domenica 4 gennaio 2026
L'impianto Montedison di Bussi... gli inizi...
sabato 3 gennaio 2026
La vita in comunità religiose... alcuni esempi!
L’evoluzione esistenziale non è lineare come certo razionalismo-positivista tenta di farci credere. L’avanzamento verso lo stato di serenità richiede dedizione ed è caratterizzato da interruzioni e cadute. Per ridurre il rischio di scivolare nella pazza e sofferente dimensione governata dall’ego, è utile frequentare un ambiente che favorisca il mantenimento dell’emancipazione dall’io. Un destino da considerare per chi è consapevole che cambiare se stessi è realmente cambiare il mondo.
I luoghi
Avrei potuto dire convento, ritiro o monastero, ma ashram è, per me, più evocativo.
Convento – quanto arbitrariamente non so – ma lo connoto molto disciplinato e ritualizzato, forse adatto precipuamente a una chiamata inequivocabile e prepotente, forte come quella che vivono i talentuosi, costretti dalla propria strabordante dote a dedicarsi ad essa, musicista o calciatore, artista o commerciante, organizzatore o esploratore.
Ritiro, andrebbe bene, ha un fondo civile sebbene spesso riguardi una struttura della curia. Ma alla fine non mi attrae per il carattere troppo anziano – così mi suggerisce il mio immaginario – concretizzato perciò da persone avanti con l’età. In una battuta, ritiro chiama vecchiaia, debolezza, sgoccioli della vita. Non fa al caso mio.
Monastero mi piace, più di quello zen e di quello buddhista, quello ortodosso declinato alla balcanica, manastir. Così spesso gemma antica, incastonata nella storia e nella foresta, dai gradini consunti, silenziosa di fringuellii, immersa nei fiori e nell’incenso. Ma anche alla greca, monastiri, non di rado luoghi di pietra tra le pietre, essenziali ed elevati, forse, per questo, involontariamente più vanitosi e altezzosi di quelli macedoni, bulgari e serbi.
Tuttavia, per quanto monastero mi faccia intendere un luogo aperto a tutti, esso ha, ancora, troppo carattere religioso in senso stretto.
I moventi
Chi sente il bisogno di fermarsi, per breve periodo o fuggevolmente, in quei luoghi lo fa in cerca di un riposo dei pensieri, in cerca di un momento d’inconsapevole meditazione per un’unione che la normalità quotidiana, soprattutto delle città e della mondanità in generale, non concede o gli ha rubato. Chi sente il bisogno di fermarsi, ha in sé anche quello di riavvicinarsi a quel punto che ha scoperto tralasciato, magari per una vita intera, oscurato da perturbazioni e frivolezze d’ordine vario che ne impediscono la presenza nel quotidiano. Così, senza saperselo dire, senza alcuna razionalizzazione, tutti noi siamo esposti al rischio di capire attraverso il sentire dove andare e cosa fare o smettere di fare, per liberare noi stessi dall’ossessiva cadenza di stimoli che avevamo preso con estrema serietà, senza che lo meritassero.
A causa di questi opinabili motivi, in cima ai luoghi adatti al ricongiungimento con se stessi, ovvero col mondo proprio e con quello opposto, metto l’ashram.
Ashram
Dai pochi che ho conosciuto traggo l’immagine si tratti di spazi fisicamente delimitati entro i quali si svolge la vita ordinaria e i momenti di raccolta individuali, comuni o al cospetto del maestro del sito, sono di libero accesso e frequenza.
I colori, le forme, i suoni e le fragranze di un ashram, forse ancor più dei suoi fratelli e cugini sorti altrove nel mondo, hanno a che vedere con il concetto di enclave e di cittadella. In questo caso non quale sinonimo di segregazione o fortezza, ma di ambiente raccolto, di zona del corpo e dello spirito riparata, di luogo di serenità dove cercare, trovare e dare la pace. Dove, in altre parole, poter meglio mantenere fede alle consapevolezze che permettono agli uomini di allontanarsi dalla frenesia delle oscillazioni imposte dalla concezione materialista del mondo e di ridurre il rischio di perdersi nel proprio ego e quindi essere inconsapevolmente esposti a cadute sempre energivore e, a volte, esiziali.
È una pace che non viene da una legge umana, dalla morale, dallo studio ma dalla conoscenza di sé, ovvero dalla consapevolezza di ciò che corrisponde al proprio io e al proprio sé e di ciò che corrisponde all’intera umanità oppure, di ciò che è la vita e ciò che sono gli orpelli egoici con la quale la soffochiamo.
Svolge la funzione di ashram ogni ambiente che frequentiamo e quella di allenatore la situazione che cerchiamo di più. La famiglia, la scuola, la strada, il carcere, il circolo privato, il partito, la passione sono tutti ashram che alimentano una certa concezione di noi stessi e favoriscono pensieri e visioni, ovvero meditazioni utili per raggiungere gli scopi ad essa coerenti.
L’esigenza
Colui che a suo modo si trova in tale prospettiva, cade nell’obbligo della ricerca cosiddetta spirituale – inopportunamente, a mio parere, in quanto fuoco per le micce ai lazzi schierati nella cartuccera di ogni materialista ranger della verità con autodiritto di scadente sarcasmo – il cui culmine ha a che vedere con un’emancipazione dalla realtà gonfia e tronfia dell’importanza personale, nella quale soggiornava, arrancava o era protagonista.
Se nella realtà che si sta allora afflosciando vigeva il criterio della competizione, del gradino più alto del podio quale esclusiva unità di misura di sé e del prossimo, della pretesa di riconoscimento come solo criterio d’autostima, in quella che sta prendendo forma a causa di emancipazioni e consapevolezze varie, il modo quantitativo fa sorridere e non è più il solo e il prossimo non è più un competitore, ma uno come noi.
La sola permanenza
L’oscillazione dello stato intimo e fisico, degli interessi, valori, giudizi ed attenzioni è l’unica costante esistenziale. In essa si ravvisa un’allegoria bonsai della vita, la quale cessa nella morte storica, proprio per poter rifiorire invariata in altri corpi solo formalmente differenti, come foglie d’erba di un solo pascolo.
Ma lo ravvisa il consapevole, non certo lo scientista che crede nella crescita infinita, nell’immortalità, nell’elisir di eterna giovinezza che, sono tutte condizioni incluse nella dimensione sottile dell’energia, ma escluse da quella fisica, caduca per definizione. Ma lui, lo scientista, inconsapevole di tutto, ma muzioscevolmente patriota della scienza quale unica, solitaria via alla conoscenza, non lo sa. E incaponito prosegue dannando di materialismo le culture e gli uomini che ne sono allattati.
Cadute e ricadute
Monaci, abati, maestri, igumeni, guru, abbadesse, archimandriti e altri sanno che per il mantenimento di una certa condizione di benevolenza, salute e forza è necessario l’allenamento. Come l’atleta si reca alla pista, si cambia e scende in campo ad allenarsi, consapevole che soltanto in quel modo – doping a parte – può migliorarsi, ugualmente, per mantenere la pace interiore è necessario un’area protetta dalle distrazioni, in cui le dinamiche egoico-vanesie tendono ad avere vita breve, abortire o a divenire inconcepibili. E perciò i luoghi comuni trovano la data di scadenza e i traumi e i lutti a comportare il minimo sconvolgimento in forza e durata.
Dunque l’ambiente, l’ashram, è anche concentrazione facilitata, aiuta a “stare sul pezzo” della ricerca, concorre a ridurre il rischio di scivolate, cioè a smorzare l’avvento della circostanza giusta alla caduta, quella in cui non agiamo ma reagiamo, in cui non rispondiamo ad altro che al toboga dell’emozione che ci ha rapiti, a ciò che la sua vorticosità permette e impone.
Ma l’evidenza dell’oscillazione, quale sola caratteristica permanente, pare sconosciuta a molti. Quantomeno a coloro che, al momento giusto, hanno affermato o affermeranno convinti “io non lo farò mai”. (Vale anche con “per sempre”).
Il “di doman non c’è certezza” di Lorenzo de’ Medici – ispirato dalla fuggevolezza della giovane età – si presta ad essere declinato a favore del nostro discorso. Nel momento in cui inciampiamo nella circostanza opportuna, perdere lo stato che credevamo di avere attestato in noi, con il quale ci identificavamo e a mezzo del quale credevamo di essere lui, è un attimo. Nessun alpinista vorrebbe precipitare dalla cengia, il suo fare è orientato a godere della salita, tuttavia, la circostanza giusta per distrarsi può avvenire. Al più pacifico degli uomini – in merito c’è ampia bibliografia e filmografia nonché sentenze di tribunali – la sequela adatta a fargli perdere l’equilibrio è sempre latente. È capitato a “buoni padri di famiglia”, a “stimati professori”, a “madri caritatevoli”, a “ragazzini normali, come tanti”. E anche, all’opposto, al soldato che, preso dall’emozione giusta, risparmia il nemico.
L’opportuna circostanza
Tutti siamo un miscuglio di elementi. Se il genio ha quanto basta per essere tale, ugualmente accade al meno dotato. Vale per ogni sfaccettatura umana. Gli olivastri al primo sole si abbronzano, i chiari si ustionano. Due esempi campione per dire che la circostanza giusta non è la stessa per tutti. Serbi, croati e musulmani avevano convissuto e si erano incrociati per decenni prima che l’opportuna emozione li cogliesse senza lasciar loro scampo, senza impedirgli di trucidare il vicino di casa, il compagno di scuola, senza mancare l’occasione per vedere in loro, non più ciò che vedevano prima, ma il nemico da eliminare senza senso di colpa, ma con soddisfazione e senso di giustizia.
Se la circostanza è quella opportuna noi, qualunque forma umana, anche la più deplorevole, nonché la più ammirevole, può incarnarsi, qualunque principio e valore può essere dimenticato o con forza, richiamato e amplificato. Allora l’ashram, o chi per esso, come un porto, ripara dalle mareggiate vere della vita effimera.
Lorenzo Merlo
venerdì 2 gennaio 2026
Rimozione dei metalli pesanti dai suoli inquinati...?
Solvay (*coinvolta nell'inquinamento da Pfas ndr) ha promesso di contribuire alla ricerca con 5 milioni di euro di finanziamento ed ha assicurato che rinforzerà con proprio personale la task force del professor Leonardo Marchese che “impiegherà trenta tra ricercatori e personale tecnico del Disit e di Syensqo, cinque tecnologi, un project manager e dieci giovani ricercatori (dottorandi o post dottorato), oltre a dieci studenti tesisti”.
Stralcio di un articolo del prof. Luigi Campanella
giovedì 1 gennaio 2026
Buoni auspici per un nuovo anno...
Distrutta come lo Yemen.
Ferita come la Libia.
Dimenticata come la Palestina".
(Karim Nasir)
"Buon Anno
a tutti quelli che parlano al vento.
Ai pazzi per amore, ai visionari a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.
Ai reietti, ai respinti, agli esclusi.
Ai folli veri o presunti.
Agli uomini di cuore.
A coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro.
A tutti quelli che ancora si commuovono.
Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni.
A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato.
Ai poeti del quotidiano.
Ai "vincibili" dunque, e anche agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo.
Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.
A chi non ha paura di dire quello che pensa.
A tutti i cavalieri erranti.
A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà".
(Carlo De Falco)
"A chi Dio vuole mostrare una giusta benevolenza quelli Lui manda nel vasto mondo. A quelli Lui vuol far conoscere le sue meraviglie nelle montagne nei boschi nell'acqua e nei campi". (Eichendorff. Vita di un perdigiorno)
Sardegna. Rimboschimento naturale del territorio...
foresta mediterranea del Sulcis
Una delle assurdità ambientali che capita talvolta di leggere è la presunta pericolosità del rimboschimento naturale del territorio.
Un commento in proposito da parte del dott. for. Michele Puxeddu, dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali.
Capita non di rado purtroppo di leggere alcuni articoli di stampa che generalizzano il “pericolo” rappresentato dai boschi che si allargano “senza controllo” e responsabili della diminuzione dell’acqua nei campi.
Proviamo qui a ricordare piuttosto l’assoluta necessità di proteggere e conservare le foreste rimaste nella nostra Isola di cui occorre semmai una esplorazione più profonda a partire dalla loro storia, dai loro usi e dagli abusi subiti. Gli ecosistemi forestali, in assenza di nuovi “disturbi” (incendi, tagli forestali estesi, sovrapascolo e trasformazioni territoriali in genere) o anche solo in presenza di una regressione di questi, cercano, ove e quando possibile, di riprendersi lo spazio ed il ruolo che la natura gli ha affidato nei milioni di anni (a proposito, alcuni alberi monumentali che sfiorano o addirittura superano il millennio di età, ultimi sopravvissuti delle più antiche foreste mediterranee, sono ancor oggi la prova provata della pregressa esistenza di queste e ove presenti della loro attuale pervicace resistenza per continuare ad esistere sulla terra) ma che proprio negli ultimi due secoli, a causa dei “disturbi” descritti, gli sono stati sottratti.
bosco in passato governato a ceduo
Come attesta l’ultimo Inventario Forestale Nazionale in Sardegna la macchia mediterranea sta solo cercando di ricostituire, faticosamente, in un arco temporale comunque almeno secolare, boschi “alti” in genere quelli che erano state le foreste primeve di leccio e di roverella decimate dai devastanti tagli boschivi operati nel 1800, proseguiti instancabili fino al primo dopoguerra del 1900, e poi colpite, per non fargli mancare nulla, da ripetuti e devastanti incendi.
Leggendo con attenzione i risultati di una consolidata letteratura scientifica, compresi quelli più di recente pubblicati, per esempio su Agricultural and Forest Meteorology da ricercatori forestali dell’Università della Tuscia coordinati da Solano (2025), che evidenziano come in foreste di leccio protette le temperature durante le ondate di calore estivo sono in media più basse di almeno due gradi rispetto a quelle rilevate in boschi confinanti non sottoposti a regimi di protezione, emerge infatti che l’intero ecosistema silvano è un fondamentale moderatore degli eccessi del clima. In particolare la stratificazione delle chiome degli alberi “alti” e quindi del loro complesso fogliare ha svolto e svolge sul terreno funzioni di vero e proprio “cappotto termico”, isolante naturale di cui beneficiano tutti gli ecosistemi dagli eccessi del clima.
bosco composto da c.d. ceduo invecchiato, fustaia transitoria
Gli alberi assorbendo acqua dal terreno la rilasciano come vapore acqueo attraverso le foglie nel processo chiamato “traspirazione”, questo riduce e modera le temperature eccessive fungendo da condizionatore naturale. Queste masse di vapore acqueo migrando poi come veri e propri “fiumi” in atmosfera si spingono anche per migliaia di chilometri e allorquando incontrano aria fredda rilasciano la loro umidità sotto forma di pioggia necessaria per l’agricoltura e quindi per la nostra vita. Ecco perchè la deforestazione indebolendo questi “fiumi volanti” porta siccità ed eventi meteorologici estremi così dannosi anche a grandi distanze.
corso d’acqua nel bosco
Se la capacità della foresta di conservare l’umidità e di condizionare la temperatura superficiale del suolo dipende dalla sua complessità strutturale è evidente che più questa è evoluta più è elevato il livello di umidità che la stessa è in grado di conservare. Per questo è fondamentale anche in Sardegna rispettare la macchia mediterranea affinché al termine del processo evolutivo questa possa portare alla ricostituzione di boschi (alti) più complessi strutturalmente e quindi maggiormente funzionali per la regolazione climatica.
La foresta non è un “pericolo” bensì una risorsa di enorme importanza ecologica da tutelare e proteggere insieme a tutti i suoi “poteri” ovvero alla reale capacità di svolgere la sua azione virtuosa, ma meno pubblicizzata, proprio sul clima oggi anch’esso in forte cambiamento.
Michele Puxeddu
Membro corrispondente dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali
Foresta demaniale dei “Sette Fratelli”
(Ripreso da gruppodinterventogiuridicoweb - foto J.I., S.D., archivio GrIG)




