mercoledì 5 luglio 2017

Ecologia botanica e libertà di coltivazione della canapa

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Nei giorni afosi del luglio 2015 forse approfittando del gran caldo, con la scusa cioè che siccome fa caldo certe baggianate si possono anche dire, è apparsa su tutti i giornali, con grande scalpore, la notizia che 218 parlamentari avevano presentato una proposta di legge per la "legalizzazione della cannabis".
Alcuni deputati di fazione estrema hanno poi aggiunto al mazzo anche la legalizzazione della prostituzione, sempre con l'intento di aumentare le entrate dello stato, quindi completando la partita di "sesso droga and rock and roll".
La proposta di legalizzazione della cannabis è accompagnata da un'indagine dalla quale risulta che "...l’84% dei cittadini ritiene inutili le leggi proibizioniste e il 74% è favorevole senza indugi ad eliminarle".
Finché vivevo a Calcata, in un terreno denominato "Tempio della Spiritualità della natura" lasciavo che la vegetazione si esprimesse liberamente e senza alcun mio intervento ed ho potuto così osservare la crescita spontanea di varie piante considerate "velenose" o allucinogene, come ad esempio lo stramonio ed i papaveri decorativi (da oppio), ecc. Tra l'altro nella valle del Treja, e non solo a Calcata, fino agli anni '50 del secolo scorso (in cui subentrò la proibizione) era consuetudine coltivare la canapa, vista anche la vicinanza del fiume che ne facilitava la lavorazione. Ed i vecchi mi raccontavano che non potendo permettersi di comprare il tabacco si accontentavano di fumare le foglie di canapa.
E questo ci dimostra anche come la cattiva abitudine del fumo avesse trasformato la conoscenza sugli usi delle piante. Infatti prima dell'avvento del tabacco la canapa non veniva fumata. Come i semi del papavero serviva a preparare dolcetti per "tener tranquilli i bambini", o in erboristeria come integrativo o misture officinali, ecc.
Purtroppo con il consumismo e l'americanismo, la conoscenza che un tempo accompagnava queste piante prodigiose è quasi scomparsa. E non appena la conoscenza di una pianta viene riportata alla coscienza - per esempio, non appena qualcuno decide di incidere la testa di un papavero da oppio per farne uscire il lattice – ricompare anche il tabù. Fatto curioso, coltivare Papaver somniferum per uso decorativo è legale, a meno che ciò non sia fatto con la consapevolezza di coltivare una droga: allora come per magia, lo stesso, identico atto fisico diviene il reato di “produzione di una sostanza controllata”. A quanto pare, l’Antico Testamento e il codice penale associano entrambi piante proibite e “conoscenza”.
Per fortuna la coltivazione dell'uva e del luppolo, trasformabili in sostanze inebrianti (vino e birra), e dell'iperico (un antidepressivo), camomilla e valeriana (entrambe blandi sedativi) non è ancora proibita (anche se qualcuno ci sta pensando)...
Pertanto non sono affatto d'accordo sulla "legalizzazione della cannabis" ma sono assolutamente favorevole alla libertà di coltivazione e di spontanea crescita della canapa bioregionale e di ogni pianta che la natura ha creato. Soprattutto se tali piante possono avere una funzione di utilità, donare benessere e disinquinare anche i terreni, come ad esempio può fare la canapa. Apprendere poi il suo corretto uso  - come avviene per qualsiasi altra erba o sostanza naturale - è più un fatto di “educazione e conoscenza” che di “regolamentazione”, poiché la dipendenza la da un cervello portato alla dipendenza, all’alcool, al sesso, alla coca cola… non la pianta in sé.
Non sono d'accordo sulla legalizzazione della canapa  anche per un semplice motivo ecologista  la canapa è una pianta naturale utilizzata dall'uomo da millenni e proibita in Italia alla fine della seconda guerra mondiale per assecondare i desiderata dei vincitori USA. Dopo qualche anno dalla proibizione della coltivazione per usi tessili, alimentari, medicinali, ecc., comparvero sul mercato le qualità di canapa importate dalla mafia (dal Nord Africa e dal Medio Oriente) per uso da sballo e conseguentemente divenne un affare lucroso della malavita. Quella stessa pianta che per intere generazioni contribuì al benessere della popolazione, con il sopraggiungere della proibizione e dello smercio abusivo di piante allogene ricche di cannabinolo diventò “droga”. E su questa droga ci hanno campato sino ad oggi torme di malavitosi, mafiosi, camorristi, santi coronati uniti, politici corrotti, ecc. 
Ora, dopo che alcuni deputati hanno fatto circolare la notizia di aver sottoscritto una proposta di legge per la legalizzazione della cannabis, ecco che – causa ed effetto- non passa giorno che sui giornali mainstream non compaiano articoli sui giovani morti nelle discoteche per l'assunzione di sostanze proibite, evidenziando allo stesso tempo le continue azioni repressive di polizia contro i coltivatori casalinghi di canapa e relativi sequestri di grammi ed etti di pericolosa marijuana. La malavita che campa sontuosamente sullo smercio delle droghe risponde così, incutendo paura e smerciando pasticche avvelenate, per convincere l'opinione pubblica a non sostenere l'eventuale legalizzazione o liberalizzazione della canapa (che li priverebbe di una ricca fonte di guadagno). Non importa se i giovani muoiono per l'assunzione di veleni predisposti o per un mix di sostanze chimiche: extasi, eroina, cocaina, alcol, etc..  Anche perché assumendo canapa è impossibile morire- o forse solo per indigestione mangiandone 10 o più chili. Nell'immaginario popolare quando si parla di “droga” non si fa distinzione fra la canapa o i veleni sintetici, per la demonizzazione nei confronti di questa innocente pianta durante gli ultimi 60 anni.

La canapa “bioregionale” non è droga


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Dopo il bollino su gioco d’azzardo, tabacco e liquori, previste nuove entrate per lo stato (che verranno spese in armi e prebende ai politici). Trattasi della proposta di legge per la legalizzazione della cannabis. Il testo è stato già depositato dall’Intergruppo parlamentare nel 2016 e se finora non è ancora stato votato è solo per ragioni di “convenienza”, insomma è stato messo in decantazione, in attesa del momento opportuno per approvarlo. Succederà sicuramente appena subentreranno necessità urgenti di far cassa…
Infatti la “legalizzazione della cannabis” piace ai partiti “democratici” poiché legalizzare la canapa porterebbe enormi utili alle casse dello stato, e di conseguenza avvantaggerebbe i suoi amministratori… Così si apre un’altra frontiera delle tasse, dello sfruttamento popolare, e si passa alla vendita della canapa con il bollino di stato. Veramente non sarebbe la vera canapa, quella da sempre coltivata in Italia, ma una canapa “aggiustata”, da sballo…
Secondo me, non dovremmo andare verso la legalizzazione bensì verso la liberalizzazione e non chiamare questa pianta cannabis, marijuana ecc, dandogli l’accezione di “droga”, ma chiamarla con il suo nome comune: canapa. Solo la canapa esiste, un’unica pianta che a diverse latitudini e climi ha proprietà diverse, esattamente come l’uva. 
Finché la canapa bioregionale non potrà ritornare libera nei nostri campi e giardini, assieme a tutte le altre piante medicinali, alimentari e di varia natura, non potremo mai attuare una sana ecologia botanica. Mentre la legalizzazione della “cannabis” porterà ad un ulteriore indebolimento della società, soprattutto del mondo giovanile.
Perciò la via d'uscita da questa situazione ridicola in cui l'Italia si è cacciata risiede soltanto nella totale liberalizzazione della coltivazione della canapa bioregionale, allo stato naturale, e non nel proibizionismo, che avvantaggia le mafie e la corruzione - e nemmeno nella legalizzazione – al solo scopo di consentire proventi illeciti allo stato (come avviene per l'alcol e le sigarette, questi sì veleni mortali). 
Non sono consumatore in alcun modo di sostanze, né di vino, superalcolici o tabacco, ma la battaglia che sostengo è al solo scopo di salvaguardare la natura e la vita sul pianeta.
Paolo D’Arpini 
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Rete Bioregionale Italiana

Intervento per l'incontro previsto  del 19 luglio 2017 a Vignola, presso l’azienda agricola La Bifolca, alle ore 18.30, in Via dei Gelsi

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