a ciò che la sua vorticosità permette e impone. 

Ma l’evidenza dell’oscillazione, quale sola caratteristica permanente, pare sconosciuta a molti. Quantomeno a coloro che, al momento giusto, hanno affermato o affermeranno convinti “io non lo farò mai”. (Vale anche con “per sempre”).

Il “di doman non c’è certezza” di Lorenzo de’ Medici – ispirato dalla fuggevolezza della giovane età – si presta ad essere declinato a favore del nostro discorso. Nel momento in cui inciampiamo nella circostanza opportuna, perdere lo stato che credevamo di avere attestato in noi, con il quale ci identificavamo e a mezzo del quale credevamo di essere lui, è un attimo. Nessun alpinista vorrebbe precipitare dalla cengia, il suo fare è orientato a godere della salita, tuttavia, la circostanza giusta per distrarsi può avvenire. Al più pacifico degli uomini – in merito c’è ampia bibliografia e filmografia nonché sentenze di tribunali – la sequela adatta a fargli perdere l’equilibrio è sempre latente. È capitato a “buoni padri di famiglia”, a “stimati professori”, a “madri caritatevoli”, a “ragazzini normali, come tanti”. E anche, all’opposto, al soldato che, preso dall’emozione giusta, risparmia il nemico.

 

L’opportuna circostanza

Tutti siamo un miscuglio di elementi. Se il genio ha quanto basta per essere tale, ugualmente accade al meno dotato. Vale per ogni sfaccettatura umana. Gli olivastri al primo sole si abbronzano, i chiari si ustionano. Due esempi campione per dire che la circostanza giusta non è la stessa per tutti. Serbi, croati e musulmani avevano convissuto e si erano incrociati per decenni prima che l’opportuna emozione li cogliesse senza lasciar loro scampo, senza impedirgli di trucidare il vicino di casa, il compagno di scuola, senza mancare l’occasione per vedere in loro, non più ciò che vedevano prima, ma il nemico da eliminare senza senso di colpa, ma con soddisfazione e senso di giustizia. 

Se la circostanza è quella opportuna noi, qualunque forma umana, anche la più deplorevole, nonché la più ammirevole, può incarnarsi, qualunque principio e valore può essere dimenticato o con forza, richiamato e amplificato. Allora l’ashram, o chi per esso, come un porto, ripara dalle mareggiate vere della vita effimera.


Lorenzo Merlo




venerdì 2 gennaio 2026

Rimozione dei metalli pesanti dai suoli inquinati...?


giovedì 1 gennaio 2026

Buoni auspici per un nuovo anno...


Sardegna. Rimboschimento naturale del territorio...

 

foresta mediterranea del Sulcis


Una delle assurdità ambientali che capita talvolta di leggere è la presunta pericolosità del rimboschimento naturale del territorio.

Un commento in proposito da parte del dott. for. Michele Puxeddu, dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali.


Capita non di rado purtroppo di leggere alcuni articoli di stampa che generalizzano il “pericolo” rappresentato dai boschi che si allargano “senza controllo” e responsabili della diminuzione dell’acqua nei campi. 

Proviamo qui a ricordare piuttosto l’assoluta necessità di proteggere e conservare le foreste rimaste nella nostra Isola di cui occorre semmai una esplorazione più profonda a partire dalla loro storia, dai loro usi e dagli abusi subiti. Gli ecosistemi forestali, in assenza di nuovi “disturbi” (incendi, tagli forestali estesi, sovrapascolo e trasformazioni territoriali in genere) o anche solo in presenza di una regressione di questi, cercano, ove e quando possibile, di riprendersi lo spazio ed il ruolo che la natura gli ha affidato nei milioni di anni (a proposito, alcuni alberi monumentali che sfiorano o addirittura superano il millennio di età, ultimi sopravvissuti delle più antiche foreste mediterranee, sono ancor oggi la prova provata della pregressa esistenza di queste e ove presenti della loro attuale pervicace resistenza per continuare ad esistere sulla terra) ma che proprio negli ultimi due secoli, a causa dei “disturbi” descritti,  gli sono stati sottratti.


bosco in passato governato a ceduo


Come attesta l’ultimo Inventario Forestale Nazionale in Sardegna la macchia mediterranea sta solo cercando di ricostituire, faticosamente, in un arco temporale comunque almeno secolare, boschi “alti” in genere quelli che erano state le foreste primeve di leccio e di roverella decimate dai devastanti tagli boschivi operati nel 1800, proseguiti instancabili fino al primo dopoguerra del 1900, e poi colpite, per non fargli mancare nulla, da ripetuti e devastanti incendi.

Leggendo con attenzione i risultati di una consolidata letteratura scientifica, compresi quelli più di recente pubblicati, per esempio su Agricultural and Forest Meteorology da ricercatori forestali dell’Università della Tuscia coordinati da Solano (2025), che evidenziano come in foreste di leccio protette le temperature durante le ondate di calore estivo sono in media più basse di almeno due gradi rispetto a quelle rilevate in boschi confinanti non sottoposti a regimi di protezione, emerge infatti che l’intero ecosistema silvano è un fondamentale moderatore degli eccessi del clima. In particolare la stratificazione delle chiome degli alberi “alti” e quindi del loro complesso fogliare ha svolto e svolge sul terreno funzioni di vero e proprio “cappotto termico”, isolante naturale di cui beneficiano tutti gli ecosistemi dagli eccessi del clima.

bosco composto da c.d. ceduo invecchiato, fustaia transitoria


Gli alberi assorbendo acqua dal terreno la rilasciano come vapore acqueo attraverso le foglie nel processo chiamato “traspirazione”, questo  riduce e modera le temperature eccessive fungendo da condizionatore naturale. Queste masse di vapore acqueo migrando poi come veri e propri “fiumi” in atmosfera si spingono  anche per migliaia di chilometri e allorquando incontrano aria fredda rilasciano la loro umidità sotto forma di pioggia necessaria per l’agricoltura e quindi per la nostra vita. Ecco perchè la deforestazione indebolendo questi “fiumi volanti” porta siccità ed eventi meteorologici estremi così dannosi anche a grandi distanze.


corso d’acqua nel bosco


Se la capacità della foresta di conservare l’umidità e di condizionare la temperatura superficiale del suolo dipende dalla sua complessità strutturale è evidente che più questa è evoluta più è elevato il livello di umidità che la stessa è in grado di conservare. Per questo è fondamentale anche in Sardegna rispettare la macchia mediterranea affinché al termine del processo evolutivo questa possa portare alla ricostituzione di boschi (alti) più complessi strutturalmente e quindi maggiormente funzionali per la regolazione climatica. 

La foresta non è un “pericolo” bensì una risorsa di enorme importanza ecologica da tutelare e proteggere insieme a tutti i suoi “poteri” ovvero alla reale capacità di svolgere la sua azione virtuosa, ma meno pubblicizzata, proprio sul clima oggi anch’esso in forte cambiamento. 


Michele Puxeddu

Membro corrispondente dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali


Foresta demaniale dei “Sette Fratelli”


(Ripreso da gruppodinterventogiuridicoweb  - foto J.I., S.D., archivio GrIG)