mercoledì 19 ottobre 2022

Bevande bioregionali - Dalle sorgenti alle bottiglie... e dalle cantine alle tazze...



Fino a circa una cinquantina di anni fa l'acqua più pura era quella che sgorgava naturalmente dalla terra. Al massimo, in campagna, si scavavano pozzi della profondità di pochi metri per attingere alle falde superficiali. Poi, a mano a mano che le acque venivano inquinate, sia per l'agricoltura sintetica che per le piogge acide, si dovette ricorrere ai pozzi artesiani con il risultato che  il percolamento andava ad inquinare anche  le falde profonde. Ormai l'acqua di sorgente è pressochè scomparsa e le acque minerali, inserite in concessioni minerarie dallo stato, sono pescate a centinaia di metri nel sottosuolo e sono imbottigliate in contenitori inquinanti di plastica, e  trasformate in  merce di consumo...

Come al solito gli apripista dell'utilizzo industriale delle acque minerali  sono stati i "cugini" nordamericani. Chi ha passato gli anta ricorderà che  una delle immagini natalizie  ricorrenti era il Babbo Natale della Coca-Cola, anzi alcuni dicono che il Babbo Natale  che noi oggi conosciamo fu proprio un’invenzione  pubblicitaria  della famosa bibita  nordamericana.   La Coca-Cola  -e successivamente la Pepsi-Cola-  fu un simbolo dell’espansione yankee nel mondo.  In Italia un suo equivalente (inventato però ai tempi dell’autarchia)  fu  il Chinotto, ed io ne fui un estimatore.

Ricordo bene l’azienda delle acque minerali Neri di Capranica, che conoscevo sin da bambino per via del Chinotto (Se non c’è l’8 non è chinotto) che amavo tantissimo. Poi passando per andare da Calcata a Viterbo per diversi anni vedevo lo stabilimento chiuso e negletto, fallito..? non so.., che troneggiava silente lungo la strada Cassia. Il posto d’onore per le acque minerali era stato preso nel frattempo dall’Acqua di Nepi (oggi una multinazionale che esporta soprattutto nei paesi arabi) e così l’acqua di Capranica, pur frizzantina, non era quasi più ricordata. Un bel giorno, in seguito a manovre regionali sotterranee della R.L., che stava rivedendo le concessioni minerarie, appresi che la vecchia Neri era stata acquistata da un’azienda del sud (quanto a sud non si sa.. nei vicoli del popolo si parlava di sud profondo), con sede  a Salerno, con l'autorizzazione a pescare nelle falde profonde. Per un po’, a partire dal 2000, la produzione allo stabilimento di Capranica riprese con foga. Ma poi -come avvenne per altre industrie-  l’impianto venne spostato al sud, per misteriose ragioni di convenienza... (un mistero irrisolto, alcuni danno la colpa anche all’inquinamento da arsenico delle acque capranichesi che non sarebbero state più adatte per farne bevande)… Insomma Chinotto Neri a-richiuse, per lo meno a Capranica…

Comunque, a proposito di  bevande alternative alla Coca e Pepsi Cola, ho ricevuto una lettera dell’amico bioregionalista Ferdinando Renzetti il  quale mi scrive:  “…tempo fa leggendo il libro “Coca e Cocaina. Dalla divina pianta degli incas alla polvere magica di Manhattan”, mi sovvenne la storia  di  un sardo emigrato negli Stati Uniti,  il quale cercò di lanciare sul mercato  un succo caramellato estratto dalla bollitura dell’uva, chiamato nelle varie regioni italiane: sapa, mostocotto o miele d’uva, egli  realizzò così uno sciroppo simile nel sapore alla Coca Cola. Ricordo che quando nevicava, nella periferia urbana di Pescara, mio nonno la prima cosa che mi faceva la mattina, appena sveglio, con il mondo tutto bianco di neve, era il sorbetto di mostocotto. Usciva di casa andava nella cantina e prendeva lo sciroppo fatto da lui, poi staccava un’arancia dall’albero, raccoglieva un po’ di neve fresca in una tazza e vi aggiungeva sopra qualche goccia del prezioso e ambrato  mosto cotto, ci spremeva un po’ di succo di arancia e mi offriva la preziosa fragranza…”

Forse il ritorno alle nostre bevande tradizionali  sarebbe un buon sistema per contrastare il consumismo e partire finalmente con una bevanda  alternativa, non inquinante e gustosa. Non chiamiamola  però “autarchica” per non farci tacciare da “nostalgici fassisti”,  limitiamoci a chiamarla “bioregionale” che siccome è un termine inventato negli Stati Uniti  ci pone al sicuro dagli strali neoliberisti.

Concludo con  l’augurare a tutti noi l’inizio di una buona nuova era di benessere e  pace, e vi abbraccio con simpatia ed affetto…

Paolo D'Arpini - Coordinatore della Rete Bioregionale Italiana, con l'imprimatur di Caterina Regazzi


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