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mercoledì 29 giugno 2011

Andrea Bizzocchi e le radici dell'ecologia profonda


 
La concezione dell’ecologia a cui si fa comunemente riferimento è di matrice totalmente antropocentrica, considera cioè tutto in funzione dell’essere umano.


Questo approccio, profondamente connaturato alla nostra cultura, si propone di salvare la Terra perché “è l’unica casa che abbiamo”, oppure ”per le generazioni future” ecc. Questa visione dell’ecologia può essere definita di superficie, nel senso che non va ad intaccare minimamente le radici del dramma ecologico. E’ espressione della cultura occidentale, dunque con uno spiccato sottofondo materialista e comunque con una netta distinzione fra spirito e materia.

Nonostante si adoperi, ancorché in buona fede, per “salvarla”, l‘ecologia di superficie mantiene fondamentalmente un atteggiamento di sopraffazione nei confronti della Natura che viene considerata un qualcosa al servizio della nostra specie.
La stessa idea dell’espansione, fondamento della cultura occidentale non viene minimamente messa in discussione dall’ecologia di superficie che parla infatti di sviluppo sostenibile. In sostanza l’ecologia di superficie si preoccupa di preservare l’ambiente esclusivamente a beneficio dell’uomo.

Una visione veramente ecologica dell’esistenza, dalle radici molto antiche e non a caso l’unica che non ha mai causato alcun dramma ambientale, parte invece da presupposti diametralmente opposti. E’ conosciuta come “ecologia profonda” anche se io preferisco chiamarla “vera ecologia”, perché l’altra, quella “di superficie”, ecologia non lo è. La vera ecologia dà valore a qualunque entità naturale, vivente e non, che ha dunque pari diritto ad una qualche forma di vita, ad una sua qualche “realizzazione”.

La visione della vera ecologia è dunque a sfondo panteista. L’umanità non “vale” perché speciale ma semplicemente in quanto tale (così come, in quanto tale, “vale” una mucca, un albero, un fiume, il vento). La vera ecologia non vede contrapposizione tra l’essere umano e gli altri viventi e non, e prevede dunque una integrazione non solo fisica ma anche e soprattutto spirituale con l’ambiente di cui facciamo parte. La Vita è ovunque. E’ una visione del mondo a sfondo ecocentrico e non antropocentrico.

Nella visione dell’ecologia di superficie manca completamente la percezione che l’uomo “è Natura” e da qui nasce quella contrapposizione (tra uomo e Natura) che ha dato il là ad una sorta di interpretazione dell’esistenza per cui l’uomo può controllare e manipolare ai propri fini, tutto ciò che umano non è.

In definitiva il dramma ambientale è inevitabile con le premesse culturali dell’Occidente e soprattutto con il potere tecnico che si è dato negli ultimi due secoli (conseguenza inevitabile di tali premesse). Adoperarsi per salvare il pianeta, come fa l’ecologia di superficie, attraverso lo sviluppo delle cosiddette energie alternative, attraverso filtri, depuratori, attraverso la conservazione di qualche foresta qua e là, serve soltanto a prolungare la situazione attuale, probabilmente aggravandola per il persistere dell’idea di crescita permanente nel quale siamo completamente immersi. Idea, che, per sopramercato, con la globalizzazione abbiamo esportato in tutto il pianeta, senza capire che ciò equivale a segare il ramo dell’albero su cui siamo seduti. In definitiva ciò che occorre è un profondo mutamento filosofico.
In questa ottica, l’azione forse più efficace che possiamo compiere, è diffondere informazioni, mettere in dubbio idee preconcette che vengono comunemente accettate in modo acritico solo perché respirate fin dalla nascita, e quindi considerate ovvie, ma imposte di fatto dalla cultura dominante. Molto importante è considerare come degna di valore la vita di tutti gli esseri senzienti. I cambiamenti ecologici portati da un cambio “filosofico” sono meno appariscenti ma molto più efficaci.

A livello pratico ritengo fondamentale impostare la propria vita su principi di semplicità, essenzialità e cooperazione. Ridurre il più possibile i consumi e contestualmente la nostra dipendenza dal sistema appare fondamentale poiché essi rappresentano una delle cause del dramma ecologico (e non solo) e non portano alcun benessere reale.

Andrea Bizzocchi
Rete per l'Ecologia Profonda

venerdì 24 giugno 2011

Francesco Lamendola: "Se il progresso diventa superstizione e ideologia" - Tristi note sul paradigma scientifico moderno

Credere nel progresso è un atto di fede


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La modernità vive all’ombra di una speciale religione e la vive con fervore e con abbandono straordinari: la religione del progresso

Da quando i protagonisti della cosiddetta Rivoluzione scientifica, prima, e i libertini e gli illuministi, poi, hanno operato il cambio di paradigma della civiltà occidentale e sostituito il culto della ragione umana a quello di un Dio trascendente (esattamente ciò contro cui metteva in guardia Dante Alighieri con l’apologo del “folle volo” di Ulisse), l’ideologia del progresso illimitato ha assunto via via i caratteri di una vera e propria nuova religione.

Il Pensiero Unico oggi dominante ha cercato di dissimulare questo fatto, presentando la marcia trionfale del Progresso come un atto di emancipazione della ragione umana da ogni forma di fideismo e di superstizione; ma non ha potuto, né potrebbe, nascondere la vera essenza di quel movimento dello spirito occidentale, vale a dire l’abbandono cieco ad una verità non dimostrata e non dimostrabile, quale è appunto l’idea di progresso.

Se, infatti, si domanda ai volonterosi seguaci della nuova religione in che cosa si distinguerebbe, dal punto d vista critico, la moderna fede nel progresso dall’antica fede in un ordine soprannaturale, questi non sanno che rispondere e si limitano, tutt’al più, a sbandierare i supposti trionfi della scienza e della tecnica, sostenendo che essi sono qualcosa di reale e di efficace, a differenza delle antiche credenze religiose.

Si tratta però, a ben guardare, di una argomentazione decisamente misera: un paradigma culturale non può giudicare un altro paradigma, perché muove da presupposti totalmente diversi: perciò, il moderno meteorologo che procura la pioggia artificiale con i cristalli di ioduro d’argento dovrebbe levarsi quel sogghigno dalla faccia, quando gli si parla della danza della pioggia da parte dello stregone di un villaggio degli indiani hopi.

In un paradigma olistico e spirituale, tutte le cose sono legate l’una all’altra e la forza di un rito magico-religioso per ottenere la pioggia possiede la stessa dignità culturale di un intervento specialistico basato sulla chimica; anzi, a nostro avviso, semmai possiede una dignità maggiore, almeno dal punto di vista sociale, dato che si basa sul coinvolgimento solidale di tutte le energie psichiche e spirituali del gruppo in una questione di interesse collettivo, e ciò in una prospettiva di interdipendenza fra mondo visibile e mondo invisibile; mentre, nell’altro caso, tutto si riduce all’azione mirata di pochi tecnici, che agiscono manipolando metodologie sconosciute alla grande massa della popolazione e che potrebbero essere usate tanto per il bene, quanto per il male, dal momento che non esistono forme di bilanciamento al loro potere decisionale.

Quanto ai risultati, è tutto da vedere se la danza della pioggia degli hopi produca risultati minori della moderna tecnica della pioggia artificiale; e la stessa cosa vale, ad esempio, in un confronto tra i risultati della medicina occidentale moderna, basati sui farmaci chimici e sulla chirurgia, e quelli delle medicine tradizionali, basati sulle sostanze naturali e sul coinvolgimento dei fattori spirituali e religiosi sia da parte del malato, sia dell’intera comunità che partecipa ai riti di guarigione.

In conclusione: credere nell’uno o nell’altro sistema per favorire la pioggia in tempi di siccità, così come credere nell’uno o nell’altro metodo per curare un individuo colpito dalla malattia, è un fatto di fede, puramente e semplicemente: e non vi è alcuna ragione intrinseca per affermare che un metodo sia migliore dell’altro o preferibile in assoluto; bensì vi sono soltanto delle ragioni estrinseche: quelle del paradigma che crede se stesso più forte, più vero, più capace di manipolare la realtà a proprio talento.

In altre parole, è solo l’arroganza della modernità che induce i membri della nostra cultura a sopravvalutare ogni nuovo risultato della scienza e della tecnica e a disprezzare i risultati conseguiti, nel campo della conoscenza così come in quello pratico, all’interno dei paradigmi pre-moderni.

Ritenere che la malattia di un organismo sia il prodotto di una aggressione virale o microbica, oppure di una aggressione degli spiriti maligni, è solo e unicamente una questione di preferenze soggettive; e, quanto ai risultati, è vero che la medicina occidentale moderna ne ha ottenuti di grandi, ma è altrettanto vero che essa ha introdotto nuove malattie in luogo di quelle sconfitte (le malattie iatrogene e quelle collaterali), fondamentalmente perché, nel suo riduzionismo, non ha saputo vedere nel soggetto malato una unità psico-fisica, ma soltanto una somma di organi slegati, in omaggio al dualismo cartesiano di “res extensa” e “res cogitans”.

La medicina delle culture pre-moderne era essenzialmente una medicina preventiva, basata su regole dietetiche, su stili di vita, su una stretta correlazione tra uomo e ambiente, tra corpo e spirito: e, pertanto, i suoi risultati dovrebbero essere valutati con un criterio diverso da quello odierno: non in base al numero delle guarigioni di individui ammalati, ma dal numero di individui che riuscivano a conservare un buon grado di salute naturale per gran parte della loro vita, arrivando spesso ad una vecchiaia inoltrata e con un grado invidiabile di salute fisica e mentale (mentre noi abbiamo allungato i tempi della vita media, ma non della vita in assoluto, né, tanto meno, la sua qualità).


Il progresso, dunque, è un atto di fede; una nuova religione sorta alle soglie della Rivoluzione industriale e basata su tre postulati indimostrabili: primo, che il progresso esista; secondo, che sia possibile, alla società umana, perseguirlo in misura sempre maggiore e più completa; terzo, che ciò porterà automaticamente la felicità, o quanto meno il benessere, agli esseri umani.
Il primo punto è indimostrabile perché, per sostenere che il progresso esiste, bisognerebbe sapere se la strada che stiamo percorrendo è effettivamente quella del progresso, ovvero che sviluppo e progresso coincidono; ma la verità è che non lo sappiamo.

Affermare il contrario sarebbe come dire che qualunque movimento in avanti è, di per sé, un bene: il che è manifestamente falso. Se ci trovassimo in vicinanza di un precipizio, il nostro andare avanti non sarebbe altro che una marcia verso la catastrofe.

Inoltre, il concetto di progresso è troppo generico e troppo quantitativo: bisognerebbe vedere se sia vero che ogni progresso corrisponde ad un movimento positivo della società: ma non è affatto semplice definire cosa sia positivo; senza contare che alcune cose possono essere positive per il gruppo, ma negative per il singolo individuo, e viceversa.

Per fare un esempio molto semplice, ma tutt’altro che banale: gli effetti sconvolgenti del talidomide hanno permesso di capire che quel farmaco era estremamente dannoso per i nascituri e, quindi, di sospenderne la somministrazione alle donne in stato di gravidanza: e questo si può considerare un progresso della medicina; ma bisognerebbe chiedere di che opinione sono in proposito i bambini nati con gravi deformazioni, che hanno svolto il ruolo di cavie inconsapevoli, nonché i loro genitori.
Anche il secondo e il terzo punto sono indimostrabili: nessuno può dire se la via del progresso, quand’anche fosse quella giusta, sia percorribile indefinitamente o se, arrivati ad un certo punto, ci si troverà davanti a un muro; inoltre, niente dimostra che vi sia una relazione diretta e inequivocabile fra il progresso e la felicità, e nemmeno fra il progresso e il benessere.

Tutto dipende da come si definisce il progresso: ed è significativo che i suoi più accesi sostenitori non si siano mai dati la pena di darne una definizione.
Se lo si  definisce in senso prevalentemente quantitativo, allora la produzione di energia atomica nelle centrali nucleari giapponesi è stata un progresso per quel Paese; se, viceversa, si pensa agli effetti dell’incidente alla centrale di Fukushima, in conseguenza del terremoto che ha investito quella regione e del conseguente maremoto, allora il giudizio cambia radicalmente.

Scrive John B. Bury nella sua ormai classica «Storia dell’idea di progresso» (titolo originale: «The Idea of Progress. An Inquiry into its Origin and Growth», London, Macmillan Company, 1932; traduzione italiana di Vittorio Di Giuro, Milano, Feltrinelli, 1964, pp. 18-19): «… Alla mente dei più, un esito desiderabile dello sviluppo umano sarebbe una condizione sociale di perfetta felicità per tutti  gli abitanti del pianeta. Ma è impossibile avere la certezza che la civiltà si stia muovendo nella giusta direzione per realizzare questa aspirazione. Certi aspetti del “progresso” sembrano positivi, ma ad essi se ne contrappongono altri che dimostrano, nella prospettiva di una crescente felicità, come la civiltà abbia tendenze tutt’altro che auspicabili. In breve, non si può dimostrare che l’ignota meta verso cui l’uomo sta avanzando sia quella desiderabile. Può darsi che il movimento sia progresso, ma può anche darsi che indirizzato verso una meta non auspicabile,  non sia progresso. Questo è un problema a sé, un problema attualmente insolubile come quello dell’immortalità dell’anima. È un problema che si riferisce al mistero dell’esistenza.

Inoltre, anche ammesso come probabile che finora la civiltà si sia mossa in una direzione desiderabile, capace di portare tutti gli uomini alla meta ultima della felicità, non è possibile dimostrare che raggiungerla dipende solo dalla volontà umana. A un certo punto, un muro invalicabile potrebbe fermare la marcia.  Si prenda in particolare il caso della conoscenza, per la quale si ammette senz’altro che la continuità del progresso  nel futuro dipende interamente dalla continuità degli sforzi umani (purché i cervelli non degenerino).  Il postulato si basa su una esperienza molto limitata. 

Negli ultimi tre o quattrocento anni la scienza ha fatto continui progressi: ogni nuova scoperta ha portato nuovi problemi e nuovi metodi di soluzione, e ha aperto all’indagine nuovi campi. Finora gli scienziati non sono stati costretti a fermarsi, e hanno trovato nuovi mezzi per avanzare. Ma chi ci assicura che un giorno non vengano a trovarsi di fronte a barriere insuperabili? L’esperienza di quattrocento anni, in cui si è riusciti a saggiare con successo la superficie della natura, non permette di arrivare a conclusioni di sorta nella prospettiva di operazioni che si estendano per altri quattrocento o quattromila secoli.  Se considerino la biologia o l’astronomia: come esser sicuri che un giorno il progresso non arrivi a un punto morto, non per l’esaurimento delle nostre risorse di indagine - ma perché, ad esempio, gli strumenti scientifici saranno arrivati a una massima perfezione che si dimostrerà insuperabile, o perché (nel caso dell’astronomia)  cui si troverà in cospetto di forze delle quali, a differenza della gravitazione, non si ha esperienza sulla Terra?

Affermare che non esiste, nella conoscenza della natura, un limite che l’intelletto umano non è qualificato a superare, è un postulato la cui verità non può essere dimostrata.
Ma è proprio questo postulato a illuminare e ispirare la ricerca ascientifica, se esso fosse falso, non si potrebbe mai giungere in vista della meta che è, ne caso delle scienze naturali, una conoscenza del cosmo e dei processi della natura, se non completa, almeno immensamente più vasta e profonda di quella attuale.

Perciò il continuo progredire dell’uomo nella conoscenza del suo ambiente, che è una delle principali condizioni del progresso generale, è un’ipotesi che potrebbe essere e non essere vera. E se è vera, resta ancora da verificare la ulteriore ipotesi della “perfettibilità” morale e sociale dell’uomo, che si appoggia su prove assai meno evidenti.

Niente dimostra che l’uomo non raggiungerà mai uno stadio di sviluppo psichico e sociale in cui le condizioni dell’esistenza saranno ancora ben lungi dall’essere soddisfacenti,  ma oltre il quale sarà impossibile progredire.

È un problema che tocca il mistero dell’esistenza.

Quanto si è detto basta a dimostrare che l’idea del progresso umano appartiene allo stesso ordine di idee al quale appartengono quelle di provvidenza e della immortalità dell’anima. Può darsi che sia vera e può darsi che sia falsa, e non è possibile dimostrare che è vera o falsa. Credere nel progresso è un atto di fede.»

Credere nel progresso o credere nella divina Provvidenza sono entrambi atti di fede, di per sé indimostrabili: la fede non si dimostra, la si vive con la totalità del proprio essere.

Da parte nostra, non riusciamo a vedere in che cosa la religione del progresso possa vantare una intrinseca superiorità sulle antiche fedi: osservando il presente, non ci sembra che essa abbia portato una maggiore armonia dell’uomo con se stesso, né con i suoi simili, né con il mondo circostante...


Francesco Lamendola
Rete Per l'Ecologia Profonda 
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giovedì 16 giugno 2011

Riccardo Oliva, Memento Naturae e la Rete per l'Ecologia Profonda...


Buonasera (o Buongiorno) a tutti, mi chiamo Riccardo Oliva e sono il presidente dell'ass. Memento Naturae.

La nostra associazione grazie alla Dr.ssa Alessandra Colla è venuta a conoscenza non da molto della Vostra rete e quindi ha chiesto di poter collaborare con Voi diffondendo, il più possibile e con i propri canali,  i messaggi e le idee che caratterizzano una visione spirituale legata a tutto ciò che ci circonda.

Nel nostro piccolo cercheremo con impegno e grande umiltà di poter dare anche noi un piccolo contributo in alcune battaglie su cui potremo lavorare in assoluta sinergia.

Volevo ringraziare tutta la Rete dell'Ecologia Profonda per i continui e qualificatissimi approfondimenti che sono mandati in questo spazio.

In particolare mi sono rimasti impressi il pensiero sull'acqua del Dr. Parisi e un chiarimento che condivido pienamente della Dr.ssa Germani sul paradigma scientifico figlio del positivismo e della ragione che hanno allontanato l'uomo dalle priorità esistenziali per cui siamo in questo mondo.

Vedo poi con piacere questo ultimo articolo di De Benoist su un altro mondo possibile che non può che partire da un vero altro mondo su cui poggiare nuove radici per ricominciare.

La nostra posizione è "leggermente" diversa dalla Vostra sopratutto in un parola chiave forse inesistente ma piuttosto efficace nel contenuto: ENOCENTRISMO anzichè ECOCENTRISMO (comunque sia parole sempre molto lontane da quell'ANTROPOCENTRISMO figlio di una visione troppo soggettiva che non percepisce più gli elementi).

Mi perdonerete se ironicamente scherzo su questo concetto ma noi crediamo che ENOS nel senso di UNO e quindi di principio verticale  sia più appropriato di OIKOS (casa o anche terra credo) per contenere il TUTTO.

Ovviamente da quello che ho già letto sul Vostro sito, le idee di base al di la di un nome, coincidono molto bene e quindi ci sono presupposti concreti e volontà da parte nostra di dare il massimo per aiutare e farci aiutare dalla Vostra professionalità.

Vi ringrazio e Vi saluto cordialmente sperando di non avervi troppo annoiato.


Riccardo Oliva

mercoledì 15 giugno 2011

Alain de Benoist: "... basta con la dittatura dell'economia, il feticismo del mercato ed il primato dei valori mercantili"

“Non limitiamici a dire che tutto ciò che è nostro ha un valore; diciamo piuttosto, con forza e convinzione, che tutto ciò che ha valore è anche nostro” (Alain de Benoist:)



"Divento Luce e volo.." - Opera del pittore Franco Farina


Dopo l'affondamento del sistema sovietico, si è passati da un mondo diviso in due blocchi ad un mondo dominato da una sola potenza, che tenta d'imporre la sua legge al pianeta intero. Virtualmente, questo mondo non sarebbe altro che un villaggio globale, dove il progresso economico, dal quale si suppone tutti possano trarre giovamento, accrescerebbe l'ineluttabile evoluzione verso un modello politico, la democrazia liberale rappresentativa, della quale gli Stati Uniti costituirebbero il modello più completo. Alla fine, il mondo diverrebbe un vasto mercato popolato da semplici consumatori, sottomessi di volta in volta all'ordine marciante.

Il capitalismo si è  deterritorializzato. I raggruppamenti industriali infine hanno dato luogo alla formazione di società transnazionali, i cui bilanci superano di gran lunga quelli dei singoli paesi. Allo stesso tempo, le nazioni sono state invitate ad abolire le loro barriere doganali, ad aprire le loro frontiere alle persone ed ai capitali, a favorire con ogni mezzo la "libera circolazione" dei prodotti e dei beni. Questo è il senso primario di una globalizzazione che supporta la volatilità dei mercati, le delocalizzazioni, la ricerca permanente di una maggiore produttività, la reificazione generalizzata dei rapporti sociali.

Questo sistema è fondato sulla trasformazione di tutte le attività viventi in mercantili. Il mercato non vale se non attraverso il denaro. Il denaro è l'equivalente generale che cela la natura reale degli scambi ai quali è preposto. Nel mondo del mercato, la legge suprema è la logica del profitto, legittimato da un'antropologia facente dell'individuo un essere avente come obiettivo permanente il suo migliore interesse. La sottomissione progressiva di tutti gli  aspetti della vita umana alle esigenze di questa logica destruttura il legame sociale. Essa genera una società puramente commerciale dove, come ha già affermato Pierre Leroux, gli "uomini non associati non sono soltanto estranei tra loro, ma necessariamente rivali e nemici". Gli altri uomini dunque non sono percepiti se non attraverso il loro potere d'acquisto e la loro capacità di generare profitto, attraverso la loro attitudine a produrre  a lavorare e consumare. I media uniformano i desideri e le pulsioni, al prezzo di una radicale desimbolizzazione degli immaginari, produttori di una falsa coscienza, di una coscienza alienata. 
E' esattamente questo il mondo in cui viviamo. Un mondo senza esteriori, che ha abolito le distanze e il tempo, dove il capitalismo finanziario non è connesso all'economia reale (la maggioranza degli scambi di capitale non corrispondono più agli scambi di prodotti), dove l'economia reale si sviluppa senza considerazione dei limiti, dove le passioni si riducono agli interessi, dove il valore è ribassato sul prezzo, dove i bambini stessi divengono dei beni (e degli utili) di consumo durevole, dove la politica è ridotta alla porzione congrua, dove i detentori di potere non sono più eletti e dove coloro che sono eletti sono impotenti. Un simile mondo non minaccia soltanto la vita interiore,le identità collettive, la diversità dei viventi. Esso minaccia l'umanità propria dell'uomo.
    
Per contrapporsi alla miseria affettiva ed agli stress materiali che ne risultano, la Forma-Capitale usa strategie differenti. Da un lato, crea senza interruzione nuovi bisogni, moltiplica le distrazioni e i divertimenti, propaga l'idea che non esista felicità se non in un consumo il cui orizzonte è continuamente riposto più lontano.

Dall'altro lato, il suo pretesto di lottare contro il "populismo", il "comunitarismo", il "terrorismo", rinforza le procedure di controllo e di sorveglianza. Si restringono le libertà con il pretesto della sicurezza. Si instaura la "democrazia delle bocche cucite" (Paul Thibaud).

Per smorzare la portata dei movimenti sociali, per distogliere le genti dal porsi domande, per disarmare le nuove "classi pericolose" e rendere inoperante la loro velleità di rivolta, crea dei nemici onnipresenti, demonizzabili a piacimento, strumentalizza i conflitti culturali e gli urti tra comunità. Come sempre, si divide per comandare. L'obiettivo è quello di instaurare tutto ciò che crea caos per continuare a regnare senza alcuna minaccia.
 
Dinnanzi ad un simile spettacolo, non si può che avere ovviamente simpatia per un movimento "altromondista", il quale afferma perentoriamente che "il mondo non è un mercato" e che' "un altro mondo è possibile". Ma questa simpatia non può essere che critica. Non è soltanto il fatto di non avere alternative chiare da proporre che può essere rimproverato al movimento "no global" - non è necessario dover definire ciò che si vuole per sapere ciò che si rifiuta -, ne di essere un conglomerato troppo eterogeneo dove si incontrano protestatari emozionali, autentici libertari, " rivoluzionari " d'abitudine e social-democratici " esigenti". E' piuttosto l'attitudine ad anteporre l'indignazione alla riflessione. E di non andare fino al fondo delle cose. 
Non è in effetti sufficiente denunciare le disuguaglianze nel nome della "giustizia" e della "dignità ", o di appellarsi a soluzioni "umane" di contro alla disumanità dell'ordine finanziario. Non è sufficiente parlare di "tolleranza " per riconoscere pienamente la diversità culturale. Non è sufficiente opporre la razionalità etica alla razionalità del denaro. Non è sufficiente, infine, dire "no alla guerra! " per disegnare, di contro all'unilateralismo americano, i contorni di un nuovo Nomos della terra per un nuovo ordine multipolare. Il movimeno " no global " non ha visibilmente idee precise sulla natura dell'uomo e sull'essenza del politico. Gli manca un'antropologia che gli permetterebbe di contestare la globalizzazione in nome dei popoli, e non delle" moltitudini" (Antonio Negri), in nome delle libertà, e non dei "diritti dell'uomo ".

Si ostina a rimanere, per ciò che concerne la giustizia sociale, nella polarità della morale e dell'economia, che è la medesima alla quale dichiara di opporsi; l' " altromondismo" rischia di disattendere la sua vocazione e di essere nient'altro che una forma di " movimento " in mezzo a tanti altri.
    
Militare per un " altro mondo " implica la rottura con una matrice ideologica che ha allo stesso modo condotto all'internazionalismo liberale quanto allo "statalismo progressista ". Come scrive Jean-Claude Michéa, " l'idea di una società decente, o socialista, non può riporsi sul progetto di un' "altra" economia o di un' "altra mondializzazione", progetti che non possono che condurre, in fin dei conti, ad un altro capitalismo [...] Essa è riposta,al contrario, su un diverso rapporto degli uomini nei confronti dell'economia stessa".
Dunque non si tratta soltanto di correggere le "ingiustizie" di un sistema, o rimanere ad un approccio strutturale dei giochi.

Si tratta di finirla con la dittatura dell'economia, il feticismo del mercato ed il primato dei valori mercantili. Si tratta di decolonizzare l'immaginario. Di adoperarsi per l'avvento di un altro mondo, che non sia soltanto al di là delle cose, una visione trascendente o utopica, ma un nuovo mondo comune.

Prospettiva rivoluzionaria? Non sarà mai tanto rivoluzionaria quanto la Forma-Capitale, che in questo mondo, ha già distrutto tutto.

Alain de Benoist

Fonte Rete per l'Ecologia Profonda