domenica 4 gennaio 2026

L'impianto Montedison di Bussi... gli inizi...

 



 
L'impianto idroelettrico di Bussi fu progettato nei primi anni del '900 insieme alla Società Elettrica Italiana "Vola", poi riconvertita dalla Montecatini nel 1904, di Piano d'Orta (Bolognano). Nel 1887-888 venne realizzato anche il tronco ferroviario che passava per Bussi, da L'Aquila verso il tracciato Sulmona-Popoli Terme-Scafa-Chieti Scalo-Pescara. L'impianto di Bussi Officine in cui si produceva energia elettrica attraverso il clorito sodico e l'acido cloridrico, fu inaugurato nel 1901. Durante il fascismo a partire dal periodo coloniale in Libia, il sito venne utilizzato per la produzione del gas mostarda, un acido estremamente dannoso, capace di corrodere la pelle e distruggere le cellule.
 
 
 
Nell'epoca della seconda guerra mondiale, la disponibilità di iprite del servizio chimico italiano nel 1939-40 era aumentata di 400 tonnellate: Mussolini contava di vincere la guerra avvalendosi dell'uso di gas, in barba alle regole della Convenzione di Ginevra del 1925, e fu Bussi con la società Dinamite Nobel per la produzione di aggressivi chimici: le officine sono raccolte in 10 ettari del SIN "Sito di Interesse Nazionale per la Bonifica"; durante la guerra era la prima a produrre Iprite e Disfogene durante la guerra in Abissinia, era tra le maggiori fabbriche specializzate in aggressivi dopo le fabbriche di Rumianca a Pieve Vergonte (Verbano); in Val Pescara si producevano al giorno tonnellate di iprite tecnica e ancora una tonnellata al giorno di Fosgene e un'altra di Difosgene. Tali informazioni sono nei documenti del libro I gas di Mussolini di Angelo Del Boca, Editori Riuniti.
 
Delle 20 tonnellate di Yprite quotidianamente prodotte in Italia, per armare le bombe e le granate dei soldati fascisti impegnati contro i gli Etiopi, 10 tonnellate erano garantite dallo stabilimento S.A. Dinamite Nobel di Bussi. Nessuno riferimento ai rifornimenti bellici prodotti in un'altra fabbrica che sempre in Val Pescara e a breve distanza dal sito industriale, sembra avesse finalità militari simili a quelle dello stabilimento della Dinamite Nobel. Una terza società, dopo la Montecatini di Piano d'Orta, era attiva dal 1927 in Pratola Peligna presso le falde acquifere di San Cosimo, che produceva polveri da sparo ed esplosivi. Nel 1943-44 gli alleati bombardarono ripetutamente queste fabbriche.
 
S.I.N. “BUSSI sul fiume TIRINO”
 
Il fiume Tirino significa triplice sorgente. È uno degli affluenti del fiume Pescara che sfocia nel Mare Adriatico. Il fiume Tirino è attraversato dal piccolo paese Bussi sul Tirino e fa parte del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Bussi è stato da sempre considerato un sito comodo grazie all’acqua. Nel 1901 nel piccolo paese Bussi sul Tirino fu impiantata la fabbrica “Officine di Bussi sul Tirino”. Durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale la fabbrica produceva iprite, arsine, fosgene, difosgene e lewisite. Finite le guerre, la fabbrica ha convertito la chimica militare in chimica civile, producendo coloranti, concimi sintetici, carburanti. Dalla fabbrica uscivano cisterne di cloro, cloroetani, ipoclorito, cloruro ammonico, piombo tetraetile, trielina, carburo di calcio, dicloroetano, acido monocloroacetico. I primi allarmi riguardo l’inquinamento del fiume Tirino arrivano negli anni 70: mercurio nei pesci, nel grano, nella vite, nell’olivo, piombo nel grano nei semi, nell’olivo…
 
Fine ‘800, a pochi anni dall’unità d’Italia, altro che terra di briganti e pastori, l’Abruzzo al centro di una delle più importanti operazioni industriali di quegli anni. Una Holding franco-svizzera tedesca decide di stabilire in Val Pescara, tra Piano d’Orta e Bussi, il più grande polo elettrochimico d’Europa, é il primo vero insediamento industriale frutto d’investimenti d’oltralpe nella storia della nostra Regione che da quel momento scriverà pagine importantissime nella storia dell’ingegneria elettrochimica mondiale convogliando in Val Pescara i più grandi ingegneri del tempo. Nel 1902 il primo impianto di cloro soda; nel 1907 il primo impianto per la produzione dell’alluminio; nel 1925 la produzione dell’ammoniaca attraverso un metodo innovativo. 
 
Poi negli anni ’60 l’inesorabile declino quando l’allora Montecatini non fu più in grado di reggere il passo con le multinazionali tedesche, francesi e statutintensi. 
 
In un paese civile, Bussi, 2500 abitanti – con la gola di Tremonti tra le montagne carsiche dell’Appennino e con i due fiumi, il Tirino e il Pescara, che vi si incontrano – sarebbe un luogo protetto. Un’area strategica per la vita, visto che vi scorre gran parte dell’acqua che dalle montagne va verso l’Adriatico. Enormi quantità passano in ogni istante attraverso un imbuto naturale, sia nei corsi superficiali, sia con il lento fluire delle falde. L’acqua sotterranea, quella che non si vede ma che costituisce la parte più consistente del patrimonio, ha purtroppo perso la sua purezza.
 
Agli inizi del Novecento il sito fu individuato da una società franco-svizzera – poi Società italiana di elettrochimica – per l’installazione di una grande fabbrica di cloro, che sfruttava la copiosa presenza delle acque per la produzione di energia elettrica e, purtroppo, per ricevere gli scarichi degli impianti. Inizia così la storia tragica di uno dei poli chimici più grandi d’Italia, dove per decenni è stata tralasciata ogni precauzione nell’uso delle sostanze pericolose che vi si producevano. La Procura di Pescara, ha accertato che fino agli anni Sessanta del secolo scorso le scorie venivano gettate tal quali nel fiume Tirino in enormi quantità, anche fino ad una tonnellata al giorno. Non deve quindi stupire che ancora oggi, a valle – a 50 km dal sito, alla foce del Pescara – vi siano grandi quantità di mercurio nei sedimenti del fiume. Così come nei capelli dei pescatori e negli scampi pescati nel mare antistante la città. A documentarlo due studi.
 
DALLA CHIMICA DI BASI ALLE ARMI CHIMICHE
 
Negli anni successivi all’apertura, nel polo industriale di Bussi sono state avviate produzioni molto diversificate, a partire dall’impianto clorosoda in cui venivano usate enormi quantità di mercurio. Negli anni Trenta l’azienda fu usata dal regime fascista per assicurarsi la produzione di sostanze per la guerra. Non solo esplosivi, ma armi chimiche. Pochi sanno che a Bussi veniva prodotta l’iprite, il gas mostarda che gli italiani usarono in Africa orientale per gasare ed uccidere migliaia di persone. A partire dagli anni Sessanta si aggiunse l’impianto per la produzione di piombo tetraetile, anti-detonante per le benzine.
 
Nelle segrete stanze della Montedison, negli anni Novanta, oltre a parlare degli scandali della tangente Enimont, portati alla luce da Mani Pulite, si discuteva riservatamente della situazione di gravissimo inquinamento. Un rapporto interno del 1992 diceva chiaramente che a valle del polo chimico c’erano pozzi – inquinati con solventi clorurati – che davano acqua potabile a tutta la Valpescara, comprese le città di Chieti e Pescara. Nessun dirigente ebbe un sussulto di dignità pensando agli ignari cittadini, neonati, donne, malati, che ancora per lunghi anni, fino al 2007, avrebbero bevuto quell’acqua contaminata.
 
 
In Italia l’industria chimica moderna nasce a fine Ottocento quando si sviluppa un nuovo paradigma tecnologico: l’elettrochimica. Tramite l’elettrochimica diventa possibile realizzare prodotti chimici utilizzando energia idroelettrica. I primi poli produttivi nascono in Piemonte, in Lombardia, in Veneto e in Abruzzo. Nonostante l’economia prevalentemente agricola, l’Abruzzo sarà un territorio dove il comparto elettrochimico troverà grande espansione. 
 
 
La storia della grande chimica in Abruzzo ha inizio a Torino. Il 17 giugno 1899, nel capoluogo piemontese, si costituisce la Società Italiana di Elettrochimica (Sie). L’organigramma societario era costituito da una holding franco-elvetica-tedesca che per la tecnologia utilizzata risultava allora ai vertici dell’industria elettrochimica europea. La Sie utilizzava i brevetti delle società tedesche BASF (Badsiche Anilin und Soda Fabrik) e Cianyd Gesell Schaft. Il programma, sfruttando le risorse idriche del fiume Tirino, aveva l’obiettivo di produrre a Bussi alluminio, cloro-soda e derivati: prodotti altamente inquinanti. 
 
 
 
In base al ciclo produttivo si evince che il polo industriale di Bussi avesse, fin dalla sua realizzazione, una vocazione bellicistica. Infatti il ciclo cloro-soda e derivati è principalmente rivolto alla produzione di esplosivi e gas nocivi. Con lo scoppio della prima guerra mondiale la produzione bellica del complesso elettrochimico di Bussi venne incrementata. Infatti alcuni impianti furono convertiti per la produzione di gas bellici. Non a caso durante il primo conflitto mondiale il polo produttivo di Bussi fu dichiarato ausiliario dal Ministero per le Armi e Munizioni, per la produzione di gas tossici. Dopo il primo conflitto mondiale il ciclo cloro-soda fu ulteriormente potenziato. Di fatto si cominciarono a fabbricare iprite, gas lacrimogeni, arsine e T4 (un potente esplosivo). 
 
Un anno fondamentale nella storia del polo elettrochimico abruzzese fu il 1931, quando alla guida del complesso industriale subentrò la Società Chimica Nazionale, di Guido Donegani. Donegani fu un personaggio di primo piano nel panorama industriale del Paese. Presidente della Montecatini e senatore con il Partito nazionale fascista, ricoprì anche il ruolo di consigliere della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Durante la sua gestione la predisposizione bellicistica del complesso di Bussi aumentò. Infatti, proprio in quel periodo, il Ministero della Guerra decise di installare reparti produttivi, gestiti dal Centro Chimico Militare (CCM), intensificando la produzione di gas bellici. 
 
 
Nel 1935 la Società chimica nazionale fu rilevata dalla Dinamite Nobel, nel frattempo entrata a far parte del gruppo Montecatini. Con la Dinamite Nobel, Bussi diventò tra i più importanti centri di produzione di armi chimiche d’Europa. Infatti l’iprite utilizzata per gasare gli Abissini, durante la guerra d’Etiopia (1935-1936), fu fabbricata a Bussi. 
 
 
Nella prima metà degli anni Quaranta le vicende del polo chimico di Bussi si legano inevitabilmente alla seconda guerra mondiale. Incuneati tra le gole di Popoli, in provincia di Pescara, gli impianti di Bussi subirono lievi danni dai bombardamenti degli Alleati. Un fatto curioso, che dimostra il rilevo acquisito dall’elettrochimica abruzzese, riguarda proprio il secondo conflitto mondiale. Nell’ottobre 1943 la Wermacht occupò il polo di Bussi e, per ordine di Albert Speer, ministro plenipotenziario per gli armamenti del terzo Reich, gli impianti furono difesi da possibili attacchi. In definitiva: la produzione bellica, sebbene in forma ridotta, continuò. L’occupazione degli stabilimenti di Bussi terminò nel giugno 1944 quando i tedeschi, in ritirata, distrussero gli impianti. 
 
 
Seguendo la storia del complesso elettrochimico di Bussi si ha la possibilità di capire la natura bellicistica del capitalismo. Si ha l’opportunità di comprendere che, nell’attuale sistema sociale di produzione, di fronte ad una congiuntura sfavorevole, i rapporti di produzione e le forze produttive, in determinati periodi storici, s’indirizzano verso il comparto bellico. Sono proprio le crisi di sovrapproduzione che hanno causato, in ultima istanza, il primo ed il secondo conflitto mondiale. Eventi che, come si è visto, hanno contribuito a rendere il complesso di Bussi tra i più notevoli a livello europeo. 
 
 
L’aspetto più interessante, completamente velato dai mezzi di comunicazione servi del capitale, è che l’inquinamento prodotto a Bussi è stato causato dalla produzione bellica. Il ramo militare, in linea generale, è il fulcro dell’attività produttiva capitalistica. Infatti sono solo i conflitti, in ultima istanza, a risolvere le crisi economiche a cui necessariamente il capitalismo va incontro. 
 
 
Dunque la vicenda di Bussi mostra, in tutta la sua chiarezza, la finalità devastatrice del capitalismo che si manifesta sia nella guerra, fonte d’indicibili sofferenze per l’umanità, in particolar modo per il proletariato, sia nella distruzione della natura, per cui il caso Bussi è emblematico, in quanto si tratta di uno dei maggiori disastri ecologici d’Europa. 
 

Notizie raccolte da Ferdinando Renzetti sul web




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