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mercoledì 15 giugno 2011

Alain de Benoist: "... basta con la dittatura dell'economia, il feticismo del mercato ed il primato dei valori mercantili"

“Non limitiamici a dire che tutto ciò che è nostro ha un valore; diciamo piuttosto, con forza e convinzione, che tutto ciò che ha valore è anche nostro” (Alain de Benoist:)



"Divento Luce e volo.." - Opera del pittore Franco Farina


Dopo l'affondamento del sistema sovietico, si è passati da un mondo diviso in due blocchi ad un mondo dominato da una sola potenza, che tenta d'imporre la sua legge al pianeta intero. Virtualmente, questo mondo non sarebbe altro che un villaggio globale, dove il progresso economico, dal quale si suppone tutti possano trarre giovamento, accrescerebbe l'ineluttabile evoluzione verso un modello politico, la democrazia liberale rappresentativa, della quale gli Stati Uniti costituirebbero il modello più completo. Alla fine, il mondo diverrebbe un vasto mercato popolato da semplici consumatori, sottomessi di volta in volta all'ordine marciante.

Il capitalismo si è  deterritorializzato. I raggruppamenti industriali infine hanno dato luogo alla formazione di società transnazionali, i cui bilanci superano di gran lunga quelli dei singoli paesi. Allo stesso tempo, le nazioni sono state invitate ad abolire le loro barriere doganali, ad aprire le loro frontiere alle persone ed ai capitali, a favorire con ogni mezzo la "libera circolazione" dei prodotti e dei beni. Questo è il senso primario di una globalizzazione che supporta la volatilità dei mercati, le delocalizzazioni, la ricerca permanente di una maggiore produttività, la reificazione generalizzata dei rapporti sociali.

Questo sistema è fondato sulla trasformazione di tutte le attività viventi in mercantili. Il mercato non vale se non attraverso il denaro. Il denaro è l'equivalente generale che cela la natura reale degli scambi ai quali è preposto. Nel mondo del mercato, la legge suprema è la logica del profitto, legittimato da un'antropologia facente dell'individuo un essere avente come obiettivo permanente il suo migliore interesse. La sottomissione progressiva di tutti gli  aspetti della vita umana alle esigenze di questa logica destruttura il legame sociale. Essa genera una società puramente commerciale dove, come ha già affermato Pierre Leroux, gli "uomini non associati non sono soltanto estranei tra loro, ma necessariamente rivali e nemici". Gli altri uomini dunque non sono percepiti se non attraverso il loro potere d'acquisto e la loro capacità di generare profitto, attraverso la loro attitudine a produrre  a lavorare e consumare. I media uniformano i desideri e le pulsioni, al prezzo di una radicale desimbolizzazione degli immaginari, produttori di una falsa coscienza, di una coscienza alienata. 
E' esattamente questo il mondo in cui viviamo. Un mondo senza esteriori, che ha abolito le distanze e il tempo, dove il capitalismo finanziario non è connesso all'economia reale (la maggioranza degli scambi di capitale non corrispondono più agli scambi di prodotti), dove l'economia reale si sviluppa senza considerazione dei limiti, dove le passioni si riducono agli interessi, dove il valore è ribassato sul prezzo, dove i bambini stessi divengono dei beni (e degli utili) di consumo durevole, dove la politica è ridotta alla porzione congrua, dove i detentori di potere non sono più eletti e dove coloro che sono eletti sono impotenti. Un simile mondo non minaccia soltanto la vita interiore,le identità collettive, la diversità dei viventi. Esso minaccia l'umanità propria dell'uomo.
    
Per contrapporsi alla miseria affettiva ed agli stress materiali che ne risultano, la Forma-Capitale usa strategie differenti. Da un lato, crea senza interruzione nuovi bisogni, moltiplica le distrazioni e i divertimenti, propaga l'idea che non esista felicità se non in un consumo il cui orizzonte è continuamente riposto più lontano.

Dall'altro lato, il suo pretesto di lottare contro il "populismo", il "comunitarismo", il "terrorismo", rinforza le procedure di controllo e di sorveglianza. Si restringono le libertà con il pretesto della sicurezza. Si instaura la "democrazia delle bocche cucite" (Paul Thibaud).

Per smorzare la portata dei movimenti sociali, per distogliere le genti dal porsi domande, per disarmare le nuove "classi pericolose" e rendere inoperante la loro velleità di rivolta, crea dei nemici onnipresenti, demonizzabili a piacimento, strumentalizza i conflitti culturali e gli urti tra comunità. Come sempre, si divide per comandare. L'obiettivo è quello di instaurare tutto ciò che crea caos per continuare a regnare senza alcuna minaccia.
 
Dinnanzi ad un simile spettacolo, non si può che avere ovviamente simpatia per un movimento "altromondista", il quale afferma perentoriamente che "il mondo non è un mercato" e che' "un altro mondo è possibile". Ma questa simpatia non può essere che critica. Non è soltanto il fatto di non avere alternative chiare da proporre che può essere rimproverato al movimento "no global" - non è necessario dover definire ciò che si vuole per sapere ciò che si rifiuta -, ne di essere un conglomerato troppo eterogeneo dove si incontrano protestatari emozionali, autentici libertari, " rivoluzionari " d'abitudine e social-democratici " esigenti". E' piuttosto l'attitudine ad anteporre l'indignazione alla riflessione. E di non andare fino al fondo delle cose. 
Non è in effetti sufficiente denunciare le disuguaglianze nel nome della "giustizia" e della "dignità ", o di appellarsi a soluzioni "umane" di contro alla disumanità dell'ordine finanziario. Non è sufficiente parlare di "tolleranza " per riconoscere pienamente la diversità culturale. Non è sufficiente opporre la razionalità etica alla razionalità del denaro. Non è sufficiente, infine, dire "no alla guerra! " per disegnare, di contro all'unilateralismo americano, i contorni di un nuovo Nomos della terra per un nuovo ordine multipolare. Il movimeno " no global " non ha visibilmente idee precise sulla natura dell'uomo e sull'essenza del politico. Gli manca un'antropologia che gli permetterebbe di contestare la globalizzazione in nome dei popoli, e non delle" moltitudini" (Antonio Negri), in nome delle libertà, e non dei "diritti dell'uomo ".

Si ostina a rimanere, per ciò che concerne la giustizia sociale, nella polarità della morale e dell'economia, che è la medesima alla quale dichiara di opporsi; l' " altromondismo" rischia di disattendere la sua vocazione e di essere nient'altro che una forma di " movimento " in mezzo a tanti altri.
    
Militare per un " altro mondo " implica la rottura con una matrice ideologica che ha allo stesso modo condotto all'internazionalismo liberale quanto allo "statalismo progressista ". Come scrive Jean-Claude Michéa, " l'idea di una società decente, o socialista, non può riporsi sul progetto di un' "altra" economia o di un' "altra mondializzazione", progetti che non possono che condurre, in fin dei conti, ad un altro capitalismo [...] Essa è riposta,al contrario, su un diverso rapporto degli uomini nei confronti dell'economia stessa".
Dunque non si tratta soltanto di correggere le "ingiustizie" di un sistema, o rimanere ad un approccio strutturale dei giochi.

Si tratta di finirla con la dittatura dell'economia, il feticismo del mercato ed il primato dei valori mercantili. Si tratta di decolonizzare l'immaginario. Di adoperarsi per l'avvento di un altro mondo, che non sia soltanto al di là delle cose, una visione trascendente o utopica, ma un nuovo mondo comune.

Prospettiva rivoluzionaria? Non sarà mai tanto rivoluzionaria quanto la Forma-Capitale, che in questo mondo, ha già distrutto tutto.

Alain de Benoist

Fonte Rete per l'Ecologia Profonda

lunedì 23 maggio 2011

Bioregionalismo “ante litteram” da Alain de Benoist a Eduardo Zarelli...

La foto ritrae un bosco di castagni secolari sui Monti Cimini - Scatto di Gustavo Piccinini


 
Spesso, parlando del movimento bioregionale, si fa riferimento ai suoi esponenti americani (Gary Snyder, Peter Berg, Kirkpatrick Sale e altri) oppure si menziona l'apporto ecosofico del norvegese Arne Naess ma si tende a ignorare il contributo di un pensatore antesignano in questo “nuovo” filone ecologista (nuovo nel senso di riscoperta di certi valori naturalistici), quel precursore fu il filosofo francese Alain de Benoist. Già durante i primi anni sessanta Alain de Benoist veniva “accusato” di anti-atlantismo ma il suo processo di maturazione lo portò a costruire un percorso originale fatto di critica verso la globalizzazione, il liberismo finanziario ed in favore delle piccole patrie e delle identità culturali. Negli ultimi anni ha sviluppato una forte critica nei confronti della politica imperialistica degli Stati Uniti. De Benoist considera la democrazia rappresentativa come un limite per poter sviluppare un maggior coinvolgimento popolare alla vita politica di un paese. Pur essendo piuttosto critico nei confronti dell'Unione Europea crede fortissimamente in un'Europa unita e federale, dove il concetto di nazione viene a decadere in favore delle identità regionali unite da un comune senso di appartenenza continentale. Il suo pensiero è difficilmente classificabile in quanto sintetizza alcuni dei concetti che abbracciano l'ecologismo, il multiculturalismo (a tutela delle identità culturali dei vari popoli), il socialismo, il federalismo comunitario e il paganesimo.

Sicuramente Eduardo Zarelli fondò la sua ricerca socio-ecologista partendo dalle idee di Alain de Benoist, ricordo infatti la rivista da lui creata e diretta “Frontiere” che nei primi anni '90 iniziava a parlare di autonomie, di etnie, di bioregioni.... insomma di tutti quegli argomenti propri, contigui ed affini ad discorso bioregionale... Forse, a differenza dei bioregionalisti americani, che pongono l'accento sul luogo e sui suoi aspetti di omogeneità geografica, de Benoist -e successivamente Zarelli- cercarono di individuare il senso di presenza vissuto nel luogo, basandosi ovviamente sui parametri descrittivi della comunità umana. Sento che questo approccio mi è affine.. anche se il mio spirito laico preferisce mantenersi sciolto dalle pastoie ideologiche che spesso contraddistinguono la perenne diatriba fra antropocentristi e biocentristi... anche in considerazione del fatto che entrambe le visioni sono elaborate da “esseri umani”.... e dirette verso una trasformazione intenzionale -o “controllo”- della società umana (vedi ad esempio le teorie primitiviste di Zerzan)... Ma, come affermò l'adepto taoista Alan Watts, ogni forma di controllo ricade infine sul controllore....

Paolo D'Arpini


Ora leggete questa critica della ragione mercantile di Eduardo Zarelli

La globalizzazione è l’iperbole dell’utopia mercantile, dell’idea che il “benevolo” commercio porti la pace e l’armonia universale tra gli individui. Idea nella realtà violenta e unilaterale, perché chi si rifiuta di farsi “armonizzare”, cioè colonizzare con le suadenti armi del mercato, è semplicemente bandito dall’umanità, nemico assoluto del genere umano contro il quale ogni misura repressiva e/o bellica è non solo lecita, ma doverosa.

Di economia non si parla prima di Platone e Aristotele. Questo non significa che prima non esistessero pratiche materiali. Queste, principalmente la sussistenza comunitaria e la riproduzione dei gruppi sociali, non sono pensate come una sfera autonoma. Non esisteva qualcosa come la “vita economica”, bensì la vita tout court.
La progressiva autonomia dell’economia dalla vita nel suo complesso è dovuto allo sviluppo unilaterale manifestatosi storicamente da un certo punto in poi nella ragione occidentale. La ragione aveva presso i greci due aspetti: il logos, la ragione e la phronesis, la saggezza. Serge Latouche pensa che nel pensiero dell’Occidente moderno, il logos si sostituisca del tutto alla phronesis e diventi “ragione sufficiente” e, quindi, “razionalità calcolante” economica.
La ragione mercantile tuttavia, avendo perso di vista la saggezza, cioè la vita nella sua totalità, è sempre meno in grado di spiegarla e rappresentarla. Se non cercando disperatamente di ridurre la vita mero utile sensistico. A questa razionalità calcolante, strumentale, va opposta la dimensione del ragionevole. Quando ci si occupa di esseri umani, la razionalità strumentale e calcolante, non basta più, perché si ha a che fare con dei valori: la giustizia, la libertà, la dignità. Solo eliminando ogni valore, o collocandosi all'interno di un solo valore, il pensiero unico occidentale, ci si potrebbe affidare alla sola razionalità calcolante, con gli esiti tecnomorfi nichilistica, etnocentrici universalistici e paranoico imperialistici che sono sotto gli occhi di tutti.  
Di questo allargamento di prospettive e di conoscenze, rispetto al pensiero economico dominante, siamo debitori nell’ambito delle scienze sociali al MAUSS, il movimento economico non utilitarista, che prende il suo nome dal sociologo che rilevò come la compravendita, o il baratto non siano affatto state le uniche forme di scambio nella storia umana, ma come il dono e la reciprocità abbiano svolto una funzione altrettanto e, in alcuni casi, più importante. È in tal senso teorizzabile un modello donativo, in sostituzione del modello utilitario dominante? Allo sguardo antropologico e psicologico, consapevole che quanto è rimosso fatalmente tornerà, ma in forme distorte e patologiche, si parlerebbe di “rimozione”, di schizofrenia tra principio di piacere e realtà fattuale, storica; ma se ogni effetto ha una causa, e il consumismo dominante ingenera una condizione precaria della società e dell’individuo, immaginare un superamento del dominio dell’economico nell’immaginario culturale è un passo fondamentale per costruire modelli sociali che siano in grado di ricondurre l’economico a strumento di sostenibilità comunitaria e naturale, al servizio dell’uomo.

Di fronte alla crisi economica e sociale del modello di sviluppo occidentale diventa realistico criticare la ragione stessa dell’economicismo moderno: lo sviluppo illimitato e la mercificazione dell’esistente. In tal senso, prima ancora che una prospettiva economica, la “decrescita” riguarda la sfera della mentalità.

Si tratta di cominciare a far “decrescere” l’idea che lo “sviluppo” degli scambi mercantili sia una legge naturale della vita. Il messaggio che pubblicità e media diffondono continuamente è che il benessere passa attraverso il consumo, ovvero attraverso l’appropriazione continua di una quantità sempre maggiore di oggetti. L’assimilazione di tale messaggio dalle coscienze equivale ad una vera e propria colonizzazione dell’immaginario simbolico, dunque non a torto si può parlare di un mutamento antropologico (l’uomo concepito esclusivamente come produttore-consumatore). Per rompere con il primato dell’economia, è necessario imparare ed essere capaci di dire: “mi basta ciò che ho” piuttosto che “voglio sempre di più!”. Quel “nulla di troppo” che insieme all’altra sentenza morale gnomica di Solone, “prendi a cuore le cose importanti”, rimandano alla sapienzialità e alla ricerca eudemonistica, fondamenti di filosofia.

Nel linguaggio corrente il termine sviluppo è fonte di un equivoco teorico sostanziale. Il concetto espresso con questa parola è di norma l'aumento del fluire dei beni materiali attraverso il processo produzione-vendita-consumo. È evidente che, con questo significato, lo sviluppo richiede l'aumento dei consumi. In altre parole, il termine sviluppo significa oggi la crescita economica illimitata. Gli abituali indicatori dello sviluppo sono sostanzialmente quantitativi. Conseguenzialmente si pensa che questa crescita aumenti il benessere dell’umanità, indipendentemente dai valori e dalla cultura che li esprime. Inoltre, fino ad oggi non si è mai presa in considerazione la possibilità che l'aumento dei consumi sia incompatibile con il funzionamento della biosfera, anche perché è venuta meno la consapevolezza che l'uomo sia parte della natura.
La crescita economica continua, illimitata, è un processo che impedisce il funzionamento della biosfera perché ne disarticola i cicli: è quindi un fenomeno fisicamente impossibile. Un’economia complessivamente in crescita può soltanto essere transitoria, un fenomeno sintomatico che, se non riequilibrato fisiologicamente, diviene patologico e porta necessariamente verso il degrado oncogeno dell’organismo relazionale tra risorse, produzione e consumi. Se poi ci poniamo in una prospettiva qualitativa e mettiamo in conto la bellezza del mondo e il benessere degli altri esseri senzienti, la situazione si aggrava ulteriormente. Lo “sviluppo” è, infatti, basato su una visione antropocentrica, che relega gli altri esseri animati, gli ecosistemi e tutto il mondo naturale al rango di “materia” a nostra disposizione.
Oggi invece le conoscenze scientifiche più avanzate riabbracciano le interpretazioni tradizionali cosmocentriche in un paradigma olistico, per cui l’uomo è parte relazionata di un organismo vivente, l'ecosistema, da cui dipende totalmente. Se l’uomo è l’unico essere vivente consapevole di ciò ha il dovere di invertire la tendenza e mutare il modello tecnologico scientifico ricucendo empaticamente la frattura tra cultura e natura provocata dal riduzionismo materialistico.
L’obiezione umanitarista si sposa, volenti o nolenti, con le lusinghe del progresso economico, sostenendo che lo sviluppo porta miglioramenti “a chi non ha”, ma a tal riguardo basta considerare che la forbice fra “ricchi” e “poveri” si è allargata in proporzioni direttamente proporzionali con la crescita economica, raggiungendo all’oggi un solco incolmabile. Inoltre, i concetti stessi di ricchezza e povertà sono una proiezione economicistica distorta dell'occidentalizzazione.
La modernità porta a compimento la divisione tra cultura e natura. Invece, in tutte le culture sapienziali, ogni corpo individuale, compreso quello umano, è sempre parte integrante del corpo cosmico, determinazione intrinseca di quell’ordine universale che è la Natura.

Nella tradizione Taoista «L’uomo si conforma alla Terra, la Terra si conforma al Cielo, il Cielo si conforma al Tao, il Tao si conforma alla spontaneità». La spontaneità è sinonimo di naturalezza, categoria eversiva nel mondo artificiale del contrattualismo sociale e del dominio tecno-scientifico.

Bisogna quindi uscire dal conformismo delle regole fatte convenzioni morali, sociali, culturali e politiche: l’uomo per conformarsi al Tao, deve pertanto «volgersi alla radice», «volgersi all’origine», «uniformarsi al fondamento», ossia riconquistare quelle condizioni di spontaneità che vigevano prima dell’introduzione della regola sociale. Una visione politica, basata su queste leggi, sul modo in cui opera il mondo del vivente, è indisposta ad un potere monolitico (tecnocratico) che eterodirige gli elementi fondanti l’organismo stesso, sarà piuttosto propenso alla decentralizzazione, all’interdipendenza e alla diversità. Un potere diffuso, partecipativo, in qualche modo “accidentale”, la cui sede decisionale è nella vitalità della comunità di base, possibile solo in un contesto antropologicamente limitato.

Al contrario, lo “sviluppo economico” appare come un processo che:
- sancisce la sopraffazione della nostra specie su tutte le altre forme viventi, sugli ecosistemi e in generale sul mondo naturale: distrugge la diversità biologica;
- impone universalisticamente a tutta l'umanità di vivere secondo il modello tecnomorfo occidentale;
- sostituisce materia inerte al posto della sostanza vivente; mette strade, macchine, impianti, dove c'erano campi, foreste, paludi, savane.

Edoardo Zarelli – Arianna Editrice