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domenica 23 ottobre 2011

Spirito-ma​teria? Spirito-na​tura? Spirito-la​ico? - Il Cuore è sempre lo stesso. Lo Spirito non cambia....

"Andavano al buio, nella deserta notte, attraverso le ombre,
attraverso le vuote case di Dite e i regni muti,
e il cammino era incerto nel bosco sotto pallida luna,
quando Giove il cielo raccoglie in un nero velo
e la notte tetra al mondo cancella il colore"

(Eneide, Libro Sesto)



Il Seme della Vita di Sofia Minkova



Nel mondo dei concetti e delle convenzioni sociali possiamo dare il nome “spiritualità laica” a quella “nostalgia” per ciò che realmente siamo: quel Cuore. I cercatori spirituali che riconoscono in sé e negli altri la presenza dello spirito (coscienza ed intelligenza) si fondono nel tutto  in  una condivisione “alchemica”,  un’unione osmotica di intelligenza laica e libera da dogmi ma “vicina” al Cuore  di ognuno.

Si parla tanto,  in questo periodo,  di riscoperta della sacralità della natura!   E cosa è quest’ultima  se non  la visione spirituale di tutti coloro che si sentono parte indivisa  della natura e del cosmo?  Correttamente parlando questa “spiritualità laica”  (comune a tutti) non è una religione, come non lo è l’ecologia profonda,   ma  un moto spontaneo interiore dell’uomo  che ricosce l'integrità dell' "olos"  e di  se stesso.

Una degli aspetti più coinvolgenti del  panteismo, o della spiritualità laica, è il culto della vita,  l’adorazione delle forze naturali  identificate nella  Terra Madre e le sue stagioni. In questa riscoperta si inserisce ad esempio la spiritualità centrata sul femmineo sacro,  il matrismo  e lo shaktismo,  e la venerazione  degli aspetti femminili che rappresentano la creazione, il sostentamento e la trasformazione, insomma:  morte e  rinascita.

Questo movimento olistico tende soprattutto alla rivalutazione del femminile  in un mondo dominato dal patriarcato e dalla ragione. E ciò è anche un bene... ma finché la sacralizzazione non coinvolge anche il mascolino restiamo  nei termini di una dualità in cui una parte viene ad essere considerata migliore dell’altra. Occorre quindi riconoscere il sacro in entrambi i generi: maschile e femminile.

La nobiltà del maschile sovente è anch’essa collegata alla nascita ed alla morte, ad esempio il sangue versato dall’eroe rappresenta il sacrificio che conduce alla vita allo stesso modo del sangue mestruale femminile che significa  fecondità.

La sacralità dell’energia sessuale maschile, unita al femminile, è  simboleggiata orograficamente, in chiave bioregionale,  allorchè si osserva una collina circondata da uno o più corsi d'acqua, un acrocoro  erto in una valle, un'isola nell'oceano, etc.  In India questa immagine si definisce shivalingam-yoni e rappresenta l’incontro creativo del maschile e del femminile. Il lingam è il fallo di Shiva   e la yoni umidificata dalle acque fecondanti è la vagina della matrice universale.

Nel bellissimo romanzo di Maria Castronovo “Il silenzio del fauno”  l'attenzione è tutta centrata, come il titolo stesso lascia supporre, su una religiosità maschile che è rimasta in silenzio ma che chiede riconoscimento, questo romanzo secondo me è stato il primo vero tentativo di riscoperta della venerabilità maschile compiuto negli anni recenti.  Ricordo inoltre il libro "Shiva e Dioniso" di Daniel Danielou, in cui si parla dell'adorazione fallica e della vagina e  delle analogie di questo culto,  nella tradizione induista,  in quella della antica Grecia ed in altre culture.  

La Resurrezione del Dio Pan, che  non è mai morto nelle coscienze degli uomini delle grandi civiltà, non è semplicemente un fatto ritualistico   è un modo per elaborare una “filosofia politica”,  intendendo con ciò una potenzialità culturale ed un percorso esistenziale capaci di amalgamare persone coscienti della crisi in atto per le quali il cambiamento sia  condizione per l’esistenza.

Sulla base della teoria unitaria del mondo fisico e biologico in natura esistono due opposte tendenze. Una entropica, verso la degradazione ed il livellamento, caratteristica dei fenomeni fisici, ed una opposta tendenza sintropica verso l’organizzazione e la differenziazione, caratteristica dei fenomeni biologici. Tale doppia tendenza si manifesta a tutti i livelli, e dalla lotta tra l’ordine ed il disordine ha origine il divenire.

Secondo la teoria shivaita, l'aspetto maschile viene visto come latenza, o coscienza,  mentre l'aspetto femminile, o Shakti,  rappresenta l’energia creatrice,  o Madre Divina, che tutti ci compenetra  e che produce ogni fenomeno. Nella consapevolezza di questo costante flusso, presente in tutto ciò che vive, si manifesta la libertà espressiva della Spiritualità Laica.

Ma una volta accettata la teoria come si fa a realizzarla nella pratica, nel contesto della vita quotidiana, senza dover ricorrere a forme religiose? Il metodo consigliato,  è quello dell’interrogarsi sul “qui ed ora” sul “carpe diem”  soprattutto  chiedendoci:  “Chi è che vive questo momento?”  “Cosa è questo sè che percepisce i fenomeni?”  “Non è forse la stessa mente cosciente della sua esistenza,  la consapevolezza priva di esternalità e di pensieri?”.     Infatti si dice che la mente pulita dai pensieri è il Sé supremo, il substrato, la base, senza cui non potrebbe esserci alcunché… Ogni pensiero è solo un riflesso, un’increspatura,  in questa pura coscienza. Nella quiete dell’osservazione distaccata ci godiamo la presenza, restiamo assorti nella eterna beatitudine dell'Essere.    

Questa sì che è Vita!
 

Paolo D’Arpini

venerdì 29 luglio 2011

Fulvio Di Dio: "Bioregionalismo e identità ecologica.. per il ciclo della vita!"


La natura opera secondo un sistema di nutrienti e metabolismi in cui non esistono rifiuti. Un ciliegio fa germogliare fiori e (forse) produce frutti. È per questo che gli alberi fioriscono. Ma i fiori che danno frutti sono tutt’altro che inutili. Cadono al suolo, si decompongono, nutrono vari organismi e microrganismi, e arricchiscono il terreno. Gli animali e gli uomini emettono biossido di carbonio che le piante assorbono e usano per crescere. L’azoto contenuto nei rifiuti viene trasformato in proteine da microrganismi, animali e piante. I cavalli mangiano l’erba e producono sterco che diventa nido e nutrimento per le larve delle mosche. I più importanti nutrienti della Terra – carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto – sono riciclati di continuo. Rifiuti uguale cibo.

Questo sistema biologico ciclico, “dalla culla alla culla”, ha tenuto in vita e nutrito per milioni di anni un Pianeta ricco e diversificato. Fino a poco tempo fa era l’unico sistema esistente e ogni essere vivente del Pianeta ne faceva parte. Poi è arrivata l’industrializzazione e ha alterato l’equilibrio naturale dei materiali sulla Terra.

Gli uomini hanno cominciato a estrarre materie prime dalla crosta terrestre, le hanno concentrate e alterate, e hanno sintetizzato materiali che non possono essere restituiti al terreno senza provocare danni.   Gli esseri umani sono l’unica specie terrestre che prende dal suolo grandi quantità di nutrienti necessarie ai processi biologici, e raramente le restituisce in forma utilizzabile. I nostri sistemi – eccetto alcune piccole realtà locali – non sono più studiati a questo scopo.   Industriali, progettisti, ambientalisti e in genere gli addetti ai lavori parlano spesso di un “ciclo vitale” del prodotto. Naturalmente solo pochissimi prodotti sono “vivi” in senso stretto, ma in molti casi siamo noi che, per così dire, proiettiamo su di loro la nostra vitalità, e la nostra mortalità. Sono quasi parte della famiglia. Vogliamo che vivano con noi, che ci appartengano. Nella società occidentale gli esseri umani vengono seppelliti nelle tombe e così i prodotti. Ci piace l’idea di essere potenti, unici; e ci piace compare cose nuove di zecca, fatte di materiali “vergini”.

Quando io (che sono una persona speciale e unica) avrò finito di usare un prodotto vergine, nessun altro lo userà. Le industrie progettano e pianificano in accordo con questa mentalità.   Nel caso dei materiali, ci sembra invece decisamente più sensato insistere su quei caratteri di somiglianza e ordinarietà che ci permettono di godere più di una volta anche di prodotti speciali e unici. Cosa sarebbe accaduto se la Rivoluzione industriale avesse avuto luogo in società che mettono al primo posto la comunità e non l’individuo, e in cui si crede non in un ciclo vitale “dalla culla alla tomba” ma nella reincarnazione?   I sistemi e le industrie umani diventeranno rispettosi della diversità solo quando riconosceranno che la sostenibilità, come tutte le politiche, è un fatto locale.

Quando si connetteranno ai flussi locali di materiali e di energia, ai costumi e ai gusti locali, dal livello molecolare fino a quello dell’intera bioregione.  Le realtà locali non sono tanto da intendere come isole di civiltà, astratte dal contesto naturale, ma proprio come forme di “sapere ecologico”, un sapere che deve la sua esistenza al legame che le comunità umane hanno, nel corso della loro storia, intrecciato con il territorio cui appartengono. Tutto ciò implica che si costruisca, intorno ai territori naturali, una vera e propria “identità ecologica“, in cui si esprima e si rafforzi la relazione biunivoca tra le bioregioni e i loro abitanti. Per questi motivi, il bioregionalismo implica innanzitutto un coinvolgimento attivo da parte dei membri delle comunità.

Ciò significa che esso non è solo un progetto meramente politico-gestionale, ma anche un progetto culturale. Insieme a un forte senso di appartenenza al territorio, nell’ “identità ecologica” confluiscono infatti il recupero di tradizioni legate ai luoghi, la riscoperta di lingue, arti, riti e conoscenze indigene, ecc.

Fulvio Di Dio

Referente della Rete Bioregionale Italiana per le aree urbane


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Di questi e simili argomenti, relativi alla "morte e rinascita" in natura, si parlerà durante il prossimo incontro bioregionale sul Ciclo della Vita che si terrà nelle Marche, il 31 ottobre 2011