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giovedì 26 marzo 2020

Agroecologia bioregionale. Canapa, pianta disinquinante, fonte alimentare e tessile e per la produzione di biomassa.. insomma un toccasana per la natura e per l'uomo!

Ufficialmente non risulta, ma negli accordi fra "vincitori" ed Italia, alla fine della seconda guerra mondiale, l'Italia fu obbligata ad interrompere la produzione di canapa (le sementi furono cedute alla Francia o distrutte), con la scusa "dichiarata" di attuare il proibizionismo contro le droghe. Ma non risulta nel trattato di pace… Avvenne “di fatto” -in seguito alla visita di Alcide De Gasperi negli Usa ed all’entrata dell’Italia nella Nato- che il governo italiano all’inizio degli anni ’50 proibisse la coltivazione. 
Altro particolare che fa riflettere è la contemporanea invenzione e commercializzazione  delle fibre sintetiche (ricavate dal petrolio) che avvenne in quel periodo e che poteva affermarsi solo con l’eliminazione della canapa. Oltre al fatto che i petrolieri USA erano totalmente contrari al possibile uso combustibile di questa pianta miracolosa. 
Ovviamente la cosa fu ordita in forma mascherata, alla base (ufficiosamente) c’era la pressione politica americana, in chiave proibizionista, contraria alla produzione di elementi vegetali che potessero avere usi narcotici.

In effetti c'è da considerare che la canapa in se stessa è una sola pianta, non vi sono differenze sostanziali fra le piante denominate: sativa, marijuana, ganja, cannabis, etc. La specie è unica e si feconda tranquillamente con qualsiasi consimile di qualsiasi provenienza… La sola differenza sta nella selezione che viene fatta: o in funzione della produzione di fibra tessile o alimentare o in funzione della produzione di cannabinolo.

Il luogo di coltivazione ovviamente a tali fini è importante, più si scende verso l’equatore e maggiore è la quantità di cannabinolo mentre molto minore è nelle zone temperate e fredde. Dal punto di vista del cannabinolo faccio un esempio con gli zuccheri presenti nei grappoli della vite. In Sicilia, Grecia, etc. si produce vino a forte tasso alcolico mentre in Germania, Inghilterra, etc. a malapena si raggiungono i 6/7 gradi, tant’è che in passato la Guerra dei Cent’anni fra Inghilterra e Francia in realtà nascondeva la volontà di accaparrarsi le piane della Bretagna e del Midì in cui si produceva buon vino, che era molto ricercato in Inghilterra… soprattutto da nobili e dalla “corona”, mentre il volgo si accontentava della birra…  Questo, ritornando alla canapa, spiega anche come mai in Germania ci sono forti aiuti per la coltivazione della canapa invece in Italia sono quasi assenti.
Ad esempio nella Tuscia, ritornando al periodo pre-bellico, esistevano paesi che specificatamente vivevano di questa coltivazione (vedi Canepina..), Calcata era uno di questi, i contadini chiamavano la canapa il “tabacco dei poveri” (sino a quarant’anni fa in Africa essa veniva chiamata “tabac africaine”). Ovviamente veniva usata anche per fumigagioni  e tisane oltre che per farci lenzuola, braghe e corde, allo stesso modo in cui si faceva con il tasso barbasso o la vitalba,  anche per ragioni salutistiche e curative (il sistema medicinale europeo era basato sull'uso della canapa come additivo fisso). 
Dalla fine della guerra, quando subentrò la proibizione della coltivazione, tutte le sementi furono bruciate. Questa è storia, sia pur  manipolata ed oscurata (tante di queste notizie mica sono riprese negli annali ufficiali, sono tramandate a voce e basta).

Oggi la canapa potrebbe sostituire non solo le fibre sintetiche ma addirittura essere una valente fonte alimentare, energetica e di disinquinamento ecologico, soprattutto per rivitalizzare i campi sfibrati e desertificati dalla coltivazione intensiva del tabacco (questa sì che è una vera droga e nociva al massimo) o da altre coltivazioni intensive, infatti non è un mistero che la canapa (come l’ortica) è capace di riequilibrare le qualità organolettiche dei terreni.

Paolo D’Arpini

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Rete Bioregionale Italiana

sabato 11 maggio 2019

Ecologia botanica e libertà di coltivazione della canapa bioregionale


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La libera coltivazione della  canapa bioregionale, con metodi biologici,  sarebbe  un toccasana  per l'ambiente, per l'economia e come forma di pulizia di terreni inquinati.   Un ettaro di canapa produce il 25 % in più di ossigeno rispetto ad un ettaro di foresta, garantendo una fornitura di cellulosa pari circa al doppio. Un ettaro di canapa cresce in soli  6 mesi. Producendo carta dalla canapa potremmo salvare milioni di ettari di foresta ogni anno. La canapa può essere utilizzata nell'alimentazione,  nella produzione tessile, nell'edilizia e perfino usata come combustibile bio. In realtà la canapa potrebbe sostituire in tutto e per tutto i combustibili fossili.  La totale libertà di coltivazione  della canapa  bioregionale  favorirebbe inoltre un ritorno alla terra.  

Per queste ragioni la Rete Bioregionale Italiana raccomanda alle istituzioni la soluzione più naturale, ovvero la libertà di coltivazione.   Finché la canapa bioregionale non potrà ritornare libera nei nostri campi e giardini, assieme a tutte le altre piante medicinali, alimentari e di varia natura, non potremo mai attuare una sana ecologia botanica. 

Al contrario  la "legalizzazione della cannabis” ad elevato tasso di cannabinolo porterebbe lo stato a spacciare la canapa assieme a tabacco, liquori e giochi d'azzardo conducendo ad un ulteriore indebolimento della società, soprattutto del mondo giovanile. 

La soluzione politica ed ecologica -quindi-   è la totale liberalizzazione della coltivazione della canapa bioregionale, dai molti usi e con basso tasso di cannabinolo. Questo -tra l'altro- porterebbe ad un  miglioramento generale della qualità della vita, vista la necessità di produrre alimenti biologici e le numerose possibilità alternative d'uso della canapa, in tutti gli ambiti.

Paolo D'Arpini - Portavoce della Rete Bioregionale Italiana

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